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Movimento Cinque Stelle: un gigante con i piedi d’argilla


Di Mirta Quagliaroli *

La forte ascesa del M5S che lo ha portato al governo nel 2018 sostenuta dalla voglia di cambiamento pare essere già da tempo scemata nei sondaggi. Mentre il M5S sviluppava idee e modi idealizzati di intendere la politica e la società, le aspettative e le speranze che erano state riposte dai sostenitori grillini si infrangevano inevitabilmente contro la complessità dei fatti nella gestione della res pubblica. Succede sempre ai movimenti nati dalla protesta e dai comitati di cittadini nei territori sulle tematiche più disparate (dall’ambiente ai viccini, al 5G ecc..). Le proteste aggregano e portano consensi ai moviemnti che poi trasformatisi in forme partitiche perdono forza a causa della complessità del governare. 
La vera sfida, nel mondo globale dove tutto è interconnesso e le variabili sono di notevole quantità, è governare la complessità dei sistemi, aggravata dalla macchina amministrativa lenta e farragginosa.  Una formazione politica quindi deve procedere a una necessaria mediazione tra interessi contrapposti e trasformarla in un vantaggio per la collettività. Questa complessità ha reso necessario per il M5S rivedere e aggiustare i proclami elettorali ingenerando negli elettori una sensazione di sconfitta, di aspettative deluse e di distanza fatta di incomprensioni che originano dalla sua nascita:  protesta contro il sistema (i Vaffa-day ne sono una espressione).
Tra tutte le difficoltà di un movimento che ha voluto da sempre essere innovativo e rivoluzionario una in particolare nell’esperienza di chi scrive è la fuga dei cervelli (che è essa stessa causa ed effetto) e delle competenze soprattutto nei territori rispetto all’impegno politico.
Fin dall’inizio è stato lo slogan “uno vale uno” a convincere, coinvolgere e attirare nei meet up tante persone deluse deal’inconsistenza e staticità della classe politica. Pur nella consapevolezza che ci fossero delle valide ragioni nelle proteste contro il sistema politico e nella necessità di un cambiamento di paradigma, l’illusione che tutti potessero essere in grado di “fare politica”, come se per occuparsi della gestione della cosa pubblica bastasse avere buona volontà, niente altro che quello, oltre all’onestà, non ha apportato un innovativo modello di gestione della forma “partito politico”.
Accade così che nei territori non sia mai stata prevista nessuna forma di organizzazione nè di gerarchia legittimata dai sostenitori nei meet-up che sono sempre stati il luogo di discussione di tematiche locali. Basta questo a far comprendere il caos che il M5S si ritrova nei territori per mancanza di una struttura adeguata ad accogliere, integrare e formare le persone che potrebbero essere destinate a formare la classe politica locale. Ciò non accade, infatti, i cittadini destinati ad entrare nelle liste elettorali (anche nazionali) del M5S si selezionano attraverso candidature libere sul portale on line del M5S.
Accade così che nei territori ci siano più gruppi in competizione tra loro, ma anche all’interno dei gruppi ci siano spesso posizioni così distanti che sono causa di perenni conflitti e diatribe il più delle volte pubbliche. I fatti sul territorio nazionale sono stranoti, l’ultimo in ordine di tempo è la sfiducia alla sindaca imolese, e non sono certo edificanti.
Il fatto che nel M5S ci sia così tanta conflittualità anche sulle tematiche locali oltre che nazionali è da ricercare nella difficoltà di proporsi con un modello identitario e di visione che sia definibile e accettato dai suoi sostenitori e non interpretabile. In pratica nella vaghezza della proposta propagandistica c’è sempre stato ampio spazio di interpretazione senza che nessun dibattito pubblico abbia mai cercato di definirne i confini. La rappresentazione esemplare di tale dicotomia proviene da due grillini storici della prima ora, ora espulsi, divenuti sindaci di Imola e Parma. 
Capiamo meglio oggi che essi ovviamente provengono da aree politiche e ideologiche diverse, uno dalla sinistra e l’altra dalla destra, ciò nonostante entrambi convinti di aver sostenuto il progetto politico e la visione del M5S in aderenza alla loro area ideologica di riferimento. La stessa cosa potremmo notarla per quanto concerne le tematiche nazionali come ad esempio, libertà vaccinale, uscita dall’euro, TAV, ecc.
Considerando che la comunicazione  politica per essere efficace e ottenere consenso deve puntare ad un messaggio rassicurante che indichi soluzioni semplicistiche che per ovvie ragione non contemplano la complessità dei fenomeni e delle variabili, non dobbiamo stupirci dell’enorme successo del M5S e dell’ottima strategia comunicativa per un movimento nuovo senza storia. I problemi arrivano quando si governa, allorchè le soluzioni che si prospettano, obiettivamente e concretamente parlando, non sono quasi mai semplicistiche e rassicuranti nell’immediato ma si propongono di esserlo in prospettiva solo se tra tutti i soggetti coinvolti nella complessità dei problemi si riesce a mediare un accordo che accontenti e scontenti tutte le parti coinvolte.
Questa ambiguità si è riversata sui territori diventati nel tempo sempre più litigiosi. Se poi ci aggiungiamo le umane virtù, quali: gelosie, invidie e arrivismo, si comprende che la situazione sia sempre più ingestibile nel totale disinteresse dei “vertici” che si sono arresi accettando l’ineluttabilità dei conflitti financo ad arrivare al divieto di formare le liste per le elezioni amministrative.
Anche in riferimento all’esperienza di chi scrive e all’attività nei territori si può senza ombra di dubbio sostenere che i facilitatori di recente istituzione, nati proprio a tale scopo, per ora non si sono dimostrati  in grado di pacificare i territori, risultati totalmente inconsistenti.
Cosa serve allora?
Serve una struttura gerarchica elettiva, serve sapere chi ha la responsabilità di decidere sui territori, un soggetto che sia in grado di ascoltare tutti in un confronto costruttivo e abbia l’autorità per tirare le fila e decidere sapendo che deve accontentare e scontentare tutte le parti se necessario.
Non ha alcun senso la critica alla struttura partito solo perché le personalità al loro interno hanno avuto comportamenti umani: corruzione, collusione, ecc. Non è lo strumento il responsabile, ma il cattivo utilizzo dello strumento. È stata sicuramente una bella illusione momentanea quella di concepire la democrazia in forma diretta, ma che si è subito scontrata con la difficoltà di governare le proposte e la gestione del radicamento nel territorio di un movimento politico innestato in una forma repubblicana che è quella della “democrazia rappresentativa”. Il corpo intermedio, partito o movimento come lo si vuole chiamare, necessità di una struttura che possa portare – e produrre – le istanze dal territorio alla rappresentanza presente nelle istituzioni. Purtroppo, tutte le diatribe e gli scandali interni al movimento hanno dato prova eloquente di questo, e cioè che una struttura con solo la testa e i piedi è estremamente fragile. Come più volte ha evidenziato il politologo Aldo Giannuli.
Per questo ora più che mai serve un congresso (o assemblea costituente, che dire si voglia) dove il confronto deve definire i confini dei programmi e dei progetti politici consentendo un dibattito che non può essere sostituito da una votazione che si impone su ogni tematica a suon di maggioranze di voti on line. Serve che ci sia dibattito e condivisione e comprensione che in politica  e in democrazia necessita di tempo dedicato e attenzione perchè tutti si sia consapevoli e ci si impegni insieme per un progetto politico alla fine condiviso.
Solo così si potrà declinare anche nei territori la sensazione di essere partecipi davvero che è la causa del mancato radicamento territoriale del M5S. Senza radicamento territoriale non si ottiene consenso e non si attua nessuna strategia e progetto politica, come un gigante dai piedi d’argilla.
* Attivista ed ex consigliere comunale grillina

Tutte le lacune del Comitato Tecnico-Scientifico. Videoeditoriale di Aldo Giannuli

                                               
                                               OSSERVATORIO GLOBALIZZAZIONE
Molto spesso si sente dire che il Comitato Tecnico-Scientifico (Cts) che supporta il capo dipartimento della Protezione Civile nell’emergenza coronavirus sia composto da “scienziati”. Ma è veramente così? I profili interni al Cts coincidono con quelli maggiormente richiesti in questa fase? Il nostro direttore Aldo Giannuli ci offre in questo videoeditoriale una radiografia del Cts presentando profili e lacune delle sue componente. Su 20 esperti, infatti, 5 sono medici operanti con continuità sul terreno della ricerca e 3 soltanto hanno competenze epidemiologiche. Molti membri hanno alle spalle esperienze burocratiche negli apparati del Ministero della Salute, e mancano profili come psicologi, medici del lavoro e, mancanza forse più grave, statistici, come dimostra il balletto continuo del Cts sull’interpretazione dei dati.
FONTE: http://osservatorioglobalizzazione.it/progetto-italia/tutte-le-lacune-del-comitato-tecnico-scientifico/

Coronavirus in India: un rischio di portata globale?


Di Aldo Giannuli

Per una ragione misteriosa, l’India in Italia non fa mai notizia, pur essendo il secondo paese del mondo per popolazione ed uno dei più importante del continente asiatico. La pandemia è arrivata, ovviamente, anche lì innestandosi su un contesto molto complesso, caratterizzato da contraddizioni e disuguaglianze fortissime: qualcosa di terribile, una minaccia sanitaria che rischia di diventare emergenza economica globale per il peso rilevante del Paese in settori come la farmaceutica e la componentistica. Senza una valutazione seria dei danni del coronavirus in India qualsiasi studio sui costi del virus a livello globale sarà incompleto. Nel seguente video-editoriale il nostro direttore Aldo Giannuli spiega perchè.




FONTE: 
http://osservatorioglobalizzazione.it/osservatorio/coronavirus-in-india-un-rischio-di-portata-globale/
http://www.aldogiannuli.it/lindia-e-il-coronavirus-il-paese-dove-la-catastrofe-puo-essere-piu-grave/

Mes, debito pubblico e coronavirus: facciamo il punto



Video-editoriale del nostro direttore Aldo Giannuli sul contesto politico ed economico in cui si trova l’Italia alla vigilia del Consiglio Europeo in cui si discuterà sul Meccanismo europeo di stabilità (Mes), delle altre possibili risposte alla crisi e delle sfide che l’economia globale dovrà affrontare per la crisi del coronavirus. In particolare, saranno evidenziate tutte le criticità legate al fumoso dibattito sul “fondo salva-Stati”. Buona visione!

Il coronavirus, la guerra dell'informazione e l'infodemia


Di Salvatore Santoru

L’attuale emergenza sanitaria è stata interessata da un imponente utilizzo dell’information warfare, ovvero sia la metodologia della ‘guerra dell'informazione'(1). Tale approccio di ‘guerra non convenzionale‘ è contraddistinta dall'utilizzo massiccio dell'informazione, della controinformazione e sopratutto della propaganda.
In questo ambito è fondamentale la proliferazione di ‘mezze verità’ nonché delle ben note ‘fake news’ e, in modo comunque minore, delle vere e proprie bufale(2). Nel contesto dell’emergenza legata al Covid-19 vi è stata una notevole ‘intersezione’ tra l’information warfare e il dilagare della cosiddetta infodemia(3). 
La stessa iniziale ondata di ‘infodemia’ mediatica relativa al Coronavirus ha contribuito a creare un terreno fertile per la proliferazione dell’information warfare, sia in modo soft che in maniera diretta.
In questo breve pezzo accennerò alla tematica dell'infodemia, mentre la ‘guerra dell'informazione’ sarà trattata eventualmente in un prossimo articolo.

Tra negazionismo, minimizzazione e panico: come l’infodemia ha contraddistinto il ‘primo approccio’ mainstream al Covid-19

Come già ricordato nelle prima parte dell’articolo, inizialmente il mondo dei media è stato contraddistinto da una vera e propria ‘ondata’ di infodemia.
Aprendo una breve parentesi, bisogna specificare che tale termine è stato coniato dal politologo David J. Rothkopf e descrive l’eccessiva proliferazione di news contraddittorie e dubbie(4).
Nell’ambito della copertura mediatica dell’attuale pandemia c’è da dire che, stando a quanto sostenuto dal sociologo della comunicazione Andrea Fontana in un appello riportato da Formiche.net il24 febbraio 2020(5), nella stessa Italia abbiamo assistito ad una vera e propria ‘epidemia cognitiva’.
Ovviamente non è stata solo l’Italia ad essere stata interessata da questa dinamica e, d'altronde, il ‘primo approccio’ dell’apparato mediatico mainstream al Coronavirus è stato decisamente contraddistinto da questo modus operandi.
Difatti, nelle prime settimane la tematica del Covid-19 è diventata l’ennesimo tema di ‘scontro’ e di contrapposizione tra schieramenti “scettici” e/o “negazionisti” e “allarmisti”.
Da una parte alcuni media hanno amplificato le tesi che minimizzavano o negavano il Covid-19, visto come una ‘mera influenza’, e dall'altra altri media ‘pompavano’ le teorie che evocavano scenari eccessivamente ‘catastrofisti’.
In linea di massima, da un lato si promuoveva un clima ispirato al ‘lassismo’ e dall'altra si alimentava eccessivo panico contribuendo a creare uno stato di ‘tensione’ e ‘confusione’ presso i cittadini e la società in generale.
Tuttavia, bisogna pur riconoscere che ultimamente l’approccio mediatico è notevolmente cambiato e si è assistito alla promozione di un approccio per così dire ‘unitarista’ teso, almeno teoricamente, a portare maggiore chiarezza sul Covid-19 e i suoi reali effetti.

Tra ‘confusione sociale’, information warfare e nuova Guerra Fredda

L’emergenza Coronavirus ha messo, almeno inizialmente, a dura prova la credibilità e il prestigio dell’apparato massmediatico mainstream e di determinate e fondamentali istituzioni.
Anche la stessa comunità scientifica mondiale non è stata esente da criticità, se si pensa al fatto che sino a poche settimane fa assistevamo pure a ‘battibecchi’ tra alcuni importanti virologi e al fatto che anche l'Oms si è contraddistinta nella diffusione di informazioni contraddittorie ( ad esempio, pensiamo alla questione delle mascherine).
Comunque sia, ciò che è certo è che inizialmente si è creato un clima socio/politico d’incertezza e ‘confusionario’ particolarmente suscettibile ad eventuali ‘sommovimenti’.
D'altronde uno stato ‘confusionario’ e, di conseguenza, particolarmente ‘ansiogeno’ diventa particolarmente ‘interessante’ anche per diversi apparati come possono essere i servizi segreti, almeno quelli ‘deviati’.
Difatti queste situazioni d’emergenza possono essere utilizzate e alimentate, come riporta lo storico e direttore dell’Osservatorio Globalizzazione Aldo Giannuli, facendo leva sullo stato di estrema ansia diffusa(6).
Oltre a ciò, bisogna dire che queste situazioni possono diventare particolarmente fertili per l’azione di determinati attori politici e militari ma anche economici (ad esempio gli speculatori finanziari).
C’è anche da dire che lo stato di indotta ‘confusione sociale’ potrebbe venire utilizzato anche per creare ulteriori divisioni e, geopoliticamente, per portare avanti determinate agende.
In quest’ultimo caso, è utile fare nuovamente riferimento al concetto di information warfare” e ad un suo più che plausibile utilizzo nell'ambito dell’attuale emergenza Coronavirus.
Emergenza Covid-19 che, bisogna ricordare, è arrivata nel mezzo di una ‘nuova Guerra Fredda’ che sta interessando le forze della NATO e la Cina da diversi anni.
Tenendo conto di quest’aspetto, non è peregrino ipotizzare che le reciproche accuse tra Cina e Stati Uniti e la diffusione (non tanto la creazione) di determinate ‘notizie false’ siano collegate a questo scenario.

NOTE :

ARTICOLO PUBBLICATO ANCHE SU OSSERVATORIO GLOBALIZZAZIONE.

Le epidemie non sono solo un problema sanitario



OSSERVATORIO GLOBALIZZAZIONE

Seconda videolezione del nostro direttore Aldo Giannuli per gli alunni del corso di “Storia del mondo contemporaneo” dell’Università degli Studi di Milano. In questa lezione il professore ci spiegherà perchè un’epidemia non influenza una società solo sul piano sanitario ma anche a livello più profondo.

Il coronavirus, la globalizzazione e la storia



OSSERVATORIO GLOBALIZZAZIONE

“Il primo compito della storia è capire l’epoca in cui ci si trova”. Con piacere vi presentiamo la prima delle video-lezioni del nostro direttore Aldo Giannuli per gli studenti del corso di “Storia del mondo contemporaneo” dell’Università degli Studi di Milano, che riteniamo possano essere interessanti per coloro che studiano e intendono capire cause e conseguenze dell’attuale crisi del coronavirus.

Come il coronavirus cambierà la Cina e la globalizzazione


Di Aldo Giannuli

Anche se in Cina sembra si sia superato il picco, l’epidemia è ancora in corso e nessuno, realisticamente, può azzardate previsioni né sul quanto durerà né, tantomeno, che sviluppi avrà nei vari paesi. Ogni Paese è una incognita: come reagiranno i Paesi africani, dove la sanità è spesso assente o ridotta ai minimi termini? Come andrà in Iran dove l’epidemia dilaga e le sanzioni fanno pesare la carenza di presidi sanitari e medicinali? Ed anche negli Usa, paese dove non esiste una sanità pubblica ed almeno il 25% è privo di ogni assistenza sanitaria, come si comporterà la malattia? Dunque siamo ancora nel mezzo della tempesta. Tuttavia iniziano già le prime valutazioni dei danni. È curioso come negli anni scorsi si sia spesa con troppa leggerezza l’aggettivo epocale, anche per avvenimenti di minor conto, mentre in questa contingenza, che davvero lo è, si esiti a usare questo termine.
Il primo a farlo è stato Giulio Tremonti sul Corriere della Sera dicendo esplicitamente che il coronavirus investe frontalmente il modello cinese iniziandone, probabilmente, la decadenza. Nei dodici anni che ci separano dalla crisi finanziaria del 2008, i dirigenti cinesi, Xi Jinping in testa, hanno spesso vantato la superiorità del modello cinese, dirigista, autoritario ed elitario rispetto alla democrazia liberale, superiorità dimostrata, appunto, dalla migliore performance cinese di fronte alla crisi finanziaria. La selezione delle classi dirigenti dall’alto ed il lungo processo di formazione, secondo l’insegnamento confuciano, sarebbe alla base di questa superiorità. Ora il modello è sottoposto ad una prova molto dura.
Il sistema non ha brillato nella gestione del caso: in primo luogo per il ritardo con cui si è affrontata l’emergenza. I primi casi risalirebbero a dicembre (il salto di specie, secondo gli studi dei ricercatori del Sacco, a Milano, sarebbe stato compiuto fra il 20 ed il 25 novembre) e già dai primissimi di gennaio, c’era stato l’allarme di un medico di Wuhan, ma si sono attese altre settimane prima di assumere le prime misure. Certo, dopo il governo ha proceduto all’isolamento di una città di 11 milioni di abitanti con metodi inimmaginabili da noi e, a quanto pare, il contagio nel resto della Cina è stato contenuto (anche se questo non ha impedito che il morbo si diffondesse in ben 50 paesi nel giro di un mese).  Se si fosse agito con qualche settimana d’anticipo, forse sarebbe stato più semplice circoscrivere l’infezione. Anche se la controprova non la avremo mai, va da sé che l’immagine del gruppo dirigente ne esca assai scossa agli occhi degli stessi cinesi.
C’è poi un secondo aspetto poco considerato: si sa di un centro per la manipolazione dei virus da Sars, promosso dai cinesi insieme a  francesi ed Oms, che sarebbe stato infelicemente allocato a Wuhan. Non esiste alcuna prova che il contagio sia sfuggito da quel laboratorio, però la circostanza non depone a favore dell’oculatezza delle scelte del governo cinese.
Peraltro, anche il fatto che fosse ancora presente un mercato in cui si vendevano animali selvatici vivi, e per scopi alimentari, certamente non giova all’immagine della Cina.
Per fortuna, nonostante tutto, il costo umano dell’epidemia è lontano da quello di una vera e propria pandemia, ma i guai più seri sono quelli che riguardano l’economia.
Ovviamente la situazione registra un blocco di buona parte delle attività produttive cinesi ed anche la ripresa è lenta e non generalizzata. Il governo cinese parla di una crescita del Pil al 5% che, nonostante sia la più bassa dal 1986, sarebbe comunque un miracolo, mentre gli osservatori indipendenti dicono che quello potrebbe essere l’obbiettivo raggiunto nel 2021 e che, per questo anno, la soglia potrebbe attestarsi fra il 3 ed il 4%.
E c’è dell’altro: il blocco produttivo sta spingendo varie imprese a dirigersi altrove per trovare i pezzi di ricambio o anche le merci che gli necessitano: Apple ha spostato alcune sue produzioni a Taiwan, Microsoft e Google stanno spostandosi verso Thailandia e Vietnam, la giapponese Komatsu si sposta verso o il Vietnam, anche il produttore di merci per lo sport  Asics si sposta verso Vietnam e Indonesia, la Dalkin sta valutando se spostare la produzione dei suoi condizionatori in Malaysia.
Soluzioni provvisorie di emergenza? Si ma inevitabilmente una parte degli investitori non tornerà indietro, soprattutto se avrà dovuto spostare gli impianti industriali.
Dunque, non tutto sarà recuperato. E sin qui stiamo alle conseguenze di breve periodo, ma se ne profilano anche di più lunga gittata. Difficilmente la lezione di Covid-19 resterà senza un ripensamento del modello di globalizzazione attuale. Ad esempio è probabile che  entri in crisi il modello della “fabbrica globale” per cui la scocca si produce a San Paolo del Brasile, i parabrezza a Seul, i tergicristalli a Djakarta, le batterie a La Paz,  i motori a Shanghai e tutto si assembla a Detroit o Torino. Si sta dimostrando che il blocco di uno dei passaggi ferma l’intera catena e non sempre è possibile sopperire, per cui i danni sono ingenti. E in questo ripensamento della globalizzazione è possibile che ci sia meno Cina. Dunque, la “fabbrica del mondo”, potrebbe uscire ridimensionata in prospettiva. E questo ridimensionamento coinciderebbe con la prevedibile crisi demografica in arrivo: 500 milioni di anziani in un paese con pochi giovani (relativamente pochi) e senza uno stato sociale.
Dunque, non solo il “trentennio glorioso” è definitivamente chiuso (e questo già da alcuni anni) ma anche il “soft landing” appare poco probabile. Anzi si prospetta un periodo di “hard landing” né facile né breve. Il Pcc aveva promesso ai cinesi (o , almeno, al ceto medio urbano) che sarebbero diventati ricchi prima che vecchi ed ora quella promessa vacilla insieme a tante altre fatte durante il trentennio. Questo non significa che ci sarà una rivoluzione in Cina (per lo meno non c’è nessun sintomo che la preannunci) ma è difficile pensare che tutto resti come prima e che il grado di legittimazione del regime non subisca delle incrinature. Per di più, in questa situazione diventa secondaria la rivolta di Hong Kong sulla cui opposta sponda sono state ammassate tre divisioni già ad agosto, ma che resteranno probabilmente inoperose e questo incoraggerà altri focolai di rivolta.
Peraltro l’epidemia ridesta fantasmi che sono nel profondo immaginario dei cinesi e che non preannunciano niente di buono per Xi Jinping. Vero è che per statuto è diventato Presidente a Vita, ma di fronte al deteriorarsi della situazione politica, le prescrizioni statutarie servono sino ad un certo punto.

Divided America: alle radici delle disuguaglianze negli Usa/1


Di Andrea Muratore

La società occidentale a noi contemporanea va via via configurandosi come una “società delle disuguaglianze”. Il mondo occidentale si è trovato infatti nella condizione di dover affrontare nel corso degli ultimi anni sfide di amplissima portata, venute prepotentemente in emersione nel momento in cui il suo modello socio-economico e politico sembrava destinato ad un’affermazione su scala planetaria in seguito alla fine della Guerra Fredda e al collasso dell’Unione Sovietica.
Molte delle sfide in questione rappresentano problematiche di caratura planetaria: le questioni ambientali, il terrorismo internazionale, la stagnazione economica ne sono chiari esempi. Trasversalmente ad esse si innesta la sfida ad ampio raggio posta dall’insorgenza di disuguaglianze economiche senza precedenti nella storia del secondo dopoguerra all’interno delle nazioni occidentali, che vanno a sommarsi al crescente dilatamento delle disuguaglianze tra gli Stati più prosperi del pianeta e quelli intrappolati nella palude del sottosviluppo.
La sperequazione nella distribuzione della ricchezza su scala planetaria sta raggiungendo in questi anni picchi vertiginosi: in un contesto tanto preoccupante, è interessante studiare come la polarizzazione delle ricchezze riscontrabile a livello mondiale sia stata accompagnata, nell’ultimo trentennio, da un analogo fenomeno di crescita delle disuguaglianze economiche all’interno delle nazioni più prospere del pianeta.
Oggetto di tale analisi sarà proprio questa delicata tematica: utilizzando gli esempi storici del caso degli Stati Uniti, si analizzeranno in profondità le dinamiche che, tra gli Anni Ottanta e gli Anni Novanta, hanno portato all’insorgenza di importanti disuguaglianze sotto il profilo della distribuzione del reddito e della concentrazione della ricchezza in tutti i Paesi occidentali.
L’intervallo temporale preso in considerazione è altamente significativo in quanto i due decenni che segnarono un decisivo cambio di rotta nell’economia occidentale, destinato a trasmettersi sulla società e sul mondo politico, prepararono il terreno per lo sviluppo delle dinamiche che sarebbero occorse nei primi anni del XXI secolo. La diffusione su scala planetaria dell’ideologia neoliberista, che sarà analizzata nel prossimo saggio, comportò un cambio di paradigma consistente che influenzò le scelte dei decisori politici dopo che Stati Uniti e Gran Bretagna si diedero come leader due loro aperti fautori, Ronald Reagan e Margaret Thatcher.


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Margaret Thatcher e Ronald Reagan, alfieri politici dell’ascesa del neoliberismo nel Regno Unito e negli Usa

La rivoluzione neoliberista

L’interconnessione tra l’ascesa del neoliberismo a dogma dominante nell’economia occidentale e la crescita repentina delle disuguaglianze conosciuta dalla stragrande maggioranza dei Paesi occidentali dagli Anni Novanta in avanti sarà studiata nel dettaglio ricercando, attraverso esempi storici, analisi empiriche e studi di prospettiva, gli effetti che le politiche di stampo neoliberista hanno prodotto sui livelli di distribuzione dei redditi e della ricchezza negli Stati Uniti.
Dalla finanziarizzazione dell’economia alla deregulation, dalle politiche di contenimento del welfare state istituito in Occidente nel trentennio seguito alla fine della seconda guerra mondiale ai grandi cambiamenti occorsi nel regime fiscale, ogni possibile causa delle disuguaglianze sarà vagliata e studiata a trecentosessanta gradi; grande attenzione sarà rivolta poi al tema della globalizzazione, processo ancora oggi di difficilissima lettura ed interpretazione.
La globalizzazione, caratterizzatasi sin dal principio come processo di matrice squisitamente occidentale se non prettamente americana e considerata inizialmente il viatico ideale per l’esportazione su scala planetaria del modello uscito vincente dalla Guerra Fredda, ha portato con sé numerosi strascichi sotto il profilo della crescita delle disuguaglianze. Lo sdoganamento completo dei movimenti di capitali su scala planetaria ha consentito un’accumulazione di ricchezza senza precedenti nelle mani di pochissimi soggetti, costituenti una vera e propria super-class depositaria di una quota macroscopica di influenza politica ed economica.
Al tempo stesso, la globalizzazione ha portato con sé le cause di numerosi squilibri: alla delocalizzazione degli impianti produttivi e alla deindustrializzazione dell’Occidente si è progressivamente aggiunta una sempre maggiore compressione del fattore produttivo lavoro su scala transnazionale mano a mano che i redditi da capitale acquisivano una rilevanza sempre maggiore nei sistemi economici. L’interconnessione massiccia delle economie ha poi funto da elemento incendiario nel momento in cui la Grande Crisi del 2007-2008 ha messo l’economia occidentale di fronte alle sue grandi contraddizioni.

La frattura della “società della disuguaglianza”

L’eziologia del tracollo, e della seguente recessione, intervenuto a porre fine all’età dell’oro della finanza occidentale sta proprio nelle politiche condotte dai governi nei due decenni precedenti, che hanno contribuito a creare una situazione di difficile sostenimento, e nell’eccessiva fiducia riposta dagli operatori economici nella tenuta di un sistema che ha finito per produrre distorsioni come la nascita degli istituti bancari too big to fail, i cui portafogli si riempirono di titoli tossici, e la conduzione di una crescita eccessivamente drogata dallo strumento del debito.
La Grande Crisi ha costretto l’ideologia neoliberista, che si sembrava destinata ad assurgere a vero e proprio “pensiero unico”, al redde rationem, mentre le sue conseguenze di lungo termine stanno, in questi ultimi anni, portando a un generale screditamento della globalizzazione monopolare.
Le società occidentali si ritrovano oggigiorno fratturate al loro interno e prive di indirizzo: i due grandi eventi elettorali del 2016, ovverosia il referendum sulla permanenza del Regno Unito nell’Unione Europea e le elezioni presidenziali statunitensi, hanno dato conferma di un malessere sociale diffuso principalmente nelle classi medie dei Paesi occidentali, che hanno pagato i prezzi più cari negli ultimi anni. La vittoria del fronte favorevole alla Brexit e la sorprendente elezione di Donald J. Trump a quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti sembravano, in un certo senso, chiudere un cerchio iniziato oltre trentacinque anni prima: proprio nei Paesi che portarono a passo di marcia l’Occidente ad abbracciare il neoliberismo, gli squilibri e le contraddizioni interne connesse alla crisi di un modello che si riteneva inscalfibile (oltre, chiaramente, a notevoli problematiche di materia sociale e a questioni di rilevanza geopolitica) hanno portato a un completo ribaltamento di prospettive.
Federico Rampini ha attribuito gli sconvolgimenti a cui l’Occidente è andato incontro negli ultimi anni a un vero e proprio “tradimento dell’élite[1]”, ovverosia del blocco socio-politico-economico dominante nei Paesi occidentali, i cui esponenti avrebbero col tempo perso il contatto con la realtà, calpestando in continuazione le istanze principali della popolazione.
La vistosa crescita delle disuguaglianze ha sicuramento contribuito a un progressivo scollamento dei gruppi dirigenti dalle società occidentali mano a mano la costituzione delle super-class si accompagnava a un peggioramento in termini relativi, se non addirittura assoluti, delle condizioni di vita della fascia più povera della popolazione e si costituiva quello che il Premio Nobel Joseph Stiglitz ha definito “il governo dell’1%, dall’1%, per l’1%[2]”, ovverosia un sistema fortemente distorto destinato a squilibrare notevolmente l’equilibrio sociale dei Paesi occidentali.
Tuttavia, in fin dei conti, il triennio successivo all’ascesa di Trump negli Usa ha finito per essere caratterizzato da una sostanziale continuità col passato a livello di policy. Anzi, il modello di politica economica dell’amministrazione è stato proprio il liberismo à la Ronald Reagan, sostanziato in una serie di riforme economiche e fiscali che hanno progressivamente aumentato l’opulenza della “super-class”[3].


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Donald Trump parla davanti a una rappresentanza di minatori durante la campagna elettorale del 2016

I rischi della disuguaglianza

È infatti rilevante porre l’accento sui principali motivi che rendono le disuguaglianze economiche eccessive pericolose per lo sviluppo di una società, trasformandole in un vero e proprio fiume carsico intento ad eroderne in maniera sotterranea, ma inesorabile, le fondamenta.
In primo luogo, è necessario notare come la concentrazione della ricchezza e dei redditi in poche mani costituisca un freno alla crescita aggregata di un’economia, contrariamente ai dettami propugnati dalla trickle-down economics neoliberista. Come sottolineato da Aldo Giannuli, il sistema attuale è fortemente distorto, e il contesto ulteriormente complicato dall’estrema finanziarizzazione delle economie occidentali: “questo eccesso di accumulazione immobilizza ingentissime risorse nella gota morta e improduttiva dei mercati finanziari, e impoverisce le società e l’economia reale.
Il problema è che il capitale speculativo cresce solo a danno di quello produttivo, perché sottrae investimenti all’industria, all’agricoltura, al commercio e, di riflesso, determina una riduzione della dinamica occupazionale e del monte salari[4]”. Studi riportati da Maurizio Franzini e Marco Pianta nel loro Disuguaglianze – Quante sono, come combatterle sono dello stesso avviso, riscontrando una proporzionalità inversa, nella seconda metà del Novecento, tra l’andamento dei tassi di accumulazione dei capitali e i trend di crescita macroeconomici nei sistemi economici occidentali[5].
In secondo luogo, è necessario ribadire come, al giorno d’oggi, una concentrazione di ricchezza intensiva si accompagni necessariamente a una stretta restrizione del novero di soggetti depositari di reale influenza nei contesti politici internazionali e statali. Franzini e Pianta hanno definito “capitalismo oligarchico” il sistema oggigiorno vigente[6], mentre il giornalista e saggista Massimo Fini, nel 1985, tracciava un paragone tra le disuguaglianze nel mondo contemporaneo e quelle proprie dell’Ancien Régime, argomentando che “in questa società di democraticamente uguali che è la nostra le disuguaglianze sono macroscopiche. E quindi l’invidia (che è sofferenza) trova il suo massimo alimento: già incoraggiata dal principio di uguaglianza viene ulteriormente esasperata dal fatto che questa uguaglianza è poi clamorosamente disattesa […] Il mondo dell’Ancien Régime appare, sotto questo aspetto, più equilibrato, più compensato […] guardando le cose in ottica esistenziale[7]”.
Entrambi i contributi, in poche parole, delineano un quadro ben preciso: lo slittamento di influenza è foriero di un grave vulnus alle fondamenta democratiche ed ugualitarie su cui si fondano le società occidentali, e la conseguenza della continua crescita delle disuguaglianze potrebbe essere un completo svuotamento del principio di rappresentanza e di sovranità popolare a scapito delle prerogative di pochi, precisi centri di potere ed interesse.
Il “capitalismo oligarchico” ha saputo affermarsi nel corso degli ultimi decenni anche attraverso una serie di politiche economiche ad esso acquiescenti, che attraverso tagli alle imposte, scappatoie fiscali, deregolamentazioni e aperture incondizionate alla finanziarizzazione dell’economia hanno aperto la strada alla concentrazione di ricchezza, potere e influenza nelle mani di pochi individui[8]. Confrontando i casi verificatisi in Paesi che hanno operato rapide e drammatiche transizioni all’economia di mercato, come Messico, Cina e Russia, con la situazione occidentale strutturatasi dagli Anni Ottanta in avanti David Harvey è giunto addirittura a domandarsi se la tendenza a generare oligopoli e concentrazioni smisurate di potere “di classe” non sia insita nella stessa natura di fondo dell’ideologia neoliberista[9].
Esiste, infine, una problematica sociale, se non addirittura “morale”, connessa alla presenza di disuguaglianze economiche: proseguendo il discorso precedente sul piano delle aspettative personali degli individui, infatti, è importante sottolineare come altrettanto pericolosa della disuguaglianza reddituale o di ricchezza sia la “disuguaglianza di opportunità” che mina, nel lungo periodo, le prospettive di mobilità sociale e crescita personale degli individui. Dalle disparità nell’accesso all’istruzione al ruolo delle reti di interesse e di conoscenze sociali, infatti, le disuguaglianze economiche possono influenzare notevolmente diversi capi e consolidarsi nel tempo, portando nel corso degli anni a una situazione di immobilismo e cristallizzazione in cui i privilegi di una ristretta élite si perpetrano in continuazione e, al di sotto di essa, permane un sostanziale immobilismo. Assume in tale ambito rilevanza l’intervento di Massimo Fini citato in precedenza: in un sistema che professa l’uguaglianza di opportunità come suo principio basilare, tale deviazione dal percorso tracciato rappresenta un’arbitraria sottrazione di prerogative a una consistente fetta della popolazione.
Queste sono, adeguatamente riassunte, le principali istanze con cui gli studiosi e i decisori pubblici si trovano ad interagire affrontando il problema della disuguaglianza economica. La spaccatura sociale che i processi elettorali occidentali degli ultimi anni hanno portato in emersione mostra l’esistenza di una profonda frattura tra città e aree rurali, tra classi sociali e gruppi etnici, che oggigiorno ha assunto una rilevanza decisamente maggiore alla tradizionale polarizzazione ideologica del sistema politico occidentale. Quarant’anni di politiche neoliberiste, un ventennio abbondante di globalizzazione e otto anni di crisi hanno prodotto effetti radicalmente diversi nelle contee della Rust Belt e nella Silicon Valley californiana, nelle aree rurali del Kent e nella City di Londra, ma anche in quartieri diversi di una metropoli cosmopolita e complessa come la capitale britannica: nell’epoca delle disuguaglianze, anche la democrazia finisce per dividere i popoli.


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Saranno le disuguaglianze ad affossare definitivamente il mito dell’American Dream?

Già nel 2007 un osservatore attento come il già citato David Harvey, nella sua Breve storia del neoliberismo, indicava le prevedibili reazioni a cui sarebbe andato incontro il sistema dominante: “Il neoliberismo nella sua forma pura ha sempre rischiato di evocare la propria nemesi, sotto forma di populismi e nazionalismi […] La globalizzazione economica è entrata in una nuova fase. Un contraccolpo sempre più forte ai suoi effetti, specialmente nelle democrazie industriali, minaccia di avere un impatto distruttivo sull’attività economica e sulla stabilità sociale in molti Paesi. Lo stato d’animo dominante in queste democrazie è di rassegnazione e ansia, il che contribuisce a spiegare l’ascesa di un nuovo tipo di politici populisti. Ciò può facilmente trasformarsi in rivolta[10]”. L’incapacità di comprensione e risposta dimostrata dall’élite politico-economica tradizionale di fronte alle grandi problematiche occorse negli ultimi anni ha ulteriormente stimolato lo sviluppo di quest’ultime, contribuendo ad allargare il solco che separa la grande maggioranza della popolazione occidentale dalla sua classe dirigente.
L’accumulo di problematiche sociali ed economiche avvenuto in questi ultimi anni ha sovraccaricato le società occidentali: il problema delle disuguaglianze va affrontato in tempi brevi, prima che la piena sommerga completamente un sistema già messo in difficoltà, screditato profondamente e insidiato dall’emergere, sul piano internazionale, di competitori nuovi e dinamici come la Cina, la Russia e l’India, intenti a riqualificare su una base multipolare il sistema geopolitico ed economico. Dall’analisi storica delle radici delle disuguaglianze si può capire nel migliore dei modi quali siano gli interventi necessari per offrire soluzione a un male che mette a repentaglio il futuro e lo sviluppo del sistema occidentale.

Fonti:

[1] Alberto Flores D’Arcais, Dalla globalizzazione a Trump, Rampini racconta il tradimento dei leader dell’Occidente, Repubblica, 25 novembre 2016
[2] Joseph Stiglitz, Il prezzo della disuguaglianza, Einaudi, Torino, 2014, pag. XI prefazione
[3] Giacomo Gabellini, I brindisi dell’élite di Wall Street a Donald Trump, Osservatorio Globalizzazione, 27 dicembre 2019
[4] Aldo Giannuli, Uscire dalla crisi è possibile, Ponte alle Grazie, Milano, 2012, pag. 160
[5] Maurizio Franzini, Marco Pianta, Disuguaglianze – Quante sono, come combatterle, Laterza, Bari, 2016, pag. 96-101
[6] Maurizio Franzini, Marco Pianta, Disuguaglianze – Quante sono, come combatterle, Laterza, Bari, 2016, pag. 8
[7] Massimo Fini, La Ragione aveva torto?, in La modernità di un antimoderno, Marsilio, Venezia, 2016, pag. 135-136
[8] Maurizio Franzini, Marco Pianta, Disuguaglianze – Quante sono, come combatterle, Laterza, Bari, 2016, pag. 130
[9] David Harvey, Breve storia del neoliberismo, Il Saggiatore, Milano, 2007, pag. 42
[10] David Harvey, Breve storia del neoliberismo, Il Saggiatore, Milano, 2007, pag. 96

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