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La Scienza della Persuasione
Cosa ci rivela il cervello sul nostro potere di cambiare gli altri
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Una Volvo V60 di muschio con le impronte di orsi, alci e lupi


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Di Donne in Auto

Nello stesso giorno in cui Volvo ha presentato 360c, la nuova concept carcon guida autonoma, gioiello di tecnologia, Volvo Car Italia presenta al Volvo Studio Milano una Volvo V60 in versione “green”. A dimostrazione del fatto che auto, tecnologia e ambiente possono andare a braccetto, la casa svedese ha promosso un’iniziativa che ha l’obiettivo di evidenziare il proprio impegno per la difesa del pianeta e la sensibilizzazione del pubblico rispetto alla necessità di una tecnologia applicata all’auto rispettosa dell’ambiente. E’ Chiara Angeli, Direttore Sales and Marketing di Volvo Car Italia, che spiega la filosofia dietro The Agreenment, il patto fra Volvo e l’ambiente: “Un progetto un po’ provocatorio, per il quale serviva una comunicazione che fosse compresa da tutti”. E quali interpreti migliori per questo progetto se non i giovani?

The Agreenment: cos’è
Il progetto, sviluppato in collaborazione con Grey Italia, vede il coinvolgimento del POLI.design, realtà fondata nel 1999 che, insieme alla Scuola del Design del Politecnico di Milano e al Dipartimento di Design forma il Sistema Design del Politecnico. Volvo Car Italia ha affidato agli studenti del Master di Laboratoriominiera in Art Direction & Copywriting del POLI.design una Volvo V60 con il compito di realizzare un’opera che fosse espressione dell’integrazione tra auto e natura, simbolo stesso della filosofia di Volvo. La tecnica utilizzata è stata quella della Moss Art (che utilizza ingredienti naturali per applicarlo, generalmente sui muri), del muschio che vive sull’auto, ed è proprio questa la chiave che ha permesso di trovare il connubio.
L’idea vincitrice è quella della studentessa Federica Croce che, partendo dal concetto di carbon footprint, ha accomunato il rapporto tra le auto Volvo e la natura a quello degli animali che attraversano il loro ambiente lasciando solo impronte che non ne alterano l’equilibrio. Sulla Volvo V60 il muschio è interrotto solo dalle impronte di orsi, alci e lupi. Tutto il progetto si rifà al concetto di Omtanke, più volte espresso da Volvo Cars e che in svedese significa “prendersi cura” e sintetizza l’attenzione e l’impegno sul fronte della sostenibilità e del rispetto ambientale che si concretizzano in una serie di iniziative e di progetti globali e nazionali, come quello ospitato al Volvo Studio Milano. Belli anche gli altri progetti proposti: al secondo posto Raffaele Cortese, che ha creato disegni di circuiti e transistor sulla Volvo V60, mentre al terzo posto Nicola Barbato che ha ricreato sull’auto, con delle strisce di muschio verticali, l’effetto di attraversamento di un viale alberato, un’idea che mi è piaciuta moltissimo.

IL REAL TIME MARKETING

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Di Vincenzo Cosenza
Da tempo ormai viviamo immersi in un ambiente mediale che ci offre stimoli in ogni istante. Questa sensazione di essere parte di un flusso informativo è amplificata da dispositivi mobili che accompagnano la nostra giornata con notifiche pressanti provenienti dai social media. 



Questo ci porta a reagire immediatamente, interagendo costantemente con la nostra cerchia sociale, che ormai comprende anche le aziende.
Ma gli uomini e donne di marketing fanno ancora fatica a comprendere che la conversazione non è più controllabile come una volta. Che bisogna virare verso il Real Time Marketing, con i rischi che comporta, ma anche con le opportunità che offre.
Il Real Time Marketing è un’approccio al mercato che fa leva sulla capacità aziendale di rispondere velocemente ad eventi e stimoli esterni 
Tale approccio può essere meramente tattico e quindi esaurirsi in una serie di pratiche di risposta non organizzate, oppure strategico. In questo secondo caso parte da precisi obiettivi di business e richiede accorgimenti organizzativi e tecnologici. Ciò permetterebbe, secondo un’indagine Golin Harris, di migliorare la predisposizione delle persone verso la marca e potenziare gli altri strumenti di comunicazione usati.
Secondo Altimeter le situazioni che permettono alle aziende di sfruttare il tempo reale a proprio vantaggio possono emergere da due traiettorie: quella della prevedibilità dell’evento e quella della tipologia di azione aziendale.

FONTE E ARTICOLO COMPLETO:http://vincos.it/2014/03/04/cose-il-real-time-marketing/

L’ETICA DEL MARKETING NEL LIBRO DI GIUSEPPE MORICI "FARE MARKETING RIMANENDO BRAVE PERSONE"



FONTE:http://www.9colonne.it/81760/l-etica-del-marketing-nel-libro-di-giuseppe-morici#.VypC_ISLTIX

Cosa ha trasformato il marketing da uno dei mestieri più affascinanti a uno dei mestieri più discussi del mondo? Perché quando si vuole indicare un'operazione di pura facciata, senza alcuna sostanza, la si indica come un'operazione di puro marketing? Esiste una visione del marketing compatibile con la nostra società attuale e le nostre esigenze? Chi fa marketing si trova spesso schiacciato tra due poli opposti: da un lato, gli esaltati del marketing e, dall'altro, chi lo vede come un'attività di persuasione occulta. Nella visione proposta da Giuseppe Morici in “Fare marketing rimanendo brave persone” (Feltrinelli, pp. 176, 9 euro), il marketing supera la dimensione puramente economica, per diventare una funzione responsabile e generativa, per la società e per la vita delle persone, nella loro ricerca di senso, nei loro sogni, nei loro progetti. Il marketing tende a creare senso e identità, al pari delle più nobili arti espressive dell'umanità, dalla scrittura al cinema, da cui in realtà mutua molti degli strumenti e dei linguaggi. Per questo è necessario, però, che chi si occupa di marketing non si accontenti di gestire solo gli aspetti razionali della comunicazione, ma adotti anche gli strumenti di base della narratologia e, da ultimo, le conoscenze di base di analisi delle personalità, dei suoi tratti fondamentali, della psicologia umana. E soprattutto è necessario che nell'occuparsi della poetica, ossia del come costruire un marketing efficace, non si perda mai di vista l'etica, ossia il senso complessivo profondo di ciò che si fa per l'uomo e per la società. (Red)

FOTO:http://www.feltrinellieditore.it

Perché gli orologi nelle pubblicità segnano sempre le 10:10?

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Perché gli orologi sono impostati sempre sulla stessa ora nei messaggi pubblicitari? Se ti capita di vedere in tv la pubblicità di un orologio, sicuramente avrai notato che è stato impostato su una determinata ora, ovvero 10:10. Se vuoi acquistare un orologio e ti rivolgi ad Amazon noterai che, tra i milioni di risultati ottenuti, è praticamente impossibile trovare la foto di un orologio impostato su un'ora differente.




Da qui nasce l'intento di spiegare perché quel 10:10 ricorra con una tale frequenza. La risposta arriva da un articolo del New York Time: perché i nomi e i loghi delle marche degli orologi sono concentrati sempre sulla parte superiore dell'orologio stesso, incorniciati proprio dalle lancette posizionale sul 10 e sul 2. Posizionando le lancette su un altro orario, come ad esempio 1:20, le lancette stesse nasconderebbero il logo e la marca dell'orologio. È un espediente pubblicitario, insomma, sottile ma motivato. Lo rivela Andrew Block, vicepresidente della compagnia di orologi Tourneau.
Alcune marche, però, sono ancora più puntigliose. È il caso dell'azienda Timex, che ha optato per la scelta di un altro orario ancora più preciso, ovvero 10:09:36. Anche in questo caso, la scelta non è casuale. La marca Timex sui dispositivi è posizionata esattamente sotto il numero 12, quindi impostare le lancette sull'ora 10:09 significa incorniciare il nome dell'azienda in maniera ancora più precisa e simmetrica. Questione di marketing.

Teenager milionari a caccia di clic: il mondo segreto dell’affiliate marketing

Di Daniele Virgillito
Non hanno blog famosi, canali YouTube con milioni di iscritti o grossi seguiti sui social network.Di alcuni fra i più bravi non si conosce nemmeno il vero nome.È un esercito di mercenari del web che promuove prodotti e servizi altrui attraverso varie tattiche pubblicitarie, in cambio di una percentuale sulle vendite o un compenso per obiettivi.



Come consulente e autore mi confronto quotidianamente con vari tipi di business digitale, ma non ero a conoscenza del mondo quasi segreto, e della cultura “underground” che sembra caratterizzare l’universo affiliate marketing.
Mi sono imbattuto nel teaser di “The Angle”, il primo documentario mai realizzato sull’argomento, in uscita nel 2016.
Per capirci qualcosa in più, ho chiesto a Dario Vignali, fondatore di uno dei blog di marketing digitale più seguiti in Italia e co-autore di Affilobook.
Dario, tu pratichi con successo l’affiliate marketing e conosci da vicino Stack That Money, la community di marketers affiliati più nota al mondo, la stessa che ha prodotto il documentario The Angle.
La domanda è d’obbligo: è possibile guadagnarci tanto quanto dicono, o è tutta una truffa?
Ti confesso che quando ho letto i numeri che giravano su quel forum anch’io ho pensato fosse una truffa ben architettata. Poi, imparando le tecniche necessarie e cominciando a praticare, ho scoperto che c’era del potenziale, e che esistono davvero persone al mondo che guadagnano mille, cinquemila, diecimila dollari o più ogni singolo giorno grazie all’affiliate marketing.
Dario Vignali a Incitement Italy
Dario Vignali a Incitement Italy
Come fanno, in pratica? Che tipo di prodotti promuovono? E come li pubblicizzano?
Uno dei primi programmi di affiliazione nei quali mi sono imbattuto è molto noto, Amazon. Lì è semplice: ti iscrivi, ottieni un link personalizzato e guadagni una percentuale su ogni vendita generata da quel link.
Esistono però centinaia di network e prodotti/servizi in affiliazione: dai corsi digitali alle applicazioni mobile, dai notai (strano ma vero: pagano per ciascuna chiamata telefonica ricevuta) alle assicurazioni.
Insomma, gli affiliate marketers promuovono praticamente tutto.
Come fanno a fare arrivare il proprio link affiliato al maggior numero di persone potenzialmente interessate? Principalmente con le campagne di advertising.
Si mostrano i propri banner su piattaforme come Facebook Ads, AdWords, decisive.is o go2mobi (ma ce ne sono tante altre).
Ogni banner rimanda all’url di affiliazione del prodotto che si promuove.
Non per forza l’obiettivo è generare una vendita, anzi. Ci sono campagne CPI (cost per install) dove si viene pagati per far installare applicazioni (anche gratuite), o campagne CPA dove l’obiettivo sta nel convincere le persone a inserire la propria mail in un form d’iscrizione.
Nel tempo, le cose sono cambiate. Qualche anno fa bisognava disporre di competenze specifiche e possedere addirittura un server. Oggi invece sono nate soluzioni self-hosted che hanno abbassato le barriere all’entrata di questo strano mercato.
Non ci sono più grandi costi fissi da sostenere, e basta qualche centinaio di euro per avviare le prime campagne.
Ovviamente la concorrenza si è fatta più agguerrita, e molti si sono buttati sul mercato mobile, dove c’è ancora un grande margine di crescita ed innovazione.
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da “The Angle”, il primo documentario sul mondo dell’affiliate marketing
Sembra che molti degli affiliate marketers di maggior successo siano addirittura teenager. Perché, secondo te?
Per farcela servono competenze trasversali e un approccio olistico. Copywriting, grafica, matematica, advertising ed altro ancora.
Per i nativi digitali, logicamente, la curva di apprendimento è molto più breve.
Alcuni hanno cominciato per gioco, con semplici pagine Facebook. Altri hanno deciso di dedicarsi a questo piuttosto che a scuola ed università.
In America il mercato delle affiliazioni è ben conosciuto e, proprio per questo, il traffico negli Stati Uniti è divenuto fin troppo costoso.
Alcuni noti marketer consigliano infatti di lanciarsi sul mercato del sud-est asiatico: qui il traffico costa meno e la gente, appena digitalizzata, clicca più spesso sui banner.
Uno di questi è Charles Ngo, un affiliate marketer asiatico che è riuscito a generare milioni di dollari in campagne di affiliazione.
E in Italia? Il mercato è abbastanza grande per farcela?
Ne parlavo pochi giorni fa con il CEO di Clickmeter durante un’intervista per Affilobook: in Italia i “big players” che si dividono il mercato delle campagne di affiliazione sono molto pochi. Solamente negli ultimi due anni si sono viste nascere le prime agenzie Italiane di performance marketing dedicate al mondo delle affiliazioni.
Da noi la cultura delle affiliazioni esiste da tempo, ma è sempre stata incentrata sul money blogging: invece che “scalare” i profitti investendo nell’advertising, molti utenti della rete preferiscono pubblicare i propri link di affiliazione sul proprio blog o sito web.
Spesso basta scrivere la recensione di un prodotto riportando il suo link di affiliazione per riuscire a guadagnarci qualcosa.
Ovviamente i margini di miglioramento ci sono, a patto che si sia disposti a buttarsi in un mercato che è tutt’altro che semplice.

Arriva anche "Lo Stato dei Selfie": 93 milioni di foto al giorno

stato-selfie-rapporto
Di Francesco Russo
In effetti mancava proprio uno “Stato dei Selfie” e ci ha pensato bene Coney, agenzia di comunicazione internazionale che vanta tra i suoi clienti anche Walt Disney e Chrysler, con questo rapporto che fa il punto della situazione su un fenomeno che è in costante crescita. Piacciano o non piacciano i selfie sono un fenomeno a tal punto da essere preso in considerazione da aziende e marketers, ed è proprio questo lo scopo del rapporto che vuole mettere in luce alcune caratteristiche interessanti.
Intanto, come sicuramente già saprete, il primo selfie porta la data del 1839 ad opera di Robert Cornelius, fotografo di Philadelphia vero pioniere di questo genere di fotografia. E oggi la situazione è che i selfie sono ben 93 milioni e che la sola parola selfie, secondo quanto rilevato da Google e da Sysomos, è citata sui social media ben 154 milioni di volte.
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(Robert Cornelius)
Ovviamente nel rapporto non può mancare Snapchat, l’app mobile con cui i teenagers si scambiano ogni giorno qualcosa come 400 milioni di foto, ovvero sia il 5% di tutti i selfie condivisi sui Social Media. E quindi i selfie, per quanto se ne possa dire, sono diventati parte della vita di tutti i giorni di studenti, ma non solo. Ma come dicevamo prima il rapporto vuole evidenziare il fenomeno sei Selfie come strumento di comunicazione interessante per le aziende e i marketers. Anche il solo provare a conoscere il fenomeno ormai così radicato nella nostra società, può aiutare a comprendere e a realizzare delle strategie di comunicazione efficaci. Potrebbe essere.
Il rapporto è suddiviso in sezioni: La Scienza dei SelfieBody LanguageSelfie-ventions; The Great Selfie DebateExpress Yourselfie. Tutte sezioni che indagano a fondo il fenomeno portando a conoscenza numeri, dati e anche curiosità.
La prima parte è dedicata al sondaggio che Coney ha condotto su 778 infuencers online e più del 50% ha risposto che si compiace nel vedere i propri selfie scorrere nei feed sui social media e più dell’85% dice di scatta almeno un selfie a settimana, scegliendo Facebook come piattaforma ideale, Instagram è al secondo posto. L’82% di questi influencers dice di scattare selfie per mostrare qualcosa di nuovo (ad esempio un nuovo make-up, nuovo taglio di capelli, nuovi abiti) oppure per trascorrere del tempo con la propria famiglia, oppure per mostrare la località che stanno visitando in quel momento. Nel rapporto è citato Selfiecity.net, un sito dal quale osservare selfie che provengono da ogni parte del mondo.
Nel rapporto vengono citati anche gli ultimi trends del mondo del Selfie come “Hand Selfies“, “Animal Selfies“, “Shoes on Floor“, “Kid Selfies“, “Belfies” e altri. E c’è spazio amche per le invenzioni legate al mondo dei Selfie, come non citare allora il Selfie Stick, questo bastone che permette di scattare selfie a distanza, cosa impossibile prima se non avendo braccia lunghe qualche metro.
E a proposito di braccia lunghe, il rapporto cita anche alcuni ricercatori che indagano il fenomeno dal punto di vista dell’impatto sociale e psicologico. Ebbene, dovete sapere che ricercatori di Harvard hanno scoperto che le nostre braccia sono cresciute negli ultimi due anni di 0.5 pollici (1,27 centimetri per la precisione). Ehm….a causa dei selfie? E non è finita, perché gli stessi ricercatori prevedono che le nostre braccia si allungheranno di 4-5 centimetri entro la fine del secolo! Questa suona molto come un’esagerazione però.
Il rapporto indica anche che per fare un selfie ci vuole del tempo. Uno studio, The Body Shop, ha scoperto che le inglesi impiegano 753 ore della loro vita (1 mese!) per fare il loro miglior selfie.
Inoltre, sembra che gli uomini, lo dice una ricerca dell’Ohio State University, che pubblicano un sacco di selfie sono più narcisisti di quelli che non lo fanno. E ancora Selfiecity.net evidenzia come siano le donne a prendere sul serio i selfie più degli uomini, il 61,6% solo a New York.
Insomma, questo rapporto contiene davvero tutto ciò che riguarda il mondo dei Selfie e se volete scaricarlo potete farlo da questo link.
Per approfondire sull'argomento:http://coynepr.com/selfie-report

I persuasori occulti e il neuro marketing



La pubblicità può essere descritta come la scienza di fermare l’intelligenza umana abbastanza a lungo da ricavarne denaro”, Stephen Leacock

Di Marcello Pamio
Nel 1957 il giornalista Vance Packard scrisse “I persuasori occulti”, un libro che svelava i trucchi psicologici e le tattiche usate dal marketing, per manipolare le nostre menti e convincerci a comprare.
Libro inquietante per l’epoca. Oggi però, i pubblicitari sono diventati più bravi, furbi e spietati.
Grazie ai nuovi strumenti tecnologici, alle scoperte nel campo del comportamento, della psicologia cognitiva e delle neuroscienze, sanno cosa ha effetto su di noi molto meglio di quanto noi stessi possiamo immaginare.
Scansionano i nostri cervelli e mettono in luce le paure più nascoste, i sogni, i desideri; ripercorrono le orme che lasciamo ogni volta che usiamo una tessera fedeltà o la carta di credito al supermercato.
Sanno cosa ci ispira, ci spaventa e cosa ci seduce, e alla fine, usano queste informazioni per celare la verità, manipolarci mentalmente e persuaderci a comprare.
Vediamo alcune strategie messe in atto dai “persuasori”.
Il Kids marketingGran parte del budget del marketing è impiegata per impiantare i brand (marchi) nel cervello dei piccoli consumatori, perché le nostre preferenze per i prodotti attecchiscono dentro di noi ancora prima di nascere. Il linguaggio materno è udibile dall’utero, ma quello che non si sapeva è che la musica lascia nel feto un’impressione duratura in grado di plasmare i gusti che avranno da adulti.
Le ultime scoperte confermano che ascoltare reclame e jingle pubblicitari nell’utero ci predispone favorevolmente nei confronti dei brand associati. Il marketing lo sa e ha iniziato ad escogitare modi per capitalizzare tale spregiudicato fenomeno…
Con il kids marketing si coinvolgono i bambini nei giochi, monitorando il loro comportamento e preferenze, il tutto per aggiornare gli assortimenti dei supermercati: ridisegnare forma e colore degli scaffali, arricchire i totem posizionati di fianco alle casse, ecc. Non a caso giocattoli e merendine sono disposti a circa un metro da terra, alla portata dei più piccoli.
I bambini sotto i tre anni (guardano 40.000 spot pubblicitari all’anno e conoscono più nomi di personaggi pubblicitari che animali), solo negli Usa, rappresentano un mercato da 20 miliardi di dollari!
A 6 mesi i bambini sono in grado di formarsi un’immagine mentale di loghi, e infatti i biberon e passeggini vengono decorati con personaggi ad hoc. I loghi riconosciuti a 18 mesi saranno preferiti anche da adulti.
Per finire, condizionando i bambini agli acquisti si condizionano anche i genitori: il 75% degli acquisti spontanei può essere ricondotto a un bambino e una madre su due compra un alimento che è stato chiesto dal figlio.
Marketing della paura e nostalgiaLa paura è un’emozione che stimola la secrezione di adrenalina, scatenando il riflesso primordiale del combatti o fuggi. Tale riflesso produce a sua volta un altro ormone, l’epinefrina che determina un piacere estremo.  Il sangue affluisce ad arti e muscoli, per cui il cervello ne sarà privato, e questo ci rende incapaci di pensare con lucidità: la paura è persuasore molto efficace (psicofarmaci, vaccini, ecc.). Le case farmaceutiche spendono decine di miliardi di dollari per inventare nuove malattie e alimentare le nostre paure. Risultato? Le vendite di farmaci da ricetta in America raggiungono i 235 miliardi di dollari all’anno.
Spesso l’approccio consiste nell’evocare emozioni negative, indi presentare l’acquisto del prodotto come l’unico e veloce modo di liberarsi di quell’emozione. Pubblicità più sofisticate adoperano invece l’umorismo come rinforzo positivo: far ridere è un ottimo mezzo per far simpatizzare con il prodotto.
Viceversa, struggersi nei ricordi migliora l’umore, l’autostima e rafforza le relazioni.
La nostra predilezione per la nostalgia dipende dal fatto che il cervello è programmato per ricordare le esperienze passate come più piacevoli di quanto le avessimo ritenute nel momento. Tendiamo a valutare gli eventi passati in una luce più rosea.
Anche la nostra età percepita è un fattore cruciale nelle decisioni di acquisto: più invecchiamo e più rimpiangiamo il passato. Il “marketing della nostalgia” è una strategia di grande efficacia, con cui i pubblicitari riportano in vita immagini, suoni e spot del passato per venderci un brand.
Le dipendenze I cibi ricchi di grassi e zuccheri (cioccolate, patatine, merendine...) sono tra i prodotti che generano più dipendenza. Le aziende arricchiscono appositamente i loro prodotti con sostanze che creano assuefazione (glutammato monosodico, caffeina, sciroppo di mais, aspartame, zucchero).
Uno studio pubblicato su “Nature Neuroscience”, dimostra che questi alimenti agiscono sul cervello in modo quasi identico alla cocaina e all’eroina!
Lo zucchero stimola la secrezione della dopamina, il neurotrasmettitore del benessere, mentre la caffeina ne inibisce il suo riassorbimento, facendoci sentire briosi e vivaci, e dall’altra  stimola l’adrenalina che ci fa sentire carichi.
Anche i giochi danno una dipendenza fisiologica fortissima, il cervello infatti reagisce rilasciando più dopamina. Per questo le aziende cercano di aumentare le vendite di Playstation e Wii, anche perché hanno scoperto che quando i giochi sono progettati a dovere, non fanno sviluppare soltanto una dipendenza dal gioco stesso, ma possono riprogrammare il cervello rendendo dipendenti dall’atto di comprare, dallo shopping.
Usano i videogiochi per trasformarci in drogati dello shopping: brandwashing.
Vanity sizingE’ un bieco trucco con cui alcuni negozi vendono abiti più larghi per farci credere di indossare una taglia più piccola.
Le taglie riportate nelle etichette di abbigliamento spesso non corrispondono a quelle reali: sono di una taglia più bassa. Il neuromarketing sa benissimo che ambo i sessi comprano più volentieri un prodotto che li fa sembrare più magri, anche se ciò non è vero.
Celebrity marketingSfruttano la fama delle celebrità (attori, sportivi, ecc.) per lavarci il cervello, perché un prodotto associato a una persona famosa esercita un ascendente subliminale potentissimo.
Il “celebrity marketing” fa leva sul fatto che sogniamo di diventare famosi, belli e popolari, vogliamo essere loro o almeno essere come loro.
Non a caso il numero delle persone famose si è moltiplicato negli ultimi anni, grazie a programmi creati ad arte: reality show, intrattenimento, ecc. Aumentano i testimonial per poterli usare per la pubblicità.
Data miningSi tratta di un business enorme che consiste nel tracciare e analizzare il comportamento dei consumatori, per poi categorizzare ed elaborare i dati e usarli per persuaderci a comprare e, a volte, a manipolarci.
Le aziende possono conoscere le nostre abitudini, l’etnia, il sesso, l’indirizzo, il telefono, il numero dei componenti della famiglia e molto altro ancora. Il nome tecnico è “Ricerca motivazionale”, e in pratica vanno alla ricerca delle motivazioni che stanno alla base dei comportamenti di acquisto dei consumatori.
Analizzando i dati delle carte fedeltà e incrociandoli con quelli delle carte di credito, è possibile scoprire delle cose inquietanti su tutti noi.
I “programmi fedeltà” infatti esistono solo per persuaderci a comprare di più.
Ogni volta che usiamo tali carte, viene aggiunta al nostro archivio digitale l’indicazione di quello che abbiamo comprato, le quantità, l’ora, il giorno e il prezzo. Quando usiamo le carte di credito, l’azienda archivia la cifra e la tipologia merceologica: ad ogni transazione è assegnato un codice di quattro cifre che indica la tipologia di acquisto.
Dove questi dati vadano a finire è facile da immaginare.
Percorsi e orientamentoSapevate che si spende di più se ci muoviamo nel negozio in senso antiorario?
Il braccio destro ha più margine di movimento per afferrare i prodotti; la guida delle auto, tranne alcuni paesi, è a destra e leggiamo da sinistra a destra, per cui i nostri occhi tendono a seguire questo movimento anche quando si è davanti a uno scaffale.
I supermercati sono pensati per favorire la circolazione dei clienti da destra a sinistra, col risultato che le cose più acquistate sono sempre sugli scaffali a destra. Le grosse industrie, sapendo questo, posizionano i loro prodotti civetta sempre a destra.
La porta d’ingresso è sempre a destra, e questo è un modo subdolo nel determinare il flusso d’acquisto antiorario.
Infine i percorsi contorti all’interno servono per farci camminare lentamente, e più lentamente ci muoviamo, più prodotti vedremo…e saremo tentati di comprare.
I beni di prima necessità come sale, zucchero, ecc., sono posizionati lontanissimo dall’ingresso e difficili da scovare, obbligandoci a ripercorrere più volte le corsie facendoci girare l’intero supermercato. Addirittura in molti supermercati cambiano di posto i prodotti una volta al mese, per impedirci di trovare facilmente quello che cerchiamo.
L’istituto ID Magasin, specializzato in ricerche comportamentali e di mercato, ha messo a punto un dispositivo per registrare ciò che il cliente guarda da quando entra a quando esce, scoprendo che l’area più osservata negli scaffali è a circa 20 centimetri al di sotto del nostro orizzonte visivo.
Un prodotto collocato a un metro e mezzo d’altezza ha la massima probabilità d’essere notato e quindi di essere acquistato.
La musica è servita
Quale musica è meglio: rock, metallica, samba o sinfonica?
A questo ci pensano aziende come Muzak, gli “architetti audio”, che hanno progettato 74 programmi musicali in 10 categorie diverse, che spaziano dal rock, alla classica, e tutte sortiscono un effetto psicologico ben preciso e diverso.
Anche la velocità e il ritmo sono importanti. Nei supermercati la musica è lenta perché dobbiamo muoverci più lentamente per comprare di più, mentre nei fast-food e ristoranti è più veloce allo scopo di accelerare il ritmo della masticazione, in questo modo ci spingono ad andarcene prima per servire più clienti.
I carrelli della spesaNel 60% dei carrelli si trovano batteri coliformi, gli stessi dei bagni pubblici. Uno studio ha trovato più batteri di tutte le altre superfici analizzate, inclusi water e poggiatesta dei treni.
Il carrello è stato inventato nel 1938, con l’unico intento di stimolare gli acquisti, e nel corso degli anni le dimensioni sono aumentate permettendo di contenere più prodotti.
Oggi si trovano carrelli di dimensione ridotta dedicati ai bambini, e in questa maniera da una parte vengono abituati e indottrinati fin da piccoli a usarlo, dall’altra possono riempirlo con i prodotti posizionati alla loro altezza.
EsposizioniLe industrie pagano per posizionare i loro prodotti dove possono essere visti più facilmente dalle persone: un metro e mezzo da terra, a destra e a fine corsia.
Posizionano a fine corsia, dove c’è anche più spazio, prodotti ad alto profitto, come le cioccolate e che ispirano acquisti compulsivi.
Le persone comprano il 30% in più di prodotti che sono posizionati nelle esposizioni di fine corsia, rispetto quelli a metà corridoio, perché si pensa che “il vero affare è alla fine”.
Attenzione agli amiciParadossalmente il persuasore occulto più potente sono proprio gli amici. Il marketing e le aziende non possono nulla in confronto all’influenza esercitata da un consumatore sull’altro. Nulla è più persuasivo quanto osservare una persona che conosciamo e rispettiamo intenta a usare un prodotto.
Quando un brand ci è raccomandato da un’altra persona, nel nostro cervello le aree razionali e procedurali si disattivano. Tali meccanismi spiegano come mai la pubblicità basata sul passaparola ci resta in testa per settimane, mentre non ricordiamo gli spot televisivi visti alla mattina.
ConclusioneAveva ragione Edward L. Bernay, padre della Propaganda, quando scrisse nel 1928 che “gli uomini raramente sono consapevoli delle vere ragioni che stanno alla base delle loro azioni”.
Questo articolo è incompleto perché il materiale su tali argomenti è faraonico, ma dopo questa lettura forse saremo un po’ più consapevoli del piano diabolico del neuromarketing.
La consapevolezza, assieme a un percorso di crescita evolutivo-spirituale, rimangono gli strumenti più potenti per difendersi dalla persuasione….e non solo.
Partendo da hic et nuncqui e ora, è molto importante essere presenti il più possibile nella nostra vita. La tv, in quanto strumento prìncipe della manipolazione, meno la guardiamo e meglio è per tutti, soprattutto per i bambini. Infine, evitare di fare la spesa durante gli orari di pranzo e cena, perché lo stimolo della fame incentiva acquisti compulsivi, non usare il carrello e portarsi sempre la lista della spesa.
Questi consigli sono banalità o possono far tremare i polsi alle multinazionali? Lo sapremo solo se li metteremo in pratica…
Tratto da:
- "Neuroschiavi: tecniche e psicopatologia della manipolazione politica, economica e religiosa", Marco Della Luna e Paolo Ciono, ed. Macro
- "Le bugie del neuromarketing: come le aziende orientano i nostri consumi", Martin Lindstrom, ed. Hoepli
- "Neuromarketing",Martin Lindstrom, ed. Apogeo
- "Il libro che le multinazionali non ti farebbero mai leggere", ed. Tascabili Newton
- "Propaganda: dalla manipolazione dell'opinione pubblica in democrazia", Edward Louis Bernays, ed. Fausto Lupetti
- "I persuasori occulti", Vance Packard, ed. Einaudi



Fonte:Effervescienza -nr. 46 ottobre 2012

http://disinformazione.it/persuasori_occulti.htm