Breaking News

3/breakingnews/random
Visualizzazione post con etichetta Filosofia greca. Mostra tutti i post

La ricerca di Dio nella scuola di Plotino

Risultati immagini per закат озеро

Di Giancarlo Rinaldi *

  1. Il quadro generale(1)
Porfirio(2) parlando della controversia tra Plotino e gli gnostici ci rappresenta uno scontro tra due visioni del mondo diverse che s’intende nel suo specifico contesto di storia sociale e culturale(3). La lezione romana di Plotino si svolse dal 244 al 270. Furono anni difficili: incursioni di barbari, pestilenze, guerre civili. A oriente incombeva il regno di Persia, rinvigoritosi grazie a grandi re tra i quali Shapur I (240-272). Lì vigoreggiava la dottrina di Zoroastro e fiorì anche l’astro religioso di Mani. Nelle province dell’Occidente e nella stessa capitale, i cosiddetti “culti orientali” si erano oramai radicati. Tra questi quello dei cristiani: una galassia di indirizzi di pensiero e di pietà diversi accomunati da una visione sostanzialmente di derivazione giudaica che andò poi traducendosi nel linguaggio colto dell’epoca, quello della filosofia.
Plotino
Le comunità si davano sempre più elaborate dottrine, non parliamo poi di quella pletora di persone che abbracciavano un indirizzo sincretistico di pensiero: ricercatori che attingevano al meglio d’ogni tradizione oppure gente semplice la quale si collocava nella non mai ben definita fascia di confine tra “paganesimo” e “cristianesimo”. I seguaci di Marcione prendevano sdegnosamente le distanze dal Dio irascibile dei giudei e dalle pastoie dei loro rituali. V’erano poi gli “gnostici”, eclettici e disinvolti nel loro esser familiari di volta in volta con miti e filosofemi antichi così come con testi e tradizioni d’Israele. Sull’altro versante i “pagani” che celebravano i rituali di una devozione civica che procacciava la pax deorum o riscaldavano il loro cuore intorno alla vicenda di un Dio sofferente, poi morto, poi di nuovo gioiosamente vigoroso. Le filosofie si caratterizzavano per la loro aspirazione a penetrare la dimensione del divino. Tutti i filosofi, però, presero le distanze dall’estasi del profeta cristiano così come dai deliri teocosmogonici dei maestri gnostici. Per loro la religione civica era un instrumentum regni mentre l’incontro con il divino era un traguardo a cui ci si preparava con lo studio dei capolavori del pensiero, in primis quelli del maestro Platone. Tale “stile” pervase l’età di Plotino che, in termini di storia dell’arte, fu anche quella dei cosiddetti sarcofagi filosofici. Nella Roma di Plotino accorrevano coloro che desideravano dare risonanza al loro magistero(4). Tutto questo magma cristiano entrò in rotta di collisione con la società, specialmente con coloro che erano attenti alla tutela delle categorie culturali su cui questa si fondava. La grande antitesi tra la civiltà classica e la visione del mondo dei giudei e dei cristiani era vistosa. Ma nel trattare la questione dei cristiani da parte delle autorità si procedette con incertezze. Gli imperatori alternarono politiche di tolleranza (Filippo l’Arabo, Gallieno), di persecuzione (Decio) e anche d’esplicito impegno anticristiano (Valeriano). Il quadro si complica se pensiamo che ogni norma era destinata ad essere applicata da governatori locali, i quali agivano con ampio margine di discrezionalità. Avvenne in pratica che qua e là i cristiani furono perseguitati in momenti di pace ufficiale, altre volte vissero al riparo in momenti di persecuzione generale.
  1. La via plotiniana al divino
Nel mondo cristiano la conoscenza di Dio costituisce un’esperienza del cuore e non una ricerca che trae solidità dall’argomentare secondo ragione. Nella visione classica, invece, l’acquisizione di un’adeguata idea del divino è prospettata come un traguardo da raggiungersi attraverso la riflessione filosofica e l’esercizio delle virtù. La religiosità di Plotino si palesa nell’espressione che egli pronunziò al momento del suo trapasso: cercate di far risalire il divino che è in voi al divino che è nell’universo(5). Ogni cenno a miti e riti della tradizione classica nelle Enneadi è trasposto nella dimensione della filosofia e da questa, poi, in quella dell’esperienza dell’anima contemplante che s’accorge d’esser parte dell’Anima universale e attraverso questa attinge poi alla dimensione dell’Uno. Il divino cessa d’essere concetto della mente e diviene esperienza ineffabile(6). Plotino l’ebbe quattro volte nel corso della sua esistenza(7). Nell’esperienza religiosa di Plotino non vi fu spazio per rituali, nenie e incantamenti, e neanche per la preghiera intesa come richiesta verbale agli dèi(8). È illuminante il seguente episodio che ha come protagonisti Plotino stesso e Amelio:
«Fervido sacrificante com’era, Amelio andava in giro ai riti sacri e alle neomenie e ad altre feste religiose, senza lasciarsene sfuggire una; ora egli pretese, una volta, che Plotino vi partecipasse con lui. “Spetta agli dèi – rispose Plotino – venire da me; non a me andare da loro”. Per quale considerazione egli pronunziò una così altera parola? Non riuscimmo a comprendere; né ardimmo interrogarlo»(9).
Con quella sua espressione apparentemente blasfema, Plotino alluse al descensus del divino in lui, così come poi sul letto di morte avrebbe alluso al processo inverso, cioè all’ascensus verso il divino: un’unica esperienza filosofica e religiosa a un tempo. La ricerca di Dio in Plotino fa tutt’uno con la ricerca della verità filosofica. I sacrifici fatti celebrare da Plotino in occasione del genetliaco di Socrate e di Platone(10) s’intendono alla luce di quest’identità di percorso(11). Il suo linguaggio, che talvolta riecheggia il lessico e l’esperienza dei misteri, tende a una trasposizione sul piano del ragionar filosofico di questi ultimi(12). Sono significativi due passaggi delle Enneadi(13) dove egli fa cenno all’esperienza di un contemplante che, attraversato il vestibolo di un tempio, ornato di belle statue, entra nel penetrale e qui, da solo a solo, ha comunione con il divino. Il filosofo afferma che quest’ineffabile esperienza giova a far relegare le visioni di quei simulacri nel rango delle acquisizioni di second’ordine, a fronte della diretta contemplazione della divinità. Plotino non disprezzò certo i riti consacrati dalla tradizione, né i venerandi discorsi dei teologi antichi. Non guardò dall’alto in bassor-2questo patrimonio della grecità, ma seppe trasporlo in sistema filosofico.
  1. Scolari di Plotino
La Vita porfiriana ci trasmette alcuni nomi di allievi di Plotino(14). Ricorderemo tra i primi Amelio Gentiliano e Porfirio di Tiro. Amelio fu coinvolto dal maestro nella polemica contro gli gnostici e compose quaranta libri per confutare l’Apocalisse di Zostriano del quale possiamo leggere l’intero testo nell’ottavo tra i codici gnostici scoperti a Nag Hammadi. Fu lettore del prologo di Giovanni, si soffermò sulla dottrina del Logos ammettendone la divinità e l’azione creatrice e persino l’incarnazione, a patto che la si ravvisasse più in generale nell’Anima mundi e non soltanto, comevolevano i cristiani, nella persona storica di Gesù(15). Di Porfirio, in quanto homo religiosus, basterà ricordare il coinvolgimento nella polemica antignostica del maestro con la confutazione dell’Apocalisse di Zoroastro(16). Castricio Firmo(17) aveva a Minturno possedimenti nei quali ospitò Plotino che colà si era ritirato negli ultimi suoi giorni; fu buon amico di Amelio e di Porfirio il quale gli avrebbe poi dedicato il suo De abstinentia(18). Tra chi frequentò la scuola di Plotino non mancarono appartenenti all’ordo senatorius(19). Per costoro la dottrina esposta da Plotino, prima ancòra di essere esercizio della mente, poteva fungere da percorso di indiamento. Tra i frequentatori della sinusia, Sabinillo(20) era stato consul ordinariusinsieme a Gallieno(21) nell’anno 266. Di Marcello Oronzio non conosciamo altro se non ciò che qui leggiamo. Ma Porfirio ricorda specialmente il senatore Rogaziano(22) il quale giunse a un ripudio degli onori e dei beni terreni per dedicarsi alla ricerca spirituale e ad azioni di evergetismo culturale(23). Tra chi fu coinvolto nella politica ricorderemo anche Zeto presso le cui proprietà, a sei miglia da Minturno, Plotino morì(24). L’imperatore Gallieno e sua moglie Salonina venerarono con affetto Plotino, così che quest’ultimo fu sul punto di realizzare un suo progetto mirante a stabilire una “Platonopoli”, dove egli stesso con i suoi discepoli si sarebbe ritirato(25). Il tutto naufragò a causa d’ostacoli posti da personaggi di corte(26): delle fumoserie dei filosofi non v’era bisogno in un’epoca in cui l’impero si sgretolava e quando non certo i maestri di virtù, ma gli uomini in corazza sembravano chiamati a far da salvatori della patria. Tale fallimento ci fa pensare che l’intesa operativa tra il filosofo e l’imperatore non sia stata efficace, insomma che Plotino non fu l’influente consigliere di Gallieno nelle faccende di religione, né l’ispiratore di una reazione ellenistica al cristianesimo(27). La cosiddetta rinascenza umanistica di Gallieno induceva a considerare la novità cristiana un corpo estraneo alla società antica; così l’adesione di Plotino al maestro Platone(28) e a tutti i “vetusti divini”(29) conduceva a una condanna della visione del mondo orientale, antitetica a quella ellenica, quale era quella giudaico cristiano gnostica(30).
  1. La via cristiano gnostica al divino
Nel brano di Porfirio citato all’inizio non ricorre il termine “gnostici” ma si parla di “cristiani”(31). L’autore riconosce tra costoro l’esistenza di numerose correnti. È il tema della poichilia dei cristiani che però qui, ad onta del fatto che a scrivere sia Porfirio (Christianorum hostis per antonomasia!), non ha una connotazione controversistica come invece riscontriamo sempre altrove(32). L’autore si limita ad affermare che tra i numerosi cristiani di quell’epoca ve n’erano alcuni i quali erano soliti rifarsi alla filosofia antica. Costoro frequentavano la scuola di Plotino. Fu solo a un certo punto, probabilmente a seguito dell’ingresso in questa di Porfirio, che si palesò un’insanabile antitesi tra la loro lettura di Platone e quella plotiniana. Il maestro notò che questi “eretici dal pensiero antico” erano ben radicati nei loro convincimenti e che esercitavano un’influenza all’interno della sua scuola tale da turbarne il sereno andamento. Così egli pronunciò quattro discorsi con i quali s’impegnò a confutare le loro dottrine(33). Sono i quattro trattati enneadici(34) che Porfirio mal distribuì nel corpus degli scritti del maestro, ma che un’attenta ricerca ha ricondotto a unità, restituendoci una paideia antignostica. Tra questi il più diretto ed esplicito è il nono della seconda enneade il cui titolo nella sua completezza era Contro coloro che dicono cattivo il demiurgo del mondo e cattivo anche il mondo(35). Porfirio non adoperò il termine “gnostici” per almeno tre motivi: 1. suonava “moderno”; 2. coloro che noi oggi chiamiamo gnostici si reputavano a pieno titolo membri della comunità cristiana di cui credevano di costituire una élite; 3. non pochi spunti controversistici di Plotino colpivano aspetti del cristianesimo tout curt(36). Plotino era in grado di cogliere sia la radice comune della visione gnostica e di quella cristiana, sia l’antitesi che essa configurava nei riguardi della filosofia ellenica. Se valorizziamo i titoli delle opere ricordate in Vita 16, possiamo pensare che Plotino abbia avuto di fronte gruppi di sethiani; se ci basiamo sui temi affrontati e su alcuni termini ricorrenti nei trattati enneadici penseremo a seguaci della gnosi valentiniana. Vero è che tra le diverse correnti della gnosi vi fu ampia circolazione di testi e di suggestioni. Plotino, inoltre, fu alieno dal fare citazioni di testi e dall’impelagarsi in una disamina delle diverse denominazioni cistiane(37).
  1. Apocalissi gnostiche alla scuola di Plotino
Il tentativo di identificare i testi gnostici menzionati da Porph., v. Plot. 16, si è giovato dei ritrovamenti di Nag Hammadi(38), ma il problema non ha ricevuto una soluzione definitiva. I corifei del gruppo contro cui polemizzò Plotino si chiamavano Adelfio e Aquilino. Nulla sappiamo di Adelfio. Nel sec. IV v’era una setta di adelfiani che non è rubricata nel pianeta dei movimenti gnostici. A un’opera dal titolo Esegesi sui numeri, attribuita a un certo Aquilino, accenna Giovanni Lido(39). Costoro possedevano moltissimi libri attribuiti ad Alessandro Libio, Filocomo, Demostrato, Lido. Principalmente si avvalevano di testi apocalittici quali: Apocalisse di Zoroastro. Scomparsa. Porfirio ci dice che ne compose una confutazione denunciandone il carattere apocrifo e seriore. Il nome di questo profeta possedeva rilevante valenza nella letteratura d’ispirazione ermetica. Negli Stromata di Clemente Alessandrino si parla dei libri segreti di Zoroastro utilizzati dallo gnostico Prodico(40) e delle rivelazioni sull’Aldilà di Zoroastro il Panfilico(41). Proco testimonia(42) l’esistenza di uno scritto Sulla naturaattribuito a Zoroastro, di carattere apocalittico e d’interesse astrologico. Apocalisse di Zostriano. Amelio ne compose una confutazione in ben quaranta libri. Su questo personaggio avevamo notizia in Arn., ad. nat. 1,52 che ne ricorda il nome insieme a quello di altri cui la tradizione conferiva fama di mago; l’apologeta ricorda in primisZoroastro definendolo anche Zostriani nepos. Possiamo leggere un’Apocalisse di Zostriano quale primo trattato dell’ottavo codice di Nag Hammadi. Vi si parla di un iniziato che ascende i cieli conoscendo ogni parola di passo e ogni potenza celeste nel cui nome è battezzato; quindi scende tra gli uomini per risvegliare a salvezza gli eletti tramite la conoscenza. Il testo termina con un colophon che accomuna i due nomi: «Zostriano. Parole di verità di Zostriano. Dio di verità. Parole di Zoroastro». Non è il caso di pensare con Doresse(43) che questa crittografia asserisca l’unicità dell’opera da attribuirsi all’uno e all’altro dei personaggi. Il fatto che siano state prodotte due confutazioni milita a favore dell’esistenza di due distinte apocalissi. Plotino in Enn. 2,9,6 prende di mira il lessico dei suoi avversari, in particolare termini quali“upostaseis”, “karoikesis”, “metanoia”, “antitupoi”(44). Si tratta di vocaboli che ricorrono nella parte iniziale dell’Apocalisse di Zostriano.
(estratto da Ascoltare gli Dèi / Divos Audire – Costruzione e Percezione della Dimensione Sonora nelle Religioni del Mediterraneo Antico)
Giancarlo Rinaldi  è nato a Napoli il 9.3.1952. Insegna Storia del cristianesimo presso l’Università degli Studi di Napoli L’Orientale.

LA FILOSOFIA COME ARTE DELLA VITA

La filosofia antica come arte della vita

Di Lorenzo Pennacchi

La nascita della filosofia (VI secolo a.C.) va ricondotta, prima che ad Atene, alle colonie greche, dove il processo di democratizzazione si compie più rapidamente. Sebbene i due filosofi maggiori dell’antichità (Platone e Aristotele) abbiano un atteggiamento ostile nei confronti della democrazia, è proprio la società della polisfondata sul dialogo e sul consenso, a stimolare la nascita della pratica filosofica. Filosofare significa essenzialmente interrogarsi attorno a sé stessi e alla natura delle cose: ti estì, «che cos’è?», chiede incessantemente Socrate ai suoi interlocutori nei Dialoghi platonici. Questa modalità razionale di interrogazione rompe con la tradizione fondata sul mito. Come scrivono Costantino Esposito e Pasquale Porro: «le teogonie e le cosmogonie cedono il passo a discorsi più razionalmente coerenti, ovvero alla ricerca di principi in grado di giustificare in modo uniforme la totalità della natura». È quello che viene fatto essenzialmente dai primi “presocratici” (Talete, Anassimandro, Anassimene ed Eraclito), dei veri e propri fisici dell’epoca, che identificano un archè come fondamento del Cosmo. Tuttavia, pur essendo declassato, il mito non scomparirà del tutto, in quanto verrà utilizzato da alcuni filosofi (su tutti Platone) o per rafforzare le proprie tesi o per mostrare qualcosa di indimostrabile razionalmente.
Per provare a comprendere la filosofia nell’antichità, però, bisogna aver presente un punto essenziale: essa non si qualifica né come un mestiere, né come un oggetto di studio, ma incarna un modo onnicomprensivo di stare al mondo, una vera e propria “arte della vita” (téchne tou bíou), in cui la teoria coincide con la prassi. Non si è filosofi per qualche ora al giorno, ma lo si è sempre, in tensione costante col mondo e con se stessi, attraverso una serie di pratiche quotidiane, definite, dal filosofo francese Pierre Hadot, “esercizi spirituali”, incentrate sulla concentrazione, la preparazione e lo sviluppo del proprio io. Per completare se stesso, oltre ad indagare i misteri della natura, il filosofo ha bisogno di incidere attivamente sulla vita sociale della propria comunità. È questo secondo aspetto che porta Platone ad erigere il suo progetto politico ideale, la Politeia (tradotta in Repubblica a scopi evidentemente demagogici da Cicerone), in cui la classificazione dei gruppi sociali coincide con quella delle differenti parti dell’anima umana, e che conduce il suo amato maestro Socrate a sacrificare la propria vita pur di rispettare le leggi (seppur ingiuste) della propria città. Proprio Socrate, l’uomo sapiente perché cosciente di non sapere, incarna l’ideale del filosofo antico, con le sue domande costanti e il continuo percorso teso al perseguimento della verità, anche se non pienamente raggiungibile, nella convinzione, come gli farà dire Platone nella sua Apologia, che «una vita senza ricerca non è degna per l’uomo di essere vissuta». Di fatto, nella società greca “liberata” dal peso della tradizione e disposta a mettersi in discussione, i filosofi abbracciano l’intero campo del sapere allora conosciuto. Con i suoi molteplici interessi ed altrettanti trattati, Aristotele è il rappresentante migliore di questo ideale di “scienziato-filosofo”, laddove anche la politica e l’etica vanno intese come scienze da indagare razionalmente, benché finalizzate all’azione e non alla mera conoscenza teoretica.
Ovviamente, la situazione non è così semplice e le questioni sono molteplici. Ma le modalità della filosofia nei primi secoli dalla sua nascita sono essenzialmente queste. Il quadro inizia a mutare nell’età ellenistica (fine IV secolo a.C.), con la nascita delle nuove scuole filosofiche (epicurea, stoica e scettica), che mantengono sì la funzione di guida e di modello di vita personale, ma si allontanano dalla partecipazione alla cosa pubblica, sino a rifiutarla. Quando la filosofia arriverà concretamente a Roma (nel 156 a.C. con una delegazione di filosofi provenienti dalle correnti più significative), i romani avranno difficoltà ad assimilare una disciplina così tanto distaccata dalla res publica, vero fondamento della loro vita morale. Più avanti, sarà proprio nella Roma imperiale, che la filosofia smetterà di essere una pratica di vita totalizzante: i grandi filosofi romani, da Seneca a Cicerone, si dedicheranno compiutamente alla produzione filosofica solamente dopo il ritiro dalla vita pubblica.
E, tuttavia, proprio Seneca, nelle Epistole a Lucilio, offre ai posteri uno dei passi più significativi riguardo il senso della filosofia nell’antichità: «La filosofia forma e foggia l’animo, regola la vita, governa le azioni, insegna ciò che si deve fare e ciò che si deve evitare, sta al timone e dirige il corso delle navi in balia delle onde attraverso i pericoli. Senza questa nessuno può vivere libero da timori e tranquillo; a ogni istante accadono innumerevoli fatti, i quali esigono consigli che solo essa può dare». Pur non potendo pensare di intraprendere la strada filosofica dell’antichità nella sua completezza, alcuni suoi sentieri restano accessibili anche a noi moderni. In fondo, tutti abbiamo bisogno di un timone che ci guidi nei mari tempestosi della quotidianità.


LA CONOSCENZA SAPIENZIALE IN PLATONE-Diego Fusaro

La conoscenza sapienziale in Platone
Di Diego Fusaro *
La conoscenza stabile è quella basata sull’episteme, quella mutevole ed opinabile sulla doxa. Ancora una volta riscontriamo una chiara influenza pitagorica: i Pitagorici, infatti, individuarono il numero come principio della realtà e crearono una “piramide” di principi che partiva dalla coppia finiti-infinito e da lì si generavano tutte le altre coppie. Per il momento diciamo che i livelli platonici sono 4 (anche se quelli fondamentali restano 2). L’eikasia ha a che fare con la radice eik- di somiglianza, apparenza: è opportuno tradurla con “immaginazione”, ma va depurata da tutti i significati che le attribuiamo noi; è la capacità di cogliere le immagini; si tratta di verità addirittura inferiori a quelle del mondo sensibile e possiamo in parte identificarle con le opere d’arte, ma anche con i riflessi delle cose, come gli specchi o le superfici di laghi o fiumi:Platone aveva in mente tutte le riproduzioni del mondo sensibile; ma molti studiosi hanno anche sostenuto che nella capacità di immaginazione si possa vedere anche un primitivo atteggiamento conoscitivo: si tratta della pura e semplice sensazione; quando prendiamo in mano un quaderno abbiamo dapprima una pura e semplice percezione sensuale: notiamo la forma, il colore…Conoscere realmente un quaderno significa mettere insieme le sensazioni e sfruttarle; forse per capire meglio basterebbe chiudere gli occhi e stringere un libro: lo si percepirebbe con il tasto e si potrebbe immaginare cosa si vedrebbe ad occhi aperti; verso la fine del ‘600 si cominciarono ad effettuare i primi interventi di cataratta e si fecero vedere per la prima volta persone che non avevano mai visto: quando costoro riferirono le loro impressioni si scoprirono cose interessanti; per esempio non riuscirono ad identificare con la vista ciò che per anni avevano toccato; chiaramente è molto differente da ciò che intendeva Platone, ma ci permette comunque di capire che l’oggetto della conoscenza (sebbene la conoscenza empirica sia inferiore a quella intellegibile)è il risultato di operazioni complesse: si associano esperienze visive con esperienze tattili; tuttavia non siamo per niente sicuri che Platone ci sia davvero arrivato. La pistis, che possiamo tradurre con “credenza” è il soggetto conoscitivo degli oggetti sensibili. Della episteme abbiamo già parlato: i suoi oggetti sono intellegibili, ma non necessariamente idee; o meglio, ci sono sì le idee, ma anche gli enti matematici che possiamo suddividere in a) geometria, b) musica, vista come rapporti matematici, c) stereometria, che è la geometria dei corpi solidi, d) astronomia ,vista come scienza del movimento dei solidi :erano le arti del “quadrivio”, diremmo oggi le materie scientifiche che già all’epoca si contrapponevano a quelle umanistiche. Dunque la dianoia corrisponde alla matematica in generale, la noesis alle idee; Platone era molto interessato di matematica (anche qui possiamo riscontrare un’influenza pitagorica) e proprio sull’entrata dell’Accademia (i cui resti si possono vedere qui sotto) c’era scritto “Non entri chi non conosce la matematica”: essa per Platone aveva una valenza propedeutica e di ginnastica mentale. Per un verso assomiglia alla filosofia perchè ha oggetti stabili, permanenti e non sensibili (uso sì disegni, ma per dimostrare su idee) per un altro presenta grandi limiti: si pensa sì ad idee, ma si lavora pur sempre su cose sensibili: occorre sempre l’appoggio del piano sensibile; la filosofia invece è un percorso mentale tutto interno alle idee. La matematica ha poi bisogno di ipotesi: si parte da postulati e da definizioni: cose che vengono accettate senza venir dimostrate; la filosofia ha invece un carattere critico: non si accetta mai nessuna cosa per data e si tende a mettere sempre in discussione fino ad arrivare alla conoscenza. Bisogna infatti risalire tutte le ipotesi fino ad arrivare ad una ipotesi indiscutibile da cui derivano tutte le altre. Va poi ricordato che gli oggetti matematici sono su un piano intermedio: hanno caratteristiche di idee (l’immutabilità) ma anche di enti empirici (la molteplicità):molteplicità e immutabilità sono proprio 2 dei principali aspetti che differenziano il mondo sensibile da quello intellegibile; il numero 3, ad esempio, è immutabile ma in un’espressione matematica lo si può scrivere più volte. Dianoia e noesis hanno entrambe la radice di “nous”, intelletto: la noesis è la versione pura e senza aggiunte e si può tradurre con “intellezione” ;dianoia è più complessa perchè compare la radice “dià”, attraverso-mediante, he implica il passaggio da qualcosa a qualcos’altro e si può tradurre con “ragionamento discorsivo”: in un’espressione ci sono diversi passaggi e si passa di continuo da mondo empirico a mondo intellegibile. La noesis è l’intellezione, la contemplazione delle idee. La diversa lunghezza dei segmenti nel disegno di prima suggerisce una chiara gerarchizzazione: un segmento più è lungo e più è conoscibile, vale a dire che contiene un maggior tasso di essere.
Il punto di arrivo della conoscenza è il bene in sè, l’idea di bene, cui Platone allude qua e là nei suoi dialoghi, sempre velatamente ,chiamandola “misura”, “uno”, “bellezza”…Si tratta del più alto livello di argomentazione platonica: ce ne parla però in maniera molto indiretta e sfumata e doveva rientrare nelle dottrine non scritte; Platone stesso ci dice che lui non ne parlerà usando una strana metafora, che si può definire “bancaria”: dice che parlerà “del figlio e non del padre”, termini che in greco significano anche “interesse” e “capitale”: quindi si può intendere “vi parlerò dell’interesse e non del capitale”. Si serve poi di un’efficace metafora “solare”: il bene sta al mondo delle idee come il sole sta a quello sensibile. Con bene in sè, idea di bene si intende un bene assoluto e non relativo ad altre cose come le idee (l’idea di forza, ad esempio, è un bene relativo perchè può essere un bene come un male: dipende dall’uso e dalle circostanze).Il bene in sè è la conoscenza suprema e sublime a cui sono chiamati i filosofi-re, che devono seguire il lungo percorso di studi: esso è il top del percorso educativo: quando si ottiene la conoscenza del bene in sè si è chiamati a governare la città; ciò che porta ad orientare ogni cosa verso il bene, a renderla buona è proprio la conoscenza del bene in sè. Per molti aspetti esso coincide con l’idea del bello: la bellezza è il modo in cui si esterna il bene interno: è una concezione ampiamente diffusa in tutto il mondo greco. Secondo Platone il sole è la “ratio essendi” (la ragione di essere)e la “ratio cognoscendi”Fu 2 (la ragione di conoscere)nel mondo sensibile: è infatti grazie al sole che riusciamo a vedere il mondo sensibile; in sua assenza vediamo molto male ed è grazie a lui che conosciamo la realtà sensibile. Il sole consente poi la vita:dove non c’è il sole non c’è vita. Il bene riveste le stesse funzioni del sole, però nel mondo intellegibile delle idee, che in un certo senso sono anch’esse “ratio cognoscendi” e “ratio essendi”: l’idea fa sì che un cavallo sia tale e che lo si riconosca. Come detto, l’idea ha anche valenza assiologica (i cavalli mirano ad imitare l’idea di cavallo) ed è bene aggiungere di “unità della molteplicità”: i cavalli sono tantissimi, ma l’idea di cavallo è unica e la si può definire “stampo” dei cavalli. Il bene in sè, oltre a quelle del sole, svolge le funzioni anche delle idee: risulta quindi inesatto definirlo idea: è una idea delle idee, una super-idea che si trova ad un livello superiore delle idee e che riveste funzioni analoghe a quelle delle idee sul mondo sensibile, ma sulle idee a stesse. Le idee sono unità della molteplicità, ma tuttavia sono tante: quindi si può fare lo stesso discorso che facevamo per le funzioni delle idee sul mondo sensibile; esse dovranno avere qualcosa in comune tra di loro. Esse rappresentano il bene per ciascuna categoria, il punto cui devono mirare i componenti di ogni “classe”: le idee tendono ad essere il bene per la loro categoria: l’idea di uomo è il punto cui tutti miriamo: le idee fanno quindi riferimento al bene in sè, che è quindi un principio supremo, una super-idea. Esso svolge le stesse funzioni che le idee svolgono nel mondo sensibile, ma sulle idee stesse: ce le renderà conoscibili (conosco un’idea perchè è il bene della sua categoria),le farà esistere ( esistono nella misura in cui sono il bene della loro categoria, partecipano al bene). L’idea del bene sarà anche l’unità della molteplicità delle idee,che sono innumerevoli, pur essendo il solo modello per ogni categoria. Abbiamo detto che a volte,al posto di bene in sè, troviamo “uno”,”misura”…Abbiamo anche già parlato di quella volta che Platone tenne la conferenza sul bene parlando di matematica: dunque l'”uno” ben si riallaccia. Ma che cos’era il bene in sè? Per Platone esso è unità, armonia, ordine, misura, unità…In altri dialoghi parla del bene in sè, del vertice della realtà,come coppia di principi, o meglio come principio bipolare: al vertice della realtà ci sarebbero dunque l'”uno” e la “diade indefinita”. L'”uno” è l’unità, la diade fa riferimento al 2, quasi all’idea di 2: Platone col 2 vuole chiaramente indicare la negazione dell’unità, suggerendo il principio della molteplicità o almeno un primo passo verso di essa. Con il bene in sè (in greco “katà auton”)sta pian piano rivelandoci l’esistenza di un 5° livello, principio supremo della realtà. La dottrina delle idee serve a spiegare perchè, in fin dei conti, le cose sono buone, o meglio le idee sono buone: il mondo sensibile cerca di imitare la bontà delle idee, ma con scarsi risultati. Abbiamo fin’ora detto che le imitazioni risultano imperfette: è un’ipotesi molto vaga. E’ il momento di spiegare perchè le cose non sono perfettamente buone: bisogna o ammettere un altro principio o ammettere la bipolarità del principio: accanto all'”uno” (il bene vero e proprio)c’è la diade, la molteplicità concettuale che crea disordine. Cerchiamo di ritracciare lo schema già trattato in precedenza, però più corretto:
E’ una gerarchia ontologica: più si sale e più cresce il tasso di essere perchè si ha esistenza sempre più forte: l’idea di cavallo non muore, il cavallo sì. Il punto di partenza, puramente teorico, addirittura sotto il livello delle immagini-imitazioni, è il non essere, poi troviamo l’essere pieno delle idee; il bene in sè, però, per Platone è per “dignità e per potenza” superiore all’essere: se le idee sono l’essere ciò che le motiva (il bene in sè) non può essere essere. Di fronte a questa affermazione di Socrate (ricordiamoci che a parlare è lui, con parole platoniche)l’interlocutore del dialogo esclama con stupore “Oddio!”. In realtà esclama “per Apollo”. Un interprete ha avanzato un’ipotesi: dato che è un pezzo di dialogo particolarmente allusivo egli ha ritenuto che sotto l’espressione “Apollo” (la divinità del sole, già qui ci può essere un collegamento alla proporzione precedente)si possa leggere “a” (alfa privativa) e “pollos”,che significherebbe non molteplice. Effettuando questa affermazione non ci dice tanto ciò che il principio supremo è ,quanto piuttosto ciò che non è (molteplice).Il bene risulta quindi coglibile con qualcosa che sta oltre alla conoscenza: se i livelli della conoscenza corrispondono all’essere e il non essere non è conoscibile, man mano che cresce il tasso di essere cresce il tasso di conoscibilità: ma il bene in sè è sopra, al di là dell’essere e quindi ha una conoscibilità totalmente fuori dal normale. Platone stesso ci dice che è una conoscenza extra-razionale.
La conoscenza non è nient’altro che un tentativo del soggetto di arrivare all’oggetto o dell’oggetto di arrivare al soggetto: limitiamoci a dire che è un tentativo di unione tra soggetto ed oggetto. Se si sale dalla parte del soggetto, di pari passo si sale da quella dell’oggetto: crescono di pari passo. Paradossalmente ,però, l’identificazione tra soggetto e oggetto implica l’inconoscibilità: per conoscere ci deve essere un soggetto che compie l’azione ed un oggetto che viene conosciuto: se vengono a mancare, manca di conseguenza anche la conoscibilità. Il bene in sè si trova esattamente nel punto di incontro tra soggetto ed oggetto: Platone afferma che la conoscenza del bene in sè sia un’esperienza mistica dove però è indispensabile la ragione; la si potrebbe tranquillamente definire una mistica di superamento della ragione. Platone dice poi di voler descrivere la nostra situazione di uomini, di come siamo e di come il nostro destino può cambiare. Si serve qui del celeberrimo mito della caverna, forse il più famoso mito platonico, dove emerge tutta la sua filosofia:
Descrive una caverna profonda stretta ed in pendenza ,simile ad un vicolo cieco. Sul fondo ci sono gli uomini, che sono nati e hanno sempre vissuto lì; essi sono seduti ed incatenati, rivolti verso la parete della caverna: non possono liberarsi nè uscire nè vedere quel che succede all’esterno. Fuori dalla caverna vi è un mondo normalissimo: piante, alberi, laghi, il sole, le stelle…Però prima di tutto questo, proprio all’entrata della caverna, c’è un muro dietro il quale ci sono persone che portano oggetti sulla testa: da dietro il muro spuntano solo gli oggetti che trasportano e non le persone: è un pò come il teatro dei burattini,come afferma Platone stesso. Poi c’è un gran fuoco, che fornisce un’illuminazione differente rispetto a quella del sole. Questa è l’immagine di cui si serve Platone per descrivere la nostra situazione e per comprendere occorre osservare una proporzione di tipo A : B = B : C La caverna sta al mondo esterno (i fiori, gli alberi…) così come nella realtà il mondo esterno sta al mondo delle idee: nell’immagine il mondo esterno rappresenta però quello ideale tant’è che le cose riflesse nel lago rappresentano i numeri e non le immagini empiriche riflesse. Si vuole illustrare la differenza di vita nel mondo sensibile rispetto a quella nel mondo intellegibile .Noi siamo come questi uomini nella caverna, costretti a fissare lo sguardo sul fondo, che svolge la funzioni di schermo: su di esso si proiettano le immagini degli oggetti portati dietro il muro. La luce del fuoco, meno potente di quella solare, illumina e proietta questo mondo semi-vero. Gli uomini della caverna scambieranno le ombre proiettate sul fondo per verità, così come le voci degli uomini dietro il muro: in realtà è solo l’eco delle voci reali. Gli uomini della caverna avranno un sapere basato su immagini e passeranno il tempo a misurarsi a chi è più bravo nel cogliere le ombre riflesse, nell’indovinare quale sarà la sequenza: è l’unica forma di sapere a loro disposizione ed il più bravo sarà colui il quale riuscirà a riconoscere tutte le ombre. Supponiamo che uno degli uomini incatenati riesca a liberarsi: subito si volterebbe e comincerebbe a vedere fuori gli oggetti portati da dietro il muro non più riflessi sul fondo della caverna. Poi comincerà ad uscire ma sarà piuttosto riluttante perchè infastidito dalla luce alla quale era desueto: quando finalmente uscirà si sentirà completamente smarrito e disorientato. Comincerà a guardare indirettamente la luce solare:ad esempio la osserverà riflessa su uno specchio d’acqua. Man mano che la vista si abitua guarda gli oggetti veri: gli alberi, i fiori…In un secondo tempo le stelle e poi riuscirà perfino a vedere il sole. Chiaramente vi sono chiare allusioni a varie dottrine platoniche: evidente risulta l’allusione ai 5 livelli di conoscenza; le immagini proiettate sul fondo della caverna sono l’eikasia la capacità di cogliere le realtà empiriche riflesse, grazie al fuoco che rende visibili questi oggetti “artificiali”. Gli oggetti artificiali che portano dietro il muro sono la pistis,il mondo sensibile vero e proprio. Curioso è che l’atto di voltarsi da parte degli uomini nella caverna venga espresso con la parola “convertirsi”: è l’atto fondamentale per il cambiamento della propria prospettiva esistenziale. Le cose dietro il muro riflesse nello specchio d’acqua rappresentano la dianoia, gli enti matematici; gli alberi ed i fiori sono invece le idee vere e proprie, la noesis. Il sole, invece, è il bene in sè. Le stelle sono le idee più elevate (i numeri ideali…).L’uomo che è fuggito dalla caverna e ha visto tutto si trova in una situazioneFu 3piuttosto ambigua: da un lato vorrebbe rimanere all’aperto, dall’altro sente il bisogno di far uscire anche i suoi amici incatenati; alla fine decide di calarsi nella caverna e quando arriva in fondo non vede più niente, è come se accecato. Sostiene di essere tornato per condurli in un’altra realtà, ma essi lo deridono perchè non riesce più neppure a vedere le ombre riflesse sul fondo. Lui però continua a parlar loro del mondo esterno ma i suoi “amici” lo deridono e si arrabbiano e lo picchiano perfino. In realtà Platone vuole qui descrivere la storia di Socrate, un uomo che ha visto realtà superiori e ha cercato di farle conoscere agli altri che non hanno però accettato. Per quel che riguarda il fatto che l’uomo tornato nella caverna non riesca più a cogliere le realtà sensibili, possiamo portare ad esempio la vicenda del filosofo Talete, che guardando le stelle cadeva nei pozzi e veniva deriso per il fatto che voleva vedere le stelle lui che non vedeva neppure cosa c’era per terra. La liberazione dalle catene avviene (come la reminescenza) o per caso o grazie all’intervento di qualcuno. Comunque il mito rievoca pure il compito dei governanti, che una volta raggiunto il sapere devono per forza tornare nel mondo sensibile per governare. La fuoriuscita dalla caverna può anche essere metafora del lungo percorso educativo dei filosofi-re. Si può quindi definire correttamente il mito della caverna come una sorta di riassunto della filosofia platonica. Platone passa poi alla descrizione delle “decadenze” statali:a suo avviso la miglior forma di governo è quella dello stato ideale da lui tratteggiato, che è però inattuabile: essa potremmo identificarla con l’aristocrazia ,dove a detenere il potere sono coloro che risultano essere i più idonei. Tra gli stati attuabili Platone attribuisce il secondo posto (se non contiamo lo “stato secondo” delle “Leggi”) alla Timocrazia vale a dire il governo basato sul senso dell’onore corrispondente allo stato spartano nel suo periodo migliore. A lungo si è pensato che Platone avesse effettuato questa graduatoria di forme di governo a seconda del numero di governanti: più ce n’è peggio è. In realtà la differenza tra un governo e l’altro è solo la capacità dei governanti. La repubblica ideale di Platone è un’aristocrazia idealizzata che non si distingue solo per il numero esiguo di persone preposte al governo, ma anche per le loro abilità: la sequenza delle decadenze statali va vista in parallelo con quella delle decadenze umane: infatti si ha aristocrazia quando nell’anima prevale la parte razionale (l’auriga). Nella Timocrazia, invece, prevale la parte irascibile (il cavallo bianco),desideroso di farsi onore. Subito sotto alla Timocrazia troviamo l’oligarchia, il governo dei pochi che però non sono i migliori: si servono del loro potere per arricchirsi, accecati dalla cupidigia.
Ad un livello al di sotto troviamo la democrazia, che si viene ad instaurare quando la massa degli ignoranti diventa gelosa delle ricchezze degli oligarchici: il “demos” volge a suo favore i beni che prima erano dell’oligarchia.ai tempi di Platone la democrazia corrispondeva grosso modo con l’anarchia dove ciascuno faceva ciò che voleva e vigeva la maleducazione totale. Subito sotto troviamo la tirannide: dalla democrazia si passa alla tirannide quando la massa ignorante si fa abbindolare dai demagoghi che promettono sempre maggiore libertà. Essi dicono che tutti ce l’hanno con loro e che per dare al popolo la libertà promessa han bisogno di guardie del corpo e così nasce la tirannide. Platone arriva a dimostrare che il destino dell’uomo giusto sono la felicità e la giustizia. Egli è felice nella vita terrena perchè la giustizia lo appaga e gli rende l’anima sana. Nel libro 10° della “Repubblica” Platone afferma che dopo la morte per i giusti ci sarà ulteriore felicità, per gli ingiusti altra infelicità. Pur avendo già dimostrato che l’anima è eterna in modo razionale, Platone si serve poi di un mito, il celebre mito di Er ,un guerriero della Panfilia morto in battaglia. Il suo corpo viene raccolto e portato sul rogo (era un’usanza greca): proprio prima che gli diano fuoco si risveglia e racconta ciò che ha visto nell’aldilà, affermando che gli dei gli han concesso di ritornare sulla terra per raccontare agli altri uomini ciò che ha visto. Dice di aver visto 4 passaggi attraverso i quali le anime salgono nella dimensione ultraterrena, da un passaggio le buone, dall’altro le malvagie, e tramite i quali ritornano sulla terra. Infatti, dice, le anime buone finivano in una sorta di Paradiso dove godevano, le cattive in una sorta di Purgatorio (l’Inferno era un fatto raro, destinato solo ai più malvagi).I giusti ricevono premi per 1000 anni, i malvagi soffrono. Dopo questi 1000 anni le anime buone e quelle cattive si devono reincarnare. Esse si recano al cospetto delle 3 Moire che devono stabilire il loro destino. Le anime vengono radunate da una specie di araldo che distribuisce a caso dei numeri, seguendo una prassi che può ricordarci quella dei supermercati; infatti prende i numeri e li getta per aria ed ogni anima prende quello che le è caduto più vicino (questo sottolinea come nella nostra vita ci sia comunque una componente di casualità).Il numero serve per dare un ordine alle anime che devono scegliere in chi reincarnarsi; chiaramente chi ha il numero 1 è avvantaggiato perchè ha una scelta maggiore, ma deve comunque saper scegliere bene. Dunque c’è sì una componente di casualità, ma in fin dei conti la nostra vita ce la scegliamo noi:è vero che per chi nasce, per esempio, in una famiglia agiata è più facile essere onesti rispetto a chi nasce in una famiglia povera, oppure chi nasce in una famiglia onesta è avvantaggiato rispetto a chi nasce in una famiglia disonesta, ma tuttavia la nostra vita ce la scegliamo noi. Ma quelli che hanno numeri sfavorevoli non sono necessariamente svantaggiati perchè scelgono dopo: in primo luogo le possibilità di scelta che gli restano sono sempre tantissime, in secondo luogo chi è primo non sempre effettua buone scelte; Er racconta che nel suo caso chi scelse per primo scelse la tirannide che gli aveva fatto una buona impressione (infatti lassù si vedono le cose sotto forma di oggetti: forse la tirannide aveva dei bei colori,chi lo sa?).Costui, non appena si era accorto di ciò che comportava l’essere tiranno, non voleva più esserlo, ma era troppo tardi: le Moire gli danno l’incarico di tiranno e lo lanciano sulla terra, dopo averlo immerso nel fiume Lete perchè dimentichi (Er chiaramente non è stato immerso).Er dice che per ultima era arrivata l’anima di Ulisse e che, stanca della passata vita “movimentata”, scelse la vita di un comune cittadino. Platone fa notare che di solito chi veniva dal Paradiso tendeva ad effettuare scelte sbagliate, mentre chi veniva dal Purgatorio e aveva sofferto sceglieva bene. Infatti chi aveva vissuto per 1000 anni di beatitudine si era scordato di che cosa fosse la sofferenza. Quindi chi ha sofferto sceglie bene e sceglie una buona vita che lo porterà al Paradiso, mentre chi ha goduto sceglie male e dopo che ri-morirà finirà in Purgatorio. Pare quindi un circolo vizioso, ma in realtà Platone dice che il motivo per cui si sceglie una vita buona o una cattiva può derivare da doti naturali: ci sono infatti persone portate a comportarsi bene per inclinazione naturale: vi è anche chi ha conoscenze basate sulla doxa (l’opinione) e che può cogliere alte realtà, ma solo casualmente, senza riuscire a fornire motivazioni: costoro, che conducono una vita buona per caso, non radicata nella coscienza, si smontano facilmente nel Paradiso quando godono e finiranno per scegliere male. Chi ha invece raggiunto il bene in sè, la super-idea del bene, non cadrà mai nel male.
*brani ripresi ed elaborati da filosofico.net

La musica come cura dell'Anima secondo Platone



Di Enzo Crotti

La musica aveva un posto di prim’ordine per i greci antichi, e per Platone in particolare essa è filosofia suprema, perchè esprime ciò che le sole parole non possono fare. Ma ancora più profondamente la musica è una medicina per l’anima, come Platone sostiene nel Timeo.
Se il corpo è affaticato, di certo qualsiasi medico vi dirà di fare una “buona e regolare attività fisica“, e penso che sia un buon consiglio. Ma il corpo non è disgiunto dal resto della persona, mi riferisco alla mente, e alle emozioni, cioè a quello che spesso chiamiamo “anima”. Platone, che era veramente una delle menti più illuminate del passato, aveva una grande considerazione per la musica, come ho potuto già esprimere nell’articolo: “Platone: la filosofia è musica suprema“. 





Nel “Timeo“, Platone afferma che l’armonia della musica è della stessa natura della nostra anima, e chi segue i miei articoli sà che la natura del suono è simile, e soggetta a leggi simili, alle frequenze cerebrali ad esempio, ma ancor di più la musica ed il suono sono efficaci a livello empatico sulle emozioni, cosa che è utilizzata nella musicoterapia e nel Nada Yoga.
Oltre ad una funzione di intrattenimento, la musica serve anche “all’anima per tentare di ridare ordine e misura al movimento che è stato sregolato“. A questo proposito vorrei collegare il movimento ordinato alla musica. Cosa potrebbe farlo in maniera efficace? Di sicuro la danza. La danza come arte, ma anche la danza come rituale, come avviene in alcuni riti religiosi e meditativi, in cui i gesti del corpo sono accompagnati da apposite musiche per “ridare ordine” a ciò che è stato sregolato. Ecco cosa fa ad esempio la danza sacra di Gurdjieff, ma anche il semplice alzarsi e sedersi della messa cristiana accompagnata dal canto gregoriano, l’inginocchiarsi, il muoversi in processione, e altre ritualità non sono altro che una maniera di mettere in “comunione” il movimento con il ritmo e la musica per riallineare le varie “sfere” di cui siamo costituiti. Ecco cos’è in fondo la musica delle sfere, quella dell’Universo certamente, ma, come il macrocosmo è simile al microcosmo, anche la musica delle nostre piccole dimensioni umane. E beato chi le riesce a fare “girare” in sincrono, di sicuro costui sarà in “armonia“.

FONTE:http://www.musica-spirito.it/musica-2/filosofia/platone-musica-cura-per-anima/

“Aquila oscura”: il “sole nero” previsto da Talete 2600 anni fa



Di Francesco Meneguzzo

Altro che supercomputer, Talete di Mileto aveva fatto tutti i conti a mano e con la matematica abbastanza primitiva nota al suo tempo. Eppure l’aveva prevista, e puntualmente sul campo di battaglia tra iLidi del re Creso e i Persiani, nell’entroterra anatolico, corrente il 28 maggio del 585 a.C., l’eclissi di sole sconvolse talmente gli eserciti in campo da imporre una tregua. Da cattivo auspicio quale fu creduto, l’eclisse divenne quindi un buon segno, nel solco di un mistero destinato a perpetuarsi nei secoli.
Non bastando una fama che vuole attribuiti al filosofo e matematico greco cinque o sei teoremi fondamentali della geometria euclidea – molto famoso quello sul secondo criterio di similitudine dei triangoli – per assicurare la veridicità della straordinaria previsione di Talete, agli astronomi moderni occorse del tempo per riconoscerne la correttezza. Infatti, pur risultando un’eclissi di sole nella stessa data, si obiettava che questa avrebbe potuto vedersi soltanto nell’oceano Atlantico, lontanissimo dalla Lidia. E proprio questa apparente contraddizione aiutò a confermare un ulteriore importante fenomeno: il rallentamento della rotazione della Terra dovuto all’attrito delle maree, per cui 2500 anni fa il fenomeno avvenne quattro ore prima di quanto oggi stimato.
Talete di Mileto
Talete di Mileto
Fu così che l’eclissi denominata σκούρο αετός (skoúro aetós) – aquila oscura – forse perché ricordava nella forma il fiero rapace, divenne emblema e archetipo del genio europeo, che preserva e coltiva il mito ma sa rinunciare ai pregiudizi, eroicamente e illimitatamente curioso nello spirito quanto poco materialista nella effimera quotidianità.
Tanto che di Talete, secondo Apuleio uno dei sette grandi sapienti greci, matematico, naturalista,  astronomo e ingegnere, Aristotelenella Politica tramanda un episodio curioso che la dice lunga: “……siccome, povero com’era, gli rinfacciavano l’inutilità della filosofia, avendo previsto in base a calcoli astronomici un’abbondante raccolta di olive, ancora in pieno inverno, pur disponendo di poco denaro, si accaparrò tutti i frantoi di Mileto e di Chio per una cifra irrisoria, dal momento che non ve n’era alcuna richiesta; quando giunse il tempo della raccolta, cercando in tanti urgentemente tutti i frantoi disponibili, egli li affittò al prezzo che volle imporre, raccogliendo così molte ricchezze e dimostrando che per i filosofi è molto facile arricchirsi, ma tuttavia non si preoccupano di questo”.

10 Consigli da parte di Socrate

socrate multicolor


1.  Se credi di saperla lunga, sappi che sbagli.

"So di essere intelligente, perché sono cosciente di non sapere."

"Sono più sapiente di quest’uomo, anche se poi, probabilmente, tutti e due non sappiamo un bel niente; però lui crede di sapere e non sa nulla, mentre io, se non so niente, ne sono per lo meno convinto, perciò ne so un tantino più di costui.”

2. Vivi con meraviglia e volontà di comprendere.

"Col credere che si debba far ricerca delle cose che non si sanno, diventiamo migliori, più forti e meno inetti, che non se ritenessimo impossibile trovare ciò che non sappiamo."

"La meraviglia è un sentimento assolutamente tipico del filosofo. La filosofia non ha altra origine che questa."

"Una vita senza ricerca non è degna per l’uomo di essere vissuta."

3. Non perdere di vista le cose essenziali nascoste dietro le sovrastrutture.
“Ho gettato la mia tazza quando ho visto un bambino bere al ruscello dalle proprie mani.”

4. L'obbedienza alla Legge Morale e la coerenza fanno di te un essere umano.

"Hai torto, amico, se pensi che un uomo di qualche merito debba calcolare il rischio di vita e morte, invece di pensare se ciò che fa è giusto o ingiusto e se si è comportato da uomo onesto o malvagio."

“Dovendo scegliere tra il commettere un'ingiustizia e il subirla, preferirei subirla.”

“Io cerco di persuadervi, giovani e vecchi, che non dei corpi dovete prendervi cura, né delle ricchezze né di altra cosa prima e con maggiore impegno che non dell’anima in modo che diventi buona il più possibile, perché la virtù non nasce dalle ricchezze, ma dalla virtù stessa nascono le vere ricchezze e tutti gli altri beni per gli uomini, in privato e in pubblico.”

“La strada della gloria è lottare per essere ciò che ti auguri che si pensi di te.”

"Ciò che sul piano soggettivo è la felicità, sul piano oggettivo coincide con la realizzazione della propria essenza."

"Datemi bellezza nell'anima interna; fate che l'uomo sia uguale dentro e fuori."

5. Non puoi cambiare il mondo, ma puoi cambiare la tua vita.
"Chi vuol muovere il mondo, muova se stesso."

6. Le parole sono incantesimi; usale bene e diffida di quelle altrui.

"Le parole false non sono cattive solo nella forma, ma infettano l’anima con il male."

"Le menti superiori discutono le idee; le menti normali discutono gli eventi; le menti mediocri discutono le persone."

"Segui la regola del Triplo Filtro."

7. Coltiva il rispetto per te stesso.

"L’importante non è vivere, ma vivere bene."

"I cattivi vivono per mangiare e bere, mentre i buoni mangiano e bevono per vivere."

C'è un limite oltre il quale la sopportazione cessa di essere una virtù.”

“Il saggio non si espone al pericolo senza motivo poiché sono poche le cose che gli stiano davvero a cuore; ma per queste è disposto a combattere, sapendo che a talune condizioni non valga la pena vivere.”

8. Non sposarti, anzi sposati.

"Il mio consiglio per te è di sposarti; se troverai una buona moglie sarai felice; se non la troverai diventerai un filosofo."

"Sposati, oppure non sposarti. In entrambe i casi te ne pentirai."

9. Sappi che il male è solo assenza di bene, esattamente come l'ignoranza è assenza di conoscenza.

"Non esiste il male, ma solo assenza di bene."

"Esiste un solo bene, la conoscenza, e un solo male, l’ignoranza."

10. Viaggia felice perché il tragitto è breve e il capolinea potrebbe essere meno brutto di quanto temi.

"L'essere contenti è una ricchezza naturale, il lusso è una povertà artificiale."

“Siate felici, agite nella felicità, sentitevi felici, senza alcuna ragione particolare.”

"Sappi che tu hai una malattia mortale chiamata morte. Pochi anni in più o in meno fanno poca differenza. Sii felice oggi, senza ragione, o non sarai mai più felice."

"La morte, come mi sembra, altro non è che la separazione di due cose, l'anima e il corpo."
“Aver paura della morte è voler sembrare sapiente senza esserlo, cioè credere di sapere ciò che non si sa. Perché nessuno sa se per l'uomo la morte non sia per caso il più grande dei beni, eppure tutti la temono come se sapessero con certezza che sia il più grande dei mali. Ed il credere di sapere quello che non si sa non è forse la più vergognosa forma di ignoranza?”

NEWS, SITI CONSIGLIATI & BLOGROLL

VISUALIZZAZIONI TOTALI

Follow by Email

Contact Me

Nome

Email *

Messaggio *