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L’ambientalismo di destra: introduzione

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Di Matteo Luca Andriola

Se c’è un tema intorno al quale da destra è cresciuta ed è venuta articolandosi una critica al modello liberale è il tema dell’ambientalismo. Certo, va ribadito, c’è destra e destra. Una cosa è il mondo della cosiddetta ‘destra industrialista’, facilmente influenzabile dai richiami produttivisti, nazionalconservatori, liberali, tutta profitto e produzione. Altro evidentemente le idee declinate da chi – e non da oggi – ha individuato nell’ecologia un originale fronte di lotta, ma del tutto differente da un certo ecologismo progressista.
Il dibattito sull’ecologia è effettivamente datato: tracce di un interesse per l’ambiente a destra le ritroviamo in Francia e in Germania fra l’800 e il 900. L’invocazione di leggi naturali (patrimonio del cattolicesimo), il ritorno alla natura contro la città che corrompe, sono un cavallo di battaglia della vecchia destra reazionaria, proposta dai tradizionalisti come Maurice Barrès e Charles Maurras – quest’ultimo leader dell’Action française e dei Camelots du roi, gruppo monarchico ultranazionalista francese – entrambi sostenitori di una forma di regionalismo neofeudale e ruralista che unisce delocalizzazione dell’economia e ritorno alle radici ataviche. Maurras ha anche basato le sue teorie su una sintesi tra cattolicesimo e darwinismo applicato alla società, il cosiddetto darwinismo sociale: vi è cioè una sorta di ‘selezione naturale’ nel corpo sociale, fra individui e gruppi, che mette in evidenza la possibilità di gerarchizzazione naturale di chi è più debole. Questi due modi di difendere l’esistenza di leggi naturali destinate a governare la vita umana sono stati usati per giustificare il rifiuto e la necessaria difesa della società contro ciò che è estraneo.
Tutte suggestioni che ritroveremo durante l’occupazione tedesca e nella Repubblica di Vichy, quando le autorità di questo Stato fondato su concetti antitetici all’Illuminismo – il motto era Travail, Famille, Patrie in antitesi a Liberté, Egualité, Fraternité – valorizzeranno i contadini e il ritorno alla terra, considerati come i pilastri essenziali della rivoluzione nazionale, una politica ruralista tentata al fianco di una fondata sullo sviluppo industriale, basata sulla promozione del ritorno alle campagne, dato che la propaganda pétainista ha sempre messo avanti l’idea che “la terra non mente”. L’ecologismo moderno francese, non casualmente, che si strutturerà alla fine degli anni ’60, avrà fra i suoi padri l’intellettuale liberale Bertrand de Jouvenel, ex militante di estrema destra del 1930, legato al Parti populaire français dell’ex comunista Jacques Doriot, legato all’ambiente pétainista (1).
Ma è in Germania che l’ecologismo di destra ha una sua codificazione, dove nasce l’ecologia – termine coniato nel 1867 dallo zoologo Ernst Haeckel, istituito come disciplina scientifica dedicata allo studio delle interazioni fra organismo e ambiente – lì dove si affermano i Grüne, modello per i verdi di tutta Europa. Questo per il suo esser sintesi fra naturalismo e nazionalismo germanico, un’unione nata sotto l’influenza dell’irrazionalismo anti-illuminista di tradizione romantica, grazie al contributo di intellettuali di Ernst Moritz Arndt, difensore della causa contadina che lo portò a interessarsi della salvaguardia dell’ambiente. Gli storici dell’ambientalismo tedesco lo citano come il primissimo esempio di pensiero ecologista nel senso moderno del termine (2), fautore di una visione olistica fra uomo e ambiente (“Quando si considera la natura come connessione e interrelazione necessaria, tutto diviene egualmente importante.
Un arbusto, un verme, una pianta, un uomo, una pietra: nulla viene prima o dopo, tutto è parte di una singola unità”, scrive Arndt nel 1815 [3]), ma inesorabilmente legata a una visione del mondo critica verso il meticciato e per la preservazione della ‘germanità’, concetti ripresi dal discepolo Wilhelm Heinrich Riehl, che nel 1853 sosterrà: “Dobbiamo preservare la foresta, non solo affinché i nostri forni non divengano freddi nell’inverno, ma affinché permanga calda e gioiosa anche la pulsione vitale del popolo, affinché la Germania rimanga tedesca”, criticando lo sviluppo industriale e urbanistico, glorificando i valori agricoli rurali condannando la modernità, qualificandolo come il “fondatore del romanticismoagrario e dell’anti-urbanismo” (4). Saranno suggestioni che ritroveremo nel “movimento völkisch [che] aspirava a ricostruire una società determinata dalla storia, radicata nella natura e in comunione con lo spirito cosmico di vita” (5), e che unì il populismo etnocentrico al misticismo della natura, in una dura critica della modernità.
Il pensiero volkish e la “Rivoluzione Conservatrice” saranno al centro dell’analisi della seconda parte del dossier.
1 – continua.
1) Cfr. H. Amouroux, La Grande Histoire des Français sous l’Occupation, 10 voll., Éditions Robert Laffont, Parigi 1975-1993
2) Cfr. G. L. Mosse, The Mystical Origins of National Socialism, in Journal of the History of Ideas, vol. 22, n. 1, gennaio 1961, p. 81. Cfr. J. A. Goldstein, On Racism and Anti-Semitism in Occultism and Nazism, in L. Rothkirchen, Yad Vashem Studies 13, Ed. Yad Vashem, Gerusalemme 1979, pp. 53-72
3) Cit. in R. Krügel, Der Begriff des Volksgeistes in Ernst Moritz Arndts Geschichtsanschauung, Langensalza, 1914, p. 18
4) Cfr. K. Bergmann, Agrarromantik und Großstadtfeindschaft, Meisenheim, 1970, p.
38. Il concetto di Großstadtfeindschaft non ha corrispettivi in italiano, ma indicherebbe l’ostilità al cosmopolitismo, all’internazionalismo e alla tolleranza culturale per le città in quanto tali. L’anti-urbanismo romantico è l’esatto opposto della critica attenta dell’urbanizzazione elaborata dal filosofo anarchico ed ecologista Murray Bookchin in Urbanization Without Cities, Montreal 1992 e in The Limits of the City, Montreal, 1986 (ed. it. I limiti della città, Feltrinelli, Milano 1975), o dagli autori eco-marxisti ed eco-socialisti
5) G. L. Mosse, Le origini culturali del Terzo Reich, Il Saggiatore, Milano 1968, p. 29

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