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Enrico Mentana vuole fare un giornale online

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Enrico Mentana, direttore del TG di La7, ha scritto su Facebook che vuole «far nascere un quotidiano digitale realizzato solo da giovani regolarmente contrattualizzati, magari con la tutela redazionale di qualche “vecchio” a titolo amatoriale». Mentana ha spiegato di voler finanziare il progetto e contribuire scrivendo cose simili a quelle che per il momento scrive su Facebook. Ha scritto: «Se con contributi economici e pubblicità si reggerà, bene. Se – come inevitabile almeno all’inizio – sarà in passivo, ci penserò io. Se – come spero – diventerà profittevole, tutto l’attivo sarà usato per nuove assunzioni e collaborazioni». Mentana ha detto che finanziatori saranno ben accetti ma non ha dato altre informazioni più precise su tempi o modi del giornale online che ha in mente.

L'INFORMAZIONE E' LA CHIAVE PER CAPIRE E CAMBIARE IL MONDO

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Di Salvatore Santoru

L'Informazione è la chiave per capire, interpretare e in definitiva cambiare il mondo.
Essere informati in una determinata maniera ci fa interpretare il mondo in una determinata maniera e per questo è necessaria una certa pluralità informativa così come è fondamentale utilizzare al meglio la capacità di discernimento.



Come si suol dire, il sapere (e la conoscenza sono potere e lo stesso discorso vale ovviamente per l'informazione, visto che essere adeguatamente e consapevolmente informati è un'elemento indubbiamente prezioso per interpretare ed eventualmente cambiare il mondo e la società che ci circonda.

Internet Come Riforma e Progresso

Risultati immagini per INTERNET
Come abbiamo fatto notare tempo fa, la Riforma [luterana] fu in gran parte il risultato della stampa inventata da Gutenberg e dell’impatto che questa ebbe su una società che improvvisamente poteva condividere efficientemente informazioni scritte.
Secondo una teoria convincente e relativamente recente, il periodo precedente la stampa, il medioevo, era in realtà un’epoca di libertà in cui la centralizzazione del potere nelle mani dei monarchi era relativamente assente.
Certo potrebbe essere così, ma questo non invalida l’impatto positivo della parola scritta, a meno che non si preferisca una società di incolti ad una istruita.
Ovviamente, c’è chi sostiene che internet abbia prodotto un risultato netto negativo sulla società e l’umanità. Ma accrescere la cultura e far capire meglio come funziona il mondo non dovrebbe essere considerato un passo indietro, secondo noi.
Così, riprendendo, partiamo dall’idea che un’informazione buona e abbondante sia preferibile ad un’informazione scarsa e manipolata.
Ma secondo noi c’è anche un flusso di informazioni continuo che ha già cambiato significativamente il mondo.
In altre parole, è indubbio che internet abbia scatenato una sorta di riforma, come noi stessi avevamo previsto tempo fa (qui).
La prima Riforma cambiò l’opinione che la gente aveva della Chiesa cattolica romana, e con il tempo creò numerosi nuovi credi religiosi tra cui, per primi, quello luterano e protestante.
Grazie ad internet molti, soprattutto i più colti, hanno cominciato mettere in dubbio le proprie idee sociopolitiche e il ruolo dello stato nella loro vita e nella politica attiva.
Le élite attaccarono la Riforma protestante tramite il copyright, l’intolleranza religiosa o più semplicemente la guerra.
Stavolta assistiamo allo stesso approccio. Le norme sul copyright sono state enormemente ristrette per fermare la diffusione di informazioni importanti in rete. Quanto alle guerre, soprattutto in Medio Oriente, a partire dall’inizio degli anni 2000 si sono moltiplicate.
La Riforma protestante finì per dare vita ad un nuovo paese, gli Stati Uniti, basato su una filosofia di libertà che non si vedeva da migliaia d’anni (dall’antica Atene).
Spesso si dice che internet abbia avuto una grande influenza sul recente Brexit, che alla fine potrebbe disintegrare l’Unione Europea.
Ad ottobre o novembre, in Italia ci sarà un referendum su questioni costituzionali. Se vincono i no, il governo potrebbe cadere facendo emergere altre forze politiche influenti, e ci sarebbe anche la seria possibilità di un referendum sull’impopolare euro.
Se l’Italia tiene un referendum sull’euro e vota per lasciare l’eurozona (e l’euro), ciò potrebbe portare alla fine della moneta comune e spaccare la UE.
Un tale sconvolgimento ricorderebbe certamente l’impatto che l’invenzione della stampa ebbe sulla Chiesa e sulla nascita degli Stati Uniti.
Come notato altrove, secondo analisi politiche alternative la Riforma protestante fu in realtà un piano dell’élite per spaccare la Chiesa e creare nuovi credi religiosi controllabili. Anche così, però, nessuno può dire che la dichiarazione d’indipendenza di Jefferson sia ciò che le élite volevano o appoggiavano.
In altre parole, la stampa fornì ulteriori strumenti alle élite di allora, ma portò anche alla crescita della libertà. Si potrebbe dire che lo stesso processo sia in atto oggi.
Certamente, uno può arrendersi al fatalismo e dire che internet è stato sviluppato dalla DARPA per offrire alle élite la tecnologia più invasiva possibile. Secondo noi, però, internet è stato, agli occhi del potere, un errore. E poi la DARPA non poteva prevedere l’accoppiamento del personal computer con la rete, che a quei tempi era una piattaforma per le comunicazioni all’interno dell’industria militare.
Si potrebbe anche sostenere che, servendosi di internet, le élite alla fine riusciranno a dominare completamente il mondo e i suoi abitanti. Ma l’invenzione della stampa e la Riforma protestante portano a credere tutt’altro. Internet potrebbe causare una crescita dell’anarchismo tanto quanto del totalitarismo.
Oggi come ieri, continuiamo a sostenere che internet continuerà a sconvolgere il vecchio ordine secondo modalità ovvie o imprevedibili, e questo contribuirà alla libertà globale. Come questo avverrà è ovvio in alcuni casi, meno ovvio in altri.
TRADUZIONE DI ENRICO SANNA PER https://pulgarias.wordpress.com
https://pulgarias.wordpress.com/2016/09/14/internet-come-riforma-vero-progresso/

TITOLO ARTICOLO ORIGINALE:"Internet Reformation: Has It Progressed?" ("Internet Come Riforma: Vero Progresso?")

MENTANA: 'IL NOSTRO COMPITO E' INFORMARE, NON CHIEDETECI DI CENSURARE LE NOTIZIE SUL TERRORISMO'



Di Salvatore Santoru

Da diverso tempo sta infuriando il dibattito sulla legittimità di dare notizie sull'avanzata dell'ISIS e del terrorismo islamista.
Diversi opinionisti sostengono che pubblicare video o anche darne notizia avvantaggia la stessa ISIS, mentre altri sostengono che l'informazione serve anche per prevenire il terrorismo.
Su questo dibattito, è intervenuto Enrico Mentana che su Facebook ha scritto un post in cui ha affermato che "Infuria il dibattito, più che legittimo, su quali notizie dare e quali no, quali immagini mostrare e quali no, che copertura dare a avvenimenti in corso, e così via. A mio avviso le linee guida sono quelle che dettano l'esperienza, la professionalità, il buon senso e il rispetto della sensibilità altrui. Subito dopo la strage di Nizza cominciarono a arrivarci immagini terribili di corpi a terra, che ci siamo ben guardati dal mettere in onda (e ci mancava altro)."

E ancora che  "C'è uno spazio per i fatti e uno per i commenti, che devono risaltare chiaramente come nostre opinioni. Ma non chiedeteci di censurare, di rinunciare all'informazione: voi potete farlo, non leggendo, spegnendo o cambiando canale, o scegliendo mediatori più affini. Un conto sono immagini o notizie gratuitamente impressionanti, che sono fuori dalla nostra missione, un conto documenti scritti o visivi che sono parte essenziale della narrazione dei fatti."

Inoltre, per spiegare meglio il concetto Mentana ha sostenuto che "Quante volte avete visto le immagini crude ed esplicite dell'attentato di Dallas contro Kennedy? Sono purtroppo una pagina di storia. Che senso ha, si chiede qualcuno, andare in diretta sui fatti di Monaco? Il senso di un fatto gravissimo che ha bloccato un'intera nazione, la più importante d'Europa, sigillando completamente una delle sue città principali per otto lunghissime ore. Se non lo avessimo fatto (come tutte le tv del mondo libero) saremmo venuti meno al nostro dovere informativo. Poi, certo, si può sbagliare, come tutti quelli che fanno con passione e senza risparmiarsi il loro mestiere. Ma i tempi difficili che stiamo vivendo esigono un grande impegno anche da chi fa informazione: sapendo che comunque fuori dal cantiere c'è sempre lo sfaccendato che ti guarda e ti spiega che i mattoni non si allineano così. Ma almeno ti tiene compagnia."

PER APPROFONDIRE:https://www.facebook.com/enricomentanaLa7/posts/10153904627157545

FOTO:http://www.huffingtonpost.it

IL DIRITTO ALL'INFORMAZIONE IN ITALIA


Il diritto all'informazione è un importante tipo di diritto soggettivo, oggi codificato e tutelato da tutti i moderni ordinamenti giuridici.
Tale diritto, seppur non espressamente menzionato dalla carta costituzionale repubblicana, è strettamente legato alla libertà di manifestazione del pensiero e dall'art. 21 dellaCostituzione italiana.
Il diritto all'informazione è un diritto sociale relativamente recente, tant'è che, nell'ordinamento italiano, solo dal 1994 si ha una definizione data dalla giurisprudenza della Corte costituzionale della Repubblica Italiana, su cui peraltro tuttora si discute. La Corte, con la sent. 7 dicembre 1994 n. 420, dichiarò infatti che è necessario "garantire il massimo dipluralismo esterno, al fine di soddisfare, attraverso una pluralità di voci concorrenti, il diritto del cittadino all'informazione".
La definizione di pluralismo, sia interno che esterno, risale alla sent. n. 826/1988 della Corte, e tale principio è richiamato in particolar modo nella Legge Mammì del 1990 sulla radiotelevisione.
Dal momento che la Corte ritiene il pluralismo un "ineludibile imperativo costituzionale", e dal momento che un diritto all'informazione discende direttamente dal principio pluralistico, è palese arrivare a considerare anche l'informazione come uno dei diritti fondamentali della società moderna.
La dottrina prevalente ha provveduto a distinguere due tipi di diritto all'informazione:
  • diritto del cittadino verso lo Stato: include alcune fattispecie di origine piuttosto recente, come l'obbligo dello Stato di dare informazioni riguardo agli scioperi nei servizi essenziali, oppure il diritto di accesso ai documenti amministrativi.
  • diritto del cittadino verso i titolari dei mezzi di comunicazione: vi appartengono una serie di diritti della persona, da far valere nei confronti dei mezzi di informazione, oltre che richiami al pluralismo:
    • diritto alla riservatezza, ad es. in materia di intercettazioni
    • la tutela dei minori, ravvisabile in molte fonti internazionali e nella Legge Mammì
    • diritto alla rettifica, nei casi di diffusione di notizie false e tendenziose
    • trasparenza dei mezzi, cioè conoscibilità (anche dal lato economico) dei titolari e gestori dei mezzi d'informazione
    • divieto di pubblicità eccessiva, ingannevole, non riconoscibile, o condizionante l'informazione
    • diritto a un'informazione imparziale da parte del servizio pubblico (Rai)
    • diritto al pluralismo settoriale (possibilità di scelta nello stesso settore) e intersettoriale (divieto di predominanza di un certo mezzo di comunicazione rispetto agli altri)
    • par condicio delle campagne elettorali
In Italia, la vigilanza su molte di queste situazioni è affidata ad un'autorità indipendente, l'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni.
In generale, il diritto all'informazione va collegato con "la libertà di coscienza e di opinione, la libertà di ricerca e insegnamento, il diritto allo studio, la libertà di creazione artistica, il diritto-dovere di partecipare alla vita politica e sociale"[1]. Per certi versi, esso confligge con il diritto d'autore e, in particolare, con la tutela dei diritti economici legati alla produzione delle opere dell'ingegno.

PER AVERE UN'INFORMAZIONE IMPARZIALE SULLA RUSSIA: NÈ PROPAGANDA RUSSA E NÈ PROPAGANDA ANTI-RUSSA

Di Matteo Zola
La tensione tra il cosiddetto “occidente” e la Russia non è mai stata così alta dai tempi della Guerra Fredda, tuttavia quella in corso non è una nuova guerra fredda anche se condivide con la prima alcuni elementi. Il principale è il rifiuto, da entrambe le parti, di riconoscere le ragioni dell’altro. Il rumore di fondo delle opposte propagande – entrambe ben affilate – serve solo a polarizzare l’opinione pubblica europea che di questo muro contro muro è diventata l’oggetto, forse il pupazzo. E i pupi europei alimentano visioni del mondo settarie attraverso la ripetizione, a megafono, di parole d’ordine.
La più potente di queste parole d’ordine è, da parte del Cremlino, la “russofobia” con la quale si stigmatizza ogni critica verso il regime di Mosca. Non sei d’accordo con le politiche russe? E’ perché sei russofobo. Il ministro degli Esteri, Sergei Lavrov, ha persino dichiarato che “nelle capitali europee la russofobia è diventata di moda”, forse perché non si intende condonare al suo paese l’aggressione all’Ucraina e l’annessione (illegale) della Crimea. Anche le recenti indiscrezioni in merito a conti off-shore riconducibili a Vladimir Putin, emersi con lo scandalo dei Panama Papers, sono state tacciate di “russofobia” senza peraltro fornire alcuna spiegazione in merito.
Il concetto di “russofobia” è un’arma di offesa mascherata da difesa. Serve a delegittimare ogni posizione critica etichettandola come pregiudizialmente ostile. Secondo questa retorica, il mondo ce l’ha con la Russia, innocente, sola onesta potenza, in un covo di ipocriti. Ha anche una funzione interna, poiché stigmatizza anche il dissenso che si sviluppa dentro il paese,emarginando e perseguitando le voci indipendenti in nome della difesa della sacra patria che, assediata su ogni lato, non può permettersi nemici interni, dimenticando che un critico non è mai un nemico. Tuttavia tale atteggiamento serve a confermare e sviluppare il potere autoritario che grava sul paese.
D’altro canto l’isterico atteggiamento europeo – e americano – nell’indicare ossessivamentenel potere russo un pericolo mondiale, è non meno pernicioso. L’isteria è giunta al punto da diffondere vere e proprie falsità, come quella – la più ridicola di tutte, senza una prova, senza un solo elemento a suffragio – che la recente “crisi” dei migranti sia un regalo di Putinall’Europa, una macchinazione ordita con l’intento di destabilizzare il continente.
Tali fantasie dimenticano alcuni dati di fatto, ovvero che la guerra in Siria è la causa diretta delle migrazioni e che suddetta guerra non è il risultato – nemmeno per via indiretta – delle politiche del Cremlino che entrato nel conflitto solo di recente. Si dimentica che nel 2011 l’allora presidente Medvedev chiese, congiuntamente alla Merkel (e quindi, di fatto, all’Europa)che al-Assad cominciasse un dialogo costruttivo con i ribelli e cercasse una via politica alla crisi. Durante l’assedio di Hama il Cremlino stigmatizzò la reazione governativa che portò all’uccisione di otto poliziotti da parte delle forze di Assad. Non solo, in quel 2011 la Russia non era contraria a una risoluzione ONU contro il regime assadiano.
Il cambio di atteggiamento si deve alla rielezione di Vladimir Putin a presidente, nel 2012, e alla conseguente modificazione degli obiettivi di politica estera che, da quel momento, divenne uno strumento di politica interna allo scopo di rafforzare la posizione di un Putin sempre più criticato dentro e fuori il palazzo (per approfondimenti in merito si legga qui). L’annessione della Crimea è certo un evento di inedita gravità nelle relazioni internazionali dalla Seconda guerra mondiale in poi, ma esso non si deve a una intrinseca immoralità della Russia. Additare la Russia come potenza “malvagia” è stupido quanto inutile, perché non esiste il “male” – in senso metafisico o morale – nelle relazioni internazionali. Esiste l’utile. Esistono le logiche di potenza. Logiche dettate dal realismo politico che vanno, terribilmente, al di là del bene e del male.
Eppure alla “malvagia” Russia si attribuisce la responsabilità di favorire l’ascesa di partiti di ultra-destra in Europa. Se è vero che esiste una relazione tra estrema destra europea e il Cremlino, questa è il risultato dell’interesse dei suddetti partiti nel cercare un partner, piuttosto che di una pianificata attività di infiltrazione russa nella politica europea.
L’ultradestra e il Cremlino hanno obiettivi solo in apparenza simili: i primi vogliono annientare l’Unione Europea, il secondo vuole influenzarla. Distruggere un fondamentale partner economico, trascinandolo nel caos, non serve alla Russia. Quel che serve è orientarne le decisioni in modo che siano favorevoli a Mosca. Per raggiungere questo obiettivo il Cremlino ha messo a punto un’efficace macchina propagandistica che agisce indisturbata condizionando un dibattito pubblico, requisito essenziale alla democrazia. Un dibattito che dovrebbe essere liberato dalle retoriche per potersi sviluppare in modo informato e ragionevole. Sia dalle retoriche diffuse dai megafoni del Cremlino (si legga qui in merito), sia dalle dabbenaggini moralistiche e falsamente umanitarie euro-americane.
Attendersi dall’attuale potere russo una distensione è vano. L’Europa deve per prima deporre le armi della retorica, combattere la propaganda russa quanto quella “occidentale”, abbandonare le posizioni moralistiche e isteriche. Solo così la democrazia europea potrà guardare alle crisi in corso, da quella ucraina a quella siriana, fino a quella dei migranti, in modo lucido e costruttivo.
ARTICOLO ORIGINALE:"La Russia non è il male. Dobbiamo difenderci dalle opposte propagande"

Una società informata è una società più coinvolta



Di Mario Sommossa
Il grande latino Plinio il Vecchio, autore di trattati sulla natura e osservatore dell’eruzione del Vesuvio di cui anch’egli rimase vittima, lasciò scritto: ” Le stagioni non sono più quelle di una volta…”.
Fa sorridere pensare che già al tempo dei romani ci si lamentasse di stagioni che non corrispondevano alle attese o a quanto sembrava essere avvenuto nel passato. Eppure, se pur non riscontrabile durante la vita di una sola persona, il nostro pianeta ha attraversato variazioni climatiche importanti, passando da temperature invivibili dall’essere umano alla situazione odierna, con numerosi alti e bassi. 







In epoche storiche basta ricordare il periodo che passa sotto il nome di “piccola glaciazione“. In quei secoli, si ebbero temperature medie significativamente più basse delle attuali e, secondo testimonianze scritte, per circa 70/80 anni del 1400 a Milano ci furono estati in cui le signore possidenti potevano sfoggiare le loro pellicce.
Se ci si limitasse a queste osservazioni, non dovremmo preoccuparci più di tanto degli allarmi sull’innalzamento del clima cui siano costantemente soggetti nei nostri giorni: si tratterebbe di cambiamenti ciclici naturali cui non è possibile porre rimedio.
Tuttavia, negli ultimi 150 anni, e cioè più o meno con l’inizio dell’era industriale, la temperatura media del pianeta si è innalzata pericolosamente. Più esattamente, dal 1880 al 2012 l’aumento medio è stato di 0.85 gradi centigradi, e altrettanto indicativo è che ben 16 anni tra i primi venti più caldi (dal 1800) siano successivi al 1980.
Fare previsioni accurate sul futuro è particolarmente complicato considerate le numerose variabili ma le differenti ipotesi formulate dagli scienziati prevedono variazioni possibili entro il 2100 tra più 0,3 gradi centigradi a più 1,7 nella versione più ottimista, mentre quella più pessimista arriva addirittura a ipotizzare un range compreso tra 2,6 e 4,8 gradi centigradi.
L’Agosto appena passato è stato di 0,88 gradi sopra la media rispetto a tutto il ventesimo secolo e la temperatura dei mari e degli oceani nel periodo gennaio-agosto 2015 ha segnato un record dal 1980 con 0,85 gradi sopra le medie.
Queste possibili variazioni sono giudicate molto preoccupanti perché lo scioglimento dei ghiacci dell’Artico e soprattutto dell’Antartide causerebbe un enorme innalzamento dei mari (ai danni di molte delle terre emerse) e innescherebbe ulteriori e più accelerati processi di riscaldamento.
Più vicino a noi, e quindi più immediato per la nostra vita quotidiana è l’effetto già in corso sui ghiacciai alpini. Dal 1300 al 1850 la loro estensione è sempre andata crescendo, ma da quel momento in poi han cominciato a ridursi. Qualche esempio: nel 1850 la loro superficie corrispondeva a 4500 km quadrati, negli anni settanta era di 2900, nel 2004 era già scesa a 2000 km quadrati e oggi siamo attorno ai 1800. Per quanto riguarda l’Italia, alla fine degli anni ’50, la superficie dei nostri ghiacciai corrispondeva a 527 km quadrati, nel 2011 era già ridotta di circa il 30%, arrivando a 370 km quadrati.
Poiché variazioni climatiche importanti sono avvenute, come abbiamo visto, in tutte le epoche, è impossibile attribuire a una sola causa conosciuta la ragione degli attuali cambiamenti e le ipotesi probabili vanno dalle eruzioni vulcaniche a spostamento dell’asse terrestre, all’attività’ solare e altro ancora.
Tuttavia, il fatto che l’impennata dell’aumento di temperature sia cominciata proprio in coincidenza con la rivoluzione industriale e che l’incremento sia andato ingigantendosi con l’aumento dei consumi dei combustibili fossili non puo’ passare inosservato. O si tratta di una pura coincidenza oppure l’effetto serra che viviamo durante i nostri anni è dovuto, almeno in parte, proprio all’azione dell’uomo. Nel primo caso nulla possiamo fare, salvo qualche nuova scoperta oggi inimmaginabile. Nel secondo caso dobbiamo prendere atto che l’aumento globale della popolazione, gli allevamenti intensivi di animali, la costante distruzione di grandi superfici di foreste e l’enorme uso, tuttora in crescita, di gas, petrolio e carbone, sono almeno corresponsabili. Sarebbe allora necessario fare almeno quello che si puo’.
Per questa ragione e per contribuire a far conoscere la realtà del fenomeno che stiamo vivendo, anche alcune università italiane hanno deciso di lanciare il programma “Settimana del pianeta Terra. L’Italia alla scoperta delle geoscienze — una società più informata è una società più coinvolta”. Il merito va ai professori Seno e Seppi dell’Università’ di Pavia e al prof. Coccionidell’Università’ di Urbino.