Breaking News

6/breakingnews/random
Visualizzazione post con etichetta Yemen. Mostra tutti i post

YEMEN, secondo i dati ACLED la guerra ha provocato già 100mila vittime


Di Salvatore Santoru

Dal 2015 lo Yemen è interessato da una guerra civile particolarmente feroce, guerra che vede contrapposta da una parte i ribelli sciiti Houthi e dall'altra le forze governative sostenute militarmente ed economicamente dall'Arabia Saudita.
Tale guerra civile ha fatto diverse vittime, sia militari che civili.
Nelle ultime ore diversi media internazionali, tra cui il Guardian(1), hanno riportato i dati sulle vittime dell'ACLED (Armed Conflict Location & Event Data Project).
Stando a tali dati, sin dal 2015 sono morte ben 100mila persone e ben 12mila civili sono stati uccisi tramite attacchi diretti.
Nel 2019 si sono registrate 20mila morti e, entrando maggiormente nello specifico, negli anni passati vi è stato un aumento considerevole delle vittime civili a causa dei bombardamenti della coalizione guidata dall'Arabia Saudita.
NOTA:

Yemen, la guerra combattuta dai bambini soldato


Di Giovanna Pavesi

Arruolati per combattere uno dei conflitti più sanguinosi della storia contemporanea. Sono poco poco più che ragazzini e provengono dalle aree rurali o dalle zone di confine con i Paesi coinvolti. Sono poverissimi, sia a causa della guerra che ha messo in ginocchio lo Yemen, sia per la situazione economica in cui versano le loro famiglie. Con una certa frequenza diventano bambini soldato . Da entrambe le parti in lotta. Ma soprattutto nei campi di reclutamento della coalizione guidata dagli Emirati Arabi Uniti, al fianco dei sauditi.

I bambini soldato

A svelare la presenza di bambini in questi luoghi, un’inchiesta di Al Jazeera che, attraverso alcuni filmati, ha dimostrato la diffusione di questa pratica, che coinvolge diversi minori yemeniti (e non solo), impegnati a combattere lungo il confine saudita per difenderlo dagli Houthi, il gruppo ribelle sciita che, nel 2014, ha invaso la capitale yemenita, Sana’a, e diverse aree nord occidentali del Paese. 

Reclutati da entrambe le parti

Il conflitto, che contrappone il movimento sciita al governo e ai suoi alleati, tra cui l’Arabia Saudita, in guerra dal 2015, ha provocato la peggior crisi umanitaria degli ultimi anni. L’80% della sua popolazione, che corrisponde a circa 24 milioni di persone, necessita, per sopravvivere, di aiuti umanitari, spesso letteralmente bloccati dalle dinamiche di guerra (il caso più noto la chiusura del porto di Hodeidah). I più piccoli, oltre a  essere i primi a soffrire di problemi legati alla malnutrizione e alla fame, vengono attirati, spesso con l’inganno, a partecipare alle azioni militari. E, secondo quanto riportato dalle Nazioni Unite, i due terzi dei bambini soldato nel Paese combatterebbe per i ribelli Houthi, mentre la parte che resta  per la coalizione guidata dagli Emirati Arabi Uniti.

I bambini sudanesi (e yemeniti) coinvolti dai Sauditi

Anche se la percentuale risulta minore, a richiamare l’attenzione sono i piccoli soldati coinvolti da Arabia Saudita e Yemen. Perché, sebbene i due Paesi abbiano firmato il protocollo internazionale che vieta il coinvolgimento dei bambini nei conflitti armati nel 2007 e nel 2018, alla fine dello scorso anno, nel 2018, Riad è stata accusata di reclutare bambini sudanesi dal Darfur per combattere questa guerra. Ma non solo. Oggi, anche i piccoli yemeniti vengono arruolati utilizzando reti di traffico locale per difendere il confine saudita. 

Il campo dei piccoli combattenti

Il network qatariota, dopo aver ascoltato le testimonianze di due famiglie residenti nella città meridionale di Taiz, ha indagato sui due storie. Da qui, nell’ultimo anno e mezzo, diversi ragazzini avrebbero lasciato le loro case, inseguendo promesse di uno stipendio regolare per ruoli che non dovevano appartenere alla sfera militare. Di uno di questi è sparita ogni traccia e il suo nome non compare nemmeno nelle liste dei soldati yemeniti catturati dagli Houthi mostrate durante un round dei colloqui tra le parti in guerra in Svezia . Secondo quanto riportato da Al Jazeera, due di questi adolescenti si sarebbero imbarcati verso la frontiera saudita di al-Wade’a, nell’area settentrionale del Paese. Secondo la testimonianza dell’unico superstite tornato a casa, al-Buqa’ è il luogo dove i più piccoli vengono addestrati a combattere. Ed è anche un’area che ha visto frequenti scontri tra i ribelli sciiti e la coalizione guidata da Riad.

Le promesse

Secondo la testimonianza del giovane sopravvissuto, i ragazzi sarebbero stati contattati per la prima volta dai reclutatori nei villaggi più colpiti dalla povertà e dalle conseguenze della guerra. L’adolescente avrebbe anche spiegato come lui e molti altri fossero stati chiamati per lavorare, almeno apparentemente, nelle cucine delle unità militari yemenite di stanza in Arabia Saudita. La promessa era quella di farli lavorare in cucina, pagandoli 3mila riyal sauditi (che corrispondono a circa 800 dollari). 

Le modalità di “consegna” e i documenti

Attraverso la testimonianza del giovane, è emerso il meccanismo di consegna dei giovani combattenti: in genere, il reclutatore consegna il suo “carico umano” a un trafficante in una delle città yemenite lungo il percorso che porta ai confini. A questo punto, il trafficante lascia le giovani reclute a un altro contrabbandiere che, a quel punto, fornisce loro delle carte d’identità e dei documenti, indispensabili per attraversare l’Arabia Saudita (dove sarebbero collocati i campi militari). Secondo quanto riportato dall’inchiesta di  Al Jazeera, ciò che per i reclutatori è importante non è la sopravvivenza dei ragazzi, quanto l’abilità, per esempio, nel maneggiare delle armi.

GUERRA IN YEMEN, coinvolte "segretamente" anche le truppe speciali della Gran Bretagna

Di Salvatore Santoru

Nella guerra dello Yemen gli Stati Uniti non sono l'unico paese occidentale impegnato. Difatti, come riportato da Analisi Difesa e da 'Gli Occhi della Guerra', nel conflitto risulterebbe coinvolta anche anche la Gran Bretagna.
Difatti, proprio nello Yemen sono state inviate le forze speciali della Marina al fine di combattere una guerra ormai sempre meno "segreta". Andando maggiormente nei dettagli, le truppe d’élite britanniche (Special Boat Service) sono operative da diverso tempo nel paese mediorientale.
Così come gli Stati Uniti, anche la Gran Bretagna sostiene gli Emirati Arabi e l'Arabia Saudita nel conflitto contro i ribelli filo-iraniani Houthi.

YEMEN, LA RIVELAZIONE DELLA CNN: 'Arabia Saudita ed Emirati passavano armi Usa a gruppi legati ad Al Qaeda'


Di Salvatore Santoru

Una recente inchiesta della Cnn ha rivelato che armi statunitensi sono finite nelle mani di diversi gruppi impegnati nel conflitto dello Yemen, tra cui quelli jihadisti legati ad al QaedaCome riporta un articolo di Remocontro, la Cnn ha spiegato che le armi sono state fornite volontariamente dall'Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi Uniti.

In tal modo, l'Arabia e gli Emirati hanno cercato di conquistare la fedeltà di milizie e clan locali e di aumentare la propria influenza geopolitica nell'area, tenendo anche conto che gli stessi gruppi e Al Qaeda risultano essere impegnati nella lotta contro i ribelli Houthi.
Su ciò c'è anche da dire che comunque, sempre secondo l'inchiesta, armi USA sono finite anche nelle mani del fronte antisaudita rappresentato dagli stessi Houthi.

Il mistero dell'uccisione di Khashoggi, l'Express: 'Aveva le prove dell'uso di armi chimiche saudite in Yemen'


Di Salvatore Santoru

Secondo il Daily Express Jamal Khashoggi stava per rivelare l'utilizzo di armi chimiche da parte dell’Arabia Saudita nello Yemen.
Inoltre, riporta un articolo del sito web legato al 'Giornale' Piccole Note ripreso da l'Antidiplomatico, il giornalista saudita stava per ottenere prove su ciò.  

Andando nei dettagli, la fonte anonima dell'Express sostiene di aver incontrato il reporter una settimana prima dell'omicidio e di averlo trovato “triste e preoccupato”.
Sempre secondo tale fonte anonima, Khashoggi avrebbe sostenuto che la sua fonte di preoccupazione era proprio legata alle rivelazioni che doveva fare sulla guerra in Yemen.

La guerra segreta degli Usa in Yemen: i berretti verdi al fianco dei sauditi

Risultati immagini per yemen mare trump usa 20Di Lorenzo Vita
Le forze speciali americane sono in Yemen a sostengo della coalizione araba a guida saudita. Tutti impegnati contro i ribelli Houthi alleati dell’Iran.
Da sempre gli Stati Uniti sono impegnati con missioni specifiche nello scenario yemenita. In particolare la Us Navy monitora le coste colpendo le postazioni ribelli e, contemporaneamente, Al Qaeda. Ma adesso ,arriva una nuova verità, rivelata dalle pagine del New York Times: in Yemen ci sono anche le forze speciali americane.
Per anni, l’esercito americano ha cercato di prendere le distanze dall’orrenda guerra civile nello Yemen, spiegano i giornalisti del Nyt, “ma alla fine dell’anno scorso, una squadra di circa una dozzina di berretti verdi è arrivata al confine dell’Arabia Saudita con lo Yemen“. Tutto all’oscuro dell’opinione pubblica Usa, ma anche dello stesso potere legislativo. Nessun dibattito, nessuna discussione, nessun chiarimento. E intanto i berretti verdi erano in Yemen a sostenere i bombardamenti sauditi.
Secondo quanto hanno potuto apprendere i reporter del quotidiano, grazie a diplomatici europei e funzionari Usa, i berretti verdi sono giunti sulla linea dei confine a fine dicembre del 2017. Alcune settimane prima, un missile sparato dallo Yemen era esploso vicino Riad, la capitale saudita.

Le operazioni dei Berretti verdi

Secondo le fonti, la missione dei commando americani ha due obiettivi principali:
  1. addestrare le truppe di terra saudite per migliorare la capacità di proteggere il confine;
  2.  collaborare con l’intelligence americana presente nella città saudita di Najran per localizzare i siti di missili Houthi all’interno dello Yemen.
Già a marzo, il Senato degli Stati Uniti aveva formalmente chiesto al Pentagono delucidazioni sull’impiego dei soldati in territorio yemenita. I senatori si chiedevano quali fossero i confini dell’impegno Usa al fianco della coalizione a guida saudita. E se non fosse il caso di approfondire l’utilizzo dei militari in un conflitto così complesso ed estremamente delicato.
“Siamo autorizzati ad aiutare i sauditi a difendere i loro confini” Così si espresse il generale Joseph L. Votel, capo di Centcom, alla Commissione del Senato. “Lo stiamo facendo attraverso la condivisione dell’intelligence, attraverso il supporto logistico e attraverso le consulenze militari che forniamo agli alleati”. Mentre il 17 aprile, Robert S. Karem, assistente del segretario alla Difesa, disse in Commissione Affari esteri del Senato che gli Stati Uniti avevano circa 50 militari in Arabia Saudita, “per sventare in gran parte la minaccia dei missili balistici”.

L’impegno americano in Yemen

L’impegno degli Stati Uniti sul fronte yemenita è diversificato. Esistono due obiettivi non sovrapponibili: uno è Al Qaeda (e in parte minore l’Isis) e l’altro sono gli Houti.
Negli ultimi due anni, le truppe governative sostenute dagli americani e dagli Emirati arabi uniti hanno portato avanti un’oscura guerra in tutte le regioni centrali e meridionali dello Yemen per colpire le milizie tribali legate ad Al Qaeda.  Soltanto l’anno scorso, gli Stati Uniti hanno lanciato più di 130 attacchi aerei nello Yemen. La maggior parte degli strike compiuti dagli Usa hanno preso di mira i militanti qaedisti, mentre 10 sono stati lanciati contro i combattenti dello Stato islamico.
Poi c’è l’impegno contro gli Houti, che assume connotati e scopi del tutto diversi. Susan E. Rice, allora consigliere per la Sicurezza nazionale di Barack Obama, stilò nel 2105 una sorta di vademecum per l’azione americana al fianco della coalizione composta da Arabia saudita, Emirati arabi uniti, Egitto, Giordania e altri Stati africani più o meno obbligati a parteciparvi (come il Sudan pronto a ritirarsi).
La nota affermava i compiti di assistenza militare nei confronti dei sauditi, ma intendeva tenere le forze degli Stati Uniti fuori dalle operazioni contro gli Houthi. Ma sotto l’amministrazione diDonald Trump, la portata di queste linee guida sembra essersi allargata, a tal punto che sono aumentati gli aerei di sorveglianza, i droni, le attività della Marina e, infine, l’impiego sul campo di decine di berretti verdi.

L’ennesima guerra per procura

L’impiego delle forze speciali americane, in barba all’autorizzazione del Congresso, è un altro segnale di come il Pentagono attui una strategia di guerra per procura nei confronti dell’Iran a prescindere dalla sua legittimazione politica e giuridica.
Il disastro umanitario dello Yemen, in cui gli aerei sauditi colpiscono con ferocia, rappresenta l’ennesimo risultato di questo scontro fra blocchi che non lascia scampo. E dove le prime vittime, così come in Siria, sono i civili. Milioni di persone sono a rischio carestia. I bambini vivono in condizioni disperate e malnutriti. I casi di colera faticano a contarsi. Nel frattempo, il Paese ha intere città distrutte e un’economia, già poverissima, ormai al collasso.
Ma nessuno sembra esserne particolarmente interessato. Né nell’opinione pubblica, né nella diplomazia mondiale. E non sembra che siano pronti interventi umanitari per salvare dalla disperazione quei milioni di martiri che la guerra sta colpendo giorno dopo giorno.

Come l’Iran rifornisce di armi i ribelli houthi dello Yemen

Di Alberto Bellotto
C’è un flusso di armi che continua ad alimentare la guerra in Yemen. Quel flusso, direttamente, o indirettamente, arriva all’Iran. La Repubblica islamica ha contribuito all’escalation bellica fornendo ogni tipo di appoggio agli houthi, la milizia sciita che contende il potere con ciò che resta del governo dell’ex presidente Abdrabbuh Mansur-Hadi. Ma andiamo con ordine.
Il Paese si è infiammato a partire dal 2011 con l’avvento delle cosiddette primavere arabe. Ma è nel 2015 che la situazione precipita. Gli houthi conquistano la capitale Sana’a cacciando Hadi e l’Arabia Saudita inizia la sua campagna per liberare lo Yemen dagli sciiti. Da qual momento il Paese è sprofondato in un conflitto settario che ha preso le sembianze di una guerra per procura. Riad ha raccolto intorno a sé una coalizione e compiuto centinaia di raid nel Nord del Paese. Teheran ha invece fornito armi e supporto logistico ai ribelli. Il legame tra l’Iran e i miliziani, è nato molti prima delle primavere arabe e nel corso del tempo si è affinato.

Il traffico di armi: la cattura dei cargo nei Mar Arabico

Il primo segno che le armi in mano ai ribelli sciiti non fossero di produzione propria, o provenienti da arsenali delle truppe lealiste, è arrivato con un’analisi del Conflict Armament Research (Car). In particolare per quanto riguarda il drone Qasef-1 Uav. Gli insorti hanno sempre dichiarato che si tratta di un prodotto casalingo ma in realtà gli esperti del centro di ricerca hanno dimostrato che si tratta di un mezzo costruito con componenti iraniani. Il Qasef-1 sarebbe infatti della stessa famiglia degli iraniani Ababil. In alcuni droni esaminati si notano numeri di serie molto simili che indicano l’appartamento tra il mezzo usato dagli houthi e quello prodotto in Iran. Questi dispositivi sono spesso stati usati per colpire i sistemi di difesa missilistici dell’Arabia Saudita, come le batterie Petriot lungo il confine meridionale.
Ovviamente le forniture non si fermano qui. Nic Jenzen-Jones, uno specialista dell’Armament Research Services ha passato diverso tempo a studiare i passaggi di armi tra Iran e Yemen. Oltre ai droni sarebbero arrivati anche diversi armamenti come missili anti nave o lanciarazzi. Resta però la grande questione di come quelle armi siano arrivate sul suolo yemenita. Tre sequestri avvenuti nel 2016 ci spiegano come sia avvenuto il passaggio di armi. Febbraio e Marzo del 2016 tre navi da guerra della Combined Maritime Forces (CMF), una missione di pattugliamento internazionale nel Mar Rosso e Oceano Indiano occidentale, la HMAS Darwin la FS Provence e l’USS Sirocco, hanno fermato tre natanti che stavano trasportando migliaia di armamenti, destinati alla Somalia e allo Yemen.

Le bombe italiane impiegate nello Yemen

Risultati immagini per rwm italia spa domusnovas
Di Mauro Indelicato
‘A 4447’: è una sigla che, a prima vista, potrebbe anche non dire nulla ma che in realtà ha svelato alcuni dei più importanti retroscena di uno dei conflitti più cruenti degli ultimi anni, ossia quello dello Yemen. Questa sigla è stata ritrovata nei frammenti di diverse bombe cadute nel paese arabo in questi due anni di guerra; sono ordigni sganciati dai caccia sauditi: questa scritta è stata trovata, ad esempio, tra i detriti causati dallo scoppio di una bomba lanciata dai militari della famiglia Saud in pieno centro a Sana’a, oppure ancora a Der al Hajari l’8 ottobre 2016, in cui un bombardamento ha ucciso sei civili, di cui quattro bambini. La sigla A 4447 altro non è che un numero di matricola il quale indica la provenienza dell’ordigno; la lettera iniziale e le quattro cifre successive dimostrano come la produzione di queste bombe sia della tedesca RWM, la cui sede è però in Italia e precisamente in provincia di Brescia mentre la fabbrica, da dove escono tali armi, è nel cuore della Sardegna e precisamente nella cittadina di Domusnovas, nella provincia che ha Carbonia come capoluogo. In parole povere, gran parte degli ordigni lanciati dai sauditi sulle città yemenite sono di fabbricazione italiana.

L’inchiesta del New York Times

Nei giorni scorsi il quotidiano newyorkese più famoso ha pubblicato nel suo sito un reportage video; obiettivo dell’inchiesta è quello di svelare il tragitto che, dall’Italia, permette il trasporto in Arabia Saudita di migliaia di bombe destinate a caricare quei caccia pronti a sganciare il proprio carico di morte sulle città yemenite. Nel video viene seguito, in particolare, il tragitto della nave cargo ‘Bahri Jeddah’ battente bandiera saudita; salpata dal porto di Cagliari nello scorso mese di giugno, dopo qualche settimana la nave viene fotografata nel porto saudita di Jeddah: a bordo vi è un carico che, seguito quando il contenuto viaggiava ancora sulle strade sarde, veniva indicato come ‘pericoloso’ e scortato dunque anche dai Carabinieri. Secondo il NYT, sulla Bahri Jeddah vi erano gli ordigni con matricola A 4447 prodotti a Domusnovas presso lo stabilimento RMW Italia, società appartenente alla multinazionale tedesca Rheinmetall.
Da Jeddah poi, il carico del cargo saudita salpato dalla Sardegna viene quindi trasportato a Taif, lì dove vi è la sede di una delle basi della Royal Saudi Armed Forces; è da qui poi che il materiale viene assemblato e caricato sugli aerei militari di Riyadh, i quali poi entrano in azione nello Yemen. Dallo stabilimento delle campagne sarde quindi, le bombe arrivano a cadere nelle città del paese arabo alle prese, dal 2015, con la guerra con la quale i Saud sperava di battere gli sciiti Houti nel giro di poco tempo; in realtà il conflitto è in una fase di stallo con nessuna delle parti in causa che riesce a prevalere sull’altra e questo, tra le altre cose, sta portando al peggioramento della già precaria situazione umanitaria, con milioni di persone impossibilitate ad essere raggiunte da medicine e generi di prima necessità.

Un commercio che non conosce crisi

Ma il NYT non è il primo a documentare la vendita di armi italiane all’Arabia Saudita; già da anni associazioni e politici locali lamentano la complicità delle istituzioni nel dramma che sta vivendo lo Yemen, per via della produzione di migliaia di ordigni nella sede sarda della RMW Italia. Tra i primi a denunciare il fatto, è stato l’ex presidente della Regione Sardegna Mauro Pili, attualmente deputato del gruppo regionalista ‘Unidos’ ma eletto nel 2013 nelle liste del centro – destra; in più occasioni Pili ha documentato con filmati e foto la partenza, dall’aeroporto cagliaritano di Elmas, di bombe ed ordigni prodotti dalla RMW Italia a Domusnovas. Di recente, proprio Pili in un video ha mostrato la Bahri Jeddah mentre era ancorata al porto di Cagliari; in Parlamento, a fargli eco, è stato il deputato sardo grillino Roberto Cotti, il quale in commissione ha chiesto la legittimità del provvedimento che ha concesso l’autorizzazione alla vendita di armi ai sauditi. Anche numerose associazioni locali, nei mesi scorsi, si sono mobilitate per chiedere la fine della produzione delle armi nelle campagne di Domusnovas; diverse, in tal senso, sono state le manifestazioni operate all’ingresso dello stabilimento della RMW.
A livello giornalistico, il primo a mettere in risalto il ruolo del nostro paese nella guerra nello Yemen, è stato l’irlandese Malachy Brown di Reported.ly; nel suo reportage, tradotto in Italia da IlPost nel giugno 2015, il giornalista ha certificato il trasporto di Mk82 ed Mk84 prodotte dalla RMW dal porto di Genova a quello di Jeddah. Questo primo passaggio di armi dal nostro paese al porto saudita, è avvenuto il 12 maggio 2015 grazie ad una nave della compagnia ‘Jolly Cobalto’; in seguito, sono stati effettuati diversi volti da Cagliari fino all’aeroporto militare di Taiff, spesso di notte e documentati in parte dal sopra citato deputato Mauro Pili. Non sono mancati anche altri trasporti via mare, tanto dal porto cagliaritano quanto da quello di Olbia; spulciando i dati delle esportazioni delle armi italiane del 2016, è emerso come la RMW è la terza società con sede in Italia ad avere maggiori licenze dietro soltanto a Leonardo (ex Finmeccanica) e Ge Avio.
Il fatturato per la società che opera in Sardegna è stato di quasi cinquecento milioni di Euro, pari a poco più del 3% del valore totale delle esportazioni di armi italiane (Leonardo, da sola, assorbe una percentuale pari all’80%); gli affari dati dalla vendita di bombe all’Arabia Saudita sembrano quindi essere molto redditizi per la società italo – tedesca: testimonianza ne è il fatto che, nel mese di novembre 2016, la stessa RMW ha chiesto il permesso per ampliare il proprio stabilimento di Domusnovas, tra le polemiche delle associazioni e dei politici locali.

La vendita ai sauditi è legale?

La domanda dunque sorge spontanea: il commercio che dalla Sardegna porta le bombe della morte nello Yemen è conforme alle leggi italiane e comunitarie? Al di là dell’aspetto etico, certamente importante, le denunzie dei deputati sopra citati e delle locali associazioni ha una base giuridica? Se, dal canto suo, il Ministro della Difesa Roberta Pinotti appare tranquilla nel rispondere alla domanda di un cronista nel reportage del NYT, in cui la titolare del Ministero ha affermato che ‘Tutto viene fatto nel rispetto delle leggi’, da più parti sia in Italia che all’estero arrivano non poche perplessità. A favore di chi mette in discussione la legalità delle operazioni sopra descritte, vi è il richiamo alla legge 185/1990 che, in tema di controllo dell’esportazione dei materiali di armamento, cita testualmente come ‘L’esportazione ed il transito dei materiali di armamento, nonché la cessione delle relative licenze di produzione, sono vietati quando siano in contrasto con la Costituzione […] ed è altresì vietato (n.dr.) il transito, il trasferimento, intracomunitario e l’intermediazione di materiali di armamento verso i Paesi in Stato di conflitto armato, in contrasto con i principi dell’articolo 51 delle Carta delle Nazioni Unite’.
Ma non solo: anche spulciando il trattato sugli armamenti dell’UE la legalità del trasporto di armi in un paese in guerra, come l’Arabia Saudita, sarebbe contro le regole; pur tuttavia, il commercio prosegue senza interruzione e, soprattutto, senza conoscere la ben che minima crisi. L’Italia, di fatto, al di là del discorso meramente incentrato sulla legalità delle operazioni, è complice dei bombardamenti civili effettuati dai sauditi nello Yemen.

La catastrofe umanitaria in Yemen dopo mille giorni di guerra

Immagine correlata


A mille giorni dall’inizio di una guerra brutale, lo Yemen è a un passo dalla carestia, con una popolazione che sembra condannata a morire di fame, per il blocco dei principali porti a nord, che impedisce l’ingresso di cibo, carburante e medicine. E’ l’allarme lanciato da Oxfam attraverso il report 'La crisi in Yemen: 1000 giorni di disastri'.

Per sopravvivere ormai oltre l’80% della popolazione del paese (22,5 milioni di persone) dipende dall’importazione di derrate alimentari e, da quando la coalizione a guida saudita ha imposto il blocco, solo un terzo del cibo necessario raggiunge una popolazione ridotta allo stremo: più di 7 milioni di persone non fanno un pasto decente da mesi.

Una catastrofe umanitaria, in cui i prezzi dei beni alimentari sono aumentati del 28% da inizio novembre, impedendo definitivamente l’accesso al cibo alle fasce più povere della popolazione, già duramente colpite dal collasso economico. Il tutto mentre per la mancanza di carburante, si vanno esaurendo le scorte di acqua potabile, vitali in un paese colpito dalla più grave epidemia di colera del mondo.

“Per 1.000 giorni lo Yemen ha subito pesantissimi bombardamenti con nuove e sofisticate armi. Ma quel che impressiona oggi è lo stato di assedio medievale in cui si trova l’intero paese, usato come arma di guerra. – dichiara Paolo Pezzati, policy advisor per le emergenze umanitarie di Oxfam Italia – non c’è alcuna plausibile giustificazione per negare alla popolazione cibo, carburante e medicine. È una barbarie priva di decenza e senso di umanità”.

Bambini senza futuro, spose bambine

I bambini subiscono l’impatto peggiore del conflitto e, con il proseguire dei combattimenti, il loro futuro appare sempre più tetro. In base alle stime, 4,1 milioni di bambini non sanno se potranno proseguire gli studi con 1.600 scuole distrutte e adibite a rifugio per le famiglie sfollate o usate dalle parti in conflitto.

Anche i matrimoni precoci sono aumentati dall’inizio della guerra: tra il 2016 e il 2017 è salita dal 52% al 66% la percentuale di ragazze al di sotto dei 18 costrette a sposarsi. Per ridurre il numero di familiari a carico, o avere una fonte di reddito per nutrire il resto della famiglia e pagare i debiti, vengono date in sposa anche bambine di otto-dieci anni.

Fondamentale l’immediata fine del blocco

In quasi tre anni di guerra sono stati uccisi quasi 5.300 civili, 3 milioni di persone sono state costrette a fuggire dalle loro case e circa un milione di persone sono state contagiate dal colera. Un’indicibile sofferenza di cui Oxfam ritiene responsabili tutte le parti in conflitto, colpevoli di gravi violazioni del diritto internazionale umanitario.

“Finalmente anche i paesi che hanno alimentato la distruzione dello Yemen, attraverso la vendita di armi, cominciano a manifestare preoccupazione per il proseguimento del conflitto - continua Pezzati - Ma adesso le parole devono tradursi in azioni concrete che mettano fine al blocco imposto sul paese e avviino un vero processo di pace”.

Dall’inizio di novembre, non è stato consentito l’import di combustibile - essenziale per il trasporto di alimenti e altri beni vitali in tutte le aree del paese – in nessuno dei principali porti, mentre la più grande stazione di rifornimento del paese è chiusa dallo scorso marzo. In questo quadro anche i porti di Al-Hudaydah e Saleef – già gravemente danneggiamenti dai bombardamenti - sembrano essere a rischio di imminenti attacchi, in particolare in queste ore verso il porto di Al-Hudaydah. Si tratta di due punti di accesso vitali per due terzi della popolazione, da cui passano l'80% delle importazioni e dov’è transitato solo l’anno scorso l'85% del grano entrato nel paese.

A Natale donare per lo Yemen vale un tesoro

“Lavoriamo in Yemen da oltre 30 anni – conclude Pezzati – ma questa è certamente la peggiore crisi mai affrontata nel paese. Il conflitto iniziato 1.000 giorni fa ha messo in ginocchio una nazione già povera: oggi 22,2 milioni di persone, pari a tre quarti della popolazione, hanno bisogno di assistenza umanitaria e protezione. Per questo è importante agire subito per salvare quante più vite possibile. Una donazione a Natale può fare la differenza e consentirci di non mollare chi in Yemen ha poco, quasi più niente, in cui sperare”.

Per farlo basta andare su: clicca qui

#withYemen

Oggi su Twitter, ciascuno insieme a Oxfam potrà dimostrare la propria vicinanza alla popolazione dello Yemen che sta subendo le pesantissime conseguenze di un conflitto brutale che dura ormai da 1000 giorni. Utilizzando l'hashtag #withYemen, sarà possibile sostenere l'appello ai capi di stato e di governo e al Consiglio di Sicurezza dell'ONU per arrivare alla pace il prima possibile. Segui la campagna sul canale Twitter di Oxfam.

NEWS, SITI CONSIGLIATI & BLOGROLL

VISUALIZZAZIONI TOTALI

Follow by Email

Contact Me

Nome

Email *

Messaggio *