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IL PENSIERO DI JACOB BURCKHARDT

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Di Diego Fusaro e Jonathan Fanesi

Nato a Basilea, in Svizzera, nel 1818, Jacob Burckhardt proveniva da una famiglia di religione evangelica. Egli seguì inizialmente studi teologici, completando la propria formazione nel campo della storia e della storia dell'arte all'università di Berlino dove fu allievo, tra gli altri, di L. von Ranke, J.G. Droysen, A. Boeckh e F. Kluger. Dal 1855 al 1858, Burckhardt ricoprì la cattedra di storia dell'arte al politecnico di Zurigo, quindi quella di storia e di storia dell'arte all'università di Basilea, e dal 1885 in poi insegnò soltanto storia dell'arte, abbinando all'attività didattica frequenti viaggi di studio, soprattutto in Italia. Spirito critico, profondamente pessimista nei confronti della moderna società industriale e in aperto dissenso con le tendenze idealistiche e storicistiche dominanti il mondo accademico dell'epoca, elaborò un autonomo approccio storiografico, noto come Kulturgeschichte (storia della civiltà), inteso a ricomporre le diverse dimensioni del fenomeno storico (politico, spirituale e culturale) entro un quadro unitario. Fu autore di numerose opere, solo in parte pubblicate in vita, tra cui le più importanti furono dedicate ad analizzare periodi di crisi o di trapasso storico. Appartengono a tale filone L'età di Costantino il grande (1852), incentrata sul problema della transizione dalla civiltà ellenistica a quella cristiana e l'ormai classica La civiltà del Rinascimento in Italia. Tra le opere postume (che sono però il prodotto di un lavoro di ricostruzione, e in parte anche di interpolazione, da parte del nipote) si ricorda, oltre alla fondamentale Considerazioni sulla storia universale, l'imponente Storia della civiltà greca (in quattro volumi, 1898-1902), in cui la civiltà greca è vista come il primo esempio storico di sviluppo dell'individualità e spiritualità umane, affrancate dai vincoli naturalistici, ma anche, in polemica con gli storici dell'antichità e le loro visioni edulcorate, come espressione di una società dominata dalla violenza e dalla sete di potere. Storico dell'arte, del Rinascimento italiano e dell'età di Costantino, Burckhardt (1818-1897), proprio nei primi anni del soggiorno di Nietzsche a Basilea, tiene lezioni sulla civiltà greca e sullo studio della storia, lezioni che saranno poi pubblicate postume con i titoli: Storia della civiltà greca e Considerazioni sulla storia mondiale. Morì a Basilea nel 1897. Burckhardt, come Nietzsche, fu assai sensibile all'insegnamento di Arthur Schpenhauer, non condividendo la concezione ottimistica della storia formulata da Hegel nè l'interpretazione del presente come culmine positivo del suo cammino progressivo. Nel mondo moderno, infatti, la libertà dell'individuo é gravemente minacciata dalle tendenze democratiche e socialistiche e dal predominio del mondo degli affari. Questo non vuol dire che la vicenda storica sia caratterizzata da una crescente decadenza; a parere di Burckhardt, si deve piuttosto parlare di ascese e cadute relative. Il passaggio da un'epoca all'altra é segnato da crisi, che portano all'eliminazione di un passato avvertito come oppressivo e all'instaurazione di qualcosa di nuovo; la crisi é dunque segno di vitalità, poichè ogni sviluppo spirituale avviene “a forza di urti e di salti”, sia negli individui sia nelle collettività. Determinanti nell'intervenire o deviare il corso della storia sono i “grandi individui”, unici e insostituibili, ma al tempo stesso portatori di valori universali che vanno oltre gli interessi puramente individuali. Essi non corrispondono, tuttavia, agli individui “storico-universali” di cui aveva detto Hegel: in opposizione al suo “panlogismo”, Burckhardt sostiene che non esiste una “storia universale” e che la filosofia della storia non ha alcun senso. Nella storia il male rimane ineliminabile e la natura umana permane essenzialmente uniforme nonostante l’avanzare della storia. In tutte le epoche storiche operano, infatti, le stesse forze o potenze: la cultura, lo Stato e la religione. Nessuna di esse può essere eliminata, ma tutte si condizionano a vicenda e possono dar luogo a quanto di bello, vero e buono contiene la storia umana. Questo avviene quando esse mantengono un rapporto equilibrato e armonico tra loro e nessuna soffoca la altre; così é stato nel mondo greco e nel Rinascimento, ma ora sussiste il pericolo che la cultura, la quale di per sè é dinamica, libera e spontanea, sia schiacciata dallo Stato e dalla religione, che sono potenze statiche. Burckhardt é avverso allo Stato e alla forza, specialmente ai grandi Stati nazionali che tendono a soffocare le piccole comunità regionali e cittadine, le quali, a suo avviso, offrono maggiori garanzie per lo sviluppo di libere individualità. Nella situazione minacciosa del presente, l'unica consolazione é riposta nella conoscenza storica, che é libera dalle preoccupazioni individuali causate dall'epoca e permette di contemplare in maniera distaccata e senza turbamenti le vicende del passato. L’uomo di cui parla Burckhardt non è quello hegeliano, che compendia lo Spirito: infatti, se nella sua filosofia della storia Hegel muoveva dallo “Spirito del mondo”, Burckhardt parte invece dal patire e dall’agire del singolo individuo, rispetto al quale lo Stato è pura convenzione. Lo stesso individuo, che per Hegel era complice dello Spirito, che lo manovrava come una marionetta attraverso la “astuzia della ragione”, per Burckhardt è libero di fronte al mondo. In particolare, il pensatore svizzero guarda al corso storico con occhi umani, rimuovendo il concetto di felicità e mantenendo esclusivamente quello di infelicità: il male è un fenomeno interno alla storia, che è sempre intessuta di lotte tra uomini che si soverchiano e soffrono sempre nuovi patimenti. Sicché il male è il prezzo della vita storica: un prezzo che si deve scontare e che, con buona pace di Hegel, non può essere giustificato tramite strambi filosofemi. Nella storia, è vero, compaiono anche momenti di felicità; ma essi sono per Burckhardt meri punti nel flusso storico. Anche Kierkegaard porrà al cuore della sua riflessione il singolo individuo, ma prospettando un suo allontanamento dalla storia; al contrario, Burckhardt propone una continuità storica in forza della quale il singolo, pur nella sua individualità, si trova sempre calato in essa. Anche Nietzsche condivide la diagnosi negativa del mondo moderno, formulata da Burckhardt, ma assume un atteggiamento più combattivo e polemico nei confronti di esso. In particolare, Nietzsche vedrà in Burckhardt una sorta di se stesso più anziano, provando nei suoi confronti un’ammirazione sconfinata ma mai corrisposta: per tutto il corso della sua vita, Nietzsche cercherà di entrare nelle grazie del grande studioso svizzero senza raggiungere mai risultati positivi, o addirittura incontrando cocenti delusioni. L’opera nietzscheana in cui si avverte la maggiore presenza di Burckhardt è la seconda considerazione inattuale Sull’ utilità e il danno della storia per la vita. E Giorgio Colli nella prefazione al testo di Burckhardt Sullo studio della Storia ha avanzato la suggestiva ipotesi che non solo Burckhardt abbia influenzato Nietzsche, ma anche il contrario. In particolare, in una conferenza tenuta da Burckhardt, dal titolo A proposito della considerazione storica della poesia, si legge una breve ma intesa parentesi in puro stile nietzscheano:

“Il dramma attico getta squarci di luce su tutta l’ esistenza attica e greca. In primo luogo, la rappresentazione è stata qui una questione sociale di primaria importanza, agonale nel senso più elevato, con i poeti in gara tra loro. Riguardo poi alla maniera e al modo di trattarla: la nascita misteriosa della tragedia ‘dallo spirito della musica’. Il protagonista riecheggia Dioniso e tutto il contenuto è soltanto mito, mentre si evita la storia, che molto spesso incombe da vicino. Ferma volontà di rappresentare l’umano in forme tipiche e non conformi alla realtà; convinzione circa l’inesauribilità dell’epoca arcaica, di quella degli dèi e degli eroi”.

Dalla lettura di questo breve passo, si evince il forte richiamo nietzscheano: il nome di Dioniso riecheggia come fulcro ed origine della tragedia attica, e i personaggi non sono altro che manifestazioni mediante la maschera del Dio–umano greco. Una vera e propria ammirazione per Burckhardt animò anche Karl Löwith, che al pensatore svizzero dedicò un bellissimo libro: Jacob Burkhardt. L'uomo nel mezzo della storia (1936). Per Löwith, Burckhardt rappresenta – in senso radicale – la fine del modo cristiano ed hegeliano di concepire la storia come una linea che avanza verso un obiettivo finale: sicché egli recide il legame tra passato e futuro eliminando il piano finalistico, col che, paradossalmente, Burckhardt è stato – nota Löwith – ben più inattuale di Nietzsche. In The meaning of history (1949), Löwith prenderà in considerazione la continuità storica di cui parla Burckhardt mostrando acutamente come non si tratti più di una connessione forte e teo–teleologica:  per “continuità” storica s’intende “l’immagine che ogni epoca storica prende dalle altre epoche per riconoscersi”. Continuità e coscienza storica sono per Löwith i due cardini dell’analisi e del discorso sulla storia di Burckhardt: all’ interno della continuità vi sono – sostiene Burckhardt – tre nodi fondamentali: in primis il processo di ellenizzazione dell’Oriente operato da Alessandro di Macedonia, in secundis la città ed il centro culturale ed economico del mondo antico, e infine il mantenimento del complesso della cultura occidentale mediante l’azione della Chiesa. Burckhardt dà una valutazione positiva del concetto di crisi, di cui la guerra (solo nell’accezione difensiva) è la prima manifestazione che porta alla vivificazione di un popolo. Dopo aver fatto tale analisi generale, Burckhardt sposta la sua attenzione sulla crisi franco–prussiana che nascerebbe dalla Restaurazione e dal principio di legittimità: principio secondo il quale il potere degli stati è tale in quanto é di origine divina e non per consenso popolare.

Fonte e articolo completo: http://www.filosofico.net/burckhardt.htm

QUELLO CHE MARX E NIETZSCHE AVEVANO IN COMUNE-Nessuno dei due è responsabile degli eccessi dei loro sostenitori

Di Patrick West
In superficie, i due maggiori esponenti della filosofia politica del XIX° secolo, Karl Marx e Friedrich Nietzsche, erano diametralmente opposti l’uno all’altro. Mentre Marx cercava la “ragione”, Nietzsche assecondava la “passione”. Il primo credeva nel collettivo, il secondo nell’individuo.
Marx era il paladino delle masse e degli oppressi, mentre Nietzsche detestava “il gregge” e credeva che i più in basso nella scala sociale dovessero essere tenuti sotto controllo. Marx era per l’uguaglianza, Nietzsche per la gerarchia.
Tuttavia, avevano molte cose in comune. Entrambi erano tedeschi, ovviamente, ed entrambi vissero in esilio, in Inghilterra, Svizzera e Italia. Ebbero entrambi problemi di soldi e di salute, e furono entrambi portatori di cicatrici (riportate in duello) e barbe imponenti, diventate il ​​loro “marchio di fabbrica”.
Furono entrambi dei polemisti pungenti e mai portarono a termine quelli che credevano fossero i loro capolavori finali: “Capital” e “The Will To Power”.
Largamente ignorati in vita, raggiunsero fama ed infamia dopo la loro morte. Il più fedele amico di Nietzsche, il compositore Peter Gast, ebbe a dire ai suoi funerali, il 28 agosto 1900, “Santo sia il tuo nome per tutte le generazioni future!”. Allo stesso modo, Friedrich Engels dichiarò ai funerali di Marx, il 17 marzo 1883, “Il suo nome durerà nei secoli”.
In breve, ciò che li unisce è una tragedia terribile. l consensi postumi che ottennero furono per entrambi una catastrofe, perché i loro discepoli sono stati molto meno intelligenti, ma in compenso molto più odiosi, di questi due geni.
Nel mese in cui celebriamo il 200° anniversario della nascita di Marx (ricorrenza che ha generato aspre polemiche e tweets rabbiosi, diretti sia all’uomo che alla sua eredità, conseguenza delle decine di milioni di persone morte per mano di sedicenti regimi marxisti), vale la pena riconsiderare il divario esistente fra un uomo e i suoi discepoli.
Frank Furedi ci ha ricordato [http://spiked-online.com/newsite/article/the-truth-about-karl-marx/21368#.WvWMwoiFPIV], lo scorso fine settimana, che “Ciò che passa per ‘marxismo’ è in realtà la sua caricatura. Non fu forse lo stesso Marx a dire: ‘Tutto quello che so, è che non sono un marxista’?”.
La sua filosofia comunista era sostenuta dalla convinzione che solo in una simile società gli individui potessero raggiungere la libertà e l’autorealizzazione. Lui ed Engels scrissero, nel libro del 1846 “The German Ideology”, che ”… solo in comunità gli individui hanno i mezzi per coltivare i loro doni in tutte le direzioni. Solo nella comunità, quindi, è possibile la libertà personale”.
Fatto ancor più importante, Marx non era “anticapitalista” nel modo in cui il termine viene oggi usato da certi attivisti politici,.
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 Marx, in effetti, riteneva che il capitalismo avesse prodotto indicibili progressi e prosperità.
Nel “Manifesto del Partito Comunista” (1848), lui ed Engels scrissero che il capitalismo aveva mostrato “tutto quello che l’attività dell’uomo può creare”, e che aveva anche “realizzato meraviglie che superano di gran lunga le piramidi egizie, gli acquedotti romani e le cattedrali gotiche. Ha reso possibili spedizioni che mettono in ombra tutte quelle del passato e le stesse crociate”.
Ma Marx credeva anche che il tempo del capitalismo era scaduto e che fosse un imperativo che la società passasse al livello successivo, il comunismo.
La maggior parte degli studiosi marxisti richiama attenzione sulla differenza fra ciò che Marx ha detto e ciò che è stato fatto sotto la bandiera del marxismo. Il totalitarismo, i campi di lavoro, le deportazioni e la pulizia etnica hanno poco a che fare con gli scritti e la filosofia di Karl Marx.
“Sarebbe sconvolto dai crimini commessi nel suo nome”, scrisse Francis Wheen nella sua acclamata biografia del 1999. “Mai, dai tempi di Gesù Cristo, un oscuro indigente [palese il riferimento alla povertà di Marx, ndt] è stato così disastrosamente mal interpretato”.
Proprio come Marx, che sarebbe indietreggiato, inorridito, davanti allo stalinismo, anche Nietzsche si sarebbe ritirato, a sua volta inorridito, davanti ai nazisti e all’indebita appropriazione dei suoi scritti.
Nietzsche, innanzitutto, detestava gli antisemiti nei quali vedeva personificati gli spiriti maligni del risentimento e dell’invidia. L’antisemitismo era il sentimento delle persone deboli e inferiori, per le quali “qualcuno dev’essere incolpato del fatto che io non mi senta bene”.
In “Human, All Too Human” (1878), ha scritto di quanto gli uomini abbiano odiato gli ebrei a causa della “loro energia e della loro superiore intelligenza, dell’eccellenza del loro spirito e della loro forza di volontà, accumulati di generazione in generazione alla scuola della loro sofferenza”, e che il successo di questo popolo superiore “suscita invidia e odio”, rendendo gli ebrei i capri espiatori di ogni possibile disgrazia, pubblica e privata”.
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Nietzsche odiava, oltre ai suoi compatrioti, anche il militarismo tedesco. E’ stato questo il tema di uno dei suoi saggi del 1876, “Untimely Meditations”, in cui predisse giustamente che la vittoria della Germania nella guerra contro la Francia avrebbe portato all’ascesa del militarismo nel suo paese, ed inoltre al declino della sua cultura (e il corrispondente effetto contrario in Francia).
Come un commentatore inglese ebbe a scrivere, all’inizio della 1a GM (una guerra che molti, in Gran Bretagna, attribuirono al culto di Nietzsche d’inizio XX° secolo), “La teutomania ….. era molto lontana dal cuore e dall’anima di Nietzsche. Era solo sciovinismo prussiano avvolto nella pelle di Nietzsche” (A Wolf, The Philosophy of Nietzsche, 1915).
Quando Nietzsche usava la parola “Kampf”, non intendeva la lotta armata e tanto meno la guerra, ma la lotta personale per elevarsi al di sopra dell’oppressiva opinione degli altri, per diventare una versione migliore di se stessi. Nietzsche era un arci-individualista che sarebbe stato respinto dai raduni di Norimberga, perché questi incarnavano esattamente la tipica “mentalità del branco” e gli sconsiderati comportamenti collettivi che egli deplorava.
Ma possiamo esentare completamente Nietzsche o Marx dai crimini commessi in loro nome dai regimi fascisti e comunisti del XX° secolo? Nonostante nessuno dei due sostenesse la guerra o invocasse campi di concentramento, si potrebbe obiettare che siano stati irresponsabile il primo e ingenuo il secondo.
Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org a cura da FRANCO

David Bowie: tra Mishima e Nietzsche, da popstar a oltreuomo

Di Federico Mollicone
Guarda quassù, sono in paradiso…”. Con queste parole di Lazarus il singolo dell’ultima opera, David Bowie ha compiuto il suo passaggio terreno. Il mondo degli studiosi di esoterismo e simbologie tradizionali si è sbizzarito.
 “La stella nera” il titolo del suo ultimo lavoro, pubblicato tre giorni prima della morte, è lì a evocare, suggestionare, provocare. Qui non vogliamo ricostruire la sua carriera artistica eclettica, al di là del bene e del male e di ogni morale. Questo lo lasciamo fare ai musicologi e, del resto, la sua musica è conosciuta da tutti e per ognuno ha rappresentato una fase della propria crescita.
A noi interessa la metafora, l’allegoria, il messaggio che Bowie ci ha voluto lasciare. Davvero ha pianificato la sua morte come un’opera d’arte? Se così fosse e, davvero sembra, non possiamo non far riemergere dal suo percorso artistico ed esistenziale la passione incondizionata verso un altro grande e controverso artista che in modo più evidente trasformò la sua morte in un rituale tradizionale: Yukio Mishima, scrittore, drammaturgo, attore giapponese e in ultimo “samurai” contemporaneo scagliatosi contro la decadenza morale di cui lui stesso aveva fatto parte con la forza sferzante del suo seppuku dinanzi al Giappone. E forse di là da molte analisi nella foto che pubblichiamo, abbiamo il simbolo e il senso profetico della scelta di Bowie. Un giovane David, nella sua fase berlinese sdraiato in un sonno profondo su cui veglia un dipinto espressionista realizzato sempre dall’artista inglese proprio di Yukio Mishima. E non è un caso allora che Bowie avesse inserito nei suoi cento libri preferiti “ Il senso della Gloria” di Mishima. E chissà, probabilmente, avrà letto anche Confessioni di una maschera o Lezioni spirituali per giovani samurai. Sicuramente David ammirava Yukio e il suo essere contemporaneamente simbolo della decadence dei costumi ed eroe della rinascita spirituale.
David Bowie ha fatto la scelta di essere un oltreuomo. E più che la magia nera o alla visione di Crowley, le evocative immagini simboliche del video di Blackstar ci appaiono più come il richiamoall’eterno ritorno nietzschiano. Del resto, lui stesso ammetterà la lettura del filosofo tedesco che più di tutti, tra i moderni, aveva riunificato la cultura orientale e occidentale lungo il filo comune del pensiero tragico.
E quindi la rinascita con Lazarus diviene un messaggio di speranza e un mistero. Mishima è lì a ricordarcelo: “In fin dei conti, nella vita umana non vi sono misteri. Il mistero permane solo nell’arte, e il motivo di ciò è che il mistero è necessario all’arte”.

La critica di Heidegger a Nietzsche su platonismo e nichilismo



Di Alain De Benoist

A partire dal 1936, Martin Heidegger si impegna nella lettura intensiva dell’opera di Nietzsche, opera alla quale, lo stesso anno, consacra un corso universitario di primaria importanza. Seguiranno altri scritti.[1] Il modo in cui Heidegger analizza e interpreta la filosofia di Nietzsche rappresenta una tappa determinante del proprio pensiero.









Ma queste conclusioni appaiono a prima vista sconcertanti. Heidegger vede nel sommovimento nietzschiano la conseguenza remota del sommovimento platonico, poi cartesiano. Di Nietzsche afferma che è «tanto vicino a Descartes quanto all’essenziale», e arriva fino a definirlo come «il più sfrenato dei platonici». Come può arrivare a una simile diagnosi? È quello che cercheremo di esporre qui di seguito. Proclamando la morte di Dio, rigettando il mondo soprasensibile a tutto profitto del mondo sensibile, dichiarato il solo autenticamente vero, Nietzsche sembra avvicinarsi al dominio delle idee platoniche e proclamare l’inesistenza del mondo antico. (Anche se il grido «Dio è morto» non è affatto il grido di un ateo, ma la constatazione lucida di una morte avvenuta da tanto tempo – e, allo stesso tempo, un grido di rimpianto, che denuncia come autentici «atei» quei credenti la cui fede fu enunciata come una conseguenza della morte di Dio.) Di fatto, Nietzsche si vanta esplicitamente d’avere proceduto ad una «inversione» del pensiero di Platone. E vuol dire, con ciò, di aver ribaltato i termini della sua problematica. Ma questo ribaltamento (Umkehrung) equivale a un superamento (Überwindung)? Non potrebbe essere interpretato più giustamente come un compimento, una realizzazione (Vollendung)? In altri termini, descrivere il mondo sensibile come il «vero mondo», e il mondo ultrasensibile come una mendace fantasia, gli è sufficiente per uscire dal platonismo? «Il rovesciamento nietzschiano del platonismo, aggiunge Jean Beaufret, non risponde a sua volta, nel platonismo, a qualcosa del platonismo che diventa tanto più visibile alla luce del suo rovesciamento?»[2] Heidegger ha più volte sottolineato che opporsi a qualcosa implica quasi ineluttabilmente di partecipare alla cosa a cui ci si oppone. Egli dunque afferma che il «rovesciamento» di Platone a cui procede Nietzsche ha come caratteristica maggiore quella di conservare degli schemi concettuali o delle ispirazioni fondamentali proprie di ciò che intendeva rovesciare. Questo conduce Heidegger ad affermare che Nietzsche resta alla fine nella posizione «metafisica fondamentale», che egli definisce come «la maniera in cui colui che interroga la domanda conduttrice, ossia chi s’interroga su questa domanda, resta lui stesso integrato alla struttura propriamente non sviluppata della domanda conduttrice.»[3] Come procede per condurre la sua dimostrazione? Essenzialmente a partire da una riflessione critica sulla nozione di valore. Questa nozione occupa in effetti presso Nietzsche un posto di primo piano. Essa è alla base della sua critica, come alla base del suo progetto. Nietzsche scrive: «Cosa significa nichilismo? – Che i supremi valori [die obersten Werte] si svalorizzano» (La volonté de puissance, § 2). Il nichilismo proviene da una imposizione progressiva di alcuni di questi valori, giudicati da Nietzsche i più bassi (o i più falsi), nei confronti dei valori più alti (o più autentici). Più precisamente Nietzsche pensa che l’uomo abbia progressivamente proiettato, poi cristallizzato nella propria sfera d’esistenza, dei valori originariamente avuti in prestito dal mondo antico. In ultima analisi, la «svalutazione dei valori» è consistita in una rinuncia dei valori del mondo sensibile in nome di un ideale extramondano (o sopramondano), il quale non è che una falsificazione e un riflesso illusorio del primo; come a dire che il nichilismo proviene da questo dualismo dei due mondi che ha ispirato la filosofia occidentale dopo Platone. Il nichilismo è dato come l’avvenimento fondamentale della storia occidentale; Nietzsche legge dunque questa storia come la storia di una lenta svalorizzazione dei «valori supremi»; il culmine del nichilismo è che niente ha più valore, qu’il n’y a plus rien qui vaut. D’altra parte, per Nietzsche, la Volontà di potenza è il «principio di una nuova istituzione di valori». Il sottotitolo del suo libro parla da solo: «Saggio di una trasvalutazione di tutti i valori». È quindi esclusivamente a partire dalla nozione di valore che Nietzsche concepisce l’ascesa del nichilismo e la possibilità del suo superamento: il nichilismo è consistito nella svalutazione di certi valori; per opporvisi, bisogna istituirne di nuovi (continua).

NOTE

 [1] I corsi su Nietzsche, tenuti nel 1936-37, poi tra il 1939 e il 1941, sono stati riuniti all’interno di Nietzsche, 2 vol., Gallimard, 1951. È necessario aggiungere il saggio «Le mot de Nietzsche “Dieu est mort”», servito da base in svariate conferenze fatte per una ristretta cerchia di persone nel 1943, e che è stato raccolto nel volume Chemins qui ne mènent nulle part, Gallimard, 1962, pp. 253-322. Cfr. anche «Qui est le Zarathoustra de Nietzsche?», in Essais et conférences, Gallimard, 1958 et 1980, pp. 116-147 (testo di una conferenza tenuta nel 1953, e sviluppato in maniera più ampia nel volume Was heißt denken?, Tübingen 1954, pp. 19-47 et 61-78).


[2] Jean Beaufret, Dialogue avec Heidegger, vol. 2, Philosophie moderne, Minuit, 1973, p. 195. [3] Martin Heidegger, Nietzsche, op. cit. vol. 1, p. 353.

FONTE:http://www.opifice.it/?p=3143

FOTO:http://www.faculty.umb.edu

Friedrich Nietzsche-Sugli stati d'animo:2° parte



(Prima parte:http://informazioneconsapevole.blogspot.it/2015/08/friedrich-nietzsche-sugli-stati-danimo1.html)

Ma l'anima non recepisce soltanto tramite la volontà; essa è fatta della stessa materia degli eventi, o di una materia simile, e da ciò proviene che un evento che non trova una corda affine, grava tuttavia sull'anima col peso dell'umore, e può gradualmente acquistare una tale preponderanza da schiacciare e comprimere il suo restante contenuto. Gli stati d'animo derivano dunque dai conflitti interni ovvero da una pressione esterna sul mondo interiore.







 Qui una guerra civile di due campi opposti, là l'oppressione del popolo da parte di un ceto, di un'esigua minoranza. Quante volte, quando tendo l'orecchio ai miei pensieri e sentimenti e tacitamente mi sorveglio, me è sembrato di udire il ronzio e lo strepito delle turbolente fazioni, come se qualcosa stormisse per l'aria, come quando un'aquila o un pensiero si levano incontro al sole. La guerra è l'alimento costante dell'anima, che da essa sa trascegliere per sé quanto le basta di dolcezza e di bellezza. Ciò facendo distrugge e procrea il nuovo, lotta accanitamente, ma attrae soavemente il nemico dalla sua parte per un'intera unione. E ciò che più stupisce è che non bada mai all'esteriorità: nomi, personaggi, luoghi, belle parole, tratti di penna, tutto è per lei di valore subordinato; ed essa pregia invece ciò che è nascosto nella scorza. Ciò che ora è forse tutta la tua felicità o tutto il tuo cruccio, probabilmente tra breve non sarà che l'involucro di un sentimento ancor più profondo e quindi si perderà in sé stesso al sopravvenire di un qualcosa di superiore. E così i nostri stati d'animo si approfondiscono sempre di più, nessuno assomiglia con precisione a un altro, bensì ciascuno è infinitamente giovane e il Parto dell'Attimo. Penso ora a tante cose che ho amato; si sono susseguiti i nomi e le persone, e non voglio affermare che davvero le loro nature siano diventate sempre più belle e profonde; però è vero che ciascuno di questi stati d'animo consimili rappresenta per me un progresso, e che è insopportabile per lo spirito ripercorrere le stesse fasi che ha già percorso; esso vuole espandersi sempre più in alto, sempre più in profondo. Vi saluto, o stati d'animo, mirabili alternanze di un'anima impetuosa, vari come la natura ma di essa più grandi, perché vi superate di continuo, guardate sempre in alto; mentre la pianta profuma oggi come profumava nel giorno della creazione. Io non amo più come amavo qualche settimana fa; in questo momento non sono più dello stesso umore di quando ho incominciato a scrivere.

(Federico Nietzsche - La mia vita - SCRITTI AUTOBIOGRAFICI 1856- 1869)

FONTE:http://www.thule-italia.net/Libri%20on%20line/Nietzsche_sugli%20stati%20d'animo.pdf

Friedrich Nietzsche-Sugli stati d'animo:1° parte



[27 marzo 1864] Sugli stati d'animo

 Immaginatemi seduto a casa mia la sera del primo giorno di Pasqua, avvolto in una veste da camera; fuori cade una pioggerella sottile; nella camera non c'è nessun altro. Io fisso a lungo il foglio di carta bianca che mi sta davanti, con la penna in mano, stizzito per la confusa quantità di argomenti, fatti e pensieri che reclaman tutti d'essere messi per iscritto; e molti lo fanno con parecchia veemenza, perché sono ancora giovani e spumeggianti come il mosto; ma a ciò si ribella qualche vecchio pensiero maturo e decantato, come un vecchio signore che misura con occhio ambiguo il gran daffare della gente giovane.







 Diciamolo apertamente, la nostra disposizione di spirito è condizionata dal contrasto tra quei due mondi, il giovane e il maturo, e noi diamo allo stato momentaneo del conflitto il nome di stato d'animo o quello lievemente spregiativo di umore. Da buon diplomatico, io mi levo un poco al di sopra dei partiti discordi e descrivo le condizioni dello Stato con l'imparzialità di un uomo che giorno per giorno assiste per errore a tutte le sedute dei partiti e applica nella pratica quello stesso principio che deride e contrasta dalla tribuna.



Lo Zarathustra di Nietzsche - Volume Quarto


Confessiamolo, io scrivo sugli stati d'animo perché in questo momento sono così disposto; ed è una fortuna che sia disposto a descrivere proprio le disposizioni. Oggi ho suonato a lungo le Consolations di Liszt, e avverto chiaramente come le note mi siano penetrate nell'animo, e ora vi risuonino spiritualizzate. Ho fatto di recente un'esperienza dolorosa, quella di un addio o non-addio, e ora noto come questo sentimento e quelle note si siano fusi, e credo che la musica non mi sarebbe piaciuta se non avessi fatto quell'esperienza. Il simile cerca dunque di attirare l'anima a sé, e la massa preesistente di sensazioni spreme come un limone i nuovi avvenimenti che colpiscono il cuore, ma sempre in modo tale che solo una parte del nuovo si unisca all'antico, e che ne rimanga un residuo che non trova elementi affini della dimora dell'anima e perciò vi prende stanza da solo, molto spesso con malumore dei vecchi inquilini, con i quali viene sovente a diverbio per questo motivo. Ma guarda! Ecco che viene un amico, un libro si apre, passa una ragazza, senti! Risuona una musica! - Già da ogni parte tornano ad affluire nuovi ospiti nella casa aperta a tutti, e colui che fino a poco fa se ne stava da solo trova molti nobili parenti.
Ma è singolare: non vengono gli ospiti che vogliono, né così come si trovano, bensì coloro che debbono venire, e solo questi. Tutto ciò che l'anima non può riflettere, non la tocca; ma poiché la volontà fa o non fa riflettere l'anima a suo talento, essa viene toccata soltanto da ciò che vuole. E ciò a molti appare contraddittorio; giacché ricordano quale resistenza oppongono a certe sensazioni. Ma che cos'è che in ultima analisi determina la volontà? E quante volte la volontà dorme e vegliano soltanto gli istinti e le inclinazioni? E una delle più forti inclinazioni dell'anima è una certa curiosità, una predilezione per l'inconsueto, e ciò spiega perché sovente ci lasciamo indurre in stati d'animo spiacevoli.

(Federico Nietzsche - La mia vita - SCRITTI AUTOBIOGRAFICI 1856- 1869)

FONTE: http://www.thule-italia.net/Libri%20on%20line/Nietzsche_sugli%20stati%20d'animo.pdf

La musica classica cura il cuore: lo dice Oxford


Di Marta Merigo
La Oxford University ha fatto una scoperta scientifica che potrebbe aiutare i malati di cuore e chi soffre di ipertensione: dai test svolti sembrerebbe che la musica classica aiuti a curare queste malattie. Non tutta, però: Verdi, Puccini e Beethoven sono ammessi, ma Vivaldi e le sue Quattro Stagioni non sono graditi. Infatti, le melodie più pacate e rilassanti sembrano essere quelle più efficaci: gli allegri e gli andanti, probabilmente, dovranno essere esclusi. Certo, sempre meglio un Vivaldi che un pezzo Heavy Metal per calmare un iperteso.
Sembrerebbe un’ovvietà, eppure si stanno conducendo esperimenti proprio per verificarne la validità come cura (oltre ai dovuti medicinali, sia chiaro): ma c’era davvero bisogno di uno studio per rendersi conto che la Nona del buon Luigi Van, come lo chiama il protagonista di Arancia Meccanica, ha un effetto rilassante?
La musica, da sempre, cura il cuore: sarà pur una banalità, ma concedetemela. Quante volte, in preda a crisi di stress e ansia, per qualsiasi motivo esse vi assillassero, un buon viaggio musicale vi ha aiutato nel riprendervi?
La peculiare posizione della musica, nella vita e nella riflessione umana, è stata sottolineata da moltissimi pensatori.
Era essenziale, ad esempio, nell’antica Grecia: l’Iliade e l’Odissea, i due poemi omerici, nascono da una tradizione musicale. Infatti, gli aedi, come lo era Omero, erano innanzitutto dei cantori: accompagnati dalla lira, raccontavano storie in rima e in versi. Della musica greca non ci è rimasto assolutamente nulla: ma, tutta la tradizione mitica e letteraria greca, nasce da una canzone. Ovviamente, tutta la tragedia e la commedia, che erano accompagnate dal coro, a loro volta sono altamente musicali: anch’esse in versi e in rima, le loro frasi hanno un andamento tale che, chi ha dovuto studiare la metrica greca lo sa, si adattano come una musica a ogni situazione rappresentata.
La musica è una legge morale: essa dà anima all’universo, ali al pensiero, slancio all’immaginazione, fascino alla tristezza, impulso alla gioia e vita a tutte le cose.  Essa è l’essenza dell’ordine, ed eleva ciò che è buono, giusto e bello, di cui è la forma invisibile ma tuttavia splendente, appassionata ed eterna.
A dirlo è stato un altro greco, il burbero e utopico Platone: per lui, come per i Pitagorici, la musica è addirittura legata al movimento dei pianeti e del cosmo. Le misure e i tempi che la contraddistinguono, rispecchiano l’ordine cosmogonico.
Pitagorica
Accordo pitagorico
Ma, vi stupirà saperlo, i Pitagorici hanno fatto molto di più: sappiamo tutti quanto ilnumero fosse, per questo movimento, alla base di tutto. La matematica e la geometrica furono il loro grande merito (non è un caso che esista un teorema di Pitagora e non di Platone). Ma per loro, la musica, aveva una unicità tutta sua: sappiate che sono proprio loro a studiare e teorizzare la costruzione degli accordi. Attraverso calcoli frazionari, arrivano a stabilire in che rapporto debbano stare tra loro le note, stabilendo quale sia la terza e quale la quarta in un accordo. Certo, loro non ragionavano tramite le note e gli spartiti: ma avevano già individuato quali calcoli producevano un suono armonico, puro.Insomma, accordavano gli strumenti a corde prima di sapere cosa fosse un La.
La musica anche per Dante ha tutto un suo valore: nelle tre cantiche, è un elemento essenziale. Nell’Inferno, il suono dominante è quello delle pene dei dannati. I pochi strumenti che ci sono, creano suoni sgraziati e irridenti. Nel Purgatorio e nel Paradiso invece caratterizzano le preghiere delle anime che ivi stanno: cantano.
Ovviamente, anche la scrittura stessa della commedia è musicale: la terzina incatenata, la stessa per tutto il poema, assume diverse sonorità tramite le parole scelte, le figure retoriche, gli accenti sugli endecasillabi. Sicuramente, Dante fu maestro di allitterazione e consonanza.
Un altro poeta, lontano secoli (in tutti i sensi) dal nostro fiorentino, è Eugenio Montale: appassionato di melodramma, si avvicinò alla poesia tramite due tappe fondamentali: la pittura impressionista e simbolica, e Debussy.
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Wagner e Nietzsche
Inutile dire quanto il rapporto con la musica abbia invece influenzato la vita di Nietzsche:sin da piccolo, si dileggiava al pianoforte. Conosce poi Wagner, che diverrà, per otto anni, il punto di riferimento della sua analisi, tanto da dedicarvi la prefazione de La nascita della tragedia (1972). Qui, il musicista tedesco diventa il fulcro della nuova musica, dellarinascita non solo di questa arte ma dell’umanità. Wagner, almeno in questo momento, è il massimo rappresentate di un arte dionisiaca: contrariamente al principio dell’apollineo, dedicato alla riflessione e al pragmatismo, il dionisiaco è quell’elemento dell’animo umano (e del mondo) che può far guardare l’uomo nell’oblio e, nonostante ciò, dire sì alla vita. È il movimento vitale, le emozioni forti, lo slancio vitale: è la musica wagneriana.
Nietzsche ritratterà tutte le sue lodi, verso la fine della sua vita. Non si capisce ancora oggi il perché: la sua follia? O si era forse innamorato della moglie dell’amico? O il musicista si era spostato troppo verso affermazioni razziste e pangermaniste? O forse perché Wagner aveva suggerito a Nietzsche di lasciar perdere la musica pratica e affidarsi solo alla teoria.
Ma una grande passione li accomunava: l’amore per Schopenhauer. Secondo questo altro filosofo, la musica era l’unica in grado, tra le arti, di cogliere l’essenza del mondo. La sua capacità di andare oltre alle cose fenomeniche, le consentiva di arrivare all’in sé delle cose. Senza bisogno di parole.
Io, al di là delle ricerche di Oxford, la penso proprio come lui. E come Nietzsche:
Senza musica la vita sarebbe un errore.
(Friedrich Nietzsche)

FONTE: http://www.artspecialday.com/2015/06/10/la-musica-classica-cura-il-cuore-lo-dice-oxford/

Gli stadi dello sviluppo umano secondo Nietzsche




Di Gabriele Sannino

Il grande filosofo tedesco Friedrich Nietzsche ha descritto nei suoi studi tre stadi dell'evoluzione della coscienza umana, i quali, se percorsi e sperimentati tutti, possono portare l'uomo verso elevati livelli di comprensione e saggezza.
Il primo di questi stadi e' quello del cammello: qui i condizionamenti infantili, i modelli, i valori e i comportamenti dei genitori e degli antenati la fanno da padrona; in pratica si assumono valori e comportamenti di chi ci ha preceduto e influenzato, e con essi anche tutti gli errori e le inconsapevolezze tipiche di ogni essere umano, perfino di chi ci ha cresciuto. 
Nello stadio del cammello diciamo si ad ogni cosa, dato che la nostra coscienza e' come bloccata e ancorata a questo passato; in sostanza manchiamo di capacita' critica e fatichiamo a decidere per noi stessi.
Come "cammelli" infatti non rischiamo nuovi modi di vivere e pensare, facciamo continuamente compromessi in nome di un'"armonia" che in realta' spesso non c'e' - a patto proprio di soffocare la nostra consapevolezza - ma sviluppiamo le "nostre" radici che possono darci, qualche volta, perfino un senso di appartenenza. 
Il secondo stadio, invece, e' quello del leone: qui ci ribelliamo contro il vecchio, a volte con rabbia e collera. E' proprio la rabbia che sveglia la forza e il coraggio di cui abbiamo bisogno per uscire dalla scatola in cui siamo nati e cresciuti. 
Questo periodo di ribellione - tipico per esempio degli adolescenti che per questo fanno gli anticonformisti - puo' durare a volte fino all'eta' adulta, e puo' portare anche a un nulla di fatto, specie se il cammello che e' in noi alla fine prende il sopravvento. 
A volte sono proprio i figli che riescono a far diventare leoni i genitori: questi infatti, quando i figli sono in eta' adulta, percepiscono la gabbia nella quale hanno sempre vissuto e cominciano il processo di separazione da cio' che un tempo credevano giusto per loro.
Quando il leone dentro di noi ha fatto il suo percorso - o meglio quando il processo di separazione che porta con se' rabbia e senso di ribellione e' passato - ecco che si arriva al terzo stadio, quello che Nietzsche definisce il "bambino".
In sostanza, in questo stadio (che per il filosofo e' lo stadio finale della coscienza) la rabbia e il risentimento lasciano spazio a una maturita' senza giudizio ne' negativita', una maturita' che accetta le cose cosi' come sono, ma che si ribella e sa farsi rispettare qualora non si venga rispettati.
A questo livello non c'e' piu' l'accondiscenza e la sudditanza del cammello, ne' la rabbia del leone. 
In questo stadio, apprezziamo la bellezza e la ricchezza di cio' che siamo e abbiamo ereditato, liberandoci pero' dalla negativita' e dalla repressione che ci hanno accompagnati. 
Possiamo perfino riabbracciare le nostre radici, anche se lo faremo con uno spirito del tutto diverso da quello del cammello. 
Secondo il filosofo, moltissime persone oggi sono ferme o oscillano tra i primi due stadi, ovvero quello del cammello e del leone: per chi vi scrive tornare "bambini", recuperando un' innocenza che non e' ingenuita' ma anzi vera consapevolezza, e' il vero fine di questa breve parentesi per l' anima che noi tutti chiamiamo vita. 

Fonte immagini: http://www.blogtaormina.it

Fonte dati: libro "Fiducia e sfiducia" di Krishnananda Amana - wikipedia.

Fonte articolo:http://www.gabrielesannino.com/stampa2.asp?st=469

La mercificazione dell'essere umano e il consumismo totale



Di Salvatore Santoru

Il consumismo economico ormai è finito da un pezzo, ma ha lasciato grosse conseguenze sul piano sociale e psichico degli individui, contribuendo a una radicale trasformazione di essi.

Come risultato di ciò, si è arrivati gradualmente a una costante mercificazione dello stesso essere umano, e si può ben dire che si è creato una sorta di "uomo nuovo".

Un'uomo nuovo "liberato" dalle stesse caratteristiche e limiti umani, senza una reale identità interiore e totalmente dedito a vendere sé stesso e le proprie qualità esteriori, proprio come un prodotto economico qualsiasi.



Si può ben dire che oramai il processo di mercificazione è concluso.

Infatti, viviamo in tempi sempre più contraddistinti dalla precarietà, non solo lavorativa, in una sorta di "eterno presente" basato su un costante vuoto di valori e su un nichilismo totalizzante e totalitario, una condizione storica che ricorda la descrizione della "società dell'ultimo uomo" fatta da Friedrich Nietzsche.



C'è anche da dire che oramai anche le stesse relazioni sociali e interpersonali sono basate sui meccanismi che regolano il mercato: come per una qualsiasi merce, si valutano le persone solo per quanto sono "cool" o per le qualità e quantità degli aspetti esteriori e così via.

Sembra proprio che per il momento, non ci sia alternativa a questo processo, a meno che la gente non incominci a capire tali questioni e agisca di conseguenza.

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