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Venezia, studentessa cinese denuncia: "Insulti razzisti e sputi da due ragazzi sul treno"


Di Salvatore Santoru

Una 19enne di origine cinese, Valentina Wang, ha recentemente denunciato un episodio di razzismo avvenuto in un treno(1).

Più specificatamente la giovane, studentessa all'Università Ca' Foscari di Venezia, ha pubblicato su Facebook un post in cui ha parlato dell'aggressione subita ad opera di due ragazzi.

Più specificatamente, la giovane studentessa ha scritto che i due prima si sono resi artefici di insulti ed in seguito anche di sputi.


NOTA E PER APPROFONDIRE:


(1) https://www.repubblica.it/cronaca/2020/01/19/news/venezia_le_sputano_addosso_perche_e_cinese-246131400/


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FOTO: http://www.le-ultime-notizie.eu

Scuola romana divide bimbi tra ricchi e poveri: le stesse parole usate anche su sito del Miur


Di Enrico Tata

Sta facendo discutere la descrizione comparsa sul sito internet dell’istituto comprensivo via Trionfale a Roma, che sottolinea il ceto dei propri alunni a seconda del plesso scolastico. Se quelli che frequentano via Trionfale appartengono a famiglie del ceto medio-alto, quelli del plesso di via Assarotti provengono da estrazione sociale medio-bassa. Addirittura nella sede di via Cortina d'Ampezzo si specifica che molti alunni sono figli dei dipendenti nelle case dell'alta borghesia (colf, badanti e autisti). Queste le frasi esatte:

La sede di via Trionfale e il plesso di via Taverna accolgono, infatti,  alunni  appartenenti a  famiglie del ceto medio-alto, mentre  il Plesso  di via Assarotti,  situato  nel cuore del quartierepopolare di Monte Mario,  accoglie  alunni  di estrazione sociale medio-bassa e conta, tra  gli iscritti, il maggior numero di alunni con cittadinanza non italiana; il plesso di via Vallombrosa, sulla via Cortina d’Ampezzo, accoglie, invece, prevalentemente alunni appartenenti a famiglie dell’alta borghesia assieme ai figli  dei lavoratori  dipendenti occupati presso queste famiglie (colf, badanti, autisti, e simili).

Sulla vicenda è intervenuta anche la ministra dell'Istruzione Lucia Azzolina, che ha commentato così la descrizione apparsa sul sito della scuola: "Descrivere e pubblicare la propria popolazione scolastica per censo non ha senso. Mi auguro che l'istituto possa dare motivate ragioni di questa scelta. Che comunque non condivido".

Le stesse parole utilizzate per un progetto del Miur

Le stesse parole, però, sono state pubblicate sul sito del Ministero per un progetto presentato dall'istituto comprensivo di via Trionfale nell'ambito del PON, Programma Operativo Nazionale. Si chiamava "Mente-cuore-mani: alla ricerca dei tuoi talenti" e aveva l'obiettivo "di proporre nuove modalità educative che, rompendo la logica strettamente disciplinare, si rivolgono alla totalità dell'alunno, mente-cuore-mani, attraverso percorsi multidisciplinari e multimediali che mirano a far emergere e valorizzare tutti i talenti". Il Ministero a autorizzato il finanziamento del progetto con 40mila euro.

Nel piano formativo dell'istituto, pubblicato sul sito Scuola in chiaro del Miur, si legge:

"Il contesto socio-economico è disomogeneo poiché il territorio di riferimento, che insiste su due Municipi, include fasce di popolazione appartenenti al ceto alto e zone in cui è elevata la presenza di famiglie di cittadinanza non italiana, socialmente svantaggiate. La percentuali di alunni con bisogni educativi speciali raggiunge il 7% del totale della popolazione scolastica. L'analisi della presenza di alunni con cittadinanza non italiana rispetto al totale della popolazione dei singoli plessi rileva disomogeneita' fra questi, in particolare per la scuola primaria si registrano le seguenti: Trionfale 26%, Assarotti 26%, Taverna 17%, Vallombrosa 6%". Si legge però anche che la "disomogeneità socio-economica rappresenta uno stimolo alla personalizzazione dei percorsi formativi".

Secondo Claudia Pratelli, assessore al Municipio III di Roma, "leggere parole come queste sul sito di una scuola fa orrore. Ma è molto più complicato e più grave di come sembra. Quello che leggete fa parte del RAV, il rapporto di autovalutazione, che le scuole sono obbligate a compilare e pubblicare sul sito. Questo RAV chiede di descrivere il contesto e la composizione sociale della scuola. Precisamente chiede di delineare limiti e opportunità del contesto sociale. È scelta delle dirigente e del nucleo di valutazione, deputati a compilarlo, valutare quali siano i limiti, quali le opportunità e quali parole scegliere. Non è una scelta ma obbligatorio, invece, pubblicarlo sul sito. Possiamo anche gridare allo scandalo, che si ripete ogni anno, del preside classista, ma se oltre al dito non guardiamo la luna della privatizzazione strisciante dell’istruzione rischiamo di non capirci granchè. Soprattutto colpisce l’indignazione un po’ naïf della Ministra Azzolina, che se si percepisce esclusivamente commentatrice del mondo dell’istruzione comincia molto male".

La risposta dell'istituto: "Nessun classismo, solo descrizione territorio"
Secondo l'istituto di via Trionfale nelle parole pubblicate sul sito non c'è nessun intento discriminatorio, ma solo una "mera descrizione socio economica del territorio". Il testo, comunque, è stato modificato e sono state rimosse "le definizioni interpretate in maniera discriminatoria".

Rusconi (Associazione presidi): "La scuola deve essere inclusiva"

"Ritengo che quando un istituto scolastico debba presentare sé stesso sul sito della scuola non possa utilizzare parametri pseudosociologici, medio-borghesia, ambiente poco acculturato e così via. Questo può indurre chi legge a pensare che vi siano classi di serie A e serie B, invece la scuola deve essere inclusiva", ha dichiarato ai microfoni di Fanpage.it Mario Rusconi, presidente dell'Associazione Nazionale dei Presidi del Lazio. "Bisogna fare in modo che ci sia una preparazione adeguata delle persone che curano i siti delle scuole", ha aggiunto.

FONTE: https://roma.fanpage.it/scuola-romana-divide-bimbi-tra-ricchi-e-poveri-le-stesse-parole-usate-anche-su-sito-del-miur/

Se n'è andato il giornalista Italo Moretti: fu inviato Rai e direttore del Tg3


Di Salvatore Santoru

Se n'è andato, all'età di 86 anni, l'ex inviato Rai Italo Moretti(1).
Moretti, che nel 1995 fu anche direttore del Tg3, fu inviato per diversi anni in America Latina e documentò le critiche situazioni politiche presenti in diverse nazioni, tra cui il Cile, l'Uruguay e l'Argentina.

Proprio a proposito del Cile, lo stesso Moretti fu uno dei primi giornalisti che si recò a Santiago dopo il golpe di Pinochet e documentò la repressione attuata dal suo regime.
Inoltre, documentò anche la tragica vicenda dei desaparecidos dell'Argentina.

NOTA: 

(1) https://tv.fanpage.it/morto-italo-moretti-giornalista-e-inviato-rai-ed-ex-direttore-del-tg3/
http://tv.fanpage.it/

FOTO: fanpage.it

‘Ndrangheta, la maxi-operazione scompare dalle prime pagine dei grandi giornali: niente su Stampa e Repubblica, un box sul Corriere



E’ stata definita la più grande operazione dopo quella che portò allo storico Maxi processo alla mafia: 334 arresti in 11 regioni d’Italia. Il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri ha deciso di anticipare l’operazione di 24 ore per il rischio di fuga delle notizie che poteva mettere in dubbio la riuscita della retata. E’ una nuova conferma, ai massimi livelli, del triangolo dall’odore eversivo tra criminalità organizzata, politica e massoneria. E poi il condizionamento, come sempre quando si tratta di mafia, di pezzi dello Stato: il funzionamento regolare dei processi, le liste d’attesa negli ospedali, la fedeltà di ufficiali dei carabinieri. Eppure i più importanti giornali italiani hanno deciso di ignorare, trascurare, ridurre al minimo e perfino nascondere dalla prima pagina la notizia delle centinaia di arresti che hanno smantellato una parte della mafia più potente, quella calabrese.

Non ha meritato neanche una riga in prima pagina, per esempio, su Repubblica e Stampa. Il giornale diretto da Carlo Verdelli ha diverse notizie in appoggio all’apertura dedicata alle Sardine, ma non ha trovato spazio per l’operazione anti-‘ndrangheta. Il quotidiano di Torino ha molti più titoli nella sua “copertina” (dallo spread greco alla “pasta dei nonni che parla tutte le lingue del mondo”), ma è una dignità che non è stata dedicata all’inchiesta sulla criminalità organizzata che ha travolto di nuovo la Calabria. Dentro il giornale l’articolo arriva a pagina 14 nonostante lo stesso titolo la definisca come “La retata più grande di sempre” in inchieste di ‘ndrangheta.
Niente visibilità in prima pagina nemmeno sull’altro giornale del gruppo editoriale, il ligure Secolo XIX, che sceglie un’apertura dedicata giustamente alle notizie più locali, ma conserva gli spazi per quelle nazionali (e non) a una polemica della segretaria della Cisl contro quello della Cgil e alla “anima persa” della Francia sulle pensioni. L’inchiesta antimafia partita dalla Calabria non è riuscita a sfondare la parete della prima pagina nemmeno sul Quotidiano Nazionale, negli spazi dedicati alle notizie nazionali.
Non c’è traccia della notizia neanche sulla prima dei giornali che più di tutti e ogni giorno costruiscono il loro racconto sul cosiddetto “allarme sicurezza”, cioè La Verità e Libero. Il quotidiano di Maurizio Belpietro dedica spazio per esempio alla “sfida di Ratzinger” alla Chiesa tedesca e a una licenza di Leonardo per degli elicotteri “congelata”. I lettori della Verità hanno finalmente scoperto dell’inchiesta con più di 400 indagati a pagina 19. Il giornale condiretto da Vittorio Feltri e Pietro Senaldi, invece, in prima pagina si dedica anima e corpo al cenone aziendale che va in crisi e omette la notizia dei 334 arresti, riportandola a pagina 15 (non il titolo principale, ma in un box in fondo alla pagina), comunque dopo aver dato conto (a pagina 8) della possibile gravidanza di Francesca Verdini, la compagna del segretario della Lega Matteo Salvini.
Il giornale più importante d’Italia, il Corriere della Sera, la notizia in prima ce l’ha: è un quadrotto di spalla, con un titolo tagliato su un virgolettato che rimanda al pezzo di uno dei cronisti di giudiziaria, Giovanni Bianconi. Dentro, i pezzi sono due, ancora una volta dopo una bell’attività di sfoglio, alle pagine 18 e 19. Scelta simile per il Sole 24 Ore, che peraltro rispetto agli altri giornali generalisti avrebbe l’attenuante di essere un quotidiano specializzato in economia (ma d’altra parte cos’è che più delle mafie mette in ginocchio l’economia?). Dei “grandi” chi fa di più e approfondisce di più è il Messaggero con più pezzi all’interno (alle pagine 12 e 13) e un titolo di taglio basso in prima pagina, comunque visibile. Diversa da Libero e Verità la scelta del Giornale di Alessandro Sallusti che dà parecchio risalto in prima pagina alla notizia sull’operazione antimafia anche se con un richiamo che parte dal commento titolato su “una terra senza buoni”.
Il quotidiano che dedica più spazio in copertina alla maxi-operazione di ‘ndrangheta è il Manifesto che inserisce la notizia subito sotto la consueta fotonotizia di apertura, questa volta sul possibile processo a Salvini per il caso della nave della guardia costiera Gregoretti. E’ la seconda notizia del giornale anche su Avvenire, il giornale della conferenza episcopale. “Un colpo alle cosche che infiltrano l’Italia” è il titolo del quotidiano di Marco Tarquinio.
C’è, comunque, un quotidiano che decide di aprire in prima pagina con l’operazione condotta dalla Procura di Catanzaro ed eseguita da circa 3mila carabinieri: il Riformista, il giornale “garantista” che piace molto ai renziani diretto da Piero Sansonetti (ex direttore per tre anni di Calabria Ora e per altri tre del Dubbio, il giornale delle Camere penali) e edito da Alfredo Romeo, coinvolto nell’inchiesta Consip e pluriprescritto (in un caso per corruzione). Il titolo del Riformista, sorvolando sul maxi-refuso di una “a” mancante, è “Gratteri arresta metà Calabria. Giustizia? No, è solo show”. Il senso del pezzo è legato ad alcune altre maxi-operazioni del passato che – racconta il giornale – sarebbero finite con molte assoluzioni.
Il premio fantasia, infine, va invece al Foglio che ha un lungo pezzo sulla ‘ndrangheta sul giornale (non in prima ma a pagina 3), ma riguarda il sequestro di due giorni fa a un imprenditore delle scommesse online: dei 334 arresti, invece, nemmeno l’ombra.

Mosca, entra nel palazzo dei servizi segreti e spara con un kalashnikov: un agente ucciso, cinque feriti



Gente barricata dietro vetrine e finestre di uffici, in cui si poteva vedere un uomo vestito di nero che imbracciava un kalashnikov. Poi grida e colpi di arma da fuoco. Moltissimi. È successo oggi a Mosca, dove in una sparatoria presso la sede del palazzo dei servizi di sicurezza russi Fsb, nella centralissima area di Lubyanka, un agente è stato ucciso e cinque persone sono rimaste ferite. Due di loro, ha riferito il Ministero della Salute “sono molto gravi”. Ma col passare delle ore avanzano i timori di un insabbiamento da parte delle autorità, specialmente per quanto riguarda la dinamica dell’attacco, avvenuto a pochi minuti dalla fine della conferenza stampa di fine anno del presidente Vladimir Putin. Secondo una prima versione diffusa dall’intelligence, che si è successivamente smentita, erano tre gli uomini ad aver sferrato l’attacco alla sede dei servizi segreti. L’Fsb riferiva che due dei killererano stati neutralizzati ed erano in corso verifiche sulla loro identità, mentre il terzo era stato ucciso. Successivamente, però, i servizi hanno parlato di un solo assalitore. Col passare delle ore il quadro, invece che chiarirsi, si è complicato.

La notizia dei tre assalitori – A diffonderla è stata Russia Today, l’emittente finanziata dal Cremlino e la notizia è poi stata confermata da un dettagliato dispaccio dell’agenzia Moskva(che fa capo al Comune di Mosca). “Tre uomini non identificati hanno fatto irruzione nell’edificio dell’Fsb e hanno aperto il fuoco nella sala d’ingresso al pubblico. Nello scambio con la guardia della reception, due aggressori sono stati uccisi mentre uno di loro è corso fuori in strada, dove ha continuato a sparare, uccidendo un vigile di guardia”, ha riportato l’agenzia. L’ultimo uomo sarebbe stato infine neutralizzato alle 19.15 ora locale grazie all’intervento delle forze speciali. L’agenzia ha attribuito le informazioni all’Fsb. Poco dopo però gli stessi servizi segreti russi hanno smentito la storia dei tre assalitori, precisando che a sparare è stato “un uomo solo” e che “non è penetrato” nell’edificio.
La notizia dell’agenzia Moskva a quel punto è stata cancellata dal sito. Forse si è trattato di un errore, ma la circostanza rischia di pesare e non poco. Stando all’Fsb, l’agente ucciso apparterrebbe ai servizi e non sarebbe il vigile, che rientra invece tra i feriti. Che secondo il ministero della Salute sono in tutto cinque, due dei quali “molto gravi”. In serata il traffico – sulle prime naturalmente bloccato – ha iniziato a circolare normalmente intorno alla piazza della Lubyanka. Le voci rilanciate da alcuni media secondo cui sulla scena è stata ritrovata una granata e uno zaino (con il conseguente intervento degli artificieri) non ha trovato conferma ufficiale.
Il portavoce di Putin, Dmitri Peskov, ha assicurato che il presidente è stato “informato” dei fatti. Non era difficile. In quel momento sedeva nella sala congressi del Cremlino circondato dai vertici dei servizi per assistere alle celebrazioni in loro onore. Il 20 dicembre, infatti, in Russia si festeggia l’anniversario della nascita della Cheka (1917), il precursore dei servizi segreti russi odierni. Altro dettaglio alquanto inquietante.
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C’era una volta Mafia capitale: concessi i domiciliari a Buzzi, effetto della Cassazione


Di Sara Menafra

Salvatore Buzzi esce dal carcere e va ai domiciliari. A dare la notizia il suo avvocato, Alessandro Diddi: «Dopo cinque anni di custodia cautelare si è restituita la giusta dimensione a un trattamento che mai ha riguardato un imputato di corruzione. Adesso possiamo guardare con serenità all’ultimo tratto di questa vicenda».

Buzzi era considerato il leader, insieme a Massimo Carminati, dell’organizzazione denominata – secondo l’impianto accusatorio – Mafia capitale. Ex detenuto e leader delle cooperative sociali, secondo le sentenze ha certamente organizzato un sistema corruttivo che ha inquinato la pubblica amministrazione capitolina almeno dall’epoca di Gianni Alemanno sindaco.

Secondo la procura di Roma, la sua organizzazione era anche una vera e propria associazione mafiosa che intimoriva i politici romani e le aziende che provavano a fare concorrenza. Questa lettura, però, è stata definitivamente smentita dalla sentenza della corte di Cassazione che ha dato ragione ai giudici di primo grado, pure convinti di essere di fronte ad un grosso caso di corruzione ma non di mafia.

Dopo la decisione dei giudici supremi, una nuova sentenza di appello dovrà rideterminare la pena. Nel frattempo, però, i termini per la custodia cautelare nei confronti di Buzzi sono stati considerati ampiamente scaduti.


Salvatore Buzzi ha ammesso i reati di corruzione, e «questa sua condotta costituisce segno della cesura con il passato deviante foriero di pericolosità sociale». Lo scrive nella motivazione di cinque pagine la terza corte d’appello di Roma. Inoltre, anche le cooperative sociali, da tempo sotto sequestro e a lui una volta riconducibili, «sono state sottratte a qualunque sua disponibilità».


«L’associazione per delinquere di cui avrebbe fatto parte assieme all’ex esponente dei Nar Massimo Carminati è cessata il 2 dicembre 2014, quando furono eseguiti gli arresti, e quindi sono trascorsi ben cinque ani dalla data in cui è cessato il vincolo associativo. Tutto ciò, per la terza corte d’appello di Roma che ha concesso oggi gli arresti domiciliari al ‘ras’ delle cooperative, non può non comportare un giudizio di attenuazione delle esigenze cautelari nei confronti di Buzzi i cui termini di custodia massimi scadranno il prossimo 16 gennaio 2020, scadenza che induce logicamente a ritenere che la misura restrittiva abbia già concretamente garantito tutte le esigenze cautelari ravvisate in questi anni. Il suo protrarsi finirebbe per integrare una punizione ulteriore».

FONTE: https://www.open.online/2019/12/19/cera-una-volta-mafia-capitale-concessi-i-domiciliari-a-buzzieffetto-della-cassazione/

Cerciello Rega, 2 militari rischiano il processo: bendarono l'americano


Di Marco Della Corte

La procura di Roma ha chiuso le indagini riguardanti il bendaggio di Christian Gabriel Natale Hjorth, uno dei due presunti assassini di Mario Cerciello Rega, vicebrigadiere originario di Somma Vesuviana.

Come si legge da Adnkronos, rischiano il processo due militari: Fabio Manganaro e Silvio Pellegrino. Hjorth venne bendato all'interno della caserma dei carabinieri di via in Selci a Roma poco dopo essere stato fermato. I due avrebbero avuto ruoli diversi nei confronti del ragazzo statunitense.
Fabio Manganaro, responsabile di aver bendato il giovane, era stato il primo ad essere individuato, grazie alle indagini dei carabinieri del nucleo investigativo, coordinati dal procuratore facente funzioni Michele Prestipino e dal procuratore aggiunto Nunzia d'Elia. Manganaro è ora accusato di misura di rigore non consentita dalla legge. Silvio Pellegrini è il secondo ad essere stato iscritto nel registro degli indagati con l'accusa di abuso di ufficio e per aver pubblicate immagini di persona privata della libertà avendo scattato la foto al californiano bendato, rendendola in seguito pubblica.

Cerciello Rega: rischio processo per due colleghi

I carabinieri Fabio Manganaro e Silvio Pellegrini rischiano il processo. I due, a seconda delle posizioni, sono accusati di aver bendato uno dei due presunti assassini di Mario Cerciello Rega, ovvero, Christian Gabriel Natale Hjorth. Il giovane, durante il suo stato di fermo presso una caserma di Roma sita in via in Selci, venne fotografato bendato. L'immagine del californiano venne in seguito resa pubblica. La procura di Roma ha appena chiuso le indagini, atto che precede la richiesta di rinvio a giudizio, nei confronti dei due carabinieri.
A Fabio Manganaro è stato contestato da parte dei pm di piazzale Clodio, l'accusa di misura di rigore non consentita dalla legge per aver bendato Hjorth. Il reato contestato al collega Silvio Pellegrini è invece quello di abuso d'ufficio e pubblicazione di immagine di persona privata della libertà, per aver scattato una foto al soggetto in questione, rendendola in seguito pubblica. Pellegrini avrebbe reso nota l'immagine del ragazzo bendato in almeno due chat di Whatsapp.
In realtà, a rischiare il processo è anche Sandro Ottaviani, comandante della stazione Farnese. Il mitare è accusato di falso in quanto avrebbe mentito riguardo l'arma di Andrea Varriale. L'omicidio di Mario Cerciello Rega avvenne il 26 luglio 2019. Varriale, in tale contesto, era disarmato. Nonostante tutto, Ottaviani affermò di aver ricevuto la pistola dallo stesso mentre si trovava al pronto soccorso Santo Spirito, dove Cerciello Rega si era ricoverato.

Pozzonovo, Massimo Sartori non è stato sbranato dai rottweiler: “Ucciso da un malore”


Di Ida Artiaco

È stato un malore ad uccidere Massimo Sartori e non i morsi dei suoi due rottweiler. Colpo di scena nella vicenda legata alla morte del 49enne di Pozzonovo, in provincia di Padova. È quanto emerso dopo l'ispezione sul corpo dell'uomo, come si è appreso da fonti della Procura di Rovigo titolare dell'indagine per competenza territoriale: i segni dei morsi dei due cani, una femmina di nove anni e un maschio di due, non sono stati mortali. Massimo, dunque, che era già un soggetto a rischio perché cardiopatico, si sarebbe sentito male, come avevano ipotizzato ieri i carabinieri, e sarebbe caduto e poi deceduto mentre i due molossi lo avrebbero morso solo successivamente, magari per aiutarlo, e comunque non in modo fatale.

"I suoi cani avrebbero potuto tentare si salvarlo", aveva già dichiarato nelle scorse Aldo Costa, direttore del settore Veterinario dell'Ulss 6. Parole, le sue, che sono poi state confermate dalle indagini sul cadavere, i cui risultati sono stati resi noti pochi minuti fa. La Procura ha già disposto la consegna della salma ai familiari per il funerale, annullando l'annunciata autopsia. Massimo era stato stato trovato senza vita nel giardino di casa sua lo scorso mercoledì 11 dicembre con ferite che sono state ricondotte ai morsi dei suoi due rottweiler, intestati alla compagna. La notizia aveva ben presto fatto il giro del padovano, ma è stata smentita la morta dovuta ai morsi due cani. Tuttavia, non è possibile escludere che il malore sia stato provocato dall'attacco dei due molossi, che sono stati trasferiti dopo la tragedia in una struttura veterinaria.

FONTE: https://www.fanpage.it/attualita/pozzonovo-massimo-sartori-non-e-stato-sbranato-dai-rottweiler-ucciso-da-un-malore/

Volevano costituire un partito neonazista: 19 perquisizioni in tutta Italia. “Ai vertici una donna, si faceva chiamare Sergente di Hitler



Volevano costituire un nuovo partito filonazista, xenofobo e antisemita in Italia che avrebbe preso il nome di Partito Nazionalsocialista Italiano dei Lavoratori. Ma le indagini della Digos di Enna e del Servizio Antiterrorismo Interno hanno portato a 19 perquisizioni in diverse province – comprese MilanoVeronaPadovaVicenzaImperiaCuneo e Genova – nei confronti di altrettanti estremisti di destra. Tra questi c’è anche un esponente di spicco della ‘ndrangheta ed ex legionario che, secondo le ricostruzioni, è il componente dell’organizzazione incaricato di fornire addestramento militare ai membri del gruppo. L’uomo, un pluripregiudicato calabrese, ha un passato da collaboratore di giustizia ed ex referente di Forza Nuova per il ponente ligure.


Ai vertici del gruppo c’era anche una donna, una 50enne impiegata e incensurata che aveva partecipato a manifestazioni di Forza Nuova, che faceva parte del direttivo nazionale e si faceva chiamare ‘Sergente maggiore di Hitler’ e aveva il compito di reclutamento e diffusione di ideologie xenofobe. Nella sua casa di Cittadella, nel Padovano, gli investigatori hanno trovato materiale per la propagandastriscioni con svastiche e altri loghi antisemiti, bandiere naziste.
Nel variegato mondo degli estremisti che stavano tentando di organizzare – secondo le accuse – un gruppo neonazista, c’è anche una 26enne che ha partecipato e vinto il titolo di ‘Miss Hitler’: il particolare è emerso nel corso delle perquisizioni effettuate dalla Digos nel Milanese. Nel Veronese in casa di un’altra donna, militante di Forza Nuova, è stata invece rinvenuta una copiosa documentazione, tra cui un modulo d’adesione al Nsab, il “Partito Nazionalsocialista Italiano dei Lavoratori” che ha sede in provincia di Milano e il documento programmatico in 25 punti.
Dalle indagini è emerso anche che alcuni degli accusati avevano fatto riferimento a una disponibilità di armi ed esplosivi e avevano condotto attività di reclutamento attraverso i propri account social. In particolare, gli indagati avevano anche creato una chat chiusa denominata “Militia”, finalizzata all’addestramento dei militanti. Il gruppo aveva tentato anche di accreditarsi in diversi circuiti internazionali, avviando contatti con organizzazioni di rilievo come Aryan White Machine-C18, espressione del circuito neonazista Blood & Honour inglese, e il partito d’estrema destra lusitano Nova Ordem Social.

Un percorso che ha trovato concreta realizzazione in occasione della ”Conferenza Nazionalista” svoltasi lo scorso 10 agosto a Lisbona con l’obiettivo di creare un’alleanza transnazionale tra i movimenti d’ispirazione “nazionalsocialista” di Portogallo, Italia, Francia Spagna: nella circostanza, un’indagata è intervenuta in qualità di relatrice, distinguendosi per l’accesa retorica antisemita del proprio intervento.
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Bolivia, il nipote dell'autoproclamata presidentessa Áñez ha avuto legami con i narcos


Di Salvatore Santoru

Da alcuni giorni alcune testate sudamericane stanno parlando di una vicenda che riguarda l'autoproclamata presidentessa della Bolivia, l'esponente del 'Movimento Social Democratico' Jeanine Áñez.
Più specificatamente la vicenda riguarda un nipote della stessa Áñez.
Come riportato da El Diario(1), il nipote della presidentessa Carlos Andrés Añez Dorado fu arrestato nel 2017 mentre trasportava mezza tonnellata di cocaina in un aereo della Bolivia insieme a Fabio Andrade Lima Lobo.
Lobo è il figlio di Carmen Lima Lobo, candidata del MAS (il partito dell'ex presidente Morales) e di Célimo Andrade, ex membro dell'influente cartello colombiano di Cali(2).
Inoltre, riporta sempre El Diario, quando ci fu l'arresto il governo riconobbe la militanza della Lobo e ricordò che lo stesso Andrade Lima Lobo aveva comunque un legame familiare diretto con Hugo Vargas Lima Lobo, il sindaco di San Joaquin nominato dall'MNR in alleanza con Unidad Democratica (il partito dell'attuale presidentessa Añez) e con Oscar Vargas Lima Lobo, ex candidato dell'UD all'Assemblea del Dipartimento di Beni. 
NOTE:
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