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Identitarismo e localismo: l’ambientalismo della Nuova Destra


Di Matteo Luca Andriola

L’evoluzione ecologista del pensiero di Alain de Benoist, che mette in discussione la diade antinomica destra/sinistra, inizia dalla rilettura di certi intellettuali antimoderni come Julius Evola e altri della konservative Revolution, ma soprattutto dallo studio di Martin Heidegger che, nel corso del tempo, finì per soppiantare Nietzsche nel pensiero debenoistiano che, durante quel periodo, si incentrò sempre più sulle tematiche dell’etnopluralismo, dell’europeismo, degli squilibri della modernità, dell’antindividualismo e dell’antiliberalismo.
Queste ultime due tematiche lo portarono a confrontarsi con gli studiosi del Mauss (Mouvement antiutilitariste dans les sciences sociales), tra cui strinse buoni rapporti, inparticolare, con Alain Caillé e Serge Latouche, teorici della decrescita.Un pensiero “capace di pensare simultaneamente ciò che, fino a oggi, èstato pensato contradditoriamente” (19) e a vocazione egemonica, nonpuò non interfacciarsi con l’ecologismo. Questo perché l’ecologismo èuna battaglia che per tali ambienti non è né di destra né di sinistra, mache ha nel trasversalismo uno dei suoi elementi fondanti: “I verdi” spiegaAlexander Langer nel 1984, in occasione dell’assemblea nazionale diFirenze per presentare le liste verdi che debutteranno alle amministrativedell’anno successivo, “dovranno costituirsi come terzo polo, come altrorispetto alla canalizzazione corrente della dialettica politica italiana”(20), il tutto in una fase non ancora dominata dal bipolarismo. Marco Tarchi, peresempio, dedicherà al fenomeno un fascicolo monografico di Dioramaletterario, il n. 144 dell’aprile 1988, dal titolo “La sfida verde. Ecologia ecrisi della modernità”, che prendeva spunti da suggestioni che l’area italiana– che a differenza degli omologhi francesi nasceva dal tradizionalismoevoliano – già aveva elaborato negli anni ’70 (21).
Il minimo comune denominatore che favorirà a livello europeo un dialogo – e non un’infiltrazione – con l’ambientalismo verde è l’antiliberalismo, già all’epoca un’ideologia unilaterale, e la critica alla relativa mercantilizzazione dei rapporti sociali contro “l’impero della futilità e l’umiliazione della politica, ridotta a variante indipendente delle strategie dei più influenti operatori dei mercati finanziari” (22), per la difesa della qualità della vita, unico terreno possibile per il rilancio di un’alternativa. Vi sono non poche similitudini fra la corrente animata da Alain de Benoist e l’ecologismo, perché quest’ultimo “segna la fine dell’ideologia del progresso; il futuro, ormai, è gravido più di inquietudini che di promesse.
Nel contempo, rende evidente che i progetti sociali non possono più discendere da un’ottimistica attesa del ‘radioso indomani’, ma richiedono una mediazione sugli insegnamenti tanto del presente che del passato” perché l’ecologia “[…] richiamandosi al ‘conservatorismo dei valori’ e della difesa dell’ambiente naturale, rifiutando il liberalismo predatorio non meno che il ‘prometeismo’ marxista […] è nel contempo rivoluzionaria sia nella portata che nei valori. È in definitiva, tagliando deliberatamente i ponti con l’universo del pensiero meccanicistico, analitico e riduzionista che ha accompagnato l’emergere dell’individuo moderno, essa ricrea un rapporto tra l’uomo e la totalità del cosmo, che forse non è altro che un modo per protestare contro l’imbruttimento del mondo e per rispondere all’eterno enigma della bellezza” (23). Questo non può che coniugarsi col comunitarismo solidarista e identitarista, col localismo, per “opporre alla dittatura del mercato il modello di una società della sobrietà, legata ai valori autentici dell’uomo” (24), divenendo uno degli assi portanti delle ‘nuove sintesi’ proposte dal progetto neodestro. Il localismo, il regionalismo, l’identitarismo, non diventano solo un ponte di dialogo con gli ambienti nazional-populisti, ma il modo per sposare la nozione di decrescita sostenibile che “parte dalla semplicissima constatazione che non può esserci crescita infinita in uno spazio finito”, dato che il pianeta, le risorse naturali e la biosfera hanno dei limiti. L’idea stessa della decrescita deve necessariamente condurre, secondo de Benoist, a un superamento delle vecchie scissioni politiche che porti come conseguenze ad “inevitabili convergenze” fra una “sinistra socialista”, che sia in grado di abbandonare il “progressismo”, e una destra che abbia saputo rompere con “l’autoritarismo, la metafisica della soggettività e la logica del profitto” (25).
Nel discorso debenoistiano si mette però in discussione la filiera della produzione capitalista, da espletare a chilometro zero, ma non il capitalismo stesso, che nel campo neodestro – come già visto nell’articolo sulla critica al mondialismo (26) – non viene mai ridiscusso, eccetto la sua tendenza a mondializzarsi.
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19) A. de Benoist, Le idee a posto, Akropolis, Napoli 1983, p. 76 (ed. orig. Les idées à l’endroit, Libres Hallier [Albin Michel], Parigi 1979)
20) A. Langer, Relazione introduttiva all’assemblea di Firenze, ciclostilato, 8 dicembre 1984
21) Cfr. Il progresso finirà in soffitta?, n. f., La Voce della Fogna, n. 1, dicembre 1974, p. 7
22) M. Tarchi, L’alternativa alla sobrietà, Diorama letterario, n. 186, maggio-giugno 1995, p. 1
23) A. de Benoist, La fine dell’ideologia del progresso, Diorama letterario, n. 186, maggio-giugno 1995, p. 2
24) M. Tarchi, L’alternativa alla sobrietà, cit.
25) A. de Benoist, Obiettivo decrescita, in A. de Benoist, Comunità e decrescita. Critica della Ragion Mercantile. Dal sistema dei consumi globali alla civiltà dell’economia locale, Arianna Editrice, Casalecchio di Reno 2006, pp. 107, 127, 129, 154
26) Cfr. M. L. Andriola, La destra radicale noglobal. Antimondialismo e capitalismo,

L’ambientalismo di destra: il secondo dopoguerra


Di Matteo Luca Andriola

Dopo la seconda guerra mondiale l’ambientalismo rispunterà fuori fra gli anni ’60 e ’70, dopo la pubblicazione del libro di Rachel Carson Silent Spring (1962), che criticava l’uso indiscriminato che si faceva all’epoca di pesticidi, destando notevoli polemiche ma anche molto interesse fra la gente comune, stimolando il nascere di una legislazione – fino allora inesistente – orientata alla tutela dell’ambiente, e dando il via alla nascita dei primi partiti propriamente detti ‘verdi’.
L’interesse della destra per l’ecologismo, nonostante l’esistenza di altri interessi più contingenti, non svanì mai del tutto, ma non era presente come oggi, ma a cui si darà sempre una connotazione differente da quella della sinistra.
Dagli anni ’70-90 settori della destra sociale europea, basandosi sulle suggestioni poc’anzi viste, fecero militanza ecologista in gruppi vari, in Italia con i Gruppi di ricerca ecologica e Fare verde, due emanazioni della corrente del Msi legata a Pino Rauti, in Germania con l’Okologisch Demokratische Partei, nato nel 1982 da una scissione dell’ala più moderata e conservatrice dei Grüne, e in Francia con il Mouvement écologiste indépendant, nato nel 1994 sempre con l’intento di differenziarsi da un ecologismo di sinistra. Tutte forme di militanza che incrociano la strada del Grece, il Groupement de recherche et d’etudes pour la civilisation europeenne, associazione che si fa promotrice delle riflessioni filosofiche della Nouvelle droite di Alain de Benoist. Infatti, secondo Marco Tarchi, teorico del neodestrismo italiano e direttore di riviste come Diorama letterario e Trasgressioni, i cardini di una destra sensibile all’ambientalismo “sono la protezione della diversità dell’ecosistema, contro la monocultura omogeneizzante planetaria; la credenza nell’esistenza di leggi di natura invalicabili e la accettazione della nozione di limite (che ha portato, fra l’altro, all’opposizione agli organismi geneticamente modificati, o ogm); la valorizzazione del rapporto con i luoghi e il paesaggio, contro
la riduzione della natura a strumento di profitto” (15).
Ma non sempre la corrente di pensiero di Alain de Benoist s’è distinta in una forte sensibilità per l’ambiente. Negli anni ’70, nonostante le citate suggestioni negli ambienti della destra sociale, il Grece aveva posizioni nietzcheane, faustiane, prometeiche e molto inclini allo scientismo, cercando di giustificare uno dei capisaldi del suo pensiero, l’ineguaglianza
dell’uomo (in seguito divenuta “differenza”) con ogni argomentazione scientifica, cooptando fra i suoi collaboratori studiosi e accademici. In quel decennio le pubblicazioni del centro studi traboccavano di riflessioni come l’etologia umana, i rapporti tra razza e intelligenza, l’evoluzione, la sociobiologia, la demografia ecc., polemizzando spesso “contro la repressione culturale e scientifica in essere su questi argomenti” (16), come si evince sfogliando le sue pubblicazioni, con toni diversi da quelli antimoderni espressi oggi. Questo tipo di scientismo spingerà de Benoist, in un articolo pubblicato su Éléments nel 1977, a contestare il movimento ecologista francese ed europeo come piccolo-borghese, una sorta di neo-gauchisme, o di pseudo-gauchisme che pretendeva di sostituire alla contraddizione “fatale” del capitalismo di marxiana memoria, la contraddizione “ambientale”, per cui il capitalismo sarebbe da superare perché andrebbe a confliggere con le condizioni ambientali necessarie al genere umano e a tutte le altre specie animali, presentando l’ecologismo come un’ideologia reazionaria e antimoderna che si fonda sui fondamenti dottrinari della vecchia destra (17), teorie che vengono però modificante nel corso degli anni ’80, quando vi è un graduale riposizionamento della corrente e dello stesso de Benoist: “Riguardo all’ecologismo, avevo espresso una decina di anni fa un certo numero di riserve legate alle aporie filosofiche suscitate dal concetto di ‘natura’. Da allora le mie opinioni hanno senza dubbio subito delle evoluzioni”, spingendolo a valorizzare l’ecologismo in quanto antagonista rispetto “a una società diventata incapace di capire che le cose che hanno veramente ragione sono quelle che sfuggono allo scambio commerciale, proprio perché non hanno prezzo” (18).
3 – Continua
3 – Dalla seconda guerra mondiale ad Alain de Benoist
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15) M. Tarchi, Molte destre, nessuna destra?, Trasgressioni, n. 62, settembre-dicembre 2018
16) S. Vaj, Biopolitica. Il nuovo paradigma, Società Editrice Barbarossa, Cusano Milanino
17) A. de Benoist, De l’écologie à l’éco-manie, Éléments, n. 21-22, estate 1977
18) A. de Benoist, Une remise en cause salutaire des valeurs merchandes, Éléments, n. 66, settembre-ottobre 1989, pp. 40 e 44

Nuova destra e populismo: laboratorio Italia


Di Matteo Luca Andriola

Nessuno si sarebbe mai aspettato – almeno con certa repentinità e con certe dinamiche – la caduta del governo Conte che aveva unito in maniera ‘idilliaca’, o almeno era questa la narrazione corrente, la Lega di Matteo Salvini e il Movimento 5 stelle di Luigi Di Maio. Un governo controverso, che pareva unire istanze di una destra identitaria e conservatrice con quelle di un certo movimentismo dalle vaghe venature sociali, un’unione fortemente contrastata dal grosso dell’establishment politico e giornalistico (quello che veniva definito come la ‘casta’) e che sembrava andare – è questo il messaggio passato in certi ambienti intellettuali di destra – al di là della destra e della sinistra.
La nascita del governo giallo-verde aveva acceso le speranze di vasti settori dell’intellettualità ‘non-conforme’, dalla nouvelle droite francese ai settori dell’ambiente eurasiatista condizionati dalle riflessioni di Aleksandr Dugin. La motivazione era semplice: per la prima volta nella storia, un movimento esplicitamente di destra e su posizioni populiste e identitarie si alleava per governare un Paese assieme a una forza antisistema che raccoglieva senz’altro un elettorato misto, ma che si caratterizzava per temi come l’ecologia sostenibile, la democrazia diretta elettronica (o e-democracy), temi che possono avere una vaga connotazione di sinistra assieme alla critica a trattati come il TTIP – duramente contestato da Alain de Benoist in un libro edito in Italia da Arianna Editrice (1) – e il Ceta che, va detto, in Francia è stato votato da buona parte dell’esecutivo macroniano, a scapito dell’allevamento e dell’agricoltura locale (2). La convergenza di due forze così differenti è stata così salutata nell’area anticonformista europea ed eurasiatica, elevando l’Italia a laboratorio privilegiato per lo sviluppo di nuove sintesi, ora non più culturali e metapolitiche, ma addirittura politiche.
Ergo, il gramscismo di destra predicato fin dai tardi anni ’60 in Francia si era forse affermato nel nostro Paese? L’Italia stava divenendo neodestrista, comunitaria e trasversalista?
È quello che in maniera esplicita hanno detto i giornali di colore liberale davanti alla convergenza – tutt’altro che spontanea, dato che è nata dopo un lungo travaglio e il rifiuto del Partito democratico egemonizzato dai renziani di convergere col M5s – di due forze diversissime, che faranno un esecutivo descritto da molti come né di destra né di sinistra ma simultaneamente di ambo i colori, al punto che il quotidiano online Linkiesta.it, che da sempre ha avversato il governo Conte per le simpatie europeiste e liberaldemocratiche della direzione, l’ha definito “governo rossobruno”, fautore dell’incontro, dell’alleanza fra radicali di sinistra e di estrema destra. Un’idea di cui – anche se Di Maio e Salvini dicono di voler superare le vecchie categorie – George Sorel avrebbe parlato già cento anni fa e che il Carroccio farebbe sua non solo dalla ripresa delle tesi di Alain de Benoist ma anche di quelle di Aleksandr Dugin, descritto semplicisticamente come l’“ideologo di Putin, ex eminenza grigia sia per i nazionalisti di Žirinovskij che per i comunisti di Zjuganov”, e grazie al flirt di un giovane filosofo come Diego Fusaro “che si definisce marxista, [...] allievo di un altro marxista, Costanzo Preve, che negli anni ’70 sposò la necessità di questa ibridazione fra estreme. Insomma, Lega e M5s al popolo parlano la lingua del nuovismo e del superamento della destra e della sinistra, ma nascono, in realtà, nell’alveo di una elaborazione intellettuale chiara, precisa: il rossobrunismo. [...] L’Italia è, dunque, come altre volte nella sua storia, un laboratorio politico globale. Non sempre queste sperimentazioni hanno portato bene al Paese” (3).
Semplificazioni – con non poche inesattezze, come quella di vedere Preve attivo nella messa in discussione della diade dicotomica destra/sinistra fin dagli anni ’70, cosa da lui sostenuta negli ultimi anni di vita – unite alla già citata “psicosi rossobruna” atta a demonizzare chiunque metta in discussione il pensiero unico liberale a sinistra (4), che dimostra come i media italiani ed europei siano completamente disconnessi e scollegati col comune senso, al punto di non comprendere la fenomenologia del populismo. Ma se l’etichetta detta da un liberale è a fini denigratori, così non è stato per vasti settori della nouvelle droite d’Oltralpe, lì dove esistono ben due forze populiste anti-establishment in competizione, una di stampo socialista, La France insoumise di Jean-Luc Mélenchon, e una di destra identitaria come il Rassemblement national di Marine Le Pen, l’ex Front national, che ha però messo in soffitta – a differenza della Lega che ancora parla di flat tax – il neoliberismo reaganiano degli anni ’80 per un programma economico dal vago sapore keynesiano.
E infatti il n. 176 del febbraio-marzo 2019 del bimestrale Éléments, l’organo del Grece, l’associazione metapolitica che elabora in Francia le tesi filosofiche della nouvelle droite, consacra un dossier niente meno che all’Italia, dal titolo inequivocabile: “Italie: le laboratoire politique du populisme”, un dossier su un’Italia “vue de droite”, per citare un de Benoist d’annata, con un Paese visto come un creativo e inedito “laboratoire politique du populisme” trasversalista. Di un fenomeno, il populismo, attenzione, che, come si autodefinisce, guarda al di là della destra e della sinistra. Parliamo di intellettuali non conformi oggi tentati dal populismo i quali, in nome dell’ostilità nei confronti del ‘totalitarismo liberale’, attualizzano l’appello disperato dell’intellettuale collaborazionista Pierre Drieu La Rochelle, che pur di opporsi alla società liberale incarnata negli Alleati che sbarcavano in Normandia nel giugno 1944, da lui giudicata caricaturalmente come una costosa truffa criminale, si augurava che il comunismo sovietico, in altre parole lo strutturalismo marxista, vincesse la guerra, vedendo nel sovietismo e nei T34 russi la sola alternativa all’individualismo e alla democrazia prodotti della décadence occidentale: “Il mio odio per la democrazia mi fa desiderare il trionfo del comunismo. In mancanza del fascismo [...] solo il comunismo può mettere veramente l’uomo con le spalle al muro, costringendolo ad ammettere di nuovo, come non avveniva più dal Medioevo, che ha dei padroni. Stalin, più che Hitler, è l’espressione della legge suprema”, scriverà il 2 settembre 1943 nei suoi diari. Ora, probabilmente, mentre Drieu La Rochelle vede nella società-caserma e nel costruttivismo militarizzato la redenzione per l’Europa, oggi la ‘salvezza’ dal post-modernismo, dopo anni di riflessioni di matrice politeista filosofico, cognitivo e relativista, è scorta nientemeno da alcuni settori della nouvelle droite nel “costruttivismo populista”. Un salto avanti o indietro?
C’è senz’altro un senso di invidia verso l’Italia: lì in Francia il duo populista non ha mai tentato una convergenza, anche se Mélenchon ha fatto saltare quel fronte repubblicano in auge fin dal gennaio 1956, che vedeva convergere, prima contro i qualunquisti poujadisti poi contro i frontisti lepenisti, l’intero arco parlamentare per bloccare i populisti, più volte applicato al Front national al secondo turno delle presidenziali, ma non nel 2017, quando il leader gauchista decide di non far convergere i voti del suo elettorato a vantaggio di Macron, per il suo programma liberista, venendo accusato di rossobrunismo dai liberali perché “lo slogan elettorale della Le Pen è Au nom du Peuple, quello di Mélenchon La force du Peuple, dettagli che ci aiutano a capire perché la sinistra faccia fatica a schierarsi con Macron” dato che “la Le Pen piace [a sinistra] perché è nazionalista, proprio come Mélenchon, e per le sue posizioni critiche nei confronti dell’euro e dell’Unione europea. Insomma la logica è molto semplice: il nemico del mio nemico è mio amico. E così la Le Pen finisce per essere ‘il male minore’” (5).
Ma non si spiega l’entusiasmo di alcuni redattori di Éléments per Matteo Salvini, all’epoca vicepresidente del Consiglio e ministro dell’Interno e descritto come “nouvelle homme fort de l’Europe”, specie per il suo programma economico tutt’altro che keynesiano (e causa prima delle frazioni col M5s), mentre è la critica al liberismo in nome di un pro gramma di “economia mista” che potrebbe permettere in Francia la con vergenza fra populismo gauchista mélenchoniano e populismo identitario lepenista, anche se forse ciò è comprensibile dato che tutto nasce dal ritratto del politico lombardo fatto dall’italiano Antonio Rapisarda, giornalista de Il Tempo, di Libero e collaboratore del sito Barbadillo.it e de Il Primato Nazionale, tutti di destra, autore di un volume, All’armi siam leghisti, dove si analizza l’egemonia culturale e politica della destra postmissina, dell’area identitaria e di quella metapolitica nel Carroccio dopo la fine di Alleanza nazionale (6), un dossier con analisi su CasaPound, modello anche per la destra non conforme d’Oltralpe (si vedano gli articoli La CasaPound de l’intérieur: une Rome révolutionnaire Rencontre avec Adriano Scianca: l’esprit corsaire) e sul sindacato di destra Ugl, erede della Cisnal missina, con un’intervista al suo segretario generale, Le syndicalisme italien: rencontre avec Paolo Capone, descritto come un sindacato vicino alla Lega, segnale di un’egemonia a destra a scapito degli eredi del Msi e di An, cioè Fratelli d’Italia.
Nel dossier, nella rubrica “Le pays du ‘populisme intégral’”, si darà voce a intellettuali militanti che, a loro modo, incarnano tutti la Weltanschauung populista, dagli entusiasti e giovanissimi Diego Fusaro (che loda l’esperimento giallo-verde contro le élite) e Sebastiano Caputo (de L’Intellettuale Dissidente, un laboratorio metapolitico che propone la concretizzazione politica di nuove sintesi culturali), ai maturi Gabriele Adinolfi (che cautamente teme il trasformismo dei ‘rivoluzionari’, che entrati nella stanza dei bottoni mutano da incendiari a pompieri) e Marco Tarchi.
Su quest’ultimo bisogna soffermarsi, sorvolando un attimo sul fatto che è la principale mente della Nuova destra metapolitica italiana, l’animatore di riviste come Diorama letterario, Trasgressioni e della cooperativa editoriale La Roccia di Erec e il divulgatore del pensiero debenoistiano dagli anni ’70, ma sul fatto che egli è uno dei più affermati politologi e storici italiani all’Università di Firenze, fra i primi a occuparsi in maniera accademica della fenomenologia populista in Italia. Se nell’intervista vengono fuori le contraddizioni che successivamente faranno saltare l’esecutivo, e cioè la compresenza di tesi decresciste in seno al grillismo assieme al produttivismo “da capannone” della Lega, forte soprattutto nel Nord-Est, è nelle sue opere che noi capiamo cos’è la fenomenologia del populismo, esposto nel libro L’Italia populista: “Si può concordare sul fatto che esso [il populismo] non corrisponde in alcun modo univoco a un particolare e ben definito tipo di regime politico, o che non ha presentato contenuti omogenei in tutte le sue manifestazioni empiriche e pertanto non può essere ricondotto né a una visione del mondo intesa secondo i canoni delle classiche Weltanschauung né a un programma politico fissato una volta per tutte e da tutti i suoi esponenti rispettato, ma ciò non autorizza a negare che sia possibile coglierne un’essenza”, che accomuna in Italia fenomeni differenti oltre al leghismo, fenomeni trasversali come il qualunquismo di Giannini negli anni ’40-50, il tele-populismo di Berlusconi (o telecrazia), il presidente picconatore Francesco Cossiga che agisce in una fase travagliata per la storia repubblicana, fenomeni che per comodità definiamo di sinistra come l’Italia dei valori dell’ex pm Antonio Di Pietro (nonostante il background moderato del magistrato), i radicali di Marco Pannella (liberali, liberisti e libertari), i Girotondi e i meetup attorno a Beppe Grillo da cui nasce il Movimento 5 stelle, senza dimenticare all’estero personalità come Peròn, la Thatcher, Reagan, Haider e Ross Perot, i classici Bossi e Le Pen (il padre), Chàvez, Alberto Fujimori, Saddam Hussein, Gamal Abd el-Nasser, Lec Walesa ecc., tutti diversi, alcuni situati a destra e altri a sinistra, a dimostrazione che il populismo è un metodo e non un’ideologia, che si espleta nella “sfiducia nei meccanismi della rappresentanza [...] [che] non si traduce necessariamente in rifiuto della democrazia. Anzi, per taluni versi dà adito a richieste di maggior democraticizzazione del rapporto fra la società e le istituzioni. A seconda delle circostanze, può alimentare la tentazione semplificatrice estrema dell’affidamento di ogni responsabilità di conduzione della collettività a un uomo forte oppure stimolare la ricerca di strumenti di controllo dal basso dell’azione di governo” (7).
Una descrizione che include ovviamente quel populismo di sinistra che guarda a movimenti come il citato socialista Mélenchon, Podemos in Spagna, il democratico Bernie Sanders, il laburista Jeremy Corbyn e le riflessioni di filosofi socialisti e marxisti come il gramsciano Ernesto Laclau, Jean-Claude Michéa, Carlo Formenti ne La variante populista (Derive Approdi, 2016), tutti critici verso gli squilibri della globalizzazione neoliberista e a favore del ripristino della sovranità popolare entro gli Stati nazione. Analisi accademiche – ma che traspaiono anche nelle riflessioni sulle varie riviste dirette dal prof. Tarchi – che vengono esposte a sua volta da Alain de Benoist in Droite-gauche, c’est fini! Le moment populiste, edito in Italia da Arianna Editrice, che vede nel trionfo del populismo e della sua forma mentis nella crisi del sistema liberale con la conclusione della stagione prospera dei Trenta Gloriosi (1945-1975) e l’affermazione di una mentalità mercatista e liberale in seno alla sinistra, sia socialista che comunista, entrambe non più interessante a raggiungere una società socialista senza classi dove la ricchezza viene equamente ridistribuita, ma gradualmente sempre più proni al mercato, cosa evidente se si analizzano i programmi dei partiti più radicali, con piattaforme identiche a quelle dei riformisti degli anni ’60-70.
La tesi di de Benoist è che il populismo è l’emergere di una nuova opposizione politica, con diversi protagonisti, neutralizzando la vecchia destra/sinistra, borghesia/proletariato espletate da Erich Hobsbawm durante Il secolo breve, gradualmente neutralizzata, politicamente depotenziata con l’emergere della nuova dominati/dominanti, e “si conferma dappertutto l’ampiezza del fossato che separa il popolo dalla classe politica al potere. Ovunque emergono nuove divisioni, che rendono obsoleta la vecchia divisione destra-sinistra”. In pochi decenni i sistemi politici, basati da molti decenni sugli stessi partiti sono stati completamente scon volti: “In Italia la Democrazia cristiana e il Partito comunista sono praticamente spariti. Lo stesso dicasi dei vecchi partiti di governo greci. In Spagna, negli ultimi anni, il Psoe e Alleanza popolare si sono continuamente indeboliti a vantaggio di Podemos e Ciudadanos. In Austria, i due partiti di governo – socialdemocratico e cristiano-sociale – hanno raccolto solo il 22 per cento dei voti all’elezione presidenziale del 2016”. Gli operai e il “popolo minuto”, un tempo schierato a sinistra, concede la maggioranza dei suffragi ai populisti e “il comportamento dei partiti, ne trae le conseguenze. A questa apparente destrutturazione dell’elettorato corrisponde, al livello degli Stati maggiori politici e delle squadre di governo, un prodigioso spostamento verso il centro, cui per natura spinge il bipartitismo”. Alla ricerca di un consenso decrescente e, talvolta, definitivamente perduto.
Note
1 Cfr. A. de Benoist, Il Trattato Transatlantico: l’accordo commerciale Usa-Ue che condizionerà le nostre vite, Arianna Editrice, 2015
2 Anche nel partito del presidente Emmanuel Macron, tuttavia, 52 deputati hanno preferito astenersi. E 9 hanno votato No. Tutto il centrosinistra (Ps, Verdi e altri) e la sinistra radicale (La France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon, Pcf e altri) si sono schierati contro. Cfr. Le CETA, controversé accord de libre-échange avec le Canada, approuvé à l’Assemblée, LeMonde.fr, 23 luglio 2019, https://www.lemonde.fr/politique/article/2019/07/23/l-assemblee-nationale-vote-la-ratification-du-ceta-controversetraite-de-libre-echange-entre-l-ue-et-le-canada_5492576_823448.html
3 Altro che gialloverde, il governo Lega-5Stelle è rossobruno, n. f., Linkiesta.it, 26 maggio 2018, https://www.linkiesta.it/it/article/2018/05/26/altro-che-gialloverde-ilgoverno-lega-5stelle-e-rossobruno/38226/
4 Cfr. M. L. Andriola, Psicosi rossobruna, Paginauno n. 61/2019
5 G. Drogo, Il rossobrunismo che vota Marine Le Pen, NextQuotidiano.it, 27 aprile 2017, https://www.nextquotidiano.it/rossobruni-marine-le-pen/
6 Cfr. A. Rapisarda, All’armi siam leghisti. Come e perché Matteo Salvini ha conquistato la Destra, Wingsbert House, 2015
7 M. Tarchi, L’Italia populista, Il Mulino, 2003, pp. 15, 13 e 31
8 Cit. in V. Benedetti, De Benoist: “Italia laboratorio del populismo. Ma governo Lega-M5S non durerà”, ilprimatonazionale.it, 7 gennaio 2019,https://www.ilprimatonazionale.it/politica/de-benoist-italia-populismo-governo-lega-m5s-100263/

CASA POUND PREPARA UNA 'MARCIA SU ROMA' PER IL 21 MAGGIO, ANPI E PARTITI DI SINISTRA CHIEDONO IL DIVIETO

Di Salvatore Santoru
Casa Pound ha indetto un corteo per il 21 maggio nella capitale d'Italia, corteo ribattezzato dai media "marcia su Roma" per ricordare le assonanze con il fascismo a cui il movimento di estrema destra idealmente si rifà.
Il corteo di Casa Pound avrà un'eco internazionale visto che si terrà in contemporanea anche a Madrid,Atene e Parigi.Difatti, il corteo di Casa Pound rientra nelle più ampie manifestazioni dedicate all'anniversario della morte di Dominique Venner, intellettuale di estrema destra francese che si suicidò nel 2013. 
La notizia del corteo di Casa Pound ha lasciato sgomenti diversi partiti e associazioni di sinistra che hanno deciso di opporsi e di chiedere il divieto della manifestazione del movimento di estrema destra.
Inoltre, l'Anpi ha scritto al Prefetto per chiedere di vietare la manifestazione e annunciato un esposto alla Procura della Repubblica per ogni espressione di stampo fascista che dovesse essere intrapresa senza il pronto intervento delle forze dell'ordine".

La figura di Dominique Venner, icona dell'estrema destra europea 

L'intellettuale di estrema destra che Casa Pound intende omaggiare,Dominique Venner è stato, negli ultimi anni, uno dei punti di riferimento della destra radicale francese ed è diventato un'icona dei movimenti e partiti di estrema destra europei.
Il saggista e storico Venner era un'esponente di punta della corrente della "Nuova Destra" francese("Nouvelle Droite") e si è suicidato presso la Cattedrale di Notre-Dame il 21 maggio del 2013 per protestare contro quella che riteneva "la morte dei valori tradizionali europei".
A seguito del tragico fatto sono stati diversi gli omaggi che l'estrema destra europea ha riservato per Venner, e il gruppo metal tedesco degli "Ubermensch" gli ha dedicato la canzone "Ein Blutzeuge aus Frankreich"("Un Martire della Francia").

L'Identitarismo, la nuova parola d'ordine dell'estrema destra europea

Di Salvatore Santoru
Negli ultimi tempi nei paesi dell'Unione Europea si sta assistendo a una sempre più forte ascesa e avanzata dell'estrema destra, dalla Francia all'Italia passando per l'Austria.
Tale ascesa è da ricondurre a varie cause, tra vi sono da segnalare la forte crisi economica e finanziaria che sta attanagliando i paesi dell'Ue dal 2009 così come la sempre più crescente crisi di rappresentanza di cui soffre la sinistra europea, la quale si trova sempre più distante dalle istanze del popolo, istanze del popolo che invece stanno diventando sempre più appannaggio dei partiti e movimenti di destra radicale europei, i quali propongono dei programmi economici fortemente "sociali" e/o "populisti" uniti a una visione politica di stampo "neoconservatrice" e/o "neonazionalista". 
A livello ideologico, la strategia dell'estrema destra europea è basata sulla forte critica all'attuale globalizzazione e la conseguente diffusione del sovranismo e dell'identitarismo, quest'ultimo divenuto un denominatore comune per molte delle formazioni dell'area attualmente più forti, come il Front National di Marine Le Pen, il Fpo di Norbert Hofer e la Lega Nord di Matteo Salvini.

L'ideologia identitaria, tra opposizione al "globalismo" e "alter-europeismo"

Ciò che caratterizza l'ideale e/o ideologia "identitaria" è in primo luogo la critica all'attuale globalizzazione, che spesso viene definita spesso nell'ambiente della destra radicale come "mondialismo" e/o "progetto mondialista".

Di contro, gli "identitari" propongono una posizione politica "antimondialista"(e/o antiglobalista), la quale è basata sulla "riscoperta" delle identità culturali, etniche e/o nazionali che compongono l'Europa e allo stesso tempo sempre più spesso sul progetto di una "nuova Europa" (ideologia "altereuropeista") alternativa all'attuale Unione Europea.

Le influenze culturali della nuova destra radicale: dal pensiero di De Benoist a quello di Alexander Dugin

Tra le influenze della nuova destra radicale e/o identitaria non si può non notare quella esercitata dal pensiero dell'intellettuale francese Alain De Benoist e dell'ambiente della "Nuova Destra" legato ad esso, ma bisogna anche tener presente che tali influenze attecchiscono ovviamente nei settori più raffinati e colti dell'ambiente della destra radicale, mentre spesso e volentieri "identitarismo" è diventato sinonimo di "neorazzismo" nei settori più "demagogici" di essa, i quali utilizzano spesso e volentieri le richieste "di pancia" popolari per diffondere posizioni di stampo xenofobo e/o islamofobo, così come anche antisemita.
Inoltre, un'altra influenza sempre più forte per i partiti di destra radicale d'Europa è indubbiamente quella esercitata dal pensiero dell'intellettuale russo di estrema destra Alexander Dugin, il quale sostiene la creazione di un mondo "multipolare" come alternativa all'attuale modello definito "unipolare"(rappresentato dalla globalizzazione a guida statunitense).
A tal riguardo, Dugin e l'ambiente della destra radicale e della "Nuova Destra" legato all'ideologia neo-eurasiatista, sostengono (a livello globale) spesso posizioni di stampo identitario così come tendenze "neoconservatrici" e "neocomunitariste" insieme al rafforzamento geopolitico del ruolo dell'attuale Russia di Putin, e questo spiega in buona parte il forte sostegno che per  la stessa Russia putiniana hanno molte delle formazioni di estrema destra europee. 
NOTE:

PER APPROFONDIRE:

FOTO:manifestazione del "Front National", http://www.fascinazione.info

Il nuovo "mito identitario" delle destre radicali europee



Di Gianfranco Sabattini

Un nuovo “spettro si aggira per l’Europa”: è il mito identitario che si sta diffondendo in tutto il Vecchio Continente e che ha in Germania e in Francia (ma non solo) le manifestazioni più eclatanti sul piano politico, e in parte anche su quello ideologico. Sul piano politico, il mito si è affermato da tempo in Francia, con il Front National di Jean-Marie Le Pen, oggi sostituito alla presidenza del partito dalla figlia Marine; in Germania, invece, il mito identitario, inizialmente appannaggio di piccoli gruppi movimentisti, è stato poi ereditato da “Alternative für Deutschland”, il partito politico fondato nel 2011, che nelle elezioni europee del 2014 ha conseguito il 7,04 dei suffragi e conquistato 7 seggi all’Europarlamento. Sul piano ideologico, invece, l’epicentro dell’elaborazione teorica è la Germania, ma gli apporti provengono anche da altri Paesi: Francia e Russia, in particolare.
Il n. 3/2016 di “Micromega” ospita un articolo, “Il pensiero vecchio delle nuove destre: Heidegger ed Evola contro la società aperta”, di Micha Brumlik, pedagogista e giornalista svizzero; secondo questo autore, le formazioni populiste di destra nate e diffusesi in Europa non sono una reazione emotiva alle conseguenze della Grande Recessione scoppiata nel 2007/2008, ma il portato, sul piano organizzativo e politico, di un programma teorico iniziato ben prima del 2007, come reazione all’esito dell’impatto del capitalismo globalizzato sul ruolo e la funzione dei vecchi Stati nazionali.
Brumlik narra della pubblicazione, nel 2015, del libro “L’ultima ora della verità. Perché destra e sinistra non sono più alternative e perché la società deve essere descritta molto diversamente”, di Armin Nassehi, docente di sociologia all’Università Ludwig Maximilian di Monaco; il libro del sociologo tedesco è volto, non solo a dimostrare come il pensiero universalista di sinistra abbia smarrito l’intenzione di cambiare il mondo, ma anche e soprattutto come esso abbia cessato di fornire una descrizione critica del pensiero della nuova destra; questo pensiero, secondo Nassehi, si caratterizzerebbe “per il fatto di considerare l’esistenza umana solo ineluttabilmente come esistenza di gruppo, con tutte le conseguenze teorico-normative e anche politiche che questa idea ha. Gli uomini sono innanzitutto membri di comunità più grandi e la soluzione dei problemi sociali sta in ultima analisi nell’omogeneità o, più precisamente, nella coesione interna del gruppo. L’idea di sovranità popolare (un’idea di sinistra) ha rappresentato la precondizione dell’idea di solidarietà (un’idea di destra). Entrambe hanno la stessa origine”.
L’omogeneità culturale, tuttavia, secondo Brumlik, non è il solo elemento che caratterizza il pensiero della nuova destra; ad esso vanno aggiunti l’elemento della “politicizzazione dello spazio”, sul quale i singoli popoli insistono, e quello della “sacralizzazione” dell’autorità: tutti questi elementi, definiti identitari, sono presenti nell’elaborazione ideologica della “nouvelle droite” del filosofo francese Alain de Benoist. Questi, a partire dagli anni Sessanta, ha elaborato un pensiero fortemente critico contro la globalizzazione, in favore di un liberalismo in pro delle piccole patrie e delle identità culturali. De Benoist, inoltre, considera la democrazia rappresentativa come un limite per poter promuovere un più esteso coinvolgimento dei popoli nella vita politica dei loro Paesi. Anche se critico nei confronti dell’Unione Europea, De Benoist crede in un’Europa unita e federale, nella quale il concetto di nazione sia sostituito da quello di “identità regionali”, unite da un comune senso di appartenenza continentale. Il suo pensiero, a tutela di queste identità culturali assume alcuni dei concetti che sono propri del marxismo, dell’ecologismo, del multiculturalismo, del socialismo e del federalismo.
La sintesi del pensiero di De Benoist, che ripropone in sostanza l’idea dell’”Europa delle patrie” di Charles de Gaulle, è assunta “in toto” dai nuovi partiti della destra europea; in particolare, sono accolte le sue idee etnopluraliste, secondo le quali ogni etnia deve avere il diritto di esistere nello spazio che le spetta, dove poter autorealizzarsi, avvalendosi della propria cultura; è sulla base di questa pretesa che la nuova destra europea può sostenere che l’omogeneità culturale di ogni etnia è scevra da qualsiasi problema razziale, nel senso che essa (l’omogeneità colturale) contiene “lo 0 per cento di razzismo”.

FONTE E ARTICOLO COMPLETO:http://www.avantionline.it/2016/05/il-mito-identitario-delle-nuove-destre-europee/

TITOLO ORIGINALE:"Il nuovo mito identitario delle destre europee"

FOTO:murales di "Generazione Identitaria", http://mordorstyle.tumblr.com

Eduard Limonov: l'eccentrico intellettuale ribelle russo tra Nuova Destra, David Bowie e Che Guevara



Di Mario Laferla

Eduard Limonov è un personaggio noto in tutto il mondo. Scrittore di successo (ha scritto finora ventotto libri, pubblicati in molti paesi tra cui l’Italia), ha sempre dimostrato tutta la sua avversione per il Cremlino, accentuata con l’avvento al potere di Putin, del quale Limonov non approva nessuno dei suoi provvedimenti in politica interna e in quella estera. A Limonov “L’altro Che” di Mario La Ferla dedica un capitolo intitolato “A Mosca contro Putin”. Perchè Limonov ha sempre dichiarato la sua ammirazione e la sua passione per Ernesto Guevara, suo idolo indiscusso.
Quando si rivolge ai suoi detrattori, Limonov parla così: “Siete tutti figli di puttana! Io sono il Casanova e il Che Guevara della letteratura russa! In questo mondo di belle donne e di uomini malvagi, in questo mondo del sangue, della guerra, degli eroi e dei draghi, io mi sono già conquistato un posto alla tavola rotonda degli eventi”.
Il continuo riferimento al Che nei suoi scritti e nei suoi discorsi é il motivo dominante della sua protesta politica contro il Cremlino. Ernesto Guevara -Limonov lo sa bene- non è mai stato apprezzato dai capi sovietici, nemmeno ai tempi delle sue imprese rivoluzionarie. Anzi, proprio quelle imprese, fastidiose per Fidel Castro e per la sua politica di collaborazione con l’Urss, avevano convinto il Cremlino a contrastare l’attività del Comandante. Per Limonov é un vero piacere sbandierare l’immagine barbuta del Che in ogni manifestazione di protesta nelle vie e nelle piazze di Mosca. Come sbattere in faccia al regime l’ “eroe” che non aveva mai amato.





Eduard Limonov é senza dubbio il personaggio più detestato dall’establishment russo. Non soltanto per la continua attività di oppositore, ma anche per il suo curriculum di scrittore e uomo politico. I suoi libri sono noti ovunque. In particolare hanno ottenuto un successo straordinario il suo primo romanzo “Fuck off America!” (scritto dopo un soggiorno negli Stati Uniti), “Il libro dell’acqua”, “Diario di un fallito” e “Eddy-baby ti amo”. Un suo ammiratore italiano ha scritto: “Dal 2001 al 2003 Eduard Limonov è in carcere e sogna l’acqua. Sogna il mare e i fiumi. Sogna laghi, stagni, paludi, fontane, saune e bagni turchi. Dalle coordinate idrogeografiche evoca i ricordi di epiche scopate, di bagni nell’oceano freddissimo, di amici morti in battaglia. Ogni luogo è un frammento di memoria. Come un mosaico si compone l’autoritratto di un irruente leader politico, un pericoloso bastardo i cui hobby principali sono la fica e la guerra. Dissidente, esule, combattente, Limonov fonda nel 1993 il Partito nazionalbolscevico, vigorosa sintesi di ogni totalitarismo, che seduce hooligans dadapunk e nostalgici, teste rasate e metallari, situazionisti. ‘Il libro dell’acqua’ è la superficie dell’opera d’arte, infedele resoconto di un progetto esistenziale, agiografia di un delirio. Limonov sta lì dove la letteratura finisce, e inizia la vita vera. Anzi, la Storia. Eduard Limonov è Che Guevara e Hitler, Kirillov e Cristo, Henry Miller e David Bowie. Eduard Limonov è una rockstar”.






Questo ritratto, perfetto, spiega l’atteggiamento dei governanti russi nei suoi confronti. Ovunque sia andato, a Parigi o a New York, in Italia o altrove, Limonov ha suscitato interesse e curiosità, ha fatto scrivere cose ripugnanti sulla sua persona e lodi smisurate. Di lui, dei suoi libri e della sua attività politica si sono occupati i giornali di tutto il mondo. Fuggito, o espulso, dalla Russia, alla fine degli anni Sessanta, era andato a vivere negli Stati Uniti, dove aveva simpatizzato con i trozskisti ed era stato avvicinato dal Kgb per fare la spia.Aveva vissuto anche a Parigi e i parigini si erano innamorati di lui. Il suo editore italiano lo ha presentato come un “agitatore politico e artista ribelle, dissoluto libertino e feroce militante armato, Eduard Limonv (nome d’arte che evoca il suono della parola russa ‘granata’) é la più scomoda e inclassificabile figura di dissidente intellettuale nella Russia postcomunista”.
Nel 1993, dopo alcune fallimentari esperienze politiche alternative, Limonov aveva fondato il Fronte, poi diventato Partito, nazional-bolscevico. All’inizio sembrava un gruppo rock: artisti alla moda, ragazzi di buona famiglia annoiati e sempre disposti a partecipare a una divertente provocazione politica, e ragazze che trovavano Limonov attraente. Tra i primi aderenti, chiamati nazbols, c’erano, fra gli altri, il cantante del gruppo comunista siberiano “Difesa civile” Jegor Letov, il gruppo heavy-metal “Metallo arrugginito”, l’ex moglie di Limonov, la cantante di night-club Natalia Medvedjeva, il gruppo di artisti performativi “Nord”, e molti poeti, musicisti e giornalisti. Da un punto di vista ideologico, il partito veniva propagandato come una combinazione tra un programma economico di sinistra (giustizia sociale, proprietà comune, lavoro colletivo) e una politica di destra (priorità dello Stato e della nazione, espansione della Russia fino a Gibilterra). L’obiettivo era quello di riunire sotto un’unica bandiera tutti i gruppi radicali giovanili di destra e di sinistra. La bandiera era un misto tra elementi nazisti e comunisti: il rosso e il bianco di Hitler e la falce e martello di Stalin. Fin dalla fondazione, a fianco di Limonov, c’era anche il filoso Aleksander Dugin, il capofila del neo-eurasismo, il teorico della “rivoluzione conservatrice” che aveva avuto stretti contatti con alcuni esponenti dell’estrema destra europea: Jean-Fracois Thiriart, fondatore della “Jeune Europe”; Claudio Mutti, responsabile italiano di quel movimento; Alain De Benoist e Robert Steuckers. I maestri ai quali il partito di Limonov si ispirava erano Evola e Guénon. Il nazional-bolscevismo di Limonov puntava al superamento di destra e sinistra, secondo l’ispirazione di Thiriart, il quale ammoniva: “Il fascista cattivo e nostalgico non mette paura a nessuno, anzi è utile e funzionale al sistema. Quello che mette veramente paura è il rivoluzionario… Questo non significa certo diventare di sinistra, perchè questa sinistra ci disgusta quanto la destra. Significa oltrepassare i limiti imposti dalla cultura borghese e creare una nuovaq concezione della politica al fine di articolare un fronte nazionale, popolare, socialista”.
Un seguace appassionato delle teorie di Dugin e Limonov é Oleg Gutsulyak, scrittore e filosofo ucraino appena quarantenne. Dopo aver militato nell’eterodossia comunista, al sopraggiungere dell’indipendenìza ucraina aveva aderito all’estremismo nazionalista dell’Una-Unso. Poi era passato nella corrente della “Nouvelle Droite” accettando le tesi del neo-eurasismo russo. Ancora prima di aderire alla “Nouvelle Droite”, il filosofo ucraino aveva letto tutti i libri su Che Guevara che ammirava come “rivoluzionario e come eroe morto per difendere le proprie idee”.
Non molto simpatici alla destra tradizionale, i nazbols sono odiati a sinistra. Nonostante Limonov abbia fatto di tutto per accreditarsi come socialista vicino a Lenin e Trotzsky, i suoi atteggiamenti provocatori, i suoi discorsi offensivi, i suoi libri scandalosi hanno finito per isolarlo in un “splendido ghetto” dove continua a coltivare le sue teorie e a lanciare messaggi minacciosi. I suoi miti sono i personaggi che hanno coltivato l’idea della rivoluzione: in testa ci sono quelli che la rivoluzione l’hanno fatta sul serio, in un modo o nell’altro. Oltre a Lenin, quindi, Mussolini, Hitler, Mao Tse-Tung, Ho Chi Minh, Giap, Saddam Hussein, Gheddafi, Tito, Milosevic, Salvador Allende, Eva Peròn, Gandhi, Malcom X, Nelson Mandela, Augusto Sandino. Ma sopra tutti c’è Ernesto Guevara, il suo Che glorificato in ogni occasione e in ogni maniera.
Della sua attività politica ha detto: “La mia carrietra politica di leader di un partito estremista è inconsueta agli occhi dell’Europa del XXI secolo, ma anche la Russia è un paese inconsueto, e se mi accusano di violenza, allora anch’io posso allo stesso modo rimproverare il potere russo della violenza che viene esercitata nei miei confronti. Il mio tempo è occupato dalla politica e dalla lotta contro il Cremlino. E il Cremlino lotta contro di noi. Ci picchia. Ci reprime, ci mette in prigione… Io non sono fascista, i fascisti hanno cessato di esistere nel 1945 e da allora sono sorti nuovi fenomeni nel mondo politico, sia in Italia che in Russia”.
Il quartier generale del partito di Limonov è in una specie di cantina al numero 3 della Frunceskaja Ulica, spessissimo “visitata” dalla polizia segreta nel tentativo di scoprire qualcosa di compromettente. Sui muri della sede, un grande manifesto con una colomba con la falce e martello e il poster del Che. All’inviata di “la Repubblica”, Margherita Belgioioso, il portavoce di Limonov aveva detto: “Siamo contro la guerra in Iraq e contro quella in Cecenia; Putin è un dittatore. Ci è stata negata per cinque volte la registrazione come partito nonostante abbiamo un diffuso appoggio tra la gente”.
Parlando di Limonov, la Belgioioso scriveva: “Limonov è un enigma che divide l’intellighentia russa: ma tra chi lo sosteneva apertamente c’era persino Anna Politkovsaja, la giornalista assassinata nell’ottobre 2006 mentre rientrava a casa”. Poi aveva parlato Limonov: “Siamo gli unici a fare una vera opposizione a Putin: per questo il Cremlino ci teme”.

FONTE E ARTICOLO COMPLETO:http://www.barbadillo.it/1687-limonov-intellettuale-ribelle-tra-nuova-destra-david-bowie-e-che-guevara/

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