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Silvia Romano, l’annuncio di Conte: “È stata liberata”


Silvia Romano, l’annuncio di Conte: “È stata liberata”. Lei: “Sto bene, sono stata forte”. Fonti intelligence: “Domani alle 14 a Ciampino”

“Sono stata forte e ho resistito. Sto bene e non vedo l’ora di ritornare in Italia”. Sono queste le prime parole di Silvia Romano, la volontaria di 25 anni rapita il 20 novembre 2018 da un commando di uomini armati nel villaggio di Chakama, a circa 80 chilometri a ovest di Malindi, in Kenya. Ad annunciare la sua liberazione, avvenuta la notte scorsa, è stato il presidente del Consiglio Giuseppe Conte: “Silvia Romano è stata liberata! – ha scritto su Twitter il premier – Ringrazio le donne e gli uomini dei nostri servizi di intelligence. Silvia, ti aspettiamo in Italia!”.
La giovane, originaria di Milano, lavorava per la onlus marchigiana Africa Milele che opera nella contea di Kilifi, in Kenya, dove seguiva un progetto di sostegno all’infanzia con i bambini di un orfanotrofio. La sua liberazione è avvenuta dopo un’operazione dell’Aise scattata la scorsa notte, diretta dal generale Luciano Carta, e condotta con la collaborazione dei servizi turchi e somali ed è scattata la scorsa notte. La volontaria si trova ora in sicurezza nel compound delle forze internazionali a Mogadiscio. Secondo fonti di intelligence riportate dall’agenzia AdnKronos, l’operazione per liberarla “è iniziata all’alba questa mattina” e la ragazza, domani “alle 14 atterrerà a Ciampino”. È stata liberata a “30 chilometri” dalla capitale somala, in “una zona in condizioni estreme a causa delle alluvioni”.

Silvia Romano è stata liberata! Ringrazio le donne e gli uomini dei servizi di intelligence esterna. Silvia, ti aspettiamo in Italia!

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Anche il ministro degli Esteri Luigi Di Maio su Facebook annuncia la sua liberazione: “Volevo darvi una buona notizia. Silvia Romano è libera. Lo Stato non lascia indietro nessuno”, scrive Di Maio che manda poi “un abbraccio alla sua famiglia” e “un grazie alla nostra intelligence, all’Aise in particolare, alla Farnesina e a tutti coloro che ci hanno lavorato”, scrive il ministro. E in una nota il presidente del CopasirRaffaele Volpi, scrive che Silvia “sta bene ed è in forma”, anche se è “provata ovviamente dallo stato di prigionia ma sta bene”. I complimenti, continua, “vanno al Generale Carta, agli uomini e donne dell’Aise che con il loro incessante lavoro, mai alla luce della ribalta, hanno permesso questo importantissimo risultato. Grazie ragazzi e ben tornata a casa Silvia”.

Carceri, la lista dei 456 boss mafiosi che hanno chiesto di uscire per il coronavirus


Carceri, la lista dei 456 boss mafiosi che hanno chiesto di uscire per il coronavirus: 225 sono detenuti definitivi

FATTO QUOTIDIANO

Il neo vicecapo del Dap Roberto Tartaglia ha inviato al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede una nota con la lista dei 456 boss mafiosi, ristretti al carcere duro, in regime “di alta sicurezza”, che hanno presentato istanza di scarcerazione per il coronavirus. Dei 456 boss che vorrebbero lasciare il carcere “225 sono detenuti definitivi“, come si legge nella relazione secondo l’agenzia Adnkronos, e “231 sono detenuti in attesa di primo giudizio, imputati, appellanti e ricorrenti”. Il Dap ha subito dato inizio “all’acquisizione dagli istituti penitenziari delle istanze presentate e alla conseguente attività di analisi finalizzata alla predisposizione di idonee misure organizzative”.


Nel documento emerge che attualmente sono 745 i detenuti sottoposti al regime del carcere duro e 9.069 detenuti appartenenti al circuito penitenziario dell’alta sicurezza. Di questi 273 detenuti “appartengono al sottocircuito alta sicurezza 1”, 80 detenuti “al sottocircuito alta sicurezza 2” e 8.716 detenuti appartengono al sottocircuito alta sicurezza 3.
Solo ieri il ministro della Giustizia aveva fatto sapere di essere al lavoro per “riportare in carcere i tanti detenuti mafiosi che, grazie al coronavirus, sono riusciti a ottenere i domiciliari”. Il Guardasigilli sta studiando con i suoi collaboratori un “vincolo normativo”, dal momento che la situazione di emergenza sanitaria è cambiata. Intanto oggi il centrodestra ha depositato una mozione di sfiducia in Senato contro il titolare di via Arenula: sotto la gestione delle carceri (dalle rivolte alle scarcerazioni), ma anche per il caso Di Matteo e la mancata nomina al Dap.

De Donno rompe il silenzio stampa e spiega il motivo della sua «scomparsa».



 Di David Puente 
https://www.open.online/
                                                
Dal 6 maggio 2020 era scomparso dai social il Dott. Giuseppe De Donno, pneumologo dell’ospedale Carlo Poma di Mantova diventato noto al pubblico per la terapia sperimentale del plasma, scatenando polemiche e teorie di complotto tra i suoi fan.

Oggi, a distanza di due giorni, rompe il «silenzio stampa» pubblicando sulla sua pagina Facebook, riattivata per l’occasione, un breve comunicato e un video annuncio:
                                                
Dal 6 maggio 2020 era scomparso dai social il Dott. Giuseppe De Donno, pneumologo dell’ospedale Carlo Poma di Mantova diventato noto al pubblico per la terapia sperimentale del plasma, scatenando polemiche e teorie di complotto tra i suoi fan.

Oggi, a distanza di due giorni, rompe il «silenzio stampa» pubblicando sulla sua pagina Facebook, riattivata per l’occasione, un breve comunicato e un video annuncio:
Carissimi, la vostra vicinanza in questi giorni, mi ha commosso. Vi posto un breve video, fatto d’impeto, per spegarVi il mio silenzio.
Io non cerco visibilità. Volevo visibilità per il plasma convalescente. Oggi una marea montante di ASST, città e regioni promuovono il nostro protocollo, identico o modificato nella forma ma non nella sostanza. Di questo ne sono orgoglioso, assieme ai miei Colleghi ricercatori. Molte Regioni stanno partendo con la istituzione di banche di plasma convalescente.
Continuate a sostenermi, sostenerci. Il nostro obiettivo oramai è a portata di mano. Non disperdiamo le energie.
Sempre vostro.
@docgiuseppededonno
E se vi sta a cuore il Centro di Ricerca Etico, come patrimonio di tutto il paese e non di una singola città, condvidete qesto post. Con la mia gratitudine infinita.
Promuoviamo la Scienza
nonsiamomammalucchi
vinciamonoi
Ecco quanto riportato nel video:
Cari amici, nei giorni scorsi la pressione mediatica e popolare sul mio operato è stata tale da non permettermi di operare serenamente, soprattutto nell’ambito della sperimentazione del protocollo implementato insieme ai colleghi di Pavia, del San Matteo di Pavia. Per questo motivo ho reputato prudente chiudere i miei account social Instagram, Twitter e anche Facebook sia del mio profilo personale che della mia pagina istituzionale. Questo per lanciare un messaggio di calma, un messaggio di rasserenazione. Se ho parlato e sono intervenuto in pubblico l’ho fatto semplicemente per fare informazione e vedo però che l’informazione è stata recepita da alcuni come mezzo per azzuffarsi con chi la pensa diversamente.
I miei interventi sui mass media sono stati animati dal solo spirito divulgativo e da un auspicabile sereno e professionale confronto con i colleghi su un protocollo che, oggettivamente, ottiene risultati lusinghieri, incoraggianti, ancorché oggetto di ulteriori approfondimenti scientifici. Un protocollo che ci invidiano moltissimi, un protocollo che è stato preso come esempio da molti stati europei e americani. Io vi ringrazio per la vicinanza, vi ringrazio per l’attenzione, ma non sono disponibile in questo momento a risse televisive, a zuffe mediatiche, con questo o quel collega, atteso che essendo tutti noi medici lavoriamo per una causa unica che è la lotta al Coronavirus, a questo terribile virus che ha determinato questa maledetta pandemia che ha causato molti morti nel nostro paese, molti morti nel mondo. Gli occhi di questi morti non me li dimenticherò mai. E, a differenza di come può pensare qualcuno, non utilizzo mai i morti per farmi pubblicità, questa è una speculazione che non accetterò mai.
Noi non siamo mammalucchi, non siamo però neanche in gara tra di noi colleghi e, come già è stato dichiarato da ASST Mantova, lunedì un’importante rivista scientifica sottometterà il nostro lavoro, analizzerà i nostri risultati, ci dirà se il lavoro che abbiamo compiuto è un lavoro degno di essere pubblicato su riviste di elevato impact factor, cioè di riviste importanti, di riviste cioè che fanno letteratura. Fino ad allora cercherò di mantenere un profilo molto basso nell’attesa che arrivino questi importanti risultati che non sono soltanto risultati personali, ma sono risultati che riguardano tutta la nostra comunità, la comunità mantovana, la comunità italiana, la comunità del mondo. Moltissimi paesi, come vi dicevo prima, ci hanno preso per esempio, moltissimi altri ospedali hanno preso per esempio l’ospedale di Mantova e l’ospedale di Pavia, Crema e Cremona son partite anche loro, Milano è partita anch’essa arruolando pazienti, così stanno facendo la Valle d’Aosta e il Piemonte, così sta facendo la Toscana, così sta facendo la Puglia, così sta facendo la Calabria. Si sta manifestando quello che io speravo, che io auspicavo, che noi mantovani e pavesi auspicavamo, una marea montante di centri che sperimentano il plasma iperimmune dei pazienti convalescenti. Un momento di grandissima democrazia, un momento di grandissima solidarietà, dove i pazienti guariti aiutano i pazienti ancora ammalati.
Io vi ringrazio e ringrazio anche le istituzioni che in questi momenti ci sono stati molto vicino. Ringrazio in particolare il Presidente Mattarella, che ha dimostrato la sua vicinanza a noi. Ringrazio il Papa insieme ai suoi vescovi, e soprattutto il mio vescovo che ha speso per me parole meravigliose e ha speso per me riflessioni che mi hanno cambiato la vita. Ringrazio i miei parroci, Don Cristian in particolare, ringrazio il mio amatissimo Don Sandro che sebbene da lontano non perde mai occasione di manifestare l’amore che prova per me.
Ringrazio i Nas, perché anche loro hanno dimostrato la loro serietà, hanno fatto il loro lavoro e hanno permesso di verificare quanto sia serio il lavoro della sperimentazione che noi insieme ai colleghi di Pavia abbiamo messo in atto. E ringrazio i giornalisti, non tutti di questi, ma la maggior parte si è adoperata affinché la verità possa andare avanti.
Grazie a tutti voi che in queste giornate durissime mi siete stati vicino aprendo social alternativi alla mia pagina Facebook. Vi ringrazio, vi ringrazio e vi abbraccio, però state attenti. Voglio che questi social siano un momento di vicinanza e un momento di amore, non utilizziamoli per fare cose alternative che non sono nel mio obiettivo, che è quello di promuovere la scienza.
FONTE: https://www.open.online/2020/05/08/de-donno-rompe-il-silenzio-stampa-e-spiega-il-motivo-della-sua-scomparsa-sfumano-le-teorie-di-complotto/

Furto e danni Scuola primaria ‘Eugenio Montale’ di Scampia- COMUNICATO CNDDU


Con rammarico apprendiamo la notizia del saccheggio perpetrato a danno della scuola primaria
“Eugenio Montale” di Scampia, in cui, nella notte, sono stati rubati i dispositivi didattici digitali per
gli allievi.

Lo spregevole gesto, già verificatosi in altri istituti scolastici come l’Onorato Fava di Napoli, ci
indigna profondamente perché la refurtiva costituiva patrimonio dei bambini di Scampia!
I bambini di Scampia non dovevano essere privati degli strumenti necessari per la tutela del loro
diritto all’istruzione, del diritto ad un futuro migliore: la scuola in contesti socio – economici
deprivati e contrassegnati dalla marcata presenza di associazioni criminali e dall’abbandono
scolastico costituisce l’unico avamposto di legalità, l’unica roccaforte di speranza.

Il CNDDU manifesta tutta la sua vicinanza al dirigente scolastico, ai docenti e soprattutto agli
allievi della scuola. Ci auguriamo che si possa intervenire al più presto per restituire i beni sottratti e
riparare le strutture danneggiate.

Prof.ssa Veronica Radice, CNNDU 

Prof. Romano Pesavento, Presidente CNDDU

De Donno: per alcuni colleghi sarebbe al momento irreperibile. Mistero dopo scomparsa da Fb


Di Salvatore Santoru

In queste ultime ore ha fatto discutere la scomparsa dei profili Facebook di Giuseppe De Donno, lo pneumologo noto per sostenere l'utilità della plasmaterapia contro il Covid-19(1).

Come riporta la Gazzetta di Mantova, pochi giorni fa lo stesso De Donno aveva anche aperto un secondo profilo Fb e ciò in quanto il primo aveva raggiunto il massimo limite consentito per le amicizie(2).

Tuttavia, anche del secondo profilo non si ha più traccia e ora, riporta sempre la Gazzetta di Mantova, anche i colleghi si starebbero domandando dove si troverebbe il medico.
Difatti, a detta di un primario del Poma, pare che lo stesso De Donno non si sia visto e abbia il telefono spento.
Inoltre, anche i messaggi inviati non arriverebbero a destinazione.

Oltre a ciò, anche un altro collega ha sostenuto che lo pneumologo non sia stato visto e ha detto che ciò 'sarebbe preoccupante'.

In tal modo, tale 'mistero' va ad aggiungersi alla stessa scomparsa dai social del medico, 'scomparsa' che sta facendo molto discutere in Rete.

Ovviamente bisognerà attendere gli sviluppi del caso e ciò che è certo, almeno sino ad ora, è che la causa della "scomparsa" è incerta e non vi sono indizi a favore o contro qualunque tesi si possa fare al riguardo.

NOTE :

(1) https://www.informazioneconsapevole.com/2020/05/de-donno-la-scomparsa-da-fb-e-il-mistero.html

(2) https://gazzettadimantova.gelocal.it/mantova/cronaca/2020/05/06/news/il-social-doc-scomparso-da-fb-autocensura-per-protesta-o-oscurato-1.38812096

De Donno, scomparsi i profili Facebook dello pneumologo


Di Salvatore Santoru

Scomparsi i profili Facebook dello pneumologo Giuseppe De Donno.
Lo ha riportato recentemente la "Gazzetta di Mantova", che ha scritto che il fatto è avvenuto a seguito della partecipazione di De Donno ad una puntata di "Porta a Porta"(1).

De Donno è diventato ultimamente noto per il sostegno dato alla terapia del plasma, una cura che potrebbe avere efficacia contro il Coronavirus.

Attualmente, la stessa plasmaterapia sta venendo studiata dalla stessa comunità scientifica mondiale.

NOTA :

(1) https://gazzettadimantova.gelocal.it/mantova/cronaca/2020/05/06/news/scomparsi-i-profili-facebook-dello-pneumologo-de-donno-1.38811099

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FOTO: https://www.tpi.it

Coronavirus, a Milano c’erano 1200 contagiati già a gennaio


Coronavirus, a Milano c’erano contagiati già a gennaio: 1.200 lombardi positivi prima del “Paziente 1”

Di Niccolò Di Francesco

Il Coronavirus circolava a Milano già da fine gennaio con più di mille persone che si sarebbero ammalate prima del paziente 1, il 38enne di Codogno, la cui positività, scoperta il 21 febbraio scorso, ha dato il via in maniera ufficiale all’epidemia di Covid-19 in Italia. La storia dell’arrivo del virus nel nostro Paese, come era ampiamente prevedibile, è ovviamente diversa da quella a noi conosciuta ed è stata parzialmente ricostruita dalla task force sanitaria della regione Lombardia. Secondo gli esperti, tutto ruota intorno alla data del 26 gennaio. Potrebbe essere questo il cosiddetto “giorno 0”. Secondo la ricostruzione della task force, solo a Milano in questa giornata potrebbero esserci stati 46 pazienti positivi su un totale di 543 in tutta la Lombardia. Come si è arrivati a questa data? Attraverso l’indagine epidemiologica effettuata sui pazienti che mano a mano venivano trovati positivi dal 21 febbraio, dopo la scoperta quindi che il Covid-19 era arrivato in Italia. Molte delle persone infette hanno fornito un’indicazione precisa su quando avessero accusato i primi sintomi, permettendo agli esperti di ricostruire la storia dell’epidemia.
46 persone, dunque, iniziano a manifestare i primi sintomi a fine gennaio, 9 persone collocano i primi sintomi il 12 febbraio, 13 il 15 febbraio, 10 il 18 febbraio, 35 il 20 febbraio, il giorno prima della scoperta del “paziente 1”. Prima del 38enne di Codogno, quindi, già 160 persone tra Milano e provincia e circa 1200 in tutta la Lombardia avevano contratto il Covid-19. C’è da sottolineare che le date elaborate dai tecnici della Regione sono ovviamente approssimative e che possono sbagliare comunque di qualche giorno, ma servono ovviamente a fornire un’indicazione di quella che è stata l’evoluzione dell’epidemia in Lombardia e, di conseguenza, anche nel nostro Paese. I primi casi accertati di Coronavirus in Italia, infatti, vengono accertati il 29 gennaio con due turisti cinesi provenienti da Wuhan, epicentro dell’epidemia, che vengono isolati e ricoverati all’ospedale Spallanzani di Roma. Una scoperta che convince il governo italiano a bloccare i voli da e per la Cina. Ma 3 giorni prima, il 26 gennaio, 46 milanesi e 543 lombardi, accusano i primi sintomi di quella che all’epoca era stata scambiata per un’influenza.

La mancata zona rossa di Alzano Lombardo e Nembro: le domande senza risposta


Di Veronica Di Benedetto Montaccini

La nota tecnica dell’ISS
Prima del lockdown nazionale annunciato la sera del 9 marzo, le uniche zone rosse erano quelle di Codogno e degli 11 comuni del lodigiano. Ma una nota riservata dell’Istituto Superiore di Sanità – che noi di TPI abbiamo potuto visionare – evidenziava, già lo scorso 2 marzo, “l’incidenza di contagi da Covid-19 nei comuni bergamaschi di Alzano Lombardo e Nembro, e anche in quello bresciano di Orzinuovi, raccomandandone l’isolamento immediato e la chiusura, con la creazione di una zona rossa come quella di Codogno”. Ciò tuttavia non è mai avvenuto. E tutt’oggi quell’area è il focolaio principale che ha fatto diventare Bergamo il lazzaretto d’Italia.

Le zone di Nembro e Alzano hanno 25 mila abitanti, 370 aziende, quattromila lavoratori e 680 milioni di fatturato all’anno. Nell’inchiesta realizzata in più parti da Francesca Nava abbiamo sottolineato come nella gestione di questa emergenza la macchina dello Stato si sia ancora una volta incagliata nel dilemma tra salute ed economia. Tra importanza della vita per tutti i cittadini, anche le fasce più deboli, e produttività.

Le prime conferme
La nota dell’ISS non è un’opinione, si tratta di una precisa indicazione nero su bianco. Durante le ultime settimane la Regione Lombardia e il Governo Conte si sono più volte rilanciati la palla delle responsabilità, senza dare però risposte.

Dopo l’inchiesta di TPI, il 26 marzo 2020 la Protezione Civile conferma che la nota riservata dell’ISS era stata letta e valutata dal comitato scientifico.

Poi, arriva una seconda conferma: la Regione e il governo sapevano. Come emerge dal filmato della conferenza stampa del 6 marzo scorso in Lombardia, l’assessore al Welfare Giulio Gallera dichiarava che l’Istituto Superiore di Sanità aveva formulato – tre giorni prima – una richiesta precisa al governo: chiudere Alzano Lombardo e Nembro. “Quando per la prima volta –  dice lo stesso Gallera – ci siamo confrontati con l’ISS tre giorni fa (il 3 marzo ndr) che aveva formulato una richiesta precisa al governo… Ecco se 3 giorni fa fosse arrivata questa risposta, si evitava un’incertezza. Traete voi le conseguenze”.

Le domande senza risposta
La protezione civile ha dato tre diverse spiegazioni, nelle diverse risposte alle domande poste da noi di TPI durante le quotidiane conferenze stampa per il bollettino delle 18. Eccole qui:
1. “Dopo Lodi non potevamo chiudere altre aree”. Ma l’ISS nella nota dice che quella chiusura era necessaria per la salute pubblica. Quindi perché “non potevano”?
2. “Di lì a poco il governo avrebbe preso un nuovo provvedimento”. Quel provvedimento arriverà però solo 1 settimana dopo, l’8 marzo e stringerà solo sui comportamenti individuali, non toccherà le aziende (per quelle passeranno altre 2 settimane). Ma soprattutto non isolerà i focolai, come era invece stato fatto con successo a Codogno e nel lodigiano.
3. “Le misure adottate dal governo sono state prese in ossequio ai principi di proporzionalità e adeguatezza”, ha detto a TPI il capo della protezione civile Borrelli. Purtroppo sono i decessi a smentire questa affermazione.

Perché quella nota dell’ISS è rimasta volutamente inascoltata? Di chi è esattamente la responsabilità della mancata chiusura a zona rossa? Con la conferenza stampa del 6 marzo, l’assessore Gallera ha messo le mani avanti e scaricato ogni responsabilità sul Governo? Eppure la Regione Lombardia avrebbe potuto agire e istituire la zona rossa. Chi ha fatto pressioni per lasciare quei comuni aperti, nonostante l’enorme rischio contagi? Queste domande non possono restare senza una risposta.

I precedenti: la Regione Lombardia non ascolta il grido d’aiuto

Non è solo la nota dell’ISS ad essere stata sottovalutata. Bisogna fare un ulteriore passo indietro per trovare un altro segnale della gravità dell’emergenza completamente ignorato dalla Regione.
Era il 22 febbraio quando Angelo Giupponi, direttore dell’Agenzia regionale emergenza urgenza (AREU) di Bergamo, inviava un’email all’assessorato al Welfare della regione Lombardia, diretto da Giulio Gallera. Il medico sottolineava “l’urgente necessità di allestire degli ospedali esclusivamente riservati a ricoverati per Covid-19, così da evitare promiscuità con altri pazienti e quindi diffusione del virus nelle strutture ospedaliere”.
Solo il giorno prima, Mattia, 38enne di Codogno, era risultato positivo al tampone per il Coronavirus, e tutti gli sforzi della Regione erano concentrati sulla creazione della “zona rossa” in provincia di Lodi. Le vittime del virus in Italia erano ancora contenute (il 21 febbraio la prima vittima confermata del Coronavirus, Adriano Trevisan, morto in Veneto).

Omicidio Sacchi, il padre di Luca: «Massimo della pena a chi ha sparato, Anastasiya è la responsabile morale»



«Ci sono dei responsabili materiali che meritano di scontare il massimo della pena e poi c’è chi, per la morte di mio figlio, ha una responsabilità morale. Quella persona è Anastasiya che si è portata via Luca e ha permesso che accadesse tutto questo». A parlare al Messaggero è Alfonso Sacchi, padre di Luca, il giovane ucciso nella notte tra il 23 e il 24 ottobre scorso, con un colpo di pistola alla testa davanti a un pub del quartiere Colli Albani, a Roma.
«Mi aspetto il massimo della pena. È il minimo a cui posso ambire. Mio figlio non me lo ridarà nessuno – continua Alfonso Sacchi – Se a loro, invece, danno dieci o vent’anni quando usciranno, avranno ancora il tempo per rifarsi una vita. Mio figlio invece no. Luca una vita non se la potrà rifare perché non c’è più».
L’uomo poi insiste sul dolore della perdita di Luca: «Non posso neanche trovare le parole per spiegare quanto sia devastante perdere un figlio. Tutti i giorni vivo con una pietra sulla bocca dello stomaco. Ora spero in una condanna giusta per provare ad alleggerire questo magone che, tuttavia mi porterò dentro per il resto dei miei giorni».

Sul ruolo di Anastasiya

«La ritengo la responsabile morale io spero che possano contestarle qualcosa perché è anche lei che ce lo ha portato via – prosegue il padre di Luca -. Ci siamo fidati di lei e abbiamo perso nostro figlio. Penso che quella sera Luca sia andato lì per tirarla fuori da qualche altro casino in cui Nastia si era cacciata e credo anche che quel proiettile non fosse per lui, che se lo è preso per difendere questa ragazza che ha tradito tutti noi».

Reggio Emilia, condannato a 2 anni l'ex ministro Scajola


Di Salvatore Santoru

 L’ex ministro dell’Interno Claudio Scajola è stato condannato in primo grado nell'ambito del processo “Breakfast”
Scajola è stato giudicato colpevole di favoreggiamento della latitanza dell’ex parlamentare Amedeo Matacena

Scajola, riporta il Fatto Quotidiano(1), era stato arrestato nel 2014 dalla Dia nell'ambito di un’inchiesta coordinata dal procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo

NOTA E PER APPROFONDIRE:

(1) https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/01/24/claudio-scajola-lex-ministro-condannato-a-2-anni-per-aver-favorito-la-latitanza-di-matacena/5684466/

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FOTO: https://www.fanpage.it

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