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Gli occhi dell’anima


L’amore guarda non con gli occhi ma con l’anima.
(Sogno di una notte di mezza estate - William Shakespeare )

Risultati immagini per William Shakespeare















FONTE: http://www.ilnodogordiano.it/?p=17733

L'Anima e la perdita dell'Anima secondo lo sciamanesimo




http://www.sciamanesimo.com/animaperduta.php

L'anima è tutto quel che ci rende persone uniche e vive: mente, emotività, carattere, volontà, personalità, ma anche metabolismo, funzioni fisiologiche, perché non c'è separazione tra psichico e fisico.
L'anima è uno spirito che si materializza diventando noi.
Si materializza in vari gradi: poco o nulla (pensieri, emozioni), molto (funzioni fisiologiche) o del tutto (organi, carne, cuore, occhi...)
L'anima è personale e perciò unica, non solo nelle sue espressioni come pensiero, sentimento e coscienza, ma anche in quelle in apparenza più meccaniche, come la vitalità di un organo, perché anch'essa è unica e ha un'espressione psichica: ad es. il cattivo funzionamento del fegato implica l'incapacità di riprendersi emotivamente nei periodi di solitudine - oppure la debolezza dei polmoni o della pelle comportano la sensazione di essere rifiutati o il timore di venir abbandonati dalle persone care.






Noi siamo anche il nostro corpo.
Nonostante il monoteismo ci abbia abituati a vedere l'anima come un'entità indivisibile, frammenti dell'anima possono andar perduti. Un fammento dell'anima è come un'anima a sé.
Perché una parte d'anima, una volta che si è separata dal resto, appare e si comporta come un'anima indipendente.
è per questo che si parla di anima dei polmoni, anima del cuore, anima del fegato etc.
Gli sciamani tradizionali però non si esprimono così, perché gli Spiriti non si esprimono così. Parlano direttamente di polmoni, cuore, fegato perduti o rubati, perché non c'è distinzione tra l'organo e la sua anima.
Ad esempio tempo fa ho curato un uomo che fin da giovanissimo soffriva di mal di pancia, prima ulcera poi colite.
Uno dei miei spiriti aiutanti, che interrogai sull'origine del male, mi disse:
"Un ragno ha rubato la sua pancia e poi l'ha mangiata.
Ora quel ragno è in un sacchetto di tela bianca
appeso a un albero sotto la terra."
Questo è un caso di anima rubata da uno spirito (vedi pagina seguente).

La perdita dell'anima

Pezzi dell'anima possono uscire dal corpo. E anche abbandonarlo per sempre.
Nei casi più gravi, ciò può provocare coma, demenza, gravi malattie mentali, dipendenza da droghe e alcol, oppure una perdita di vitalità che mette la persona alla mercé di molteplici malattie e a rischio di morte.
Le perdite meno severe causano menomazioni dell'affettività, come ad es. perdita di capacità di amare o di entusiasmarsi o di gustare la vita, depressione, o anche menomazioni funzionali di uno o più organi (la "pancia" del mio cliente).
L'anima può fuggire perché spaventata o essere rapita dagli Spiriti oppure venir rubata da un'altra persona, che non necessariamente è uno sciamano e neppure uno stregone naturale.
In ogni caso se essa non rientra spontaneamente, uno sciamano può cercarla e riportarla indietro.
Anche i cambiamenti di carattere o il ritornare bambini tipici della vecchiaia sono causati da perdita delle parti più complesse dell'anima, che contengono la personalità individuale.
Spesso in questi casi il ricupero è impossibile perché l'anima se n'è andata a causa della degenerazione del cervello con cui non era più in grado di interf interfacciare. Come dire che la persona è già morta in parte.
La nostra cultura crede che la morte sia un evento unico, mentre non è raro che essa accada un po' per volta. Molti vecchi internati nelle case di riposo, incapaci di pensare e ricordare, sono agli occhi dello sciamano già morti. 
La loro anima ha già seguito il suo cammino, mentre nel corpo rimane solo un residuo a controllare poche funzioni fisiologiche e sentimenti e pensieri elementari.
Si cerca di parlare con il padre o la madre sperando di ottenere uno sguardo di risposta che ci riveli la persona che conoscevamo una volta, mentre questa non è più in quel corpo, e per parlarle si dovrebbe invece viaggiare in altri mondi.
Poiché la persona di un tempo non si è degenerata, come crede la medicina che guarda solo in superficie, essa semplicemente non è più qui.


Ad es. trovarsi di fronte alla paura della morte (per un incidente o una malattia grave o perchè rimasto sotto le macerie o sperduto nel deserto...), può far fuggire l'anima dei polmoni la quale regola il respiro e la pelle.
Infatti la nostra prima esperienza di vita indipendente su questa terra, appena usciti dal grembo materno, è la respirazione insieme all'aria fredda sulla pelle (che pure inizia a respirare) - per questo l'anima dei polmoni è molto sensibile al passaggio tra vita e morte e il terrore di morire può ferirla.
Anche l'abbandono nell'infanzia da parte di uno dei genitori può far fuggire "i polmoni".
Questo perché il cucciolo di ogni mammifero quando perde i genitori sperimenta per prima cosa il terrore della morte, per fame o per opera dei predatori.
Così chi ha subito uno di questi traumi, all'apparenza diversi, se il rientro dell'anima non è immediato, incorrerrà in polmonite o asma o una malattia della pelle.
Se l'anima non fa ritorno, soffrirà di facile ammalabilità polmonare o respiratoria oppure affezioni frequenti o croniche della pelle, ma anche tendenza a isolarsi dalla società e dalla famiglia, solitudine affettiva e depressione, pigrizia, perdita di vigore e grande affaticabilità.
Oppure soffrirà di ansia per piccoli dettagli, forte preoccupabilità nel lavoro con paura di averne accettato un carico eccessivo, difficoltà a rilassarsi, scarsa autostima e sensazione di indegnità.

L'anima smarrita

Durante un trauma, fisico o psichico, spesso la parte di anima che più si sente vulnerabile lascia il corpo per non venir ferita.
È per questo che spesso durante un'esperienza terribile, ci sembra sul momento di non provare niente: l'anima se n'è andata.
Se ad abbandonare il corpo è una parte d'anima che governa la coscienza, si ha uno svenimento o il coma.
Normalmente passato il pericolo, l'anima rientra da sé. Se però questo non avviene si avranno menomazioni psichiche e spesso anche fisiche.
L'anima che fugge si comporta spesso come un animale spaventato.
Può nascondersi in qualche luogo del Mondo di Mezzo o anche fuggire nel Mondo Inferiore o Superiore e rifugiarsi lì da qualche parte, restandovi per decine d'anni o per sempre se uno sciamano non viene a cercarla per riportarla indietro.
Altre volte può vagare senza meta o perché, passato lo spavento, vorrebbe tornare nel corpo cui appartiene (senza di solito riuscire a ritrovarlo) o soltanto perché in nessun luogo riesce a sentirsi a casa.

Il fisico Henry Stapp e la spiegazione scientifica dell'anima



Esiste l'anima? Fino a qualche decennio fa, questa domanda era lecita solo nell'ambito di una riflessione teologica. Oggi, invece, entra a pieno diritto nelle domande fondamentali della fisica teorica. Henry P. Stapp, fisico teorico presso la University of California-Berkeley, non vuole dimostrare l'esistenza dell'anima, ma che essa si inserisce all'interno delle leggi della fisica.






Quando parliamo di anima, siamo nel campo della metafisica o della fisica?
Prima dell'avvento della "fisica quantistica", tutto ciò che travalicava i confini del visibile, era tema di ricerca della metafisica, ovvero quella disciplina che indaga sulle cose "al di là" della fisica. Oggi, invece, all'indomani della scoperta del bizzarro mondo dei quanti, ciò che non è visibile e che non è determinabile è diventato oggetto di studio della fisica. Più recentemente, alcuni studiosi hanno cominciato a inquadrare pionieristicamente questioni come la coscienza umana, l'immortalità dell'anima e la vita dopo la morte, come oggetti di studio all'interno della fisica teorica.
Tra questi c'è Henry P. Stapp, fisico teorico presso la University of California-Berkeley che ha lavorato con alcuni padri fondatori della meccanica quantistica, secondo il quale avere fede nell'anima non è ascientifico. Con la parola "anima", lo scienziato si riferisce ad una dimensione della persona umana indipendente dal cervello o dal resto del corpo che può sopravvivere alla morte. "I forti dubbi circa la sopravvivenza della personalità oltre la morte, basate esclusivamente con la convinzione che sia incompatibile con le leggi della fisica, sono infondati", scrive Stapp nell'articolo "Compatibility of Contemporary Physical Theory With Personality Survival". Stapp ha collaborato alla stesura dell'Interpretazione di Copenaghen della meccanica quantistica, l'interpretazione della meccanica quantistica maggiormente condivisa fra gli studiosi. Essa si ispira fondamentalmente ai lavori svolti nella capitale danese da Niels Bohr e da Werner Karl Heisenberg attorno al 1927, ricevendo una formulazione meglio definita a partire dagli anni cinquanta.
Stapp1Stapp spiega che i fondatori della teoria quantistica sostanzialmente hanno costretto gli scienziati a dividere il mondo in due parti: al di sopra del taglio, vi è la matematica classica con la quale è possibile descrivere i processi fisici empiricamente osservati; sotto il taglio, vi è la matematica quantistica che descrive un regno completamente al di fuori del determinismo fisico.
"In generale, si è compreso che lo stato evoluto del sistema sotto il taglio non può essere abbinato a nessuna descrizione classica delle proprietà visibili all'osservatore", scrive Stapp. Dunque, come fanno gli scienziati ad osservare l'invisibile? Scelgono particolari proprietà del sistema quantistico, sviluppando un modello per vedere i suoi effetti sui processi fisici "sopra il taglio". La chiave è la scelta dello sperimentatore. Il problema è che quando si lavora su un sistema quantistico, la scelta dell'osservatore ha dimostrato di influenzare l'andamento, con effetti visibili nel sistema al di sopra del taglio.
Stapp cita l'analogia pensata da Bohr per spiegare la curiosa interazione tra lo scienziato e i risultati del suo esperimento: "È come un cieco con un bastone: quando il bastone viene tenuto debolmente, il confine tra la persona e il mondo corrisponde al divario tra la mano e il bastone; ma se il bastone viene tenuto saldamente, esso diviene parte del soggetto: la persona sente che egli stesso può estendersi fino alla punta del bastone". Dunque, il mondo fisico e il mondo mentale sono collegati in modo dinamico. La spiegazione quantistica su come la mente e il cervello possono essere separati, ma collegati con le leggi della fisica, "è una rivelazione benvenuta", scrive Stapp. Essa risolve un problema che ha afflitto la scienza e la filosofia per secoli, con la scienza che vedeva la necessità di equiparare la mente con il cervello, e la filosofia-teologia, incaricatasi di considerare la mente come qualcosa di indipendente dal cervello.
La teoria fisica classica può solo eludere il problema, e i fisici classici possono solo lavorare per etichettare questa intuizione come un prodotto della confusione umana. La scienza, continua Stapp, dovrebbe invece riconoscere gli effetti della coscienza come un problema della fisica. Inoltre, tale prospettiva, secondo Stapp è indispensabile a conservare la moralità umana, spiegando alle persone di essere qualcosa di più che semplici macchine fatte di sangue e carne. In un altro articolo, intitolato "Attention, Intention, and Will in Quantum Physics", Stapp scriveva:
"È opinione ormai ampiamente diffusa nelle persone la visione scientifica secondo la quale ogni essere umano è fondamentalmente un robot meccanico, prospettiva che rischia di avere un impatto significativo e corrosivo sul tessuto morale della società".

Arte e guarigione secondo Alejandro Jodorowsky

Intervista a Alejandro Jodorowsky

Di Elsa Masetti

Guarire l’anima, è questo che si ripromette Alejandro Jodorowsky, con il suo ultimo film La danza della realtà, in prima nazionale a Milano Marittima, il 16 maggio 2014. Dell’arte sacra di fare cinema, il vero cinema – non quello americano di cassetta che rincretinisce – ha parlato durante la conferenza stampa. Poche le domande alle quali ha risposto, ma chiaro e pregnante l’intento: «Il cinema per me è un'arte completa, ha tutto, musica, architettura, colori, letteratura, poesia... Un'arte prostituita, poiché la sua finalità non è quella di far denaro. Se dio da denaro tu apri la tasca, ma non lo fai per denaro. La finalità dell'arte è aprire lo spirito del pubblico, perché comprenda la richiesta della sua stessa anima».








Ci si può chiedere, come gli ho chiesto, può la tua arte, davvero, curare l’anima di tutti quelli che guardano, aprire il cuore, indipendentemente dal livello di coscienza, di evoluzione?
«Sì, un vero artista – che è un poeta – asseconda l'evoluzione dell'umanità e conosce la compassione. Se, su una barca vanno insieme una persona che non sa leggere ma sa nuotare, e un erudito – che è un sapiente ma non sa nuotare – quando la barca affonda, è l'erudito che annega. Sapere molte cose, non è averne esperienza. Chi non sa troppo è una meraviglia, puoi aprirlo a emozioni che non conosce. Ho visto molti piangere dopo la visione del film, è un'esperienza poetica, un'apertura di cuore, sì».

I più pensano che l’atto terapeutico, che cura, sia il “sapientone guarito” a farlo, o il luminare di turno, ma non è così e il messaggio di Alejandro Jodorowsky è onesto, intimo e universale insieme: «Sto cercando di guarire la mia anima. Non si tratta però di un film narcisistico o egocentrico. La poesia non parla di storia. Parla della vita interiore e di problemi universali». Questo ha detto alla troupe, prima d’iniziare a girare.
È nel guarire la nostra di anima, che quella del mondo trova la sua guarigione. Non c’è guarigione dell’anima che non sia cura dell’anima dell’umanità. Pensare in termini puramente personali, questa è malattia. Significa fare dell’arte un’industria malata, com’è diventata quella del cinema idiota americano che – come dice Jodorowski – crea bambini idioti con l'idea dei super uomini, della violenza, di compratori e consumatori compulsivi. Questo, il regista lo chiama un crimine contro l'umanità.
Il pensarci delle isole, che tutto finisce con noi, è povertà di spirito. L’amore di Jodorowski per i valori umani, per l’essere umano, non importa chi, uomini e donne, nani e mutilati, perdenti ed eroi, è ciò che arriva dritto al cuore. Siamo diventati, i più, molto self concern, sempre pre-occupati di sé, su come diventare super, eroi da film che sgomitano in qua e là, che scansano gli sfigati, che si sentono geni quando hanno successo, irresistibili con una taglia di seno in più. Proprio questo mi ha allargato il cuore, durante un suo seminario al quale ho partecipato lo scorso anno, a Milano. Al suo invito di esprimere un intento, un desiderio, tutti o quasi abbiamo risposto con una richiesta personale: voglio diventare la pittrice di successo che non ho mai potuto essere, voglio lasciare quel lavoro mediocre per uno più illustre, voglio primeggiare in quella materia… fine a se stessi. E pacatamente, l’ha fatto notare, nessuno pensava il suo cambiamento in funzione, anche, del benessere altrui. Ama prima te stesso è diventato un po' un tormentone: ma chi caspita è questo te stesso da amare, quello confinato in un corpo con un determinato nome che più è sulla bocca di tutti più mi amo?
E così il filo si ricongiunge, al resto della sua risposta, in conferenza stampa: «Dobbiamo pensare che non siamo solo una generazione ma varie generazioni, non siamo individui siamo umanità, bisogna restituire all'arte il suo scopo sacro, vale a dire renderci più sensibili, comprendere che abbiamo sentimento, capire che l'altro esiste, capire che quello che dai lo dai e basta, questo è il lavoro dell'arte, anche quello dell'intrattenimento, per cui bisogna essere decisi a fallire. Un buon fallimento, è mille volte meglio di un trionfo malato».

Poi ho visto il film, La danza della realtà, già titolo di un suo libro autobiografico, ma voglio lasciarvi la sorpresa, che possa schiudervi all’intimità recondita e al sollievo che ne deriva, se è dato. Quel film per cui Jodorowsky ha atteso ventitre anni, prima che arrivassero i finanziamenti indipendenti, e che avventura il loro arrivo! Volentieri racconto invece ciò che mi ha commosso, nella conferenza-spettacolo, prima che andasse in onda la visione. Jodorowsky leggeva, commentandola sul palco – con il suo dotato piglio da istrione – una sua poesia, quella da cui è nata la pellicola stessa. Si è messo a raccontare dei suoi genitori, entrambi emigrati, che lavoravano tutto il giorno in una sorta di merceria in un paesello del Cile dimenticato da dio. Ebbene, spesso, lo lasciavano solo per andare al cinema, nella sua culla di bimbo. Lui si sentiva abbandonato, trascurato, infreddolito, impaurito e, mentre lo raccontava, ha accolto un’intuizione, nuova per la sua anima, che ha espresso, sorpreso, in questo modo: «Ecco perché ho fatto cinema! Perché i miei genitori venissero da me, a vederlo».
Ha fatto, tenacemente e con fantasia, il suo atto psicomagico-metagenealogico. Non solo ha messo in scena la sua famiglia d’origine, come si fa nelle costellazioni familiari classiche, ma l’ha messa in scena in un vero e proprio film con tutti gli intrecci sistemici. Film girato nel suo paesello di nascita, sperduto, dove per tre secoli non si era vista una goccia di pioggia e dove, più di settanta anni dopo, tutto era rimasto uguale. È lì che ha offerto la sua prima mondiale – a Tocopilla, altro che Hollywood! Nel campo da calcio. Ottomila spettatori.

Che siano bastati a compensare quello sguardo amato, unico nel custodire il sonno di un bimbo?
«Soffriamo molto di quello che ci accade nell'infanzia. Io credo che il passato si possa guarire con una tecnica che ho inventato, la psicomagia: fare delle azioni metaforiche che vanno a cambiare il passato. Mia madre aveva dei seni molti grandi – non è Fellini è Jodoroswky – amava cantare e avrebbe sempre voluto fare la cantante d’opera, ma è stata tutta la vita in un negozio a vendere. Nel film è una cantante lirica, che canta sempre. Ho realizzato mia madre, il suo sogno. Mio padre era feroce, voleva che io fossi un uomo forte, parlava sempre di andare ad ammazzare il dittatore dell'epoca. Non l'ha mai fatto, e nel film io lo mando a uccidere il dittatore. Chiaro che per la storia non può ucciderlo, quindi sparisce.
Alla fine, proprio nel film, sono arrivato a vedere mio padre umano, un essere umano. Ho cambiato nella mia mente la sua immagine e quella di mia madre, e cambiando l'immagine di come li vedevo da bambino, è cambiato il figlio, è cambiato l’intero villaggio. I turisti vanno ora a vedere il luogo del film.Tutto è cambiato, ed è la guarigione. Per questo mi vedete così contento!».

FONTE:http://www.scienzaeconoscenza.it/articolo/intervista-a-alejandro-jodorowsky.php

La musica come cura dell'Anima secondo Platone



Di Enzo Crotti

La musica aveva un posto di prim’ordine per i greci antichi, e per Platone in particolare essa è filosofia suprema, perchè esprime ciò che le sole parole non possono fare. Ma ancora più profondamente la musica è una medicina per l’anima, come Platone sostiene nel Timeo.
Se il corpo è affaticato, di certo qualsiasi medico vi dirà di fare una “buona e regolare attività fisica“, e penso che sia un buon consiglio. Ma il corpo non è disgiunto dal resto della persona, mi riferisco alla mente, e alle emozioni, cioè a quello che spesso chiamiamo “anima”. Platone, che era veramente una delle menti più illuminate del passato, aveva una grande considerazione per la musica, come ho potuto già esprimere nell’articolo: “Platone: la filosofia è musica suprema“. 





Nel “Timeo“, Platone afferma che l’armonia della musica è della stessa natura della nostra anima, e chi segue i miei articoli sà che la natura del suono è simile, e soggetta a leggi simili, alle frequenze cerebrali ad esempio, ma ancor di più la musica ed il suono sono efficaci a livello empatico sulle emozioni, cosa che è utilizzata nella musicoterapia e nel Nada Yoga.
Oltre ad una funzione di intrattenimento, la musica serve anche “all’anima per tentare di ridare ordine e misura al movimento che è stato sregolato“. A questo proposito vorrei collegare il movimento ordinato alla musica. Cosa potrebbe farlo in maniera efficace? Di sicuro la danza. La danza come arte, ma anche la danza come rituale, come avviene in alcuni riti religiosi e meditativi, in cui i gesti del corpo sono accompagnati da apposite musiche per “ridare ordine” a ciò che è stato sregolato. Ecco cosa fa ad esempio la danza sacra di Gurdjieff, ma anche il semplice alzarsi e sedersi della messa cristiana accompagnata dal canto gregoriano, l’inginocchiarsi, il muoversi in processione, e altre ritualità non sono altro che una maniera di mettere in “comunione” il movimento con il ritmo e la musica per riallineare le varie “sfere” di cui siamo costituiti. Ecco cos’è in fondo la musica delle sfere, quella dell’Universo certamente, ma, come il macrocosmo è simile al microcosmo, anche la musica delle nostre piccole dimensioni umane. E beato chi le riesce a fare “girare” in sincrono, di sicuro costui sarà in “armonia“.

FONTE:http://www.musica-spirito.it/musica-2/filosofia/platone-musica-cura-per-anima/

Il Vaso Alchemico come Simbolo dell'Anima



Di Adam McLean

In quanto studiosi della tradizione ermetica, tutti noi riconosciamo che l’opera alchemica si sviluppa su numerosi livelli: il lavoro fisico sulle sostanze, l’esperienza e la manipolazione delle forze eteriche, il lavoro interiore sull’anima, al pari degli aspetti cosmologico-planetari.
Questi differenti aspetti dell’opera si interconnettono e si sovrappongono l’uno con l’altro.






In effetti, in un certo senso, se vogliamo fare qualche progresso nel lavoro alchemico, dobbiamo necessariamente perseguire parallelamente questi differenti obiettivi, affiancando lo sviluppo interiore al lavoro esteriore.
Un simbolo che si ricollega a questa molteplicità di aspetti dell’opera è quello del vaso alchemico.
Nigredo, Albedo, Rubedo
In questo articolo desidero sottolineare alcuni modi con cui possiamo usare questo simbolo per i nostri esercizi interiori.
La tradizione dello sviluppo interiore in alchimia, si persegue trasponendo le trasformazioni ed i procedimenti alchemici sul piano interiore.
Come in ogni pratica esoterica, l’interiorizzazione dell’esperienza può produrre squilibri nelle potenti energie psichiche che noi evochiamo durante il lavoro interiore, a meno che non troviamo dei mezzi per contenere queste energie.
Nella tradizione dei rituali magico-cerimoniali, gli operatori usano normalmente una apertura ed una chiusura del rituale che funge da struttura di contenimento e salvaguarda dalla dissipazione le energie suscitate durante il lavoro.
Similmente, in molte tradizioni meditative, un esercizio di apertura ed uno di chiusura (talvolta basati sulla ritmizzazione della respirazione) aiutano a riconnettere e riancorare il meditante con il normale stato di coscienza, così da non lasciarlo in uno stato di dissociazione ed instabilità, sospeso tra il mondo interiore e quello esteriore.
Nel nostro lavoro interiore, troveremo nel simbolo del vaso un inestimabile mezzo per contenere le energie interiori e permettere loro di operare nella nostra interiorità, in modo controllato e positivo.
Così, in un certo senso, il vaso alchemico può essere un simbolo interiore dalla valenza protettiva, proprio come il cerchio del cerimoniale magico o il tempio astrale di una loggia esoterica operativa, o gli esercizi di respirazione di una tradizione meditativa.
Le energie evocate lavorando con i processi alchemici, come ho detto, possono essere potenti e distruttive per la psiche ed un incontro diretto con queste energie trasformative non dovrebbe avvenire in modo improvviso.
Solo attraverso il lungo e ripetuto lavoro interiore possiamo arrivare alla diretta esperienza di queste energie nella loro forma più originaria e fondamentale.
Il Vaso Alchemico
L’incontro iniziale è in genere effimero e soffocato da correnti emotive.
Solo se avremo la pazienza degli alchimisti di ripetere instancabilmente l’esperienza spirituale, covando sul nostro alambicco interiore, riusciremo a intravedere sia pure un barlume del vero fine della trasmutazione alchemica.
E’ dunque di somma importanza soffermarci sulla natura del vaso alchemico al fine di avere qualche indicazione sull’uso di questo simbolo nel nostro lavoro interiore.
Prima di tutto dovremo considerare i simboli come schemi di energia.
In senso exoterico le cose stanno esattamente così, essendo ovvio che ogni manifestazione simbolica prenda forma nella nostra coscienza mentale come una manifestazione di natura elettro-chimica all’interno della rete neuronica del nostro cervello.
Tuttavia, su di un piano più profondo ed esoterico, un simbolo è lo schema delle energie eteriche sottese alla sua manifestazione in varie forme.
Quando meditiamo su di un simbolo noi lo troveremo necessariamente mutevole nelle forme; ciò ci consentirà di intuire che la vera natura del simbolo è riposta nel suo schema energetico.
Vi sono molte differenti forme di vaso descritte e disegnate nella letteratura e nella tradizione iconografica dell’alchimia.
Esiste un’apparente molteplicità di forme di storte, pellicani, bagnomaria, alambicchi, cucurbite etc..
Tuttavia, nel lavoro interiore noi troveremo che tutte queste differenti forme esteriori si riducono a tre forme archetipali, che possiamo identificare nel CROGIOLO, nella STORTA e nell’ALAMBICCO.

I concetti di Anima,vita e morte nel pensiero occidentale e le analogie con quello orientale




Di Detlef-I. Lauf *

Nelle pagine precedenti mettendo a confronto le dottrine del Libro tibetano dei morti con
quelle di altre religioni abbiamo ravvisato alcuni punti in comune: il simbolismo
antinomico, la problematica della discesa nel mondo delle tenebre e della ascesa verso il
mondo della luce. Indipendentemente dal nome essi attribuito nelle diverse religioni, il
primo mondo è in tutte il regno della sofferenza, il secondo il regno della redenzione e
della beatitudine.






Proprio nel Libro tibetano dei morti l'intero edificio dottrinario della
conduzione della coscienza poggia sulla rappresentazione degli opposti estremizzati, che
vengono simboleggiati con particolare veemenza. Tuttavia proprio al buddhismo va il
merito del superamento degli opposti e del dualismo fra mondo celeste e mondo
sotterraneo; infatti, le sue dottrine unificano i due aspetti antitetici rappresentandoli come
immagini dell'essere umano. La entelechia va al di là dei contrari che molte culture
antiche mettono in rapporto con la problematica dell'essere e non - essere. Eraclito la
illustra dicendo: "Anche la natura anela al suo contrario e produce l'armonia partendo da
esso e non dall'uguale" (Frammenti 10).


Libro Tibetano dei Morti Voto medio su 9 recensioni: Da non perdere



Il processo mediante il quale la vita si trasforma in morte assomiglia in forte misura a
molti processi di rinuncia che si compiono nella vita; o - come dice Lao tse: "Chi non ha
aspirazioni non subisce perdite". Eckehart, il grande mistico cristiano del medioevo,
richiama ripetutamente l'attenzione su questo problema, che coincide con l'assunto
centrale del buddhismo della sofferenza imputabile all'amor proprio. "Tutto l'amore di
questo mondo è costruito sull'amore per se stessi. Se rinunci all'amore per te stesso ti sarà
facile rinunciare a tutto il mondo". O anche "Se getto via tutto ciò cui sono egoisticamente
attaccato posso accedere alla pura essenza dello spirito". Nel linguaggio di questo mistico
si ravvisa l'immagine antichissima della vittoria della via della luce sul mondo delle
tenebre. E se in questa vita esiste la possibilità di rendersi conto che una forma di
trascendenza o di divino esiste, che da qualche parte esiste un assoluto che non conosce
spaziò né tempo, è logico trasferire queste norme nell'aldilà. Già il confronto con quanto
enunciano le varie grandi religioni ci fa capire che vengono paragonati a forme di
redenzione nella morti gli eccelsi stati terreni di conoscenza e di intuizione mistica.
Conosciamo il concetto buddhista di samadhi, il quale esprime quella forma di unità dello
spirito illuminato dalla luce della conoscenza che si realizza nella meditazione. Ebbene,
nel momento della morte questa luce riappare: è la chiara luce dello spirito in
raccoglimento, questa volta liberato, definitivamente, dal corpo.
Luce quale conoscenza da un lato e tenebre quale ignoranza dall'altro sono una coppia
di simboli archetipica dell'esperienza psichica. Sono forse gli archetipi più antichi
dell'umanità; risalgono al momento nel quale lo spirito nella materia è per la prima volta
consapevole di sé. La mistica cristiana Hildegard von Bingen si chiede: "Io pellegrina!
Dove sono diretta, quale via sto percorrendo? La via dell'errore". Poi constata: "Infatti
questi spiriti malvagi invece della luminosa magnificenza hanno attirato le tenebre". Nelle
visioni di Hildegard troviamo anche suggestive descrizioni degli abissi infernali che
assomigliano a ciò che sperimenta il defunto nel bar-do, quando lungo la via in discesa
incontra le fiammeggianti apparizioni delle divinità adirate. "Le vostre fauci si spalancano
come una voragine. Emanano un fumo acre e focoso... perché inghiottono voracemente le
anime, le adescano con allettanti stimoli e con ampio inganno le trascinano nel luogo dei
tormenti, dove arde il fuoco e si raccoglie l'orribile fumo".
Infine Hildegard nelle sue visioni del mondo postmortale riconosce due specie di esseri
di cui dà un'interpretazione psicologica. Proprio come il Libro tibetano dei Morti li
considera figure prodotte dalle azioni dell'uomo. "Per questo mentre l'anima si separa dal
corpo si manifestano spiriti luminosi e spiriti bui, compagni del suo comportamento,
conformi ai movimenti che ha fatto nella sua dimora. Infatti quando l'anima dell'uomo
abbandona la sua dimora... sono presenti Angeli buoni ed angeli cattivi; sono i testimoni
di tutte le sue azioni...".
Ma anche il Libro tibetano dei morti parla dei "testimoni delle opere" rappresentati
dalle divinità, pacifiche ed adirate, quali forme della propria coscienza. E nell'aldilà, al
cospetto di Yama, il giudice infernale, vengono posti sulla bilancia i testimoni delle opere,
le pietre bianche e le pietre nere. E` una "transgressio" nell'ignoto che ci fa sapere che non
esiste conferma né di un totale annientamento né di un'eterna sopravvivenza. Qui
l'esperienza del trascendente, come già quella della trascendenza, quale conoscenza
esistenziale, diventa un fattore del numinoso la cui realtà è inafferrabile dall'intelletto
comune. Sia l'esperienza di morte, sia ogni pensiero di morte hanno in sé qualcosa di
numinoso che sembra muoversi fra gli estremi opposti di terrore e beatitudine eterna.
Se consideriamo da un lato le luminose figure trasfigurate dei buddha pacifici nella
radiazione elementare, dall'altro i loro aspetti negativi, figure che incutono terrore, ne
deduciamo che gli uni rappresentano il "mysterium fascinans", la quintessenza della
redenzione; sono attraenti e gratificanti. Gli altri, i terrificanti Heruka, rappresentano
l'aspetto numinoso del medesimo nel "mysterium tremendum". Infatti nei testi si legge
che l'uomo si sente nella stessa misura attratto e respinto da queste divinità. Ma sia le une
che le altre sono soltanto funzioni opposte dell'unità in sé con afferrabile, definita Chiara
Luce e "Grande - Vuoto - che tutto comprende". Della natura del numinoso, Rudolf Otto
dice: "esso ha le sue forme selvagge e demoniache... e ha la sua evoluzione nel sottile,
purificato e trasfigurato".
Tutte le visioni del Libro titebano dei morti sono sotto il segno dei dhyanibuddha
pacifici, perciò sono emanazioni di una categoria archetipica di luci cosmiche. La visione
suprema si identifica con i luminosi sentieri delle saggezze dei Buddha, con l'aspetto del
"mysterium fascinans". Splendono nella luce della trasfigurazione delle componenti
psichiche, quale cosmologia spirituale delle cinque sapienze. Queste saggezze
determinano l'esperienza del totalmente diverso definito "sfera della legge universale"
(scr. dharmadhatu), saggezza adamantina o vuoto assoluto (scr. sunyata).
A. Metzger offre un prezioso contributo a questo fondamentale problema del
demoniaco che si manifesta nel mondo degli inferi come tortura e persecuzione ad opera
delle divinità. Secondo Metger la divinità si rivela nel "martyrium" universale. Esprime il
concetto come segue: "Il demoniaco del terreno è il bisogno di divinità (di assoluto), il
bisogno del demoniaco - che nella materia, nell' "ens creatum", è esposto a caotico
smembramento - di un'infinita compatta unità". Al di là di noi o di questo mondo terreno
della sofferenza e degli inscindibili legami che ci ancorano ad esso noi riconosciamo un
assoluto, un luogo nel quale "non esiste venire ed andare" o - come dice Buddha: "Se
questo non-creato e non-divenuto non esistesse non si troverebbe la via per uscire dal
divenuto e dal creato". Ma noi sappiamo che in questo mondo esiste la trascendenza, che
dà segni di sé anche se in questo mondo non è mai stata raggiunta. La vita terrena è un
"martyrium universale", però è solo l'aspetto demoniaco di un Unito Tutto. Un aspetto
non esclude l'altro; e l'uno è sempre la condizione per conoscere l'altro. Metzger dice:
"demoniaco e trascendenza sono legati l'un l'altro inscindibilmente da un rapporto
aprioristico. Sono potenti fattori che si supportano reciprocamente, che costruiscono la
trascendenza del creato".
E` più che logico infatti che l'uomo "che sa" arrivi alla conclusione che le numerose
descrizioni degli stati postmortali, i viaggi nei cieli e negli inferni, rappresentano un modo
simbolico che aiuta a capire mediante immagini e similitudini. L'immagine è uno dei modi
per traslare contenuti inafferrabili dall'intelletto comune soprattutto sul piano magico -
mistico. Nel Libro tibetano dei morti le divinità vengono esplicitamente rappresentate
come figure che simboleggiano le qualità psichiche della coscienza, mentre nella
tradizione greco - romana troviamo una trasformazione dell'immagine della realtà del
mondo sotterraneo o aldilà. In seguito molti degli spiriti torturatori dell'Ades comparsi
nel periodo postomerico verranno interpretati come forme simboliche del comportamento
umano. Lucrezio nel suo terzo libro constata: "Del resto tutte le favole sulle figure del
mondo sotterraneo sono senza dubbio in rapporto con la vita terrena". Riconosce che in
realtà le figure mitiche, come Tantalo, Sisifo, Tizio, non sono mai esistite, che in realtà "Gli
uomini durante la loro vita vengono colti da una insensata paura degli dei". Lucrezio
mette in rapporto gli eventi del mondo degli inferi con i processi psichici, che il mondo
sotterraneo riproduce sotto forma mitica. "Ma Tizia vive in noi: l'uomo incatenato dai
ceppi dell'amore è sbranato dagli avvoltoi, è roso dalla paura o distrutto dalle pene e da
altre smodate brame da cui è posseduto" (Verso 1000). Secondo Lucrezio anche le
immagini mitiche di Cerbero, delle Furie e dei demoni della Morte del Tartaro
rappresentano stati d'animo, stati psichici causati dalla condotta dell'uomo nella vita.
Quindi Lucrezio è stato uno dei primi scrittori del mondo antico a dare un'interpretazione
psicologica alle immagini d'oltretomba. Non si tratta di punizioni reali, ma delle
sofferenze cui è sottoposta la coscienza di chi ha agito male. "Così lo spirito consapevole
di aver peccato immagini le punizioni, si tormenta... e non vede... ha sa come porre fine a
questi tormenti" (1020). Gli ignoranti non sanno che proprio la vita terrena è il loro
inferno.
Come abbiamo visto, le fonti Occidentali equiparano la sapienza alla libertà e
l'ignoranza alla cattività e alla sofferenza. Sono nozioni fondamentali già contemplate
dalle religioni. Già nella tradizione di Ermete Trismegisto troviamo l'equazione Ignoranza
= sofferenza. "Il male delle anime è l'ignoranza, infatti l'anima che non sa nulla delle cose
esistenti, che non conosce la natura delle stesse, che non sa cosa è il bene, che è cieca e
vittima della passione del corpo, diventa un malvagio demone, non conosce se stessa...".
Come abbiamo visto, questo problema è in stretto rapporto coi principi etici che regolano
la vita dell'uomo e con la struttura dell'aldilà. Si è occupato della questione anche Jacob
Bohme, uno dei mistici più convinti e autoconsapevoli, il quale dichiara esplicitamente
che l'alchimico concetto di polarità risolve il problema del demoniaco e del divino. Riesce
a far convergere opinioni discordanti e, con un'immagine altamente suggestiva, enuncia la
globalità dell'uomo in unità col creato. Egli descrive la natura in sé divisa della psiche
umana esprimendosi come segue: "il tormento più atroce e spaventoso... lo trovi nella
sostanza della nascita (natura) eterna dell'anima e degli eterni inscindibili legami uguale a
tutti i diavoli, fuori della luce di Dio; dentro sta il suo eterno tormento, nel suo interno è
nemica di se stessa...". Bohme parte dal principio che l'intero universo dello spirito, tutte le
aspirazioni dell'uomo, il divino e il demoniaco, sono presenti nella struttura dell'anima
"ab ovo". "Nulla ti è più vicino in questo tempo il cielo, paradiso ed inferno: che ti sono
congeniali e che aspiri a raggiungere. Tu stai su entrambe le porte e hai in te entrambe le
nature". Quindi per Bohme l'uomo porta in sé la sua immagine terrena e celeste, ma al
contempo, la sua indole infernale dalla quale possono nascere con grande facilità le
emanazioni che rappresentano i suoi vizi sotto forma di demoni terrificanti e divinità
minacciose.
Perciò in fondo anche Bohme vede l'esistenza nella problematica archetipica di luce e
tenebre, che noi con linguaggio psicologico abbiamo definito coppia antinomica di
sapienza ed ignoranza. Nei testi filosofici più impegnati, per esempio nella filosofia
Vedanta o nei testi buddhisti, viene offerta un'ampia base a una serie di definizioni
rappresentabili con questa antinomia proprio dall'archetipica distinzione fra Luce e
Tenebre. Il simbolismo che nasce da questa antinomia nel linguaggio di Bohme ci ricorda
le visioni del bar-do del Libro tibetano dei morti. "Perciò il tuo cuore è una oscura valle; se
non ti adoperi subito per la rinascita della luce si accende in te il fuoco dell'ira... e con la
tua nascita (natura) animalesca non puoi raggiungere le porte del cielo". Ma ci ricorda
l'esperienza della "Chiara luce" nel bar-do, che si identifica con la conoscenza della
divinità suprema e della unità dello spirito con Essa, anche il seguente passo di Bohme:
"In origine l'anima starebbe nella vita focosa perché senza la sorgente focosa non esiste lo
spirito, e attraverso la morte esce da essa per propria volontà ... come di sua volontà
attraverso i principi del fuoco cade nell'occhio luminoso di Dio".
Concludendo, ci teniamo a far presente come anche in un'opera eccelsa qual è il Faust
di Goethe si ravvisino indubbi paralleli fra l'esperienza di trasformazione e morte e
redenzione del protagonista e l'esperienza di fuoco, luce e demoniaco che il Libro tibetano
dei morti illustra con una simbolica molto chiara e realistica. Col suo profondo studio
psicologico dell'indole di Faust, Goethe ha costruito un monumento; ci offre l'immagine
classica di una trasformazione che nella tragicità spa di molto l'enunciazione poetica. Alla
fine della seconda parte dell'opera a Faust appaiono le quattro donne grigie; sono le fatali
Eumenidi. Sono i dubbi e i tormenti che si affacciano alla sua anima. I loro nomi sono
mancanza, colpa, pena e bisogno. Come l'uomo che ignora, e perciò è cieco, evita
costantemente di confrontarsi col proprio lato in ombra, si rifiuta di riconoscerlo, così il
vero accecamento è frutto della "preoccupazione". Però ciò che chiude i suoi occhi esterni
può aprire il suo occhio interno.
"La notte sembra penetrare in profondità",
Però all'interno risplende la Chiara Luce (11500)
Ed ora questa luce, che come la "Chiara Luce" primigenia nell'aldilà diventa la stella
che lo guida, lo acceca. "Il nuovo giorno lo abbaglia ancora".
Per cui Faust subisce la trasformazione "elementare", rappresentata in modo analogo al
processo alchemico operato dagli elementi descritti nel Libro tibetano dei morti. Il potere
purificatore dell'elemento fuoco è illustrato come un chiaro linguaggio simbolico.
"Illuminate, amorose fiamme!" (11800) e poi:
"Sacre fiamme!
Colui che esse avvolgono
Si sente beato coi Buoni
nella Vita".
In questa catarsi "elementare" Faust apprende che è necessario staccarsi da tutto ciò che
non fa parte del vero Io interiore. Può comprendere la verità solo chi rinuncia alle cose
esterne e transitorie; solo a lui si aprono nel suo interno gli orizzonti interiori (11745):
"Ciò che non vi appartiene
Dovete abbandonare
Ciò che turba il vostro Essere
Dovete evitare".
Infine Faust mentre sta morendo riconosce la necessità della trasformazione ed aspira a
raggiungerla. Qui i simboli sono armi che servono a purificare la coscienza, gli aspetti più
forti della potenza dello spirito, dell'autodistruzione dell'ingannevole involucro
dell'intelletto, che è sempre il grande ostacolo sulla via dell'integrazione ed unità dello
spirituale.
"Frecce trafiggetemi,
Lance costringetemi,
Clave sfracellatemi,
Fulmini folgoratemi,
Possa volatilizzarsi
Tutto ciò che è effimero... "(11858)
Usando i simboli che ci ricordano la lotta fra la potenza della luce e i demoni delle
tenebre della dottrina manicheo-gnostica, Goethe descrive le radiose emanazioni celesti
che appaiono per aiutare l'anima, mentre il maligno si impenna e si perde nella
maledicente schiera dei demoni. Infatti dopo la morte di il faust, prima che l'anima
abbandoni il suo corpo terreno, assistiamo alla lotta di Mefistofele e della sua satanica
schiera per il possesso della sua anima, che però alla fine viene liberata e condotta nella
luce dalle schiere celesti. Una scena che ci ricorda di nuovo anche le parole di Hildegard
von Bingen: "Infatti nella morte quando l'anima dell'uomo si separa dal corpo sono
presenti Angeli buoni ed angeli cattivi; sono i testimoni di tutte le sue azioni". E la stessa
immagine ci riporta nel Tibet, nel campo d'azione del Libro dei morti, dove i "testimoni
delle opere" sono le divinità, pacifiche ed adirate, del bar-do che appaiono per purificare
la coscienza liberandola definitivamente dagli errori karmici.
Sono innumerevoli le enunciazioni sul senso della vita, sulla trasformazione e sul
significato della morte quale inizio di una nuova vita. Ne abbiamo citate solo alcune,
quanto basta per dimostrare come le dichiarazioni del Libro tibetano dei morti abbiano un
valore non solo locale ma universale. E` un libro sull'esperienza di morte, sulla morte e la
rinascita, che vuol illustrare il significato della vita, che dà alla vita il significato e la
dignità che le competono. Perché è il bivio, il punto dal quale si ha la visione panoramica
del passato e del futuro, il punto nel quale il problema della psiche acquista trascendenza,
una trascendenza che, sebbene non sia conosciuta, viene percepita.

* Detlef-I. Lauf-Il Libro Tibetano dei Morti-pg 114-119

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