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Partiti ed Opere Pubbliche negli anni ’80: Politica, Mercato, Pubblica Amministrazione


Di Giorgio Pirré

“… sors non est aliquid mali, sed res, in humana dubitatione, divinam indicans voluntatem” Sant’Agostino, ps 30, 16, enarr. 2, serm. 2.

2.3. Politica, Mercato, Pubblica Amministrazione.

Guardiamo da un altro versante la questione della differenza tra le nazioni di cultura politica anglosassone e l’Italia circa la diversa legittimazione del successo politico e del suo uso. Giovanni Sartori distingue tra democrazie realiste (utilitariste) di tradizione anglosassone e democrazie di ragione (teleologiche) di tradizione continentale [Sartori 1993]. La distinzione si fonda non solo sui diversi valori diffusi all’interno dei differenti ordinamenti ma sul ruolo diverso della politica in relazione ai fatti economici e sociali ed alla loro regolazione. L’autore valuta più vicine al modello ideale di democrazia quelle utilitariste di derivazione anglosassone. Una riserva critica [Pasquino 1993] sembra essere il favore di Sartori per l’indipendenza del mercato da regole e restrizioni laddove invece avrebbe dovuto esserci una certa attenzione proprio agli aspetti ed ai soggetti destinati a regolarlo: Pasquino fa esplicito riferimento ad Anthony Downs [1988] ed alla sua teoria economica della democrazia come fonte del pensiero di Sartori.
Sembra riprodursi la differenza che evidenziavamo tra Lindblom ed Etzioni: interazione senza regole tra attori; o apposizione di regole alle interazioni? Rimanendo nel campo che ci è proprio ci sembra che la differenza attiene al diverso valore (e quindi alla supremazia) che viene assegnato all’un campo di regole rispetto all’altro: utilità ex ante (politica), utilità ex post (mercato).
La diversa origine dei sistemi politici nazionali rende ragione dell’utile distinzione operata da Sartori tra democrazie utilitariste e democrazie teleologiche. In Inghilterra lo Stato di diritto è nato di pari passo al capitalismo. Negli Stati Uniti l’intero edificio politico-istituzionale è costruito attorno alle attività economiche e l’azionariato diffuso è uno dei collanti che legittima i rapporti intra sistemici e ne qualifica l’interazione: quando le imprese decidono di quotarsi in borsa go public e cioè become a public company; e le compagnie assicurative svolgono un ruolo fondamentale nella definizione e la garanzia del tempo futuro attraverso le polizze vita e sanitarie. Se invece passiamo a considerare le democrazie continentali il primo pensiero va alla Rivoluzione Francese, alla Ragione, alla nascita della parola “sinistra”; se vogliamo, al periodo di Robespierre dove la riproposizione dei valori politici era ab-soluta eppure morale perché indirizzata a “valori più elevati”. Quindi, nel rapporto tra valore da assegnare agli spazi di mercato (utilità ex post) e valore da assegnare alla discrezionalità politica (utilità ex ante) sembra risiedere una delle differenze fondamentali tra democrazie occidentali. Ma anche, aggiungiamo, una delle più interessanti dialettiche da esaminare.
Si può utilizzare la qualità del rapporto con il mercato (il luogo dove i soggetti dovrebbero tendere ad avere comportamenti il più possibile efficienti e di concorrenza) come uno degli indicatori per qualificare partiti e sistemi politici. Quanto più le scelte politiche tendono a prefigurare le utilità migliori\auspicabili in un’arena (o in più arene) tanto più si tende a togliere spazio a soggetti economici che agiscono per utilità diretta ed immediata. La differente valutazione (meglio\peggio) dei due sistemi di valutazione (legittimità dell’utilità a monte dell’interazione; dell’utilità a valle) chiarisce le posizioni. Il mix tra i due estremi diviene un’altra delle variabili: per qualificare le posizioni del singolo attore, per valutare una interazione semplice, per valutare il risultato di un sistema di interazioni. Per questa via è possibile dire che la confluenza all’interno di soggetti formalmente solo politici di utilità direttamente economiche (tramite le imprese cooperative ed il sistema delle imprese pubbliche) tende a prefigurare soggetti con una ideologia tendenzialmente totalizzante, che mira cioè a coprire con le sue razionalità a priori quanti più ambiti sociali (e quindi logici; cognitivi) possibili.
Il maggior spazio che viene dato ai (o viene preso dai) soggetti economici che agiscono in regime di mercato concorrenziale corrisponderebbe ad una progressiva sottrazione degli spazi politico-discrezionali. Durante questa progressiva perdita d’importanza dell’etica a priori un indicatore importante è il ruolo che viene dato all’istituzione statale in qualità di soggetto terzo, in grado di far rispettare le regole del gioco ai contendenti. Nell’interazione tra politica ed economia l’amministrazione pubblica dovrebbe essere, in teoria, il soggetto in grado di regolare con procedure chiare ed evidenti il rapporto tra valori (tendenzialmente assoluti) ed utilità (necessariamente parziali). L’assenza di questo livello di garanzia porta, come si è detto, all’appiattimento delle scelte istituzionali su fini intra organizzativi, cioè dei partiti; e al potenziale uso discrezionale intra organizzativo di risorse formalmente pubbliche.
 Alcuni casi europei sembrano confermare l’assunto. Colpisce in particolare il caso della burocrazia francese. Tradizionalmente considerata tra le migliori del mondo, ha conosciuto negli anni ’80 un impoverimento tecnico e di legittimità, parallelamente all’estendersi della pratica della nomina politica e partigiana da parte del partito socialista. Nello stesso periodo in Francia sembra essersi diffusa sempre di più una cointeressenza tra mondo politico, mondo degli affari, amministrazione[1]. Diventa difficile dare giudizi di sintesi su questioni così complesse; tuttavia si può rilevare che la prassi del partito socialista francese, fondata sul controllo diretto di molte leve della burocrazia e dell’amministrazione, sembra aver posto le premesse per una generale impunità. Accentuata dalla dipendenza del pubblico ministero francese dall’esecutivo, dall’indipendenza da molte regole procedurali dei leader politico-istituzionali locali, dal periodo particolarmente lungo di presidenza mitterrandiana. Giudizi analoghi possono essere dati sul caso spagnolo anche se, ovviamente la costruzione della democrazia dopo il franchismo ha posto problemi di tipo molto diverso.[2]L’impressione, comunque, è che ogniqualvolta si tende a far prevalere le utilità ex-ante (discrezionalità politica) sulle procedure formali e visibili il pur nobile obiettivo di superare ostacoli ed impacci finisce col giustificare qualsiasi prassi che si autolegittima. Si può aggiungere che i fenomeni di appropriazione di risorse pubbliche sono tanto più dannosi quanto più legati ad organizzazioni in grado di esercitare una discrezionalità parecchio distorsiva delle curve di utilità degli altri attori. In questa direzione il parere di Matte Blanco[3] [1987] che rifletteva sul rapporto tra Polis e Psiche: sosteneva che la corruzione dei singoli (appropriazione di risorse altrui) fosse meno pericolosa perché meno distorsiva della allocazione delle risorse rispetto alla corruzione (sottrazione illecita di risorse) esercitata da soggetti organizzati. È la stessa logica sottesa alle normative antitrust che cercano di evitare le posizioni dominanti ed oligarchiche.
Pensiamo di poter leggere in questa direzione anche i risultati di ricerca di Putnam [1988] [1993]. L’autore statunitense sostiene che a prescindere dalle formazioni politiche e dai contingenti successi economici, le regioni italiane a maggior benessere economico sono quelle che hanno conosciuto nei secoli una regolazione sociale nel complesso più democratica, più suscettibile di far entrare nelle arene quanti più attori e logiche di azioni possibili; a garanzia di una ricchezza di scelte ed opzioni che permettono l’innovazione ed il cambiamento a beneficio di tutti. La questione può essere affrontata anche facendo riferimento ai modelli di simulazione delle interazioni sociali ed economiche riconducibili al tema della complessità. Sono tutti formulati in base al postulato che più è ampia e variegata l’interazione tra gli elementi in gioco maggiore è la possibilità dell’innovazione. Si tratta di un paradigma molto vicino alla logica darwiniana della selezione naturale ed alla conseguente epistemologia [Monod 1970], [Popper K. R. 1991]. Il presupposto è che i modelli vincenti sono il frutto di caso (variazioni casuali) e necessità: la variazione casuale si trova ad agire in un contesto dove si richiedono inaspettatamente proprio quelle qualità casualmente variate e che, a posteriori, vengono viste come necessarie perché sono le uniche che si sono adattate alle nuove esigenze. Il restringersi delle possibilità di variazione impedirebbe anche nel campo sociale, economico, culturale, scientifico che si sperimentino novità potenzialmente innovative e vincenti[4]Uno scenario ideale prefigurerebbe delle arene nelle quali l’interazione è un gioco a più voci in grado di arricchire l’universo delle possibilità: l’opposto di quando un attore controlla molte aree di incertezza o, che è lo stesso, assomma più funzioni.
Per questa via pensiamo che si possa evitare un errore scientifico. Quello di dover necessariamente sussumere all’interno del frame teorico dell’interazione non preventivamente regolata (come suggerisce Lindblom) un’ideologia sociale storicamente determinata (come suggerisce Sartori con il liberalismo di derivazione anglosassone): tale scelta, paradossalmente, presenta il rischio di una reductio ad unum perché predefinita. Se si sostenesse la superiorità naturale di quel modello si correrebbe il rischio di una modellistica sociale astratta perché sovrapposta a soggetti ed interazioni che potrebbero esprimere logiche diverse e con diversa origine. Tale posizione è legittima sul piano politico-discrezionale ma appare inconciliabile con un approccio di ricerca che voglia esaminare le interazioni ed i loro risultati evitando, per quanto possibile, posizioni pregiudiziali.
L’unica cosa che si può auspicare è una architettura decisionale che: a) tenda a distorcere il meno possibile la definizione dei problemi emergenti ad opera degli attori; b) tenda a processarli in modo tale da garantire una ponderata analisi di tutti gli interessi coinvolti. Si può fare un esempio. L’architetto Aldo Rossi in una intervista sosteneva che in Lombardia non era possibile effettuare una pianificazione “per città”. Ritenendo che ormai il bacino doveva essere regionale. Aggiungeva, inoltre, che si può effettivamente programmare in maniera efficiente ed efficace solo il sistema dei trasporti dato che dalla sua esperienza emergeva che quasi tutti gli sforzi di andare a forme di programmazione più radicali erano naufragati e quindi inutili. Non siamo in grado di dire se ha ragione l’architetto Rossi; possiamo osservare però che se fosse realmente così ed in presenza di attori forti particolarmente interessati non ai trasporti su base regionale ma per es. solo alle autostrade (è stato questo il caso dell’Anas in Italia ’90) la issue tenderebbe ad essere pericolosamente predefinita con un evidente effetto distorsivo.
La materialità delle costruzioni, anche attraverso gli stili architettonici, è un indicatore utilissimo del grado di integrazione sociale e comunitario; ed in ultima analisi dei valori diffusi e condivisi. Viene in mente una valutazione espressa a questo proposito da un storico italiano: “…il quarantennio repubblicano, mentre inurbava gli italiani e cementificava il territorio, ha avuto cura di non lasciare ai posteri alcun monumento … [le realizzazioni] mi pare si restringano alle autostrade ed agli stadi sportivi: non ho presente un solo auditorium, un ospedale, una biblioteca, un museo, una galleria d’arte, una piazza, una chiesa, una fontana che per cifra ideologica e personalità stilistica siano intesi espressamente a segnare l’età repubblicana … La vocazione anti-monumentale … ha radici profonde e reali: mancano, quei monumenti civili, non solo per un’apprezzata vocazione antiretorica, ma anche perché la gran parte delle loro funzioni tecnico-educative, assistenziali, repressive e di controllo è delegata alla “società”: alle “autonomie” e alle famiglie, alla solidarietà del popolo ed alla Chiesa, alla mafia ed ai partiti, al volontariato ed alla creatività delle private associazioni, insomma ai numerosi circuiti corporativi e della mediazione che la spesa pubblica nel frattempo è incessantemente impegnata a mantenere“. [Romanelli 1991].[5]
Opere urbanistiche ed infrastrutturali e modalità di interazione degli attori che le realizzano sono vere e proprie mappe logiche in grado di descrivere un contesto sociale.

Bibliografia

Bodei R. 1997, l’Ethos dell’Italia Repubblicana, in Storia dell’Italia repubblicana, vol. 3, L’Italia nella crisi mondiale. L’ultimo ventennio, 2. Istituzioni, politiche, culture, Torino: Einaudi
Downs A. 1988- Teoria economica della democrazia Bologna: Il Mulino (l’edizione originaria era del 1957: An Economic Theory of Democracy).
Matte Blanco 1981, L’inconscio come insiemi infiniti, Torino: Einaudi
Matte Blanco 1987, Polis e Psiche, Micromega, n. 2.
Micromega 1993, n. 2- Corruzione e politica in Europa
Monod J. 1970, Il caso e la necessità, Milano: Mondadori
Pasquino G., 1993- La democrazia trionfante- La Rivista dei libri – Maggio
Popper K. R. 1991, Un universo di propensioni, Firenze: Vallecchi.
Putnam R. D. 1988, Rendimento istituzionale e cultura politica: qualche interrogativo sul potere del passato, Polis, n.3
Putnam R. D. 1993, (con R. Leonardi e R. Nanetti). Making democracy work: civic tradition in modern Italy. Princeton University Press.
Romanelli R. 1991, La Rivista dei libri, Giugno
Sartori G. 1993- Democrazia- Cosa è, Milano: Rizzoli
Weiner E. 2016 – La geografia del genio. Alla ricerca dei luoghi più creativi del mondo, dall’antica Atene alla Silicon ValleyMilano: Bompiani

Note


[1] Nota del Dicembre 2019: il riferimento era ad una serie di inchieste giudiziarie che riguardarono il Partito Socialista francese durante il doppio settennato del Presidente Mitterand.
[2] Per maggiori dettagli [Micromega 1993]
[3] Psicoanalista cileno autore di un innovativo manuale di epistemologia psicoanalitica [Matte Blanco 1981] utilissimo per esaminare le logiche cognitive e le loro aporie. 
[4] Nota del Dicembre 2019: Weiner [2016] ha rivisitato luoghi che nella Storia hanno prodotto innovazioni significative, dall’antica Atene alla Silicon Valley trovando delle costanti: multiculturalità etnica, facilità di incontri e scambi, assenza di estrema specializzazione, assenza di legami sociali vincolanti, estremo bisogno del cambiamento (per es. a seguito di catastrofi).
[5] Nota del Dicembre 2019: era dello stesso parere Remo Bodei [1997] che in un bel saggio dedicato all’”Ethos dell’Italia Repubblicana” parla di “Partito Etico” e di come gli italiani attribuiscano valore superiore alla “parte” rispetto ad altri valori (la nazione, la produzione economica).
[6]Traduz. frase apertura:”Il caso non è un male: è la manifestazione della volontà divina quando l’uomo è indeciso.” Sant’Agostino, ps 30, 16, enarr. 2, serm. 2.

Indice

I Puntata (Premessa; Introduzione: a) Alcuni temi della letteratura; b) I case-study esaminati; Bibliografia; Note).
II Puntata (Capitolo 1. I processi decisionali; 1.1. Genova: le Colombiadi; 1.2. Roma Capitale; Bibliografia; Note).
III Puntata (Capitolo 1. I processi decisionali; 1.3. Palermo: una costa lunga decenni; Bibliografia; Note).
IV Puntata (Capitolo 1. I processi decisionali; 1.4. Torino: Il Palazzo di Giustizia; 1.4.1. Alcune comparazioni tra il caso torinese e quello palermitano; Bibliografia; Note).
V Puntata (Capitolo 1. I processi decisionali; 1.5. Lo stadio di Cagliari; 1.6. Firenze: il caso Fiat- La Fondiaria; Bibliografia; Note).
VI Puntata (Capitolo 1. I processi decisionali; 1.7. Alcune Considerazioni; 1.8. Italia ’90;Bibliografia; Note).
VII Puntata (Capitolo 2. Uno sguardo di sintesi; 2.1. Le caratteristiche dell’Area di Policy; 2.1.1. Aziende Pubbliche e PPSS;Bibliografia; Note)
VIII Puntata (Capitolo 2. Uno sguardo di sintesi; 2.1.2. La Società Civile; 2.1.3. I Partiti; 2.2.Politica, Economia, Identità Sociale; Bibliografia; Note)
IX Puntata (Capitolo 2. Uno sguardo di sintesi; 2.3. Politica, Mercato, Pubblica Amministrazione; Bibliografia; Note)
X Puntata (Capitolo 3. A futura memoria; 3.1. Gli indicatori di policy: a) il mercato, b) la pubblica amministrazione, c) la discrezionalità politica; 3.2. Alcune questioni di metodo: a) il sistema oppositivo, b) universo convenzionale; Bibliografia; Note)

Telefonini ecologici senza il caricabatterie


telefonini ecologici caricabatterie
Di Marco Mancini
Negli ultimi anni stiamo assistendo ad una corsa delle varie case produttrici di telefonini verso il prodotto più ecologico possibile. Vediamo così che escono sul mercato cellulari fatti con materiali riciclati, senza ritardanti di fiamma o altri prodotti tossici, e mille altre invenzioni. Ma hanno tutti un difetto: il caricabatterie. Non si riesce proprio a fare a meno di questo aggeggio esterno che ogni anno, al cambio del telefonino, viene gettato perché non è quasi mai compatibile con un altro modello nemmeno della stessa marca, e per questo va ad infoltire la schiera di rifiuti tecnologici, o e-waste. Ma qualcosa ora potrebbe cambiare.

Dopo l’idea di tre tra le principali case produttrici (Apple, Nokia e Samsung) di trovare il modo di ricaricare i cellulari con il semplice cavetto USB senza aver bisogno di un caricatore universale, la prima casa a mettere in pratica quest’idea è la taiwanese HTC. L’operatore O2 ha provato questo smartphone ancora senza nome ed ha stimato che potrebbe essere un successo, con un potenziale di vendita di 30 milioni di pezzi nell’arco di un anno nel solo Regno Unito.

L’idea dell’HTC però non è utilizzare il caricabatterie con il solo cavetto USB ideato dalle tre concorrenti, ma ha fatto in modo da rendere universale l’ingresso del caricatore del proprio cellulare, per fare in modo che quasi tutti i caricabatterie che sono attualmente presenti nelle nostre case possano adattarsi. Sempre secondo l’analisi britannica, si parla del 70% dei caricabatterie attualmente sul mercato compatibili con questo smartphone.

Fonte:http://www.ecologiae.com/telefonini-ecologici-caricabatterie/60719/

Il mercato del lavoro? Una bufala colossale, non esiste


Di Cooper Theory
http://www.controcopertina.com
Non passa giorno in cui tv, quotidiani e siti internet non parlino di “mercato del lavoro”. Il grosso guaio è che, a furia di ripetere certe espressioni, la gente pensa realmente che questo mercato del lavoro esista. Il cosiddetto mercato del lavoro è una bufala colossale. Tecnicamente parliamo di mercato quando c’è l’incontro tra domanda e offerta e questo incontro determina il prezzo, nel caso delle merci, il salario se parliamo di lavoro. Il mercato del lavoro, naturalmente, deve tenere conto della legislazione vigente in un determinato paese.

Lo stipendio, dunque, dovrebbe dipendere dalla richiesta di lavoratori da parte di enti pubblici e aziende, ma anche dalla capacità di va a svolgere un determinato mestiere, qualunque esso sia. Compreso quello di politico. Ora, pensiamo ai parlamentari o ai consiglieri regionali. I quali guadagnano tra i 10mila e i 20mila euro al mese. Eppure molti di essi sono degli ignoranti, facilmente sostituibili da gente capace e che si accontenterebbe di 2mila euro al mese!

Pensiamo ai concorsi pubblici. Per ogni posto messo a disposizione, ci sono migliaia di domande. E anche se lo stipendio venisse abbassato, le domande sarebbero tantissime. Ciò significa che lo stipendio potrebbe essere ancora abbassato: ma ciò non avviene. Il che, in assoluto, non è un bene o un male: è un fatto e basta.

Pensiamo alle centinaia di dirigenti della Rai: gente che non capisce un tubo di tv, che non c’ha mai lavorato, eppure ha stipendi a 6 cifre! Pensiamo al professore di ginnastica che lavora all’Istituto Nazionale di Geofisica! Pensiamo ai calciatori di Serie A, alcuni dei quali giocano 5-6 partite l’anno, sono scarsi, eppure guadagnano anche un paio di milioni! Pensiamo ai manager di banche e industrie. Hanno stipendi da capogiro. Un Marchionne guadagna decine di milioni di euro l’anno. Che sia un genio dell’auto? Un uomo così capace che nessuno sarebbe in grado di fare meglio? Balle. Le aziende tedesche che producono auto stanno andando molto meglio della Fiat, eppure i manager di quelle aziende hanno compensi nettamente più bassi di quelli di Marchionne! Stesso discorso per le banche. Che siano in utile o in perdita, i super stipendi dei dirigenti sono garantiti. Ma se ci fosse realmente un mercato del lavoro, questo sarebbe assolutamente impossibile. In un’azienda che è in perdita o che non fa abbastanza utili, i manager sarebbero licenziati, non certo premiati.

E poi c’è un’altra categoria, sempre più ampia. Quella delle persone pagate anche 400 euro al mese. Parliamo dei lavoratori dei call center, di alcuni commessi e dei precari a vario titolo. Ci sono quelli, e sono migliaia, che con la scusa dello stage, nonostante le competenze acquisite, non beccano nemmeno un euro!

E allora, per favore, non parliamo di mercato del lavoro. Semplicemente, perché non esiste nessun mercato del lavoro. Da una parte esistono i privilegiati, che guadagnano mille volte di più di quanto meritano e che potrebbero facilmente essere sostituti. Dall’altra parte, esistono gli schiavi. Schiavi moderni, ma sempre schiavi, chiamati con un eufemismo “precari”. Schiavi che, secondo la nostra Costituzione, non dovrebbero esistere, visto che ciascun individuo, per legge, ha diritto a uno stipendio che gli consenta di vivere dignitosamente! Per favore, impegniamoci tutti. Chiamiamo le cose col loro nome.

Fonte:http://www.controcopertina.com/il-mercato-del-lavoro-una-bufala-colossale-non-esiste/

Ecco perché le auto non ci piacciono più


Ecco perché le auto non ci piacciono più
Il 70% di tutti gli spostamenti quotidiani al netto di quelli a piedi nei paesi OECD si svolge in auto.
IL MERCATO DELL’AUTO - L’auto impiega anche una buona percentuale di manodopera e si calcola che in Europa siano 12 milioni gli addetti alla costruzione e ai servizi per l’auto, circa il 6% della popolazione attiva, negli Stati Uniti sono 8 milioni. L’auto è anche uno dei principali capitoli di spesa per le famiglie, tra acquisto, assicurazione, tasse, carburanti e manutenzione è infatti seconda solo alla casa.
POCHI CLIENTI O TROPPE AUTO? - Da anni il mercato dell’auto soffre di una sovracapacità produttiva stimata in qualche milione di vetture. Oggi per costruire un’auto servono molti meno addetti che in passato e le auto sono diventate molto più economiche di un tempo, per evolvendo in modelli molto più sofisticati di quelli venduti a peso d’oro ai clienti dei mercati allora in pieno boom della motorizzazione.

IL PICCO - A peggiorare le cose è l’arrivo di quelli che molti hanno definito il “picco dell’auto”, un declino dal punto massimo mai raggiunto che sembra la tendenza degli ultimi anni. Sono calati infatti i chilometri percorsi in media da ogni automobilista, ma è cambiato soprattutto la cultura dell’auto nei paesi più avanzati. Lo testimonia il fatto che i giovani conseguano sempre più tardi la patente e che alcuni non ci pensino proprio. Persino in Germania, culla del culto dell’auto non certo seconda all’Italia, i giovani senza patente aumentano sempre di più, così come aumentano quelli che ricorrono a mezzi pubblici, collettivi o alla bicicletta.
LA DEMOGRAFIA - Altri fattori concorrono al fenomeno, come l”inversione di tendenza dello sprawl urbano, con gli abitanti delle villettopoli che aspirano di nuovo alla città, che a sua volta s’iscrive nel generale fenomeno dell’inurbamento di milioni di persone nei paesi in via di sviluppo. Tutte persone che entrando nella cerchia urbana useranno l’auto molto di meno di chi vive in periferia o in abitazioni isolate.
MENO PATENTI - Il picco della motorizzazione è quindi certo in Occidente, almeno fino a un improbabile boom economico accompagnato da un boom di nascite. Dopo decenni di crescita stabile i patentati hanno raggiunto le massime percentuali e oggi stanno calando insieme alle potenzialità dei mercati che li attendono come clienti e non li vedranno arrivare mai. Lavare l’auto alla domenica è un rito che ha perso di significato persino in Gran Bretagna, proprio come l’auto ha perso quelle caratteristiche oniriche che le rendevano uno status symbol e oggetto di desiderio e d’emancipazione, ruolo che oggi i giovani preferiscono affidare a qualche dispositivo elettronico utile a viaggi del tutto diversi. Una tendenza visibile anche nei cosidetti mercati in via di sviluppo, che nonostante le dimensioni potenziali faticheranno a lungo prima di coprire il calo costante della domanda nei paesi dove il mercato dell’auto è ormai maturo e votato ad essere un mercato di sostituzione.

Fonte:http://www.giornalettismo.com/archives/505927/ecco-perche-le-auto-non-ci-piacciono-piu/

Nella battaglia legale Apple/Samsung sono i consumatori a perderci

http://libertarianation.org/2012/09/10/nella-battaglia-legale-applesamsung-sono-i-consumatori-a-perderci/
Nelle ultime settimane si è consumata una delle battaglie legali più grandi e importanti della storia. Secondo un tribunale americanoSamsung avrebbe copiato Apple, nello specifico il nuovo Galaxy è molto simile all’iPhone 4s e il Galaxy Tablet è molto simile all’iPad 2. Samsung è stata condannata a pagare 1 miliardo di dollari e i suoi modelli forse saranno presto banditi dal mercato americano.
L’altra settimana invece un tribunale giapponese ha deciso l’esatto opposto, dividendo di fatto il mercato di smartphone e tablet in due, Occidente e Oriente.
Il nostro punto di vista sui brevetti e la proprietà intellettuale è chiaro: i brevetti rappresentano monopoli garantiti dallo stato ad alcune compagnie. La scusa ufficiale è che i brevetti proteggono chi ha inventato il prodotto da altre compagnie che potrebbero copiarlo e con questo aumentano l’innovazione tecnologica.
In realtà noi pensiamo che rappresentino solo privilegi concessi dallo stato per limitare l’accesso al mercato di nuove e piccole imprese. Nuove e piccole imprese che non hanno le risorse per sviluppare, brevettare o andare in tribunale contro le grandi imprese. Negli ultimi anni si è assistito alla brevettazione non solo di nuovi prodotti ma anche di design (la forma dell’iPhone per esempio) e di processi (il movimento di apertura sul touchscreen della Apple). Ed è di queste cose che si è discusso in tribunale per il caso Apple/Samsung, ovvero chi ha inventato per primo il rettangolo. Esatto, le forme geometriche sono ormai diventate terreno di disputa legale e come ci fa notare questo post in modo ironico chi di spada ferisce di spada perisce. Infatti la Braun potrebbe seriamente chiamare i suoi legali e denunciare la Apple per “patent infringement” per una serie di prodotti che furono ideati dalla Braun tra gli anni 50 e gli anni 70. Di conseguenza qualche altra azienda potrebbe fare lo stesso con Braun e così via fino al periodo delle caverne quando qualcuno scolpì il primo tablet di pietra.
Il post è una parodia di un articolo del LA Times dove ci si chiede cosa sarebbe successo se il sistema dei brevetti fosse stato inventato prima che Thomas Edison lo utilizzasse per le sue invenzioni. Molti pensano che Edison sia stato il primo ad inventare la lampadina, in realtà fu il primo a brevettare una lampadina rivoluzionaria. Ma prima di lui ci furono almeno 21 inventori da Davy a Lindsay a Starr, tant’è che il primo brevetto di Edison fu “improvement in electric lights”, miglioramento delle luci elettriche del 1878. Guardate oggi quante compagnie producono lampadine (oramai poche a incandescenza) che hanno la stessa forma. Se Apple avesse inventato la lampadina e se le regole dei brevetti sul design fossero applicate come oggi nel 2012 a quest’ora avremmo una sola compagnia che produce lampadine.
Non solo ma lo stesso Steve Jobs ammise di aver copiato il mouse da un prototipo della Xerox. Evidentemente copiare è un reato solo quando si viene copiati.
Il caso di Samsung ci dice anche che copiare crea l’inizio di un trend. Guardate al mercato degli smartphone e dei tablet, due invenzioni create da Apple (basate su precedenti modelli di altre compagnie). Se Apple avesse portato tutti i suoi concorrenti in tribunale avremmo solo Apple nel mercato. Invece oggi possiamo scegliere tra Apple, Samsung, HTC, Sony-Ericssonecc. L’imitazione crea innovazione, come tutti gli Homo sapiens fin dal periodo delle caverne hanno sempre saputo. L’epoca in cui viviamo è l’unica della storia milionaria degli ominidi in cui imitare è vietato per legge. Come si può dire quindi che il sistema dei brevetti aumenta l’innovazione?
Qual è la morale della storia quindi? Che l’intervento dello stato con l’assegnazione dei brevetti diminuisce il numero di competitori nel mercato, la qualità dei prodotti, l’innovazione tecnologica e quindi alla fine non fa che nuocere ai consumatori stessi.

Banche, la truffa di cui nessuno parla

Di Marcello Foa
La Giustizia non esiste. O meglio: esiste solo per alcuni. Per altri può essere sempre aggiustata e non mi riferisco a certe consuetudini di andreottiana memoria; bensì e certe strane pratiche in vigore negli Stati Uniti e in Gran Bretagna. Mi spiego: se un imprenditore o un finanziere truffa i propri clienti e la sua colpevolezza viene dimostrata, l’esito è scontato: condanna e risarcimento. Se la truffa è molto grave finisce anche galera.
Ora quest’estate abbiamo appreso di uno scandalo colossale che, però non ha suscitato l’indignazione delle masse e men che meno dei giornali; quello della manipolazione del tasso libro da parte di molte delle (solite) grandi banche. E’ scivolato via tra le pieghe dell’informazione, trattato alla stregua di un fatto tecnico e invece si tratta di uno scandalo gravissimo che he consentito ai soliti noti di guadagnare con l’inganno cifre colossali e ad altri, noti anche questi, di perderci. Il mercato è stato violato. manipolato, a fini propri con una facilità sconcertante.
E ora che cosa succede? Una cosa ovvia: negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, migliaia di risparmiatori/operatori stanno preparando cause per chiedere risarcimenti danni che non solo sono giusti ma doverosi. E invece non otterranno nulla, se non, i più fortunati, cifre simboliche.
Come ha rivelato la settimana scorsa il Wall Street Journal le banche, la cui colpevolezza è già stata dimostrata, stanno raggiungendo accordi extragiudiziali con le cosiddette autorità di controllo americane e inglesi, che le metterà al riparo da qualunque causa privata. Certo dovranno sborsare somme in apparenza ragguardevoli. Ad esempio la Barclays ne ha appena firmato uno che prevede il pagamento di una penale di 450 milioni di dollari. Tanti, sulla carta, ma pochissimi in confronto a quelle che avrebbe dovuto sborsare se i processi normali, quelli a cui un cittadino o una singola azienda non può sottrarsi, si fosse celebrato. E, verosimilmente ancor meno, considerando l’entità dei guadagni accumulati negli anni grazie ai giochetti sul libor.
Capita la morale? Trattasi delle stesse banche che nei loro report fanno la morale agli Stati spreconi, che pretendono affidabilità, trasparenza dei conti pubblici, che puniscono gli Stati che non sono credibili.
Dopo i mutui subprime un altro vergognoso epilogo di un maneggio finanziario non meno grave. Sono logiche che un liberale vero non può accettare.

Fonte: http://blog.ilgiornale.it/foa/2012/09/04/la-truffa-di-cui-nessuno-parla/

Contro il mercato – per il libero scambio

Di Gian Piero De Bellis
C'è una parola che si sente in continuazione, utilizzata a dismisura, alla televisione, sui giornali, nelle conversazioni accese tra fautori di tesi opposte e di opposte esigenze e visioni del mondo. La parola in questione è: mercato.
Il termine mercato suscita passioni e valutazioni talmente contrastanti che forse sarebbe utile spendere un po' di tempo a riflettere sul significato e sull'uso di questa parola.
Se prendete il vocabolario Zingarelli (undicesima edizione) trovate come prima definizione di mercato: “Luogo ove si adunano venditori con la merce per contrattare e negoziare, emporio”. Come esempi vengono citati: “mercato di frutta e verdura, mercato del bestiame, mercato del pesce.”
Solo al quarto posto nella lista dei significati troviamo quello che è diventato di uso corrente, soprattutto ad opera di giornalisti, e cioè mercato come “complesso degli scambi di tutti i prodotti in un determinato paese o in una data area”.
Comunque anche in questa ultima definizione che non è né la prima né la principale troviamo una serie di parole concrete e identificabili nella realtà dei fatti come: scambi, prodotti, area.
Se confrontiamo le definizioni del vocabolario con l'uso corrente ad opera di politici e giornalisti ci rendiamo subito conto che, durante il periodo dello statismo e della manipolazione dei cervelli da esso operata, una parola estremamente concreta come mercato, con riferimenti estremamente concreti (scambi, prodotti, area) è diventata una astrazione totale, reificata (divenuta cosa esistente di per sé) e personificata (quasi fosse un essere vivente).
Questo, in linguaggio scientifico si chiama ipostatizzazione.
Prendiamo di nuovo il vocabolario Zingarelli e leggiamo: “Ipostatizzazione = Trasformare arbitrariamente una entità fittizia e accidentale come una parola, un concetto, in una vera e propria sostanza”.
Nel testo The Ultimate Foundation of Economic Science von Mises scrive: “Il nemico peggiore della lucidità di pensiero è la propensione a ipostatizzare, vale a dire attribuire sostanza o esistenza reale a costrutti o concetti mentali.”
Ma perché l'ipostatizzazione è un fatto così negativo? È presto detto. Perché permette di assegnare colpe, meriti, ruoli e altro ancora a entità fittizie, cioè inventate ad arte, distogliendo l'attenzione dai veri attori, responsabili di certe azioni o di certi misfatti.
Facciamo un esempio concreto in riferimento proprio al termine mercato come viene correntemente usato. Quando vi è una crisi economica e i giornalisti imbrattacarte e i politicanti imbonitori affermano che è “colpa del mercato” loro non stanno facendo altro che inventare una entità fittizia, un orco fantastico, a cui attribuire tutte le colpe sviando le menti verso una ipostatizzazione, cioè verso una entità creata ad arte contro cui incanalare la rabbia della popolazione. Un po' come facevano gli stregoni della tribù che parlavano di spiriti maligni che bisognava combattere o le maghe che mettevano gli spilloni nella bambolina di pezza per uccidere una rivale o un nemico.
Che tutto ciò non sia altro che un grande imbroglio e una presa in giro colossale non c'è quasi bisogno di dirlo. Comunque vale la pena chiarire anche a noi stessi, una volta per tutte, che il mercato non esiste in quanto entità che commette errori, ma che esistono solo persone, che producono e scambiano beni e servizi, le quali possono commettere errori. Quindi, quando il giornalista scrive che è colpa del mercato, a rigor di logica, è come se affermasse che è (anche) colpa sua in quanto acquirente di beni o fornitore di servizi di informazione.
Chiaramente al giornalista in quanto imbrattacarte senza cervello non passa neanche per l'anticamera del cervello l'idea che la sua affermazione “la crisi è colpa del mercato” equivale ad attribuire la crisi al comportamento di tutti i consumatori e produttori e quindi anche a sé stesso.
E in un certo senso lo si può anche giustificare perché acquistare beni o fornire servizi non ha mai generato crisi generali. Ci può essere la crisi di una impresa in quanto i suoi beni o servizi non riscontrano più il favore del consumatore, ma questa è un'altra faccenda.
Eppure il giornalista continua ad usare questa espressione “è colpa del mercato” non rendendosi conto né delle conseguenze logiche (è colpa anche mia) né delle assurdità pratiche (produrre e consumare genera crisi) di quanto scrive.
Poiché egli continuerà all'infinito a riproporci queste sue idiozie, come se ne viene fuori da tutto questo guazzabuglio? A mio avviso l'unica strada percorribile è quella che le persone critiche e razionali evitino come la peste tutte le ipostatizzazioni (mercato, società, pubblico, privato, nazione, ecc.) e facciano sempre riferimento a realtà concrete estremamente precise.
Nel caso in questione, e cioè l'uso del termine mercato, ritengo che questa parola vada messa nel ripostiglio delle cose vecchie e fuori uso e utilizzata solo quando si fa riferimento al mercato di frutta e verdura del rione o del paese. Oppure può essere usata come termine composto quando diciamo che andiamo al supermercato che è un grande magazzino che vende, tra le altre cose, anche frutta e verdura.
Personalmente poi, quando mi faccio spedire libri da Book Depository o da altre librerie sparse per il mondo, non dico che vado al mercato o che sto operando sul mercato. E se navigo su Internet per acquistare un nuovo computer o altri prodotti similari, non dico che vado al mercato. Se lo facessi mi coprirei di ridicolo. E tenendo conto che la maggior parte dei miei acquisti sono di questo secondo tipo (tranne la visita regolare al supermercato) il termine mercato a me non serve proprio a niente.
Ma ci sono motivi più sottili che mi portano a rifiutare il termine mercato e a lasciarlo ai giornalisti imbrattacarte e ai politicanti imbonitori.
La parola mercato mi richiama troppo la parola mercantilismo, e cioè quelle pratiche di ingerenza dello stato nella vita economica che Adam Smith stigmatizzò in maniera negativa.
Nel corso dei secoli poi il mercato è stato il luogo in cui il re ha estratto risorse monetarie dai mercanti e ne ha controllato l'operato. Un “mercato” libero (inteso come liberi scambi) non è mai esistito in passato. Quello che abbiamo avuto sempre è stato un “mercato” manipolato e gestito dal potere attraverso l'assegnazione di privilegi commerciali (ai produttori nazionali) e l'estrazione di una quota percentuale (chiamata IVA o TVA o VAT) su tutte le transazioni. Questa quota o pizzo può andare dal 20 all'80% (ad esempio sulla benzina) del prezzo del prodotto venduto. È soprattutto attraverso la riscossione di questo pizzo che lo stato foraggia i suoi furfanti parassiti e finanzia le sue oscene malefatte. Per questo motivo lo stato ha sempre inteso trasformare tutti i rapporti sociali in rapporti mercantili o di mercato. Per fare solo un esempio, in Italia una volta l'amministratore di un condominio poteva essere uno dei condomini; adesso deve essere un professionista iscritto in un albo istituito dallo stato, pagato dai condomini che sono quindi costretti ad accettare un rapporto mercantile imposto dallo stato.
Con lo stato tutto è “mercato” e tutto è “merce”: si vendono le cariche, i permessi, le licenze, le protezioni, le commesse, i contratti, e via dicendo.
La frase di Oscar Wilde: Conoscono il prezzo di ogni cosa e il valore di nulla, si applica a pennello allo stato. Sotto lo statismo raggiungiamo la fase suprema del mercimonio: tutto e tutti sono in vendita, anche le persone e con esse le idee, le convinzioni, gli appoggi, i favori, e così via.
Quindi, se questa è la situazione, occorre una volta per tutte riconoscere, per quanto ad alcuni possa dispiacere e portare un po' di scompiglio mentale, che il termine mercato, anche nell'accezione “libero mercato” è un vocabolo ambiguo, improprio, deviante, del tutto inutilizzabile per una persona che abbia come obiettivo la fuoriuscita dallo stato mercantile in tempi non biblici.
E che tale termine andrebbe sostituito con l'espressione: libero scambio. Espressione chiara, concreta, affascinante.
Provate a fare un gioco mentale. Provate a vedere quanti giornalisti sarebbero pronti a scrivere, all'arrivo della prossima crisi, che “è colpa del libero scambio”. Vedrete allora di colpo come il compito del libertario viene agevolato da un semplice cambio di terminologia (senza alcuna modifica nelle idee e nella strategia del libertario) perché sarà molto più facile far capire a tutti che i liberi acquisti della signora Cesira e del signor Peppe non c'entrano per nulla con la crisi economica e che sono gli imbrogli, le ruberie e le speculazioni del potere che hanno provocato tale crisi.
E poi, diciamocelo chiaramente, l'espressione libero scambio richiama orizzonti più vasti, più nobili e strategicamente più interessanti per il libertario. Nel libero scambio è incluso tutto: il baratto senza l'utilizzo della moneta, lo scambio reciproco e gratuito di servizi, il dono, l'aiuto vicendevole occasionale oltre che, naturalmente il pagamento (con mezzi monetari da definirsi) di un bene o di un servizio in maniera libera e volontaria. Già adesso abbiamo molteplici esperienze di libero scambio che non hanno nulla a che fare con il mercato come inteso dai giornalisti. Io sto scrivendo questa nota utilizzando OpenOffice che è un insieme di strumenti di software disponibile gratuitamente su Internet, e utilizzo un browser come Firefox messo gratuitamente a disposizione di tutti dalla comunità mondiale di programmatori molti dei quali usano il sistema Linux anch'esso a disposizione gratuita per tutti su Internet. Questo è il mondo del futuro. Un mondo di liberi scambi operati da liberi individui.
Lasciamo quindi i vecchi termini e i vecchi concetti ai baroni dello statismo e ai loro giullari, i giornalisti e gli intellettuali prezzolati, e incominciamo ad attrezzarci mentalmente e materialmente per una vita da veri esseri umani che non sanno che farsene di parole e frasi magiche ma sono attenti alla vera sostanza della realtà.

Fonte: http://www.polyarchy.org/basta/sussurri/liberoscambio.html

Quando c’è da vendere macchine Marchionne dimentica il mercato

Di Jacopo Barigazzi e Riccardo Celi
Ormai dare le colpe ai tedeschi per i mali di casa propria è diventato uno sport nazionale. Ora però, forse complice il clima da olimpiadi, Sergio Marchionne ha deciso di puntare all'oro in questa disciplina. Per il manager italo americano i mali del mercato dell'auto europea sono esacerbati dagli sconti che applica Volkswagen e dal fatto che i marchi tedeschi, che a parte Opel stanno reggendo molto meglio di Fiat alla crisi, non vogliono partecipare ad una riduzione collettiva della capacità produttiva. Niente male per un uno che dovrebbe essere un uomo di mercato.
Le dichiarazioni di Marchionne sono in un articolo  del New York Times che analizza il mercato dell'auto europea e la sua conclamata sovracapacità produttiva. Basta pensare che i dati dell'Associazione europea dei produttori d'auto prevedono quest'anno 12,4 milioni di auto vendute, tre milioni in meno che nel 2007.  Il numero uno di Fiat rilancia le critiche ai produttori tedeschi, soprattutto verso la virtuosa Volkswagen, colpevole per via della sua politica di sconti aggressivi: «è un bagno di sangue sui prezzi e sui margini» e Wolsfburg gli ha risposto a muso dire dicendo che «Marchionne è insopportabile come presidente dell'Acea», l'associazione delle case automobilistiche europee, e chiedendogli di dimettersi da quel ruolo.
Ad essere in profonda crisi sono soprattutto i produttori del sud Europa. La francese Peugeot quest'anno perderà un miliardo di euro, sta lottando col governo francese per chiudere lo stabilimento di Aulnay mentre le agenzie di rating fanno sprofondare sempre più le sue obbligazioni in territorio “junk” e i cds, i contratti con cui ci si assicura contro il fallimento di un ente, ora danno un 51% di probabilità che il produttore francese vada gambe all'aria in 5 anni. Anche altri produttori come Ford non stanno navigando in buone acque e il New York Times ricorda che «secondo alcune stime l'industria europea nella sua interezza sta operando in una forchetta fra il 60 e il 65% della sua capacità. Come regola generale, dicono gli analisti, per essere redditizi gli impianti devono operare ad un tasso fra il 75 e l'80». Dati che potrebbero essere ancora peggio per alcuni stabilimenti Fiat e che non riguardano invece la gran parte dei produttori tedeschi come Bmw e Mercedes che continuano a produrre quasi a piena capacità. D'altra parte è anche vero che, mentre in Germania nei primi sei mesi dell'anno, le vendite d'auto hanno retto, in Francia sono calate del 14% e in Italia del 20%. A giugno poi Portogallo e Grecia hanno registrato una flessione del 40%.
Ecco allora la necessità di riorganizzare la produzione. E qui il manager italo-canadese se la prende con la riluttanza teutonica a partecipare a uno sforzo europeo di razionalizzazione. Marchionne chiede che se ne occupi Bruxelles: «quello che dovrebbero fare è coordinare una razionalizzazione dell'industria fra i produttori». Già perché «quelli che non hanno realmente agito in questo senso sono francesi e tedeschi che non hanno ridotto per niente la capacità» e quindi «tutti dovrebbero fare dei tagli». Un punto che, per un uomo di mercato come lui, fa saltare sulla sedia. Va bene i francesi, ma perché mai i tedeschi che, tranne nel caso Opel, sono più bravi a fare e vendere auto dovrebbero ridurre la loro capacità produttiva? E poi è davvero colpa del mercato se i consumatori non vogliono più le Fiat e preferiscono le Volkswagen?
Anche ammesso che Marchionne abbia ragione sulla politica dei prezzi di Volkswagen in Europa, certi prezzi in Europa Volkswagen magari se li può permettere perché guadagna soldi a palate sui mercati asiatici e in Russia. Cosa che Fiat, anche se va bene negli Usa con Chrysler, non può fare: guarda caso, i danni causati dai ritardi pazzeschi e dagli errori di Fiat in Cina ora saltano fuori in tutta la loro evidenza. A Fiat manca oggi il mercato asiatico, che non è stato aggredito quando era ora di farlo.
In una logica strettamente industriale poi, è ovvio che la posizione di Marchionne sia inattaccabile: in qualsiasi settore produttivo, gli stabilimenti superflui rispetto alla quantità di beni che il mercato può ragionevolmente assorbire vanno chiusi. E non c'è dubbio che, invece di spendere miliardi di euro per incentivare con la rottamazione agevolata dell'usato gli acquisti di auto nuove che i clienti non hanno più i soldi per acquistare e che non si sa più dove mettere, lo Stato italiano (ma perché non l'Europa intera?) avrebbe fatto meglio a destinare almeno una parte di tali somme alla rottamazione-riconversione assistita delle fabbriche di auto, e magari anche qualche spicciolo per quella dei concessionari che boccheggiano.
Tuttavia è anche vero che una parte delle difficoltà europee di Marchionne sono anche figlie delle sue decisioni. Prima di tutto non si capisce per quale motivo i mercati (italiani, europei o mondiali) dovrebbero ritornare ad assorbire vetture italiane che non ci sono. A qualunque osservatore, infatti, risulta immediatamente evidente che nel ventaglio di modelli Fiat, Alfa Romeo e Lancia vi sono dei buchi spaventosi e che il costruttore nazionale ha abbandonato interi segmenti del mercato a una concorrenza che certo non ha mancato di approfittarne. Non esiste, oggi, una giardinetta italiana, né una berlina media di taglio popolare, né un'ammiraglia di segmento medio-alto (a meno che non si consideri tale la Lancia Thema che in realtà è praticamente americana al 100% e che d'italiano ha ben poco) né una Suv medio-piccola, e neppure una berlina sportiveggiante Alfa Romeo, marchio un tempo famoso proprio per le vetture di questo tipo. E per il momento rimane avvolta nella nebbia anche l'erede delle Fiat Bravo e Lancia Delta, ormai al termine della loro vita utile, scomparse le quali, se non arriveranno le sostitute (almeno una), il gruppo Fiat rimarrà (fino a quando?) a presidiare il segmento “C”, quello delle “compatte” che ha fatto la fortuna della Volkswagen Golf, con la sola Alfa Romeo Giulietta.
Marchionne continua ad attribuire i problemi del gruppo che dirige a un mercato che, tuttavia, il gruppo stesso non sembra in grado di stimolare con nuovi prodotti. In altre parole, Fiat sembra essere prigioniera di un circolo vizioso: «non proponiamo, non inventiamo, non fabbrichiamo nuovi modelli, perché non li venderemmo. Ma meno ne proponiamo, meno ne vendiamo». E a proposito di nuovi modelli, Marchionne dovrebbe spiegare qual'è l'«inedita ricetta» (così si legge nel comunicato stampa di presentazione) che si nasconde dietro la Fiat 500L che esordirà sul mercato a breve, e quali sono le differenze fondamentali che, senza nulla togliere alla validitità del nuovo modello, lo caratterizzano rispetto alla Citroën C3 Picasso già in vendita dal 2009. Quanto al mercato, anche in quello italiano che va peggio di altri e che ha appunto chiuso il primo semestre 2012 con le immatricolazioni di auto nuove a -19,73% rispetto allo stesso perodo del 2011 (e un giugno con un disastroso -24,4%), non tutti piangono come Fiat (-20,56%), Lancia (-10,63%, ma grazie anche al contributo di Chrysler) e Alfa Romeo (-31,32%): nei primi sei mesi, Kia ha immatricolato il 47,25% di auto in più, Chevrolet il 12,70%, Dacia il 14,76%, Hyundai il 6,45% e Land Rover il 35,54%. Numeri che dimostrano che anche in tempi di crisi nerissima, chi dispone di prodotti appetibili non solo resiste, ma riesce anche a conquistare maggiori consensi. Ovviamente, anche a danno di chi i prodotti vincenti non li ha.
D'altra parte è noto che nel settore dell'auto per competere gli investimenti siano tutto, investimenti nel prodotto, nel sistema industriale e in ricerca e sviluppo. In un'intervista rilasciata a febbraio a Massimo Mucchetti del Corriere. Marchionne dice che «Fiat spende in ricerca e sviluppo il 5,3% dei ricavi, la media dei produttori generalisti europei è del 5,7%». I numeri sono veri ma il numero uno di Fiat fa il gioco delle tre carte. Infatti i ricavi di Fiat nel 2011 sono stati 59,6 miliardi e quelli di Volkswagen 159,3. Facendo due conti in base alle parole di Marchionne risulterebbe un investimento in R&D (cioè in ricerca e sviluppo) di 3,16 miliardi mentre, estrappolando il dato sulla spesa di Volkswagen dall'ultimo rapporto della Commissione Europea sulla spesa delle aziende in questo settore, risulta che Volkswagen nel 2011 ha speso invece 6,26 miliardi. Proprio nel rapporto di Bruxelles (qui sotto trovate la tabella) si vede che Wolfsburg scivola dal quarto al sesto posto al mondo (la prima è la casa farmaceutica svizzera Roche) preceduta, fra le case automobiistiche, solo da Toyota (al 4°posto). Daimler è 13esima, Honda è 17 esima, Ford 23esima, Nissan 25esima, Bmw 38esima, Peugeot 46esima (era 39esima). E Fiat? Nelle prime 50 posizioni è non pervenuta.
La tabella con le spese in R&D nel 2011 tratta dal report «The 2011 Eu Industrial R&D Investment Scoreboard, pagina 23.
(ha collaborato Alessio Mazzucco).

I dieci prodotti più venduti della storia

I dieci prodotti più venduti della storia
Ci sono alcuni prodotti che dalla loro introduzione sul mercato hanno portato nelle casse delle aziende soldi a palate. Alcuni di questi sono diventati una vera e propria tendenza tanto da toccare vendite record, altri si sono trasformati in veri e propri oggetti cult. 24/7 Wall St. ha stilato una classifica dei 10 prodotti più venduti della storia:
10) PlayStation (più di 300 milioni di pezzi venduti)
La prima edizione della console di Sony è stata messa sul mercato nel 1995. Solo cinque anni più tardi è stata la volta della PS2, destinata a diventare la console più popolare di tutti i tempi con i suoi 150 milioni di pezzi venuti dall'inizio del 2011. La PS3 ha invece invaso il mercato nel 2006: fu un successo senza precendenti che portò alla vendita di più di 300 milioni di console. A spingere le vendite anche giochi come Final Fantasy, Grand Theft Auto e Gran Turismo.
9) Lipitor (più di 125 miliardi di dollari incassati)
Lipitor è un farmaco a base di statine che aiuta a ridurre il tasso di colesterolo nel sangue. Creato da Warner Lambert e prodotto da Pfizer, dal 1997 al 2011 (ultimo anno di proprietà del brevetto per Pfizer) ha incassato più di 125 miliardi di dollari, pari al 20-25% del totale fatturato della casa farmaceutica in tutto il periodo di produzione del farmaco.
8) Toyota Corolla (39 milioni di vetture vendute)
La Corolla è rimasta sul mercato per più di quattro decenni. Prodotta dalla Toyota dal 1966 in almeno 11 diverse versioni, da quando è stata introdotta sul mercato, la casa automobilistica ha venduto una vettura ogni 40 secondi. Dal 1997 è considerata l'auto più venduta di tutti i tempi e la prima automobile ad aver superato la soglia delle 30 milioni di unità prodotte
7) Star Wars (4,54 miliardi incassati al botteghino)
La saga cinematografica creata da George Lucas ha toccato incassi record. Il primo film della saga ha debuttato nelle sale nel 1977, incassando più di 1.4 miliardi di dollari. Con i cinque film successivi, la saga cult ha incasssato circa 4.54 miliardi di dollari. Per non parlare dei guadagni derivanti dal merchandising che ruota intorno a Star Wars.
6) iPad (67 milioni di device venduti)
Il primo tablet di Apple è arrivato sul mercato nell'aprile del 2010 ed è stato immediatamente un successo commerciale che ha portato Cupertino a lanciare la seconda e la terza generazione del suo gioiellino. Basti pensare che, da quando è stato proposto ai consumatori, sono stati venduti più di 67 milioni di tablet. Per vendere lo stesso numero di computer Apple aveva impiegato circa 24 anni.
5) Super Mario Bros (262 milioni di unità)
Il personaggio di Mario è comparso per la prima volta nel videogioco Donkey Kong del 1981. Da quel momento in poi, l’idraulico italiano è stato protagonista di tantissimi videogiochi.
4) Michael Jackson Thriller (110 milioni di album venduti)
Thriller ha dato tantissime soddisfazioni al Re del Pop Michael Jackson: è stato uno dei primi album a sfruttare i video musicali come strumento promozionale, è diventato l’album più venduto di tutti i tempi in appena un anno, ha vinto otto Grammy Awards nel 1984 e sette delle canzoni incluse nell’album sono rimaste per lungo tempo nella top ten delle hit.
3) Harry Potter (450 milioni di libri venduti)
Il primo libro della saga, Harry Potter e la pietra filosofale, è stato pubblicato nel 1990 negli Stati Uniti. Il libro ottenne un successo istantaneo, così come gli altri romanzi della serie. Gli incassi totali del maghetto ammontano a circa 7,7 miliardi di dollari. L’ultimo libro, Harry Potter e i Doni della Morte, ha battuto un record storico: più di 11 milioni di copie vendute nelle sole 24 ore successive al suo arrivo in libreria.
2) iPhone (250 milioni di device venduti)
iPhone è lo smartphone più venduto al mondo, con 250 milioni di pezzi in appena cinque anni e un incasso di 150 miliardi da giugno 2007. Secondo gli analisti con l'arrivo di iPhone 5, gli incassi non potranno che crescere esponenzialmente.
1) Cubo di Rubik (350 milioni di pezzi venduti)
Creato da Ernő Rubik nel 1974, la licenza del Cubo Magico fu acquistata nel 1980 da un produttore americano di giocattoli, che lo ribattezzò Cubo di Rubik. Alcune ricerche rivelano che almeno un quarto della popolazione mondiale ha tentato di risolvere il rompicapo che ha mantenuto la sua popolarità intatta negli anni.

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