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La Scienza della Persuasione
Cosa ci rivela il cervello sul nostro potere di cambiare gli altri
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LA DIFFERENZA TRA UNA FAKE NEWS E UNA BUFALA


Di Salvatore Santoru

Da diverso tempo nei media si parla molto del fenomeno delle fake news, quasi sempre facendo riferimento alla loro diffusione sul web. Su ciò, c'è da dire che le 'notizie false' hanno effettivamente avuto un'imponente risonanza con l'avvento di Internet e, allo stesso tempo, bisogna riconoscere che esse sono sempre esistite(1).

Inoltre, bisognerebbe ribadire che oltre alle fake news sono sempre esistite anche le leggende metropolitane e le bufale propriamente dette. A proposito delle stesse bufale, c'è da segnalare che esse non sono propriamente un sinonimo di 'notizia falsa' e viceversa. 

Il fatto è che, sia in ambito quotidiano come talvolta anche in quello giornalistico, si tende a parlare di fake news e di bufale come se fossero due termini sempre intercambiabili e ciò ha creato alcune controversie sull'utilizzo di queste terminologie. Andando maggiormente nello specifico, c'è da dire che sussistono delle piccole differenze e la principale è quella che la bufala(l'hoax) è 'indeterminata' mentre la 'fake news' è 'temporalmente limitata'(2).

Oltre a ciò, c'è da dire che la bufala è totalmente 'fake' e inverosimile per antonomasia mentre ciò non è detto che sia lo standard per una 'fake news'(3).
Difatti, quando si parla di 'notizie false' si fa sovente riferimento anche e sopratutto a news distorte e/o basate sulla disinformazione, la faziosità o la propaganda.
Insomma, una 'fake news' potrebbe anche essere una notizia decisamente manipolata e fuorviante ma anche con un'apparente 'plausibilità' e un limitato 'fondo di verità' e per ciò è più difficile da riconoscere rispetto a una tipica bufala, come può essere quella degli 'asini che volano'.

NOTE E PER APPROFONDIRE:

(1) https://en.wikipedia.org/wiki/Fake_news#Historical_examples 

(2) https://it.wikipedia.org/wiki/Discussione%3ABufala#Fake_news_e_bufala 

(3) https://www.agi.it/cronaca/fake_news_bufale_corso_camisani_calzolari-2101198/news/2017-08-29/

LA FINESTRA DI OVERTON

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Da Polisemantica

Una cosa fondamentale da tenere a mente è che la comunicazione è un flusso che per esistere ha bisogno di due attantil'emittente, cioè chi dà origine al flusso comunicativo, il responsabile del senso trasmesso, e il destinatario, che non è unicamente un sacco vuoto da riempire, ma bensì collabora nella creazione del messaggio che l'emittente intende inviargli ma la cui funzione lo porta a gestire le informazioni ricevute solo secondo le modalità di invio scelte dall'emittente.

In pratica, pur in un rapporto virtualmente paritetico, l'Emittente ha dalla sua parte la possibilità di gestire la comunicazione adottando strategie che possono influenzare l'opinione sino a fuorviare la capacità del Destinatario di interpretare la realtà facendo uso delle proprie capacità cognitive.

Come l'Emittente può alterare le opinioni del destinatario sino al punto da provocare un distorsione percettiva della realtà? Esistono innumerevoli tecniche comunicative (che spesso divengono addirittura tecniche di manipolazione culturale e sociale) adottate dal marketing, dalla pubblicità o dalla politica, spesso dal potere costituito (che è formato da regimi di governo e dai media principali, talvolta fiancheggiatori per il mantenimento dello "status quo")

Quali sono state le tecniche di persuasione adottate per far cambiare idea all’opinione pubblica?

Una di queste è la cosiddetta "finestra di Overton"

La finestra di Overton è un concetto introdotto dal sociologo Joseph P. Overton, secondo la quale ogni idea può essere categorizzata in una delle seguenti fasi o livelli, in base all'atteggiamento dell'opinione pubblica:

1) impensabile (unthinkable)
2) radicale (radical)
3) accettabile (acceptable)
4) razionale (sensible)
5) diffusa (popular)
6) legalizzata (policy)

Questi sei step devono essere "percorsi" metaforicamente, in un certo lasso di tempo, per far percepire all'ultima fase, la sei, come legale, un certo argomento che alla fase 1, qualche tempo prima, era considerato impensabile.

Qualsiasi idea, anche la più incredibile, può, attraverso questo sistema, in un certo arco di tempo, svilupparsi nella società ed essere accettata pacificamente.

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L’essenza di questo metodo sta nel fatto che l’auspicato mutamento di opinione deve perseguirsi attraverso varie fasi, ciascuna delle quali sposta la percezione ad uno stadio nuovo dello standard ammesso fino a spingerlo al limite estremo.

Il metodo utilizza specialmente la ridondanza temporale (ma anche spazialetestualecontestuale e la iperidondanza), ovvero la ripetizione del medesimo concetto nel tempo, nello spazio, nel linguaggio (visivo, plastico o verbale), nei vari contesti o contemporaneamente nello spazio e nel tempo.


Secondo la teoria di comunicazione di massa nota come la "griglia percettiva" ogni essere umano si difende dalle incursione quotidiane dei mass media e dal loro bombardamento, attraverso una sorta di rete di protezione, di setaccio psichico, composto dalle nostre esperienze, la nostra cultura, le relazioni che abbiamo intessuto e così via, che filtra le informazioni, ma non in modo critico, quanto in modo istintivo, basandosi sulla quantità più che sulla qualità.

Innanzitutto la griglia accetta solo una piccola percentuale di informazioni, quotidianamente, permettendo al cervello di considerarle, prima e assimilarle, poi.

Il cervello tende a ricordare e quindi a elaborare informazioni che coincidono con le informazioni che ha precedentemente accumulato.

Usando quindi la ridondanza, si inviano quotidianamente, per anni, sempre e solo i medesimi messaggi (questa bibita è fresca; il nostro pane è il migliore; Parigi è romantica, e così via) sino a bombardare la griglia percettiva e "obbligarla" al passaggio solo di una piccola percentuale per volta del messaggio che si intende veicolare e far introiettare.

Con il passare del tempo, senza rendersene conto, la nostra griglia psichica "immagazzinerà" per migliaia di volte il medesimo messaggio.

Alla mille e ulteriore volta, il messaggio sarà recepito come "buono", "accettabile" e quindi degno di essere considerato a livello logico, semplicemente perché l'informazione sarà trovata conforme alle idee che ci sono passate attraverso le maglie della griglia percettiva di nascosto e un po' alla volta, negli anni precedenti.

Non solo questo, ma anche l'uso del linguaggio verbale, plastico e cromatico adoperato gioca un ruolo fondamentale.

La finestra di Overton si avvale della percezione differente che si ha quanto si usano elementi denotativi connotativi.

E' cosa ben diversa dire che un minore è stato ucciso o che un bimbo è stato trucidato. Per questo la finestra di Overton adopera intensamente i sinonimi, chiamando le cose in modo tale da provocare sdegno o ammirazione o solidarietà o limitarsi a descrivere in modo neutrale, a seconda dei propri scopi.

Usa inoltre la creazione di false inferenze.

Le inferenze sono conoscenze generate da altre conoscenze: se dico "Antananarivo è una bella città. In Madacascar le città sono molto belle" faccio sapere a chi legge che Antananarivo è in Madacascar. Da due concetti messi accanto, ne genero un terzo.

Se però dico "Il mio è un gatto senza coda. L'ho adottato quando vivevo a Bali" si genera l'inferenza o almeno il dubbio che a Bali i gatti siano senza coda, e questo non è vero.

FONTE E ARTICOLO COMPLETO: http://polisemantica.blogspot.com/2018/07/la-finestra-di-overton.html

Ballottaggi 2016, la Raggi ha vinto grazie a una comunicazione coerente

Ballottaggi 2016, la Raggi ha vinto grazie a una comunicazione coerente
Di Marco Venturini
“La Raggi vincerebbe anche restituendo la metà dei voti”, è una delle battute che girano su Twitter, che meglio fotografano il voto della Capitale. Una vittoria col 67% contro il Pd a Roma non la spieghi solo con la voglia di cambiamento o il voto di protesta. LaRaggi ha conquistato i romani, è piaciuta più dei vari Giachetti, Meloni e Marchini. Merito di una sua comunicazione personaleeccellente, cresciuta a vista d’occhio nel passare dei giorni, e di una campagna che ne ha evidenziato la coerenza.
Ad affossare gli avversari, oltre ai meriti della Raggi e del M5S, è stata invece la loro incoerenza di fondo dimostrata dall’inizio alla fine della campagna elettorale. Mentre le accuse del Pd al M5S sul fatto che la Raggi fosse eterodiretta, sul suo curriculum e sulleconsulenze erano complesse, tirate e così amplificate da risultare poco credibili, l’incoerenza degli sfidanti è stata palese. Vediamola.
Partiamo da Roberto Giachetti. La domanda è: quale Roberto Giachetti, quello che urla con la bava alla bocca sui social network o il gentiluomo che abbiamo visto in tv? L’incoerenza di Giachetti nella sua comunicazione online è stata il suo errore più grande.

A leggere i suoi tweet e i post Facebook pare di leggere un Esposito o un Andrea Romano: attacca la Raggi ogni giorno, con toni che non gli si addicono affatto: “Comincio ad essere davvero stanco. Non di questa lunga campagna elettorale. Ma delle balle che Virginia Raggi continua a raccontare ai romani. Capisco la paura con l’avvicinarsi del ballottaggio…”, oppure: “Care romane, cari romani, adesso anche basta. Da molto tempo sto chiedendo a Virginia Raggi di fare un confronto con me. Lei è sempre scappata…” e vari hashtag e campagne di attacco.

L’aggressività mostrata al Pd non ha premiato, sia perché l’antipolitica in questa sfida era dalla parte del M5S, sia perché non era coerente col candidato sindaco. Giachetti ieri sera si è assunto le responsabilità della sconfitta, ma sono convinto che nei prossimi giorni, calmate le acque, si toglierà qualche sassolino dalla scarpa, prendendo le distanze da una comunicazione urlata che non gli appartiene.

A Giachetti in questa sfida sarebbe convenuto contrapporsi al M5S dimostrandosi sorridente, rassicurante, moderato. Come effettivamente è. A dimostrazione dell’efficacia di questo, abbiamo visto che la sua uscita più simpatica, quella del video realizzato con Proforma dove mette in scena una gag autoironica sulle sue scarse qualità di attore, è stato il suo contenuto più virale, che gli ha permesso in una settimana di avere più coinvolgimento del M5S sul web. Nella settimana che va dal 17 al 25 maggio, Roberto Giachetti ha incrementato la sua viralità (condivisioni, commenti, like, citazioni e retweet) del 33%. Contro il 24% di Virginia Raggi. Quella era la strada da percorrere per perdere bene.

Altro segnale di incoerenza del Pd è quello, ormai famoso, del simbolo del partito nascosto nei manifesti. Un concetto che tutti hanno capito e che hanno giudicato negativamente: se vi vergognate del vostro partito perché vi candidate? E perché non dovremmo vergognarci pure noi di votarlo? Si sono chiesti gli elettori. Venendo agli altri avversari. La Meloni probabilmente si è rivelata la delusione più grande. Si è presentata come altra donna dell’antipolitica e ha invece solidarizzato gradualmente con gli avversari sotto attacco del M5S.

La sua candidatura nasce già incoerente, col balletto “mi candido, non mi candido”. La Meloni ha aspettato Berlusconi fino all’ultimo secondo. Questo atteggiamento è profondamente incoerente con l’immagine della donna forte che voleva trasmettere e che piaceva molto ai romani. Inoltre aveva detto che al ballottaggio avrebbe votato la Raggi, ma ha cambiato idea al confronto Sky, forse offesa dagli attacchi della candidata M5S. Deve intervenire Salvini a metterci una pezza, ribadendo il suo appoggio al M5S.
Marchini si è dimostrato incoerente presentandosi come “libero dai partiti” ma si è poi consegnato completamente a Berlusconi, per poi pentirsene pubblicamente a voto finito dicendo che “i vecchi vascelli non servono più”. Doppia giravolta. A Roma, nell’era della lotta alla Casta, con la Ferrari non si va molto lontano.
La Raggi è l’unica ad esser rimasta coerente. Il no alle Olimpiadi è impopolare? Non ci interessa, abbiamo detto no e questo resta. Abbassare le tasse suona bene? Dicevamo che non si può, non cambiamo idea. Gli attacchi a Caltagirone e ai dirigenti delle partecipate spaventano le borse o l’opinione pubblica? Pazienza, è quello che faremo. Il tutto mantenendo lo stile 5 Stelle della campagna elettorale low cost e del contatto col territorio. La fiducia trasmessa da un candidato è il fattore principale nella scelta di voto di un cittadino. L’incoerenza è il suo opposto, ed è ciò che hanno pagato gli avversari del M5S a Roma.

La comunicazione dell'ISIS: un’analisi semiotica

Di Giovanna Cosenza
Per capire ciò che oggi accade nel mondo in nome dell’IS Stato Islamico(come dal 2014 si fa chiamare ciò che molti preferiscono ancora identificare come ISIS), è necessario approfondire non solo la sua storia e la sua ideologia, ma soprattutto la sue strategie mediatiche. Come ha evidenziato Bruno Ballardini nel fondamentale ISIS®. Il marketing dell’apocalisse(Baldini&Castoldi 2015), l’IS segue infatti con grande consapevolezza le logiche più avanzate del marketing contemporaneo, grazie a una efficiente media-factory che vanta un numero crescente di conversioni all’Islam da parte di giovani, anche americani, australiani, canadesi, europei e italiani. In questa prospettiva di approfondimento, ho cominciato ad assegnare alcune tesi di laurea. Pubblico qui quella di Alessandra Maria Stella Milani, discussa il 7 marzo scorso e molto ben fatta.
Alessandra analizza con metodo semiotico tre video prodotti e distribuiti dallo Stato Islamico: il primo, A message to America, spicca per la figura del celebre mujaheddin Jihadi John, il secondo e il terzo sono due puntate delle serie Lend me your ears – messages from the british detainee John Cantlie e Al-Ghuraba, I Pochi Prescelti da Altre Terre, che vantano la presenza di John Cantlie, un prigioniero britannico diventato l’anchorman ufficiale dell’ISIS, e di Abu Muslim, un giovane musulmano canadese che sceglie di partire per il jihad.
Scarica da qui la tesi di laurea triennale in Scienze della comunicazione di Alessandra Maria Stella Milani: A message to America and all world.

Perché Renzi fa bene a insistere con l’ottimismo

Di Giovanna Cosenza
Conosciamo bene le polemiche che sempre accompagnano l’ottimismo diMatteo Renzi: da un lato c’è la sua visione positiva dell’Italia (l’economia è in ripresala disoccupazione in calogli italiani sono pieni di potenzialità da sviluppare, eccetera), dall’altro lato stanno i “gufi”, che lo accusano di edulcorare la realtà con il cosiddetto storytelling, no, peggio, di nascondere la dura verità, di mentire:non è vero che l’economia sia in ripresa, – sostengono i gufi – non è vero che la disoccupazione stia calando, e gli italiani, delle loro potenzialità, non sanno che farsene se le cose vanno di male in peggio. Propongo qui di seguito una lista delle ragioni per cui credo non solo che Renzi faccia bene a insistere con l’ottimismo, ma sia di fatto l’unica scelta che ha.






  1. Selezionare gli aspetti positivi di una situazione – qualunque situazione – tende ad attirare simpatie e attenzioni. Preferisci trascorrere un paio d’ore con qualcuno che, dato un problema, lo rappresenta come pesantissimo, gravissimo, impossibile da risolvere, o preferisci passare due ore con chi, dato lo stesso problema, non solo ti rappresenta come capace (capacissimo!) di risolverlo, ma propone lui stesso (nel caso tu non ci avessi pensato) due o tre soluzioni possibili? Salvo patologie depressive più o meno gravi, si tende a preferire il secondo personaggio. Ed è con il secondo personaggio che Renzi vuole identificarsi.
  2. Selezionare gli aspetti positivi di una situazione – qualsiasi situazione – tende a farci dimenticare se in passato le cose sono andate male e i problemi non sono stati risolti. Dirò di più: se una persona si autorappresenta tutta carica di ottimismo e ben capace di risolvere unproblema attuale, tendiamo a dimenticare se per caso in passato quella stessa persona non era stata capace di farlo. Dirò di peggio: tendiamo persino a dimenticare se per caso in passato quella persona aveva esplicitamente e ripetutamente promesso una soluzione che poi non era riuscita a realizzare. Gli psicologi chiamano questa tendenza ottimismo mnestico: si cancellano i brutti ricordi, si tengono solo quelli positivi.
  3. La cancellazione degli aspetti negativi di una situazione è tanto più forte, radicale e facile quanto più intensa e insistente è la carica di energia positiva e di ottimismo che una persona esprime. Se qualcuno si presenta sempre carico, sempre positivo, sempre sorridente ed energico, la suainsistenza renderà ancora più credibile la sua visione positiva del mondo.Sembra talmente convinto, che sarà come dice, ci viene da pensare.Ottimismo chiama ottimismo, insomma. Sia nella persona che lo incarna, sia in coloro che la circondano.
  4. L’ottimisimo, l’energia positiva, l’appello alla speranza hanno sempre accompagnato la comunicazione di Renzi. Era così prima di diventare capo del governo, non può che continuare a esserlo ora che governa. Perché ottimismo chiama ottimismo, come ho detto. Ma anche per coerenza con se stesso. E perché se manifestava ottimismo e speranza prima di andare al governo, come potrebbe smettere ora che governa? Equivarrebbe ad ammettere che non sa governare. Non può farlo. Non ha altra scelta.
Sto dicendo che l’ottimismo a tutti i costi vince a tutti i costi? Sto dicendo che in comunicazione non c’è modo di contrastare la strategia dell’ottimismo? Niente affatto. Sto dicendo che il pessimismo non vince sull’ottimismo. La selezione degli aspetti negativi della realtà non vince sulla selezione degli aspetti positivi. Non a caso Renzi rappresenta i suoi detrattori come “gufi”: i gufi (i pessimisti) contro gli ottimisti possono solo perdere. Come quando il centrosinistra perdeva contro Berlusconi. Come quando Bersani perse contro Renzi.

Né la xenofobia né il terzomondismo sono utili per risolvere l'emergenza immigrazione



Di Salvatore Santoru

Nella politica italiana e europea i due atteggiamenti egemoni di fronte alle problematiche dell'immigrazione sono quello xenofobo,veicolato da una buona parte della destra, e quello terzomondista tipico di buona parte della sinistra.
I politici e i militanti di entrambi gli schieramenti interpretano (e strumentalizzano) i fatti seguendo questi schemi ideologici, con i primi che in maniera aggressiva evocano la paura dello straniero e la rabbia verso la sinistra, e i secondi che in modo più passivo/aggressivo parlano di solidarietà, umanitarismo e accoglienza illimitata sopratutto ai fini di attaccare indirettamente i primi e senza tenere conto della sostenibilità di ciò.

In linea di massima, sebbene indubbiamente a livelli di comunicazione sono migliori i secondi, nella pratica le due posizioni si sono rivelate disfunzionali, con la xenofobia e la chiusura a prescindere dello straniero tipica di certa destra così come il terzomondismo e l'immigrazionismo a priori di certa sinistra.

Forse, sarebbe arrivata finalmente l'ora che le problematiche relative all'immigrazione vengano analizzate e possibilmente risolte in maniera più razionale e meno legata ai vari "bias ideologici" trasversali con cui solitamente vengono trattate.

Il concetto di Framing


Negli studi sui mezzi di comunicazione di massa, in sociologia e psicologia il termine framing si riferisce ad un processo inevitabile di influenza selettiva sulla percezione dei significati che un individuo attribuisce a parole o frasi. Il framing definisce la "confezione" di un elemento di retorica in modo da incoraggiare certe interpretazioni e scoraggiarne altre. I mass media o specifici movimenti politici o sociali, oppure determinate organizzazioni, possono stabilire dei frames[1] (nel senso specificato) correlati all'uso dei media stessi.
Un lavoro pionieristico sugli effetti del framing in economia, come quello condotto da Amos Tversky e Daniel Kahneman, è valso a quest'ultimo l'assegnazione di unPremio Nobel.

Storia

Molti commentatori attribuiscono il concetto di framing al lavoro di Erving Goffman, ed in particolare al suo Frame analysis: An essay on the organization of experiencedel 1974[2]. Goffman usava l'idea per definire "schemi di interpretazione" che permettono a individui o gruppi di "collocare, percepire, identificare e classificare" eventi e fatti, in tal modo strutturando il significato, organizzando le esperienze, guidando le azioni. La nozione goffmaniana di framing prende le mosse dal suo La vita quotidiana come rappresentazione (1959), un saggio sul controllo espressivo. Queste opere, a loro volta, si ispirano marcatamente al concetto di immagine elaborato da Kenneth Boulding nel 1956George Lakoff, nella didattica del suo corso di scienze cognitive presso l'Università della California in Berkeley, ingiunge agli studenti:
«Non pensate a un elefante!».
Secondo Lakoff, a quel punto non si può fare a meno di pensare ad un elefante, poiché la mera menzione della parola elefante evoca inevitabilmente l'immagine elefante (ed un frame di "accompagnamento").


Francia: Front National, vince anche un sistema di comunicazione


Di Marina Nebbiolo
La costante progressione elettorale dell'estrema destra francese comincia con il risultato ottenuto da Marine Le Pen (17,9 %) alle elezioni presidenziali del 2012 (*). Da quel momento il FN accelera la ristrutturazione interna al partito e rinforza l'intervento nelle amministrazioni locali per diventare perno decisivo di equilibrio tra le destre e la sinistra attualmente al governo.
Il successo della destra nazionalista francese non è solo effetto della crisi e delle politiche fiscali europee, è anche la conseguenza di una sfida semantica che i capi frontisti, ispirandosi ad Antonio Gramsci, lanciano esplicitamente alla fine degli anni 70. Oltre la veste retorica, la parola della destra radicale, fondata sui miti di referenza e di propaganda quali la decadenza, la nostalgia del passato, la teoria del complotto e il richiamo messianico, da quarant'anni configura la narrazione nazionale.
...
Il mito ha i suoi martiri, Giovanna d'Arco, e i suoi demoni, il "Leviatano moderno", il "Moloch" dell'economia "ultraliberista" come scrive Marine Le Pen in Pour que vive la France (Jacques Grancher, 2012). E per drammatizzare la lotta del Bene contro il Male c'è la teoria del complotto, socialista-comunista, sionista, massone, poi europeista. Il Front National invita gli elettori a vivere la Storia come una tragedia in cui viene messa in gioco la sopravvivenza della nazione e dell'individuo. Una minaccia imminente che richiede l'unione nazionale, campo di battaglia tra patrioti e chi viene individuato come nemico della Francia.
Non ci sono partiti e proposte che si confrontano, solo opposizione per la costruzione di un mito, quello dei "francesi" e della "Francia" come entità unificata e atemporale. Mito costruito sulle rovine della Storia, negata in quanto processo di trasformazione ma paradossalmente rivendicata rispetto al passato.
...
Nel corso degli anni i frontisti hanno innestato nel proprio percorso politico i miti della sinistra, il popolo e la repubblica laica, avvalendosi di un linguaggio comune, sempre attuale perché ha radici profonde nell'immaginario collettivo. Questi miti creano una comunità immaginaria, altro nome della nazione, grazie ad un discorso ansiogeno e rassicurante al tempo stesso: la perdita o declassamento individuale trova riscatto nella fierezza collettiva ritrovata. Un capitale identitario per compensare l'azione politica poco efficace che non offre speranza.
L'erede Le Pen secolarizza il discorso, ne normalizza lo stile per guadagnare credibilità, è pragmatica, dal 2007 parla il meno possibile di immigrazione consapevole che alcune figure storiche del FN insieme alla destra tradizionale, e attualmente la sinistra grazie ad un feroce ministro degli interni come Valls, se ne occupano a suo esclusivo vantaggio. Libera quindi di affrontare nuovi argomenti, più originali come la globalizzazione molto più consensuale e che al tempo stesso la esonera dalle abituali accuse di xenofobia provocate dalla questione 'immigrati'. L'idea frontista è stata a tal punto assimilata nel dibattito pubblico che nel libro-programma del partito lepenista del 2012, l'immigrazione è solo al nono posto dei mali della Francia.
I Le Pen si dividono lo spazio semiotico, al patriarca la storia di Francia, il discorso identitario e gli slogan contro gli immigrati, alla figlia la diagnosi economica, le prospettive nel futuro e l'identità repubblicana basata sui valori della laicità, della difesa del servizio pubblico o del lavoro nell'industria. Con questa strategia oratoria Marine Le Pen può andare incontro alle aspettative dei nuovi elettori.

Actio, come parlare in pubblico nell’epoca di YouTube



Di Flavia Trupia e Andrea Granelli
Sii spontaneo! affermava Gregory Bateson per indicare una richiesta performativa di tipo paradossale, il cui fine non era l’agire ma entrare in una nuova forma di consapevolezza. È proprio la richiesta di un’azione impossibile (essere spontanei su comando…) che ci trasforma, che ci fa capire cose nuove, che ci scuote dall’intorpidimento.




L’utilizzo che ne fa la scuola di Palo Alto (quella di Paul Watzlawick, D.D.Jackson e altri) è l’invio di messaggi paradossali con la prescrizione del sintomo per sbloccare situazioni nevrotiche. La tesi è che il comportamento patologico non esiste nell’individuo isolato, ma è un tipo di interazione patologica fra individui, cioè è la comunicazione che genera patologie, per esempio mediante messaggi patologici (paradossali) che generano – grazie alla richiesta di ordini contradditori – “doppi legami” che spesso si risolvono nella follia.
La parola che cura, la parola che trasforma, la parola che spinge all’azione, la parola che profetizza.
In tutti questi casi non basta il contenuto ma è fondamentale anche il modo in cui la parola viene pronunciata, l’azione, i movimenti e gli atteggiamenti di colui che la pronuncia. Pensiamo alle posture e i rituali degli psicoanalisti, pensiamo alle performance di Lacan nei suoi famosi seminari, pensiamo ai gesti dei grandi predicatori domenicani e francescani e al ruolo centrale del pulpito (“ma da che pulpito …”). Ma pensiamo anche alle convulsioni della Pizia che precedevano le sue profezie e quanto questo contesto comunicativo influiva e rendeva “autorevole” il messaggio dell’oracolo. Immaginarsi gli stessi contenuti veicolati su un foglio ben scritto e ordinato da un signore compassato dopo aver degustato una tazza di tè sarebbe impossibile.
Siamo quindi entrati nell’ultima delle cinque parti del canone ciceroniano: l’actio, che oggi tendiamo a chiamare performance. I Greci la chiamavano upòcrisis, e cioè il recitare il discorso come un attore (è la stessa radice di ipocrita). Consiste nel fondamentale pacchetto di skill e attributi fisici che consentono al buon oratore di “agire” il suo discorso, presentandolo con l’accompagnamento di fattori moderatamente scenici: il gesto, l’atteggiamento del corpo, l’abile regia degli effetti sonori, con parole pronunciate talora smorzando i toni, talaltra alzandoli fino a punte di massima intensità.
Spesso le espressioni facciali dell’oratore e il tono della sua voce sono lo specchio dell’anima (pensiamo ad esempio a quando al relatore si “rompe” la voce e incomincia a parlare con il cuore). Chi ascolta, soprattutto in politica, tenta di leggere il volto dell’oratore per vedere se le sue parole sono autentiche, sentite, se rispecchiano una interiorità conforme alle enunciazioni, o se invece non rivelano frode, inganno, o anche solo mancanza di sincerità. Il corpo comunica e persuade; il canone pittorico ha infatti sempre raffigurato i grandi oratori e predicatori come figure calme, in pose plastiche, e con uno sguardo nobile, contrapposti al volgo che ascolta, instabile, infiammabile, dagli umori convulsi e disordinati.
Ci sono tante discipline dai nomi oscuri, che studiano le tecniche della buona performance oratoria, tecniche he spesso utilizziamo in maniera inconsapevole. Pensiamo alla prosodia (che studia l’intonazione, il ritmo, la durata e l’accento del linguaggio parlato), alla prossemica (che studia le distanze che sussistono tra gli attori di qualche rapporto sociale, sia esso di comunicazione o di altro genere) oppure alla cinesica (che studia il linguaggio del corpo, intendendo il gesto come una qualunque azione capace di inviare un segnale visivo a un osservatore e di comunicargli una qualsiasi informazione).
Ma cosa rimane di tutto ciò nell’era della Rete, dove le abilità oratorie sembrano sempre più spesso sostituite da presentazioni Powerpoint, filmati proiettati in absentia in grandi sale, effetti visivi e sonori di ogni sorta concepiti da designer super-specializzati?
Una delle sfide comunicative contemporanee è dunque come rendere più efficace – grazie agli strumenti digitali – la performance comunicativa senza perdere in naturalezza e umanità. La cosa peggiore è usare talmente tanta tecnologia e contenuti multimediali da risultare addirittura inutile come presentatore … allora tanto vale vedersi quella presentazione su Youtube in altro momento, quando abbiamo un poco di tempo…
Nella pratica – però – i leader sono sempre più esposti a forme tradizionali di comunicazione, dove devono abbandonare le loro suggestive corazze digitali e fare leva sulla loro upòcrisis senza però cadere nella ipocrisia: comunicazioni tv brevissime che richiedono grande preparazione e memorizzazione, interventi botta e risposta in tempo reale, negoziazioni estenuanti e lunghissime dove si avanza a piccoli passi, giochi dialettici dove si viene bersagliati – “in gabbia” – da interlocutori maligni che cercano solo il punto debole.
Anche quando possiamo usare i nostri proiettili digitali (i bullet di PowerPoint), dobbiamo saper bilanciare quanto è scritto nelle slide e quanto vi aggiungiamo verbalmente, dobbiamo padroneggiare l’arte di parafrasare con parole semplici e di riassumere con efficacia, l’abilità di fare le transizioni da una tavola alla successiva …. ma soprattutto dobbiamo essere naturali – dote ancora più apprezzata negli oratori sofisticati – suggerendo piena coerenza tra ciò che si dice e ciò che si fa, tra il logos e il bios dicevano gli antichi Greci.
Oltretutto Powerpoint è sempre meno efficace. Sarah Lloyd-Hughes, nel suo How to be Brilliant at Public Speaking: Any Audience. Any Situation osserva che questo standard di presentazione incomincia a essere controproducente: «When the brain has seen a format so many times, it switches off. And your message is lost».
Ma la cosa più importante di ogni comunicazione pubblica è iniziare con il piede giusto. Il punto più delicato è proprio l’esordio, come presentarsi al pubblico e attivare la sua attenzione e benevolenza.
In un esperimento condotto da Kyle Emich della Fordham University, e riportato su Harvard Business Review (Start Your Next Meeting with a Joke, ottobre 2014), quando si inizia la riunione con una battuta (denotando e diffondendo buon umore), aumenta il coinvolgimento e la capacità creativa (ad esempio nel risolvere un problema). Questo perché è più probabile che chi è di buon umore condivida le proprie conoscenze e sia aperto alla novità costruttiva. Oltretutto un clima sereno e divertito abbassa le barriere, le difese e soprattutto i pregiudizi.
La precettistica degli esordi degli antichi retori conteneva minuziose elencazioni degli accorgimenti da adottare per attrarre l’attenzione dell’uditorio, per indurlo a seguire i ragionamenti nelle loro pieghe più riposte e a essere benevolo verso l’oratore. Ad esempio – secondo Aristotele – di fronte ad ascoltatori competenti del tema non c’è bisogno di proemio: bisogna entrare subito, senza indugio, in medias res.
A un oratore prestigioso Quintiliano proponeva invece di confessare la propria inadeguatezza, di dichiararsi «incapace, inesperto, impari per ingegno ai patroni della parte avversa». È il topos dell’affettazione di modestia, diffusissimo in tutte le letterature e ritenuto psicologicamente molto efficace nell’oratoria perché «c’è un moto naturale di simpatia per chi si trovi in difficoltà» ricordava Quintilliano. Un esempio famoso e recente di questa tecnica (che i latini chiamavano excusatio propter infirmitatem – dichiarazione esplicita di inferiorità dell’oratore) ci viene da Steve Jobs nel suo Commencement Address “Stay hungry stay foolish” pronunciato all’Università di Stanford nel 2005: «Sono onorato di essere con voi oggi, per la vostra laurea in una delle migliori università del mondo. Io non mi sono mai laureato. A essere sincero, questa è la cosa più vicina a una laurea, per me».
Un altro aspetto fondamentale di un’efficace performance comunicativa è l’uso appropriato del “tempo”. Sono quattro le dimensioni del tempo che hanno a che fare con la comunicazione:
  1. la durata del discorso: idealmente il più breve possibile;
  2. il ritmo dell’intervento: musicale, armonico e “anticipabile”, con il climax verso la fine; c’è molto da imparare dalla poesia e dalla composizione musicale;
  3. le pause, per prendere fiato, rallentare, anche per fissare i concetti e riorganizzare il pensiero; tanto si è scritto sull’”eloquenza del silenzio”, sorretta solo dai poteri della performance;
  4. il kairòs, saper cogliere il tempo opportuno.
I sofisti hanno creato la retorica in quanto arte del discorso persuasivo, facendone l’oggetto di un insegnamento sistematico e globale, fondato su una visione del mondo concreta e non metafisica. A loro va anche il merito di aver insistito sull’importanza del kairòs l’occasione propizia che bisogna cogliere nel fluire incessante delle cose; in altre parole il senso dell’opportunità – quanto intervenire, quando replicare, … – anima di ogni retorica in atto. Se il momento non è opportuno, anche il discorso meglio costruito non ha impatto. Spesso ciò dipende anche dalle caratteristiche e predisposizioni di chi ci ascolta. Interessante a questo proposito l’affermazione di Gesù riportata nel Vangelo di Giovanni: «Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso».
Uno dei fenomeni più interessanti nati dalla cultura digitale che rimette al centro l’actio è ted.com, il cui acronimo sta per Technology, Entertainment, Design. Questa realtà organizza da oltre trent’anni conferenze in tutto il mondo. Più che conferenze, vogliono essere delle conversazioni (talk) e il ruolo dell’organizzazione non è tanto logistico, quanto progettuale, strategico e di controllo della qualità. Il suo principale prodotto è una speaking platform che indica come organizzare questi eventi. Il fine ultimo di TED è infatti la creazione di un vero e proprio movimento auto-organizzato in grado, ovunque nel mondo, di progettare e gestire eventi in cui si producono idee che valga la pena raccontare, condividere, diffondere. Quando, infatti, Chris Anderson acquisì TED, oltre a creare il metodo e il processo che oggi conosciamo, mutò il payoff della società (e quindi la sua missione) in «ideas worth spreading». Il successo è stato straordinario e planetario.
TED è, nei fatti, diventato l’agorà della moderna oratoria e il suo format unisce le tecniche tradizionali del discorso davanti a un pubblico con le più sofisticate riflessioni di retorica per il digitale e nasce come reazione all’uso spregiudicato di PowerPoint, poiché la gente è sempre più “tired of speakers who gave ‘old school’ PowerPoint presentations.” La sua notorietà deriva soprattutto da coloro che consultano i TED Talk sulla Rete.
Il know-how accumulato in trent’anni è stato codificato in diverse metodologie, e riassunto in dieci comandamenti (con un evidente richiamo biblico …); peraltro anche l’acronimo TED richiama il dieci (TEN) …
Vediamoli – nella nostra traduzione – perché rappresentano una summa di buon senso retorico:
  1. Non devi semplicemente tirare in ballo il tuo solito discorsetto
  2. Devi creare dei grandi sogni, parlare di cose meravigliose o condividere qualcosa che non hai condiviso prima
  3. Devi mostrare la tua curiosità e la tua passione
  4. Devi raccontare una storia
  5. Devi sentirti libero di commentare liberamente i discorsi degli altri oratori per il piacere delle connessioni ispirate o della squisita controversia
  6. Non devi sfoggiare il tuo ego; sii vulnerabile: parla dei tuoi fallimenti allo stesso modo dei tuoi successi
  7. Non vendere dal palco, né la tua azienda, né i tuoi dei, né i tuoi scritti, né il tuo bisogno disperato di finanziamenti: lasciati trasportare nella profonda oscurità
  8. Devi ricordare per tutto il tempo: la risata è Dio
  9. Non devi leggere il discorso
  10. Non devi rubare il tempo al prossimo relatore
Questo decalogo è una sintesi molto pratica, e adattata allo spirito del tempo, della manualistica retorica di stampo classico. Un punto forse di distacco rispetto all’approccio più tradizionale dipende proprio dalla dimensione volutamente conviviale e interattiva che la parola talk vuole richiamare rispetto al discorso. E infatti Anderson, in un articolo scritto per Harvard Business Review (How to Give a Killer Presentation, giugno 2013), punta molto sullo storytelling e afferma che gli uomini desiderano intensamente ascoltare storie. Suggerisce pertanto di adottare la metafora del viaggio e di costruire conversazioni che conducano l’audience lungo un viaggio, dove deve essere chiaro non solo il percorso ma il punto di partenza e quello di arrivo. Il richiamo alle riflessioni di Joseph Campbell sul viaggio dell’eroe come storia matrice di tutte le storie è evidente. Il viaggio ci avvince, ci coinvolge e soprattutto ci trasforma. E Anderson afferma: «A successful talk is a little miracle, people see the world differently afterward».
Dietro queste regole vi è il credo del suo fondatore: buoni oratori non si nasce, si diventa; o detto in modo più efficace dal grande filosofo, scrittore e poeta statunitense Ralph W. Emerson, «All the great speakers were bad speakers at first». Per questo TED può essere considerata una delle più grandi palestre della retorica contemporanea, dove studiare e imitare i grandi retori dell’era digitale. E per questo motivo il retore (o meglio communication coacher) Carmine Gallo ha dedicato a questo tema addirittura un libro: Talking Like TED: The 9 Public-Speaking Secrets of the World’s Top Minds.