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Commemorazione eccidio di Sant'Anna di Stazzema 2020- COMUNICATO CNDDU


Il Coordinamento Nazionale dei Docenti della Disciplina dei Diritti Umani intende ricordare il 76°
anniversario dell’Eccidio nazifascista di Sant’Anna di Stazzema, paesino dell’Alta Versilia, in cui
furono barbaramente trucidate 560 persone.

La Strage commessa il 12 agosto 1944 dai soldati nazisti del Battaglione “Galler”, ovvero il
battaglione del 35° reggimento della 16° Panzer-Grenadier-Division “Reichsfuhrer-SS”,
comandata dal generale Max Simon e dagli austriaci con l’ausilio di bande di collaborazionisti
fascisti, non fu una rappresaglia, ma un vero e proprio atto terroristico premeditato contro la
popolazione inerme di un borgo della montagna Toscana simbolo limpido della Resistenza.
Qui la bestialità nazista, alle prime luci dell’alba del 12 agosto, si manifestò in modo terrificante.
Dopo aver programmato l’operazione letale, i soldati arrivarono nel paese divisi in tre squadre
spietate. Gli uomini si rifugiarono nei boschi per non essere deportati, mentre bambini, donne e
anziani restarono nelle loro case. I carnefici circondarono il paese, poi presero gli abitanti di
Sant’Anna dai loro letti e li trascinarono nelle stalle e nelle cucine, per ucciderli a colpi di fucile e di
bombe a mano. 

Dopodiché, incendiarono e distrussero le loro abitazioni per eliminare qualsiasi
traccia della loro esistenza. Infine, trascinarono le rimanenti persone nella piazza della chiesa e,
dopo aver puntato addosso alle vittime le canne dei mitragliatori, iniziarono la carneficina che era
stata studiata a tavolino. Nessuna pietà per quei corpi di donne, bambini e anziani che cadevano
sotto i loro colpi senza avere neppure il tempo di affidare le loro paure al cielo. Neppure il tempo di
gridare ebbero le vittime innocenti. L’ordine impartito dai gerarchi nazisti che gli uomini della
morte stavano eseguendo era chiaro: distruggere qualsiasi forma di vita umana nel borgo toscano
per impedire ogni collegamento fra i civili e le formazioni partigiane, molto attive, presenti nella
zona. Fu così. Ai nazisti, come sempre, non bastò la catasta di corpi morti che riempì in poco tempo
la piazza della chiesa, non bastò la puzza di carne bruciata che annerì l’aria e impediva di respirare.
Il rituale macabro della morte in atto doveva raggiungere livelli di brutalità che l’uomo mai
dovrebbe toccare. E così, il rogo a pochi passi dalla casa di un Dio impotente fu il punto più alto
dell’anti-umanità. Panche della chiesa, legno di ogni genere, stracci, materassi presi dalle case, tutto
faceva comodo per far divampare fiamme e odio. E infine, il solito macabro suono di organetti, le
stesse canzoni esaltate e nuovi rumori di spari vicini e lontani. Sant’Anna di Stazzema smise di
vivere alle 11. Si salvarono pochi bambini nascosti in posti di fortuna.
Sono passati 60 anni prima del processo. Il 20 aprile 2004, nel Tribunale Militare di La Spezia fu
celebrato un processo per i responsabili di questo crimine. Dieci anni prima, invece, nel 1994 fu
trovato un armadio a Palazzo Cesi, protetto da un cancello, chiuso a chiave, con le ante rivolte verso
il muro, negli archivi della procura generale militare di Roma, dentro l’armadio furono trovati 695
fascicoli sui crimini di guerra commessi dai nazifascisti dopo l’8 settembre del 1943 e 415 nomi dei
colpevoli. Erano nell’ “Armadio della vergogna”.

 Finalmente al processo del 2005 scattarono 10
ergastoli per 10 ex appartenenti alle SS., ma alcuni condannati data la loro età e il loro stato di
salute, hanno potuto invecchiare liberi senza scontare in carcere la pena.
Tra i massacratori della Strage c’erano anche degli italiani, lo dimostra una targhetta, che ora è nel
Museo di Stazzema, con la scritta “Stalag IB-NR 749 I” (è la matricola di un soldato italiano), ma
l’hanno confermato anche Alda e Ada Battistini, allora adolescenti, che bloccate da un gruppo di
miliziani non solo sentirono parlare perfettamente la lingua italiana, ma riconobbero anche la
parlata locale. Questo perché entrò in azione un discreto numero di collaborazionisti, almeno una
quindicina. E guidarono i nazisti per le impervie mulattiere che portavano a Sant’Anna.
Per ricordare tanta barbarie si è realizzato il Parco della Pace, con un imponente memoriale ed
ossario delle vittime, assieme ad un magnifico Museo, con amplissima documentazione storica e
materiale filmico che viene proiettato ad ogni visita. Inoltre, all’ombra dei platani che circondano la

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chiesa è stato collocato il cippo commemorativo con i nomi delle innocenti vittime dove lo scorso
febbraio il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, in una solenne cerimonia, ha deposto una
corona di alloro contornata dal tricolore italiano.
Il CNDDU, impegnato nella giusta battaglia della conservazione della memoria storica, invita tutti a
conservare il ricordo di tale strage, perché dall’oblio possono farsi strada pericolosamente
revisionismi e ignoranza. È giusto invece rendere omaggio, anche solo con la forza del ricordo, alle
560 vittime innocenti sterminate quella mattina di agosto. Per tale ragione, invitiamo i colleghi
docenti della scuola italiana Secondaria di I e II grado a inserire nelle programmazioni scolastiche
relative alle uscite didattiche e ai viaggi d’istruzione una visita di pellegrinaggio a Sant’Anna di
Stazzema. Sono sempre più numerose le scuole provenienti da tutta Europa, e non solo, che ogni
anno si recano nel luogo della strage per meditare sulle tragedie ed auspicare un futuro di pace per
tutti.
È importante per i nostri studenti cogliere e interpretare il messaggio che dopo 76 anni è ancora
scolpito in ogni pietra del borgo dell’Eccidio, messaggio che grazie al nostro impegno rimarrà
imperituro per sempre. È importante fare in modo che mai s’interrompa il dialogo con il nostro
passato e quel ponte fondamentale tra la storia di ieri e la storia di oggi perché ci permette di tenere
viva la memoria anche per fermare le derive xenofobe e razziste che attualmente, purtroppo, ancora
riemergono.

Prof.ssa Rosa Manco
CNDDU

Segnalazioni in merito alle utilizzazioni ed assegnazioni provvisorie 2020, COMUNICATO CNDDU


Il Coordinamento Nazionale dei Docenti della Disciplina dei Diritti Umani, in vista delle operazioni
di mobilità (utilizzazioni e assegnazioni provvisorie) e delle lettere giunte in merito, invita i
Governatori delle Regioni Meridionali, le associazioni sindacali ed il Ministro dell’Istruzione a
prendere atto delle problematiche reali esistenti (crescita curva dei contagi COVID 19) per il
personale fuori sede (“esiliati l. 107/2015; docenti di ruolo per molti anni in servizio lontani dalla
regione di provenienza) ed a concedere il riavvicinamento presso la propria residenza.
Ricordiamo da quanto emerge dalle segnalazioni e dai dati dei trasferimenti interprovinciali che le classi di
concorso più penalizzate sono: A046 – discipline giuridiche ed economiche; A045 – discipline economiche
ed aziendali e scuola primaria.

Troviamo molto significativa la testimonianza di una prof.ssa appartenente alla classe di concorso A046
residente in Calabria, la quale scrive:
(…) Lo faccio da docente “qualificata”, mi sia consentito dire, perché docente di diritto, vieppiù con lunga
esperienza maturata nella professione forense e quindi con l’approccio di chi conosce le difficoltà
burocratiche che si devono affrontare quotidianamente.
È noto il dramma dell’emigrazione forzata dei docenti, che dal sud del Paese, in forza di un perverso e tuttora
incomprensibile meccanismo introdotto con la famigerata L. 107/2015 sono stati “smistati e spediti” in ogni
dove d’Italia, per la gran parte a distanze di ben oltre 1000 km dalla propria casa e famiglia.
Docenti che da quel 2015 stanno tentando ogni anno di rientrare nella propria terra d’origine, senza tuttavia
riuscirci.
Docenti che, per la gran parte in avanzata età (prevalentemente ultracinquantenni), hanno dovuto
riorganizzare la propria vita e che, oltre al proprio lavoro, riversano in altri territori anche le proprie risorse
economiche, frutto di quel lavoro.
Orbene nel mese di settembre ormai prossimo l’anno scolastico dovrà necessariamente ripartire, con uno
scenario che - a distanza di ormai soli due mesi - non ci è dato ancora conoscere e, ancora peggio, non è dato
sapere a chi deve affrontare l’apertura delle scuole in tutta sicurezza.
Tra le tante problematiche, non può essere trascurata quella riguardante i docenti della Calabria che, al fine
di mantenere i rapporti con le proprie famiglie, dovranno continuare a fare la spola tra Sud e Nord con una
frequenza media di ogni 15 giorni, lasciando i propri figli, mariti e genitori.
Docenti che quindi dovranno sopportare ed affrontare viaggi, ovviamente in sicurezza, con tutte le croniche
difficoltà nei mezzi di trasporto e nei collegamenti, di cui la Calabria è purtroppo ancora oggi
drammaticamente carente, difficoltà che addirittura oggi risultano aggravate in conseguenza della Pandemia
Covid-19, che oltretutto ha determinato anche un incremento dei costi, già elevatissimi.
Ebbene credo che questo sia il momento appropriato per cogliere le opportunità che, nonostante tutto, questa
situazione di emergenza ci può offrire:
quella di sollecitare, a livello statale, incentivandolo, l’insegnamento delle discipline giuridiche-economiche
nelle scuole di ogni ordine, grado e indirizzo, affidandolo ai docenti più qualificati per lo scopo e che
pertanto hanno già acquisito quella specifica “formazione” oggi richiesta dalla L. 92/2019 per
l’insegnamento della c.d. “Educazione Civica”, quelli cioè della classe di concorso A046, che è oltretutto in
esubero nazionale, sicché a tutt’oggi molti di essi si trovano “parcheggiati” nelle aule docenti dei vari Istituti
d’Italia ed utilizzati all’occorrenza;
allo stesso tempo, quella di far rientrare nei territori di provenienza i docenti esodati e consentire, attraverso
un potenziamento degli organici, di far partire il nuovo a.s. avvalendosi, eventualmente anche per la
turnazione (che è un concreto scenario possibile), di tali risorse.

In tal modo si darebbe una risposta a diverse esigenze:
quella di consentire agli studenti di poter iniziare e svolgere il nuovo a.s. con una innovativa modalità che sia
confacente alle esigenze di tutela della salute ed al contempo della istruzione e, in considerazione del numero
di alunni per classi, che dovrà essere necessariamente ridotto, aumentare il numero dei posti (organico di
fatto) che verranno destinati dai Dirigenti Scolastici alle assegnazioni provvisorie;
quella di arricchire l’istruzione degli studenti degli insegnamenti afferenti alla Cittadinanza e Costituzione, di
cui oggi quanto mai è emersa l’esigenza proprio in relazione alla pandemia in atto.

Quella di ricongiungere i docenti alle proprie famiglie, ricostituendo e rinsaldando quel vincolo di legami che
oggi più di ieri, a causa dei necessari limiti alle relazioni interpersonali, rappresenta il baluardo minimo della
socialità ed affettività;
ed infine quella di valorizzare sul territorio di provenienza le risorse umane ed economiche che tali docenti
rappresentano e impiegare in Calabria le risorse economiche dei docenti stessi, che altrimenti, obtorto collo,
resterebbero destinate al Nord.”

Il CNDDU considera urgente e non più derogabile la risoluzione di tali problematiche in modo vantaggioso,
in ordine a molteplici motivi più volte illustrati, per l’intero Paese; diversamente sarebbe apprezzabile fornire
i motivi che ostano l’appianamento di una questione da troppo tempo accantonata.

prof. Romano Pesavento
Presidente CNDDU

9,11,29,30 agosto 2020, Maratona digitale per la legalità. Uniti contro le mafie"- COMUNICATO CNDDU


Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani intende ricordare le figure del giudice
Antonio Scoppelliti, del dott. Paolo Giaccone, del commerciante del settore tessile Vincenzo Spinelli e
dell'imprenditore Libero Grassi, vittime della mafia, attraverso un’iniziativa denominata “Maratona digitale
per la legalità. Uniti contro le mafie”, che prevederà durante le date del 9,11,29,30 agosto 2020, da parte di
tutti coloro che intendano aderire, la possibilità di postare o inviare al CNDDU le proprie riflessioni in
merito alle tematiche proposte.

 Le considerazioni e i contributi, anche grafici, saranno raccolti in un e-book,
che verrà pubblicato sul sito e sarà dedicato alla memoria delle vittime e martiri per la legalità.
Antonio Scoppelliti fu assassinato il 9 agosto del 1991, mentre si ritirava dal mare con due colpi alla testa
sparati da fucili calibro 12 caricati a pallettoni. Si era occupato di vari maxi processi, di mafia e di terrorismo
(caso Moro, sequestro dell'Achille Lauro, Strage di Piazza Fontana e Strage del Rapido 904).
Paolo Giaccone, docente universitario e consulente per la medicina legale per il palazzo di giustizia, si rifiutò
di cambiare l’esame dattiloscopica di un'impronta digitale che incastrava un noto killer mafioso. Il suo
omicidio avvenne l’11 agosto 1982 mentre si recava all'istituto di medicina legale di Palermo.
Libero Grassi venne ammazzato da Cosa Nostra il 29 agosto 1991con quattro colpi di pistola mentre si reca a
piedi al lavoro. Il 14/02/1992 gli viene conferita la Medaglia d'oro al valor civile con la motivazione:
L'imprenditore siciliano, consapevole del grave rischio cui si esponeva, sfidava la mafia denunciando
pubblicamente richieste di estorsioni e collaborando con le competenti Autorità nell'individuazione dei
malviventi. Per tale non comune coraggio e per il costante impegno nell'opporsi al criminale ricatto rimaneva
vittima di un vile attentato. Splendido esempio di integrità morale e di elette virtù civiche, spinte sino
all'estremo sacrificio.”

Vincenzo Spinelli contrastò la logica del ricatto estorsivo mafioso e per questo fu ucciso dai sicari della
mafia il 30 agosto del 1991.
Eroi, martiri oppure semplici cittadini che hanno nobilitato i valori della cittadinanza attiva, della giustizia,
del senso civico e della legalità. Esempi da seguire per i nostri giovani.
L'importante è avere la coscienza di fare il proprio dovere (A. Scoppelliti).
Non avendo intenzione di pagare una tangente alla mafia, decisi di denunciarli(Libero Grassi)

Prof. Romano Pesavento
presidente CNDDU

Commemorazione stragi Bologna e Italicus- COMUNICATO CNDDU


L’ordigno esplose nella sala d’attesa di seconda classe della stazione causando il crollo dell’ala Ovest,
distruggendo una trentina di metri di pensilina e il parcheggio dei taxi antistante lo scalo ferroviario, e
causando la morte di ottantacinque persone e il ferimento di oltre duecento. I ventitre chilogrammi di
esplosivo si trovavano in una valigia sistemata su un tavolino portabagagli, nella sala d’attesa gremita di
persone. Insieme alla vita di tante vittime innocenti e casuali, si fermò anche la speranza di un futuro più
sereno dopo il sangue incolpevole versato negli Anni di piombo.

Appena 6 anni prima della Strage di Bologna, un altro attentato dinamitardo si era verificato tra il 3 e il 4
agosto sul treno Italicus, mentre transitava in provincia di Bologna. Nella strage morirono 12 persone. Anche
per questo attentato furono incriminati esponenti del Neofascismo italiano i quali miravano ad uccidere Aldo
Moro che grazie ad un imprevisto di lavoro scese dal treno poco prima e scampò alla morte. L’attentato
dell’Italicus, insieme alla Strage di piazza Fontana (1969), alla Strage della Loggia (1974) e alla Strage di
Bologna (1980), è considerato uno dei più gravi attentati verificatisi negli Anni del Terrorismo.
Ritornando a Bologna, la strage fu un dolore corale perché quel lutto apparteneva a tutti. Subito dopo
l’esplosione, prima di potersi disperare e poter metabolizzare il lutto, l’Umanità fu più forte del Terrore che
gli stragisti volevano determinare. Tutti a vario titolo presero parte ai soccorsi. L’autobus di linea
Trentasette, che è diventato uno dei simboli della reazione immediata e spontanea della collettività alla
bomba che dilaniò il luogo-simbolo della vita e delle relazioni di una intera città, fu subito adibito al
trasporto delle salme.

 Fu smontato, infatti, l’arredamento interno per agevolare il trasporto di morti e feriti
estratti dalle macerie. La città rispose in massa a quell’attacco di mani ignote: non c’era tempo per la
disperazione, era richiesta solidarietà e compassione. Probabilmente gli uomini del Terrore si aspettavano
un’altra reazione. Ma Bologna non fu scomposta, né violenta. I viaggiatori superstiti e i cittadini accorsi
prestarono assistenza alle vittime, le auto private cominciarono la spola con gli ospedali per il trasporto dei
feriti. Bologna ebbe la forza di reagire. Soprattutto non mostrò di volersi allontanare dalle istituzioni
democratiche.
Fu una tragedia anomala che all’inizio non sembrava rientrare nella cosiddetta “Strategia della tensione”
perché la stagione stragista, inaugurata con piazza Fontana, sembrava ormai uno spettro del passato. Dopo la
morte di Aldo Moro, due anni prima, e l’eliminazione di ogni possibilità di apertura al Partito Comunista
Italiano, la situazione politica interna era meno convulsa, anzi sembrava essersi stabilizzata. L’attentato
terroristico di Bologna sembrava, quindi, mancare di quel fine ideologico che aveva caratterizzato gli anni
precedenti.
Il presidente della Repubblica Sandro Pertini si recò sul posto quello stesso pomeriggio, per rendersi conto
personalmente della tragicità dell’accaduto. “Non ci sono parole che possano esprimere il mio stato
d’animo. È una cosa straziante!”, con queste poche e sincere parole il Padre della Patria accarezzò una città
martoriata.
Il giorno dei funerali si raccolsero 500 mila persone a San Petronio. Sul sagrato della chiesa vi erano tutti
gli uomini delle istituzioni con gli occhi bassi e la fascia tricolore. A parlare in Piazza Maggiore, nel silenzio
e nel dolore collettivo, fu il sindaco della città. Dopo la bomba alla stazione di Bologna anche l’Arte si
mobilitò: Renato Guttuso realizzò un quadro dando all’opera lo stesso titolo di un’incisione di Francisco
Goya: Il sonno della ragione genera i mostri.
La vicenda giudiziaria fu lunga e complicata. Nel 1995 si giunse alla sentenza definitiva che condannò
all’ergastolo i neofascisti dei Nuclei armati Rivoluzionari (NAR) Giuseppe Valerio Fioravanti, arrestato in un
covo a Padova un anno dopo la strage, e Francesca Mambro, e a 10 anni, condannati per depistaggio, Licio
Gelli della Loggia massonica P2 e altre 3 persone. Nonostante la magistratura abbia concluso il suo percorso
individuando gli esecutori materiali dell’orribile mattanza, la Strage di Bologna resta uno degli episodi più
tristi della storia italiana.
Il CNDDU ritiene sia di fondamentale importanza far conoscere alle nuove generazioni le dinamiche sociali,
politiche ed economiche e gli eventi storici che colpirono l’Italia tra gli anni ‘60 e gli anni ’80 del Novecento
perché questi ultimi, purtroppo, ancora non costituiscono punti fermi nella memoria del Paese. I giovani
spesso confondono le matrici delle stragi o conoscono solo gli accadimenti più eclatanti. Mentre, invece, la
storia dell’Italia repubblicana avrebbe bisogno di essere assimilata come narrazione condivisa e consapevole
della storia nazionale.

“Viva l’Italia, l’Italia del 12 dicembre…l’Italia che resiste” cantava Francesco De Gregori già nel 1979.
“Qualcuno era comunista perché piazza Fontana, Brescia, la stazione di Bologna, l’Italicus, Ustica…”
cantava Giorgio Gaber nel 1991. Forniamo ai nostri studenti qualche strumento in più per comprendere
questi testi e tanti altri, i fatti salienti del periodo in questione e i pericoli di un estremismo, figlio della
violenza, che ha mandato in frantumi anni di lotte per la libertà e la giustizia. Per tali ragioni creiamo nelle
nostre scuole una forma memoriale affinché le tematiche che stiamo affrontando siano presenti negli ambiti
di formazione, affinché Stragismo e Terrorismo non siano solo dipanati in ambito giudiziario, ma siano
monito alle nuove generazioni, affinché pagine della storia repubblicana del Nostro Paese non siano sospese
tra cronaca e oblio.
Ricordare l’Italia delle stragi significa non smettere di abbracciare idealmente le famiglie delle innocenti
vittime, significa esorcizzare la violenza ed educare le nuove generazioni al dialogo e alla cittadinanza
democratica e significa soprattutto rispettare e amare il proprio Paese.

Prof.ssa Rosa Manco
Coordinamento Nazionale dei Docenti della Disciplina dei Diritti Umani

Commemorazione di Rocco Chinnici e di Beppe Montana vittime della Mafia- COMUNICATO CNDDU


Commemorazione del magistrato Rocco Chinnici e del commissario Beppe Montana vittime della Mafia 

Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani intende ricordare alcuni eroici
esponenti della lotta alla mafia: il giovane commissario della squadra mobile sezione "Catturandi" Beppe
Montana (33 anni), ucciso, mentre ritornava da una gita in mare, dai colpi di una 357 Magnum e di una
calibro 38, in data 28 luglio 1985 a Porticello di Santa Flavia e il capo dellUfficio Istruzione di Palermo
Rocco Chinnici, assassinato giorno 29 luglio 1983, alle 8 del mattino, insieme al maresciallo dei carabinieri
Mario Trapassi, all'appuntato Salvatore Bartolotta, componenti della scorta del magistrato, e al portiere dello
stabile di via Pipitone Federico, Stefano Li Sacchi.

Entrambi i due autorevoli personaggi avevano inferto colpi mortali a Cosa Nostra; essi guardavano lontano
ed avevano inaugurato tecniche investigative e strategie d’indagine “olistiche”: comprendevano le
interrelazioni tra affari loschi e business d’alto rango. I colpevoli venivano inchiodati da una rete di indizi,
prove e testimonianze allineate con metodo e logica fuori dal comune. Divenne così evidente il rapporto
strettissimo tra malavita e classi dirigenti. Le banche andavano setacciate e monitorate; da lì una pista si
sarebbe creata ed avrebbe condotto ai grandi burattinai, che spesso sceglievano la via della latitanza e
scovarli in un territorio omertoso, in cui erano all’ordine del giorno le estorsioni, le minacce, il controllo
degli appalti, ma anche gli omicidi, la corruzione, le intimidazioni, non solo non era semplice ma
condannava a una fine terribile. Per la prima volta si utilizzò esplosivo nei confronti di un uomo dello Stato
(Rocco Chinnici): un tale gesto così feroce denotava la barbarie vendicativa dei boss, ma nel contempo
esprimeva quasi il desiderio di annientare completamente ogni traccia fisica di colui che avesse osato sfidare
un sistema potentissimo e intoccabile.
“La mafia è stata sempre reazione, conservazione, difesa e quindi accumulazione della ricchezza. Prima era
il feudo da difendere, ora sono i grandi appalti pubblici, i mercati più opulenti, i contrabbandi che percorrono
il mondo e amministrano migliaia di miliardi. La mafia è dunque tragica, forsennata, crudele vocazione alla
ricchezza. [...] La mafia stessa è un modo di fare politica mediante la violenza, è fatale quindi che cerchi una
complicità, un riscontro, una alleanza con la politica pura, cioè praticamente con il potere. Se lei mi vuole
chiedere come questo rapporto di complicità si concreti, con quali uomini del potere, con quali forme di
alleanza criminale, non posso certo scendere nel dettaglio. Sarebbe come riferire della intenzione o della
direzione di indagini” (Rocco Chinnici)
Chinnici intuì che i cugini Nino ed Ignazio Salvo, “i cugini Salemi”, con il controllo delle esattorie della
regione, attraverso la “Satris”, gestivano una quantità di denaro enorme da impiegare in attività illecite.
Aveva rapporti di amicizia e collaborazione con il commissario Boris Giuliano, il procuratore Gaetano
Costa, il magistrato Cesare Terranova e il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, con il quale sostenne la
futura legge n. 646 /82 (chiamata "Rognoni-La Torre") che introduceva l’articolo 416 bis (delitto di
associazione a delinquere di stampo mafioso). Istituì il pool antimafia, circondandosi di magistrati
coraggiosi, determinati e capaci (Giovanni Falcone; Paolo Borsellino; Giuseppe Di Lello); lavorare in team
significò scambiare informazioni e deduzioni in gruppo, raggiungendo la sincronia e compiutezza
impareggiabili di un meccanismo da orologio di altissima precisione. Proprio per tale motivo doveva essere
eliminato.
Beppe Montana, amico, collaboratore di Boris Giuliano e del giudice Antonino Cassarà, contribuiva alle
indagini e arresti di personaggi latitanti altamente pericolosi (rapporto denominato come “Michele Greco +
161”; “Blitz di San Michele”, maxi retata che aveva portato in gabbia 600 mafiosi).
La motivazione della medaglia d’oro al valor civile racconta perfettamente quale fosse la tempra morale del
commissario: “Sprezzante dei pericoli cui si esponeva nell'operare contro la feroce organizzazione mafiosa,
svolgeva in prima persona e con spirito d'iniziativa non comune, un intenso e complesso lavoro investigativo
che portava all'identificazione e all'arresto di numerosi fuorilegge. Sorpreso in un agguato, veniva
mortalmente colpito da due assassini, decedendo all'istante. Testimonianza di attaccamento al dovere spinto
fino all'estremo sacrificio della vita”.
IL CNDDU propone come attività didattica afferente alla tematica in oggetto, l’utilizzazione del cooperative
learning per sviluppare e potenziare le capacità del singolo in rapporto al gruppo, al fine di rendere più
efficace il raggiungimento di un obiettivo comune; attraverso l’apporto delle qualità specifiche di ciascuno,
ispirandosi proprio alla compatta sinergia del pool antimafia, i team di studenti potrebbero realizzare una
serie di simulazioni / prodotti multimediali / ricerche relative ai successi dello Stato contro l’illegalità nelle
loro regioni.
“in ogni caso sono i giovani che dovranno prendere domani in pugno le sorti della società, ed è quindi giusto
che abbiano le idee chiare. Quando io parlo ai giovani della necessità di lottare la droga, praticamente indico
uno dei mezzi più potenti per combattere la mafia. In questo tempo storico infatti il mercato della droga
costituisce senza dubbio lo strumento di potere e guadagno più importante.

 Nella sola Palermo c'è un
fatturato di droga di almeno quattrocento milioni al giorno, a Roma e Milano addirittura di tre o quattro
miliardi. Siamo in presenza di una immane ricchezza criminale che è rivolta soprattutto contro i giovani,
contro la vita, la coscienza, la salute dei giovani. Il rifiuto della droga costituisce l'arma più potente dei
giovani contro la mafia.” (Rocco Chinnici)

Prof. Romano Pesavento
presidente CNDDU

Reclutamento personale docente- COMUNICATO CNDDU


Il Coordinamento Nazionale dei Docenti della disciplina dei Diritti Umani vuole esprimere alcune riflessioni
circa la situazione relativa alle criticità inerenti alla riapertura dell’anno scolastico e al reclutamento del
personale docente.

In particolare cominciano ad emergere alcune posizioni che rischiano di alterare profondamente le procedure
organizzative della pubblica amministrazione rispetto agli obiettivi costituzionali, fondamenta della nostra
democrazia.
Le impellenti esigenze che, nell’interesse del buon andamento dell’Amministrazione scolastica,
suggeriscono un necessario e urgente intervento di stabilizzazione dei precari storici della scuola e le
perplessità sulle modalità della riapertura non devono rappresentare occasione di ulteriori attriti di categorie.
La stabilizzazione non esclude la procedura concorsuale ma ne prevede specifiche caratteristiche che non
ostano al buon andamento e all’imparzialità della pubblica amministrazione né si pongono in contrasto con le
disposizioni contenute nell’art. 97 Cost.

Essa, anzi, è un rimedio che la Pubblica Amministrazione è chiamata a mettere in atto per ovviare alla
perdurante violazione dei principi costituzionali posti alla base dell'organizzazione e del funzionamento delle
amministrazioni (imparzialità e buon andamento) e mettere fine all’abuso del precariato fatto negli anni
passati con l’utilizzo del lavoro flessibile per esigenze permanenti legate al fabbisogno ordinario della
scuola.
Qualsiasi soluzione al precariato e alla carenza di personale docente, però, non può rappresentare occasione
per promuovere proposte anticostituzionali sul reclutamento tese all’ulteriore impoverimento di tutele e
garanzie nei confronti dei docenti della scuola pubblica italiana.

I docenti, come i dirigenti, sono assunti per concorso per garantire l’accesso diffuso, imparziale e meritevole
ai due ruoli e l’ “inciampo” sui concorsi dovuto ai ritardi, alle irregolarità e alle illegittimità è indice di
crescente esigenza di controllo e garanzia dell’imparzialità, della regolarità e della omogeneità delle
procedure di assunzione da parte dello Stato.
Esigenza incompatibile con l’affidamento esclusivo delle assunzioni alla discrezionalità del dirigente
scolastico.
Gli stessi dirigenti sono assunti per concorso e le cronache dell’ultima procedura non sono certo confortanti.
Non crediamo che il nodo sia il metodo concorsuale, bensì la sua gestione in coerenza con tutti i principi
costituzionali che costituiscono paradigma indefettibile di ogni agire della pubblica amministrazione.

prof.ssa Veronica Radici
CNDDU

Omicidio del collaboratore ONU Mario Paciolla- COMUNICATO CNDDU


Il Coordinamento Nazionale dei Docenti della Disciplina dei Diritti Umani si stringe attorno alla
famiglia di Mario Paciolla, il giovane napoletano collaboratore ONU, assassinato il 15 luglio scorso
in Colombia dove lavorava a un progetto umanitario per la pacificazione interna tra governo locale
ed ex ribelli delle Forze armate rivoluzionarie colombiane (Farc).

Era dal 2018 che Paciolla lavorava alla missione ONU per il reinserimento dei guerriglieri Farc nel
tessuto sociale colombiano. Sia il distretto, dove lavorava il giovane operatore umanitario, che la
città venivano considerati dalle autorità colombiane e italiane ad alto rischio. E questo rischio,
pochi giorni prima della sua morte, Mario lo aveva compreso tutto. Accanto a pericoli che ormai
sapeva di correre, c’era qualcosa in più che lo turbava e lo metteva in uno stato di grande
sofferenza e agitazione. Ne è sicura la madre, che racconta l’angoscia di suo figlio avvertita nelle
ultime telefonate.

“Mamma devo tornare a Napoli, devo assolutamente venire a bagnarmi nelle acque di Napoli, a
casa”, dopo il desiderio di ritorno al proprio tetto, alle proprie radici, Mario comunica finalmente a
sua madre, nel giro di pochissimi giorni, che ha trovato un biglietto aereo per tornare. Sarà a casa
il 20 luglio. Ma in Italia, nella sua amata Napoli, dalla sua famiglia non tornerà più. La famiglia
Paciolla alle ore 18 del 15 luglio riceverà soltanto una telefonata da una avvocatessa del Sud
America la quale comunicherà che il figlio si è impiccato nella sua casa a 650 km circa da Bogotà.
Ovviamente l’ipotesi di suicidio, avanzata in un primo momento, non convince le autorità italiane.
Troppi elementi non tornano. A cominciare dal biglietto aereo prenotato per il ritorno in patria
così tanto atteso. Il ragazzo aveva inoltre comunicato a diversi amici di sentirsi in pericolo. Era
certamente piena di insidie la sua attività lavorativa finalizzata alla riqualificazione di aree
utilizzate dal narcotraffico. In quei giorni, aveva inoltre accompagnato il sindaco di San Vincente e
il governatore della regione di Caquetà in alcuni villaggi del luogo per incontrare ex guerriglieri
pronti ad aderire al programma di pacificazione dell’ONU. Ma sono soprattutto le condizioni in cui
è stato trovato il suo corpo a destare i maggiori sospetti e a far emergere tutte le incongruenze di
questa morte misteriosa già diventata un caso internazionale: i numerosi tagli sono incompatibili
con l’ipotesi del suicidio. Solo i risultati dell’autopsia, che tra pochi giorni arriveranno, potranno far
luce su questa orribile storia piena di ombre, dove si salva solo il sogno di un giovane sostenitore e
collaboratore dell’ONU “totalmente votato alla legalità”, come afferma con dolore e orgoglio sua
madre.
Al CNDDU sta a cuore far conoscere la storia bella, poi diventata dramma, di un ragazzo perbene,
di un nostro connazionale partito con uno zaino sulle spalle pieno solo di quel che per lui
veramente contava: una laurea in Scienze Politiche con indirizzo in Relazioni internazionali per
operare con le giuste competenze, la sua sincera vocazione di cancellare le ingiustizie in un Paese
bisognoso di stabilità civile e politica, e soprattutto l’attaccamento viscerale all’Onu, ai suoi valori,
ai suoi progetti di Pace. Ed era per le Nazioni Unite che Mario si trovava nel paese sudamericano in
qualità di osservatore per la verifica dei risultati dei progetti.

Mario era un ragazzo semplice ed estroverso, che aveva giocato a basket nel Rione Alto, nella
Napoli bene dove era cresciuto, e che aveva viaggiato da sempre per missioni umanitarie. Aveva
vissuto per parecchi anni tra Francia, Giordania, India e Argentina. Dal 2018 era in Colombia, dove
era rimasto nonostante l’avvento della pandemia di Coronavirus. Era cauto, Mario. Era esperto,
Mario. Addolora tutti sapere che è stato trovato senza vita in un poverissimo quartiere
colombiano, ricoperto di strani tagli e lesioni che fanno pensare alle peggiori torture. Per tale
ragione l’Ambasciata italiana e l’ONU sono in costante contatto con la famiglia che addolorata
attende, insieme alle notizie del figlio, un volo per poter raggiungere la Colombia.
La Farnesina vuol vederci chiaro, e per questo insieme all’ambasciatore italiano Gherardo
Amaduzzi, ha chiesto l’intervento dello Scip, il Servizio di cooperazione internazionale della Polizia
che già in passato ha collaborato con le autorità colombiane. Sempre la Farnesina ha predisposto
un volo per Bogotà con il quale i familiari del volontario potranno rivedere il corpo del giovane
prima del rimpatrio in Italia. Intanto, associazioni umanitarie, parenti ed amici hanno lanciato una
petizione su Change.org, insieme all’Hashtag #IOSTOCONMARIOPACIOLLA, per chiedere verità
sulla morte di Mario. Anche la Rete Accademica Europea per la Pace in Colombia chiede verità e
giustizia invitando ad aderire all’iniziativa.
Il CNDDU si unisce al coro di chi è impegnato a debellare la sistematica violazione dei Diritti Umani
in molti paesi, per tale ragione attende di conoscere la verità sulla morte del giovane volontario
impegnato per la libertà e per i diritti degli oppressi, e auspica, quindi, un intervento efficace da
parte delle autorità italiane, in collaborazione con quelle colombiane, affinché venga fatta
chiarezza sull’accaduto, svolgendo le opportune indagini e battendosi in favore dei diritti della
persona per conoscere la causa della morte di un giovane, impegnato nel sociale come pochi, che
rappresenta davvero l’orgoglio della gioventù italiana e non solo.

Prof.ssa Rosa Manco
CNDDU

Anniversario omicidio di Boris Giuliano- COMUNICATO CNDDU


Il Coordinamento Nazionale dei Docenti della Disciplina dei Diritti Umani in
occasione del 41° anniversario dell’omicidio di Boris Giuliano, Capo della Squadra
Mobile di Palermo, ucciso dalla Mafia il 21 luglio del 1979, intende portare alla
memoria di tutti la figura del più valoroso funzionario di pubblica sicurezza che ha
pagato con la vita il suo coraggio e la sua dedizione ai più alti ideali di giustizia.
Boris Giuliano è stato uno dei più grandi investigatori italiani. La sua lunga e onorata
carriera nella Polizia dello Stato raggiunse la vetta quando divenne Capo della
Squadra Mobile di Palermo, incarico che ricopriva quando fu ucciso una mattina di
fine luglio mentre pagava il caffè in un bar di via Di Blasi a Palermo. Giuliano fu
freddato vigliaccamente alle spalle da una raffica di pallottole sparate da Leoluca
Bagarella, cognato di Totò Riina. Ovviamente era armato Giuliano, aveva infatti con
sé due pistole che sapeva usare molto bene, per questo il mafioso ritenne opportuno
colpire alla schiena per impedire che il commissario si difendesse.
A chi aveva pestato i piedi Boris Giuliano? Perché Cosa Nostra mise gli occhi
addosso su di lui? Sono 41 anni che le risposte a queste domande si arricchiscono
sempre più di nomi, vicende e dettagli. Si occupò di molti casi il commissario
siciliano, nel 1970 indagò, insieme ai Carabinieri e a Carlo Alberto Dalla Chiesa,
sulla misteriosa scomparsa del giornalista De Mauro. Ma le ultime indagini
sull’Omicidio Giuliano pongono l’accento sul ritrovamento di due valigette
contenenti 500.000 dollari all’aeroporto di Palermo-Punta Raisi. Tale somma di
danaro si scoprì essere il pagamento di una partita di eroina sequestrata all’aeroporto
J. F Kennedy di New York. Da questo momento in poi la macchina investigativa di
Palermo guidata da Giuliano lavorò senza sosta, qualificandosi come la più dolorosa
spina nel fianco di Cosa Nostra in quegli anni. Ma la Mafia questa spina dal fianco
voleva toglierla e in breve tempo.
Iniziarono così ripetute minacce anonime, attraverso telefonate al centralino della
questura di Palermo. Nulla, però, fermò il suo senso di giustizia e, pur operando in un
contesto pregno di pericoli e nemici, individuò e arrestò i più pericolosi delinquenti
appartenenti ad organizzazioni mafiose a livello internazionale. Mentre costruiva
sempre più importanti rapporti con la DEA americana per arrivare al traffico
internazionale di droga gestito dalla Mafia, il vile agguato era ormai vicino.
Oltreoceano era un mito Giuliano, ma per la Mafia un fastidio da eliminare. E quella
mattina di luglio, Cosa Nostra con la sua morte cercò di porre fine a tutte le azioni di
contrasto alla Mafia.
“Faccia lo Stato il suo dovere”, disse il cardinale Pappalardo ai funerali del valoroso
commissario. Con una richiesta di giustizia, si concluse la storia di un uomo giusto
che per la giustizia era morto.
Il CNDDU intende commemorare insieme a tutti coloro che credono nel valore della
legalità, come condizione indispensabile di libertà, la figura di un commissario che
tanto ha dato al Nostro Paese nella lotta alla Mafia. In questo giorno di memoria e
commemorazione, attraverso la sua storia e la sua vita spesa al servizio dello Stato, ci
sentiamo di essere vicini a tutti coloro che oggi ancora lottano per gli ideali di
giustizia e ancora portano avanti il suo sogno di coesione sociale e rispetto per la
legge.

Prof.ssa Rosa Manco
CNDDU

22 luglio. Commemorazione vittime Strage di Gioia Tauro- COMUNICATO CNDDU


Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani intende ricordare le vittime della
Strage ferroviaria di Gioia Tauro (Cacicia Rita, 35 anni, di Bagheria (PA), insegnante presso una struttura
per sordomuti di Palermo; Fassari Rosa, 68 anni, di Catania, casalinga; Gangemi Andrea, 40 anni, di Napoli,
funzionario di Banca; Mazzocchio Nicoletta, 70 anni, di Casteltermini (AG), casalinga; Palumbo Letizia
Concetta, 48 anni, di Casteltermini (AG), sarta; Vassallo Adriana Maria, 49 anni, di Agrigento, insegnante),
avvenuta il 22 luglio 1978 a causa di una bomba esplosa alle ore 17:08, che fece deragliare la Freccia del
Sud. Sono gli anni della tensione e della contestazione sociale. Catanzaro, grazie ad un accordo politico tra
l’on. Giacomo Mancini e l’on. Riccardo Misasi, viene preferita Reggio Calabria come città capoluogo della
Calabria. Esplode la protesta violenta e incontrollata nelle strade reggine. Frange armate di estrema destra
diventano protagoniste di una stagione di delirio incomprensibile. Il pentito Giacomo Lauro rivelò, molti
anni dopo, in un interrogatorio (16 giugno 1993; 11 novembre 1994), che gli autori della strage erano legati
ai movimenti Avanguardia nazionale e Comitato d’Azione per Reggio capoluogo. Attualmente per i morti di
Gioia Tauro nessuno nessuna giustizia è stata fatta.
Il CNDDU in tale occasione considera rispettoso proporre, per la commemorazione delle persone comuni tra
le vittime, eventuali intitolazioni di luoghi scolastici in cui far rivivere il ricordo di un periodo drammatico e
fosco i cui effetti hanno avuto conseguenze anche su chi aveva solo la sfortuna di trovarsi all’ora sbagliata
nel posto sbagliato. Ecco dove possono condurre l’odio e la mancanza dialogo. È importante chiarire la
pericolosità del concetto di estremismo, qualsiasi risvolto assuma; estremismo e rispetto dell’opinione altrui
sono inconciliabili. Alcune strategie didattiche (peer education; debate; role playing; outdoor training; brain
storming) possono fornire uno stimolo adeguato ai fini della comprensione del fenomeno.
“Il problema del terrorismo non si risolverà uccidendo i terroristi, ma eliminando le ragioni che li rendono
tali.” (Tiziano Terzani)

prof. Romano Pesavento
Presidente CNDDU

Proposte sul reclutamento docenti 2020- COMUNICATO CNDDU


Il Coordinamento Nazionale dei Docenti della disciplina dei Diritti Umani intende manifestare alcune
criticità relative all’esame delle procedure per il reclutamento del personale di ruolo e supplente.
Accedere alla professione di docente non ha mai comportato vie brevi. Ogni docente ha vissuto anni di
precariato, lavorando lontano da casa e dagli affetti ma ha sempre potuto contare su un piano di accesso al
ruolo, con concorsi periodici e avvicinamento alla residenza in tempi ragionevoli.
Tuttavia, da una decina d’anni a questa parte, assistiamo ad un corto circuito del sistema di gestione del
personale della scuola, sia per l’incidenza dei pensionamenti di tutti gli assunti negli anni ottanta, sia per
l’aumento degli studenti della scuola secondaria di secondo grado.
L’effetto è stato la precarizzazione della professione del docente, anche quello di ruolo.
Se infatti un docente di ruolo può vantare una stabilità contrattuale non sempre può vantare anche
condizioni di vita ed economiche stabili. Ne sanno qualcosa i milioni i docenti di ruolo che vivono in
condizioni di vita ed economiche precarie a causa dei mancati trasferimenti che li costringono ad insegnare
anche a 1000 km di distanza da casa e a sostenere affitti e costi di trasporti esosi a parità di stipendio,
riuscendo a stento ad arrivare a fine mese.
Precari e docenti in attesa di trasferimento hanno mostrato attaccamento alla scuola italiana in un
momento di difficoltà mai vissuto fino ad ora, come è stato il lungo periodo di lockdown a causa del Covid-
19. Senza strumentazioni e preparazione informatica, lontani da casa, senza la possibilità di potersi avvalere
del Bonus docenti, con contratti prossimi alla scadenza si sono rimboccati le maniche e hanno garantito “la
normalità dell’istruzione” che nel terrore generale della pandemia era un faro di luce e di speranza per
tutto il Paese, già duramente colpito dalla catastrofe economica.
Gli stessi, come ogni anno a giugno, hanno consegnato alla società i ragazzi maturi dopo un improvvisato e
convulso Esame di Stato.
È impensabile continuare di farli lavorare lontani dalle famiglie, è impensabile autorizzare i docenti precari
agli Esami di Maturità e poi continuare a ribadire che sono monchi di abilitazioni per insegnare ed avere la
stessa dignità dei colleghi di ruolo.
Tutto questo è un controsenso ingiusto e triste che offende e intacca profondamente l’amore per la scuola
e la scuola stessa. 
L’attuale Governo ha la possibilità di rimettere ordine, equità e parità di trattamento tra le diverse
categorie dell’organico e di ridurre il precariato della scuola pubblica; tuttavia le recenti disposizioni
rischiano di andare in altra direzione.
Se da un lato si può esprimere vivo apprezzamento per l’avvio dei concorsi per il ruolo e per il riordino delle
graduatorie con la creazione delle GPS (graduatorie per le supplenze) a gestione unica provinciale e
dell’anagrafe nazionale dei docenti, utili ad accelerarne i tempi di assegnazione delle cattedre ai supplenti a
tutela del diritto allo studio sin dal primo giorno di scuola, dall'altro vi sono ulteriori disposizioni contenute
nei bandi dei concorsi e nell’ordinanza MIUR sulle procedure di istituzione delle graduatorie provinciali e
d'istituto che suscitano non poche perplessità e che rischiano di destare discriminazioni e iniquità tra
lavoratori, con destabilizzazioni sociali preoccupanti.
Rileviamo criticità nell’aver:
- messo a concorso posti nelle regioni del sud su classi di concorso bloccate da anni in cui prestano servizio
docenti di ruolo esodati dalla legge 107/2015 che, nonostante il decorso del termine di blocco delle
mobilità, non hanno ancora ottenuto trasferimento per avvicinamento alle rispettive residenze e che ora
vedono assegnati i posti vacanti per le medesime classi di concorso alle nuove reclute del concorso
straordinario e ordinario. Caso eclatante è quello della classe di concorso A046 – discipline giuridiche ed
economiche per cui i posti al sud sono maggiori che in molte regioni del centro nord nonostante le continue
richieste di trasferimenti;
-escluso i docenti precari con servizio esclusivo sul sostegno dal concorso straordinario per i posti sul
sostegno;
- previsto un concorso straordinario per esami complesso e di non breve definizione;

2
- modificato con l’ordinanza 60/2020 Miur, a pochi giorni dalla riapertura delle graduatorie, la valutazione
dei titoli per le graduatorie provinciali per le supplenze, vanificando tre anni di scelte formative dei docenti
in servizio senza specificare la palese e ingiustificabile disparità di trattamento tra gli aspiranti che sarebbe
derivata dal mantenimento della precedente tabella di valutazione dei titoli: talvolta riducendo il punteggio
(es. master universitari specifici per l’insegnamento, scuole di specializzazione post universitaria, titoli
informatici);  talvolta avvalorando titoli non strettamente attinenti alla formazione del docente della scuola
primaria e secondaria (es. assegni di ricerca), con l’effetto di aumentare il precariato della scuola
implementandolo col precariato universitario;
- ammesso nella seconda fascia delle GPS della scuola primaria, ai sensi dell’art. 3 comma 5 lettera b ord.
60/2020 Miur, gli studenti che nell’anno accademico 2019/2020, risultano iscritti al terzo, quarto o al quinto
anno del corso di laurea in Scienze della Formazione primaria, avendo assolto, rispettivamente, almeno 150,
200 e 250 CFU entro il termine di presentazione dell’istanza, seppur privi del titolo di accesso alla classe di
concorso,  con prelazione rispetto ai docenti non abilitati che lavorano nella primaria da anni con contratti a
termine e con l’effetto di sovraccaricare le strutture scolastiche di un vero e proprio onere di formazione
degli studenti universitari piuttosto che giovarle di un supporto professionale alla didattica;
- disposto con l’art. 12 comma 9 dell’Ord. 60/2020 Miur che gli aspiranti che abbiano rinunciato a una
proposta di assunzione non hanno più titolo a ulteriori proposte di supplenze per disponibilità sopraggiunte
relative alla medesima graduatoria o a posti di sostegno per il medesimo anno scolastico, senza specificare
se la proposta venga fatta per uno specifico ed esclusivo posto oppure per tutti i posti disponibili in
provincia al momento della chiamata del docente, lasciando un’eccessiva libertà di interpretazione.
- previsto, nella bozza dell’approvando nuovo Decreto Rilancio, i licenziamenti senza diritto ad alcun
indennizzo dei docenti assunti per le supplenze temporanee in caso di nuovo lockdown, violando gli art. 3,
4, 38 della Costituzione e gli stessi principi emergenziali con cui il Governo ha sostenuto i lavoratori italiani
durante questa emergenza, tra cui il divieto di licenziamenti collettivi ed individuali per giustificato motivo
oggettivo riconducibile all’emergenza sanitaria (l’art. 46 DL 17 marzo 2020 n. 18 Cura Italia, convertito nella
legge n. 27/2020 e art. 80 del DL 19 maggio 2020 n. 34 (Decreto Rilancio).
Ogni decisione presa in questi giorni dal Ministero dell'Istruzione, e dall'intero Governo, comporta
straordinarie responsabilità verso l’intera società italiana attuale e futura perché incide sulla scuola, su
milioni di studenti e sulle 200.000 famiglie dei docenti precari. Vista la portata dell’impatto occupazionale,
parliamo di scelte di benessere sociale che devono tendere a garantire giuste e soddisfacenti condizioni di
lavoro, la protezione contro la disoccupazione e la lotta alla povertà.
Per risolvere la cronica carenza di personale docente della scuola riteniamo che si debbano valutare dei
correttivi che possano conciliare il diritto all’istruzione degli alunni, la sicurezza sanitaria di alunni e del
personale della scuola, il diritto al lavoro, il diritto a condizioni dignitose di lavoro e l’ordine sociale.
Il CNDDU propone:
- il riconoscimento dell’abilitazione sulla materia dopo tre anni di servizio sul medesimo
insegnamento, come riconosciuto anche dalle pronunce del Consiglio di Stato sez IV n. 4167 del 2020 e n.
7789 del 2019, nonché dalla sentenza della Corte Costituzionale n. 130/2019 del 28 maggio 2019, che
hanno tutte ritenuto che <<per selezionare le migliori e più adeguate capacità rispetto all’insegnamento ciò
che rileva è l’avere svolto un'attività di formazione orientata alla funzione docente, che abbia come specifico
riferimento la fase evolutiva della personalità dei discenti e che tale funzione esige la capacità di
trasmettere conoscenze attraverso il continuo contatto con gli allievi, anche sulla base di specifiche
competenze psico-pedagogiche>> e in coerenza con l’affidamento sulle abilità dei docenti precari che lo
stesso Miur ha dimostrato con i contratti annuali e con gli incarichi di commissari d’ esami di stato;
- la copertura dei posti disponibili con le mobilità dei docenti immessi in ruolo con i precedenti concorsi,
sbloccando le mobilità verso il sud dei docenti esodati della legge 107/2015 e incrementando le nuove
assunzioni al nord con effetto positivo sulla condizione dei lavoratori e sulle chance occupazionali e sulla
continuità didattica con i nuovi docenti in ruolo;
-  previsione di un docente della classe A046 - discipline giuridiche ed economiche in ogni scuola secondaria
di primo e secondo grado, compresi i licei, per potenziare l'insegnamento dell'educazione civica, che non
può prescindere dalla presenza di almeno un docente di diritto non surrogabile con contributi esterni da
parte di associazioni di professionisti, al fine di sbloccare la classe di concorso in esubero e ingiustamente
penalizzata con esigui posti inseriti nei bandi;

2
- per i restanti posti, l’assunzione per concorso straordinario dei docenti che abbiano svolto 3 anni o più di
servizio specifico;
-la riformulazione del concorso straordinario come concorso per titoli e servizi da definirsi in tempi
brevissimi, come già fatto dal 1973 ad oggi in tutte le situazioni di straordinaria esigenza di stabilizzazione;
- prevedere un percorso riservato che consenta a tutti i docenti che abbiano maturato tre o più anni di
servizio su sostegno di specializzarsi e abilitarsi, avvalorando così la formazione sul campo e l’esperienza
acquisita in classe e prevedendo l’accesso al ruolo al termine del percorso;
-predisporre, sin dal prossimo anno, un sistema stabile di reclutamento che valorizzi maggiormente il
servizio reso con successo nelle aule con periodici accessi al ruolo per garantire il ricambio generazionale
del corpo docente, tenendo in considerazione tutti i docenti ad oggi precari che non hanno ancora
maturato 3 anni;
-una revisione del regolamento con rideterminazione della valutazione dei titoli validi per l’inserimento
delle GPS e graduatorie di Istituto, avvalorando maggiormente il servizio reso nelle aule scolastiche, la
formazione specifica sull’insegnamento (master e diplomi di perfezionamento), i diplomi di specializzazione
pluriennali e le certificazioni informatiche;
- privilegiare nell’assegnazione delle supplenze della scuola primaria il personale precario in servizio;
Tutte queste proposte sono in linea con il dettato costituzionale dell’art. 97 perché, come stabilito dalla
Corte Costituzionale con la sentenza 130/2019, si << ritiene rispettato il requisito del pubblico concorso, di
cui all’art. 97, terzo comma, Cost., ove l’accesso al pubblico impiego avvenga per mezzo di una procedura
aperta, alla quale possa partecipare il maggior numero possibile di cittadini. La stessa deve essere, inoltre,
di tipo comparativo, ossia volta a selezionare i migliori fra gli aspiranti. Infine, deve trattarsi di una
procedura congrua, che consenta di verificare la professionalità necessaria a svolgere le mansioni
caratteristiche, per tipologia e livello, del posto di ruolo da ricoprire (sono richiamate le sentenze n. 225 del
2010 e n. 293 del 2009)…Le eccezioni alla regola del pubblico concorso, oltre che rigorose e limitate, devono
comunque prevedere adeguati accorgimenti idonei a garantire la professionalità del personale assunto
(sentenza n. 149 del 2010) e rispondere ad una «specifica necessità funzionale» dell’amministrazione,
ovvero a «peculiari e straordinarie ragioni di interesse pubblico» (sentenza n. 293 del 2009)>>.
L’inclusione dei lavoratori mantenuti precari per volontà politica pluriennale è un dovere sociale e umano
del Governo e del Nostro Paese. 
Sono tante le voci che da ogni ambito, ogni giorno, si levano in supporto ai docenti della scuola italiana. Noi
oggi scegliamo le parole di Dacia Maraini, una straordinaria poetessa e scrittrice che parlando della crisi
dell’istituzione scolastica è riuscita a cogliere in pieno lo spirito di sacrificio e le innumerevoli difficoltà che
oggi caratterizzano il nostro lavoro.
“Ma esiste una rete di insegnanti preparati, dediti alla propria missione, che reggono sulle loro spalle la
Scuola, come la leggenda racconta che fece un certo Cola Pesce che era bravissimo a recuperare le cose
perse nel mare. Andava, raccoglieva e portava a galla. Ma un giorno non tornò: Cola aveva scoperto che
una delle tre colonne su cui si reggeva l’isola era spezzata e lui decise di rimanere immerso per tenerla su.
Così fanno i nostri bravi insegnanti, pagati poco, e senza più autorità riconosciuta, per tenere su la Scuola.”
Non lasciateci in fondo al mare. Non lasciateci da soli.
Ci rendiamo disponibili per un confronto sul tema.

prof.ssa Veronica Radici; prof.ssa Rosa Manco
CNDDU

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