Breaking News

3/breakingnews/random
Visualizzazione post con etichetta Matteo Luca Andriola. Mostra tutti i post

Identitarismo e localismo: l’ambientalismo della Nuova Destra


Di Matteo Luca Andriola

L’evoluzione ecologista del pensiero di Alain de Benoist, che mette in discussione la diade antinomica destra/sinistra, inizia dalla rilettura di certi intellettuali antimoderni come Julius Evola e altri della konservative Revolution, ma soprattutto dallo studio di Martin Heidegger che, nel corso del tempo, finì per soppiantare Nietzsche nel pensiero debenoistiano che, durante quel periodo, si incentrò sempre più sulle tematiche dell’etnopluralismo, dell’europeismo, degli squilibri della modernità, dell’antindividualismo e dell’antiliberalismo.
Queste ultime due tematiche lo portarono a confrontarsi con gli studiosi del Mauss (Mouvement antiutilitariste dans les sciences sociales), tra cui strinse buoni rapporti, inparticolare, con Alain Caillé e Serge Latouche, teorici della decrescita.Un pensiero “capace di pensare simultaneamente ciò che, fino a oggi, èstato pensato contradditoriamente” (19) e a vocazione egemonica, nonpuò non interfacciarsi con l’ecologismo. Questo perché l’ecologismo èuna battaglia che per tali ambienti non è né di destra né di sinistra, mache ha nel trasversalismo uno dei suoi elementi fondanti: “I verdi” spiegaAlexander Langer nel 1984, in occasione dell’assemblea nazionale diFirenze per presentare le liste verdi che debutteranno alle amministrativedell’anno successivo, “dovranno costituirsi come terzo polo, come altrorispetto alla canalizzazione corrente della dialettica politica italiana”(20), il tutto in una fase non ancora dominata dal bipolarismo. Marco Tarchi, peresempio, dedicherà al fenomeno un fascicolo monografico di Dioramaletterario, il n. 144 dell’aprile 1988, dal titolo “La sfida verde. Ecologia ecrisi della modernità”, che prendeva spunti da suggestioni che l’area italiana– che a differenza degli omologhi francesi nasceva dal tradizionalismoevoliano – già aveva elaborato negli anni ’70 (21).
Il minimo comune denominatore che favorirà a livello europeo un dialogo – e non un’infiltrazione – con l’ambientalismo verde è l’antiliberalismo, già all’epoca un’ideologia unilaterale, e la critica alla relativa mercantilizzazione dei rapporti sociali contro “l’impero della futilità e l’umiliazione della politica, ridotta a variante indipendente delle strategie dei più influenti operatori dei mercati finanziari” (22), per la difesa della qualità della vita, unico terreno possibile per il rilancio di un’alternativa. Vi sono non poche similitudini fra la corrente animata da Alain de Benoist e l’ecologismo, perché quest’ultimo “segna la fine dell’ideologia del progresso; il futuro, ormai, è gravido più di inquietudini che di promesse.
Nel contempo, rende evidente che i progetti sociali non possono più discendere da un’ottimistica attesa del ‘radioso indomani’, ma richiedono una mediazione sugli insegnamenti tanto del presente che del passato” perché l’ecologia “[…] richiamandosi al ‘conservatorismo dei valori’ e della difesa dell’ambiente naturale, rifiutando il liberalismo predatorio non meno che il ‘prometeismo’ marxista […] è nel contempo rivoluzionaria sia nella portata che nei valori. È in definitiva, tagliando deliberatamente i ponti con l’universo del pensiero meccanicistico, analitico e riduzionista che ha accompagnato l’emergere dell’individuo moderno, essa ricrea un rapporto tra l’uomo e la totalità del cosmo, che forse non è altro che un modo per protestare contro l’imbruttimento del mondo e per rispondere all’eterno enigma della bellezza” (23). Questo non può che coniugarsi col comunitarismo solidarista e identitarista, col localismo, per “opporre alla dittatura del mercato il modello di una società della sobrietà, legata ai valori autentici dell’uomo” (24), divenendo uno degli assi portanti delle ‘nuove sintesi’ proposte dal progetto neodestro. Il localismo, il regionalismo, l’identitarismo, non diventano solo un ponte di dialogo con gli ambienti nazional-populisti, ma il modo per sposare la nozione di decrescita sostenibile che “parte dalla semplicissima constatazione che non può esserci crescita infinita in uno spazio finito”, dato che il pianeta, le risorse naturali e la biosfera hanno dei limiti. L’idea stessa della decrescita deve necessariamente condurre, secondo de Benoist, a un superamento delle vecchie scissioni politiche che porti come conseguenze ad “inevitabili convergenze” fra una “sinistra socialista”, che sia in grado di abbandonare il “progressismo”, e una destra che abbia saputo rompere con “l’autoritarismo, la metafisica della soggettività e la logica del profitto” (25).
Nel discorso debenoistiano si mette però in discussione la filiera della produzione capitalista, da espletare a chilometro zero, ma non il capitalismo stesso, che nel campo neodestro – come già visto nell’articolo sulla critica al mondialismo (26) – non viene mai ridiscusso, eccetto la sua tendenza a mondializzarsi.
___________________________________________________________________________________________
19) A. de Benoist, Le idee a posto, Akropolis, Napoli 1983, p. 76 (ed. orig. Les idées à l’endroit, Libres Hallier [Albin Michel], Parigi 1979)
20) A. Langer, Relazione introduttiva all’assemblea di Firenze, ciclostilato, 8 dicembre 1984
21) Cfr. Il progresso finirà in soffitta?, n. f., La Voce della Fogna, n. 1, dicembre 1974, p. 7
22) M. Tarchi, L’alternativa alla sobrietà, Diorama letterario, n. 186, maggio-giugno 1995, p. 1
23) A. de Benoist, La fine dell’ideologia del progresso, Diorama letterario, n. 186, maggio-giugno 1995, p. 2
24) M. Tarchi, L’alternativa alla sobrietà, cit.
25) A. de Benoist, Obiettivo decrescita, in A. de Benoist, Comunità e decrescita. Critica della Ragion Mercantile. Dal sistema dei consumi globali alla civiltà dell’economia locale, Arianna Editrice, Casalecchio di Reno 2006, pp. 107, 127, 129, 154
26) Cfr. M. L. Andriola, La destra radicale noglobal. Antimondialismo e capitalismo,

L’ambientalismo di destra: il secondo dopoguerra


Di Matteo Luca Andriola

Dopo la seconda guerra mondiale l’ambientalismo rispunterà fuori fra gli anni ’60 e ’70, dopo la pubblicazione del libro di Rachel Carson Silent Spring (1962), che criticava l’uso indiscriminato che si faceva all’epoca di pesticidi, destando notevoli polemiche ma anche molto interesse fra la gente comune, stimolando il nascere di una legislazione – fino allora inesistente – orientata alla tutela dell’ambiente, e dando il via alla nascita dei primi partiti propriamente detti ‘verdi’.
L’interesse della destra per l’ecologismo, nonostante l’esistenza di altri interessi più contingenti, non svanì mai del tutto, ma non era presente come oggi, ma a cui si darà sempre una connotazione differente da quella della sinistra.
Dagli anni ’70-90 settori della destra sociale europea, basandosi sulle suggestioni poc’anzi viste, fecero militanza ecologista in gruppi vari, in Italia con i Gruppi di ricerca ecologica e Fare verde, due emanazioni della corrente del Msi legata a Pino Rauti, in Germania con l’Okologisch Demokratische Partei, nato nel 1982 da una scissione dell’ala più moderata e conservatrice dei Grüne, e in Francia con il Mouvement écologiste indépendant, nato nel 1994 sempre con l’intento di differenziarsi da un ecologismo di sinistra. Tutte forme di militanza che incrociano la strada del Grece, il Groupement de recherche et d’etudes pour la civilisation europeenne, associazione che si fa promotrice delle riflessioni filosofiche della Nouvelle droite di Alain de Benoist. Infatti, secondo Marco Tarchi, teorico del neodestrismo italiano e direttore di riviste come Diorama letterario e Trasgressioni, i cardini di una destra sensibile all’ambientalismo “sono la protezione della diversità dell’ecosistema, contro la monocultura omogeneizzante planetaria; la credenza nell’esistenza di leggi di natura invalicabili e la accettazione della nozione di limite (che ha portato, fra l’altro, all’opposizione agli organismi geneticamente modificati, o ogm); la valorizzazione del rapporto con i luoghi e il paesaggio, contro
la riduzione della natura a strumento di profitto” (15).
Ma non sempre la corrente di pensiero di Alain de Benoist s’è distinta in una forte sensibilità per l’ambiente. Negli anni ’70, nonostante le citate suggestioni negli ambienti della destra sociale, il Grece aveva posizioni nietzcheane, faustiane, prometeiche e molto inclini allo scientismo, cercando di giustificare uno dei capisaldi del suo pensiero, l’ineguaglianza
dell’uomo (in seguito divenuta “differenza”) con ogni argomentazione scientifica, cooptando fra i suoi collaboratori studiosi e accademici. In quel decennio le pubblicazioni del centro studi traboccavano di riflessioni come l’etologia umana, i rapporti tra razza e intelligenza, l’evoluzione, la sociobiologia, la demografia ecc., polemizzando spesso “contro la repressione culturale e scientifica in essere su questi argomenti” (16), come si evince sfogliando le sue pubblicazioni, con toni diversi da quelli antimoderni espressi oggi. Questo tipo di scientismo spingerà de Benoist, in un articolo pubblicato su Éléments nel 1977, a contestare il movimento ecologista francese ed europeo come piccolo-borghese, una sorta di neo-gauchisme, o di pseudo-gauchisme che pretendeva di sostituire alla contraddizione “fatale” del capitalismo di marxiana memoria, la contraddizione “ambientale”, per cui il capitalismo sarebbe da superare perché andrebbe a confliggere con le condizioni ambientali necessarie al genere umano e a tutte le altre specie animali, presentando l’ecologismo come un’ideologia reazionaria e antimoderna che si fonda sui fondamenti dottrinari della vecchia destra (17), teorie che vengono però modificante nel corso degli anni ’80, quando vi è un graduale riposizionamento della corrente e dello stesso de Benoist: “Riguardo all’ecologismo, avevo espresso una decina di anni fa un certo numero di riserve legate alle aporie filosofiche suscitate dal concetto di ‘natura’. Da allora le mie opinioni hanno senza dubbio subito delle evoluzioni”, spingendolo a valorizzare l’ecologismo in quanto antagonista rispetto “a una società diventata incapace di capire che le cose che hanno veramente ragione sono quelle che sfuggono allo scambio commerciale, proprio perché non hanno prezzo” (18).
3 – Continua
3 – Dalla seconda guerra mondiale ad Alain de Benoist
___________________________________________________________________________________________

15) M. Tarchi, Molte destre, nessuna destra?, Trasgressioni, n. 62, settembre-dicembre 2018
16) S. Vaj, Biopolitica. Il nuovo paradigma, Società Editrice Barbarossa, Cusano Milanino
17) A. de Benoist, De l’écologie à l’éco-manie, Éléments, n. 21-22, estate 1977
18) A. de Benoist, Une remise en cause salutaire des valeurs merchandes, Éléments, n. 66, settembre-ottobre 1989, pp. 40 e 44

Il coronavirus e gli Usa: colpo al cuore dell’impero?


Di Matteo Luca Andriola

Sono oltre 200mila i casi di nuovo coronavirus a New York. Lo ha dichiarato il governatore Andrew Cuomo, e si contano oltre oltre 10mila deceduti. Nel Stati Uniti in totale i casi sono 217.263 con oltre 25mila decessi.
Trump ha affermato che il Paese deve aspettarsi “settimane molto, molto dolorose”. I decessi statunitensi attualmente superano quelli in Cina. Trump ha detto di valutare seriamente il bando sui viaggi in Usa dal Brasile dove il suo amico e alleato, Jair Bolsonaro, continua a sminuire i rischi della pandemia, definendo il virus “una lieve influenza”.
La situazione peggiore è a New York, dove Andrew Cuomo – il cui fratello minore, Chris Cuomo, giornalista della Cnn, è risultato positivo al test – ha paragonato la difficoltà di trovare apparecchiature mediche a “essere su eBay insieme ad altri 50 stati, a fare offerte per un ventilatore”. Un numero sorprendentemente alto di persone potrebbe già essere stato infettato e non mostrare sintomi, ha detto il direttore dei Centers for Disease Control and Prevention. Questa consapevolezza ha portato Cdc a considerare di ampliare le linee guida e all’opportunità di far indossare mascherine anche alle persone sane.
Un’altro tsunami legato al coronavirus è quello abbattutosi sul mercato del lavoro americano. Quasi 3,3 milioni di lavoratori hanno fatto richiesta di sussidi di disoccupazione nella settimana terminata il 21 marzo, oltre 6 milioni in quella successiva. Un esercito senza precedenti nella storia moderna degli Stati Uniti, cinque volte tanto il precedente massimo storico di 695.000 che risale all’ottobre del 1982. Le regioni al cuore della pandemia negli Stati Uniti appaiono le più colpite anche sotto il profilo economico e del lavoro. La Pennsylvania guidava già al 21 marzo la classifica con stime statali di 378.908 richieste, rispetto a 15.439 la settimana precedente, seguita dall’Ohio con 187.784 (contro sole 7.046 in precedenza), dalla California con 186.809, dal Texas con 155.657 e dal New Jersey con 155.454. New York ha riportato 80.434 richieste contro 14.272 nell’immediato passato.
Moody’s Analytics ha ipotizzato la scomparsa complessiva di cinque o sei milioni di posti di lavoro solo nel mese di marzo, che a sua volta rappresenterebbe un record. Nel mese peggior mese della grande recessione anni or sono, il marzo 2009, furono persi circa 800.000 posti di lavoro. In tutta la grande recessione scattata nel 2008 andarono perduti 8,7 milioni di impieghi. Il tasso di disoccupazione, di fronte a simili numeri, potrebbe salire presto oltre il 10% dai minimi record del 3,5 per cento. Mickey Levy di Berenberg anticipa che nel corso del secondo trimestre il tasso di senza lavoro negli Usa raggiungerà il 12% e altri economisti hanno indicato che, in assenza di interventi che si rivelino efficaci, nei prossimi mesi potrebbe salire anche oltre il 20 per cento.
Il problema sistemico americano – che potrebbe avere gravi conseguenze per il futuro, e non solo in campo economico ma anche geopolitico – è legato al fatto che il numero di morti ha ormai superato quelli della stessa Repubblica Popolare Cinese, da dove è partita la pandemia, e la stessa Italia, il secondo focolaio al mondo, è il limite di un sistema sanitario su base statale e non nazionale, dove in questi casi la mancata standardizzazione è diventato un serissimo problema (un pò come l’Italia, come qualcuno ha notato, con la regionalizzazione del sistema sanitario).

Un sistema sanitario alle strette

Al di là della propaganda di Trump, secondo cui «l’America è il Paese più grande del mondo. Abbiamo i migliori scienziati, medici, infermieri e operatori sanitari. Abbiamo il più grande sistema sanitario, esperti, scienziati e medici in tutto il mondo», così migliore la sanità USA non è. E a dirlo sono gran parte gli analisti che si occupano di studiare il sistema sanitario del Paese, oltre la cronaca di questi giorni. Il sistema è fragile, con 2,8 letti d’ospedale ogni 1.000 persone, circa 46.500 posti letto per terapia intensiva, 160.000 ventilatori. Secondo le proiezioni, nel caso di focolaio moderato (e i dati dimostrano che la questione è peggiore che da noi, e in Italia la situazione è grave), serviranno 200.000 letti in terapia intensiva, e non ci sono. Mancano i tamponi per effettuare i test – secondo dati forniti dai media americani, al 31 marzo ci sarebbe stato materiale per testare 850mila persone, su di una popolazione che ammonta a 329 milioni.
Secondo il Commonwealth Fund, che classifica regolarmente i sistemi sanitari di una manciata di Paesi sviluppati, nel 2017 il più basso rendimento veniva attribuito agli Stati Uniti. La situazione non è cambiata molto, anzi! Infatti, il Commonwealth Fund, a fronte dell’emergenza COVID-19, nei giorni scorsi esordiva con ‘Coronavirus Reveals Flaws in the U.S. Health System’. Perchè? I perché sono molti, e alla base c’è il fatto che «negli Stati Uniti, 30 milioni di persone non hanno un’assicurazione sanitaria. Altri 44 milioni hanno una copertura così ridotta che sono sempre preoccupati per i costi di assistenza». In riferimento all’emergenza COVID-19, poi, preoccupa che: «non abbiamo cure primarie adeguate negli Stati Uniti. Abbiamo un enorme deficit rispetto ad altri Paesi avanzati di fornitori di prima linea», «parte della debolezza o della vulnerabilità del sistema sanitario è che non ci sono abbastanza centri di assistenza primaria», e, ovviamente, «l’assistenza sanitaria negli Stati Uniti è troppo cara».

Le conseguenze sulla posizione geopolitica Usa

Questa pandemia cambierà non poche cose, e l’ambito “strutturale” tenderà a condizionare alla lunga quello “sovrastrutturale”, compreso quello geopolitico.
Perché dico questo? Donald J. Trump, repubblicano, ha chiesto maggiori investimenti da parte dello Stato, e nell’ottica repubblicana la cosa è innovativa (almeno per come sono i repubblicani dagli anni Ottanta), ergo, il presidente sta cercando di cambiare certi paradigmi tipici degli Stati Uniti dall’era reaganiana. Come fa un paese a mantenere il primato geopolitico ai danni di Cina e Russia con milioni di americani che stanno perdendo il lavoro – regolato da leggi ultraflessibili – e fanno domanda di sussidio di disoccupazione, che pesa sulle casse dello Stato? Come fa un paese a mantenere il primato geopolitico ai danni delle nazioni emergenti – che si fonda anche sulla spesa militare, intelligence ecc. – quando non riesci a frenare una pandemia perché nel tuo stesso sistema, che si regge sull’individualismo sfrenato e la devoluzione dei poteri locali, fatichi a imporre una regola unica nazionale per fermare tutto, e devi chiedere pieni poteri come in tempo di guerra? Come fa a frenare un’epidemia mai vista prima, accentuata dalla globalizzazione, con un sistema sanitario nazionale ridotto all’osso, dove prevale quello privato e dove i posti in terapia intensiva sono dosati col contagocce, dove un tampone costa 3.000$ e dove due settimane di degenza ospedaliera, senza copertura assicurativa, costa al privato cittadino ben 35.000$? Come fai a mantenere una supremazia geopolitica quando una fetta consistente dei tuoi cittadini non ha coperture sanitarie e sociali, e può propagare ulteriormente il virus, divenendo ulteriori vettori d’infezione? Come farai a contenere una pandemia facendo finta che l’American Way of Life, così com’è stata concepita da dopo la crisi economica del 1974, va bene così com’è, quando in alcune città americane come Los Angeles o Las Vegas, capitale del gioco, del “vizio” e del divertimento, alcune centinaia di senzatetto, gli “homeless” (che in America abbondano: un censimento recente ne ha identificati 553.742 per la precisione), sono stati sistemati nel parcheggio di un complesso per conferenze e partite di baseball dopo che la struttura che li ospitava è stata chiusa causa coronavirus, una sorta di dormitorio a cielo aperto, senza ovviamente tettoie e ripari ma entro delle strisce dipinte sull’asfalto, divisi in modo da rispettare la distanza di sicurezza ma con un effetto simile a quello dei posti auto?

Inchiesta su Bettino Craxi


Di Matteo Luca Andriola

L’uscita del film Hammamet, di Gianni Amelio, nei cinema dal 9 gennaio 2020 e interpretato magistralmente da Pierfrancesco Favino che recita il ruolo dell’ultimo leader del Partito socialista italiano negli ultimi mesi vissuti nell’omonima città tunisina – in esilio per sostenitori, in latitanza per i detrattori – ha ovviamente diviso l’opinione pubblica, divisa fra il giustizialismo detrattore grillino o de «Il Fatto Quotidiano», che limita le vicende del politico a quelle giudiziarie, alla riscoperta bipartisan: l’ex premier Matteo Renzi ha dichiarato  a La7 di aver «scoperto in Craxi un leader che quando ha fatto il presidente del Consiglio ha impostato una stagione di riformismo che comunque rimane. Craxi è stata una colonna di questo Paese», mentre l’ex sindaco di Pavia, Alessandro Cattaneo, deputato di Forza Italia, riporta la «Provincia Pavese» del 21 gennaio 2020, parte della delegazione in Tunisia, ritiene che «nella politica di oggi nessuno [è] di questo livello». Il senatore del Pd Tommaso Nannicini, su «Il Foglio» del 19 gennaio 2020, avvalora il giudizio di Gerardo D’Ambrosio («su Craxi non esistono prove di arricchimento personale, la sua molla era politica»), elencando i meriti del politico: «riforma istituzionale; strategia euro-atlantica; scala mobile; […] offensiva culturale in nome di un anticomunismo di sinistra col muro di Berlino ancora in piedi». Non è un giudizio legato al ventennale della morte del politico: Massimo D’Alema nel libro Controcorrente, dirà nel 2013 che «Craxi, aldilà delle sue discutibili scelte e delle responsabilità che si assunse, era un uomo di sinistra»; l’allora segretario dei Ds Piero Fassino, nel 2007, lo inserirà in una immaginario Pantheon della sinistra insieme  a socialisti del calibro di Rosselli, Matteotti, Nenni e Pertini, portando nel 2009 Walter Veltroni a dire: «Craxi interpretò meglio di ogni altro uomo politico come la società italiana stava cambiando» e che la sua politica estera «fu grande: ci fu l’episodio di Sigonella ma anche la scelta di tenere l’Italia nella sfera occidentale, senza intaccare autonomia e dignità del Paese».
È il caso, a vent’anni dalla sua morte e a oltre trentacinque dal suo governo (1983-1987), di fare un’analisi equilibrata, più distaccata di quella del leader del Pci Enrico Berlinguer che dirà: «Craxi è un bandito di alto livello […], uno dei più micidiali propagatori dei due morbi che stanno avvelenando la sinistra italiana – l’irrazionalismo e l’opportunismo – che il maggiore partito della sinistra italiana ha il dovere di combattere e debellare». Ma la critica, all’epoca, nascerà da un fenomeno che va analizzato, e che stava colpendo anche i comunisti italiani: la mutazione genetica del Psi e della sinistra tout court, che ne favorirà l’allineamento col riformismo liberalsocialista occidentale.

L’ambientalismo di destra: dalla rivoluzione conservatrice al nazismo


Di Matteo Luca Andriola

Centrale nel pensiero “ecologista” della Rivoluzione Conservatrice fu la nascita dell’ideologia volkish.
-----------------------------------
 Di fronte alle concrete dislocazioni conseguenti al trionfo del capitalismo industriale e dell’unificazione nazionale, i pensatori völkisch predicarono un ritorno alla terra, alla semplicità e all’integrità di una vita adattata alla purezza della natura […] rifiut[andosi] esplicitamente di individuare le cause dell’alienazione, dello sradicamento e della distruzione ambientale nelle strutture sociali, attribuendo invece la colpa al razionalismo, al cosmopolitismo e alla civilizzazione urbana” (6), risultando essere delle tendenze neo-romantiche di quel magmatico humus culturale sviluppatosi fra le due guerre mondiali col nome di konservative Revolution o ‘rivoluzione conservatrice’, movimento culturale e politico che non solo costituirà l’humus da cui il nazionalsocialismo pescherà concretizzando molte sue suggestioni, ma che nasce dal senso di rifiuto del regime politico liberaldemocratico e borghese creatosi in Germania dopo la sconfitta nella Grande Guerra con la caduta del Kaiser, esprimendo una critica sferzante al parlamentarismo e alla democrazia, definiti “la tirannia del denaro”, nonché la nostalgia per i valori tradizionali della vecchia Germania, facendo propria la dicotomia spengleriana fra esaltazione della Kultur germanica, tradizionale e creativa, contrapposta alla Zivilisation occidentale, decadente, priva d’anima, fondata su diritti astratti, un’area capace di rivisitare tutte le dicotomie ideologiche e tutte i luoghi della tradizionale topografia politica di allora, proponendone l’oltrepassamento con sintesi ardite di stampo socialista nazionale, dal nazionalbolscevismo, dove secondo Ernst Niekisch “l’ideale comunista sarebbe stato il mantello di cui si sarebbe ricoperto l’impulso vitale nazionale russo nel suo estremo bisogno di affermarsi”, scrive Ernst Nolte (7).
Altra componente rivoluzionario-conservatrice interessata al discorso ecologico è il movimento della gioventù, meglio noto col nome di Wandervögel (Uccello vagabondo). La coscienza ambientalista del movimento verrà condizionato dal filosofo Ludwig Klages, autore del saggio Mensch und Erde (8), “uno dei più grandi manifesti del movimento radicale eco-pacifista in Germania” (9) capace di criticare l’accelerazione delle estinzioni delle specie, la rottura dell’equilibrio dell’ecosistema globale, il disboscamento, la distruzione delle popolazioni autoctone e degli habitat selvaggi, l’espansione urbana e la crescente alienazione della gente dalla natura nel 1913. Ma lo si fa utilizzando categorie neo-romantiche di critica anticristiana, anticapitalista (di tipo solidarista e neocorporativo), l’utilitarismo economico, il consumismo e l’ideologia del progresso, senza dimenticare non solo certe critiche al cosiddetto cosmopolitismo da leggersi in chiave antiebraica, ma anche l’elogio del Geist come reazione alla razionalità illuminista.
Una critica simile, di stampo antirazionale, è presente nel discorso di Martin Heidegger, che criticava ferocemente la tecnologia moderna e quindi viene spesso celebrato come un precursore del pensiero ecologista, una contestazione dell’umanesimo antropocentrico, l’invito rivolto all’umanità a imparare “a lasciar essere le cose” la sua nozione che l’umanità sia coinvolta “in un gioco” o “in una danza” con la terra, il cielo e gli dei, la sua meditazione sulla possibilità di una maniera autentica di “dimorare” sulla terra, il suo lamentare che la tecnologia industriale inquina la terra, la sua enfasi sull’importanza del “locale” e della “patria”, l’Heimat, la sua convinzione che l’umanità dovrebbe custodire e conservare le cose, anziché dominarle, tutti aspetti del pensiero heideggeriano che ritroveremo nell’ecologia profonda e in certe riflessioni rivoluzionario-conservatrici della nouvelle droite (10), un coacervo di elementi controculturali che univa in un solo movimento neo-romanticismo, filosofie orientali, misticismo della natura, ostilità alla ragione e un forte impulso comunalista, in una ricerca – confusa ma non per questo non appassionata – di relazioni sociali autentiche e non alienate, che in parte rifluì nel Nsdap di Hitler, in parte nel privato; il riflusso era dettato dalla natura del movimento, molto forte fra i giovani, del tutto impolitico, che portò il movimento, vista la natura piccolo-borghese e reazionaria, al rendersi incapace di concretizzare una ribellione organizzata e focalizzata sul sociale, “convinto che i cambiamenti che desiderava avvenissero nella società non potessero essere ottenuti attraverso strumenti politici, ma soltanto attraverso il miglioramento degli individui”. Questo si dimostrò un errore fatale. “In generale, erano possibili due tipi di rivolta: avrebbero potuto proseguire la loro critica radicale della società, che a tempo debito li avrebbe portati nel campo della rivolta sociale. [Ma] i Wandervögel scelsero un’altra forma di protesta contro la società: il romanticismo” (11)”.
Fedele alla propria ideologia, il partito nazista (a cui aderiranno non pochi esponenti dell’ambiente rivoluzionario-conservatore, specie il mondo völkisch) avviò una propaganda e una politica di rivalutazione della natura che sconfinava nel neopaganesimo. Essa si rifaceva al ben noto mito – di origine romantica e idealistica – dell’età dell’oro, ossia il felice
Eden perduto, animato da uno ‘slancio vitale’ e caratterizzato da una primitiva ‘selvatichezza’ (Wildheit, oggi wilderness), una sorta di primigenia spontaneità (Ursprünglichkeit) che poneva l’uomo, la fauna e la flora in un tutt’uno organico. Nel nazionalsocialismo l’ecologismo si concretizza nel culto dell’organicismo olistico, una religione della natura (più che dell’uomo) e dell’ordine naturale con non poche venature pagane e antisemite: “Attraverso i loro scritti, non soltanto quelli di Hitler, ma in quelli della maggior parte degli ideologi nazisti, si può discernere una fondamentale deprecazione degli esseri umani di fronte alla natura e, come corollario logico, un attacco ai tentativi umani di dominare la natura”.
Citando un educatore nazista, la medesima fonte prosegue: “Le opinioni antropocentriste generalmente dovettero essere rifiutate. Sarebbero valide soltanto se il presupposto fosse che la natura è stata creata soltanto per l’uomo. Noi rifiutiamo decisamente questo atteggiamento. Secon do la nostra concezione della natura, l’uomo è un ingranaggio nella catena naturale della vita, esattamente come qualsiasi altro organismo” (12). Tale anima verde del nazionalsocialismo si concretizzò nelle politiche ruraliste del ministro dell’Agricoltura Richard Walther Darré e nella sua ideologia Sangue e Suolo (Blut und Boden), espressa nel libro del 1930 Neuadel aus Blut und Boden (La nuova nobiltà di Sangue e Suolo, edito in italiano nel 1978 dalle Edizioni di Ar di Franco Freda), ideologia basilare nel regime nazista, e che non va assolutamente scissa dall’idea etnonazionalista: “Nulla potrebbe essere più sbagliato che supporre che la maggior parte dei principali ideologi nazisti avessero cinicamente finto un romanticismo agrario e un’ostilità verso la cultura urbana, senza una convinzione intima e per semplici scopi elettorali e propagandistici, allo scopo di ingannare il pubblico […]. In realtà, la maggioranza dei principali ideologi nazisti erano senza dubbio più o meno propensi al romanticismo agrario e l’anti-urbanesimo e convinti della necessità di un relativo ritorno all’agricoltura” (13). Lo dimostrano la legislazione animalista del Reich elaborata da due esperti consulenti del ministero dell’Interno, i quali poi raccolsero il loro contributo in un loro saggio (Giese e Kahler, Il diritto tedesco sulla protezione degli animali, Duncker & Humblot, 1939), ispirata alle tesi del biologo nazista Walter Schönichen, docente di Protezione della Natura nell’Università di Berlino, il quale sintetizzò il suo pensiero in libri come La protezione della natura nel Terzo Reich (1934) e La protezione della natura come compito popolare e internazionale (1942). Insomma, come riassume un noto studioso concludendo un paragone tra l’ecologismo nazista e quello contemporaneo, “l’uomo viene a essere visto non più come signore e padrone di una natura umanizzata e coltivata dal suo lavoro, ma come responsabile di uno stato selvaggio originario fornito di diritti intrinseci, di cui egli è tenuto a salvaguardare in permanenza la ricchezza e la diversità” (14).
2 – continua
2 – La rivoluzione conservatrice e il nazismo
6) J Biehl, P. Staudenmaier, Eco-fascism. Lesson From The Germany Experience, AK Press – The Anarchist Library, 1995 – http://www.spunk.org/texts/places/germany/sp001630/ecofasc.html
7) E. Nolte, La rivoluzione conservatrice nella Germania della Repubblica di Weimar, a cura di L. Iannone, Rubbettino, Soveria Mannelli 2009
8) L. Klages, Mensch und Erde (1913), Diederichs, Jena 1937 (ed. it., L’uomo e la terra, Mimesis, Milano 1998)
9) U. Linse, Ökopax und Anarchie. Eine Geschichte der ökologischen Bewegungen in Deutschland, München, 1986, p. 60
10) Cfr. Ph. Baillet, Monte Veritá, 1900-1920: une “communauté alternative” entre mouvance völkisch et avant-garde artistique, in Nouvelle École, n. 51, année 2001, p. 126
11) W. Laqueur, Young Germany: A History of the German Youth Movement, Transaction Pub, New York 1962, pp. 41 e 6. Cfr. inoltre N. Cospito, I Wandervögel, il movimento giovanile tedesco da Guglielmo II al nazionalsocialismo, Editrice Il Corallo, Roma, 1984, D. Palermo, I precursori dell’ambientalismo, Libellula Edizioni, Tricase (LE), 2019 e Id., Rivolta e ambientalismo a partire dai Wandervögel, in Cittànuova, n. 2, febbraio 2018, pp. 11-14
12) R. Pois, National Socialism and the Religion of Nature, Londra, 1985, pp. 40, 42 e 43
13) K. Bergmann, Agrarromantik und Großstadtfeindschaft, cit., p. 334
14) L. Ferry, Le nouvel ordire écologique, Grasset, Parigi 1992, cap. II, par. II

L’ambientalismo di destra: introduzione


Di Matteo Luca Andriola

Se c’è un tema intorno al quale da destra è cresciuta ed è venuta articolandosi una critica al modello liberale è il tema dell’ambientalismo. Certo, va ribadito, c’è destra e destra. Una cosa è il mondo della cosiddetta ‘destra industrialista’, facilmente influenzabile dai richiami produttivisti, nazionalconservatori, liberali, tutta profitto e produzione. Altro evidentemente le idee declinate da chi – e non da oggi – ha individuato nell’ecologia un originale fronte di lotta, ma del tutto differente da un certo ecologismo progressista.
Il dibattito sull’ecologia è effettivamente datato: tracce di un interesse per l’ambiente a destra le ritroviamo in Francia e in Germania fra l’800 e il 900. L’invocazione di leggi naturali (patrimonio del cattolicesimo), il ritorno alla natura contro la città che corrompe, sono un cavallo di battaglia della vecchia destra reazionaria, proposta dai tradizionalisti come Maurice Barrès e Charles Maurras – quest’ultimo leader dell’Action française e dei Camelots du roi, gruppo monarchico ultranazionalista francese – entrambi sostenitori di una forma di regionalismo neofeudale e ruralista che unisce delocalizzazione dell’economia e ritorno alle radici ataviche. Maurras ha anche basato le sue teorie su una sintesi tra cattolicesimo e darwinismo applicato alla società, il cosiddetto darwinismo sociale: vi è cioè una sorta di ‘selezione naturale’ nel corpo sociale, fra individui e gruppi, che mette in evidenza la possibilità di gerarchizzazione naturale di chi è più debole. Questi due modi di difendere l’esistenza di leggi naturali destinate a governare la vita umana sono stati usati per giustificare il rifiuto e la necessaria difesa della società contro ciò che è estraneo.
Tutte suggestioni che ritroveremo durante l’occupazione tedesca e nella Repubblica di Vichy, quando le autorità di questo Stato fondato su concetti antitetici all’Illuminismo – il motto era Travail, Famille, Patrie in antitesi a Liberté, Egualité, Fraternité – valorizzeranno i contadini e il ritorno alla terra, considerati come i pilastri essenziali della rivoluzione nazionale, una politica ruralista tentata al fianco di una fondata sullo sviluppo industriale, basata sulla promozione del ritorno alle campagne, dato che la propaganda pétainista ha sempre messo avanti l’idea che “la terra non mente”. L’ecologismo moderno francese, non casualmente, che si strutturerà alla fine degli anni ’60, avrà fra i suoi padri l’intellettuale liberale Bertrand de Jouvenel, ex militante di estrema destra del 1930, legato al Parti populaire français dell’ex comunista Jacques Doriot, legato all’ambiente pétainista (1).
Ma è in Germania che l’ecologismo di destra ha una sua codificazione, dove nasce l’ecologia – termine coniato nel 1867 dallo zoologo Ernst Haeckel, istituito come disciplina scientifica dedicata allo studio delle interazioni fra organismo e ambiente – lì dove si affermano i Grüne, modello per i verdi di tutta Europa. Questo per il suo esser sintesi fra naturalismo e nazionalismo germanico, un’unione nata sotto l’influenza dell’irrazionalismo anti-illuminista di tradizione romantica, grazie al contributo di intellettuali di Ernst Moritz Arndt, difensore della causa contadina che lo portò a interessarsi della salvaguardia dell’ambiente. Gli storici dell’ambientalismo tedesco lo citano come il primissimo esempio di pensiero ecologista nel senso moderno del termine (2), fautore di una visione olistica fra uomo e ambiente (“Quando si considera la natura come connessione e interrelazione necessaria, tutto diviene egualmente importante.
Un arbusto, un verme, una pianta, un uomo, una pietra: nulla viene prima o dopo, tutto è parte di una singola unità”, scrive Arndt nel 1815 [3]), ma inesorabilmente legata a una visione del mondo critica verso il meticciato e per la preservazione della ‘germanità’, concetti ripresi dal discepolo Wilhelm Heinrich Riehl, che nel 1853 sosterrà: “Dobbiamo preservare la foresta, non solo affinché i nostri forni non divengano freddi nell’inverno, ma affinché permanga calda e gioiosa anche la pulsione vitale del popolo, affinché la Germania rimanga tedesca”, criticando lo sviluppo industriale e urbanistico, glorificando i valori agricoli rurali condannando la modernità, qualificandolo come il “fondatore del romanticismoagrario e dell’anti-urbanismo” (4). Saranno suggestioni che ritroveremo nel “movimento völkisch [che] aspirava a ricostruire una società determinata dalla storia, radicata nella natura e in comunione con lo spirito cosmico di vita” (5), e che unì il populismo etnocentrico al misticismo della natura, in una dura critica della modernità.
Il pensiero volkish e la “Rivoluzione Conservatrice” saranno al centro dell’analisi della seconda parte del dossier.
1 – continua.
1) Cfr. H. Amouroux, La Grande Histoire des Français sous l’Occupation, 10 voll., Éditions Robert Laffont, Parigi 1975-1993
2) Cfr. G. L. Mosse, The Mystical Origins of National Socialism, in Journal of the History of Ideas, vol. 22, n. 1, gennaio 1961, p. 81. Cfr. J. A. Goldstein, On Racism and Anti-Semitism in Occultism and Nazism, in L. Rothkirchen, Yad Vashem Studies 13, Ed. Yad Vashem, Gerusalemme 1979, pp. 53-72
3) Cit. in R. Krügel, Der Begriff des Volksgeistes in Ernst Moritz Arndts Geschichtsanschauung, Langensalza, 1914, p. 18
4) Cfr. K. Bergmann, Agrarromantik und Großstadtfeindschaft, Meisenheim, 1970, p.
38. Il concetto di Großstadtfeindschaft non ha corrispettivi in italiano, ma indicherebbe l’ostilità al cosmopolitismo, all’internazionalismo e alla tolleranza culturale per le città in quanto tali. L’anti-urbanismo romantico è l’esatto opposto della critica attenta dell’urbanizzazione elaborata dal filosofo anarchico ed ecologista Murray Bookchin in Urbanization Without Cities, Montreal 1992 e in The Limits of the City, Montreal, 1986 (ed. it. I limiti della città, Feltrinelli, Milano 1975), o dagli autori eco-marxisti ed eco-socialisti
5) G. L. Mosse, Le origini culturali del Terzo Reich, Il Saggiatore, Milano 1968, p. 29

Nuova destra e populismo: laboratorio Italia


Di Matteo Luca Andriola

Nessuno si sarebbe mai aspettato – almeno con certa repentinità e con certe dinamiche – la caduta del governo Conte che aveva unito in maniera ‘idilliaca’, o almeno era questa la narrazione corrente, la Lega di Matteo Salvini e il Movimento 5 stelle di Luigi Di Maio. Un governo controverso, che pareva unire istanze di una destra identitaria e conservatrice con quelle di un certo movimentismo dalle vaghe venature sociali, un’unione fortemente contrastata dal grosso dell’establishment politico e giornalistico (quello che veniva definito come la ‘casta’) e che sembrava andare – è questo il messaggio passato in certi ambienti intellettuali di destra – al di là della destra e della sinistra.
La nascita del governo giallo-verde aveva acceso le speranze di vasti settori dell’intellettualità ‘non-conforme’, dalla nouvelle droite francese ai settori dell’ambiente eurasiatista condizionati dalle riflessioni di Aleksandr Dugin. La motivazione era semplice: per la prima volta nella storia, un movimento esplicitamente di destra e su posizioni populiste e identitarie si alleava per governare un Paese assieme a una forza antisistema che raccoglieva senz’altro un elettorato misto, ma che si caratterizzava per temi come l’ecologia sostenibile, la democrazia diretta elettronica (o e-democracy), temi che possono avere una vaga connotazione di sinistra assieme alla critica a trattati come il TTIP – duramente contestato da Alain de Benoist in un libro edito in Italia da Arianna Editrice (1) – e il Ceta che, va detto, in Francia è stato votato da buona parte dell’esecutivo macroniano, a scapito dell’allevamento e dell’agricoltura locale (2). La convergenza di due forze così differenti è stata così salutata nell’area anticonformista europea ed eurasiatica, elevando l’Italia a laboratorio privilegiato per lo sviluppo di nuove sintesi, ora non più culturali e metapolitiche, ma addirittura politiche.
Ergo, il gramscismo di destra predicato fin dai tardi anni ’60 in Francia si era forse affermato nel nostro Paese? L’Italia stava divenendo neodestrista, comunitaria e trasversalista?
È quello che in maniera esplicita hanno detto i giornali di colore liberale davanti alla convergenza – tutt’altro che spontanea, dato che è nata dopo un lungo travaglio e il rifiuto del Partito democratico egemonizzato dai renziani di convergere col M5s – di due forze diversissime, che faranno un esecutivo descritto da molti come né di destra né di sinistra ma simultaneamente di ambo i colori, al punto che il quotidiano online Linkiesta.it, che da sempre ha avversato il governo Conte per le simpatie europeiste e liberaldemocratiche della direzione, l’ha definito “governo rossobruno”, fautore dell’incontro, dell’alleanza fra radicali di sinistra e di estrema destra. Un’idea di cui – anche se Di Maio e Salvini dicono di voler superare le vecchie categorie – George Sorel avrebbe parlato già cento anni fa e che il Carroccio farebbe sua non solo dalla ripresa delle tesi di Alain de Benoist ma anche di quelle di Aleksandr Dugin, descritto semplicisticamente come l’“ideologo di Putin, ex eminenza grigia sia per i nazionalisti di Žirinovskij che per i comunisti di Zjuganov”, e grazie al flirt di un giovane filosofo come Diego Fusaro “che si definisce marxista, [...] allievo di un altro marxista, Costanzo Preve, che negli anni ’70 sposò la necessità di questa ibridazione fra estreme. Insomma, Lega e M5s al popolo parlano la lingua del nuovismo e del superamento della destra e della sinistra, ma nascono, in realtà, nell’alveo di una elaborazione intellettuale chiara, precisa: il rossobrunismo. [...] L’Italia è, dunque, come altre volte nella sua storia, un laboratorio politico globale. Non sempre queste sperimentazioni hanno portato bene al Paese” (3).
Semplificazioni – con non poche inesattezze, come quella di vedere Preve attivo nella messa in discussione della diade dicotomica destra/sinistra fin dagli anni ’70, cosa da lui sostenuta negli ultimi anni di vita – unite alla già citata “psicosi rossobruna” atta a demonizzare chiunque metta in discussione il pensiero unico liberale a sinistra (4), che dimostra come i media italiani ed europei siano completamente disconnessi e scollegati col comune senso, al punto di non comprendere la fenomenologia del populismo. Ma se l’etichetta detta da un liberale è a fini denigratori, così non è stato per vasti settori della nouvelle droite d’Oltralpe, lì dove esistono ben due forze populiste anti-establishment in competizione, una di stampo socialista, La France insoumise di Jean-Luc Mélenchon, e una di destra identitaria come il Rassemblement national di Marine Le Pen, l’ex Front national, che ha però messo in soffitta – a differenza della Lega che ancora parla di flat tax – il neoliberismo reaganiano degli anni ’80 per un programma economico dal vago sapore keynesiano.
E infatti il n. 176 del febbraio-marzo 2019 del bimestrale Éléments, l’organo del Grece, l’associazione metapolitica che elabora in Francia le tesi filosofiche della nouvelle droite, consacra un dossier niente meno che all’Italia, dal titolo inequivocabile: “Italie: le laboratoire politique du populisme”, un dossier su un’Italia “vue de droite”, per citare un de Benoist d’annata, con un Paese visto come un creativo e inedito “laboratoire politique du populisme” trasversalista. Di un fenomeno, il populismo, attenzione, che, come si autodefinisce, guarda al di là della destra e della sinistra. Parliamo di intellettuali non conformi oggi tentati dal populismo i quali, in nome dell’ostilità nei confronti del ‘totalitarismo liberale’, attualizzano l’appello disperato dell’intellettuale collaborazionista Pierre Drieu La Rochelle, che pur di opporsi alla società liberale incarnata negli Alleati che sbarcavano in Normandia nel giugno 1944, da lui giudicata caricaturalmente come una costosa truffa criminale, si augurava che il comunismo sovietico, in altre parole lo strutturalismo marxista, vincesse la guerra, vedendo nel sovietismo e nei T34 russi la sola alternativa all’individualismo e alla democrazia prodotti della décadence occidentale: “Il mio odio per la democrazia mi fa desiderare il trionfo del comunismo. In mancanza del fascismo [...] solo il comunismo può mettere veramente l’uomo con le spalle al muro, costringendolo ad ammettere di nuovo, come non avveniva più dal Medioevo, che ha dei padroni. Stalin, più che Hitler, è l’espressione della legge suprema”, scriverà il 2 settembre 1943 nei suoi diari. Ora, probabilmente, mentre Drieu La Rochelle vede nella società-caserma e nel costruttivismo militarizzato la redenzione per l’Europa, oggi la ‘salvezza’ dal post-modernismo, dopo anni di riflessioni di matrice politeista filosofico, cognitivo e relativista, è scorta nientemeno da alcuni settori della nouvelle droite nel “costruttivismo populista”. Un salto avanti o indietro?
C’è senz’altro un senso di invidia verso l’Italia: lì in Francia il duo populista non ha mai tentato una convergenza, anche se Mélenchon ha fatto saltare quel fronte repubblicano in auge fin dal gennaio 1956, che vedeva convergere, prima contro i qualunquisti poujadisti poi contro i frontisti lepenisti, l’intero arco parlamentare per bloccare i populisti, più volte applicato al Front national al secondo turno delle presidenziali, ma non nel 2017, quando il leader gauchista decide di non far convergere i voti del suo elettorato a vantaggio di Macron, per il suo programma liberista, venendo accusato di rossobrunismo dai liberali perché “lo slogan elettorale della Le Pen è Au nom du Peuple, quello di Mélenchon La force du Peuple, dettagli che ci aiutano a capire perché la sinistra faccia fatica a schierarsi con Macron” dato che “la Le Pen piace [a sinistra] perché è nazionalista, proprio come Mélenchon, e per le sue posizioni critiche nei confronti dell’euro e dell’Unione europea. Insomma la logica è molto semplice: il nemico del mio nemico è mio amico. E così la Le Pen finisce per essere ‘il male minore’” (5).
Ma non si spiega l’entusiasmo di alcuni redattori di Éléments per Matteo Salvini, all’epoca vicepresidente del Consiglio e ministro dell’Interno e descritto come “nouvelle homme fort de l’Europe”, specie per il suo programma economico tutt’altro che keynesiano (e causa prima delle frazioni col M5s), mentre è la critica al liberismo in nome di un pro gramma di “economia mista” che potrebbe permettere in Francia la con vergenza fra populismo gauchista mélenchoniano e populismo identitario lepenista, anche se forse ciò è comprensibile dato che tutto nasce dal ritratto del politico lombardo fatto dall’italiano Antonio Rapisarda, giornalista de Il Tempo, di Libero e collaboratore del sito Barbadillo.it e de Il Primato Nazionale, tutti di destra, autore di un volume, All’armi siam leghisti, dove si analizza l’egemonia culturale e politica della destra postmissina, dell’area identitaria e di quella metapolitica nel Carroccio dopo la fine di Alleanza nazionale (6), un dossier con analisi su CasaPound, modello anche per la destra non conforme d’Oltralpe (si vedano gli articoli La CasaPound de l’intérieur: une Rome révolutionnaire Rencontre avec Adriano Scianca: l’esprit corsaire) e sul sindacato di destra Ugl, erede della Cisnal missina, con un’intervista al suo segretario generale, Le syndicalisme italien: rencontre avec Paolo Capone, descritto come un sindacato vicino alla Lega, segnale di un’egemonia a destra a scapito degli eredi del Msi e di An, cioè Fratelli d’Italia.
Nel dossier, nella rubrica “Le pays du ‘populisme intégral’”, si darà voce a intellettuali militanti che, a loro modo, incarnano tutti la Weltanschauung populista, dagli entusiasti e giovanissimi Diego Fusaro (che loda l’esperimento giallo-verde contro le élite) e Sebastiano Caputo (de L’Intellettuale Dissidente, un laboratorio metapolitico che propone la concretizzazione politica di nuove sintesi culturali), ai maturi Gabriele Adinolfi (che cautamente teme il trasformismo dei ‘rivoluzionari’, che entrati nella stanza dei bottoni mutano da incendiari a pompieri) e Marco Tarchi.
Su quest’ultimo bisogna soffermarsi, sorvolando un attimo sul fatto che è la principale mente della Nuova destra metapolitica italiana, l’animatore di riviste come Diorama letterario, Trasgressioni e della cooperativa editoriale La Roccia di Erec e il divulgatore del pensiero debenoistiano dagli anni ’70, ma sul fatto che egli è uno dei più affermati politologi e storici italiani all’Università di Firenze, fra i primi a occuparsi in maniera accademica della fenomenologia populista in Italia. Se nell’intervista vengono fuori le contraddizioni che successivamente faranno saltare l’esecutivo, e cioè la compresenza di tesi decresciste in seno al grillismo assieme al produttivismo “da capannone” della Lega, forte soprattutto nel Nord-Est, è nelle sue opere che noi capiamo cos’è la fenomenologia del populismo, esposto nel libro L’Italia populista: “Si può concordare sul fatto che esso [il populismo] non corrisponde in alcun modo univoco a un particolare e ben definito tipo di regime politico, o che non ha presentato contenuti omogenei in tutte le sue manifestazioni empiriche e pertanto non può essere ricondotto né a una visione del mondo intesa secondo i canoni delle classiche Weltanschauung né a un programma politico fissato una volta per tutte e da tutti i suoi esponenti rispettato, ma ciò non autorizza a negare che sia possibile coglierne un’essenza”, che accomuna in Italia fenomeni differenti oltre al leghismo, fenomeni trasversali come il qualunquismo di Giannini negli anni ’40-50, il tele-populismo di Berlusconi (o telecrazia), il presidente picconatore Francesco Cossiga che agisce in una fase travagliata per la storia repubblicana, fenomeni che per comodità definiamo di sinistra come l’Italia dei valori dell’ex pm Antonio Di Pietro (nonostante il background moderato del magistrato), i radicali di Marco Pannella (liberali, liberisti e libertari), i Girotondi e i meetup attorno a Beppe Grillo da cui nasce il Movimento 5 stelle, senza dimenticare all’estero personalità come Peròn, la Thatcher, Reagan, Haider e Ross Perot, i classici Bossi e Le Pen (il padre), Chàvez, Alberto Fujimori, Saddam Hussein, Gamal Abd el-Nasser, Lec Walesa ecc., tutti diversi, alcuni situati a destra e altri a sinistra, a dimostrazione che il populismo è un metodo e non un’ideologia, che si espleta nella “sfiducia nei meccanismi della rappresentanza [...] [che] non si traduce necessariamente in rifiuto della democrazia. Anzi, per taluni versi dà adito a richieste di maggior democraticizzazione del rapporto fra la società e le istituzioni. A seconda delle circostanze, può alimentare la tentazione semplificatrice estrema dell’affidamento di ogni responsabilità di conduzione della collettività a un uomo forte oppure stimolare la ricerca di strumenti di controllo dal basso dell’azione di governo” (7).
Una descrizione che include ovviamente quel populismo di sinistra che guarda a movimenti come il citato socialista Mélenchon, Podemos in Spagna, il democratico Bernie Sanders, il laburista Jeremy Corbyn e le riflessioni di filosofi socialisti e marxisti come il gramsciano Ernesto Laclau, Jean-Claude Michéa, Carlo Formenti ne La variante populista (Derive Approdi, 2016), tutti critici verso gli squilibri della globalizzazione neoliberista e a favore del ripristino della sovranità popolare entro gli Stati nazione. Analisi accademiche – ma che traspaiono anche nelle riflessioni sulle varie riviste dirette dal prof. Tarchi – che vengono esposte a sua volta da Alain de Benoist in Droite-gauche, c’est fini! Le moment populiste, edito in Italia da Arianna Editrice, che vede nel trionfo del populismo e della sua forma mentis nella crisi del sistema liberale con la conclusione della stagione prospera dei Trenta Gloriosi (1945-1975) e l’affermazione di una mentalità mercatista e liberale in seno alla sinistra, sia socialista che comunista, entrambe non più interessante a raggiungere una società socialista senza classi dove la ricchezza viene equamente ridistribuita, ma gradualmente sempre più proni al mercato, cosa evidente se si analizzano i programmi dei partiti più radicali, con piattaforme identiche a quelle dei riformisti degli anni ’60-70.
La tesi di de Benoist è che il populismo è l’emergere di una nuova opposizione politica, con diversi protagonisti, neutralizzando la vecchia destra/sinistra, borghesia/proletariato espletate da Erich Hobsbawm durante Il secolo breve, gradualmente neutralizzata, politicamente depotenziata con l’emergere della nuova dominati/dominanti, e “si conferma dappertutto l’ampiezza del fossato che separa il popolo dalla classe politica al potere. Ovunque emergono nuove divisioni, che rendono obsoleta la vecchia divisione destra-sinistra”. In pochi decenni i sistemi politici, basati da molti decenni sugli stessi partiti sono stati completamente scon volti: “In Italia la Democrazia cristiana e il Partito comunista sono praticamente spariti. Lo stesso dicasi dei vecchi partiti di governo greci. In Spagna, negli ultimi anni, il Psoe e Alleanza popolare si sono continuamente indeboliti a vantaggio di Podemos e Ciudadanos. In Austria, i due partiti di governo – socialdemocratico e cristiano-sociale – hanno raccolto solo il 22 per cento dei voti all’elezione presidenziale del 2016”. Gli operai e il “popolo minuto”, un tempo schierato a sinistra, concede la maggioranza dei suffragi ai populisti e “il comportamento dei partiti, ne trae le conseguenze. A questa apparente destrutturazione dell’elettorato corrisponde, al livello degli Stati maggiori politici e delle squadre di governo, un prodigioso spostamento verso il centro, cui per natura spinge il bipartitismo”. Alla ricerca di un consenso decrescente e, talvolta, definitivamente perduto.
Note
1 Cfr. A. de Benoist, Il Trattato Transatlantico: l’accordo commerciale Usa-Ue che condizionerà le nostre vite, Arianna Editrice, 2015
2 Anche nel partito del presidente Emmanuel Macron, tuttavia, 52 deputati hanno preferito astenersi. E 9 hanno votato No. Tutto il centrosinistra (Ps, Verdi e altri) e la sinistra radicale (La France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon, Pcf e altri) si sono schierati contro. Cfr. Le CETA, controversé accord de libre-échange avec le Canada, approuvé à l’Assemblée, LeMonde.fr, 23 luglio 2019, https://www.lemonde.fr/politique/article/2019/07/23/l-assemblee-nationale-vote-la-ratification-du-ceta-controversetraite-de-libre-echange-entre-l-ue-et-le-canada_5492576_823448.html
3 Altro che gialloverde, il governo Lega-5Stelle è rossobruno, n. f., Linkiesta.it, 26 maggio 2018, https://www.linkiesta.it/it/article/2018/05/26/altro-che-gialloverde-ilgoverno-lega-5stelle-e-rossobruno/38226/
4 Cfr. M. L. Andriola, Psicosi rossobruna, Paginauno n. 61/2019
5 G. Drogo, Il rossobrunismo che vota Marine Le Pen, NextQuotidiano.it, 27 aprile 2017, https://www.nextquotidiano.it/rossobruni-marine-le-pen/
6 Cfr. A. Rapisarda, All’armi siam leghisti. Come e perché Matteo Salvini ha conquistato la Destra, Wingsbert House, 2015
7 M. Tarchi, L’Italia populista, Il Mulino, 2003, pp. 15, 13 e 31
8 Cit. in V. Benedetti, De Benoist: “Italia laboratorio del populismo. Ma governo Lega-M5S non durerà”, ilprimatonazionale.it, 7 gennaio 2019,https://www.ilprimatonazionale.it/politica/de-benoist-italia-populismo-governo-lega-m5s-100263/

NEWS, SITI CONSIGLIATI & BLOGROLL

VISUALIZZAZIONI TOTALI

Follow by Email

Contact Me

Nome

Email *

Messaggio *