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La proiezione mondiale delle organizzazioni criminali nell’era globale


Di Giuseppe Gagliano

L’approccio metodologico usato da Marco Giaconi per leggere il modus operandi delle organizzazioni criminali in un saggio pubblicato da Franco Angeli dal titolo “Le organizzazioni criminali internazionali. Aspetti geostrategici ed economici“ consente di comprendere chiaramente come le organizzazioni criminali abbiano degli obiettivi molto chiari e ben definiti e fra questi il controllo del territorio attraverso il reclutamento dei capi e dei loro collaboratori, la capacità di utilizzare amplissimi risorse finanziarie superiori molto spesso a quella degli Stati attraverso una oculata diversificazione delle entrate, la capacità -analoga a quella degli Stati – di difendersi militarmente dalle strutture repressive poste in essere dagli Stati.
Dal punto di vista della struttura organizzativa, le organizzazioni criminali sono delle vere proprie reti di rete e questo consente loro una evidente flessibilità e adattabilità a contesti geopolitici diversi. Contrariamente ad una visione assai poco aderente alla realtà l’autore sottolinea chiaramente come lo scopo economico delle organizzazioni criminali sia finalizzato alla massimizzazione della rendita finanziaria e quindi inevitabile e necessaria diventa la strettissima collaborazione con il potere politico attraverso sia la cooptazione che la corruzione. A tale preposition Giaconi opportunamente fa riferimento ad alcuni leaders politici -come Collor De Mello in Brasile o Salinas De Gortari in Messico – che sono state vere e proprie creature delle organizzazioni criminali. Ebbene, alla luce di questa semplice osservazione, se ne deduce che la stretta collaborazione tra le organizzazioni criminali e la classe politica non solo non è occasionale né tantomeno inusuale ma è strutturale cioè intrinseca alla logica stessa di potere non solo delle organizzazioni criminali ma anche degli apparati cosiddetti legali delle istituzioni statali.
Ora non c’è dubbio che uno degli strumenti principali attraverso i quali le organizzazioni criminali si sono internazionalizzate assai prima della esistenza del mercato unico europeo è stato certamente il commercio della droga, commercio che per lungo tempo è stato monopolio di Cosa nostra. A tale proposito, con una battuta molto efficace, l’autore formula un provocatorio parallelismo sostenendo che Cosa Nostra sta alle altre organizzazioni illegali internazionali come Michelangelo sta ai Manieristi.
Ma ritorniamo allo stretto legame tra apparati statali legali e organizzazioni criminali. La nascita della mafia russa, secondo l’autore, si può far risalire al 1969 quando il capo del KGB Aliev sostituì il primo segretario del Pc azero Akhundov. È proprio questo aspetto che a nostro avviso deve essere opportunamente sottolineato nel volume dell’autore: in Russia si sono sempre stati infatti governi paralleli, a base sia familiare che clanica, che hanno continuato a esercitare il loro potere nelle repubbliche centrali asiatiche.
Per esempio la mafia uzbeka non solo riciclava i sussidi dello Stato centrale ma deviava una quota del prodotto cotoniero al mercato nero che controllava in modo monopolistico. Infatti il boss uzbeko Rashidov, dopo aver corrotto figure di primo piano del partito ,riusciva ad esercitare di fatto un diritto di vita e di morte all’interno della sua Repubblica, situazione questa analoga al Kazakistan governato per 25 anni da Kunaev. Nonostante la politica di repressione e di trasparenza inaugurata da Andropov e Gorbaciov, tra il 1986 e il 1989 proprio durante i primi anni liberalizzazione dell’economia sovietica l’economia parallele e il mercato nero delle organizzazioni criminali domineranno in modo incontrastato le repubbliche periferiche finendo per legalizzare i loro capitali. Tuttavia, da un punto di vista prettamente storico, tre sono i dati che riteniamo più interessanti in relazione all’URSS la cui rilevanza viene giustamente sottolineata dall’autore: in primo luogo come la straordinaria ricchezza che aveva il partito comunista sovietico fu utilizzata dalla malavita e investito all’estero; in secondo luogo il partito della Germania dell’est trasferì enormi quantità di denaro all’estero, trasferimento che determinò la definitiva caduta dell’economia sovietica .In terzo luogo ,osserva l’autore, il KGB fu attivo nelle transazioni dell’economia ombra sovietica fin dall’inizio non solo come partner ma anche come mediatore sia in relazione al mondo dell’impresa che al mondo finanziario.
L’autore si riferisce in modo particolare all’oro , al petrolio venduto a prezzi bassissimi sul mercato olandese in stretta concorrenza con quello arabo, alle pietre preziose e alle pelli siberiane prodotti questi che erano guarda caso controllati proprio dal KGB. Dopo il 1991 le organizzazioni criminali russe furono in grado di mettere le mani sulle casse di risparmio governative per un valore di circa 1 milione di dollari, capitali che furono trasferiti verso la Germania nel 1994. Un caso analogo può essere fatto per la vendita degli aiuti umanitari occidentali che arrivavano in Russia negli anni 90, vendita che veniva lavata tramite le banche che concedevano prestiti fantasmi. Ebbene i denari che venivano dati in prestito venivano trasferiti all’estero per un valore di circa 15 milioni di dollari nel biennio 91 -92. Ed è proprio il 1993 che, secondo l’autore, rappresento un anno di svolta dal momento che il crimine organizzato russo cercò di impadronirsi direttamente del potere politico. Con la crisi economica del 98 la federazione russa ha intrecciato in maniera saldissima i fondi esteri in entrata con i capitali legali in uscita come dimostra chiaramente la presidenza Eltsin che si è fondata sul piano economico sia sull’economia nera che su quella grigia. Uno dei settori maggiormente coinvolto in queste zone a confine tra il nero il grigio è stato il contrabbando del mercurio rosso e dell’uranio 235 arricchito al 98%, contrabbando promosso da funzionari del KGB e dalle organizzazioni criminali russe. Indipendentemente da questi dati specifici di estremo interesse sono le riflessioni complessive che l’autore compie sul modo di produzione criminale. L’economia illegale presenta delle caratteristiche talmente peculiari che la fanno certamente preferire all’economia legale sia perché crea una rete di connivenze e ricatti che permettono un controllo poco costoso del sistema di produzione mafioso, sia perché il modo di produzione criminale unifica il sistema politico e lo fa convergere attorno a ristrette oligarchie mafiose e, sia infine perché le oligarchie mafiose distribuiscono benefici ai loro alleati determinando quindi naturalmente contrasti con altre oligarchie mafiose. Ecco che allora le cosiddette guerre di mafia non sono casuali ma fanno parte in modo intrinseco del sistema di gestione del potere da parte delle organizzazioni criminali.
Proprio per questa ragione affermare che l’economia bianca non sia in grado di sopravvivere senza il supporto dell’economia grigia – come sottolinea l’autore a pagina 49 del suo saggio – non costituisce una tesi provocatoria ma una conclusione logica ed inevitabile di una analisi realistica del modus operandi delle organizzazioni criminali
Analizzando l’evoluzione dei servizi di sicurezza post-sovietici l’autore sottolinea come la logica posta in essere dal KGB è stata assolutamente speculare a quella delle organizzazioni criminali: infatti ha cercato di controllare le attività economiche attraverso il classico racket che chiede tangenti o tenta di estorcere diritti non dovuti e ,in un secondo momento ,si propone altruisticamente di aiutare l’azienda in difficoltà fino a quando questa cessa di avere una vita autonoma.
Non deve destare allora alcuna sorpresa né il fatto che nel 1992 fu negato al procuratore di Stato russo il permesso di acquisire i dossier che riguardavano l’S.V.R relativi al lavaggio del denaro sporco e alle diverse frodi finanziarie commesse da dirigenti di partito e da funzionari del vecchio KGB né il fatto che dopo che il capo della sicurezza interna Ivanenko ebbe modo di informare il presidente Eltsin che molti dei suoi collaboratori erano strettamente legati all’attività criminali questi fu immediatamente licenziato. Queste osservazioni dell’autore, basate su fonti autorevoli e attendibili di carattere internazionale, dimostrano la profonda continuità che lega la presidenza Eltsin a quella di Putin per quanto riguarda l’intreccio inestricabile tra potere politico, servizi di sicurezza e organizzazioni criminali. Alla luce di queste riflessioni opportunamente l’autore trae alcune conclusioni fra le quali ad esempio il fatto che la criminalità organizzata russa ha consolidato il suo potere politico usando i fondi legali del KGB e del partito comunista sovietico, usando la rete del KGB all’estero per acquisire clientela di un certo tipo in grado di finanziare o acquistare materie prime o di particolare rilevanza strategica ma soprattutto si è servita dell’apparato di Stato per riciclare questi fondi e ricollocarli in un secondo momento all’estero.
Ora, affinché questo enorme apparato possa efficacemente funzionare è evidente che le banche o meglio il sistema bancario deve svolgere un ruolo cruciale nel collegare i capitali sporchi con i crediti regolari.
Affinché queste operazioni possano essere poste in essere è evidente che risulta necessario corrompere i funzionari di banca e quindi diventa necessario che le organizzazioni criminali studino con estrema attenzione le banche che sono oggetto del loro interesse e proprio per questo la stretta collaborazione con i servizi di sicurezza diventa indispensabile.Quanto a quei funzionari che non si fanno corrompere o vengono rapiti o addirittura vengono uccisi.
Un altro aspetto che Giaconi mette opportunamente in evidenza è quello relativo ai rapporti tra le organizzazioni criminali russe e i cartelli della droga colombiani ed in particolare il cartello di Medellín che offrono droga e denaro già in parte lavato alle organizzazioni criminali e russi in cambio dell’accesso e al controllo della produzione e dei prezzi delle droghe in medio ed estremo oriente. Infatti la possibilità che i cartelli colombiani hanno di espandersi sui nuovi mercati come quello russo è di estrema rilevanza per i loro profitti. La collaborazione è diventata a tal punto sinergica che diverse organizzazioni criminali russe hanno aperto delle vere proprie banche offshore in varie isole caraibiche proprio allo scopo di agevolare il lavaggio del denaro sporco. Accanto alla droga naturalmente i rapporti tra organizzazioni russe e cartelli colombiani si consolidano anche grazie al commercio di armi. Partendo dai dati forniti dall’autore, dati che risalgono a circa vent’anni fa, le strutture criminali internazionali sono in grado di produrre redditi secondo calcoli ottimistici nell’ordine di 100 miliardi di dollari l’anno ed è quindi evidente che un profitto di tale genere sia fondamentale per la liquidità dei paesi del primo mondo. Grazie a profitti di tale rilevanza non sorprende-sottolinea l’autore-come le organizzazioni criminali a livello globale siano divenute i principali creditori dello Stato esercita di quindi un’influenza economica di grande rilievo sulla struttura di mercato interno e, in modo particolare, sui mercati dei prodotti finanziari derivati e sul mercato delle materie prime. Un esempio illuminante ci viene offerto dall’autore facendo riferimento alla condanna del 1994 emessa nei confronti della American express accusata di aver riciclato denaro sporco per un valore di 25 milioni di dollari.

Parlare allora di globalizzazione delle organizzazioni criminali alla luce di quanto detto fino a questo momento appare del tutto ovvio. Sia sufficiente pensare, fra i numerosi esempi riportati dall’autore, ai rapporti tra il cartello di Calì con Cosa nostra tra la fine degli anni 80 e l’inizio degli anni 90, rapporto questo che si è basato sia sulla possibilità da parte del cartello di Calì di penetrare il mercato europeo gestito da strutture legata a Cosa nostra siciliana sia di lavare i capitali per conto del cartello colombiano grazie ad alcune banche locali italiane e di reti di intermediazione finanziaria porta a porta. Inoltre tramite il cartello colombiano, che riforniva la mafia russa, cosa nostra ha poi cominciato a lavare-a partire dal 1995-anche il capitale di alcune organizzazioni criminali sovietiche. Di estremo interesse, a tale proposito, è l’incontro che si tenne a Praga nel 1992 proprio tra alcuni rappresentanti della mafia russa e italiana per definire con esattezza la divisione geografica dei mercati europei che era messa a rischio dalle triadi cinesi.

Un altro strumento non trascurabile di reddito per la organizzazione criminale, accanto alla droga e alle armi, è certamente l’immigrazione clandestina utilizzata sia come strumento di fornitura di manodopera sia come meccanismo di pressione sugli Stati ma anche come strumento per trasportare bene illegali. Ebbene queste riflessioni di Giaconi si rivelano oggi assolutamente profetiche e attuali più che mai. Ad esempio i trafficanti di droga messicani lavano il denaro sporco semplicemente trasportandolo, sostiene l’autore, tramite gli emigranti illegali oltre confine. Proprio tra aprile e ottobre del 1995, le autorità messicane hanno sequestrato 20 milioni di dollari che nel 2000 avevano raggiunto la cifra ragguardevole di 32 milioni di dollari. Naturalmente gran parte di queste operazioni relative al riciclaggio di denaro sporco vengono poste in essere anche grazie alla esistenza di vere proprie zone franche o piazze finanziarie come Singapore, Honk Kong o come la Thailandia e la Nigeria.

A tale riguardo Giaconi sottolinea come il territorio del Sudafrica è diventato oramai un mercato di vendita molto importante per le organizzazioni criminali colombiane e brasiliane all’interno del quale hanno incominciato a commerciare cocaina e le nuove droghe sintetiche. A distanza di vent’anni dalla pubblicazione del saggio di Giaconi possiamo dire che questa riflessione relativa alla mafia nigeriana si è rivelata profondamente realistica considerando la cresciuta importanza che la mafia nigeriana ha acquisto nel contesto delle organizzazioni criminali.

Ritornando al ruolo del denaro sporco, questo produce un giro di affari annuale stimato tra il 300 – 500 miliardi di dollari che nel 2000 ha raggiunto i 620 miliardi di dollari. È evidente che l’introduzione di tecnologie informatiche per attuare le transazioni finanziarie sempre più sofisticate ha certamente agevolato e velocizzato il riciclaggio di denaro sporco come per esempio i futures che, grazie alle loro peculiarità finanziarie g arantiscono in modo efficiente il riciclaggio di denaro sporco almeno tanto quanto l’utilizzo di società finanziarie e immobiliari.

È abbastanza evidente che la finanza illegale sia meccanismo, sottolinea l’autore, di destabilizzazione dell’economia legale perché non fa altro che determinare un progressivo numero di inefficienza strutturali. Insomma, in modo molto lucido, l’autore sottolinea come la geofinanza criminale sia anche una strategia indiretta di attacco contro tutte le attività della economia legale.

Icaro nel XXI secolo: la geopolitica dell’esplorazione spaziale


Intervista di Andrea Muratore a Marcello Spagnulo * per OSSERVATORIO GLOBALIZZAZIONE.
  • Ingegner Spagnulo, grazie mille per la sua disponibilità. Nel suo libro Geopolitica dell’esplorazione spaziale – La sfida di Icaro nel terzo millennio lei scrive che “pragmatismo e Realpolitik si celano dietro l’iconografica visione della conquista dello Spazio”. Possiamo ritenere che le prime due componenti sono, nelle strategie dei governi, sempre più sovrastruttura? E che lo sdoganamento del ruolo strategico dello spazio proceda in parallelo, anche nella narrazione mediatica, con il sempreverde fascino dell’esplorazione?
Sì indubbiamente è così. Prendiamo ad esempio ciò che sta succedendo proprio in questi giorni negli USA e che sta avendo grande risalto sui quotidiani e sulle TV. Il Presidente Trump ha appena proposto per il 2021 un aumento del budget della NASA di oltre 2,5 miliardi di dollari rispetto allo scorso anno, portandolo a 25 miliardi dai 22,5 del 2020. L’obiettivo dichiarato è quello di rilanciare l’esplorazione spaziale americana del XXI secolo tornando sulla Luna per poi sbarcare su Marte. Il programma si chiama Artemis e prevede il ritorno dell’uomo sulla Luna entro il 2024, la realizzazione di insediamenti permanenti entro il 2030 e poi lo sbarco su Marte nel 2030. Tutti obbiettivi dal fascino onirico, ambiziosi, stimolanti ma che mascherano quella realtà politica che nel libro chiamo con il termine “tecnopolitica”, un connubio tra pragmatismo e Realpolitik che permea l’essenza stessa dell’esplorazione dello Spazio. La sfida terrestre degli USA con la Cina e con la Russia si sposta nello Spazio eso-atmosferico al punto che gli americani devono spostare il loro “Higher Ground” verso la Luna dato che Pechino diventa protagonista nell’orbita bassa della Terra con una sua stazione spaziale simile alla odierna ISS, anche se più piccola. Il programma lunare Artemis sposta il baricentro statunitense spaziale più in alto di quello cinese, e nella narrazione pubblica ciò viene rappresentato al mondo come la nuova frontiera dell’esplorazione spaziale del XXI secolo, il nuovo sogno spaziale.
  • Gli Stati Uniti, che hanno duellato con l’Unione Sovietica nella prima corsa allo spazio, sono ora attivi nella partita geopolitica per il suo controllo. Come giudica le mosse del governo Usa negli ultimi anni, dalla creazione delle Space Forces al nuovo incremento di budget per la Nasa citato sopra?
In realtà, gli USA non dominarono compiutamente lo Spazio intorno alla Terra, e quindi il pianeta stesso, nel 1969 quando sbarcarono sulla Luna, dato che quell’impresa sancì la loro indubbia superiorità tecnologica ma non il vero dominio spaziale. Quello lo ottennero negli anni ’90 quando realizzarono la Space Defence Initiative SDI, quel sistema integrato di satelliti, missili, radar e centri di controllo progettato negli anni ’80 e noto con il nome di un po’ hollywoodiano di “Scudo Stellare”. Lo SDI fu provato operativamente nel corso del brevissimo conflitto in Irak del 1991, in cui i militari statunitensi impiegarono per la prima volta sul campo più di cinquecento nuovi tipi di armamenti quasi tutti basati su un’inattaccabile costellazione di satelliti nello Spazio e una rete di computer a terra che insieme formavano la cosiddetta «Information Warfare». Dal 1991, il mondo comprese che nessun paese sarebbe stato geopoliticamente rilevante e in grado di sfidare gli Stati Uniti senza un’adeguata tecnologia spaziale e cibernetica. E questo dominio, durato una ventina d’anni, ora è sotto attacco. La Russia sviluppa missili ipersonici e la Cina lancia a ritmo continuo missioni spaziali sviluppando tecnologie avanzate – si pensi alla missione sul lato nascosto della Luna – che hanno applicazioni “dual-use”. Quindi per gli USA è esiziale mostrare, anche mediaticamente, che la “Space Force” non è una trovata di Hollywood ma il proseguo operativo dello Scudo Stellare degli anni ’80. E come non fu una mossa pubblicitaria allora, non lo sarà adesso. I fondi per la Forza Armata del Pentagono non saranno noti al pubblico mentre quelli della NASA sì; e il loro visibile incremento darà il messaggio, nemmeno troppo subliminale, che “se investo di più nell’esplorazione spaziale civile, in quella militare farò molto di più”. È un messaggio forte per tutti, anche per gli alleati europei e giapponesi.
  • Anche l’ESA ha ricevuto un incremento considerevole della sua dotazione finanziaria. Come giudica le politiche europee in materia?
Come ho scritto nel libro, mi sembra che in Europa si stia materializzando quell’ambigua contraddizione di un continente nano politicamente e gigante economicamente. La seconda area mondiale di libero scambio con oltre mezzo miliardo di abitanti e un prodotto interno lordo di oltre sedici trilioni di dollari, sconta un’inconsistente integrazione politica e militare. In teoria, la Commissione di Bruxelles – che oggi si candida a gestire le politiche spaziali proprio al posto dell’ESA peraltro – può imporre regole e ammende alle Corporations americane e cinesi, ma in pratica l’Europa non possiede giganti tecnologici che plasmano il futuro del mondo. E, soprattutto, le sue flotte, i suoi eserciti, le sue forze aeree e spaziali sono frammentate tra i vari paesi, e non sono comparabili con quelle dei suoi avversari geopolitici. Solo la Francia persegue il suo ruolo di leader continentale, forte del suo arsenale nucleare. Infatti, anche Parigi punta ad avere la sua Forza Armata Spaziale come gli USA, e nella sua strategia di Difesa Spaziale, pubblicata sui siti del Governo, dichiara di voler realizzare nello Spazio dei veri e propri sistemi d’arma. Però, dato che i fondi a disposizione non saranno paragonabili a quelli statunitensi o cinesi, immagino che vorrà fare sinergia anche con quelli dell’ESA e della UE e a quel punto sarà interessante verificare l’atteggiamento di Germania e Italia, i due altri paesi grandi contributori. Si pensi a esempio che nel corso dell’ultimo vertice ministeriale dell’Agenzia Spaziale Europea ESA tre mesi fa, i governi hanno finanziato i programmi spaziali per 14,4 miliardi di euro, il 36% in più rispetto al triennio precedente, e la parte del leone l’hanno fatta la Germania – che ha investito 3,3 miliardi, quasi il 30% in più della Francia – e l’Italia che ha contribuito con 2,3 miliardi, il più alto budget della sua storia pari al 72% in più rispetto a tre anni. Le cifre sono imponenti ma globalmente gli investimenti non daranno comunque all’Europa un vantaggio competitivo né la avvicineranno agli USA o alla Cina, senza una strategia comune che focalizzi gli sviluppi e i suoi utilizzi. Forse, ma questa è la mia opinione, sarebbe meglio aderire a una strategia spaziale in ambito NATO sviluppando tecnologie complementari e funzionali a quelle USA, ma non mi pare che questa sia la direzione.
  • L’Italia, in questo contesto, si posiziona a cavallo tra UE e Nato, in maniera analoga a quanto fatto nel settore della Difesa. Dove ritiene ci siano, per noi, i maggiori spazi di manovra?
In questo contesto il nostro paese ha sempre avuto un ruolo importante e crescente in quanto terzo contributore dell’ESA, sebbene finanziariamente distante da Francia e Germania. Oggi però, il gap tra Parigi e Roma si è ridotto sia sul piano finanziario – dato che oramai nell’Agenzia Spaziale i due paesi concorrono con percentuali prossime tra loro, rispettivamente al 20 e 15 per cento – e sia sul piano tecnologico. Si pensi per esempio al lanciatore Vega i cui miglioramenti previsti dalla nostra industria hanno causato reazioni politiche a Parigi che teme una potenziale concorrenza con l’Ariane in segmenti promettenti di mercato come le costellazioni di piccoli satelliti. Personalmente, ritengo possano esserci spazi di manovra interessanti per sviluppare sistemi spaziali innovativi con tecnologia italiana, a esempio in ambito NATO, ma per farlo occorre una governance nazionale coesa e integrata – come avviene in Francia – che attui linee strategiche elaborate al più alto livello governativo. In realtà, sono stati fatti passi in avanti su questo aspetto con la Legge 11 del 2018 che riordina l’ASI, ma direi che c’è necessità di completare il percorso. Ciò aiuterebbe anche a ottimizzare gli spazi di manovra nell’ambito della stessa ESA dove indubbiamente il peso politico di Parigi e Berlino è assai influente, ma che oggi visto il nostro investimento finanziario merita un riequilibrio.
  • Veniamo ora alla Cina. Pechino ha dimostrato negli ultimi anni un potenziale balistico e esplorativo ragguardevole: quale sono state, a suo parere, le tappe salienti della rincorsa cinese allo spazio e come si posiziona Pechino attualmente in relazione a Usa ed Europa?
La Cina ha avviato il proprio programma spaziale negli anni della Guerra Fredda essenzialmente basandosi su un trasferimento tecnologico da parte della Russia più che su un vero e proprio programma autarchico; cosa che invece cominciò a grandi passi dagli anni ’80. Indubbiamente una tappa saliente fu quella del 2003 quando fu lanciato in orbita il primo astronauta cinese. Da quel momento la trasformazione di Pechino in una vera superpotenza spaziale poteva dirsi compiuta, e da lì è stato un susseguirsi di continui sviluppi. Oggi per esempio, la flotta di lanciatori spaziali che i cinesi hanno in dotazione è incredibile per quantità e qualità. Pechino ha quattro basi di lancio sulla terraferma ma sta costruendo isole artificiali dove situare altre rampe. È come se si stesse dotando di una infrastruttura diffusa simile a quelle aeroportuali, ma dedicata ai razzi spaziali. Questo dà l’idea della visione che c’è dietro. Riguardo alla postura con gli USA e con l’Europa, direi che si tratta di due posizioni ben diverse. Con gli Stati Uniti c’è un aspro confronto geopolitico e quindi ne consegue un serrato sviluppo tecnologico e militare in cui l’esplorazione dello Spazio è un visibile elemento di contrapposizione. Anche se non escludo sorprese, nel senso che l’amministrazione Trump ci ha abituato a serrati scontri seguiti poi da aperture e accordi. Per questo non mi sento di escludere, in tempi neanche lontanissimi, che si possa configurare una qualche sorta di cooperazione spaziale persino tra Pechino e Washington, un po’ come avvenne nel pieno della Guerra Fredda con il programma congiunto Apollo-Soyuz. Con l’Europa il discorso è ben diverso. Gli europei tendono intimamente a considerare la loro tecnologia spaziale superiore a quella degli altri paesi, esclusi gli USA ovviamente, ma sottovalutano il fatto che Pechino ci ha surclassati da anni quanto a tecnologie realizzative. Il punto non è la competenza europea, che esiste e sarebbe in grado di realizzare sistemi competitivi, quanto la volontà politica comune di realizzare progetti strategici per contrastare l’espansionismo geopolitico dei paesi competitori sulla Terra e quindi anche nello Spazio. Per esempio, per lanciare i satelliti Galileo ci sono voluti più di vent’anni e fondi a macchia di leopardo (nei primi anni duemila furono utilizzati persino dei finanziamenti comunitari destinati all’agricoltura per mantenere in vita il progetto) e alla fine con il sistema oggi in orbita gli europei – a parte francesi e inglesi direi – non hanno comunque mezzi tattici comuni, parlo di aerei, navi, missili, con cui affrancarsi dal GPS americano per i segnali stabili e precisi di posizionamento e localizzazione.
  • Cosa hanno da dire le altre nazioni con grande capitali tecnologici e tradizione esplorativa, come Russia, Giappone e Israele, in questo contesto di competizione spaziale? C’è spazio per nuovi entranti?
La Russia è una superpotenza spaziale e cibernetica imponente, e per l’Europa, oltre che per gli USA, sarebbe un rischio se essa si consolidasse in un blocco militare con la Cina perché le due flotte satellitari messe insieme si avvicinano a quella USA e soverchiano totalmente quelle europee. Mosca poi sta sviluppando i missili ipersonici che renderanno obsolete le attuali contromisure missilistiche e ha ricostituito la sua flotta spaziale, dopo un paio di decenni di declino industriale. Di sicuro, sarà un attore globale temibile. Il Giappone negli ultimi dieci anni ha completamente rivoluzionato la propria politica spaziale, arrivando persino a modificare la sua Costituzione per potersi dotare di nuovi sistemi spaziali per specifici scopi militari. Una rivoluzione copernicana nell’assetto politico di Tokyo, chiaramente dettata dal riarmo cinese e dalla crescente minaccia nord-coreana. L’Agenzia Spaziale giapponese, che dipendeva dal ministero per l’Educazione e la Ricerca, oggi dipende da un ufficio speciale del primo ministro che gestisce i programmi d’esplorazione spaziale in primis come uno strumento strategico e non più solo scientifico. Non a caso, proprio nel giorno del primo storico incontro a Singapore tra il presidente Trump e il coreano Kim Jong-Un, Tokyo lanciò nello Spazio un satellite spia, quasi a sottolineare la sua invisibile presenza nell’area. Israele, che ha sempre contrastato ogni ambizione di crescita militare degli stati arabi e di Teheran in particolare, possiede un arsenale atomico e dispone dei missili Jericho con cui lanciare le bombe nucleari e degli Shavit per i propri satelliti spia. Gli israeliani hanno un’industria spaziale di prim’ordine. Nel 2012, il nostro Ministero della Difesa ha acquistato da Tel Aviv un satellite spia “chiavi-in-mano” che fornisce fotografie con risoluzioni al centimetro. Sarebbe auspicabile una cooperazione sempre più stretta tra la nostra Agenzia spaziale e quella israeliana, e qualche passo in avanti c’è stato. Da ultimo considererei anche l’India nel novero delle potenze spaziali. New Dehli ha perseguito sin dagli anni ‘70 un proprio programma di esplorazione dello Spazio grazie al sostegno tecnologico di Mosca che aveva interesse a sottrarla all’influenza occidentale e a farne un’area di contenimento verso Pechino. L’ente spaziale indiano possiede avanzati centri di ricerca e di produzione per lanciatori e per satelliti, e spende più di un miliardo di dollari l’anno per mandare in orbita sistemi interamente progettati e costruiti dai propri tecnici. Nel 2007, l’allora ministro della Difesa affermò che «nello Spazio potrebbe essere difficile distinguere distintamente tra usi pacifici e militari», confermando di fatto come il programma spaziale di New Dehli, in generale poco pubblicizzato nei consessi internazionali, aveva sempre avuto una forte connotazione militare. A riprova della crescente assertività militare spaziale, l’India ha persino compiuto nel 2019 un test di abbattimento di un satellite in orbita diventando la quarta superpotenza spaziale a sviluppare una simile capacità tecnologica. E proprio per bilanciare quest’aspetto, spesso i leader politici indiani hanno enfatizzato i successi delle loro sonde interplanetarie, annunciando persino ambiziosi programmi di sbarchi umani sulla Luna o Marte, così da stimolare l’orgoglio nazionale e dare al mondo un’immagine di superpotenza spaziale. Il “panorama” chiamiamolo così dell’esplorazione spaziale si cristallizza con questi attori nel 2020 e a mio avviso difficilmente entro la metà di questo secolo assisteremo a un suo aumento.
* Esperto con alle spalle una carriera pluridecennale nel settore aerospaziale e autore del saggio “Geopolitica dell’esplorazione spaziale – La sfida di Icaro nel terzo millennio”, edito da Rubbettino.

Gli abissi del potere: il “Deep State” tra mito e realtà


Di Lucio Mamone

La vittoria nordamericana nello scontro epocale con l’Unione Sovietica ha lasciato presagire l’avvento di una lunga epoca d’espansione per la liberaldemocrazia e di egemonia mondiale per gli Stati Uniti stessi. Questa attesa diffusa ha trovato la sua espressione più consapevole e conseguente, nonché la più fortunata, nell’idea di «fine della storia» di Francis Fukuyama, autore divenuto così improvviso interprete dello spirito del tempo. Tempo però assai breve, poiché l’ironia della storia, che punisce puntualmente i sogni troppo affrettati di imperi millenari, ha prontamente intessuto per l’Occidente un intreccio di sfide inattese, dal terrorismo jihadista all’ascesa cinese, e di clamorosi fallimenti, dagli insuccessi militari in Nordafrica e Medio oriente alla crisi economica del 2008. È bastato così il primo decennio del millennio sia per smorzare l’entusiasmo dei profeti, che per produrre una profonda disaffezione e sfiducia all’interno della società occidentale verso quel modello politico-economico che avrebbe dovuto rappresentare il coronamento di millenni di evoluzione sociale. Non sarebbe tuttavia corretto dire che l’idea di «fine della storia» sia stata semplicemente sostituita da una nuova visione, più realistica o pessimistica a dir si voglia, quanto più che quel presentimento di compimento della parabola moderna abbia assunto la forma del timore, quasi claustrofobico, di essere intrappolati in un sistema obsolescente e incapace di riformarsi. D’altra parte la reazione alle ripetute crisi da parte delle classi dirigenti occidentali, quella statunitense in testa, si è tutta concentrata sul tentativo di mantenimento dello status quo e di convincimento circa l’impossibilità di un’alternativa, lasciando sempre più emergere il carattere impositivo dell’ideologia neoliberale di «fine della storia».
Se dunque Fukuyama coglie con la sua celebre formula lo stato di fatto al volgere del millennio e soprattutto lo spirito con cui tale stato viene vissuto, assistiamo oggi allo sforzo di concettualizzare, attraverso narrazioni più o meno comprensive, le ragioni del crescente declino delle istituzioni e della cultura liberaldemocratiche. A questo proposito una delle questioni che ha suscitato il maggior interesse degli intellettuali, nonché la rabbia passiva della gente comune, riguarda il come sia stato possibile che i nostri ordinamenti democratici, pur non subendo all’apparenza alcuna modifica sostanziale, stiano mutando in apparati oligarchici, oscuri e pressoché imperturbabili all’influenza dei popoli, ad eccezion fatta per la ristrettissima minoranza dell’upper-classA questo quesito fondamentale ha cercato di rispondere Mike Lofgren, ex assistente del repubblicano John Kasich e membro dello staff presso vari comitati al Congresso degli Stati Uniti, nella sua opera del 2016 Lo Stato profondo: il crollo della costituzione e l’ascesa di un governo ombra. Che lo scritto di Lofgren abbia toccato un nervo scoperto del sistema statunitense, e per estensione dell’intero Occidente, è testimoniato dalla rapidità con cui, a partire proprio dal 2016, il termine «Stato profondo” è stato assorbito, rielaborato, ed in una certa misura persino deformato, dalla retorica politica quotidiana. Possiamo qui anticipare come il concetto di Stato profondo che Lofgren delinea potrebbe essere in un certo modo inteso, parafrasando Losurdo, come una sorta di “controstoria della fine”; sebbene infatti l’autore non si abbandoni ad una rassegnazione da Tramonto dell’Occidente, ma al contrario proponga in sede di conclusione una serie di misure per riorganizzare il sistema nordamericano, resta il fatto che la trattazione contiene esplicitamente l’ambizione di comprendere una vicenda politica complessa, di lunga durata e che necessita ormai di essere conclusa, a cui dovrebbe seguire un ordine mondiale diverso da quello immaginato negli ultimi quarant’anni. Scrive Lofgren: «Lo Stato profondo è la grande storia del nostro tempo. È il filo rosso che attraversa la guerra al terrorismo e la militarizzazione della politica estera, la finanzializzazione e la deindustrializzazione dell’economia americana, l’ascesa di una struttura sociale plutocratica che ci ha dato la società più ineguale da quasi un secolo a questa parte, e la disfunzione politica che ha paralizzato la governance quotidiana»[1]. Passiamo dunque ad un’analisi dettagliata degli elementi costitutivi di questa nuova «grande storia», dove forse il maggior sforzo dovrà concentrarsi nel chiarire cosa lo Stato profondo non è, visti il gran numero di fraintendimenti e letture superficiali che si sono già accumulati sul tema.

Lo Stato profondo come rilettura della storia nordamericana

Per meglio comprendere il contenuto de Lo Stato profondo è innanzitutto opportuno inquadrare la portata prima particolare e solo in seconda battuta generale dell’opera di Lofgren. Non siamo infatti in presenza di un trattato teorico attorno ad un concetto, quello appunto di “Stato profondo”, ma di una narrazione frammentata che ripercorre attraverso aneddoti, dichiarazioni, casi esemplari (come l’evoluzione urbanistica di Washington D.C.), la storia politica degli Stati Uniti, e degli Stati Uniti soltanto, dal dopoguerra ad oggi. In questa prospettiva l’intento primario del libro appare quello di problematizzare la lettura idealizzata della Guerra fredda e della sua conclusione, mostrando come proprio quella vicenda abbia finito per avvicinare più che allontanare i due sistemi concorrenti, facendo sì che la costituzione materiale degli Stati Uniti mutasse a danno dell’autorevolezza delle istituzioni rappresentative ed a favore di un gruppo di potere nato dal sodalizio tra burocrazia, esercito, finanza ed industriahigh-tech, producendo un ceto dirigente sempre più simile alla nomenklatura sovietica[2]. A questo proposito risulta inoltre significativo l’osservazione di Lofgren, su cui sarà opportuno ritornare, per cui a tale esito non si è giunti tramite influenze esterne o per responsabilità unica di singole personalità, poiché lo «Stato profondo, con il suo quartier generale a Washington, non è una negazione del carattere del popolo americano. È un’intensificazione di tendenze inerenti ad ogni aggregazione di esseri umani. (…) Una maggioranza di Americani è stata anestetizzata dalla lenta, progressiva ascesa dello Stato profondo, un processo che ha richiesto decenni»[3]. Come si intuisce già da queste poche righe, la portata generale dell’opera è per così dire indotta, perché, per quanto l’obiettivo non si allarghi oltre la vicenda statunitense, non vi è dubbio che l’immaginario politico occidentale si sia formato attraverso l’osservazione ammirata di quella vicenda e di conseguenza fornirne una rilettura critica, non significa semplicemente riscrivere la più recenti storia degli Stati Uniti, ma neanche troppo indirettamente aprire alla possibilità di un diverso paradigma descrittivo della democrazia neoliberale.

La Guerra fredda e la normalizzazione dell’eccezione

Prima di chiarire con esattezza cosa Lofgren intenda per «Stato profondo», possiamo provvisoriamente definirlo come quell’attività dello stato che si svolge al di fuori degli organi rappresentativi e che dunque resta sostanzialmente inaccessibile alla capacità di influenza, e di informazione, degli elettori. Lofgren individua come “momento di concezione” di questa nuova forma di governamentalità il progetto Manhattan per la costruzione della bomba atomica, in cui gli Stati Uniti investono un’inedita quantità di risorse economiche, creano in pochi mesi intere città dal nulla e soprattutto conducono l’intera operazione nella maggior segretezza possibile[4].
Se però il progetto Manhattan rappresenta un caso isolato, che segue peraltro un percorso non del tutto pianificato, è solo con l’inizio della Guerra fredda che quel modello di organizzazione evolve verso una consapevole tecnica amministrativa che coinvolge il funzionamento dello stato per intero. Lofgren registra come già nel 1947 il Presidente Truman si sforza di ottenere l’assenso del Congresso per un largo finanziamento a Grecia e Turchia, nell’ottica di contenere una potenziale avanzata sovietica; in questa occasione il repubblicano Arthur Vandenberg consiglia a Truman di «spaventare il popolo americano» per convincerlo della bontà dell’iniziativa[5]. Da questo momento in poi la politica statunitense compie una svolta decisiva, caratterizzata dal ricorso costante alla retorica della sicurezza nazionale contro la minaccia dei «regimi totalitari» per legittimare una crescita ipertrofica dell’apparato militare, le cui attività finiscono sempre più spesso per essere coperte da segreto, limitando così in forma consistente il potere di controllo dello stesso Congresso. L’aspetto essenziale di questa svolta è nel fatto che tale militarizzazione dello stato avviene, per la prima volta nella storia statunitense, in assenza di una guerra dichiarata, e si sviluppa pertanto in forma tale da non essere circoscrivibile né temporalmente né a necessità specifiche, ma diviene al contrario un elemento costitutivo[6]La Guerra fredda porta così al sedimentarsi di uno stato d’eccezione permanente che svuota progressivamente la funzione degli organi democratici e potenzia il carattere tecnocratico della governamentalità statunitense.

Attacco e difesa dello Stato profondo: la svolta degli anni ‘70

Nella parabola storica che collega l’immediato dopoguerra all’attualità, l’evoluzione dello Stato profondo subisce una battuta d’arresto negli anni ’70 su impulso del movimento di contestazione giovanile, animato dalla polemica antimilitarista rivolta in particolare contro l’intervento statunitense in Vietnam[7]. Tuttavia il desiderio di un’espansione del principio democratico a scapito dell’amministrazione burocratico-militarista non penetra a fondo nel sistema statunitense e non porta alla sua ristrutturazione. Pertanto la contestazione resta tutto sommato un elemento di disturbo esterno a cui il sistema reagisce sì trasformandosi, ma secondo la propria logica. Contestualmente al movimento che rivendica un rinnovamento del New Deal in senso tanto sociale quanto pacifista, nasce così, tra i settori conservatori della società nordamericana, ma soprattutto nei suoi centri di potere, un contro-movimento di pensiero che vede nella protesta una minaccia nazionale ed auspica una riforma della governamentalità in senso diametralmente opposto. Nel 1971 viene pubblicata, da parte di un legale della lobby del tabacco, un’opera che già dal titolo, Attacco al sistema americano di libera impresa, tradisce l’intenzione di tracciare programmaticamente la linea di confine tra le due alternative politiche che gli Stati Uniti hanno di fronte a sé. Lofgren cita probabilmente proprio quest’opera non solo per la precocità con cui idee di successo nei decenni successivi vengono già qui delineate, quanto più perché essa mostra con chiarezza come la logica del moderno Stato profondo si articoli attraverso la combinazione di principi considerati comunemente in contrasto tra loro e che dunque rende obsoleti alcune dei presupposti fondamentali del liberalismo classico. Evidentemente lo scopo fondamentale dell’Attacco al sistema americano di libera impresa è quello di definire una strategia per la difesa dell’essenza dell’ordinamento sociale statunitense, fondato su quella libertà economica che si suppone essere minacciata dalla sinistra antipatriottica.
Contrariamente a quanto forse ci si potrebbe aspettare, l’appello ad una legislazione che favorisca e tuteli l’iniziativa privata fa il paio con la convinzione circa la necessità di una «costante sorveglianza» sulle istituzioni politiche e culturali del Paese e di un’attività di «purga» degli elementi avversi a tale visione[8], dunque in buona sostanza con una certa restrizione delle libertà civili e politiche. Se a ciò si aggiunge che, tra le proposte avanzate dall’autore, vi sia l’istituzionalizzazione dell’attività di lobbying delle imprese sul governo, ben si comprende, seguendo la magistrale lezione di Foucault[9], come il nascente neoliberismo abbandoni la teoria difensiva del laisser-faire, che ancora riconosceva diversi ambiti di competenza a stato ed attività economica privata, ed approdi ad una teoria “offensiva” per cui lo stato, nel suo ritirarsi, debba mettersi al servizio di quelle imprese economiche private considerate rappresentanti del “mercato”.

La governamentalità neoliberista, fase finale dello Stato profondo

Il cambio di paradigma trova subito sponda nella presidenza Nixon, che non a caso nomina Lewis Powell, autore dell’Attacco al sistema americano di libera impresa, membro della Corte suprema.  Tuttavia questa fase politica vede ancora un’affermazione solo parziale del nuovo credo neoliberista, come dimostra l’attività legislativa proprio della presidenza Nixon, promotrice al contempo di iniziative come l’istituzione dell’Agenzie di protezione ambientale, a detta di Lofgren, «oggi impensabili per un presidente repubblicano»[10]. Bisognerà dunque attendere il doppio mandato di Ronald Reagan per assistere all’affermazione di una vera e propria propria governamentalità neoliberista, che eleva lo Stato profondo da elemento costitutivo a principio di governo del sistema americano. L’elemento forse più peculiare, ai fini del nostro discorso, risiede in quello che potremmo definire come il processo di privatizzazione dello stato, che, ribadiamo ancora una volta, è qualcosa di nuovo e di più radicale rispetto all’economia di mercato (classicamente intesa). In primo luogo si procede al taglio della spesa per il settore pubblico, coinvolgendo in questa operazione anche il budget destinato agli organismi rappresentativi. Ma se gli organici e le competenze della pubblica amministrazione vengono ridotti, non si assiste al prevedibile ridimensionamento delle attività dello stato, in particolare modo in tutto ciò che possa riguardare la “sicurezza nazionale”. Dunque questo stato alleggerito, ma cresciuto rispetto all’ambito delle sue funzioni, trasferisce una parte considerevole della propria spesa dal “pubblico” al “privato”, sia appaltando a soggetti privati tutta una serie di funzioni tipicamente di competenza statale (dall’intelligence alle carceri, dalla difesa alla consulenza politica), sia cercando la collaborazione di aziende private già svolgenti attività ritenute di pubblico interesse (come Google o Facebook nella raccolta dati). Il risultato di ciò è un ulteriore sbilanciamento dei rapporti di forza tra un potere rappresentativo debole, composto da un ceto politico mediamente impreparato ma anche frenato nella capacità d’iniziativa e di controllo, ed un potere burocratico sempre più forte, che assomma ora all’opacità della burocrazia pubblica le ancor maggiori opacità e sfuggevolezza delle burocrazie private.
Una vera e propria svolta epocale si verifica inoltre nel rapporto tra impresa privata e guerra: nel corso della modernità questo rapporto si è configurato come una sostanziale contraddizione, sia perché lo scoppio dei conflitto ha portato puntualmente con sé l’aumento delle tasse, sia perché la mobilitazione militare ha teso a produrre, tramite il calo della domanda di lavoro, l’aumento dei salari; queste sono solo due delle ragioni che spiegano una certa avversione della borghesia verso la guerra, spesso rintracciabile nei testi degli autori liberali[11]. Tutte queste ragioni iniziano però a perdere, a partire dalla sconfitta in Vietnam, la loro cogenza: se l’abolizione della leva obbligatoria riduce drasticamente l’impatto della guerra sul tessuto sociale, la progressiva trasformazione dell’economia in senso finanziario rende quest’ultima meno dipendente dalla situazione geopolitica del momento. L’azione politica di Reagan sfrutta tale congiuntura favorevole per procedere all’armonizzazione degli «interessi apparentemente distanti di Wall Street e del Pentagono»[12], fino a giungere alla scelta senza precedenti di aumentare poderosamente la spesa militare diminuendo al contempo le tasse.
Si può quindi sinteticamente affermare che la stagione reaganiana vede da una parte il saldarsi di un blocco di potere economico-militare, sostenuto anche finanziariamente dal governo stesso in forma attiva e passiva, dall’altra la delegittimazione degli organi rappresentativi per l’effetto combinato di retorica antipolitica neoliberista e retorica nazionalista, le quali spingono solidalmente a guardare con sospetto e insofferenza qualunque ingerenza politica negli “affari” economico-militari. In definitiva, con la “rivoluzione neoliberale” all’epilogo della Guerra fredda vengono poste le principali premesse dello Stato profondo così come oggi lo conosciamo, Stato profondo che troverà poi con l’inizio della globalizzazione le condizioni ottimali per un rapido sviluppo.

There is no alternatives

La storia più recente dello Stato profondo nordamericano non presenta delle svolte paradigmatiche paragonabili al periodo reaganiano. Certamente episodi come l’11 settembre e la «Guerra al terrore» portano con sé delle conseguenze devastanti per la società statunitense, soprattutto per quanto riguarda la discrezionalità con cui gli organi di sicurezza travalicano nel loro operare i principi cardine del diritto. Nonostante la rilevanza degli avvenimenti di questi anni, questi non segnano però l’emergere di un metodo di governo veramente nuovo, ma si spiegano per lo più come il venire alla luce di una figura che aveva precedentemente già preso forma. Per questa ragione le manifestazione più significative dello Stato profondo negli ultimi anni non sono forse da ricercare nelle novità, ma nella continuità rispetto al passato, segno della capacità dell’apparato burocratico di disinnescare qualunque processo di riforma del sistema.
Mentre nella fase di ascesa dello Stato profondo la figura più rappresentativa è quella del presidente repubblicano Ronald Reagan, a simboleggiare meglio di tutti il suo consolidamento è invece il democratico Barack Obama. Quest’ultimo infatti non solo giunge alla Casa bianca in un momento di crisi generalizzata del sistema statunitense, ma lo fa sull’onda di una campagna elettorale generatrice di grande entusiasmo e che promette un cambiamento radicale nella guida del Paese, mettendo in discussione tutti i caposaldi dello Stato profondo, dallo strapotere degli apparati di sicurezza a quello della finanza, dalla spesa militare al deficit democratico. Ma al termine di ben otto anni di governo, parte dei quali con la maggioranza in entrambi i rami del Congresso, la presidenza Obama consegna un bilancio di assoluta irrilevanza politica, in cui a saltare all’occhio è lo sforzo per la conservazione dello status quo[13], un obiettivo riconoscibile già nella scelta di selezionare una buona parte dei propri collaboratori tra i funzionari della precedente amministrazione-Bush[14]. Lofgren condensa l’esperienza presidenziale di Obama in un aneddoto: «Forse l’esempio più eloquente della relazione tra il Presidente Obama e lo Stato profondo proviene da un’intervista del Marzo 2015 a John Brennan, il suo spesso criticato direttore della CIA. Obama ha mostrato a Brennan grande lealtà durante i due mandati presidenziali. Come ha ripagato Brennan questa lealtà — con un’umile dimostrazione di gratitudine e rispetto, forse? Obama, ha affermato, “non aveva stima” della sicurezza nazionale quando arrivò nell’ufficio, ma con la tutela sua e di altri esperti “è andato a scuola e ha capito le complessità”.»[15] Eletto come simbolo del cambiamento, della possibilità per la democrazia di tornare a governare la società statunitense, Obama finisce invece, proprio per questo, per rivelare suo malgrado l’automatizzazione della macchina statale rispetto alle scelte politiche degli elettori, passando da rivificatore del potere del popolo a segnale del fatto che, negli Stati Uniti di oggi, «la presidenza non è così imperiale, dopo tutto»[16].

Note

[1] Mike Lofgren: The Deep State. The fall of constitution and the rise of a  shadow government. New York: Viking, 2016. p. 17.
[2] «Il personale dello Stato profondo in certi aspetti assomiglia alla vecchia nomenklatura sovietica, i funzionari che detenevano posizioni chiave nei settori importanti del governo e l’economia dell’URSS.» Mike Lofgren: The Deep State, p. 310.
[3] Mike Lofgren: The Deep State, p. 56.
[4] «L’acquisizione di armi nucleari utilizzabili è stato quasi certamente il momento di concezione dello Stato profondo. Nessun altro progetto governativo è stato così largo, e nessun altro progetto ha mai dovuto essere coperto da tanta segretezza. (…) Se lo Stato profondo è una struttura evoluta, le armi nucleari sono state la mutazione genetica che ha gli dato le caratteristiche chiave che oggi possiede» Mike Lofgren: The Deep State, p. 87.
[5] Mike Lofgren: The Deep State, p. 88.
[6] «Queste misure politiche rappresentarono la concretizzazione di un’idea senza precedenti nella storia americana: che gli Stati Uniti avrebbero dovuto mantenere, e avrebbero mantenuto, delle vaste, specializzate forze armate ed un apparato di intelligence onnicomprensivo senza che si fosse formalmente in presenza di un qualunque stato di guerra.» Mike Lofgren: The Deep State, p. 89.
[7] Mike Lofgren: The Deep State, p. 91.
[8] Mike Lofgren: The Deep State, p. 94.
[9] Michel Foucault: La nascita della biopolitica. Corso al College de France (1978-1979). Milano: Feltrinelli, 2005.
[10] Mike Lofgren: The Deep State, p. 92.
[11] Benjamin Constant: La libertà degli antichi, paragonata a quella dei moderni. Torino: Einaudi, 2013.
[12] «Il genio dell’architettura delle politiche di Reagan è stato quello di riconoscere che gli interessi apparentemente distanti di Wall Street e del Pentagono potevano essere nei fatti armonizzati» Mike Lofgren: The Deep State, p. 180.
[13] Mike Lofgren: The Deep State, p. 81.
[14] Mike Lofgren: The Deep State, p. 290.
[15] Mike Lofgren: The Deep State, p.149.
[16] Mike Lofgren: The Deep State, p. 126.

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