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La rinascita di Al Qaeda e l’incognita Africa


Di Salvatore Santoru

La recente liberazione della giovane cooperante Silvia Romano ha riportato alla ribalta, anche nell’ambito dell’opinione pubblica e dei media mainstream, la tematica della lotta al terrorismo di matrice islamista radicale.
La giovane ragazza milanese era stata sequestrata da parte di alcuni miliziani legati ad Al-Shabaab, un’organizzazione terroristica somala legata alla rete globale di Al-Qaeda(1).
Più specificatamente, Al-Shabaab è nata a seguito della sconfitta dell’Unione delle Corti Islamiche ed è stata riconosciuta ufficialmente da Al Qaida nel 2012(2).
La stessa formazione estremista ha anche dei sporadici rapporti con alcuni esponenti del mondo della pirateria somala, ma tuttavia tale relazione è ambigua e sostanzialmente Al-Shabaab e pirati somali hanno generalmente strategie e obiettivi interni contrastanti(3).
Negli ultimi anni, i miliziani di Al Shabaab si sono macchiati di numerosi attacchi terroristici che hanno provocato diverse vittime e uno dei più recenti è stato quello del 31 dicembre del 2019, avvenuto a Mogadiscio(4).
L’escalation del terrore portata avanti da Al Shabaab in Somalia rientra, a livello internazionale, nel tentativo di ‘rinascita’ operato dal network internazionale di Al Qaida.

La crisi dello Stato Islamico e il tentativo di ribalta dei qaedisti

Negli ultimi anni la leadership del terrorismo islamista era stata conquistata dall’autoproclamato Stato Islamico, noto più comunemente con l’acronimo “ISIS” o “ISIL”.
I miliziani dell’ISIS erano riusciti, partendo dall’Iraq e dalla Siria, a costruire una rete del terrore particolarmente violenta e pervasiva a livello mondiale. In tal modo, lo stesso autoproclamato Stato Islamico era diventato il più temuto gruppo terroristico di matrice islamista radicale, mentre Al Qaeda attraversava una fase di decadenza(5).
Uno dei successi iniziali della strategia del Califfato era relativo alla scelta di unire l’impostazione marcatamente espansionista e globale della ‘jihad globale’ con il radicamento territoriale mentre, invece, Al Qaeda era sì fondata su una strategia di ‘jihadismo globale‘ ma anche sulla mera destabilizzazione e sulla mancanza di un efficace radicamento(6).
Tuttavia, la scia di sconfitte dello Stato Islamico in Siria ha portato alla crisi dell’organizzazione fondata dall’ex miliziano qaedista Abu Bakr al-Baghdadi, la cui eliminazione avvenuta nel 2019 ha contribuito alla decadenza dell’autoproclamato Califfato.
La crisi dell’ISIS ha, di conseguenza, lasciato un vuoto nella leadership del terrorismo islamista e la “nuova Al Qaeda” ha cercato di colmarlo.
Specialmente sotto la guida di Hamza Bin Laden, anch’egli eliminato nel 2019(7), tale progetto di “rinascita” di Al Qaida ha mosso le sue prime e forse più importanti mosse.

Il rischio dell’alleanza Al Qaeda-Isis e l’incognita Africa

La guerra civile siriana e quella yemenita hanno costituito, in linea di massima, due scenari particolarmente interessanti per la rete globale di Al Qaeda. Difatti, l’organizzazione terroristica fondata da Al Zawahiri e da Bin Laden ha potuto, pian piano, ricostruire la sua potenza comunicativa e militare messa a dura prova dalla competizione dell’ISIS.
Approfittando della stessa lotta al Califfato, i quaedisti hanno potuto ri-organizzare il proprio apparato terroristico e in qualche modo hanno avuto una sorta di “lascia passare” da parte di alcune forze e potenze impegnate nella lotta contro l’Isis.
Difatti, è notorio che la guerra in Yemen ha visto un certo disinteresse iniziale da parte dell’opinione pubblica mainstream e l’avanzata di quella che era la “legione siriana” di Al Qaeda, ovvero sia Al Nusra, non è stata contrastata a dovere.
In seguito, c’è da segnalare che la stessa Al Nusra ha reciso i legami con Al Qaida ma, tuttavia, quanto è stato detto sino ad ora è sintomatico di ciò che è successo sino a poco tempo fa(8).
Comunque sia, c’è anche da ribadire che oggi Al Qaida può contare un importante radicamento in Siria, nello Yemen, nel Maghreb e sempre di più nell’Africa subshariana.
A tal riguardo, è interessante il fatto che nel Sahel si ha notizie di vicinanze e alleanze tra gruppi legati ad Al Qaeda e l’ISIS e proprio tale saldatura risulta essere molto pericolosa(9).
Difatti, un’ipotetica alleanza ufficiale tra Al Qaeda e Daesh in quell’area costituirebbe un pericolo da non sottovalutare per tutta quell’area e per lo stesso Occidente.
Il fatto è che, anche a seguito degli effetti collaterali disastrosi della guerra in Libia, lo scacchiere che va dal Nord Africa all’Africa subshariana è diventato una polveriera potenzialmente esplosiva.
D’altro canto, c’è anche da ribadire che un’eventuale collaborazione “localistica” tra Al Qaeda e Daesh potrebbe anche portare all’inasprimento di quella che potremmo chiamare come “industria dei sequestri“, della tratta degli esseri umani e dello sfruttamento dell’immigrazione di massa verso i paesi occidentali come la stessa Italia.

NOTE

ARTICOLO PUBBLICATO ANCHE SU OSSERVATORIO GLOBALIZZAZIONE.

La guerra di spie dietro il blitz in Somalia


Di Lorenzo Vita

L’operazione con cui è stata riportata a casa Silvia Romano ha ormai tutta l’aria di essere un intrigo internazionale in cui – a esclusione della famiglia della cooperante – il vincitore è solo uno: la Turchia. Il coinvolgimento dei servizi turchi è apparso da subito fondamentale nella gestione della trattativa tra i sequestratori e l’intelligence italiana. Ma quello che è apparso come un certificato del ruolo imprescindibile del Mit è stata una foto che ha fatto circolare in queste ore l’agenzia turca Anadolu e che mostra Silvia Romano sorridente dopo il dissequestro con indosso un giubbotto anti proiettile con i simboli della bandiera turca. Foto che è stata smentita dagli 007 italiani.
Un’immagine eloquente. E se qualcuno avesse avuto ancora delle perplessità sul ruolo turco e sull’importanza politica di questa liberazione, ci hanno pensato gli 007 di Recep Tayyip Erdogan a fugare ogni dubbio. L’operazione serviva al governo italiano per far tornare in patria una concittadina rapita, ma serviva soprattutto per far capire pubblicamente i nuovi equilibri nel ginepraio somalo.
Le domande a questo punto sono molte. Perché passare da Ankara quando Mogadiscio è nota per avere dai tempi della decolonizzazione rapporti proficui con le nostre unità di intelligence? Perché non avvertire in maniera chiara gli Stati Uniti? E soprattutto qual è il prezzo politico pagato con questa mossa? Dubbi che è difficile chiarire fino in fondo ma su cui è possibile iniziare a dare delle prime risposte. Che partono da una premessa: in Somalia è andata in corso una vera e propria operazione diplomatica e di spionaggio che ha svelato un enorme sommovimento strategico all’interno del territorio somalo. Ed è il primo punto da cui partire per comprendere perché l’Italia ha di fatto dovuto delegare l’operazione al Mit e ai servizi somali.
Come si è arrivati a questo è facile da comprendere. Una fonte qualificata ha svelato al Fatto Quotidiano il retroscena della ritirata della diplomazia e dell’intelligence italiana nel corso degli ultimi anni dal territorio somalo, con il risultato che quella rete di rapporti invidiata da tutti (anche dagli stessi Stati Uniti e dalle potenze europee) adesso è totalmente depotenziata. Un depotenziamento su cui pesa anche la fine del mandato di Abdullai Ghafow dal ruolo di capo dei servizi segreti somali, uomo che era stato addestrato anche dagli italiani. Insomma, a Mogadiscio l’Italia conta sempre meno. E non è un caso che a questa ritirata (sicuramente non strategica) sia arrivata la penetrazione di un Paese come la Turchia che invece da anni ha avviato un lento e costante processo di inserimento nei gangli del Paese, tanto che Erdogan ha ormai assunto il ruolo di protettore delle sorti della Somalia. Un ruolo che sta stretto soprattutto agli Emirati Arabi Uniti, che invece vogliono sfruttare il caos dell’Africa orientale per inserirsi in una partita in cui sfidano da un alto Erdogan ma dall’altro lato il suo finanziatore occulto: il Qatar dei Fratelli Musulmani. Tanto è vero che Roma avrebbe chiesto anche informazioni ad Abu Dhabi, che però stando ad alcune indiscrezioni, avrebbe chiesto una partita ben più elevata che riguardava la Libia.
E qui si arriva al punto dolente: la Libia. Perché se è vero che la Turchia ha dimostrato di decidere le sorti della Somalia, è altrettanto vero che il prezzo da pagare non riguarda soltanto l’immagine di un’Italia che si ritira dal Corno d’Africa, ma anche di una possibile e inquietante contropartita libica. Gli Emirati avrebbero chiesto all’Italia il cambio di casacca: sostegno a Khalifa Haftar e non al nemico di Tripoli. La Turchia, che invece si trova con noi a convivere difficilmente nel sostengo a Fayez al Sarraj, probabilmente otterrà più libertà d’azione in campo libico: operazione Irini permettendo che però, va ricordato, per ora vede solo una nave francese nelle acque del Mediterraneo.
L’intricato gioco di spie e di diplomazia tra Italia e Turchia ovviamente non poteva non coinvolgere gli Stati Uniti. Washington sembra non aver apprezzato affatto le decisioni prese da Roma insieme ad Ankara. E così anche Londra. E per Repubblica il governo si aspetta una richiesta di informazioni dagli alleati Usa nel prossimi giorni. Del resto è abbastanza chiaro come dalle parti del comando Usa per l’Africa non possa essere vista troppo di buon occhio questa missione per liberare Romano. Vero è che sono due alleati Nato, ma è anche vero che esistono degli equilibri e delle strategie che per gli Stati Uniti è essenziale coordinare. Come giustificare il pagamento di un riscatto milionario a una milizia affilata ad Al Qaeda che caccia e droni statunitensi bombardano con sempre maggiore intensità da qualche anno? E soprattutto in cosa consiste il presunto scambio di favori in Libia quando gli stessi americani dubitano sia dell’interventismo turco che della leadership di Sarraj? L’Italia si trova in un intricato gioco di equilibri e probabilmente a Washington non piace questo espansionismo dell’intelligence turca senza una chiare definizione dei ruoli. Soprattutto se a condurre il gioco è un elemento come Erdogan che più volte ha mostrato di non seguire la linea dettata dalla Nato, sia in Siria che nel Mediterraneo orientale.

Al Qaeda tra perdita di leadership e sfide dei gruppi affiliati


Di Alberto Bellotto

Gli attentati dell’11 settembre hanno cambiato tutto. Anche Al Qaeda. Le guerre che dal 2001 in poi hanno percorso la regione, dall’Afghanistan alla Siria, non hanno solo ridisegnato i destini del Medio Oriente. Hanno anche scosso profondamente l’organizzazione fondata da Osama Bin Laden nelle sue fondamenta.
Colpita al cuore dalla caduta del regime talebano dopo l’invasione americana dell’Afghanistan, Al Qaeda ha attraversato periodi difficili come la morte dello sceicco saudita, il passaggio di consegne a Ayman al-Zawahiri e soprattutto l’ascesa dell’Isis, capace addirittura di creare un Califfato. In tutto questo Al Qaeda ha saputo cambiare pelle e sopravvivere, lavorando sulla capacità di decentrarsi. Anche se questo in molti casi ha voluto dire minare le fondamenta stesse del gruppo.

La perdita della centralità afghana

Fino all’inverno del 2001 l’Afghanistan ha rappresentato un rifugio sicuro per Al Qaeda. Ma la guerra al terrore scatenata dall’amministrazione Bush ha rimesso tutto in discussione. Ha portato alla fuga dei leader storici, alla cattura di alcuni di loro e alla distruzione di decine di centri di reclutamento e addestramento. La pressione massima è arrivata il 2 maggio 2011 con la morte di Bin Laden in un compound di Abbottabad, in Pakistan. Sembrava che il colpo mortale all’organizzazione fosse arrivato, ma in realtà così non è stato. Il conflitto in Afghanistan si è trascinato ancora per nove anni con momenti di tensione più o meno crescente. Il governo di Kabul, che ha sostituito la leadership talebana, non ha mai dato segno di essere forte e stabile. E ancora oggi la pressione degli eredi del Mullah Omar resta alta. Diverse province del Paese sono fuori dal controllo dell’autorità locale, e una “pace” che non li comprenda al tavolo dei negoziati è praticamente impossibile.
Non è un caso che alla fine di febbraio il governo americano abbia trovato un’intesa coi talebani per completare il ritiro degli oltre 12mila uomini ancora presenti nel Paese. Tra i punti dell’accordo c’è anche quello in cui i miliziani si impegnano a non rendere l’Afghanistan un Paese rifugio per le organizzazioni terroristiche. Tra queste ovviamente Al Qaeda. Ma quello che resta del gruppo originario al momento è poca cosa. Secondo i rapporti di intelligence i capi storici si muovono tra Afghanistan e Pakistan, come ha dimostrato la notizia della morte di Hamza Bin Laden, figlio del fondatore e candidato a guidare il gruppo, ucciso lungo il confine. Non sono però da escludere anche viaggi in Iran, come hanno dimostrato i movimenti di due leader storici: Saif al-Adel e Abdullah Ahmed Abdullah.
Nell’area, soprattutto in Pakistan, opera anche Aqis, Al Qaeda nel subcontinente indiano. Si tratta di uno dei rami dell’organizzazione più piccoli e deboli. Nel novembre scorso il dipartimento della Difesa Usa ha scritto nero su bianco che la costola asiatica non supera i 300 miliziani e che più che rappresentare una minaccia per la sicurezza nazionale, sta concentrando i suoi sforzi per “sopravvivere”.
Negli anni, visto anche il trasferimento di alcune figure chiave della leadership centrale in Siria, come nel caso di Abu Khayr al-Masri ucciso in un raid americano nella provincia di Idlib, Aqis si è qualificata come interlocutore diretto dei talebani: in parte inserendo alcuni dei suoi uomini tra le fila degli studenti del mullah, in parte dirigendo alcuni centri di addestramento. La stessa Dia (Defense intelligence agency) ha confermato che nel 2019 che il Al Qaeda ha ceduto tutte le operazioni sul campo al suo gruppo affiliato.
Nata nel 2014 per volontà dello stesso al-Zawahiri, Aqis opera in stretto contatto con miliziani locali nell’area che va dal Pakistan ai Paesi del Sud-Est asiatico. Non a caso uno dei leader del gruppo, Asim Umar di nazionalità indiana, è stato ucciso nel settembre del 2019 in compound talebano nella provincia di Helmand.
Se la debolezza di Al Qaeda e Aqis in Afghanistan è evidente, non significa che siano vicini alla sconfitta. Come evidenziato anche in un rapporto Onu pubblicato a gennaio, le connessioni tra i capi talebani e quelli qaedisti restano molte, con i primi che garantiscono protezione e i secondi che forniscono risorse e addestramenti per i combattenti. Non solo. I legami tra le due formazioni sarebbero garantiti anche da matrimoni congiunti. La stessa morte di Umar, avvenuta insieme a miliziani talebani e a un corriere di al-Zaqahiri, dimostra che i talebani dialogavano con Al Qaeda anche durante i colloqui di Doha con gli americani. A questo punto le incognite restano due: se Aqis sia in grado di colpire fuori dalla sua sfera di competenza e se intenda farlo. Magari evitando i contraccolpi dello scenario siriano.

La scissione siriana che ha colorato il gruppo

Per Al Qaeda le cosiddette Primavere arabe e la guerra civile siriana hanno rappresentato quasi un’occasione mancata. Fin dalle primissime battute in Tunisia, Egitto e Libia, “la base” ha mosso uomini e finanze per allargare la sua sfera di influenza, arrivando anche a creare nuovi rami della propria organizzazione. In Siria già nel 2012 al-Zawahiri aveva dato l’ordine di creare un’unità specifica che si occupasse di combattere contro il regime di Bashar al Assad facendo di fatto nascere Jabhat al-Nuṣra. Attiva soprattutto nel Nord-Est della Siria Al-Nusra ha mostrato un volto nuovo di Al Qaeda. Non più un élite di combattenti d’avanguardia dediti ad attaccare l’Occidente, ma una forza capace di esercitare un controllo su una fetta del territorio. Un’attitudine che da lì a poco avrebbe mostrato molto bene anche lo Stato islamico.
Dopo i successi militari sul campo tra il 2013 e 2015, nel 2016 l’organizzazione decide di recidere i legami con la leadership storica facendo nascere una nuova formazione, Jabhat Fatḥ al-Sham. Un maquillage in grado di togliere la patina “terroristica” per proporsi come interlocutore credibile. Poco meno di sei mesi dopo, nel gennaio 2017 arriva il secondo rebranding con la nascita di Hayat Tahrir al-Sham, una nuova sigla che ospita non solo vecchi elementi di al-Nusra ma anche nuove e più piccole formazioni.
Fin dalle prime avvisaglie la leadership di Al Qaeda ha respinto l’intera operazione dichiarando di fatto che il gruppo non è più una legittima costola dell’organizzazione. Hts, nei fatti, è la rappresentazione plastica del fallimento di Ayman al-Zawahiri e dell’incapacità del nucleo storico di controllare la “localizzazione” della lotta. Questo però ha mostrato uno dei paradossi che il nucleo storico si trova ad affrontare: come gestire gli affiliati in contesti in cui sono richieste decisioni da prendere in tempi rapidi.
Quello che è mancato, ha sottolineato l’analista Charles Lister, è il controllo dei leader del gruppo. Non a caso gli stessi vice del medico egiziano si erano spaccati sul rebrandig del 2017: Abu Khayr al-Masri aveva infatti dato il suo via libera senza sentire Abdullah Ahmed Abdullah e Sayf al-Adel.
Il “tradimento” siriano ha costretto la leadership a creare un nuovo gruppo con la nascita nel febbraio del 2018 di nascita Hurras al-Din. Sulla nuova formazione arriva la benedizione dello stesso al-Zawahiri che però ribadisce: sia un soggetto dedito alla guerriglia e non al controllo del territorio. Nei mesi successivi, fino al 2020, Hurras al-Din inizia a fare da calamita nei confronti di vari miliziani, non solo ex membri dello Stato islamico, ma anche delusi di Hts e altre formazioni più piccole come Ansar al-Tawhid. Attualmente, stando a un dossier dell’Onu, i combattenti stimanti sarebbero tra i 3.500 e i 5mila per lo più provenienti da Egitto, Giordania, Marocco, Arabia Saudita e Tunisia.
La riconfigurazione intorno a Hurras ha riacceso anche i riflettori degli Stati Uniti. Nel giugno dello scorso anno, infatti, velivoli americani hanno bombardato una zona nei pressi di Aleppo tornando a colpire la regione dopo due anni. Nello strike, si legge in un comunicato dello Us Central Command, sono stati uccisi diversi operativi di Al Qaeda che progettavano di colpire obiettivi sensibili in occidente, americani e alleati. Due mesi dopo il dipartimento di Stato americano ha messo una taglia di cinque milioni di dollari sulla testa di alcuni leader del gruppo. La pericolosità della nuova formazione siriana è tutta da dimostrare, ma gli ultimi movimenti hanno fatto vedere come l’idea della leadership centrale sia quella di tornare a una purezza iniziale.

Il successo del modello yemenita

In tutt’altra direzione è andato il ramo di Al Qaeda in Yemen, Aqap (Al Qaeda nella Penisola arabica). Nel Paese, dove infuria la guerra dal 2015, la situazione è disastrosa. Nella battaglia tra il movimento sciita degli Houthi, sostenuti dall’Iran, e quello che resta del governo centrale appoggiato dall’Arabia Saudita, ad approfittarne sono stati sia i movimenti separatisti del Sud e che le organizzazioni terroristiche. Tra queste in prima linea si è collocata Aqap. Nata nel 2009 dalla fusione delle cellule saudite e yemenite ha saputo ritagliarsi un ruolo di primo piano dentro e fuori lo Yemen, con una forza di circa 6-7mila uomini. Più di tutte è stata quella capace di coniugare un certo controllo del territorio con la propensione “avaguardista” anti occidentale, basti pensare all’attentato contro il giornale satirico francese Charlie Hebdo a Parigi nel 2015.

YEMEN, LA RIVELAZIONE DELLA CNN: 'Arabia Saudita ed Emirati passavano armi Usa a gruppi legati ad Al Qaeda'


Di Salvatore Santoru

Una recente inchiesta della Cnn ha rivelato che armi statunitensi sono finite nelle mani di diversi gruppi impegnati nel conflitto dello Yemen, tra cui quelli jihadisti legati ad al QaedaCome riporta un articolo di Remocontro, la Cnn ha spiegato che le armi sono state fornite volontariamente dall'Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi Uniti.

In tal modo, l'Arabia e gli Emirati hanno cercato di conquistare la fedeltà di milizie e clan locali e di aumentare la propria influenza geopolitica nell'area, tenendo anche conto che gli stessi gruppi e Al Qaeda risultano essere impegnati nella lotta contro i ribelli Houthi.
Su ciò c'è anche da dire che comunque, sempre secondo l'inchiesta, armi USA sono finite anche nelle mani del fronte antisaudita rappresentato dagli stessi Houthi.

LO SCOOP: nel 2015 l'amministrazione Obama aveva autorizzato il finanziamento di un'organizzazione sospettata di legami con Al Qaeda. Ecco tutti i dettagli

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Di Salvatore Santoru

Recentemente diversi media statunitensi e internazionali hanno riportato uno scoop su un'agenzia governativa degli States componente del Dipartimento del Tesoro, l'Ufficio di controllo dei beni stranieri(1).
Andando maggiormente nello specifico, nel 2015 lo stesso Office of Foreign Assets Control autorizzò il pagamento di circa 125mila dollari ad un'organizzazione sospettata di legami con il terrorismo di matrice islamista(2).

La notizia del finanziamento, avvenuto durante l'era Obama, è stata confermata dal sito anti-fake news 'Snopes' ed è stata oggetto di polemica politica(3).

Andando nei dettagli, l'agenzia governativa aveva autorizzato il finanziamento dell'organizzazione umanitaria evangelica 'World Vision International'(4) alla 'Islamic American Relief Agency', nota anche come 'Islamic African Relief Agency'(5).
Com'è stato spiegato in diversi articoli pubblicati da testate statunitensi, la World Vision collaborava in Sudan con la stessa organizzazione e la IARA pare fosse legata anche ad Al Qaeda.

Più specificatamente, la stessa organizzazione no profit è nella 'lista nera'(6) del 'United States Senate Committee on Finance' e in passato è stata diverse volte accusata di supportare la formazione di Bin Laden e i talebani(7).

Inoltre, la stessa World Vision era nota per essere stata sospettata di legami con Hamas(8).

NOTE:

(1) https://en.wikipedia.org/wiki/Office_of_Foreign_Assets_Control

(2) http://www.foxnews.com/politics/2018/07/27/obama-administration-approved-200g-grant-to-group-with-al-qaeda-ties.html

(3) https://www.snopes.com/fact-check/obama-isra-terrorism-funding/

(4) https://en.wikipedia.org/wiki/World_Vision_International

(5) https://en.wikipedia.org/wiki/Islamic_American_Relief_Agency

(6) https://www.nbcnews.com/news/us-news/islamic-relief-agency-admits-illegal-funds-transfer-iraq-n613731

(7) https://en.wikipedia.org/wiki/Islamic_American_Relief_Agency#Alleged_connection_to_the_Taliban_and_Al-Qaeda

(8) https://en.wikipedia.org/wiki/World_Vision_International#Israel-Palestine


Bin Laden junior sposa la figlia di Mohammed Atta, mente degli attacchi dell’11 settembre

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Hamza bin Laden, il più giovane successore del leader di Al Qaida, ha sposato la figlia di Mohammed Atta, la mente dietro gli attacchi dell’11 settembre. A rivelarlo sono i fratellastri del giovane in un’intervista esclusiva al The Guardian, quotidiano che qualche giorno fa ha intervistato la madre di Osama. Secondo Ahmad e Hassan al-Attas, Hamza avrebbe assunto un ruolo di leader all’interno dell’organizzazione terroristica e ha intenzione di vendicare il padre, ucciso in un raid dei militari americani in Pakistan sette anni fa.
La figlia di Atta di origine egiziana conferma che l’organizzazione terroristica continua ad essere legata all’eredità di Osama bin Laden. “Non sappiamo dove si trovi, ma crediamo sia in Afghanistan”, hanno rivelato al quotidiano britannico i due fratellastri. Hamza è il potenziale successore del padre e considerato una figura chiave per gli appartenenti e i sostenitori di Al Qaida, negli ultimi due anni i servizi segreti occidentali lo stanno ricercando potenziando le ricerche. Hamza è il figlio di Osama e Khairiah Sabar, una delle sue tre mogli che viveva con lui nel compound di Abottabad.

Perché ci sono sempre più gruppi musulmani radicali?

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Di Roberto Vivaldelli
Il radicalismo islamico che ha scelto la via della lotta armata nato a metà degli anni ’70 ha avuto un “salto di qualità” con l’attentato alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001 prima, poi con la nascita dello Stato islamico e gli attentati in Europa che dal novembre 2015 non cessano di terrorizzare il Vecchio continente. Da al-Qaida a Daesh sono cambiati i fini e le strategie, benché l’ideologia neosalafita di fondo delle organizzazioni terroristiche citate sia la medesima: stabilire un califfato transnazionale basato sulla legge della sharia. Queste organizzazioni respingono la democrazia e credono che la violenza e il terrorismo siano giustificati nel perseguire i loro obiettivi. Prima del 1990, c’erano solo una manciata di gruppi jihadisti salafiti attivi. Nel 2013 erano ben 49.
Come spiega Foreign Affairs, la proliferazione di questi gruppi è sconcertante perché i loro obiettivi sono molto più radicali di quelli della popolazione sunnita che cercano di rappresentare. Secondo un’indagine condotta dal Pew Research Center nel 2013, che ha preso in esame 38mila musulmani in 39 Paesi, la maggior parte dei sunniti preferisce la democrazia rispetto al salafismo e le grandi maggioranze rifiutano fortemente la violenza in nome dell’Islam. Se così tanti musulmani non sono d’accordo con gli obiettivi e i metodi di questi gruppi radicali, perché si sono moltiplicati?

L’avanzata del radicalismo islamico

Benché la maggior parte dei musulmani non appoggi le idee radicali e violente del neosalafismo, osserva Barbara F. Walter su Foreign Affairs, quando scoppiano le guerre civili o guerre per procura, come accaduto in Ciad, Iraq, Libia, Nigeria, Mali, Pakistan, Somalia, Siria e Yemen, “i cittadini moderati hanno due opzioni: scegliere una parte o cercare di rimanere neutrali”. Spesso si tratta di una scelta legata alla sopravvivenza: “La scelta migliore – spiega- è allinearsi con la fazione armata che ha più probabilità di vincere la guerra. Il sostegno del vincitore protegge un individuo dalle rappresaglie del dopoguerra e, schierandosi con un gruppo che promette riforme, si apre la possibilità di un cambiamento politico positivo”. Il problema è che molti non sanno come si comporterà il vincitore una volta giunto al potere.
Le ideologie estreme come quella del Califfato consentono ai vertici dell’organizzazione terroristica di reclutare combattenti fortemente ideologizzati e pronti a morire per la causa. Ciò comporta un notevole vantaggio strategico a questo tipo di organizzazioni. Questi combattenti accaniti aiutano il gruppo a vincere le prime battaglie e creare una solida reputazione. Il risultato è che, dopo le prime vittorie, anche le persone più moderate si uniscono all’organizzazione perché opportunisticamente credono che quella fazione possa vincere. “Questo – spiega Foreign Affairs – è esattamente ciò che l’esperto di terrorismo Will McCants crede sia successo in Siria: il successo iniziale dello Stato islamico (o Isis) ha convinto molti ex combattenti dell’esercito siriano libero a disertare in favore del gruppo jihadista meglio finanziato e più organizzato”. In questi contesti, dunque, le persone non hanno bisogno di credere in un’interpretazione radicale dell’Islam per sostenere un gruppo estremista.

Le cause della radicalizzazione

Come spiega in Sunniti Massimo Campanini, orientalista italiano, nonché uno dei più apprezzati storici del Medio Oriente contemporaneo, le cause della radicalizzazione possono essere molteplici. In primo luogo, spiega, la sconfitta degli ideali laici di nazionalismo e socialismoincarnati da Nasser ha implicato un ritorno all’Islam militante. Nasser si era fatto portabandiera di una secolarizzazione dell’islam che la disfatta della guerra dei Sei Giorni ha rivelato illusoria. A questa delusione si è aggiunta la crisi economica che, a partire dagli anni Settanta del Novecento, ha impoverito larghe fasce della popolazione, soprattutto urbana. Un terreno fertile per ideologie estreme e radicali come quelle di al-Qaida e dello Stato Islamico. 

Terrorismo, scoperte cellule jihadiste che operavano a Brescia e a Sassari: erano legate ad Al Nusra

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Di Salvatore Santoru

Recentemente sono state scoperte due cellule legate all'organizzazione qaedista siriana Jahbat Al Nusra.
Stando a quanto riporta l'Huff Post(1), l'operazione antiterrorismo di Polizia e Guardia di Finanza ha portato all'arresto di diverse persone e ad una ventina di perquisizioni tra la Lombardia, il Veneto, l'Emilia Romagna e la Sardegna

Le cellule operavano in Sardegna e in Lombardia e, anche se autonome, avevano anche rapporti tra di loro.

NOTA:

(1) https://www.huffingtonpost.it/2018/05/10/terrorismo-scoperte-cellule-italiane-del-gruppo-qaedista-al-nusra_a_23431312/

La Russia colpisce Al Jolani, il leader di Al Qaida in Siria

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Di Andrea Riva

Il ministero della Difesa russa ha annunciato che il leader del fronte al Nusra, Abu Mohammed al Jolani, sarebbe stato ferito durante un bombardamento effettuato dall'aviazione di Mosca.
Nel raid sarebbero morti 12 comandanti jihadisti mentre il capo della branca di Al Qaida in Siria avrebbe perso un braccio e si troverebbe "in condizioni critiche".
Il generale Igor Konashenkov, portavoce del ministero della Difesa, ha detto che l'intelligence di Mosca aveva scoperto ieri ora e luogo di un incontro dei leader dell'organizzazione jihadista. Dopo la conferma, attraverso diversi canali, dell'arrivo dei comandanti e dell'inizio della riunione, è stato ordinato il raid, effettuato da Su-34 e Su-35.
FONTE E ARTICOLO COMPLETO:
La Russia colpisce Al Jolani, il leader di Al Qaida in Siria

http://www.ilgiornale.it/news/mondo/russia-colpisce-jolani-leader-qaida-siria-1449001.html )

La rinascita di Al Qaeda con Hamza bin Laden

Hamza Bin Laden

Di Lorenzo Vita

Il rapporto fra Stato Islamico e Al Qaeda è un rapporto controverso. Da un lato, i due movimenti hanno una matrice comune terroristica e di odio nei confronti dell’Occidente, ma dall’altra, vivono ed operano in settori e metodi completamente differenti. Anzi, si potrebbe dire che la nascita dello Stato Islamico in Iraq, poi allargato al Levante, la Siria, sia proprio originata da una separazione ideologica fra il terrorismo islamico iracheno e Al Qaeda. Daesh rappresenta la declinazione moderna, della nuova generazione, del jihad globale. I suoi metodi di propaganda, il suo sistema d’indottrinamento e la sua capacità di penetrare in vasti settori della società, sono completamente diversi da quelli perpetrati da Al Qaeda. Ed anche gli obiettivi, alla fine, sono divergenti. Lo Stato Islamico si è strutturato come Stato, ha una casa madre, un esercito, una gerarchia specifica ovunque. Al Qaeda è e resta una sigla terroristica che ha altrettante sigle terroristiche affilate ad essa, ma proviene da insegnamento diversi, da un jihad fato anche di capacità camaleontiche, di occultamento, anche di una certa dose di opportunismo politico.
L’incapacità di Al Qaeda di comprendere i grandi avvenimenti delle primavere arabe e di inserirsi nel contesto siriano, così come la decapitazione del gruppo con la morte di Bin Laden, hanno reso il Califfato, appena nascente, un approdo per tutti coloro che si univano o volevano unirsi al jihad in questi tempi. Nell’assenza di leadership e nell’incapacità di essere attraente per il pubblico dei giovani e dei lupi solitari, il Califfato ha preso nel tempo la leadership del jihadismo globale. Eppure, in questo frangente, qualcosa si sta muovendo, ed è proprio da questi due elementi, cioè assenza di appeal e guida carismatica, che si può inserire l’avvento di un nuovo personaggio, un nuovo Bin Laden: Hamza Bin Laden.
Dieci giorni prima dell’attentato di Manchester, il figlio di Osama Bin Laden è tornato a farsi vivo, inviando un suo messaggio a tutto il mondo del terrorismo islamico. Il messaggio audio, di pochi minuti, chiedeva di vendicare l’uccisione del padre e di colpire l’Occidente, in una guerra santa che attaccasse sia “crociati” sia “ebrei”. Dieci minuiti di video audio che hanno fatto tremare le intelligence di molti Paesi e che hanno riportato il terrore di Al Qaeda in tutto l’Occidente. Dieci giorni dopo, Manchester veniva colpita da un terrificante attentato durante il concerto di Ariana Grande. Un attacco che non ha legami con Al Qaeda, poiché l’Isis stesso ha rivendicato l’attacco erigendo l’attentatore a proprio martire, ma che non va comunque considerato in un contesto del tutto estraneo a quello qaedista.
Non è detto che Hamza Bin Laden possa diventare, nel breve termine, il leader di Al Qaeda. I suoi venticinque ani di età e la presenza di altre figure importanti all’interno del gruppo terroristico, potrebbero essere elementi di ostacolo all’ascesa del figlio di Osama. Ma dalla sua parte c’è un cognome pesante tanto quanto potente. Un nome che quindi potrebbe essere usato dalla stessa organizzazione per dimostrare al mondo di poter tornare a essere alla guida del movimento jihadista globale, utilizzando la sua giovane età e la sua origine.

Tutti gli italiani uccisi dal terrorismo islamista e già dimenticati

Tutti gli italiani uccisi dal terrorismo islamico e già dimenticati (fotogallery)

Di Davide Ventola

Alla celebrazione del “Giorno della memoria per ricordare le vittime del terrorismo, interno e internazionale, e delle stragi” in Senato ha spiccato l’ingombrante assenza dei parenti delle vittime delle stragi del terrorismo islamico. Citati rapidamente nel discorso ufficiale del presidente Pietro Grasso, ma senza che nessuno dei parenti delle vittime abbia avuto possibilità di parola nell’aula di Palazzo Madama.

La lista delle vittime italiane del terrorismo islamico
Senza calcolare il pesante tributo offerto dai militari italiani caduti nelle missioni all’estero e l‘omicidio del contractor Fabrizio Quattrocchi, le vittime civili italiane, dall’11 settembre 2001 a oggi, sono state oltre 50. Il motivo per cui le vittime del terrorismo islamico siano così scomode è facilmente intuibile. Per onore di memoria, proviamo a ricordarle tutte, a cominciare dalle dodici vittime di passaporto italiano, che erano presenti nelle Torri gemelle la mattina dell’11 settembre di 16 anni fa. Una lista aggiornata fino all’ultima vittima, Fabrizia Di Lorenzo uccisa a Berlino pochi giorni prima di Natale nella strage compiuta dal tunisino Amis Amri.

11 settembre 2001 New York, attentato alle Torri gemelle

Palmina Delli Gatti, Gerard F. Rauzi, Dominick A. Pezzulo, John Talignani,
Gino Luigi Calvi, Elvira Granitto, Felicia Hamilton, Franco Lalama, Sean Gordon Corbett O’Neill, Angelo Amaranto, Lucia Crifasi, Anthony Luparello e John Frank Rizzo.

Una delle 12 vittime italiane delle Torri gemelle
Una delle 12 vittime italiane delle Torri gemelle
16 maggio 2003 – Casablanca, Marocco

Luciano Tadiotto, tecnico di Oleggio, nel Novarese

12 novembre 2003 – Nassiriyah, Iraq

Marco Beci, cooperante, e Stefano Rolla, regista

15 novembre 2003 – Istanbul, Turchia

Romano Yona, artigiano italo-turco

30 maggio 2004 – Al Khobar, Arabia Saudita

Antonio Amato, cuoco di Giugliano, in provincia di Napoli

26 agosto 2004 – Najaf, Iraq

Enzo Baldoni, giornalista e volontario

31 agosto 2004 – Bagdad, Iraq

Ayad Anwar Wali, imprenditore italo-iracheno

7 ottobre 2004 – Taba, Egitto

Le sorelle Jessica e Sabina Rinaudo, impiegate
di Dronero nel Cuneese

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16 dicembre 2004 – sulla strada tra Falluja e Ramadi, Iraq

Salvatore Santoro, volontario

23 luglio 2005 – Sharm el Sheik

Sebastiano e Giovanni Conti, Daniela Maiorana, Rita Privitera e le sorelle Paola e Daniela Bastianutti



7 luglio 2005 – Londra

Benedetta Ciaccia, 32enne romana, viene uccisa in uno degli attentati alla metropolitana di Londra

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10 agosto 2006 – Gerusalemme, Israele

Angelo Frammartino, volontario di Monterotondo

26 novembre 2008 – Mumbai, India

Antonio Di Lorenzo, uomo d’affari livornese

13 febbraio 2010 – Pune, India

Nadia Macerini, insegnante di yoga di Arezzo

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15 aprile 2011 – Striscia di Gaza

Vittorio Arrigoni, attivista di Besana in Brianza

8 marzo 2012 – Nigeria

Franco Lamolinara, ingegnere edile di Gattinara nel Vercellese

9 marzo 2013 – Nigeria

Silvano Trevisan, ingegnere di San Stino di Livenza

Tunisi (Tunisia), 18 marzo 2015

Francesco Caldara, Orazio Conte, Antonella Sesino e Giuseppina Biella, morti insieme ad altri turisti stranieri nell’attentato al museo del Bardo

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Dacca (Bangladesh), 28 settembre 2015

Il cooperante italiano Cesare Tavella è ucciso da militanti dell’Isis mentre fa jogging a Dacca

Parigi (Francia), 13 novembre 2015

Valeria Solesin, dottoranda all’università Sorbona, è uccisa nell’attentato contro il teatro Bataclan



Ouagadougou (Burkina Faso), 15 gennaio 2016

Michele Santomenna, 9 anni, figlio del proprietario del ristorante Cappuccino attaccato da terroristi di Al Qaeda



Sabrata (Libia), 3 marzo 2016

Salvatore Failla e Fausto Piano, tecnici della Bonatti, uccisi in una sparatoria da militanti dell’Isis

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Bruxelles (Belgio), 22 marzo 2016

Patricia Rizzo, funzionaria europea, è uccisa nell’attacco alla metro Maelbeek


Dacca (Bangladesh), 1 luglio 2016

Adele Puglisi, Marco Tondat, Claudia Maria D’Antona, Nadia Benedetti, Vincenzo D’Allestro, Maria Rivoli, Cristian Rossi, Claudio Cappelli e Simona Monti. Vengono sgozzati o fatti a pezzi dai terroristi dell’Isis nell’assalto al ristorante Holey Artisan Bakery


Nizza (Francia), 15 luglio 2016

Tra le 86 vittime dell’attacco condotto con un camion che ha travolto la folla sulla Promenade des Anglaise ci sono gli italiani Mario Casati, Carla Gaveglio, Maria Grazia Ascoli, Gianna Muset, Angelo D’Agostino e Nicolas Leslie.



Berlino (Germania), 19 dicembre 2016

Fabrizia di Lorenzo, 31 anni, di Sulmona. Laureata a Bologna in Relazioni Internazionali, lavorava per un’azienda di trasporti.

FONTE:http://www.secoloditalia.it/2017/05/tutti-gli-italiani-uccisi-dal-terrorimo-islamico-gia-dimenticati-fotogallery/

Al-Qaeda rivendica l’attentato di San Pietroburgo

Risultati immagini per san pietroburgo al qaeda

Di Giordano Stabile

Un gruppo jihadista, Katibat al-Imam Shamil,che si dice legato Al-Qaeda, ha rivendicato l’attentato a San Pietroburgo dello scorso 3 aprile. A differenza dei recenti attacchi a Londra, Stoccolma, Parigi, l’Isis non aveva ancora rivendicato l’attentato suicida nella metropolitana della città. 

L’ordine di Al-Zawahiri  
Nel comunicato il gruppo jihadista minaccia nuovi attentati in Russia e dice di aver seguito del direttive del leader di Al-Qaeda Ayman al-Zawahiri. L’attentatore suicida viene chiamato con il nome di battaglia Akbar Jan Jalilov

“Basta interferenze in Cecenia e Libia”  
“La Russia – minaccia il gruppo – non potrà vivere in sicurezza finché i nostri fratelli soffrono sotto i razzi che portano morte alle persone innocente”. Il popolo russo “pagherà il prezzo con il suo sangue come lo pagano i nostri fratelli in Siria” a meno che il suo governo “non la smetta di interferire nelle nazioni musulmane, in Siria, Libia, Cecenia”. 

Le sigle in Siria  
Alcuni media russi avevano scritto del possibile coinvolgimento del Jamaat al-Tawhid wa al-Jihad, un gruppo confluito a sua volta in Hayat Tahrir al-Sham, la nuova sigla di Al-Nusra, a sua volta emanazione di Al-Qaeda. La rivendicazione sembra confermare i sospetti anche se deve essere verificata l’attendibilità della nuova sigla. 

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