Follow by Email

Total Pageviews

ULTIMI ARTICOLI

Blog Archive

SITI E BLOG CONSIGLIATI(ITA-INTERNAZIONALI)

Followers su Blogger

Translate

La Scienza della Persuasione
Cosa ci rivela il cervello sul nostro potere di cambiare gli altri
€ 15

|Informazione Consapevole, L'Informazione Libera E Indipendente|
Visualizzazione post con etichetta letteratura. Mostra tutti i post

Se n'è andato Philip Roth, fu uno dei più grandi scrittori statunitensi di origine ebraica

Risultati immagini per Philip Roth

Di Salvatore Santoru

Se n'è andato all'età di 85 anni lo scrittore statunitense di origine ebraica Philip Roth.
Come riporta Repubblica(1), Roth fu un 'gigante della letteratura statunitense e mondiale' ed era noto al grande pubblico sopratutto per 'Pastorale Americana' e 'Lamento di Portnoy'.



Con 'Pastorale Americana' Roth vinse anche il Premio Pulitzer, nel 1997.

NOTA E PER APPROFONDIRE:

(1) http://www.repubblica.it/esteri/2018/05/23/news/addio_a_philip_roth_lo_scrittore_di_pastorale_americana-197120163/

Il nobel per la letteratura a Bob Dylan? Lo aveva profetizzato 100 anni fa Ezra Pound





L’educazione a onorare gli anniversari ci porta a pubblicare la lettera di Ezra Pound, stilata proprio 100 anni fa. La lettera è importante per diverse ragioni. Ne elenchiamo alcune.

 Intanto, è interessante il rapporto di Pound con Harriet Monroe, la destinataria della lettera (raccolta in The Selected Letters of Ezra Pound 1907-1941, New Directions, 1971), audace – e capace – editrice di Poetry, rivista statunitense importantissima per le sorti della poesia occidentale moderna, nata a Chicago nel 1912, dove si sono fatti le ossa liriche un po’ tutti, da Thomas S. Eliot a Wallace Stevens, da William Carlos Williams a Ezra Pound, appunto.
Solo che la Monroe era una che non la mandava a dire. Ebbe l’ardire, infatti, di rifiutare alcuni testi di Pound – precisamente: Vergier, Mr. Styrax, Ritratto – perché, diceva, era roba “impubblicabile, troppo franca, francamente troppo”. E Pound, accetta e scodinzola. Anche i grandi ottengono clamorosi rifiuti. Non si abbattono. Capiscono. Rilanciano (“Ti sono grato di non aver pubblicato…”). Inoltre. Siamo nel periodo fecondo di Pound. Il poeta ha pubblicato – con alterna fortuna – Lustra (dove, tra l’altro, è raccolta la poesia a Whitman, A Pact, “Stringo un patto con te, Walt Whitman/ ti ho detestato ormai per troppo tempo./ Vengo a te come un figlio cresciuto/ che ha avuto un padre dalla testa dura;/ ora sono abbastanza grande per fare amicizia…”), dove precipitano i suoi studi sulla poesia medioevale (Arnaut Daniel) e quella d’estremo Oriente, cinese e giapponese (Cathay è del 1915). Sono gli anni dell’‘imagismo’, della scoperta di James Joyce – che comincia a pubblicare nel 1917 – dei primissimi Cantos– pubblicati proprio su Poetry, nel 1917. Inoltre. Interessante il ragionamento sulla folk song, la canzone popolare, pionieristico – altro che modesta bagarre su Bob Dylan al Nobel – e già conclusivo (il folk non è solo ‘canzonette’, ma ciò che è fatto per essere cantato funziona poco sulla pagina). Insomma, becchiamo il Pound nel folto del suo fulgore creativo. Piccola nota per editori volenterosi. Ezra Pound esordisce alla poesia nel 1908, 110 anni fa. Se lo autopubblica a Venezia. Sarebbe bello che qualcuno lo pubblicasse, oggi.
Per Harriet Monroe
Londra, 1 gennaio 1918
Cara H.M.,
allego il racconto. Ne ho fatto due copie, una ‘medioevale’. Prima che tu bestemmi, leggi la Canzone ad alta voce. Ho completamente riscritto, o quasi completamente riscritto, tutto Arnaut Daniel. Uso questa traduzione rispetto agli adattamenti, perché non ha bisogno di note, come fanno alcuni per altre canzoni. La migliore fra tutte può essere pubblicata. Da tanto tempo manca una attenzione al suono, salvo che in Lindsay [Nicholas Vachel Lindsay, poeta statunitense, 1879-1931, ndr]. E lui è interessante tanto quanto Kipling. Credimi, quella roba si può scrivere in meno di un’ora, come uno scarabocchio. Comunque, non mi crederai mai, quindi passo oltre…
Mi piace il tuo commento a pagina 89. Naturalmente, sono felice di vedere che ci sia attenzione verso la canzone popolare. Perfino un eminente critico musicale di Londra ha detto, recentemente, ha detto che ‘tutte le canzoni popolari hanno autori e gli autori sono individui’. La benedizione del folk è fatta perché il folk si dimentica: è un dissolvimento e un logoramento, non un processo creativo. Probabilmente dovrò lavorare ancora di più nel suono.
Continua a leggere su Pangea

A Mosul si è svolto il primo festival letterario dopo la liberazione dall’Isis

21430090_2001786930058724_4936342163594201404_n

Sono giovani e più anziani, sorridenti, sono uomini, donne e bambini. Sono tantissimi.
A centinaia si sono dati appuntamento mercoledì 6 settembre nei giardini della Biblioteca centrale dentro l’Università di Mosul, in Iraq, per partecipare al primo Festival della lettura di Mosul.
Sono passati pochi mesi da quando la città, ex roccaforte irachena dell’Isis, è stata liberata dopo anni sotto il controllo dei terroristi. Che, tra gli altri orrori, avevano saccheggiato e distrutto la biblioteca pubblica nel 2014, per poi darla alle fiamme.
In migliaia tra editori, scrittori e volontari hanno donato libri alla cittadinanza e alla biblioteca per rifornirne gli scaffali e ridonarla così alla città e alla sua comunità.
21369545_2001826490054768_931257824409386408_n
[tutte le immagini sono prese dalla pagina Facebook del Festival]
Il Festival è stato anche un modo – secondo gli organizzatori – per cancellare lo stereotipo di Mosul città del terrore e restituire un’immagine di città della cultura e della pace.

Il Futurismo e la velocità verticalizzata

Immagine correlata
Di Guido Santulli 
Il tema che più di ogni altro caratterizza il futurismo è certamente la velocità. Ma cos’è la velocità per il movimento artistico fondato da Marinetti? Innanzitutto va sottolineato che il semplice andar veloce esclusivamente materiale, porta con se dei limiti incapacitanti ai quali l’uomo futurista non avrebbe potuto sottostare. Colui che può guardare solo avanti, incapace di alzare lo sguardo al cielo, fa della sua vita ciò che Dante chiama un correre alla morte, viene cioè relegato ad uno spazio e ad un tempo, partecipando così a una inutile corsa orizzontale; al contrario i futuristi affermavano la necessità di oltrepassare lo sguardo romantico teso all’orizzonte sostituendolo con lo slancio d’animo che esorta a penetrare gli spazi verticali nelle profondità dal cielo.
Da una parte il mesto tramonto all’orizzonte, dall’altra la luce abbagliante del sole alto di mezzogiorno. D’altronde lo stesso Manifesto Futurista tratteggia questa verticalità evocando l’immagine plastica del promontorio estremo dei secoli, laddove la velocità acquista un carattere metafisico tanto da poter affermare:Il tempo e lo Spazio morirono ieri. Noi viviamo già nell’assoluto, perché abbiamo già creata l’eterna velocità onnipresente.
Il tema della velocità quindi, affrontando e varcando i limiti imposti da ritmi e forme, si eternizza in una dimensione universale. A questo punto l’uomo futurista non è più un corpo meramente materiale ma acquista una componente spirituale nuova e invulnerabile che fa dire ai futuristi:
Ritti sulla cima del mondo, noi scagliamo, una volta ancora, la nostra sfida alle stelle!
L’immagine verticale della cima del mondo è indicativa di quanto il concetto di velocità sia il giusto mezzo per giungere ad un vertice assiale, sul quale l’uomo futurista è finalmente libero di mostrare la sua intelligenza attiva e dunque: creare.

Yusuf Idris, lo scrittore egiziano reso invisibile dal Nobel

Yusuf Idris, lo scrittore egiziano reso invisibile dal Nobel

Di Claudia Negini

Nel 1987 lo scrittore egiziano Naguib Mahfouz è stato il primo, e finora anche l’unico, arabo a vincere il Nobel per la letteratura. Quello stesso anno erano candidati altri scrittori arabi e uno di loro era Yusuf Idris.
Nato nel 1927 a Bayrum, un paesino su delta del Nilo, viene cresciuto quasi esclusivamente dai nonni, a causa dei continui spostamenti del padre, che lavorava come ingegnere. Presto Idris si trasferisce al Cairo per dedicarsi alla medicina e non alla letteratura, passione che coltiva parallelamente e che diventerà un lavoro a tempo pieno solo molto più tardi.






Proprio la sua professione di medico gli permette di entrare in contatto con la vita delle persone più umili, esperienza che gli darà grande ispirazione nella stesura delle sue short stories e dei romanzi.
In un primo momento si getta a capofitto nella corrente realista a sfondo sociale, descrivendo spaccati della vita egiziana, stile che ben si adattava alla sua adesione al partito comunista.
Un esempio, incredibilmente tradotto in italiano, è “Il richiamo”, racconto breve che dà il nome anche a una raccolta edita da Mondadori nel 1992, ma che era stata pubblicata in arabo nel 1962.
Con il passare del tempo e in particolare a partire dagli anni Settanta, nella sua produzione iniziano a scorgersi le influenze della letteratura e dei temi già presenti nelle opere d autori occidentali: il senso di alienazione dell’uomo e la sua incapacità di interagire con il mondo circostante sono solo alcune delle tematiche della sua produzione di questo periodo.
Una delle innovazioni degli scritti di Yusuf Idris, sta nella lingua da lui utilizzata. È infatti uno dei primi a introdurre in maniera più consistente il dialetto, non isolandolo ai dialoghi, come iniziavano a fare altri scrittori, migliorando la sua reputazione di lingua “del volgo”.
È inoltre considerato uno de maggiori scrittori di racconti brevi del mondo arabo. Personalmente è un genere che mi piace moltissimo e leggendo alcuni dei suoi mi hanno colpito per la grande attualità che le sue parole possono ancora avere.
M torniamo al fatidico 1988. La vittoria del collega e connazionale, oltre a gettare Idris in una sorta di depressione, hanno influenzato moltissimo la fortuna delle sue opere, soprattutto in Occidente.
Mentre la maggior parte dei romanzi di Mahfouz sono stati tradotti in molte lingue europee, questo non è successo per le opere di Idris, le cui traduzioni sono esigue. In italiano, infatti, oltre alla raccolta che ho già citato, ne è stata pubblicata solo un’altra nel 1993, intitolata “Alla fine del mondo”. Fatto ancora più significativo è che neanche in inglese ci sono molti suoi titoli nonostante nel 2012 sia stata pubblicata una nuova raccolta in inglese, fresca di traduzione, intitolata “Tales of encounter” nel tentativo di far conoscere meglio le sue produzioni al pubblico anglofono.
Ciononostante, tradotti o meno, più o meno conosciuti, le short sories di Yusuf Idris, ma anche i suoi romanzi e le sue opere teatrali, non hanno nulla da invidiare al vincitore del Nobel.

Buona Lettura!

La bielorussa Svetlana Aleksievic premio Nobel per la letteratura 2015




È la giornalista e scrittrice bielorussa Svetlana Aleksievic il premio Nobel 2015 per la letteratura. 
Il riconoscimento per la letteratura è stato assegnato dall'Accademia di Svezia a Svetlana Aleksievic per la sua "scrittura polifonica, un monumento alla sofferenza e al coraggio dei nostri tempi". 
Non mancano le polemiche. Il Giornale, ad esempio, sostiene che il Nobel sia stato assegnato "più per ragioni politiche che per meriti acquisiti sul campo". 







Nella presentazione di un suo libro, Tempo di seconda mano, la scrittrice ha accusato duramente Putin: "Oggi vediamo che aveva ragione Salamov. Nella Russia di Putin viviamo con la mentalità da Lager". Al Festival di Letteratura di quest'anno ha invece parlato di "rischio fascismo".
La Aleksievic, classe 1948, padre bielorusso e madre ucraina, è una voce particolarmente critica anche nei confronti del regime bielorusso di Aleksandr Lukashenko e i suoi libri non sono pubblicati nel Paese ex sovietico, mentre sono tradotti in oltre quaranta lingue. Già candidata nel 2013 al Nobel per la Letteratura, lo ha vinto a pochi giorni da nuove elezioni presidenziali in Bielorussia, ad esito scontato - sarà riconfermato Lukashenko - ma a rischio di una nuova ondata di repressione nei confronti della pur debole opposizione.
In Italia della Aleksievic sono stati tradotti e pubblicati svariati libri: "Preghiera per Cernobyl","Ragazzi di zinco" e il graffiante "Tempo di seconda mano. La vita in Russia dopo il crollo del Comunismo".
La Aleksievic era tra i favoriti per il premio, secondo i bookmakers ma anche secondo gli esperti del settore. Dal 1901, anno in cui fu assegnato per la prima volta il premio (al francese Sully Prudhomme), solo tredici su 111 vincitori sono state donne, fino a questo momento. Nel 2013 vinse la canadese Alice Munro, seguita lo scorso anno dal francese Patrick Modiano.
Il premio è stato assegnato sulla base della famosa lista segreta di nomi proposti all'Accademia da un esclusivo gruppo di "persone qualificate", che comprende professori di letteratura ed ex vincitori del premio. Quest'anno la lista comprendeva 220 nomi. A maggio la lista è stata ridotta a cinque scrittori, i cui lavori vengono studiati durante l'estate dai membri dell'Accademia, in vista della proclamazione tradizionalmente prevista a metà ottobre.

Il mito di Atlantide attraverso la letteratura nel corso dei secoli



Di Mariagrazia Caterina

I dialoghi di Platone Timeo e Crizia, scritti intorno al 360 a.C., contengono i primi riferimenti ad Atlantide. Platone introduce Atlantide nel Timeo:
«Innanzi a quella foce stretta che si chiama colonne d’Ercole, c’era un’isola. E quest’isola era più grande della Libia e dell’Asia insieme, e da essa si poteva passare ad altre isole e da queste alla terraferma di fronte. […] In tempi posteriori […], essendo succeduti terremoti e cataclismi straordinari, nel volgere di un giorno e di una brutta notte […] tutto in massa si sprofondò sotto terra, e l’isola Atlantide similmente ingoiata dal mare scomparve.»






(Platone, Timeo, Capitolo III.)
I quattro personaggi che compaiono in entrambi i dialoghi di Platone sono due filosofi, Socrate e Timeo di Locri, e due politici, Ermocrate e Crizia, benché il solo Crizia parli di Atlantide. Nelle sue opere Platone fa ampio uso dei dialoghi socratici per discutere di posizioni contrarie nel contesto di una supposizione.
Nel Timeo all’introduzione segue un resoconto della creazione e della struttura dell’universo e delle antiche civiltà. Nell’introduzione Socrate riflette sulla società perfetta, già descritta in Platone nella Repubblica (c. 380 a.C.), chiedendo se lui e i suoi ospiti possano ricordare una storia che esemplifica tale società. Crizia menziona un racconto storico che presumibilmente avrebbe costituito l’esempio perfetto e prosegue descrivendo Atlantide, come riportato nel Crizia. Nel suo racconto, l’antica Atene sembra costituire la “società perfetta” e Atlantide la sua avversaria, che rappresentano l’antitesi dei tratti “perfetti” descritti nella Repubblica.
Secondo Crizia, le antiche divinità divisero la terra in modo che ogni dio potesse avere un lotto; a Poseidone fu lasciata, secondo i suoi desideri, l’isola di Atlantide. L’isola era più grande dell’antica Libia (Nord Africa) e dell’Asia Minore (Anatolia) messe assieme, ma in seguito venne affondata da un terremoto e diventò un banco di fango impraticabile, impedendo di viaggiare in qualsiasi parte dell’oceano. Gli egiziani, affermava Platone, descrivevano Atlantide come un’isola composta per lo più di montagne nella parte settentrionale e lungo la costa, “mentre tutt’intorno alla città vi era una pianura, che abbracciava la città ed era essa stessa circondata da monti che discendevano fino al mare, piana e uniforme, tutta allungata, lunga tremila stadi [circa 555 km] sui due lati e al centro duemila stadi [circa 370 km] dal mare fin giù. […] a una distanza di circa cinquanta stadi [9 km], c’era un monte, di modeste dimensioni da ogni lato […] L’isola, nella quale si trovava la dimora dei re, aveva un diametro di cinque stadi” [circa 0,92 km].
Nel Timeo si racconta di come Solone, giunto in Egitto, fosse venuto a conoscenza da alcuni sacerdoti egizi di un’antica battaglia avvenuta tra gli Atlantidei e gli antenati degli Ateniesi, che avrebbe visto vincenti i secondi. Secondo i sacerdoti, Atlantide era una monarchia assai potente, con enormi mire espansionistiche. Situata geograficamente oltre le Colonne d’Ercole, politicamente controllava l’Africa fino all’Egitto e l’Europa fino all’Italia. Proprio nel periodo della guerra con gli Ateniesi un immenso cataclisma fece sprofondare l’isola nell’Oceano, distruggendo per sempre la civiltà di Atlantide.
Pianta schematica della capitale di Atlantide basata sulla descrizione di Platone
Nel dialogo successivo, il Crizia, rimasto incompiuto, Platone descrive più nel dettaglio la situazione geopolitica di Atlantide, collocando il tutto novemila anni prima.
Crizia racconta che il dio Poseidone s’innamorò di Clito, una fanciulla dell’isola, e «recinse la collina dove ella viveva, alternando tre zone di mare e di terra in cerchi concentrici di diversa ampiezza, due erano fatti di terra e tre d’acqua», rendendola inaccessibile agli uomini, che all’epoca non conoscevano la navigazione. Rese inoltre rigogliosa la parte centrale, occupata da una vasta pianura, facendovi sgorgare due fonti, una di acqua calda e l’altra di acqua fredda. Poseidone e Clito ebbero dieci figli, il primo dei quali, Atlante, sarebbe divenuto in seguito il governatore dell’impero. La civiltà atlantidea divenne una monarchia ricca e potente e l’isola fu divisa in dieci zone, ognuna governata da un figlio del dio del mare e dai relativi discendenti. La terra generava beni e prodotti in abbondanza, e sull’isola sorgevano porti, palazzi reali, templi e altre maestose opere. Al centro della città vi era il santuario di Poseidone e Clito, lungo uno stadio (177 metri), largo tre plettri ed alto in proporzione, rivestito di argento al di fuori e di oricalco, oro e avorio all’interno, con al centro una statua d’oro di Poseidone sul suo cocchio di destrieri alati, che arrivava a toccare la volta del tempio.
Ognuno dei dieci re governava la propria regione di competenza, e tutti erano legati gli uni agli altri dalle disposizioni previste da Poseidone e incise su una lastra di oricalco posta al centro dell’isola, attorno a cui si riunivano per prendere decisioni che riguardavano tutti. Crizia descrive anche il rituale da eseguire prima di deliberare, che prevedeva una caccia al toro armati solo di bastoni e una libagione con il sangue dell’animale ucciso, seguita da un giuramento e da una preghiera. La virtù e la sobrietà dei governanti durò per molte generazioni, finché il carattere umano ebbe il sopravvento sulla loro natura divina. Caduti preda della bramosia e della cupidigia, gli abitanti di Atlantide si guadagnarono l’ira di Zeus, il quale chiamò a raccolta gli dèi per deliberare sulla loro sorte.
Per ragioni sconosciute il dialogo Crizia non fu mai completato.
Il filosofo Crantore da Soli, allievo di Senocrate, a sua volta allievo di Platone, è spesso citato come esempio di autore che ritenne la storia un fatto storico. La sua opera, un commento al Timeo di Platone, è perduta, ma essa è riferita da Proclo, uno storico classico che scrisse sette secoli dopo. Un altro studioso dell’antichità che credette nell’esistenza del luogo mitico citato da Platone fu Posidonio di Rodi (II-I secolo a.C.), secondo quanto riferisce Strabone.
Il racconto di Platone sull’Atlantide può inoltre avere ispirato imitazioni parodiche: scrivendo solo poche decadi dopo il Timeo e Crizia, lo storico Teopompo di Chio narrò di una terra in mezzo all’oceano conosciuta come Meropide (ovvero terra di Merope). Questa descrizione era inclusa nel libro VIII della sua voluminosa Filippica, che contiene un dialogo tra re Mida e Sileno, un compagno di Dioniso. Sileno descrive i Meropidi, una razza di uomini che crescevano al doppio dell’altezza normale e abitavano due città sull’isola di Meropis (Cos?): Eusebes (Εὐσεβής, “città pia”) e Machimos (Μάχιμος, “città combattente”). Egli inoltre scrive che un’armata di dieci milioni di soldati attraversarono l’oceano per conquistare Iperborea, ma abbandonarono tale proposito quando si resero conto che gli Iperborei erano il popolo più fortunato del mondo. Heinz-Günther Nesselrath ha argomentato che questi e altri dettagli della storia di Sileno sono intesi come imitazioni ed esagerazioni della storia di Atlantide, allo scopo di esporre al ridicolo le idee di Platone.
Zotico, un filosofo neoplatonico del III secolo a.C., scrisse un poema epico basato sul racconto di Platone.
Diodoro Siculo (I secolo a.C.) – confermato sostanzialmente da Plinio il Vecchio (I secolo d.C.) – collocava la capitale di Atlantide a Kerne, avamposto cartaginese sulla costa atlantica dell’Africa fondato da Annone il Navigatore: probabilmente nel Rio de Oro, ex Sahara spagnolo.
Lo storico romano del IV secolo d.C. Ammiano Marcellino, dissertando sulle perdute opere di Timagene, uno storico attivo nel I secolo a.C., scrive che i Druidi della Gallia riferirono che parte degli abitanti di quella terra erano migrati lì da isole lontane. Alcuni hanno inteso che si parlasse di sopravvissuti di Atlantide giunti via mare nell’Europa occidentale, ma Ammiano in realtà parla di “isole e terre oltre il Reno”, un’indicazione che gli immigrati in Gallia vennero dal Nord (Britannia, Olanda o Germania). Secondo Diodoro Siculo, comunque, i Celti che venivano dall’oceano adoravano gli dei gemelli Dioscuri che apparvero loro provenienti dall’oceano.
Un trattato ebraico sull’astronomia computazionale datato al 1378-1379, apparentemente una parafrasi di una precedente opera islamica a noi ignota, allude al mito di Atlantide in una discussione concernente la determinazione dei punti zero per il calcolo della longitudine.
atlantide
image-16933
Epoca moderna
Olaus Rudbeck (1630 – 1702) svela la “verità” su Atlantide ai suoi “predecessori” Esiodo, Platone, Aristotele, Apollodoro, Tacito, Odisseo, Tolomeo, Plutarco e Orfeo. Da Atland eller Manheim, 1679-89.
Riscoperta dagli umanisti nell’era moderna, la storia di Platone ha ispirato le opere utopiche di numerosi scrittori dal Rinascimento in poi. La scoperta dell’America, inoltre, pose subito il problema di una qualche sua conoscenza previa, e dunque anche il problema della discendenza e dell’origine della umanità americana del tutto inaspettata nella cultura europea dell’epoca. Così, la prima Atlantide moderna è stato il Nuovo Mondo.
Lo scienziato Olaus Rudbeck (1630 – 1702) scrisse nel 1679-1702 Atlantica (Atland eller Manheim), un lungo trattato dove sostenne che la propria patria, la Svezia, era la perduta Atlantide, la culla della civiltà, e lo svedese era la lingua di Adamo da cui si sarebbero evoluti latino ed ebraico.
The Chronology of the Ancient Kingdoms Amended (1728, postumo) di Isaac Newton studia una varietà di collegamenti mitologici con Atlantide.
Alla metà e nel tardo Ottocento numerosi rinomati studiosi mesoamericani, a partire da Charles-Etienne Brasseur de Bourbourg, tra i quali Edward Herbert Thompson e Augustus Le Plongeon proposero l’idea che Atlantide fosse in qualche maniera correlata alla civiltà Maya e alla cultura azteca. La pubblicazione nel 1882 di Atlantis: the Antediluvian World di Ignatius L. Donnelly stimolò un notevole interesse popolare per Atlantide. Donnelly prese seriamente il resoconto di Platone su Atlantide e tentò di stabilire che tutte le antiche civiltà conosciute discendessero da questa progredita cultura del Neolitico.
Ignatius L. Donnelly (1831 – 1901)
Nel corso della fine dell’Ottocento le idee sulla natura leggendaria di Atlantide si combinarono con storie di altre terre perdute come Mu e Lemuria.Helena Blavatsky scrisse nel suo libro La dottrina segreta (1888) che gli Atlantiani erano eroi culturali (contrariamente a Platone, che li descrive dediti principalmente alle cose militari), e che erano la quarta “Razza radicale” (Root Race), a cui successe la “razza ariana”. Rudolf Steiner scrisse dell’evoluzione culturale di Mu o Atlantide. Il sensitivo americano Edgar Cayce menzionò Atlantide per la prima volta nel 1923, asserendo in seguito che essa era collocata nei Caraibi e proponendo che fosse un’antica civiltà, altamente evoluta, ora sommersa, dotata di forze navali e aeree mosse da una misteriosa forma di cristallo di energia. Egli predisse inoltre che delle parti di Atlantide sarebbero riemerse nel 1968 o 1969. La Bimini Road, una formazione rocciosa sommersa con pietre rettangolari appena al largo di North Bimini Island, è stata descritta come una possibile prova di questa civiltà.
Si è sostenuto che prima del tempo di Eratostene (250 a.C. circa), autori greci avessero collocato le Colonne d’Ercole nello Stretto di Sicilia, ma non ci sono prove di tale ipotesi. Secondo Erodoto (c. 430 a.C.) una spedizione fenicia circumnavigò l’Africa con il benestare del faraone Necho II, navigando a sud sotto il Mar Rosso e l’Oceano Indiano e verso nord nell’Atlantico, facendo ritorno nel Mediterraneo attraverso le Colonne d’Ercole. La sua descrizione dell’Africa nord-occidentale rende molto chiaro che localizzò le Colonne d’Ercole precisamente dove sono oggi. Malgrado questo, la credenza che le Colonne fossero collocate nello Stretto di Sicilia prima di Eratostene è stata citata in alcune ipotesi sulla collocazione di Atlantide.
Il sensitivo americano Edgar Cayce (1877 – 1945)
Il concetto di Atlantide attrasse anche i teorici nazisti. La teoria del ghiaccio cosmico (1913) di Hanns Hörbiger (1860-1931) aveva infatti conquistato un vasto appoggio popolare in Germania e venne promossa dal regime nazista per le sue implicazioni razziali. Hörbiger riteneva che la Terra fosse soggetta a periodici cataclismi provocati della caduta di una serie corpi celesti che da comete erano diventati satelliti; la sommersione di Atlantide e di Lemuria sarebbero state provocate dalla cattura dell’attuale satellite della Terra, la Luna. I periodi di avvicinamento dei satelliti avrebbero provocato (per diminuzione della gravità) la nascita di stirpi di giganti di cui parlano la varie mitologie.Alfred Rosenberg (Mito del XX secolo, 1930) parlò di una razza dominante “nordico-atlantiana” o “ariano-nordica”. Nel 1938 l’alto ufficiale Heinrich Himmler (allora capo supremo delle forze dell’ordine del Terzo Reich) organizzò una ricerca in Tibet allo scopo di trovare le spoglie degli Atlantidei bianchi. Secondo Julius Evola (Rivolta contro il mondo moderno, 1934) gli Atlantiani erano Iperborei: superuomini nordici originari del Polo Nord (vedi Thule).
Da quando la deriva dei continenti divenne largamente accettata nel corso degli anni sessanta, la popolarità di buona parte delle teorie sul “continente perduto” di Atlantide iniziò a svanire, mentre si cominciava ad accettare ampiamente la natura immaginaria degli elementi della storia di Platone.
Le ipotesi sulla collocazione
« La ricerca di Atlantide colpisce le corde più profonde del cuore per il senso della malinconica perdita di una cosa meravigliosa, una perfezione felice che un tempo apparteneva al genere umano. E così risveglia quella speranza che quasi tutti noi portiamo dentro: la speranza tante volte accarezzata e tante volte delusa che certamente chissà dove, chissà quando, possa esistere una terra di pace e di abbondanza, di bellezza e di giustizia, dove noi, da quelle povere creature che siamo, potremmo essere felici… »
(L. Sprague de Camp)
Alcuni tuttavia hanno cercato di immaginare Atlantide come un luogo realmente esistito, o quantomeno di identificare gli elementi storici e geografici che possono avere originato il racconto di Platone.
Dai tempi di Donnelly, ci sono state dozzine – o meglio centinaia – di proposte di localizzazione per Atlantide, al punto che il suo nome è divenuto un concetto generico, indipendente dal racconto di Platone. Questo è riflesso dal fatto che, in effetti, molti dei siti proposti non sono affatto nell’ambito dell’Oceano Atlantico. Si tratta a volte di ipotesi di accademici o archeologi, mentre altre si devono a sensitivi o ad altri ambiti parascientifici. Molti dei siti proposti condividono alcune delle caratteristiche della storia originale di Atlantide (acque, fine catastrofica, periodo di tempo rilevante), ma nessuno è stato (e non avrebbe potuto o mai potrebbe essere) dimostrato come la “vera” Atlantide storica o platonica.

Le ipotesi sull’effettiva collocazione di Atlantide sono le più svariate. Se è vero che Platone nei suoi due dialoghi parla esplicitamente di “un’isola più grande della Libia e dell’Asia Minore messe insieme” (cioè il Nord Africa conosciuto al tempo e l’Anatolia) oltre le Colonne d’Ercole (che si suppone fossero sullo Stretto di Gibilterra), alcuni studiosi, vista l’effettiva difficoltà nell’immaginarsi un’isola-continente nell’Atlantico scomparsa in breve tempo senza lasciare pressoché nessuna traccia, hanno scelto collocazioni alternative.
America
Dapprima si è pensato all’America, che in effetti è un continente in mezzo all’Oceano (Atlantico) che però ai tempi di Platone non era per nulla conosciuto e che, per quanto se ne sappia, non ha conosciuto cataclismi recenti.
Alcuni hanno voluto vedere, male interpretando le mappe turche dell’America meridionale del primo Cinquecento come la mappa di Piri Reìs, la rappresentazione di Atlantide nell’estremo Sud, proprio dopo la Terra del Fuoco, fra l’America meridionale e l’Antartide. Secondo costoro infatti è probabile che l’Antartide, un tempo terra fertile e rigogliosa, sia stata la sede di Atlantide. I sostenitori di questa ipotesi parlano di resti di vegetazione datati all’analisi al carbonio 14 come risalenti a 50.000 anni fa, lasciando supporre che l’Antartide fosse sgombro dai ghiacci, ma questi dati sono riconosciuti come pseudoscientifici e mai replicati, anche perché tutta la ricerca sull’Antartide (e in particolare i carotaggi nei depositi glaciali) conferma come 50.000 anni fa il continente di ghiaccio fosse prossimo al picco glaciale, e quindi notevolmente più freddo di oggi. Tutta la ricerca storico-scientifica ha visto nelle stesse mappe solo delle rappresentazioni dell’America Meridionale, con alcuni errori (anche voluti) assai ben spiegabili nella prassi dell’epoca. Infine altri ancora identificherebbero Atlantide con un altro ipotetico continente perduto, Lemuria, situato fra l’Africa e l’India.
Alcuni, sulla base dell’assonanza dei nomi e di una somiglianza etimologica, hanno accostato Aztlán, la leggendaria terra d’origine degli Aztechi, all’Atlantide narrata da Platone. Il Codice Boturini descrive Aztlán come “un’isola in mezzo a una distesa d’acqua”. La teoria, come molte altre analoghe, non ha avuto alcun riscontro scientifico.
Altra ipotetica collocazione è, secondo alcuni tra cui il sensitivo Edgar Cayce, nel Mar dei Sargassi: i fenici, secondo lui, conoscevano le Azzorre e lungo la faglia atlantica non sono sconosciuti casi di emersione e affondamento di isole, anche in tempi storici recenti; si tratta comunque di piccole isole e non di continenti che potessero ospitare fiumi navigabili come nel racconto di Platone.
Il geologo inglese Jim Allen sostiene che Atlantide si trovasse in Bolivia, nell’area dell’Altiplano, basandosi sulla presenza di una piana rettangolare corrispondente alle dimensioni specificate da Platone e di depressioni concentriche ad arco di cerchio subito a est della città di Pampa Aullagas, da lui identificate con i canali della capitale. In Brasile l’archeologo e antropologo francese Marcel Homet indagò sui resti di un antico popolo che egli riteneva discendere dalla civiltà di Atlantide.
Nel Mediterraneo
Ipotesi sulla diffusione delle ceneri dell’esplosione dell’isola di Thera
Foto da satellite dell’isola di Santorini, uno dei molti luoghi in cui si è ipotizzata la collocazione di Atlantide
La maggior parte delle ipotesi avanzate di recente indicano la collocazione della mitica isola non più nell’Oceano o in altri luoghi troppo remoti (ormai scartati per motivi geologici, cronologici e storici), ma più vicino, nel Mediterraneo o nei suoi immediati dintorni, dove Platone più probabilmente poteva avere tratto i vari elementi per costruire il suo racconto. Le conoscenze geografiche dei greci all’epoca di Platone erano infatti molto vaghe e limitate al bacino del Mediterraneo, ed erano in realtà sufficientemente precise solo nell’ambito dell’Egeo.
Altri hanno pensato al deserto del Sahara, che in un periodo passato potrebbe essere stato fertile ed aver ospitato molte persone, ma la descrizione di Platone non trova molte corrispondenze.
Creta
Una tra le teorie più singolari, studiata e approfondita nella prima metà del Novecento, sostiene che il mito di Atlantide non sarebbe altro che la memoria, deformata e ingigantita, della Civiltà minoica (civiltà cretese dell’età del bronzo), che ebbe fine intorno al 1450 a.C., in circostanze non ancora ben chiarite. La causa potrebbe essere l’esplosione del vulcano dell’isola di Thera, attualmente Santorini, che provocò lo sprofondamento parziale dell’isola e giganteschi terremoti: l’esplosione di Thera avrebbe propagato nel Mediterraneo una terrificante onda anomala in grado di spazzare via gli insediamenti lungo le coste (le onde si sarebbero diffuse in tutto il bacino dell’Egeo in sole due ore, raggiungendo un’altezza di circa trenta metri), a cui sarebbero seguite entro due-tre giorni le ceneri riversate dall’esplosione vulcanica. Uno studio recente ha inoltre evidenziato delle analogie letterarie tra il testo platonico su Atlantide e alcuni canti dell’Odissea di Omero.
Sardegna
Una teoria analoga è stata avanzata anch’essa recentemente dal giornalista italiano Sergio Frau nel suo libro Le colonne d’Ercole (2002): le “colonne” di cui parla Platone andrebbero identificate con il canale di Sicilia (che è assai turbinoso, come descrive Platone le Colonne), dunque l’isola di Atlantide sarebbe in realtà la Sardegna: il popolo che edificò i nuraghi coinciderebbe allora con il misterioso popolo dei Shardana o Šerden (dai quali appunto si vorrebbe che la Sardegna abbia preso il nome), citati tra i “popoli del mare” che secondo le cronache degli antichi egizi tentarono di invadere il Regno d’Egitto. Alcuni Šhardana sarebbero quindi emigrati nella penisola italica, dove avrebbero dato origine alla civiltà etrusca. Un passo della descrizione platonica si vuole coincida con la forma della Sardegna: “Una pianura (il Campidano) che attraversa l’isola in senso longitudinale (ha coste ad est e ad ovest), situata tra due zone montuose a nord e a sud; le coste sono alte e rocciose, scoscese”. Del resto, la Sardegna possiede ancora oggi zone pianeggianti situate alcuni metri sotto il livello del mare e ciò fa pensare che, essendo una terra geologicamente troppo antica per subire o aver subito catastrofi naturali di dimensioni troppo elevate, possa invece esser stata soggetta in passato a cataclismi legati al mare, il cui territorio probabilmente non avrebbe potuto respingere a causa appunto dell’altezza della sua superficie rispetto a quella marina. Oltretutto la mancanza di terremoti avrebbe permesso una grande espansione edilizia all’interno dell’isola, che all’epoca sarebbe potuta apparire in maniera notevolmente diversa. La “fine” di Atlantide in questo caso viene interpretata con la diffusione della malaria nell’isola.
Cipro
Alcuni identificano con l’isola di Cipro i resti del continente di Atlantide.
Spagna
Una tra le molte teorie recenti collocherebbe Atlantide in Spagna, precisamente in Andalusia, vicino Cadice. È l’opinione dello studioso tedesco Rainer Kuehne che si avvale di rilevazioni satellitari, attribuite però a Georgeos Dìaz-Montexano. Qualcosa combacia, come la forma delle strutture rilevate e l’ambientazione vicino a montagne (in questo caso la Sierra Morena e la Sierra Nevada), come le descrizioni di Platone, in cui sono anche presenti ricche miniere di rame. Tuttavia, se avesse ragione Kuehne, non si tratterebbe di un’isola, come vuole la tradizione, e le dimensioni rilevate dal satellite non combaciano con quelle di Platone.
Comunque sia, ovunque la si voglia situare, Atlantide affascina soprattutto per i miti che avvolgono il suo popolo e la sua fine.
Atlantide nei media
Le rovine di Atlantide in un’illustrazione di Alphonse de Neuville e Edouard Riou, dall’edizione di Hetzel di Ventimila leghe sotto i mari di Jules Verne
Ad Atlantide sono state dedicate alcune migliaia di libri e saggi. Un catalogo bibliografico incompleto della letteratura sull’Atlantide, compilato nel 1926 da J. Gattefossé e C. Roux, comprendeva 1700 titoli. La breve narrazione di Platone (di circa una decina delle attuali pagine) dunque ha fatto probabilmente scorrere più inchiostro del resto del suo intero corpus filosofico.Una lista completa delle apparizioni di Atlantide nei mass media moderni potrebbe essere troppo estesa per poterla inserire qui. Eccone solo alcune.
Narrativa
Il classico di Jules Verne Ventimila leghe sotto i mari (1870) comprende una visita alle rovine sommerse di Atlantide a bordo del sottomarino Nautilus del Capitano Nemo.
Atlatide è un romanzo fantastico avventuroso di Yambo (Enrico Novelli) del 1901; da esso lo stesso autore trasse il fumetto Gli uomini verdi (1935), una delle primissime storie italiane di fantascienza a fumetti.
Nel suo celebre romanzo L’Atlantide (1919), Pierre Benoît immagina i discendenti del continente perduto nel deserto del Sahara; il romanzo di Benoît ha ispirato la maggior parte dei film successivi sul tema.
Nel romanzo Aelita (1922), Aleksej Nikolaevič Tolstoj fa ritrovare i superstiti degli atlantidei sul pianeta Marte.
Il romanzo breve di Arthur Conan Doyle L’abisso di Atlantide (The Maracot Deep, 1929) narra le avventure di tre scienziati che scoprono, con l’ausilio di un batiscafo ottocentesco, una civiltà ancora fiorente sul fondo dell’oceano Atlantico. Tale popolazione approverebbe i Dialoghi di Platone.
Lost Continent, un racconto parte dei Libri di Aleister Crowley, offre un resoconto fantastico basato sulle idee di Crowley sulla civiltà ideale, con accenni di satira socio-politica.
La caduta dell’isola di Númenor ne Il Silmarillion (1977) di Tolkien ricorda molto da vicino il mito di Atlantide. Nella cornice dell’opera, l’evento viene ricordato come “La Caduta” – che nella lingua elfica inventata da Tolkien diventa “Atalantë”. Dato che l’opera di Tolkien intende descrivere una “mitologia immaginaria” del nostro mondo, l’implicazione evidente è che Númenor sia di fatto Atlantide.
Le luci di Atlantide (Web of Light – Web of Darkness, 1983; nelle successive edizioni: Fall of Atlantis) di Marion Zimmer Bradley
In Buona Apocalisse a tutti! (1990) di Neil Gaiman e Terry Pratchett, il giovane Anticristo fa risorgere Atlantide dalle acque.
Il romanzo fantascientifico Il codice di Atlantide (2001) di Stel Pavlou presenta Atlantide, situata al Polo Sud, come la città “sopita” di un’antica civiltà molto avanzata, pronta però a risvegliarsi come una bomba ad orologeria nel momento (previsto dagli atlantidi con calcoli astronomici) in cui il Sole avrebbe messo in pericolo la Terra.
Clive Cussler, Atlantide (2002). Dirk Pitt (l’eroe creato dall’autore) alla scoperta dei segreti degli Amenes tra mille pericoli nell’Oceano Antartico.
Nel romanzo per ragazzi Nina e l’Occhio Segreto di Atlantide (2005) della scrittrice italiana Moony Witcher, Nina raggiunge Atlantide per liberare l’arcano dell’Acqua intrappolato dal conte Karkon.
In cerca di Atlantide (2007), thriller di Andy McDermott
Cronache di Atlantide (2010), romanzo di Steve Coldwell, basato sul racconto platonico.

Sulle orme di Chatwin: ecco la verità (letteraria) sulla sua Patagonia

Bruce Chatwin disegnato da Dariush
Di Stenio Solinas
L'avvocato Giménez Hutton ha trascorso due anni e percorso 10mila chilometri in Argentina per rivivere il reportage del leggendario scrittore. Che oggi qualcuno accusa di sensazionalismo. Ma lui era interessato alla cultura più che alla natura

  
Nel 1996 un avvocato argentino girovago per passione, Adriàn Giménez Hutton, decise di andare in Patagonia sulle orme di Bruce Chatwin. Morto alla fine degli anni Ottanta, Chatwin aveva scritto il suo primo libro, In Patagonia , appunto, alla fine dei Settanta e in quel decennio si era imposto al pubblico e alla critica con una manciata di titoli che se da un lato avevano rilanciato un genere, il travel writing , la letteratura di viaggio, dall’altro ne erano stati la negazione.
Si considerava uno scrittore tout court, Chatwin, e il viaggio era per lui uno strumento, se si vuole un pretesto, ma non il fine.
La sua originalità stilistica e tematica, il combinato disposto di un’esistenza relativamente breve, nemmeno cinquant’anni, quanto intensa, brillante e contraddittoria – esperto d’arte e collezionista contrario all’idea stessa di possedere opere d’arte, laburista con la passione per l’aristocrazia e le vite eccezionali, archeologo mancato e giornalista con l’odio per la carta stampata, omosessuale mai dichiarato e morto di una malattia, l’Aids, mai ammessa – diedero vita a una vera e propria mitologia chatwiniana, un composito esercito di appassionati e di epigoni, spesso sconfinanti nell’adorazione i primi, quasi sempre mediocri i secondi. Come spesso accade, in seguito il pendolo dell’ammirazione cominciò a oscillare sul versante opposto e prese ad alimentare una «leggenda nera» che prendeva di mira non solo gusti, atteggiamenti e bizzarrie dell’uomo, ma l’essenza stessa del suo essere scrittore. I suoi viaggi erano pura invenzione, si cominciò a dire, in pratica si era inventato tutto, non era perciò credibile e il suo stile quindi era artificiale.
Il viaggio di Adriàn Giménez Hutton sulle orme di Chatwin nacque proprio da questa oscillazione del pendolo. Hutton aveva allora quarant’anni, in Patagonia era andato una prima volta appena diciottenne e poi ci era tornato ripetutamente, in autobus e in autostop, in treno e via mare. La conosceva, insomma e In Patagonia , letto proprio allora, lo aveva favorevolmente impressionato proprio per il suo modo «di mescolare realtà e finzione, piccoli aneddoti personali e grandi storie». Era convinto che, nel suo insieme, «dovesse corrispondere a esperienze reali dell’autore» e seguirne le tracce sarebbe dovuto servire proprio a questo, la verifica di un’autenticità. Dopo due anni, diecimila chilometri, cinquanta interviste e reportage con personaggi da Chatwin citati o che lo avevano conosciuto, Giménez Hutton si ritrovò a sua volta con l’aver scritto un testo che era un affresco notevole di quell’estremo lembo del mondo e un penetrante ritratto del suo narratore più famoso. Una volta lettolo, Chatwin in Patagonia (Nutrimenti, traduzione di Marino Magliani e Luigi Marfè, 286 pagine, euro 19) fa rimpiangere la scomparsa del suo autore, morto nel 2001, a 45 anni, in un incidente aereo e insieme ci permette di concordare con quanto lo stesso Chatwin scrisse a proposito del suo In Patagonia : «Una volta ho fatto l’esperimento di contare una per una le bugie che conteneva. In realtà non erano troppo gravi».
Per capire la differenza fra un reportage classico su quella terra di confine e il libro che invece egli ne trasse bisogna partire da una serie di elementi. Il primo è la letteratura. «Se siamo dei viaggiatori – ha scritto Chatwin – siamo viaggiatori letterari. Un’associazione o un riferimento letterario possono entusiasmarci quanto una pianta o un animale raro». Il secondo è il tema e il fascino dell’esilio: «Se domani il resto del mondo saltasse in aria, in Patagonia sopravvivrebbe un sorprendente campionario di nazionalità, tutte andate alla deriva verso questi “campi estremi dell’esilio” per nessuna altra ragione apparente se non che quei campi esistevano». Giménez Hutton obietta che per l’Argentina sarebbe più appropriato parlare di «emigranti, non di esuli», e non ha torto. Ha però ragione anche Chatwin nel suo voler isolare all’interno di un fenomeno migratorio biografie che rimandavano più a vicende politiche, ideologiche, sociali che non alla pura e semplice ricerca di un lavoro, fuga da una situazione di povertà, eccetera. Colpiscono e accendono in modo più immediato la sua fantasia letteraria, che è poi, lo abbiamo visto, la vera e propria molla del suo viaggiare, più interessato ai casi che ai luoghi, più portato alla cultura che alla natura, o meglio convinto che la natura abbia un senso solo se racconta una cultura.
Da questo punto di vista è emblematico il tipo di scelta da lui utilizzato per spiegare l’origine del vocabolo «patagone», patagòn , in spagnolo. Le sue ricerche lo fanno risalire a un romanzo cavalleresco del Cinquecento, Primaléon De Grecia , in cui si narra di un mostro con testa di cane, ma intelligenza umana, chiamato Gran Patagòn, catturato dal protagonista e portato in dono al re di Polonia. Letto da Magellano, servirà a quest’ultimo per definire «un Patagòn!» un indio Tehuelche che indossava una maschera canina… Una più prosaica storiografia vede invece in patàn o patòn , che in portoghese, la lingua nativa di Magellano, suonano patao e patagao, aggettivi qualificativi che indicano grossolanità e grandezza, e così il Patagone starebbe per un individuo rozzo, oppure per grande piede, l’indicazione insomma di una stazza e di una fisicità indigena. È facile capire perché Chatwin si affezionasse alla prima interpretazione….
L’eccentricità e/o eccezionalità sono gli altri elementi che contribuiscono alla peculiarità di In Patagonia . Fra le persone intervistate da Hutton c’è chi accusa Chatwin di «sensazionalismo», chi di «giudizi sarcastici», chi si lamenta perché «incontra sempre personaggi bizzarri, stravaganti e mostra le loro abitudini, non le vere abitudini di questa terra. Cerca sempre ciò che è sensazionale, violento, inusuale, depravato. Tutto ciò esiste, naturalmente, come in qualunque parte del mondo. Ma lui non parla della gente che ha fatto qualcosa, o almeno non in maniera generosa». Come si vede non sono giudizi sul libro in sé, ma sul fatto che non è come i diretti interessati vorrebbero fosse: non rispecchia la loro visione di quel mondo. Hanno insomma più a che fare con l’etica che con l’estetica, con un pregiudizio morale piuttosto che con un giudizio critico.
In realtà, In Patagonia è un libro parziale, idiosincratico, concentrato, fatto di scarti e di salti, in equilibrio tra realtà e finzione, con spunti autobiografici, il tutto teso a tenere il lettore sulla corda. Ci sono nomi cambiati, storie vere e storie verosimili, invenzioni narrative, malumori e asprezze, simpatie e antipatie d’autore. Non racconta la verità, ma una verità, e a uno scrittore non si può chiedere di più.