L’Europa alla prova della storia

apr 22, 2020 0 comments

Di Gabriele Ciancitto

“L’Europa non potrà farsi in una sola volta, né sarà costituita tutta insieme. Essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto”.
Robert Schuman
Con queste parole Robert Schuman, ex Primo Ministro della Repubblica Francese e considerato uno dei padri dell’Europa post-bellica, lasciava in eredità ai posteri l’ambiziosa missione di edificare una comunità dei popoli europei che garantisse, dopo anni di atrocità belliche, pace e prosperità al Vecchio Continente.

L’Europa non potrà farsi in una sola volta

Sono passati più di settant’anni da quella dichiarazione e molte sono state le tappe che hanno portato alla formazione di quell’organismo sovrastatuale che oggi chiamiamo Unione Europea.
Mai come in questi ultimi dieci anni, però, sono state così numerose le crisi di ordine economico e sociale che hanno messo seriamente a rischio l’evoluzione del processo di integrazione comunitaria e che hanno ridestato una certa tensione nazionalistica un po’ in tutte le parti del Continente.
Le primavere arabe, la destabilizzazione dell’area Mediorientale, il default della Grecia, la crisi migratoria e la Brexit hanno esposto i limiti di un’Europa già pesantemente fiaccata dalla recessione successiva alla crisi dei debiti sovrani, evidenziando l’incapacità dell’Unione di agire quale soggetto istituzionale estraneo ai particolarismi  nazionali e dotato di una propria strategia d’azione.
Sicché, la crisi sanitaria attuale, capace di mettere in ginocchio persino i Guardiani del globo (Stati Uniti e Cina), alla quale con ogni probabilità seguirà una crisi economica con indici da depressione[1], sembra costituire un vero e proprio turning point nella storia dell’Unione Europea.

La lezione della crisi dei debiti sovrani


“La lepre capì di aver sottovalutato quella sfida e che in realtà avrebbe dovuto impegnarsi di più…”
Esopo – La tartaruga e la lepre
Le fragilità intrinseche al sistema europeo si erano manifestate in tutta la loro evidenza già all’indomani della crisi dei debiti sovrani[2], al punto che alcuni analisti si sono spinti ad affermare che l’Europa non si sarebbe ripresa da quella che Nouriel Roubini aveva profetizzato essere la “crisi perfetta”[3].
Se il progetto europeo non perì, la crisi economica e la recessione furono comunque capaci di far piombare il Continente nel caos. Nonostante l’attivazione da parte dell’UE del Fondo europeo di stabilità finanziaria (FESF) e l’intervento della BCE[4], gli Stati finanziariamente più esposti non riuscirono a controllare l’indebitamento, con elevatissimi costi sociali, generati dai programmi di riequilibrio delle finanze pubbliche e dal declassamento del proprio debito da parte delle più importanti agenzie di rating.
Diverse furono le conseguenze della recessione innescatasi. I Paesi con deficit di bilancio molto elevati, ma con dei fondamentali economici non eccessivamente malridotti, per fare alcuni esempi Italia e Spagna, tutto sommato riuscirono a reggere la crisi, ad evitare il default e un diretto commissariamento da parte delle autorità europee[5].
Sorte diversa invece è toccata alla Grecia, che dovette negoziare con la troika (FMI, Commissione Europea e BCE) pesantissimi programmi di finanziamento[6], con i quali lo Stato greco si impegnava a portare avanti piani di riforma strutturali che avrebbero comportato la riduzione del deficit, tagli alla spesa pubblica e, purtroppo, anche un aumento del tasso di disoccupazione che nel 2013 toccò il picco del 28%. Stessa sorte toccò al Portogallo che a maggio del 2011 sottoscrisse un prestito di 78 miliardi di euro in accordo con UE, BCE e FMI[7].
L’unico tra gli stati membri che uscì dalla crisi addirittura rafforzato fu la Germania, prima proponente di un approccio alla stabilizzazione fondato sul pareggio di bilancio “a tutti i costi” ed unico tra i Paesi dell’eurozona ad avere, veramente, i conti a posto[8].
Nel 2014, infatti, erano ben tredici i Paesi UE al di sopra del parametro del 3% imposto dal nuovo Fiscal Compact[9] e addirittura 18 rispetto a quello del 60% di rapporto Debito/PIL (tra cui l’Italia)[10].
L’effetto della politica del rigore fortemente voluta dai paesi del nord Europa ha contribuito non poco al consistente aumento della disoccupazione in tutti i paesi dell’Unione e alla creazione di un’Europa a due, o addirittura tre, velocità, nella quale gli stringenti vincoli di bilancio hanno obbligato i paesi in difficoltà a mordere il freno nella corsa alla crescita economica.
Non c’è da stupirsi che l’aumento delle disuguaglianze, il depotenziamento dei sistemi di welfare, dovuto ai più ridotti margini di spesa, insieme all’impoverimento della classe media, si siano rivelati un fertile brodo di coltura per  l’ascesa di movimenti fortemente eurocritici in quasi tutti i paesi dell’Unione, come il Fronte Nazionale di Marine Le Pen in Francia, Alternativa per la Germania, Syriza e Alba dorata in Grecia, il Movimento 5 Stelle in Italia e l’Ukip nel Regno Unito[11].

L’influenza della crisi migratoria

 “Piove sempre sul bagnato”


Anonimo
Come se non bastasse, alla crisi economica si è aggiunta negli anni anche la crisi migratoria. Con lo scoppio delle primavere arabe ed il rovesciamento di gran parte dei leader che garantivano (seppur con metodi autoritari) la stabilità dello scenario mediorientale, tra cui il libico Mu’ammar Gheddafi[12], storico alleato dell’Italia, si è aperta una fase nuova nei rapporti tra Medioriente ed Europa.
In Libia ed in Siria il fuoco della rivolta libertaria si è trasformato in guerra civile, in lotta fratricida fra le milizie lealiste e le bande armate spalleggiate dalle potenze occidentali[13], ed ancora
una volta l’Europa si è mossa in modo scomposto, senza una strategia unitaria, assecondando colpevolmente le mire neocolonialiste di Francia ed Inghilterra.
Sotto la potenza del fuoco aereo francese e dei “Tomahawk” britannici franava il potere di Gheddafi, ma franavano altresì le convinzioni di chi credeva che l’Europa potesse essere davvero una risorsa in ambito geopolitico[14].
Guerra civile, fame, insicurezza per la popolazione libica e siriana non furono però soltanto motivi per ridestare gli innati sensi di colpa dei colonizzatori nei confronti dei colonizzati, ma anche e soprattutto condizioni ideali per il proliferare dei gruppi jihadisti e per la radicalizzazione della propaganda antioccidentale.
L’Europa, colpevole di aver collaborato al forzato tentativo di democratizzazione dei paesi arabi, si ritrovava di colpo a dover riscoprire un clima da crociata, ma questa volta non sarebbero stati i popoli cristiani ad incamminarsi verso la riconquista della Terra Santa. Sarebbe stata l’Europa ad essere assediata, ed il suo nemico sarebbe stato la paura.
Non vi è dubbio, infatti, che i numerosi attentati terroristici effettuati o millantati dalle cellule del  sedicente Stato islamico (ISIS) sul continente europeo abbiano contribuito notevolmente a fare emergere nei cittadini quel senso di insicurezza e di disagio nei confronti dello straniero che anni di immigrazione “più o meno incontrollata” avevano soltanto lambito.
In un contesto nuovo come quello del terrorismo internazionale, la conquista della libera circolazione all’interno dell’Unione non rappresentava più l’opportunità per milioni di persone di cercare la propria fortuna lontano da casa, ma la possibilità di essere raggiunti in casa propria da una minaccia invisibile ma non per questo meno presente.
Evidentemente per fronteggiare la minaccia del terrorismo legato alle migrazioni sarebbe stata d’aiuto, e tutt’oggi rimane l’unica strada percorribile, una strategia europea, concordata con i governi dei paesi da cui proviene la stragrande maggioranza dei jihadisti extracomunitari.
Ciò però non è avvenuto, vuoi perché la perenne situazione di instabilità politica del fronte nordafricano non favorisce rapporti di duratura collaborazione con referenti politici in grado di garantire un serio monitoraggio delle rotte migratorie, vuoi per il totale fallimento del tentativo da parte dei paesi europei di raggiungere un accordo sui criteri di accoglienza e redistribuzione nel territorio dell’Unione dei richiedenti protezione internazionale[15].

La crisi di sfiducia che investe l’Europa


Chi fa da se, fa per tre
Anonimo
Disoccupazione crescente, paura e sfiducia nel futuro.
Questo il bilancio di dieci anni di turbolenze che hanno scosso il tessuto socio-economico dell’Unione.
Queste sono inoltre le ragioni che, secondo uno studio condotto dall’Università di Copenhagen[16], il 23 giugno del 2016 hanno portato il 51,89% degli inglesi a votare a favore della Brexit.
Quali che siano le ragioni che hanno spinto la maggioranza dei votanti ad esprimersi per il leave, resta il fatto che il popolo inglese ha dimostrato che l’adesione all’Unione Europea non è un processo irreversibile e che la politica può ancora sorprendere coloro che giudicano un’eresia il ripensamento del processo di integrazione europea.
Dunque, non è difficile immaginare la preoccupazione dei vertici dell’Unione che, oggi, non solo devono gestire l’uscita “ordinata” dei britannici[17], auspicando che questa assuma le forme di quella che nel gergo giornalistico viene definita una soft Brexit, ma devono anche tenere sotto controllo tutti quei paesi nei quali le forze euroscettiche hanno registrato un incremento considerevole dei consensi, specialmente in occasione delle elezioni europee del maggio 2019.

Un futuro incerto


“I governi non imparano mai. Solo la gente impara.”
Milton Friedman
Non è facile ipotizzare il futuro dell’Europa, soprattutto oggi che la frenata dell’economia globale rischia di far ricadere i paesi dell’eurozona in una recessione anche peggiore di quella che dovettero fronteggiare a causa della crisi del sistema bancario del 2010.
Da quella crisi ne è passata, diciamo così, molta acqua sotto i ponti, ma l’atteggiamento di alcuni paesi europei nei confronti dei propri partener non sembra essere cambiato.
Facendo un piccolo passo indietro, si evidenzia che alla fine del 2012 più del 60% di cittadini europei era convinto che per uscire dalla crisi fosse necessario un intervento coordinato dei Paesi dell’Unione. Allo stesso tempo, però, più o meno la stessa percentuale dichiarava che prima di addivenire ad un accordo sarebbe stata auspicabile una consultazione nazionale e l’approvazione dei rispettivi parlamenti[18].
Inoltre, una percentuale vicina al 70% , rilevata soprattutto tra i cittadini dei paesi nordici (Finlandia, Germania e Danimarca) si riteneva minacciato dal salvataggio dei paesi mediterranei, subordinando la concessione di aiuti economici all’applicazione di regole di bilancio comuni e ad una rigida condizionalità, che avrebbe dovuto prevedere l’irrogazione di sanzioni in caso di trasgressioni.
Fu questo il clima che favorì l’imposizione di una rigida austerità ai paesi con difficoltà finanziarie più accentuate, l’approvazione del Fiscal Compatc, l’implementazione degli strumenti del ESM (Fondo salva Stati) e la bocciatura di sistemi di mutualizzazione seppur parziale del debito europeo[19].
Oggi l’Europa si trova allo stesso bivio, solo che la posta in gioco è molto più alta. La sua stessa sopravvivenza.
Il piano di misure anticrisi messo in campo dalla Commissione è sicuramente un passo importante nella lotta alla crisi economica incipiente, ma non ancora sufficiente a colmare il deficit di coordinamento manifestatosi all’inizio dell’emergenza coronavirus.
Sorvolando sulla lentezza della risposta europea in ambito sanitario, registrata persino dal Parlamento Europeo con propria risoluzione del 17 aprile 2020[20], occorre sottolineare che le misure economiche messe in capo purtroppo ricalcano la strategia fallimentare sperimentata durante la crisi dei debiti sovrani.
I paesi nordici spingono per un potenziamento dell’ESM, mentre i paesi mediterranei, questa volta spalleggiati anche dai francesi, ritengono che si debba procedere all’emissione di veri eurobond, con mutualizzazione parziale del debito che dovrà essere emesso per fronteggiare la recessione[21]. Soluzione, quest’ultima, certamente più in linea con i principi di solidarietà che sono alla base dei Trattati e con le idee dei padri fondatori della Comunità Europea.
Non è facile pronosticare se la Germania cederà il passo nel corso del prossimo Consiglio del 23 aprile, ma su una cosa si può essere certi: tutti gli Stati membri saranno messi di fronte ad un appuntamento con la storia ed avranno la possibilità di gettare le basi per fare un balzo in avanti nel processo di costruzione europea, ripensando un’Europa più democratica e solidale.
11 – continua
  1. “Una concezione adattiva della Storia” di Pierluigi Fagan.
  2. “La Chiesa contro il coronavirus: il mondo sulle spalle di Francesco” di Emanuel Pietrobon.
  3. “Che ne sarà di noi?” di Gustavo Boni.
  4. Dai campioni nazionali al golden power: le prospettive della tutela del sistema-Paese”, conversazione con Alessandro Aresu.
  5. “Le rotte della “Via dela seta della salute” di Diego Angelo Bertozzi.
  6. “Coronavirus e sorveglianza” di Vittorio Ray.
  7. “La pandemia e la rinascita” di Attilio Sodi Russotto.
  8. “Coronavirus in Africa: verso la tempesta perfetta?di Gaetano Magno.
  9. “Il Medio Oriente e la minaccia del Covid-19” di Marco Giaconi.
  10. “Usa e coronavirus: tra ritorno di Keynes e sfida con la Cina” di Stefano Graziosi.
  11. “L’Europa alla prova della storia” di Gabriele Ciancitto.

[1][1]Con quattro mesi di lockdown il Pil dell’Eurozona potrebbe accusare un calo del 10%. Questa la stima di Standard and Poor’s. Le stime al momento attuale vedono una recessione con una flessione del Pil di “circa il 2%” a causa delle ricadute economiche della pandemia di coronavirus, con un graduale rimbalzo di almeno il 3% nel 2021 (Il Sole 24 Ore Radiocor Plus – Milano, 26 mar 2020)
[2] La crisi finanziaria globale originatasi negli USA nel 2008 ha causato un aumento vertiginoso del debito sovrano nelle economie avanzate a partire dal 2009 e ha generato negli investitori la preoccupazione crescente sul possibile default degli Stati con elevato rapporto debito/Pil.
[3] L’Europa al capolinea?, Limes, 14/06/2010.
[4] La BCE, attraverso una politica monetaria fortemente espansiva e l’acquisto di titoli di Stato della area euro sul mercato secondario, aveva tentato di sterilizzare eventuali forme di speculazione sui debiti in sofferenza.
[5] Non riuscirono ad evitare però gli attacchi indiretti, le speculazioni sul proprio debito deficit e l’impennata dei tassi di interesse dei loro titoli di Stato. Nel settembre del 2011 Standard and Poor’s declassava il debito sovrano italiano a breve e a lungo termine portandolo a «A» da «A+» e a «A-1» dal precedente «A-1+», legando il proprio giudizio alle «deboli prospettive» di crescita economica del Paese che, governato da una «fragile coalizione» non sarebbe stato in grado di rispondere alla crisi e alle far ripartire la crescita economica. Diretta conseguenza della perdita di fiducia dei mercati nell’Italia fu la crescita esponenziale del differenziale (spread) tra il rendimento dei titoli italiani e quelli tedeschi, che arrivò a superare i 500 punti base (9 novembre 2011), la crisi del Governo Berlusconi IV e l’apertura il 26 novembre 2011 della fase di governo tecnico a guida Mario Monti.
[6] Il 23 aprile2010  la Grecia chiede, ufficialmente, l’intervento del FMI e dell’UE. In un contesto di instabilità crescente, il 2 maggio, l’Eurogruppo decide di accordare aiuti economici alla Grecia insieme con il FMI, per un ammontare complessivo di 110 miliardi di euro, di cui 80 miliardi provenienti da prestiti bilaterali degli altri Stati dell’area euro e 30 dal FMI. Il prestito è condizionato all’attuazione di severe riforme strutturali, tra le quali: la soppressione della tredicesima e quattordicesima mensilità nella funzione pubblica, il blocco dei salari dei funzionari per tre anni, maggiore flessibilità nel mercato del lavoro, l’estensione del periodo di contribuzione pensionistica da 37 a 40 annualità nel 2015, la liberalizzazione delle professioni, un aumento dell’IVA fino al 23%. A questo programma di finanziamento ne seguiranno altri (in totale tre), l’ultimo dei quali preceduto da un’aspra trattativa tra il Governo di Alexis Tsipras, (del partito Syriza, leader della sinistra radicale anti-austerity) che chiedeva la cancellazione di una parte del debito pubblico greco e la rinegoziazione del programma di riforme ed la Troika. Dopo il fallito tentativo di usare l’arma del referendum popolare per far passare in Europa la propria linea, disinnescato dalla pronta sospensione degli aiuti economici alla Grecia, Tsipras è costretto a dichiararsi insolvente e ad accettare il piano di ristrutturazione del debito predisposto dalla Troika, con cui la Grecia si sarebbe impegnata ad attuare tagli alla spesa pubblica per un ammontare di circa 300 milioni di euro, un piano di privatizzazioni e aumenti delle tasse, in particolare l’IVA e la tassa sulla ristorazione. Inoltre, viene previsto un aumento dell’età pensionabile a 67 anni entro il 2022.
[8] Limes, 14/06/2010, “L’Europa al capolinea?”.
[9] Il Fiscal Compact è il trattato sulla stabilità, il coordinamento e la governance nell’Unione economica e monetaria firmato in occasione del Consiglio europeo dell’1-2 marzo 2012 da tutti gli Stati membri dell’UE ad eccezione di Regno Unito e Repubblica ceca. Il trattato incorpora ed integra in una cornice unitaria alcune delle regole di finanza pubblica e delle procedure per il coordinamento delle politiche economiche in gran parte già introdotte o in via di introduzione in via legislativa nel quadro della nuova governance economica europea.
[10] Fonte Econopoly, Sole24ore, 14/02/2016.
[11] The political contestation of European integration in Southern Europe: Friction among and within parties, Giorgos Charalambous University of Cyprus, Nicolo` Conti, Unitelma Sapienza University, Andrea Pedrazzani University of Bologna, Italy.
[12] Mu’ammar Gheddafi fu catturato e ucciso dai ribelli il 20 ottobre 2011. Furono altri due i capi di Stato a cadere insieme a Gheddafi: In Tunisia Zine El-Abidine Ben Ali ed in Egitto Hosni Mubarak.
[14] Raid dei caccia francesi attorno a Bengasi. Migliaia di civili in fuga dalla città. Il Colonnello nega l’attacco e dice a Obama: i libici moriranno per me, su corriere.it, 19 marzo 2011.
[15] La riforma del regolamento di Dublino verso il fallimento, su Internazionale, edizione online del 5 giugno 2018. Vedi anche Accordo di Malta: il fallimento della solidarietà Euro-Mediterranea su iari.site. URL visitato il 20.4.2020.
[16] Political Psychology of European Integration: The (Re)production of Identity and Difference in the Brexit Debate, in Political Psychology, Vol. 39, No. 6, 2018
[17] Dichiarazione congiunta di Martin Schulz, Presidente del Parlamento europeo, Donald Tusk, Presidente del Consiglio europeo, Mark Rutte, presidente di turno del Consiglio dell’UE e Jean-Claude Juncker, Presidente della Commissione europea, 24 giugno 2016.
[18] Eurobarometro 2012 – crisi e governance economica, su europarl.europa.eu
[19] Un decennio di eurobond e perché non se ne è fatto ancora nulla, Econopoly, il Sole24ore.com
[20] La risoluzione parla di mancanza di coordinamento tra gli Stati membri in termini di misure di sanità pubblica, in particolare per quanto riguarda le restrizioni imposte alla circolazione delle persone a livello nazionale e transfrontaliero e la sospensione di altri diritti e norme; che, a seguito del blocco della nostra economia, gli effetti delle conseguenti perturbazioni sui cittadini europei, le imprese e i lavoratori, subordinati e autonomi, che saranno drammatici.

[21] La soluzione cui si accenna è l’emissione di blue e red bond. Entrambi garanti dalle istituzioni europee, ma a differenza dei secondi, i blue bond comportano la mutualizzazione del debito sovrano per un ammontare pari al 60% del PIL.

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