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Proposte per Assegnazioni provvisorie e utilizzazioni personale docente- COMUNICATO CNDDU


Il Coordinamento Nazionale dei Docenti della disciplina dei Diritti Umani, in considerazione delle
forti criticità rilevabili a livello strutturale e logistico presenti nella quasi totalità degli edifici
scolastici italiani e dello stato di emergenza nazionale che è stato prorogato dal Governo fino al 31
ottobre, invita caldamente il Ministero dell’Istruzione ad accogliere le domande di assegnazione provvisoria
e utilizzazione da parte del personale docente che lo richiedesse in ordine alle seguenti motivazioni:
1) Grave rischio per la salute del personale docente in vista di scenari imponderabili connessi
all’evoluzione della pandemia in autunno;
2) Incertezza circa le misure di prevenzione Covid19 rese disponibili allo stato attuale per le scuole (ad
esempio: mancanza di rilevazione temperatura in ingresso scolastico; sanificazione dei locali
difficoltosa);
3) Elevata probabilità di “Culpa in organizzando” per i dirigenti scolastici (art. 18 D. Lgs 81/08);
4) Imprevedibilità del comportamento degli studenti, soprattutto negli istituti scolastici più
problematici;
5) Penalizzazione dei docenti fuorisede dovuta alla crescita degli affitti e del costo vita;
6) Riduzione dei vettori che permettano ai docenti di raggiungere i propri affetti (eliminazione di treni,
autobus a lunga e breve percorrenza in alcuni collegamenti tra Nord e Sud)
7) Anzianità del personale scolastico bloccato ormai da cinque anni nelle zone del Nord Italia (i dati
relativi alla mobilità sono stati catastrofici per talune classi di concorso, registrando in alcuni casi
valori quasi nulli nei trasferimenti interprovinciali verso il Sud, come ad esempio: A046 – discipline
giuridiche ed economiche; A045 – discipline economiche ed aziendali; scienze primarie.
In alternativa a quanto richiesto, si propone di autorizzare il lavoro in modalità smart working per i docenti
fuorisede fino al termine dello stato di emergenza.

Prof. Romano Pesavento
Presidente CNDDU

Covid-19, per l'Oms non ci sarà un immediato ritorno alla normalità


Di Salvatore Santoru

Per l'OMS non ci sarà un ritorno un vero e proprio immediato ritorno alla normalità.
Comunque sia, riporta il Fatto Quotidiano, dall'agenzia delle Nazioni Unite fanno sapere che esiste una roadmap funzionale al controllo del Covid-19(1)
Il direttore generale dell'Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha sostenuto che attualmente l’epicentro della diffusione del virus rimane l'America.
NOTA :

Proposte CNDDU su assegnazione e utilizzazione 2020 - 2021


Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani intende, in considerazione
dell’intenzione espressa da parte del Governo di prorogare lo stato di emergenza dal 31 luglio al 31 dicembre
e della crescita della curva di contagio, desumibile dai dati resi disponibili dalla protezione civile, riproporre
alcuni nodi concettuali di cogente importanza non solo per il mondo della scuola, ma per tutto il Paese, sui
quali erano state evidenziate alcune possibilità di sviluppo in più occasioni.

Si profila per il nuovo a.s. imminente una prospettiva incerta: probabile sdoppiamento delle classi; ritorno
alla DaD quasi sicuro; responsabilità immani per i dirigenti scolastici; richiesta di mobilità inevasa da parte
di quasi tutti i docenti della classe di concorso A046 – discipline giuridiche ed economiche e di un numero
cospicuo di educatori della scuola primaria (“esiliati” l. 107/2015), i quali, nell’eventualità dovessero
ammalarsi in servizio, potrebbero costituire motivo di contenzioso giuridico di non lieve entità in quanto
personale fuorisede soggetto a spostamenti continui necessari per il ricongiungimento familiare.
Dobbiamo necessariamente ribadire quanto dovrebbe pesare il fattore anagrafico, tra i più elevati, per
lavoratori esposti ai rischi della vicinanza con studenti giovanissimi e dell’utilizzo quotidiano con diversi
vettori affollati, sulla cui sicurezza si delineano margini di dubbio sostanziali, considerando l’abbassamento
della guardia sulle norme anticovid 19 riscontrabile in ogni area del Paese.

Il segretario generale del CNDDU, prof. Avv. Alessio Parente, in merito al completo stallo in fase di
mobilità della classe A046 – discipline giuridiche ed economiche e visto l’avvio della disciplina Educazione
civica per l’a.s. 2019/2020, ha avanzato la seguente proposta per consentire l’assegnazione provvisoria-
utilizzazione presso scuole di ogni ordine e grado ove verrà attivata tale materia. Alcune basi giuridiche a
sostegno dell’iniziativa sono: - l’art. 2 co. 4 l.n. 92 del 20 agosto 2019 prevede che l’insegnamento
dell’Educazione civica avvenga da parte di docenti abilitati nella classe di concorso A-46; - il DPR 19/2016
individua quale unica classe di abilitazione per l’insegnamento delle discipline economiche e giuridiche, la
classe A-46; - l’art.7 comma 4 del CCNI; - l’art.2 comma 3 del CCNI.
Come intervenire sulle operazioni di assegnazione e utilizzazione del 2020/2021?
ASPETTO PRATICO
Inserire nell’applicativo della domanda online una casella specifica
[ ] dichiara di essere disponibile all’accettazione di incarichi di insegnamento per la disciplina Educazione
civica presso scuole secondarie di secondo grado
[ ] dichiara di essere disponibile all’accettazione di incarichi di insegnamento per la disciplina Educazione
civica presso scuole secondarie di primo grado
[ ] dichiara di essere disponibile all’accettazione di incarichi di insegnamento per la disciplina Educazione
civica presso scuole primarie

ASPETTO REGOLAMENTARE
L’intervento a livello di bando non risulta, a parere del C.N.D.D.U. necessario, essendo la normativa vigente
particolarmente chiara. Nonostante ciò, è possibile introdurre nel corrispondente bando un testo tipo
“per l’anno scolastico 2020/2021, il docente in possesso dell’abilitazione per l’insegnamento delle discipline
giuridiche ed economiche, può presentare istanza di assegnazione provvisoria/utilizzazione presso le scuole
primarie e secondarie di primo e secondo grado per l’insegnamento Educazione civica”
Rischi in caso di mancata attuazione della proposta
- Danno erariale
1) Diretto, derivante dagli incarichi per l’insegnamento dell’Educazione civica conferiti dai Dirigenti a
docenti non abilitati sulla classe A-46, sulla base di un’interpretazione latu sensu della normativa;
2) Indiretto, derivante dai contenziosi iniziati dai docenti della classe a-46.
- Violazione delle norme di sicurezza sul lavoro e, in particolare, di quelle relative alla prevenzione dai rischi
di diffusione di epidemie.
1) La condotta consistente nell’obbligare il docente della classe A-46 a spostarsi periodicamente dalla
regione di residenza a un’altra regione, laddove risultino, proprio nella regione di residenza, vacanti e
disponibili i posti relativi all’insegnamento di Educazione civica, è valutabile in sede di responsabilità
amministrativa, civile e contabile, senza escludere l’ipotesi di responsabilità penali eventualmente connesse.
Il CNDDU precisa che tali osservazioni – proposte operative sono state presentate ai referenti del Ministero
dell’Istruzione.

Prof. Romano Pesavento
Presidente CNDDU

Covid-19, il report di ASRIE Analytica sugli effetti geopolitici in Africa


Di Salvatore Santoru

Recentemente è stato pubblicato il quarto Geopolitical Report annuale di ASRIE Analytica, una piattaforma di analisi geopolitiche legata alla testata online 'Notizie Geopolitiche'(1).
Nel report, intitolato “Effetti geopolitici del COVID-19 sui paesi africani tra migrazioni e povertà”, si affronta la tematica dell'impatto dell'attuale emergenza sanitaria nei paesi africani. Il report è stato scritto dal giornalista C.Alessandro Mauceri e l'editore è Giuliano Bifolchi, direttore della stessa ASRIE Analytica(2).
Entrando nello specifico, nello studio ci si concentra inizialmente sulle criticità legate ai flussi migratori di massa e l'assai elevato rischio di contagio presente nei spesso sovraffollati campi profughi. In seguito, si parla di altri fattori di criticità che potrebbero potenzialmente rendere ancor meno gestibile il contrasto al Covid-19 e, tra di esse, vi sono le problematiche economiche come l'eccessiva povertà in determinate zone e settori di diversi paesi dell'Africa.
Nel report si riportano anche alcuni fattori di criticità ambientale, come l'impatto di sicittà e alluvioni e, oltre a ciò, la questione legata alla recente 'invasione di cavallette' che sta interessando alcune nazioni dell'Africa subshariana e del Corno d'Africa.
NOTE:

Perplessità su documento INAIL sulla possibile rimodulazione delle misure di contenimento contagio Covid19-COMUNICATO CNDDU


Il CNDDU manifesta notevole preoccupazione in relazione alla recente pubblicazione del
documento INAIL relativo al “Documento tecnico sulla possibile rimodulazione delle misure di
contenimento del contagio da SARS-CoV-2 nei luoghi di lavoro e strategie di prevenzione” nel
quale vengono indicate le classi di rischio per alcuni dei principali settori lavorativi.
In relazione al settore istruzione, la classe di rischio viene stranamente indicata quale medio-bassa.
Non è assolutamente comprensibile tale risultato anche in considerazione dei parametri che l’INAIL
dichiara di utilizzare, ossia:

 Aggregazione: la tipologia di lavoro che prevede il contatto con altri soggetti oltre ai
lavoratori dell’azienda.
 Prossimità: le caratteristiche intrinseche di svolgimento del lavoro che non
permettono un sufficiente distanziamento sociale per parte del tempo di lavoro o
per la quasi totalità;
 Esposizione: la probabilità di venire in contatto con fonti di contagio nello
svolgimento delle specifiche attività lavorative;

Basta confrontare i valori indicati per parrucchieri, atleti professionisti, badanti, camerieri con quelli
propri del settore dell’istruzione, per rimanere quantomeno perplessi rispetto all’elaborazione
operata dall’INAIL con riferimento al settore istruzione.
A parer nostro, c’è da chiedersi se l’INAIL abbia realmente preso in considerazione il settore
dell’istruzione, il ruolo del docente e il numero di alunni per classe.
È fatto notorio che, per il settore istruzione, il parametro “aggregazione” dovrebbe assumere un
punteggio sicuramente superiore rispetto a tante altre attività lavorative qualificate con punteggio di
rischio alto o medio alto, in quanto solo nel settore scolastico il contatto continuo con soggetti
diversi dai lavoratori è connaturato al rapporto docente – classe. Gli insegnanti ogni giorno lavorano
con alunni e, spesso, dialogano con genitori. In media, un docente entra in contatto con 150-200
persone, tra alunni propri e non, personale di servizio, personale di segreteria, dirigenza e colleghi.
Non va poi dimenticato che l’entrata e l’uscita dalle scuole rappresentano dei momenti di
aggregazione anche per i familiari degli alunni e quindi occasioni ad alto rischio di contagio. Se si
pensa che, in Italia, spesso sono i nonni ad accompagnare e prendere i propri nipoti, la situazione
assume connotati ancor più preoccupanti.
In secondo luogo, anche il parametro di “prossimità” dovrebbe assumere il punteggio molto più
elevato rispetto a tante altre attività. Nel settore scolastico italiano, esiste la più alta densità di
persona per metro quadrato. In base all’attuale dimensionamento delle classi, il distanziamento
sociale, come previsto dalle norme vigenti, non solo risulta improbabile, ma praticamente
impossibile. Se, secondo alcuni studi, il virus nei soggetti giovani sembra aver minor effetto e/o
propagarsi meno, considerando le statistiche di mortalità, i soggetti maggiormente a rischio non
potranno che essere i docenti over 40.
Quanto al parametro “esposizione”, basti pensare che la scuola è frequentata da figli di camerieri, di
badanti (RISCHIO INAIL ALTO), di atleti professionisti (RISCHIO INAIL ALTO), di parrucchieri
(RISCHIO INAIL ALTO), di forze dell’ordine (RISCHIO INAIL ALTO), di personale sanitario
(RISCHIO INAIL ALTO), di farmacisti (RISCHIO INAIL ALTO), etc. È sufficiente che in uno dei
citati settori si verifichi il contagio, per poi estendersi inesorabilmente attraverso il settore istruzione
al resto della popolazione. In altri termini, il settore istruzione è il più delicato dei settori, in quanto
espone al rischio di contagio diffuso senza alcuna possibilità di distinzione tra professioni e attività.

Un solo alunno affetto da Covid-19 può essere causa di una catena di contagio che influenzi
tutti gli alunni della scuola che frequenta e, in conseguenza, delle corrispondenti famiglie. Se il
contagiato è un docente, poi, l’estensione del virus è tale da poter interessare l’intero territorio
nazionale. Basta anche un solo giorno di lezione: si pensi al docente precario che si reca fuori
regione e che dopo aver contratto inconsapevolmente il virus, rientra - in treno o in autobus - alla
propria residenza. Il docente, infatti, per la ridotta disponibilità economica è tra la tipologia di
soggetti che maggiormente usa mezzi di trasporto collettivi.
Il CNDDU, considerata l’evidenza delle dinamiche scolastiche italiane, invita l’INAIL a rielaborare
i dati o a correggere l’eventuale errore, modificando il rischio del settore istruzione da MEDIO-
BASSO a ALTO, precisando in modo articolato la criticità del settore oppure spiegando
dettagliatamente in che termini sia stato possibile assegnare un rischio medio-basso al settore in
questione.
Il CNDDU invita, altresì, il Ministero dell’Istruzione a considerare i rischi derivanti dagli
spostamenti dei docenti fuorisede e non e ad approntare quanto prima una corretta disciplina della
sicurezza sui luoghi di lavoro.
Sottovalutare i rischi del settore dell’istruzione significa mettere a repentaglio l’intero sistema
sanitario nazionale, generare un danno erariale incalcolabile e, soprattutto, compromettere la salute
degli studenti, dei lavoratori del settore istruzione e di tutte le famiglie senza alcuna distinzione.

prof. Alessio Parente
Segretario generale CNDDU

 prof. Romano Pesavento
 Presidente CNDDU

L’ombra di Francia (e Australia) sul laboratorio di Wuhan: le rivelazioni che imbarazzano Parigi


Di Gianluigi Paragone

Non c’è soltanto la Cina a tremare per le indagini ancora in corso sull’origine del famigerato Covid-19, il patogeno che ha messo in ginocchio il mondo intero e che continua a far paura alle famiglie che pure tentano faticosamente di tornare alla loro solita vita, o comunque qualcosa di molto simile. Perché l’ossessiva ricerca di prove, soprattutto da parte degli Stati Uniti, per dimostrare come il coronavirus sia stato creato artificialmente in laboratorio, rischia di inchiodare anche altri Paesi alle proprie responsabilità, trascinandoli in un vortice di accuse dalle conseguenze ancora imprevedibili.

L'ombra della Francia sul laboratorio di Wuhan: le rivelazioni che imbarazzano Parigi

In uno scenario che spaventa e che ha sta facendo parlare di guerra biologica e bio-terrorismo, ci sono infatti due Paesi dalla coscienza non pulitissima: l’Australia e, soprattutto, la Francia. Il progetto per la costruzione del laboratorio di livello P4 a Wuhan, come emerso in questi giorni, è infatti comune ai tre Stati. La struttura è nata forte del gemellaggio con l’Istituto Pasteur e il laboratorio P4 di Lione anche se il governo transalpino, quando i primi dettagli della collaborazione hanno fatto capolino, si è affrettato a rimarcare i rapporti burrascosi con Pechino. Versione però successivamente smontata dalla stessa stampa francese, che ha evidenziato come piuttosto la stretta collaborazione sia andata avanti almeno fino al 2019.
Scontato che alla base ci sia stata, per tutto quel lungo lasso temporale, la supervisione dei governi e dei servizi segreti francesi e cinesi. Il 24 gennaio 2019 si era svolta una delle ultime visite ufficiali in pompa magna da parte di autorità provenienti da Parigi alla struttura di Wuhan, con la presenza del direttore del Laboratorio Batteriologico di Lille René Courcol in terra d’Oriente. Dai comunicati ufficiali, in quell’occasione pare si fosse discusso anche delle forniture di tute protettive, prodotte in Francia, ai dipendenti. La Cina, in questo, è stata furba: in tanti passaggi, in tanti documenti si evidenzia la presenza degli amici parigini, come a voler mettere le mani avanti. Della serie: “dovesse succedere qualcosa, sappiate che non siamo noi gli unici responsabili”. Una furbizia che torna oggi particolarmente utile per scaricare almeno un po’ di colpa anche su altri Paesi.
L’Australia, in tutto questo, ha a sua volta condiviso strutture, risorse e informazioni con la Cina e i suoi scienziati. Shi Zhengli, medico cinese tra gli autori della sperimentazione sui pipistrelli all’interno della struttura di Wuhan, aveva svolto ad esempio pratica per mesi nell’Australian animal health laboratory nello stato di Victoria. E i rapporti stretti tra i due Paesi, che si scambiavano anche dati su diverse ricerche, sono stati sottolineati in questi giorni dalla stampa di Melbourne. Con un risultato finale piuttosto bizzarro: la Cina è al centro del palcoscenico, i riflettori puntati contro, accusata di aver mentito al mondo sull’origine e la diffusione del Covid-19. Poco distanti, però, Australia e Francia osservano con notevole imbarazzo, sapendo di aver almeno in piccola parte contribuito alla stesura del copione.

Il crocevia della globalizzazione: quale mondo dopo il coronavirus?


Di Andrea Muratore

L’epidemia di coronavirus e le sue conseguenze per le società del mondo globalizzato stanno, giorno dopo giorno, acquisendo tutte le caratteristiche di una svolta epocale. Di un contesto di catalizzazione di dinamiche, scenari e sviluppi già in atto, accelerati dall’incontro tra la pandemia originatasi in Cina e un mondo globalizzato di cui stavano, gradualmente, venendo in emersione spigolature e contraddizioni. Come ha dichiarato in un’intervista alla rivista francese Le Grand Continent la virologa Ilaria Capuail virus e i suoi effetti corrono sfruttando la velocità e l’iperconnessione, fisica e non, del nostro sistema: “Attraverso le infrastrutture di comunicazione siamo riusciti ad accelerare (e quindi a trasformare qualitativamente) dei fenomeni che prima mettevano millenni ad accadere. Pensiamo al virus del morbillo: non era altro che una mutazione della peste bovina che si è trasmessa all’essere umano quando abbiamo iniziato ad addomesticare la mucca. Il morbillo ha invaso il mondo camminando, a piedi. Pensiamo all’influenza spagnola, che un secolo fa ci ha messo ben due anni per diffondersi. Questa volta invece sono bastate un paio di settimane”.
Il coronavirus impatta come il temuto “cigno nero”, lo shock esogeno teorizzato nell’omonimo saggio di Nassim Nicholas Taleb e che in Italia è stata resa popolare dall’attuale presidente della Consob Paolo Savona. La tutt’altro che remota ipotesi di una malattia pandemica accelerata dai meccanismi della globalizzazione si trasforma in uno shock sistemico. Paradigmi consolidati sono saltati in poche settimane, dopo che le società occidentali si erano cullate nell’illusione che le strategie draconiane messe in campo dalla Cina di Xi Jinping fossero sufficienti a prevenire un’espansione del coronavirus oltre i confini dell’Impero di Mezzo. Le frontiere tornano ad essere limes, i commerci si bloccano, gli istituti di libero scambio e libera circolazione della globalizzazione si sospendono,la folle corsa delle borse dopate da un decennio di liquidità facile si trasforma in schianto sistemico, i governi tornano in campo. L’esponenzialità del contagio precede la capacità di coglierne gli scenari, le dinamiche, le conseguenze.
Ma, per limitarci al contesto italiano ed occidentale, siamo certi che l’impatto della crisi del coronavirus sarà evidente su tre fronti importanti: quello economico-finanziario, quello politico e quello sociale. Non è il coronavirus a determinare i cambiamenti in atto: la somma di criticità in emersione nel nostro sistema, le vulnerabilità evidenti di un sistema, soprattutto economico-finanziario, poco resiliente agli shock di natura esogena, dal rischio geopolitico a quello epidemiologico, il clima di dinamica competizione tra potenze in atto e la magmatica emersione di un malessere sociale internazionale tra la fine del 2019 e l’inizio del 2020 prefiguravano l’avvicinamento di una fase di rottura.
Il mondo dopo il coronavirus si evolverà in diversi scenari perché ciò che c’era prima era instabile e sotto certi punti di vista disfunzionale. I cambi di paradigma e gli scenari di discontinuità non nascono dal nulla ma da un precedente substrato sociale. Ma quali sono, dunque, i nodi venuti al pettine con l’attuale crisi? Quali direttrici di cambiamento determineranno lo sviluppo del mondo che verrà? Abbiamo voluto investigare per trovare le risposte a queste domande, indagando le tre aree precedentemente citate.

Fine corsa per la finanza sregolata?

Nel primo mese dell’emergenza coronavirus è ammontato, secondo quanto ricostruito da Vito Lops per Il Sole 24 Ore,a ben 25mila miliardi di dollari il conto delle perdite finanziarie dei mercati principali del pianeta. Wall Street ha bruciato circa un quinto della sua capitalizzazione. Ancora più pesante il conto europeo: il Ftse Mib si è quasi dimezzato in un mese arrivando a perdere il 44% del proprio valore. Il Dax 30 di Francoforte ha perso il 40%, in linea con gli altri listini continentali rappresentati dall’indice Eurostoxx 50 (-40%).
In seguito, aprile ha mostrato un graduale riflusso della marea, ma oramai l’attestazione dell’inaffidabilità della scelta di sottoporre al “giudizio dei mercati” l’evoluzione del destino dei popoli e degli Stati è risultata conclamata anche al grande pubblico.
Charles Kindleberger, nel mai dimenticato testo di storia finanziaria Manias, panic and crashes, ha ricostruito con dettaglio e capacità di analisi la traiettoria comparata delle diverse crisi finanziarie sottolineandone la ciclicità dell’andamento. In questa fase, sotto diversi punti di vista vengono al pettine i nodi del decennio seguito alla Grande Recessione del 2008: la risposta messa in campo dalle banche centrali, incentrata unicamente sull’espansione dell’offerta di moneta, ha letteralmente “dopato” le borse di tutto il mondo, fornendo risorse per quello che era creato un circolo virtuoso dagli operatori. La somma tra il denaro facile, i bassi tassi di sconto e l’elevata dilatazione dei listini ha creato uno scenario di vacche grasse per diversi operatori. Slegandosi completamente dall’economia reale in Europa e Stati Uniti, la folle corsa della finanza ha portato i listini a macinare record e gli operatori a cavalcare la redditività con massicci programmi di riacquisti di azioni proprie, piani di dilatazione dei dividendi e spericolate operazione di fusione e acquisizione guidate unicamente dal valore borsistico.
Lo stop improvviso di catene logistiche, flussi economici e scambi per l’emergere del contagio ha bruscamente richiamato alla realtà: l’economia materiale serve e il suo brusco blocco ha precipitato i mercati finanziari di tutto il mondo in una profonda fase d’incertezza, sconosciuta negli ultimi anni, a cui ha fatto seguito un’accelerazione della volatilità al ribasso. Fine della fase di “euforia” e inizio della fase di “panico” delle tesi di Kindleberger. Per evitare lo schianto, le banche centrali di tutto il mondo sono state risolute nell’aumentare la potenza di fuoco dei propri “bazooka” e la Federal Reserve statunitense ha addirittura passato il Rubicone dell’acquisto dai mercati di titoli e obbligazioni delle società di Wall Street.
Basterà? Difficile a dirsi. La crisi in corso vede la sovrapposizione di uno shock all’offerta legata alla sospensione delle attività di imprese e società produttrici di servizi a un potenziale e credibile shock di domanda per la dispersione di redditi e la distruzione di posti di lavoro nelle economie avanzate. Su cui si interseca la debolezza conclamata delle borse e la marea montante crisi petrolifera connessa alla sfida russo-saudita e al crollo della domana. I governi sono chiamati a intervenire in prima persona per tamponare l’emorragia: il ristabilimento di uno status quo creditizio, finanziario e monetario già sorpassato dagli eventi non potrà essere certamente risolutore.
Va in frantumi il mito della fabbrica globale, l’economia del just-in-time che snobba l’accumulazione di scorte e riserve industriali (cruciali, come abbiamo visto, in ambito sanitario) predicando la frammentazione delle produzioni in tutto il mondo e riprende piede la prospettiva di vedere coperture e azioni dirette degli Stati in funzione anti-recessione. La Cina ha aperto la strada, poi con grado diverso Germania, Francia, Italia, Regno Unito, Spagna Stati Uniti, Australia e Giappone hanno imposto piani di stimolo da miliardi di dollari. Angela Merkel affossa sul fronte interno l’austerità predicata per anni e ancora ottusamente difesa in sede europea e chiede alla banca pubblica Kfw di promuovere un piano di prestiti alle imprese da 550 miliardi di euro, annunciando poi oltre 150 miliardi di deficit; Boris Johnson ha lanciato prima del suo ricovero ospedaliero l’idea della riconversione industriale all’economia di guerra per la produzione di respiratori e ha messo in campo, sull’unghia, 50 miliardi di sterline; negli Stati Uniti il fine settimana del 21-22 marzo ha portato con sé una dilatazione dello stimulus package proposto dai repubblicani da 500 a 2.000 miliardi di dollari, base dell’accordo tra amministrazione Trump e democratici. Hong Kong, Singapore e Macao varano la distribuzione di helicopter money a tappeto, e anche la superpotenza decide di seguirli, forse pregiudicando in questo modo le prospettive di una più spedita ripresa in nome di un maggiore equilibrio interno.
Intendiamoci: tutto questo non potrà ricostituire esclusivamente un sistema disfunzionale o servire unicamente a ridare linfa a una finanza deregolamentatache, dagli Anni Novanta ad oggi, si è fatta anno dopo anno sempre più instabile. Si avoca, a causa della manifestazione delle problematiche dell’economia, un ritorno in auge del primato della politica. Chiamata a compiere l’opera interrotta dopo la risposta agli effetti travolgenti dell’ultima recessione.

Il richiamo della politica

Così come viene meno la considerazione della finanza come isola felice e centro di profitto si riduce anche lo spazio di manovra per la pulsione tecnocratica che è stata a lungo al centro della governance del sistema della globalizzazione neoliberista. Rappresentando l’altra faccia della medaglia del flusso crescente di commerci e interconnessioni. La politica, fatta di scelte discrezionali, capacità d’azione strategica e progettualità, reclama il proprio spazio: cresce la domanda, in tutto l’Occidente, di una classe dirigente all’altezza delle sfide del presente. Mentre il paradigma economicistico frana e la stessa comunità scientifica si deve adattare alla sfida del nuovo contagio, reagendo a livello internazionale con grande volontà ed energia, in tutto il mondo i decisori e i leader acquisiscono una centralità pienamente operativa e progettuale.
Torna il primato della politica o, perlomeno, la sua esigenza. Assieme all’ammonimento di Marcel Proust, rivelatore di un’esigenza profonda della nostra epoca: ““Datemi una buona politica e vi darò una buona finanza!”. Assieme al primato della politica si va alla ricerca del tempo perduto pensando che ogni auspicio dell’attuale globalizzazione si sarebbe materializzato. Relegando dunque nell’angolo la politica, la dialettica, il confronto d’idee.
Nel suo saggio capitale La grande trasformazione (1944) il sociologo austriaco Karl Polanyi teorizzò la necessità del superamento delle vincolanti maglie del dominio dell’economia sula società, del mito dei mercati quali sovrani giudici degli avvenimenti dell’ideologia dell’homo oeconomicusriferendosi all’incapacità delle società liberali degli Anni Trenta di cogliere i sintomi della Grande Crisi del 1929. In una fase storica da tempo caratterizzata da un profondo ritorno del “momento Polanyi”, ovvero da un deciso rilancio del dibattito sul primato della politica sull’economia e sui migliori modi di portare quest’ultima al servizio della vasta massa dei cittadini, la crisi del coronavirus altro non fa che enfatizzare la rilevanza su tali punti. Portando a un esteso ampliamento delle sfere in cui la politica è chiamata a esercitare i suoi doveri e a porsi come ordinatore: si riscopre la validità dei sistemi sanitari nazionali come creazione di una politica di compromesso sociale, si apre il dibattito sugli “Stati strateghi” capace di porre un freno alla marea montante della crisi del neoliberismo, si assiste al richiamo di una classe dirigente finalmente all’altezza delle sfide della globalizzazione.
“La nostra tesi è che l’idea di un mercato autoregolato implicasse una grossa utopia. Un’istituzione del genere non poteva esistere per un qualunque periodo di tempo senza annullare la sostanza della società”, scriveva Polanyi nel 1944. “Era inevitabile che la società prendesse delle misure per difendersi, ma qualunque misura avesse preso essa ostacolava l’autoregolazione del mercato“. Un memento che vale anche come tracciato per il superamento della crisi attuale.
Non a caso che ad annaspare in acque agitate sia proprio quell’Unione Europea che nella sua evoluzione ha volutamente espunto il discorso del primato della politica sulle austere logiche della finanza e interiorizzato il mito della “fine della Storia” nel suo percorso storico. Il rigore dei falchi del Nord sulle forme di solidarietà da attuare, sulla necessità di uno shock politico come premessa a una risposta economica comune e una debolezza sostanziale delle strutture comunitarie. Mario Draghi è sceso in campo a favore del rilancio di una vigorosa azione degli Statie di una svolta politica comunitaria, ma le élite di Bruxelles si sono mostrate sino ad ora sorde alla necessità di una svolta radicale. Anche nell’ora più buia per l’Unione il mito economicista non viene scalfito. Quella che rimane, per citare Pierluigi Fagan, “l’ultima Thule dell’utopia antipolitica”, anche di fronte al rischio di una crisi interna senza precedenti, non riesce a venire a patti con la realtà. Anche di fronte al pacchetto approvato dal più recente Consiglio Europeo l’Unione non ha sciolto la riserva sulla priorità politica da garantire alla sua azione: iniziative di tamponamento ai danni della crisi come la misura anti-disoccupazione Sure si sono unite a programmi di maggior razionalità strategica come il coinvolgimento della Banca Europea degli Investimenti e al sempre problematico punto interrogativo del Meccanismo Europeo di Stabilità.

Crisi post-Covid, Gaiani (Analisi Difesa) : 'Rischio scalate straniere, in Italia troppo pochi filo-italiani'


Di Salvatore Santoru

La crisi finanziaria post-Covid 19 potrebbe essere interessata dall'aumento delle scalate straniere alle aziende italiane, com'è stato ricordato pochi giorni fa anche dal Copasir

Lo ha riportato, nel corso di un'intervista pubblicata anche su questo sito, il noto analista geopolitico e militare Gianandrea Gaiani(1).

Più specificatamente, il direttore di "Analisi Difesa" ha ricordato l'avvertimento del Copasir sulle scalate straniere alle aziende e agli asset strategici italiani e, inoltre, ha precisato che "per straniere intendo i tanti paesi interessati a mettere le mani nella nostra industria, che il nostro governo sta lasciando colpevolmente da sola".

Oltre a ciò, l'analista geopolitico ha sostenuto che "in Italia ci sono molti filo-tedeschi, filo-francesi, filo-cinesi, filo-americani e filo-russi ma mi pare ci siano troppo pochi filo-italiani."

NOTA:

(1) https://www.informazioneconsapevole.com/2020/05/la-libia-e-il-ruolo-di-italia-e-ue.html

L’epicentrismo geografico del coronavirus


Di Mirko Mussetti

A distanza di quattro mesi dalla presa di coscienza della diffusione del settimo coronavirus infettivo per l’uomo, iniziano a essere messe in discussione dalla comunità internazionale molte narrazioni sulla pericolosità del patogeno e sulla sua origine. 
La letalità non può più essere negata o minimizzata. L’origine, invece, può essere sempre e comunque mistificata. A partire dal nome stesso del virus: con il termine Covid-19, assegnato dall’Oms, si è inteso epurare qualsiasi riferimento geografico del patogeno insito nel nome Sars-CoV-2. Riguardi mai adottati per la Mers (Middle East respiratory syndrome) e tanto meno per Ebola, che prende il nome dall’omonimo villaggio sul fiume Congo. 
Ma comprendere l’origine e la tempistica di diffusione non è essenziale solo per tentare di debellare la minaccia sanitaria, ma anche per rimodulare i rapporti diplomatici e geoeconomici globali. 
Dopo mesi in cui i media mainstream hanno minimizzato il problema e denigrato le ipotesi più plausibili ma scomode, le indagini internazionali si stanno ora concentrando sulla possibilità che il virus sia nato in laboratorio. D’altronde basta un pizzico di epistemologia per smontare ogni convinzione sul naturale salto di specie. La sensazione è che i servizi segreti di mezzo mondo stiano cercando di frenare su una possibile escalation con esiti imprevedibili.
L’origine artificiale del virus nel laboratorio di biosicurezza di Wuhan è un segreto di Pulcinella. Ormai è solo questione di trovare la proverbiale pistola fumante, rimandando a poi la decisione se renderla pubblica. È per questo che si stanno muovendo tutte le intelligence più accorte.
  • La Russia ha inviato prontamente a Bergamo le truppe Cbrn (rifiutando altre destinazioni), ritenendo di poter isolare nella provincia lombarda il ceppo più vicino possibile a quello originario cinese. Non ne fanno mistero. D’altronde Pechino non ha consegnato i campioni a Mosca.
  • Gli Usa hanno arrestato il professore di biochimica di Harvard, Charles Lieber, per aver trafugato campioni a vantaggio dell’Università di Tecnologia di Wuhan nel quadro del programma cinese Mille Talenti.
  • La Francia indaga, preoccupata anche dal fatto che il laboratorio di Wuhan sia frutto della collaborazione franco-cinese (Chirac-Hu) e costruito sul modello del Bsl-4 di Lione. Per Parigi si tratta anche di una questione reputazionale. I transalpini cercano di reperire informazioni proprio dal personale formato in Francia.
  • L’Australia non ha creduto alla fatalità evoluzionistica del virus fin dall’inizio e ora sta torchiando gli infettivologi cinesi nella Land Down Under che abbiano avuto contatti col laboratorio di Wuhan.
Ma sotto sotto fu la stessa Cina ad ammettere la potenziale origine artificiale di Sars-CoV-2, quando accusarono gli Usa di aver intenzionalmente rilasciato il virus durante i giochi militari di ottobre a Wuhan. Ovviamente con gran lavata di capo dell’ufficiale che avventatamente smentì la versione protocollare di Pechino.
La sensazione è che le grandi potenze siano in grado di ricostruire una parziale verità, integrabile solamente mediante un proficuo scambio di informazioni. Ma il reciproco sospetto di inquinamento delle prove non potrà essere mai cancellato. Le informazioni sono un bene prezioso, ma gli amici non sono certi. 
Al di là delle speculazioni e delle propagande contrapposte, questo pasticcio globale offre l’occasione per analizzare i comportamenti pandemici e prendere appunti sulle guerre ibride del prossimo futuro. La “guerra senza limiti” preconizzata da Qiao Liang e Wang Xiangsui stravolgerà il sistema globale e, quindi, l’organizzazione militare delle nazioni. I paesi in grado di provvedere ad una efficiente rivoluzione degli affari militari (Ram) e di intelligence sono avvantaggiate.
Le moderne armi biochimiche non sono concepite per la distruzione di massa, bensì per l’approntamento di guerre economiche. Non si costruisce un’arma che non si può controllare appieno per il mero annientamento, bensì per paralizzare i mercati delle nazioni concorrenti/nemiche. Conviene dunque prendere qualche appunto su Covid-19, poiché questa pandemia, sia essa colposa o dolosa, potrebbe aver dato inizio ad una nuova stagione di conflitti mondiali non lineari come fu per le guerre finanziarie degli anni ‘90 e la guerra cibernetica che ha caratterizzato il decennio che si sta chiudendo. 
Questo virus “naturale” è curiosamente dotato di una sviluppata intelligenza strategica. La sua propagazione è altamente geometrica e cartografabile. La disposizione geografica e la valenza geopolitica dei primi epicentri non mente.
  • I epicentroWUHAN (Cina) è un importante centro di ricerca militare, nonché crocevia delle principali direttrici nord-sud ed est-ovest della potenza asiatica. La produzione e la ricerca bellica fu spostata scientemente dalla costa all’entroterra, nel capoluogo dello Hubei, per volere del “quattro volte grande” Mao Zedong. Il logico scopo era quello di rendere il cuore della produzione militare della nazione non immediatamente attaccabile in caso di invasione nemica. La Cina avrebbe così retto al primo impatto di una grande guerra. Ma la centralità geografica ha come controindicazione la diffusione agevolata e a raggiera dei patogeni ad alta contagiosità dolosamente (es. bioterrorismo) o colposamente (es. errore umano) propagati nella metropoli. La presenza di un laboratorio di biosicurezza di livello 4 (Bsl-4) è una grave imprudenza. Non è un caso che le superpotenze più responsabili abbiano l’accortezza di posizionare i Bsl-4 votati alla ricerca bellica su isole o piattaforme offshore. 
  • II epicentroQOM (Iran) è il cuore del potere teocratico iraniano, di fatto la capitale dello sciismo. La propagazione di un agente patogeno nella città sacra implica la diffusione del contagio in tutto il paese attraverso le principali rotte di pellegrinaggio interno. Gli effetti sono persino più dirompenti rispetto a un intenzionale spargimento virale nella capitale Teheran, poiché ad essere sotto attacco è la fonte stessa del potere teocratico. Senza una solida legittimità religiosa/divina vengono minate le basi stesse del regime. Si sa: l’Iran è sostanzialmente non occupabile militarmente sia a causa degli enormi costi che ciò comporterebbe sia dalle insormontabili difficoltà logistiche. Ma le armi biochimiche offrono l’opportunità di colpire internamente i sistemi politici più emarginati favorendo un cambio di regime. 
  • III epicentro. La LOMBARDIA (Italia) è il centro industriale e finanziario dell’Italia, nonché la regione manifatturiera più attiva d’Europa. Ai tempi della Guerra Fredda la pianura padana era oggetto degli studi geostrategici sulla mutua distruzione assicurata. In caso di conflitto nucleare lo scoppio di una singola bomba atomica avrebbe messo in ginocchio l’intera penisola: il ricco Nord avrebbe subìto un primo danno dovuto alla deflagrazione dell’ordigno e una seconda devastazione conseguente all’onda di rimbalzo radioattivo sulla corona alpina. Spazzata via per ben due volte con un singolo colpo, la produttività industriale del Settentrione sarebbe stata (quasi) azzerata. Il Centro-Sud sarebbe stato in grande parte risparmiato dall’attacco grazie alla naturale ostruzione orografica della dorsale appenninica, ma l’assenza di una produzione manifatturiera di rilevanza strategica avrebbe reso innocuo ogni tentativo di riscossa nazionale. Per molti aspetti una sciente diffusione di un potente patogeno ne ricalcherebbe la concezione strategica: la parte più produttiva del Paese viene completamente paralizzata per un periodo più o meno lungo, mettendo in ginocchio l’economia nazionale e causando una parziale diffusione del contagio verso sud dovuta alla composizione demografica degli occupati. Superata la prima ondata epidemica, una seconda ondata virale nel Settentrione verrebbe ingenerata dal ritorno all’attività lavorativa della diaspora meridionale asintomatica. La capacità di frenare la propagazione virale verso il Meridione è decisiva anche per la salvezza (sanitaria ed economica) del Nord Italia.
  • IV epicentroMADRID (Spagna) non è solo la capitale e il cuore del potere monarchico spagnolo, ma anche il centro viario della penisola iberica. La diffusione di potenti agenti patogeni si diramerebbe con maggiore facilità. Madrid è la città maggiormente e precocemente colpita da Covid-19, nonostante si tenda ad imputare il contagio nel paese alla trasferta in Italia di tifosi valenzani. Curiosamente Valencia non è tra le città spagnole più colpite, nonostante l’addizionale elevato turismo italiano sulla costa catalana.
  • V epicentroLONDRA (Regno Unito) non è solo la capitale del Regno Unito, ma anche la sede politica del Commonwealth britannico. A differenza del passato mercantilista ascritto all’epoca coloniale, oggi la City inglese si avvale principalmente dell’attrazione di capitali esteri in un quadro di libero mercato. Colpire duramente il centro finanziario inglese potrebbe indurre gli investitori stranieri a dirottare altrove i propri denari, causando ben più del collasso del ricco settore immobiliare. La potenza economica inglese si basa su un solido sistema fiduciario imperniato attorno alla stabilità di una moneta fiat: la sterlina. Se viene meno quello, viene meno tutto. 
  • VI epicentroNEW YORK (Stati Uniti) è la città simbolo degli States, nonché il più importante centro finanziario mondiale. Colpire intenzionalmente la città simbolo della costa orientale avrebbe un elevato impatto emotivo e agevolerebbe una irrazionale diffusione del panico in tutto il Nord America, nonostante le grandi distanze geografiche che contraddistinguono il continente. Spesso la Grande Mela è oggetto di pellicole cinematografiche di successo, molte delle quali di genere catastrofista. Sorprendente che l’epicentro di Covid-19 in America sia proprio a New York, nonostante la presenza di numerose metropoli altrettanto ben collegate sia con la Cina sia con l’Europa. Il bizzarro comportamento di questo virus ha risparmiato proprio la costa orientale, quella meglio collegata con la Repubblica Popolare e con il maggiore interscambio economico. Il sistema sanitario privato è in assoluto il più vulnerabile in questa situazione. In assenza di un pronto e mirato intervento statale, non solo vi sarebbero più morti, ma le compagnie assicuratrici rischierebbero il crack finanziario dovuto al numero eccessivo di polizze da indennizzare. Il collasso finanziario sarebbe più vasto.
Per ora tutte le nazioni hanno retto al primo impatto di Covid-19: i cinesi hanno sigillato la provincia colpita con metodi draconiani; gli iraniani hanno procrastinato il dilemma dell’assetto costituzionale; gli italiani si sono dimostrati più disciplinati di ogni stereotipo; gli iberici hanno congelato gli autonomismi; i britannici hanno adottato celeri misure monetarie; gli americani non hanno stoppato i mercati finanziari e sostengono il proprio sistema sanitario. Ma come reagirebbero le popolazioni impoverite ad una seconda più virulenta ondata pandemica?
Roma non deve in alcun modo sottovalutare l’aspetto bellico delle pandemie. Il dispositivo biochimico non è secondario. Urge una Ram per meglio affrontare e contenere le nuove minacce. Si vis pacem, para bellum.

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