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Quando l’infodemia è più pericolosa di una epidemia. L’appello di Andrea Fontana



La situazione in corso sul coronavirus sembra stia completamente degenerando. Non tanto dal punto di vista politico ma da quello della comunicazione istituzionale e giornalistica. Informazioni e notizie istituzionali - e quindi non fake - impazzano. E come se non bastasse dall’estero ci dicono che i focolai in Italia sono un mistero. Siamo in piena infodemia, che mette in luce le nostre fragilità e debolezze come sistema collettivo. L’analisi di Andrea Fontana, sociologo della comunicazione, presidente Storyfactory e Premio Divulgazione Scientifica Nazionale 2019 per le scienze sociali.
                                                 Di Andrea Fontana
Abito a Milano da una ventina d’anni. Sono uno di quei milanesi adottivi – accolti dalla città meneghina – per lavoro. Milano mi ha dato molto: identità professionale e tante occasioni di vita. La Lombardia, ma in senso l’Italia – che giro in lungo e largo per motivi professionali – sono sempre state per me sinonimo di: speranza, futuro, bellezza.
Tra sabato 22 febbraio e domenica 23 febbraio un terremoto comunicativo ha messo tutto in discussione. Da circa 48 ore siamo in piena e totale infodemia.
Non solo siamo stati attaccati da un virus influenzale severo ma siamo anche sotto unepidemia cognitiva.

COSA È UNA INFODEMIA?
Come ci ricorda la Treccani il termine infodemia compare per la prima volta nel dibattito pubblico nel 2003 a seguito di un articolo di David J. Rothkopf, il quale ne parla in questo suo scritto comparso nel quotidiano «Washington Post», When the Buzz Bites Back. Il termine Infodemic ricorrerà poi nei documenti ufficiali dell’Organizzazione mondiale della Sanità.
In sostanza è la circolazione eccessiva di informazioni contraddittorie. Spesso non vagliate con precisione, o che non possono essere verificate, che rendono difficile orientarsi su un determinato tema, argomento, scelta per la difficoltà di individuare fonti non solo affidabili ma anche certe.
In queste ore però in Italia stiamo vivendo qualcosa di più profondo e rilevante. Mentre l’epidemia biologica avanza, e speriamo si fermi al più presto, l’epidemia cognitiva accelera con informazioni di tutti i tipi date da fonti rilevanti. Medici, virologhi, esperti della salute pubblica in queste ore hanno fatto affermazioni che sono poi state spesso riportate, dai mezzi informativi, in modo contradditorio tra di loro. Tra i tanti modi di diffondere notizie mi ha colpito questo: alcune dichiarazioni del prof. Fabrizio Ernesto Pregliasco e poi della prof.ssa Maria Rita Gismondo, prima diffuse dal Huffpost Italia e poi riprese anche da altre testate giornalistiche.
Nel leggere queste notizie un cittadino non esperto in medicina come me ovviamente si sente abbastanza confuso e forse anche un po’ spaventato. Perché la notizia che arriva è totalmente contraddittoria: da una parte una rassicurazione dall’altra una sorta di minaccia necessaria per un bene superiore.
Nel frattempo, sempre quel cittadino – non esperto come me in questioni biologico-politiche – ha visto nella sera di sabato 22 febbraio, la conferenza stampa del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte che riporta la decisione del Consiglio dei Ministri di approvare un decreto-legge che introduce misure urgenti in materia di contenimento e gestione dell’emergenza epidemiologica da Covid-2019. Nello stesso tempo sente amici o parenti nelle zone focalaio i quali manifestano ansie e preoccupazioni legittime. E domenica 23 febbraio 2020 ha sentito il Governatore della Regione Lombardia affermare: Misure come a Wuhan se situazione degenera” mentre i supermercati sono presi d’assalto da cittadini che fanno provvista.
Sembra un B Movie apocalittico degli anni Novanta, ma è la nostra attuale realtà.
COME SI FERMA UNA INFODEMIA?
La questione non è banale. Perché la domanda rimanda al quesito: chi deve parlare nelle democrazie occidentali nel momento in cui queste sono sottoposte a eventi potenzialmente catastrofici che possono generare un danno collettivo enorme?
La risposta non è affatto semplice. Potrebbe essere: tutti visto che è un diritto democratico. Ma nello stesso tempo, l’epidemia cognitiva sta mettendo in evidenza i limiti dell’informazione nelle emergenze quando non è chiara, tempestiva ed univoca.
La domanda allora diventa: perché le agenzie informative prendono dichiarazioni così diverse con l’autorevolezza di un “camice bianco” che mette sempre in scena una competenza, senza però specificare chi è virologo, chi è infettivologo, chi è epidemiologo, chi è un analista di dati di laboratorio, etc.
La questione forse è che un’emergenza catastrofica si affronta anche a livello comunicativo e che in questo momento siamo tutti responsabili:
  • politici nell’avere una visione chiara del fenomeno e nel dare una comunicazione specifica alle loro comunità di riferimento;
  • giornalisti nell’avere un’uniformità di messaggi verificati capaci di dare un quadro chiaro della situazione;
  • gli esperti del settore medico ed infettivologico nelle interviste che fanno;
  • noi cittadini che siamo chiamati a un esercizio di comprensione notevole e di pace sociale (anche nei nostri social media).
Dobbiamo fare sistema. L’infodemia cognitiva e forse anche l’epidemia biologica si batte in modo sistemico.

LA DIFFERENZA TRA UNA FAKE NEWS E UNA BUFALA


Di Salvatore Santoru

Da diverso tempo nei media si parla molto del fenomeno delle fake news, quasi sempre facendo riferimento alla loro diffusione sul web. Su ciò, c'è da dire che le 'notizie false' hanno effettivamente avuto un'imponente risonanza con l'avvento di Internet e, allo stesso tempo, bisogna riconoscere che esse sono sempre esistite(1).

Inoltre, bisognerebbe ribadire che oltre alle fake news sono sempre esistite anche le leggende metropolitane e le bufale propriamente dette. A proposito delle stesse bufale, c'è da segnalare che esse non sono propriamente un sinonimo di 'notizia falsa' e viceversa. 

Il fatto è che, sia in ambito quotidiano come talvolta anche in quello giornalistico, si tende a parlare di fake news e di bufale come se fossero due termini sempre intercambiabili e ciò ha creato alcune controversie sull'utilizzo di queste terminologie. Andando maggiormente nello specifico, c'è da dire che sussistono delle piccole differenze e la principale è quella che la bufala(l'hoax) è 'indeterminata' mentre la 'fake news' è 'temporalmente limitata'(2).

Oltre a ciò, c'è da dire che la bufala è totalmente 'fake' e inverosimile per antonomasia mentre ciò non è detto che sia lo standard per una 'fake news'(3).
Difatti, quando si parla di 'notizie false' si fa sovente riferimento anche e sopratutto a news distorte e/o basate sulla disinformazione, la faziosità o la propaganda.
Insomma, una 'fake news' potrebbe anche essere una notizia decisamente manipolata e fuorviante ma anche con un'apparente 'plausibilità' e un limitato 'fondo di verità' e per ciò è più difficile da riconoscere rispetto a una tipica bufala, come può essere quella degli 'asini che volano'.

NOTE E PER APPROFONDIRE:

(1) https://en.wikipedia.org/wiki/Fake_news#Historical_examples 

(2) https://it.wikipedia.org/wiki/Discussione%3ABufala#Fake_news_e_bufala 

(3) https://www.agi.it/cronaca/fake_news_bufale_corso_camisani_calzolari-2101198/news/2017-08-29/

LA FINESTRA DI OVERTON

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Da Polisemantica

Una cosa fondamentale da tenere a mente è che la comunicazione è un flusso che per esistere ha bisogno di due attantil'emittente, cioè chi dà origine al flusso comunicativo, il responsabile del senso trasmesso, e il destinatario, che non è unicamente un sacco vuoto da riempire, ma bensì collabora nella creazione del messaggio che l'emittente intende inviargli ma la cui funzione lo porta a gestire le informazioni ricevute solo secondo le modalità di invio scelte dall'emittente.

In pratica, pur in un rapporto virtualmente paritetico, l'Emittente ha dalla sua parte la possibilità di gestire la comunicazione adottando strategie che possono influenzare l'opinione sino a fuorviare la capacità del Destinatario di interpretare la realtà facendo uso delle proprie capacità cognitive.

Come l'Emittente può alterare le opinioni del destinatario sino al punto da provocare un distorsione percettiva della realtà? Esistono innumerevoli tecniche comunicative (che spesso divengono addirittura tecniche di manipolazione culturale e sociale) adottate dal marketing, dalla pubblicità o dalla politica, spesso dal potere costituito (che è formato da regimi di governo e dai media principali, talvolta fiancheggiatori per il mantenimento dello "status quo")

Quali sono state le tecniche di persuasione adottate per far cambiare idea all’opinione pubblica?

Una di queste è la cosiddetta "finestra di Overton"

La finestra di Overton è un concetto introdotto dal sociologo Joseph P. Overton, secondo la quale ogni idea può essere categorizzata in una delle seguenti fasi o livelli, in base all'atteggiamento dell'opinione pubblica:

1) impensabile (unthinkable)
2) radicale (radical)
3) accettabile (acceptable)
4) razionale (sensible)
5) diffusa (popular)
6) legalizzata (policy)

Questi sei step devono essere "percorsi" metaforicamente, in un certo lasso di tempo, per far percepire all'ultima fase, la sei, come legale, un certo argomento che alla fase 1, qualche tempo prima, era considerato impensabile.

Qualsiasi idea, anche la più incredibile, può, attraverso questo sistema, in un certo arco di tempo, svilupparsi nella società ed essere accettata pacificamente.

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L’essenza di questo metodo sta nel fatto che l’auspicato mutamento di opinione deve perseguirsi attraverso varie fasi, ciascuna delle quali sposta la percezione ad uno stadio nuovo dello standard ammesso fino a spingerlo al limite estremo.

Il metodo utilizza specialmente la ridondanza temporale (ma anche spazialetestualecontestuale e la iperidondanza), ovvero la ripetizione del medesimo concetto nel tempo, nello spazio, nel linguaggio (visivo, plastico o verbale), nei vari contesti o contemporaneamente nello spazio e nel tempo.


Secondo la teoria di comunicazione di massa nota come la "griglia percettiva" ogni essere umano si difende dalle incursione quotidiane dei mass media e dal loro bombardamento, attraverso una sorta di rete di protezione, di setaccio psichico, composto dalle nostre esperienze, la nostra cultura, le relazioni che abbiamo intessuto e così via, che filtra le informazioni, ma non in modo critico, quanto in modo istintivo, basandosi sulla quantità più che sulla qualità.

Innanzitutto la griglia accetta solo una piccola percentuale di informazioni, quotidianamente, permettendo al cervello di considerarle, prima e assimilarle, poi.

Il cervello tende a ricordare e quindi a elaborare informazioni che coincidono con le informazioni che ha precedentemente accumulato.

Usando quindi la ridondanza, si inviano quotidianamente, per anni, sempre e solo i medesimi messaggi (questa bibita è fresca; il nostro pane è il migliore; Parigi è romantica, e così via) sino a bombardare la griglia percettiva e "obbligarla" al passaggio solo di una piccola percentuale per volta del messaggio che si intende veicolare e far introiettare.

Con il passare del tempo, senza rendersene conto, la nostra griglia psichica "immagazzinerà" per migliaia di volte il medesimo messaggio.

Alla mille e ulteriore volta, il messaggio sarà recepito come "buono", "accettabile" e quindi degno di essere considerato a livello logico, semplicemente perché l'informazione sarà trovata conforme alle idee che ci sono passate attraverso le maglie della griglia percettiva di nascosto e un po' alla volta, negli anni precedenti.

Non solo questo, ma anche l'uso del linguaggio verbale, plastico e cromatico adoperato gioca un ruolo fondamentale.

La finestra di Overton si avvale della percezione differente che si ha quanto si usano elementi denotativi connotativi.

E' cosa ben diversa dire che un minore è stato ucciso o che un bimbo è stato trucidato. Per questo la finestra di Overton adopera intensamente i sinonimi, chiamando le cose in modo tale da provocare sdegno o ammirazione o solidarietà o limitarsi a descrivere in modo neutrale, a seconda dei propri scopi.

Usa inoltre la creazione di false inferenze.

Le inferenze sono conoscenze generate da altre conoscenze: se dico "Antananarivo è una bella città. In Madacascar le città sono molto belle" faccio sapere a chi legge che Antananarivo è in Madacascar. Da due concetti messi accanto, ne genero un terzo.

Se però dico "Il mio è un gatto senza coda. L'ho adottato quando vivevo a Bali" si genera l'inferenza o almeno il dubbio che a Bali i gatti siano senza coda, e questo non è vero.

FONTE E ARTICOLO COMPLETO: http://polisemantica.blogspot.com/2018/07/la-finestra-di-overton.html

Ballottaggi 2016, la Raggi ha vinto grazie a una comunicazione coerente

Ballottaggi 2016, la Raggi ha vinto grazie a una comunicazione coerente
Di Marco Venturini
“La Raggi vincerebbe anche restituendo la metà dei voti”, è una delle battute che girano su Twitter, che meglio fotografano il voto della Capitale. Una vittoria col 67% contro il Pd a Roma non la spieghi solo con la voglia di cambiamento o il voto di protesta. LaRaggi ha conquistato i romani, è piaciuta più dei vari Giachetti, Meloni e Marchini. Merito di una sua comunicazione personaleeccellente, cresciuta a vista d’occhio nel passare dei giorni, e di una campagna che ne ha evidenziato la coerenza.
Ad affossare gli avversari, oltre ai meriti della Raggi e del M5S, è stata invece la loro incoerenza di fondo dimostrata dall’inizio alla fine della campagna elettorale. Mentre le accuse del Pd al M5S sul fatto che la Raggi fosse eterodiretta, sul suo curriculum e sulleconsulenze erano complesse, tirate e così amplificate da risultare poco credibili, l’incoerenza degli sfidanti è stata palese. Vediamola.
Partiamo da Roberto Giachetti. La domanda è: quale Roberto Giachetti, quello che urla con la bava alla bocca sui social network o il gentiluomo che abbiamo visto in tv? L’incoerenza di Giachetti nella sua comunicazione online è stata il suo errore più grande.

A leggere i suoi tweet e i post Facebook pare di leggere un Esposito o un Andrea Romano: attacca la Raggi ogni giorno, con toni che non gli si addicono affatto: “Comincio ad essere davvero stanco. Non di questa lunga campagna elettorale. Ma delle balle che Virginia Raggi continua a raccontare ai romani. Capisco la paura con l’avvicinarsi del ballottaggio…”, oppure: “Care romane, cari romani, adesso anche basta. Da molto tempo sto chiedendo a Virginia Raggi di fare un confronto con me. Lei è sempre scappata…” e vari hashtag e campagne di attacco.

L’aggressività mostrata al Pd non ha premiato, sia perché l’antipolitica in questa sfida era dalla parte del M5S, sia perché non era coerente col candidato sindaco. Giachetti ieri sera si è assunto le responsabilità della sconfitta, ma sono convinto che nei prossimi giorni, calmate le acque, si toglierà qualche sassolino dalla scarpa, prendendo le distanze da una comunicazione urlata che non gli appartiene.

A Giachetti in questa sfida sarebbe convenuto contrapporsi al M5S dimostrandosi sorridente, rassicurante, moderato. Come effettivamente è. A dimostrazione dell’efficacia di questo, abbiamo visto che la sua uscita più simpatica, quella del video realizzato con Proforma dove mette in scena una gag autoironica sulle sue scarse qualità di attore, è stato il suo contenuto più virale, che gli ha permesso in una settimana di avere più coinvolgimento del M5S sul web. Nella settimana che va dal 17 al 25 maggio, Roberto Giachetti ha incrementato la sua viralità (condivisioni, commenti, like, citazioni e retweet) del 33%. Contro il 24% di Virginia Raggi. Quella era la strada da percorrere per perdere bene.

Altro segnale di incoerenza del Pd è quello, ormai famoso, del simbolo del partito nascosto nei manifesti. Un concetto che tutti hanno capito e che hanno giudicato negativamente: se vi vergognate del vostro partito perché vi candidate? E perché non dovremmo vergognarci pure noi di votarlo? Si sono chiesti gli elettori. Venendo agli altri avversari. La Meloni probabilmente si è rivelata la delusione più grande. Si è presentata come altra donna dell’antipolitica e ha invece solidarizzato gradualmente con gli avversari sotto attacco del M5S.

La sua candidatura nasce già incoerente, col balletto “mi candido, non mi candido”. La Meloni ha aspettato Berlusconi fino all’ultimo secondo. Questo atteggiamento è profondamente incoerente con l’immagine della donna forte che voleva trasmettere e che piaceva molto ai romani. Inoltre aveva detto che al ballottaggio avrebbe votato la Raggi, ma ha cambiato idea al confronto Sky, forse offesa dagli attacchi della candidata M5S. Deve intervenire Salvini a metterci una pezza, ribadendo il suo appoggio al M5S.
Marchini si è dimostrato incoerente presentandosi come “libero dai partiti” ma si è poi consegnato completamente a Berlusconi, per poi pentirsene pubblicamente a voto finito dicendo che “i vecchi vascelli non servono più”. Doppia giravolta. A Roma, nell’era della lotta alla Casta, con la Ferrari non si va molto lontano.
La Raggi è l’unica ad esser rimasta coerente. Il no alle Olimpiadi è impopolare? Non ci interessa, abbiamo detto no e questo resta. Abbassare le tasse suona bene? Dicevamo che non si può, non cambiamo idea. Gli attacchi a Caltagirone e ai dirigenti delle partecipate spaventano le borse o l’opinione pubblica? Pazienza, è quello che faremo. Il tutto mantenendo lo stile 5 Stelle della campagna elettorale low cost e del contatto col territorio. La fiducia trasmessa da un candidato è il fattore principale nella scelta di voto di un cittadino. L’incoerenza è il suo opposto, ed è ciò che hanno pagato gli avversari del M5S a Roma.

La comunicazione dell'ISIS: un’analisi semiotica

Di Giovanna Cosenza
Per capire ciò che oggi accade nel mondo in nome dell’IS Stato Islamico(come dal 2014 si fa chiamare ciò che molti preferiscono ancora identificare come ISIS), è necessario approfondire non solo la sua storia e la sua ideologia, ma soprattutto la sue strategie mediatiche. Come ha evidenziato Bruno Ballardini nel fondamentale ISIS®. Il marketing dell’apocalisse(Baldini&Castoldi 2015), l’IS segue infatti con grande consapevolezza le logiche più avanzate del marketing contemporaneo, grazie a una efficiente media-factory che vanta un numero crescente di conversioni all’Islam da parte di giovani, anche americani, australiani, canadesi, europei e italiani. In questa prospettiva di approfondimento, ho cominciato ad assegnare alcune tesi di laurea. Pubblico qui quella di Alessandra Maria Stella Milani, discussa il 7 marzo scorso e molto ben fatta.
Alessandra analizza con metodo semiotico tre video prodotti e distribuiti dallo Stato Islamico: il primo, A message to America, spicca per la figura del celebre mujaheddin Jihadi John, il secondo e il terzo sono due puntate delle serie Lend me your ears – messages from the british detainee John Cantlie e Al-Ghuraba, I Pochi Prescelti da Altre Terre, che vantano la presenza di John Cantlie, un prigioniero britannico diventato l’anchorman ufficiale dell’ISIS, e di Abu Muslim, un giovane musulmano canadese che sceglie di partire per il jihad.
Scarica da qui la tesi di laurea triennale in Scienze della comunicazione di Alessandra Maria Stella Milani: A message to America and all world.

Perché Renzi fa bene a insistere con l’ottimismo

Di Giovanna Cosenza
Conosciamo bene le polemiche che sempre accompagnano l’ottimismo diMatteo Renzi: da un lato c’è la sua visione positiva dell’Italia (l’economia è in ripresala disoccupazione in calogli italiani sono pieni di potenzialità da sviluppare, eccetera), dall’altro lato stanno i “gufi”, che lo accusano di edulcorare la realtà con il cosiddetto storytelling, no, peggio, di nascondere la dura verità, di mentire:non è vero che l’economia sia in ripresa, – sostengono i gufi – non è vero che la disoccupazione stia calando, e gli italiani, delle loro potenzialità, non sanno che farsene se le cose vanno di male in peggio. Propongo qui di seguito una lista delle ragioni per cui credo non solo che Renzi faccia bene a insistere con l’ottimismo, ma sia di fatto l’unica scelta che ha.






  1. Selezionare gli aspetti positivi di una situazione – qualunque situazione – tende ad attirare simpatie e attenzioni. Preferisci trascorrere un paio d’ore con qualcuno che, dato un problema, lo rappresenta come pesantissimo, gravissimo, impossibile da risolvere, o preferisci passare due ore con chi, dato lo stesso problema, non solo ti rappresenta come capace (capacissimo!) di risolverlo, ma propone lui stesso (nel caso tu non ci avessi pensato) due o tre soluzioni possibili? Salvo patologie depressive più o meno gravi, si tende a preferire il secondo personaggio. Ed è con il secondo personaggio che Renzi vuole identificarsi.
  2. Selezionare gli aspetti positivi di una situazione – qualsiasi situazione – tende a farci dimenticare se in passato le cose sono andate male e i problemi non sono stati risolti. Dirò di più: se una persona si autorappresenta tutta carica di ottimismo e ben capace di risolvere unproblema attuale, tendiamo a dimenticare se per caso in passato quella stessa persona non era stata capace di farlo. Dirò di peggio: tendiamo persino a dimenticare se per caso in passato quella persona aveva esplicitamente e ripetutamente promesso una soluzione che poi non era riuscita a realizzare. Gli psicologi chiamano questa tendenza ottimismo mnestico: si cancellano i brutti ricordi, si tengono solo quelli positivi.
  3. La cancellazione degli aspetti negativi di una situazione è tanto più forte, radicale e facile quanto più intensa e insistente è la carica di energia positiva e di ottimismo che una persona esprime. Se qualcuno si presenta sempre carico, sempre positivo, sempre sorridente ed energico, la suainsistenza renderà ancora più credibile la sua visione positiva del mondo.Sembra talmente convinto, che sarà come dice, ci viene da pensare.Ottimismo chiama ottimismo, insomma. Sia nella persona che lo incarna, sia in coloro che la circondano.
  4. L’ottimisimo, l’energia positiva, l’appello alla speranza hanno sempre accompagnato la comunicazione di Renzi. Era così prima di diventare capo del governo, non può che continuare a esserlo ora che governa. Perché ottimismo chiama ottimismo, come ho detto. Ma anche per coerenza con se stesso. E perché se manifestava ottimismo e speranza prima di andare al governo, come potrebbe smettere ora che governa? Equivarrebbe ad ammettere che non sa governare. Non può farlo. Non ha altra scelta.
Sto dicendo che l’ottimismo a tutti i costi vince a tutti i costi? Sto dicendo che in comunicazione non c’è modo di contrastare la strategia dell’ottimismo? Niente affatto. Sto dicendo che il pessimismo non vince sull’ottimismo. La selezione degli aspetti negativi della realtà non vince sulla selezione degli aspetti positivi. Non a caso Renzi rappresenta i suoi detrattori come “gufi”: i gufi (i pessimisti) contro gli ottimisti possono solo perdere. Come quando il centrosinistra perdeva contro Berlusconi. Come quando Bersani perse contro Renzi.

Né la xenofobia né il terzomondismo sono utili per risolvere l'emergenza immigrazione



Di Salvatore Santoru

Nella politica italiana e europea i due atteggiamenti egemoni di fronte alle problematiche dell'immigrazione sono quello xenofobo,veicolato da una buona parte della destra, e quello terzomondista tipico di buona parte della sinistra.
I politici e i militanti di entrambi gli schieramenti interpretano (e strumentalizzano) i fatti seguendo questi schemi ideologici, con i primi che in maniera aggressiva evocano la paura dello straniero e la rabbia verso la sinistra, e i secondi che in modo più passivo/aggressivo parlano di solidarietà, umanitarismo e accoglienza illimitata sopratutto ai fini di attaccare indirettamente i primi e senza tenere conto della sostenibilità di ciò.

In linea di massima, sebbene indubbiamente a livelli di comunicazione sono migliori i secondi, nella pratica le due posizioni si sono rivelate disfunzionali, con la xenofobia e la chiusura a prescindere dello straniero tipica di certa destra così come il terzomondismo e l'immigrazionismo a priori di certa sinistra.

Forse, sarebbe arrivata finalmente l'ora che le problematiche relative all'immigrazione vengano analizzate e possibilmente risolte in maniera più razionale e meno legata ai vari "bias ideologici" trasversali con cui solitamente vengono trattate.

Il concetto di Framing


Negli studi sui mezzi di comunicazione di massa, in sociologia e psicologia il termine framing si riferisce ad un processo inevitabile di influenza selettiva sulla percezione dei significati che un individuo attribuisce a parole o frasi. Il framing definisce la "confezione" di un elemento di retorica in modo da incoraggiare certe interpretazioni e scoraggiarne altre. I mass media o specifici movimenti politici o sociali, oppure determinate organizzazioni, possono stabilire dei frames[1] (nel senso specificato) correlati all'uso dei media stessi.
Un lavoro pionieristico sugli effetti del framing in economia, come quello condotto da Amos Tversky e Daniel Kahneman, è valso a quest'ultimo l'assegnazione di unPremio Nobel.

Storia

Molti commentatori attribuiscono il concetto di framing al lavoro di Erving Goffman, ed in particolare al suo Frame analysis: An essay on the organization of experiencedel 1974[2]. Goffman usava l'idea per definire "schemi di interpretazione" che permettono a individui o gruppi di "collocare, percepire, identificare e classificare" eventi e fatti, in tal modo strutturando il significato, organizzando le esperienze, guidando le azioni. La nozione goffmaniana di framing prende le mosse dal suo La vita quotidiana come rappresentazione (1959), un saggio sul controllo espressivo. Queste opere, a loro volta, si ispirano marcatamente al concetto di immagine elaborato da Kenneth Boulding nel 1956George Lakoff, nella didattica del suo corso di scienze cognitive presso l'Università della California in Berkeley, ingiunge agli studenti:
«Non pensate a un elefante!».
Secondo Lakoff, a quel punto non si può fare a meno di pensare ad un elefante, poiché la mera menzione della parola elefante evoca inevitabilmente l'immagine elefante (ed un frame di "accompagnamento").


Francia: Front National, vince anche un sistema di comunicazione


Di Marina Nebbiolo
La costante progressione elettorale dell'estrema destra francese comincia con il risultato ottenuto da Marine Le Pen (17,9 %) alle elezioni presidenziali del 2012 (*). Da quel momento il FN accelera la ristrutturazione interna al partito e rinforza l'intervento nelle amministrazioni locali per diventare perno decisivo di equilibrio tra le destre e la sinistra attualmente al governo.
Il successo della destra nazionalista francese non è solo effetto della crisi e delle politiche fiscali europee, è anche la conseguenza di una sfida semantica che i capi frontisti, ispirandosi ad Antonio Gramsci, lanciano esplicitamente alla fine degli anni 70. Oltre la veste retorica, la parola della destra radicale, fondata sui miti di referenza e di propaganda quali la decadenza, la nostalgia del passato, la teoria del complotto e il richiamo messianico, da quarant'anni configura la narrazione nazionale.
...
Il mito ha i suoi martiri, Giovanna d'Arco, e i suoi demoni, il "Leviatano moderno", il "Moloch" dell'economia "ultraliberista" come scrive Marine Le Pen in Pour que vive la France (Jacques Grancher, 2012). E per drammatizzare la lotta del Bene contro il Male c'è la teoria del complotto, socialista-comunista, sionista, massone, poi europeista. Il Front National invita gli elettori a vivere la Storia come una tragedia in cui viene messa in gioco la sopravvivenza della nazione e dell'individuo. Una minaccia imminente che richiede l'unione nazionale, campo di battaglia tra patrioti e chi viene individuato come nemico della Francia.
Non ci sono partiti e proposte che si confrontano, solo opposizione per la costruzione di un mito, quello dei "francesi" e della "Francia" come entità unificata e atemporale. Mito costruito sulle rovine della Storia, negata in quanto processo di trasformazione ma paradossalmente rivendicata rispetto al passato.
...
Nel corso degli anni i frontisti hanno innestato nel proprio percorso politico i miti della sinistra, il popolo e la repubblica laica, avvalendosi di un linguaggio comune, sempre attuale perché ha radici profonde nell'immaginario collettivo. Questi miti creano una comunità immaginaria, altro nome della nazione, grazie ad un discorso ansiogeno e rassicurante al tempo stesso: la perdita o declassamento individuale trova riscatto nella fierezza collettiva ritrovata. Un capitale identitario per compensare l'azione politica poco efficace che non offre speranza.
L'erede Le Pen secolarizza il discorso, ne normalizza lo stile per guadagnare credibilità, è pragmatica, dal 2007 parla il meno possibile di immigrazione consapevole che alcune figure storiche del FN insieme alla destra tradizionale, e attualmente la sinistra grazie ad un feroce ministro degli interni come Valls, se ne occupano a suo esclusivo vantaggio. Libera quindi di affrontare nuovi argomenti, più originali come la globalizzazione molto più consensuale e che al tempo stesso la esonera dalle abituali accuse di xenofobia provocate dalla questione 'immigrati'. L'idea frontista è stata a tal punto assimilata nel dibattito pubblico che nel libro-programma del partito lepenista del 2012, l'immigrazione è solo al nono posto dei mali della Francia.
I Le Pen si dividono lo spazio semiotico, al patriarca la storia di Francia, il discorso identitario e gli slogan contro gli immigrati, alla figlia la diagnosi economica, le prospettive nel futuro e l'identità repubblicana basata sui valori della laicità, della difesa del servizio pubblico o del lavoro nell'industria. Con questa strategia oratoria Marine Le Pen può andare incontro alle aspettative dei nuovi elettori.

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