Evoluzioni in corso nel Golfo: colloqui riservati saudo-iraniani e guerra nello Yemen

mag 12, 2021 0 comments


Di Mario Boffo *

La guerra nello Yemen infuria da circa sei anni. Sebbene non esclusivamente frutto di cause internazionali, essa s’incastona anche nel problematico rapporto fra Arabia Saudita e Iran, protagonisti di opposte politiche egemoniche nelle aree del Golfo e del Medio Oriente. Quest’importante macroregione geopolitica è interessata attualmente da azioni politiche finalizzate a ridisegnarne gli equilibri. La prima, è quella degli Accordi di Abramo, lanciati da Trump e mantenuti da Biden, con i quali si cerca di creare un fronte per il contenimento dell’Iran che associ i Paesi della Penisola Arabica e Israele, sulla base dell’interesse a contrastare il comune avversario e a dispetto delle divisioni politiche inerenti alla causa palestinese e da tempo di fatto superate. Il secondo è quello della ripresa, sotto la nuova amministrazione americana, dei negoziati sul nucleare iraniano (Joint Comprehensive Plan of Action, JCPOA). Si tratta dei due pilastri dell’attuale politica statunitense in questa zona, cruciale per la sicurezza, la navigazione e le rotte del petrolio, con la quale Washington punta a stabilire un equilibrio meno conflittuale fra le potenze regionali, approfittando anche dell’esigenza iraniana di un alleviamento delle sanzioni e dell’ansia di Riad di uscire da una guerra che si trascina da troppo tempo anni senza aver conseguito risultati.

              I toni concilianti che il Principe Ereditario dell’Arabia Saudita, Mohammed bin Salman, ha recentemente adottato nei confronti dell’Iran, dopo le riservate conversazioni avute fra i due Paesi a Bagdad nelle ultime settimane, fanno seguito anche alle recenti proposte saudite per un cessate-il-fuoco nello Yemen (riapertura dell’aeroporto di Sana’a e rimozione delle restrizioni sul commercio estero da e per il porto di Hodeida), proposte considerate insufficienti dagli houti, la fazione di confessione zaydita sostenuta dall’Iran che si ribellò nel 2014 al governo centrale sostenuto da Riad e che dette il via all’attuale conflitto. Non molto si sa in dettaglio dei colloqui saudo-iraniani, ma sembra chiaro che essi si svolgono nello scenario illustrato in apertura di quest’articolo; anche perché avrebbero spaziato dallo Yemen alla Siria e al Libano, che sono i fronti più caldi della rivalità egemonica saudo-iraniana.

              È possibile quindi che dallo sforzo di ridisegnare i rapporti fra le potenze regionali del Golfo emerga una strategia di conclusione della guerra nello Yemen. A Bagdad, Riad e Teheran avrebbero chiesto l’un l’altra, rispettivamente, la cessazione delle pressioni sull’Arabia Saudita da parte degli houti, e l’accettazione di un loro ruolo nel futuro politico del Paese. Bisogna tuttavia tener presente che le sorti della guerra (e dell’auspicata pace) dipendono anche dall’evoluzione sul terreno e dalle intenzioni, per la fase post-bellica, degli attori interni e di quelli regionali.

La fine della guerra, infatti, comunque conseguita o negoziata, aprirà un’ulteriore grande sfida per il martoriato Paese, perché il conflitto, ben al di là della narrativa corrente sulla guerra per procura fra Arabia Saudita e Iran (elemento certo presente, ma non esaustivo), risente di cause interne e di radicate contraddizioni storiche, che la guerra ha fatto esplodere e che la pace dovrà affrontare: l’emarginazione della regione di Sada’, il separatismo del Sud, la dicotomia fra stato istituzionale e influenza tribale, il debole controllo del territorio, soprattutto nelle regioni orientali del Paese, la presenza di Al Qaeda, lo sviluppo civile, economico e sociale.

              Sul terreno, e senza sminuire l’importanza dei fronti aperti a Hodeida e a Taiz, il possibile punto di svolta, passa per Marib, governatorato a est della capitale Sana’a, fondamentale per le risorse minerarie ed energetiche e per essere sede di un grande patrimonio archeologico (e dei futuri importanti introiti turistici), dove attualmente si combatte. La conquista di Marib da parte degli houti potrebbe indurre i ribelli a considerare l’avvio di negoziati di pace, perché essi avrebbero rimesso insieme per grandi linee l’estensione dello Yemen storico. Una delle cause del conflitto, infatti, è il senso identitario della componente houti, che si rifà ai valori (o asseriti tali) dello Yemen primigenio, istituito nella regione di Sada’ dai seguaci di Zayd ibn Ali ibn al-Husayn, fondatore del movimento zaydita, fuggiti dall’attuale Iraq nel 740 a seguito di uno scontro interno all’Islam; valori che i ribelli immaginano di ricostituire in chiave moderna nel paese.

              Appare quindi probabile che le mire houti si limiteranno anche territorialmente allo Yemen tradizionale, che fu più o meno quello della Repubblica Araba dello Yemen (Yemen del Nord), e che i ribelli rinuncino ad acquisire il controllo dell’intero paese. Gli houti godono del resto di sufficiente consenso popolare nelle aree amministrate, e sono visti come i veri difensori dell’indipendenza dello Yemen primigenio (va osservato che lo Yemen originario non fu mai realmente domato da potenze aliene in alcuna delle sue complesse vicende storiche). In ogni caso, che gli houti si fermino allo Yemen storico, o che pretendano di andare oltre, agiranno oramai come interlocutore yemenita forte, indipendente e autorevole, perché hanno un’agenda specifica e autonoma per il Paese; sebbene in sintonia con l’alleato iraniano, non saranno suoi meri esecutori.

              Se la ricomposizione del paese dovesse consolidarsi nella divisione attualmente imposta dai combattimenti, appare molto probabile che il governo internazionalmente riconosciuto sarà molto più debole rispetto al Southern Transitional Council (STC), il principale movimento separatista/autonomista dello Yemen. A quel punto si potrebbe riproporre lo schema di uno Yemen del Nord governato dagli houti e uno Yemen meridionale. In quest’ultimo l’antica istanza separatista, incarnata principalmente dall’STC, finirebbe probabilmente per rafforzarsi. Le forze che fanno capo al governo internazionalmente riconosciuto di Mansour Hadi potrebbero allora confluire, almeno in parte, in un Sud consolidato. Tuttavia potrebbe non essere così semplice, perché l’STC non è l’unico gruppo autonomista/indipendentista, e anche su questo fronte potrebbero nascere contrasti, o potrebbe imporsi una partizione più articolata del Paese (la costituzione varata pacificamente dal Dialogo Nazionale yemenita nel 2014 prevedeva del resto una federazione fra sei entità). Un eventuale Yemen a struttura federale potrebbe presentare un futuro per entrambe le componenti politiche anti-houti, quella governativa e quella separatista, nonché eventualmente per altre componenti.

              La generale risistemazione dello Yemen post-bellico, infatti, subirà l’influenza di Riad e di Abu Dhabi, che vorranno trarre qualche vantaggio dall’impegno bellico. Gli EAU, pur alleati del Regno saudita, hanno ampiamente sostenuto l’STC, addirittura fomentandone di fatto la ribellione, poi rientrata, in fasi importanti della guerra, contro lo stesso governo legittimo sostenuto dai sauditi. Gli Emirati avranno grande influenza sul futuro Yemen meridionale: controllano già i porti di Aden e di Mukallah (quest’ultimo in Hadramout), e si sono di fatto impadroniti dell’isola di Soqotra, che da paradiso di diversità biologica rischia di diventare imponente base logistica e militare che arricchirà l’impero talassocratico che Abu Dhabi sta costruendo. L’Arabia Saudita, dal canto suo, si è imposta come potente attore ad Al-Mahra, governatorato confinante con l’Oman, dove ha intrapreso importanti progetti di sviluppo presso i porti Al-Ghayda e Nishtun al fine di crearvi uno sbocco per il proprio petrolio e non dover dipendere dall’attraversamento dello Stretto di Hormuz. Se confermato dagli esiti della guerra, questo posizionamento inciderà sensibilmente sul commercio e le esportazioni di petrolio e sull’evoluzione geopolitica dell’area.

              Nello Yemen, inoltre, si sono affacciati anche la Turchia e il Qatar, animati dalla rispettiva rivalità con i sauditi e dalle mire “ottomane” di Erdogan, in collegamento con il partito locale Al Islah, espressione del movimento dei Fratelli Mussulmani sostenuto da Ankara e da Doha. Le tre componenti perseguono condivisi obbiettivi di indebolimento di Riad e creazione nello Yemen di una terza forza di osservanza Fratelli Musulmani, fedele alla Turchia e al Qatar. L’alleanza si allineerebbe con l’azione svolta dalle tre componenti in Nord Africa, e soprattutto in Libia. Se tali mire si realizzassero, si generebbe probabilmente un attrito nel sud dello Yemen con gli Emirati, i quali puntano anche loro al controllo di quelle regioni. La presenza della Turchia sulle sponde yemenite del Mar Rosso, del resto, consentirebbe ad Ankara un potere di controllo sullo Stretto di Bab el Mandeb, considerato anche il posizionamento turco nel Corno d’Africa.

              I movimenti in corso nella regione hanno e avranno una grande influenza sull’ampia area del Medio Oriente allargato, che conosce focolai di crisi o instabilità che vanno dal Sahara Occidentale fino all’Afghanistan. L’area del Golfo, sia per il fatto di incidere su una regione strategica per le linee marittime ed energetiche internazionali, sia perché molti suoi attori esplicano le loro politiche dal Corno d’Africa al Mediterraneo, continua a essere di grande rilevanza per la sicurezza e per gli equilibri internazionali. La politica di Biden appare saggia: moderare l’aggressività iraniana e contenerne le ambizioni nucleari in cambio di un alleggerimento delle sanzioni, e premere su Riad per la cessazione dei combattimenti nello Yemen, grazie alla temporanea sospensione di alcune forniture militari (che comunque è più un segnale politico che un fattore di risolutiva concretezza).

              Washington dovrà comunque lavorare con grande attenzione e sensibilità, perché alcuni elementi della scena (Israele, irritato per le aperture a Teheran; Qatar, con cui Riad ha ricomposto la crisi del 2017 che portò all’isolamento diplomatico di Doha, ma non è probabile che receda dai propri orientamenti anti sauditi; Turchia, che segue un’agenda autonoma locale dal Corno d’Africa, allo Yemen) potrebbero in qualunque momento sparigliare le carteL’Amministrazione dovrà inoltre adoperarsi, insieme al resto della comunità internazionale, affinché lo Yemen trovi un suo equilibrio interno, e non perpetui anche oltre l’auspicata pace la propria condizione di instabilità.

* Nato a Napoli il 9 giugno 1953, Mario Boffo vive a Roma. Laureato in Scienze Politiche, indirizzo internazionale, presso l’Università Federico II di Napoli, ha intrapreso la carriera diplomatica nel 1978, alternando periodi di lavoro in Italia con periodi all’estero: Congo,Spagna, Belgio (presso la NATO), Canada, Yemen, Arabia Saudita. Nelle ultime due sedi, Yemen e Arabia Saudita, ha ricoperto il ruolo di Ambasciatore d’Italia. In queste sedi, come nelle precedenti, ha curato temi politici, strategici, negoziali, economici e culturali. È attualmente Presidente del Premio Epheso (European Phoenomena, Economic and Social Observatory) e Membro del Comitato di Supervisione dell’Unione per il Mediterraneo. Ha scritto articoli di carattere professionale su riviste accademiche o geopolitiche e ha tenuto conferenze presso varie Università e circoli culturali sugli stessi temi. Collabora con la Rivista Navale e con la rivista on line Omega News. Ha scritto, fra l’altro, il libro “Yemen l’eterno”, edizioni Stampa Alternativa Nuovi Equilibri (2019). 

FONTE: http://osservatorioglobalizzazione.it/osservatorio/yemen-ambasciatore-boffo/

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