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Non date retta alla propaganda, l’Isis non è ancora stato sconfitto – Ecco perchè


Di Robert Fisk
Dopo tutti i titoli sulla presunta sconfitta dell’Isis, chiunque non ne creda anche una sola parola potrebbe fare la figura del guastafeste. Ma, ogni volta che leggo che si è cantato vittoria, che si tratti della “missione compiutadi Bush o delle fantasie sull’”ultima roccaforte dell’Isis in procinto di cadere,” io tiro un bel respiro. Perché, e potete tranquillamente scommetterci, non è vero.
Non solo perché i combattimenti attorno a Baghouz, di fatto, continuano ancora al di fuori della città ormai distrutta. Ma perché ci sono molti militanti dell’Isis ancora in armi e pronti a combattere nella provincia siriana di Idlib, insieme ai loro compagni di Hayat Tahrir al Sham, al-Nusra e al-Qaeda, quasi circondati dalle truppe del governo siriano, ma con uno stretto corridoio in cui poter fuggire in Turchia, sempre che il Sultano Erdogan glielo permetta. Ci sono avamposti di truppe russe all’interno di queste linee del fronte islamista, ed anche forze dell’esercito turco, ma il timido cessate il fuoco, che regge ormai da cinque mesi, nelle ultime settimane è diventato molto più fragile.
Forse è un fallimento della nostra memoria istituzionale, o, in pratica, è più facile seguire la storia più semplice, ma Idlib è stata per tre anni la discarica di tutti i nemici islamici della Siria, o, almeno, degli antagonisti che non si erano arresi quando erano fuggiti dalle grandi città, sotto i bombardamenti siriani e russi.
Lo scorso settembre, anche se mi sembra che ce siamo dimenticati, Trump e le Nazioni Unite avevano messo in guardia sull’imminente “ultima battaglia” per Idlib, temendo (così dicevano) che i Siriani e i Russi avrebbero usato armi chimiche nel loro assalto all’Isis e ai suoi sodali. Persino l’esercito siriano aveva annunciato l’imminente scontro (non gli agenti chimici) in un sito web dell’esercito chiamato “Alba ad Idlib.”
Mi ero così imbarcato in un lungo viaggio lungo tutte le linee del fronte siriano di Idlib, dalla frontiera turca, poi a sud, ad est e a nord, e di nuovo fino ad Aleppo e non avevo visto convogli di carri armati, nessun trasporto truppe, pochi elicotteri siriani, nessuna colonna di rifornimenti e avevo concluso, anche se gli avvertimenti sullo ‘sterminio finale’ continuavano, che questa particolare “ultima battaglia” era ancora molto lontana. Il giorno in cui ero arrivato a sud di Jisr al-Shughur, al-Nusra e l’Isis avevano sparato alcuni colpi di mortaio contro le posizioni dell’esercito siriano, i Siriani avevano risposto al fuoco e la cosa era finita lì.
Un complicato accordo di tregua, che aveva coinvolto sia Turchi che Russi, era riuscito a scongiurare la carneficina che tutti avevano previsto. Si era parlato molto degli uomini dell’Isis, di al-Nusra e di al-Qaeda, alcuni dei quali sauditi, che, muniti di lasciapassare, venivano inviati dai Turchi nelle terre selvagge dell’Arabia Saudita per una sorta di “rieducazione.” Avevo sempre sperato che questo potesse essere quel desolato pezzo di deserto [Empty Quarter], dove la loro surriscaldata teologia sarebbe finalmente diventata bella croccante.
Ma sono ancora ad Idlib, felici, senza dubbio, di sapere che l’Occidente pensa di aver conseguito la sua “vittoria finale” sull’Isis. La battaglia per Baghouz, naturalmente, è sempre stata quella che ha fatto notizia. Gli attacchi aerei americani e la presenza degli alleati (e molto coraggiosi) Curdi hanno reso la faccenda molto più abbordabile [al pubblico], sebbene [la situazione] sia ancora pericolosa. E ha distolto l’attenzione da altre problematiche: per esempio su chi ha inventato la denominazione “Forze Democratiche Siriane,” che, in realtà, sono prevalentemente curde, dove molti dei suoi membri preferirebbero non essere considerati siriani e sicuramente non hanno mai visto un’elezione democratica in tutta la loro vita.
Se, alla fine, gli Americani se ne andranno, i Curdi saranno traditi ancora una volta e rimarranno alla mercé dei loro nemici, siano essi la Turchia o il governo siriano (con cui i Curdi hanno avuto, con scarso successo, alcuni colloqui lo scorso anno). Un buon momento per gli Americani, quindi, per farla finita davanti a Baghouz, ovviamente cantando vittoria, e andarsene. Sperando che il mondo si dimentichi di Idlib.
Ma non penso che lo farà. La guerra siriana non è ancora finita, anche se è questo è ciò che crede il mondo (compreso, sembra, il governo siriano). Idlib rimane un territorio con decine di migliaia di rifugiati e legioni di combattenti, un luogo di miseria, con ferrovie interrotte, autostrade distrutte e gruppi islamici che a volte si scontrano l’un l’altro con molto più entusiasmo di quello che mostrano nel combattere l’esercito siriano.
Ma questa diventerà ora la possibilità per la Russia di dimostrare di saper sconfiggere l’Isis. Naturalmente ci sono contatti tra Mosca e i vari gruppi coinvolti nella guerra siriana. I combattenti dell’Isis, negli ultimi due anni, hanno lasciato le città siriane sotto la protezione dell’esercito russo. La cosa potrebbe ripetersi. Putin ha permesso alle donne dell’Isis e ai bambini di ritornare a casa. C’è ancora una possibilità che Isis, Nusra/al-Qaeda e i loro compagni siano in grado di andarsene sani e salvi, anche se il tempo suggerisce che potrebbero ancora dover combattere un’ultima, vera battaglia per Idlib.
Ma, anche allora, potrebbe essere una buona idea mettere un freno ai titoloni che cantano “vittoria.”
Scelto e tradotto da Markus per comedonchisciotte.org

Siria, il reporter Robert Fisk: 'L'attacco di Douma non è stato chimico'

Risultati immagini per ROBERT FISK SYRIA CHEMICAL

Di Salvatore Santoru

Recentemente il noto reporter inglese Robert Fisk(1) ha sostenuto che il recente attacco presumibilmente compiuto dall'esercito governativo siriano a Douma non sia stato chimico(2).
Fisk ha argomentato questa sua posizione in un articolo sull'Indipendent(3) che è stato tradotto anche dal famoso sito web italiano di controinformazione 'Come Don Chisciotte.org(4).

La posizione del reporter sugli attacchi avvenuti a Douma è stata criticata da alcune testate giornalistiche, tra cui l'italiano Il Foglio(5).
 Su ciò, c'è da dire che secondo gli opinionisti ed analisti critici le posizioni del noto giornalista britannico siano ultimamente alquanto 'conformi' ad una certa 'narrazione propagandistica' sulla guerra in Siria diffusa dal governo russo e dallo stesso regime di Assad
Di diverso parere sono invece i sostenitori di Robert Fisk e delle sue tesi, che sostengono che invece sarebbe la 'propaganda' diffusa dai mass media e dai governi occidentali ad essere 'eccessivamente schierata' con le istanze dei ribelli siriani.

PER APPROFONDIRE:
https://it.blastingnews.com/cronaca/2018/04/siria-il-reporter-robert-fisk-non-ce-stato-attacco-chimico-002517839.html .

NOTE:

(1) https://it.wikipedia.org/wiki/Robert_Fisk

(2) http://blog.ilgiornale.it/rossi/2018/04/17/douma-non-fu-attacco-chimico-parola-di-robert-fisk/

(3) https://www.independent.co.uk/voices/syria-chemical-attack-gas-douma-robert-fisk-ghouta-damascus-a8307726.html

(4) https://comedonchisciotte.org/la-ricerca-della-verita-tra-le-macerie-di-douma-e-i-dubbi-di-un-medico-sullattacco-chimico/

(5) https://www.ilfoglio.it/esteri/2018/04/18/news/la-distrazione-conveniente-di-fisk-190262/

Quando Bin Laden era considerato "colomba di pace"



Come cambia il mondo, è il caso di dire leggendo questa intervista che Palazzo di Vetro ripropone dopo averla ritrovata vagando su Internet. Robert Fisk, cronista «The Independent», intervista nel 1993 Osama bin Laden alcuni anni dopo la fine della guerra in Afghanistan contro i sovietici e il suo trasferimento in Sudan. Da lì recluta gli uomini del suo esercito impiegandoli nei lavori di ricostruzione del Paese di Omar al-Bashir, o sempre come mujahideen in vista di nuove guerre. Ne risulta un'immagine di semi-eroe per l'ex «dipendente» della Cia a cui va il merito di aver contribuito alla vittoria contro l'impero CCCP, e di mecenate per la «giustizia» e il «riscatto» delle popolazioni del Sud del Mondo. Solo tre anni dopo arriva la fatwa contro l'occidente, cinque gli attacchi in Kenya e Tanzania, quindi la Uss Cole e l'11 settembre 2001.  

Di seguito il testo integrale dell'intervista  


Anti-Soviet warrior puts his army on the road to peace  

The Saudi businessman who recruited mujahedin now uses them for large-scale building projects in Sudan. Robert Fisk met him in Almatig  

ROBERT FISK Monday 06 December 1993  


OSAMA Bin Laden sat in his gold- fringed robe, guarded by the loyal Arab mujahedin who fought alongside him in Afghanistan. Bearded, taciturn figures - unarmed, but never more than a few yards from the man who recruited them, trained them and then dispatched them to destroy the Soviet army - they watched unsmiling as the Sudanese villagers of Almatig lined up to thank the Saudi businessman who is about to complete the highway linking their homes to Khartoum for the first time in history.  

With his high cheekbones, narrow eyes and long brown robe, Mr Bin Laden looks every inch the mountain warrior of mujahedin legend. Chadored children danced in front of him, preachers acknowledged his wisdom. 'We have been waiting for this road through all the revolutions in Sudan,' a sheikh said. 'We waited until we had given up on everybody - and then Osama Bin Laden came along.'  

Outside Sudan, Mr Bin Laden is not regarded with quite such high esteem. The Egyptian press claims he brought hundreds of former Arab fighters back to Sudan from Afghanistan, while the Western embassy circuit in Khartoum has suggested that some of the 'Afghans' whom this Saudi entrepreneur flew to Sudan are now busy training for further jihad wars in Algeria, Tunisia and Egypt. Mr Bin Laden is well aware of this. 'The rubbish of the media and the embassies,' he calls it. 'I am a construction engineer and an agriculturalist. If I had training camps here in Sudan, I couldn't possibly do this job.'  

And 'this job' is certainly an ambitious one: a brand-new highway stretching all the way from Khartoum to Port Sudan, a distance of 1,200km (745 miles) on the old road, now shortened to 800km by the new Bin Laden route that will turn the coastal run from the capital into a mere day's journey. Into a country that is despised by Saudi Arabia for its support of Saddam Hussein in the Gulf war almost as much as it is condemned by the United States, Mr Bin Laden has brought the very construction equipment that he used only five years ago to build the guerrilla trails of Afghanistan.  

He is a shy man. Maintaining a home in Khartoum and only a small apartment in his home city of Jeddah, he is married - with four wives - but wary of the press. His interview with the Independent was the first he has ever given to a Western journalist, and he initially refused to talk about Afghanistan, sitting silently on a chair at the back of a makeshift tent, brushing his teeth in the Arab fashion with a stick of miswak wood. But talk he eventually did about a war which he helped to win for the Afghan mujahedin: 'What I lived in two years there, I could not have lived in a hundred years elsewhere,' he said.  

When the history of the Afghan resistance movement is written, Mr Bin Laden's own contribution to the mujahedin - and the indirect result of his training and assistance - may turn out to be a turning- point in the recent history of militant fundamentalism; even if, today, he tries to minimise his role. 'When the invasion of Afghanistan started, I was enraged and went there at once - I arrived within days, before the end of 1979,' he said. 'Yes, I fought there, but my fellow Muslims did much more than I. Many of them died and I am still alive.'  

Within months, however, Mr Bin Laden was sending Arab fighters - Egyptians, Algerians, Lebanese, Kuwaitis, Turks and Tunisians - into Afghanistan; 'not hundreds but thousands,' he said. He supported them with weapons and his own construction equipment. Along with his Iraqi engineer, Mohamed Saad - who is now building the Port Sudan road - Mr Bin Laden blasted massive tunnels into the Zazi mountains of Bakhtiar province for guerrilla hospitals and arms dumps, then cut a mujahedin trail across the country to within 15 miles of Kabul.  

'No, I was never afraid of death. As Muslims, we believe that when we die, we go to heaven. Before a battle, God sends us seqina, tranquillity.  

'Once I was only 30 metres from the Russians and they were trying to capture me. I was under bombardment but I was so peaceful in my heart that I fell asleep. This experience has been written about in our earliest books. I saw a 120mm mortar shell land in front of me, but it did not blow up. Four more bombs were dropped from a Russian plane on our headquarters but they did not explode. We beat the Soviet Union. The Russians fled.'  

But what of the Arab mujahedin whom he took to Afghanistan - members of a guerrilla army who were also encouraged and armed by the United States - and who were forgotten when that war was over? 'Personally neither I nor my brothers saw evidence of American help. When my mujahedin were victorious and the Russians were driven out, differences started (between the guerrilla movements) so I returned to road construction in Taif and Abha. I brought back the equipment I had used to build tunnels and roads for the mujahedin in Afghanistan. Yes, I helped some of my comrades to come here to Sudan after the war.'  

How many? Osama Bin Laden shakes his head. 'I don't want to say. But they are here now with me, they are working right here, building this road to Port Sudan.' I told him that Bosnian Muslim fighters in the Bosnian town of Travnik had mentioned his name to me. 'I feel the same about Bosnia,' he said. 'But the situation there does not provide the same opportunities as Afghanistan. A small number of mujahedin have gone to fight in Bosnia-Herzegovina but the Croats won't allow the mujahedin in through Croatia as the Pakistanis did with Afghanistan.'  

Thus did Mr Bin Laden reflect upon jihad while his former fellow combatants looked on. Was it not a little bit anti-climactic for them, I asked, to fight the Russians and end up road-building in Sudan? 'They like this work and so do I. This is a great plan which we are achieving for the people here, it helps the Muslims and improves their lives.'  

His Bin Laden company - not to be confused with the larger construction business run by his cousins - is paid in Sudanese currency which is then used to purchase sesame and other products for export; profits are clearly not Mr Bin Laden's top priority.  

How did he feel about Algeria, I asked? But a man in a green suit calling himself Mohamed Moussa - he claimed to be Nigerian although he was a Sudanese security officer - tapped me on the arm. 'You have asked more than enough questions,' he said. At which Mr Bin Laden went off to inspect his new road. 

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