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Santorini, l’isola di San Valentino tra il mito di Atlantide e le più violente eruzioni vulcaniche della storia

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Di Sara Di Salvo
Incantevole e romantica, Santorini è una delle mete preferite dalle coppie di tutto il mondo, che giungono sull’isola per trascorrere le loro vacanze ma anche per sposarsi o per passarvi la luna di miele. Ogni anno vengono qui celebrati più di mille matrimoni e il trend è in crescita. Santorini è l’isola romantica per eccellenza, grazie alle sue alte scogliere di mille colori che si gettano a picco nel blu del mare, ai caratteristici borghi di casette bianche arroccate sulle sue pareti scoscese e agli spettacolari tramonti che si possono ammirare dall’alto della caldera.
È davvero una delle più belle e suggestive isole del mondo, non solo per il fascino dei suoi pittoreschi precipizi, per il mito di Atlantide che ad essa è legato o per il contrasto tra il color cobalto del mare, il bianco della pietra pomice che ammanta l’isola e l’intenso nero della pietra lavica. Ciò che rende unica questa isola è il fatto che, nonostante richiami alla mente momenti di relax e romanticismo totale, Santorini sia, allo stesso tempo, uno dei più violenti vulcani presenti sulla Terra, un immenso museo geologico e vulcanologico, a cielo aperto.
Santorini è la più meridionale delle Cicladi e si trova a circa 140 km a Nord di Creta ed insieme all’isola di Christiana e al vulcano sottomarino di Kolumbo, forma un vero e proprio campo vulcanico. È costituita dalle tre isole di Thera, Therasia ed Aspronisi, le quali costituiscono l’anello esterno, e dalle due isole centrali di Palea e Nea Kameni. Si tratta di uno dei centri eruttivi più grandi del Quaternario, e le sue scogliere preservano le sequenze laviche e piroclastiche mostranti la lunga storia eruttiva del vulcano.


FONTE E ARTICOLO COMPLETO: http://www.meteoweb.eu/2014/02/santorini-lisola-di-san-valentino-tra-il-mito-di-atlantide-e-le-piu-violente-eruzioni-vulcaniche-della-storia/262849/#ooVhW3st2AP7riGv.99

10 ANTICHI MITI E LE LORO POSSIBILI SPIEGAZIONI SCIENTIFICHE

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Le foto di 10 personaggi e luoghi leggendari, la cui storia è forse ispirata a reali cataclismi geologici.

< 1/10 > Oracolo di Delfi. Una panoramica di ciò che resta del santuario di Atena Pronaia a Delfi (Grecia) accanto al tempio di Apollo, quello del celebre oracolo della Pizia. Narra il mito che la Pizia, la sacerdotessa che pronunciava gli oracoli in nome del dio Apollo nel santuario di Delfi, lo facesse in uno stato di euforia mistica indotto dai vapori che fuoriuscivano da una fessura nella roccia.




Possibile spiegazione. Il tempio, i cui resti sono visibili ancora oggi, si trova in una zona particolarmente attiva dal punto di vista sismico e sotto di esso sono state individuate due faglie, dalle quali è possibile venisse emanato gas. Sulla natura del gas e sulle sue proprietà allucinogene, tuttavia, ancora si dibatte. C’è chi ipotizza si trattasse di etilene, chi di benzene o di un mix tra metano e anidride carbonica.
< 2/10 > Atlantide. Tutte le possibili collocazioni fino ad oggi ipotizzate per l’isola di Atlantide citata nei Dialoghi di Platone. Questo regno utopico e potentissimo (che avrebbe avuto per millenni il dominio del Mediterraneo) sarebbe stato distrutto in un solo giorno da un grande cataclisma, in seguito al tentativo fallito dei suoi abitanti di invadere Atene.
Possibile spiegazione. Il mito di Atlantide sembrerebbe un espediente letterario che Platone utilizzava per illustrare le proprie idee politiche. Ma molti hanno provato a ipotizzare la collocazione dell’isola scomparsa. La sua storia potrebbe essere stata ispirata dalla catastrofica eruzione del vulcano Thera, situato nell’Egeo dove oggi si trova l’isola di Santorini. Il suo risveglio 3500 anni fa provocò il collasso di una parte dell’isola, imponenti tsunami e una nube di anidride solforosa che contribuirono probabilmente anche al declino della civiltà minoica sulla vicina Creta.
< 3/10 > L’Arca di Noè. Si arenò sulla cima del Monte Ararat dopo lunghi giorni di navigazione nelle acqua che Dio mandò per distruggere la Terra.
Possibile spiegazione. All’origine del mito ripreso in molte diverse civiltà potrebbero esserci alluvioni localizzate in particolari regioni del mondo (e non, come nel mito, su scala globale) che per alcune settimane ricoprirono ogni fazzoletto di terra disponibile. Una delle ipotesi più accreditate è che l’episodio biblico si ispiri a una catastrofica alluvione che interessò l’area dell’attuale Mar Nero intorno al 5000 a.C. La leggenda potrebbe anche essere servita a spiegare il ritrovamento di fossili di pesci in cima a rilievi montuosi, un fatto che oggi sappiamo dipendere dalla tettonica delle placche terrestri.
< 4/10 > Una dea nel Kilauea. Il turbolento vulcano hawaiano sarebbe la dimora, secondo il mito, della dea del fuoco Pele. Per vendicarsi della sorella, rivale in amore, la divinità avrebbe incendiato un’intera foresta, e scaraventato l’amato “conteso” all’interno del cratere. La sorella, disperata, prese a scavare nel vulcano, lanciando in aria lapilli, finché non ritrovò l’uomo e si ricongiunse a lui.
Possibile spiegazione. La “soap opera” famigliare servirebbe a spiegare la colossale eruzione di lava, durata 60 anni, che nel 15esimo secolo interessò 430 chilometri quadrati di foresta nell’isola grande di Hawaii. L’ossessivo scavare della sorella di Pele rappresenterebbe invece la successiva formazione della caldera del Kilauea, nelle Hawaii.
< 5/10 > Il ponte di Rama. Nel poema epico induista Ramayana, la moglie del dio Rama, Sita, viene rapita e portata sull’isola di Lanka, nel Regno dei Demoni. Con l’aiuto dei Vanara, un potente popolo di uomini scimmie, Rama e il fratello costruiranno un ponte che colleghi l’estremità meridionale dell’India con Lanka e grazie ad esso riusciranno a liberare Sita.
Possibile spiegazione. mmagini satellitari hanno rivelato una striscia di pietre calcaree lunga 29 chilometri che un tempo collegava India e Sri Lanka, una specie di “ponte” naturale che sarebbe stato sommerso dall’innalzamento del livello dei mari durante l’ultima era glaciale. È possibile che fino 4500 anni fa fosse attraversabile a piedi.
< 6/10 > Il lago esplosivo. Narra una leggenda del Camerun che per un breve periodo la popolazione dei Kom visse nella terra dei Bamessi. Ma il re ospite ordì un complotto per uccidere i maschi dei Kom e per vendicarsi, il leader dei Kom disse alla sorella che si sarebbe impiccato e il suo sangue avrebbe formato un lago pieno di pesci, da cui il suo popolo avrebbe dovuto tenersi alla larga. I Kom abbandonarono la terra e il lago rimase ai Bamessi. Nel giorno dedicato alla pesca, il lago esplose uccidendo chiunque si trovasse nei paraggi.
Possibile spiegazione. Che sia venuto prima il mito o la realtà, qualcosa di simile è accaduto davvero. Il 21 agosto 1986 dal lago vulcanico Nyos si levò una nube di anidride carbonica che uccise oltre 1700 persone e 3500 capi di bestiame. Il Nyos giace nel cono di un vulcano dormiente ed è probabile che la CO2 normalmente tenuta a bada dalla pressione dell’acqua, abbia innescato la risalita di una mega bolla di gas.
< 7/10 > Namazu, il pesce dei terremoti. Sotto alla superficie del Giappone si nasconderebbe, secondo una popolare leggenda, un gigantesco pescegatto di nome Namazu, tenuto a bada da un dio, Kashima, che ha posto una gigantesca pietra sopra alla sua testa. Quando Kashima lascia il suo posto di guardia, il pesce si agita e scuote le pinne, provocando i violenti terremoti che caratterizzano il paese.
Possibile spiegazione. Non occorre lo “zampino” di un pescegatto: il Giappone giace sulla linea di giunzione di diverse placche tettoniche, è attraversato da faglie sismiche e costellato di vulcani. E il pescegatto, secondo la tradizione, sarebbe in grado di prevedere i terremoti (benché non esistano prove scientifiche a riguardo). I due fatti sono quindi stati fusi in un’unica leggenda.
< 8/10 > La Chimera. Il mitologico mostro sputafuoco descritto nell’Iliade, con la testa di leone e la coda di serpente, avrebbe a lungo terrorizzato, spargendo fiamme e distruzione, le coste dell’attuale Turchia (finché il greco Bellerofronte non riuscì a sconfiggerlo ritorcendo la sua stessa forza contro di esso).
Possibile spiegazione. Basi scientifiche. Nel sudovest della Turchia i turisti possono ancora oggi ammirare il sito di Yanartas, caratterizzato da decine di fuochi perpetui alimentati dal metano che fuoriesce dalle rocce. Queste fiamme servivano probabilmente da punto di riferimento ai naviganti, che le intravedevano dalle coste, e potrebbero aver contribuito alla nascita del mito.
< 9/10 > La nascita del Crater Lake. Quando i primi europei arrivarono nel nordovest degli Stati Uniti, sulla costa pacifica, scoprirpono che i nativi americani non si avvicinavano al Crater Lake, un lago vulcanico situato nella caldera del Monte Mazama, perché credevano che qui si fosse tenuta una sanguinosa lotta tra Llao, il dio degli inferi e il rivale Skell, dio del cielo. I due si sarebbero lanciati rocce e fiamme finché il vulcano non collassò trascinando Llao sottoterra. La pioggia che cadde in seguito formò l’attuale lago.
Possibile spiegazione. Il mito descrive piuttosto fedelmente – lotte divine a parte – ciò che accadde nella realtà 7700 anni fa: un’imponente eruzione vulcanica, il collasso della caldera, e la pioggia che riempì il bacino di acqua. Il mito sopravvisse, per tradizione orale, per migliaia di anni, un fatto piuttosto incredibile (di solito secondo gli esperti, simili storie si tramandano al massimo per 600-700 anni.
< 10/10 > L’isola scomparsa. Narrano gli abitanti delle Isole Salomone, nel Sud del Pacifico, che un giovane, Rapuanate, si fosse innamorato di una donna dell’Isola di Teonimanu, ma che questa gli fu sottratta dal fratello. Per vendicarsi Rapuanate ricorse a un sortilegio e fece sprofondare la terra dell’amata in mare.Nell’arcipelago delle isole Salomone, nel Sud Pacifico, doveva sorgere un tempo anche l’isola di Teonimanu, inabissatasi per un terremoto (o, secondo la leggenda, per un sortilegio d’amore).
Possibile spiegazione. L’isola di Teonimanu è esistita davvero, ma è stata sommersa dall’acqua durante un evento sismico che ne avrebbe causato lo scivolamento nella Fossa delle Filippine, una fossa oceanica situata nel Nord del Pacifico. Ciò che rimane dell’isola è un bassofondo oggi noto come Lark Shoal, situato nella parte orientale dell’arcipelago. Mappe sottomarine hanno rivelato la presenza di diverse isole sommerse sotto centinaia di metri.

ARTICOLO VISTO ANCHE SU http://portalemisteri.altervista.org/blog/10-antichi-miti-e-le-possibili-spiegazioni-scientifiche/

Natale di Roma: la leggenda della fondazione

colosseo a Roma


Di Chiara Foti

Il 21 aprile dell’anno 753 a.C. venne fondata da Romolo la città di Roma e, da allora, il Natale di Romacontinua ad essere celebrato come una data simbolo della città eterna. Ma com’è stata fondata Roma? La leggenda della fondazione ha radici antichissime ed è legata imprescindibilmente alle vicende dell’eroe greco Enea. Scopriamo cosa viene raccontato da millenni.



Enea, dopo essere fuggito da Troia con il padre Anchise e il figlioletto Ascanio e dopo varie peregrinazioni nel Mediterraneo, giunge alle coste del Lazio, dove si imbatte nel re Latino. Non è chiaro se, secondo la leggenda, Enea sia stato accolto benevolmente o sia stato costretto a battersi con il re, ma ciò che è certo è che si innamorò perdutamente della figlia di Latino, Lavinia. Il re fu costretto ad assecondare il volere dei due giovani: Enea sposò la sua amata e fondò la città di Lavinio in suo onore. Trent’anni dopo, il figlio di Enea, Ascanio, fondò la città di Alba Longa, nella quale regnarono i suoi discendenti per numerose generazioni. Quando però re legittimo di Alba Longa diventa Numitore, il fratello Amulio non ci sta: spodesta il fratello e costringe sua nipote, Rea Silvia, alla castità, in modo tale da non permetterle di generare figli che potessero usurpargli il trono.
Tuttavia, il dio Marte s’invaghisce della ragazza e la rende così madre di due gemelli, Romolo e Remo. Il re illegittimo Amulio, venuto a conoscenza della nascita, ordina l’immediato assassinio per annegamento dei due bambini. Il servo incaricato di ucciderli non riesce però a compiere un gesto così infausto, decide allora di affidare il destino dei gemelli al fiume Tevere, facendoli portare dalla corrente custoditi in una cesta. A trovarli fu una lupa che, scesa al fiume per abbeverarsi, li portò a riva e li allattò per sfamarli. A questo punto entra in scena il pastore Faustolo, che trova i bambini mentre vengono allattati dalla lupa e decide di portarli a casa con sé, per allevarli insieme alla moglie Laurenzia. Una volta adulti, Romolo e Remo vengono a conoscenza delle proprie origini e decidono di tornare ad Alba Longaper riprendersi quello che gli spetta: uccidono quindi Amulio e rimettono sul trono Numitore, ottenendo il permesso di poter fondare un’altra città da amministrare fin quando non  avessero potuto regnare su Alba Longa. 
I due però non riescono ad accordarsi: Romolo vuole chiamarla Roma e fondarla sul colle Palatino, Remo preferirebbe chiamarla Remora e fondarla sull’Aventino; decisero così che ad avere la meglio sarebbe stato colui che, osservando il cielo, avesse contato il maggior numero di uccelli. Vinse Romolo, che tracciò il solco che avrebbe delimitato la città sul colle Palatino. Era il 21 aprile del 753 a.C.data simbolo del Natale di Roma e della fondazione ufficiale. Remo però si adirò per la vittoria del fratello, sostenendo che fosse frutto dell’inganno e iniziando ad infastidirlo, nacque tra i due una disputa che si concluse tristemente con l’omicidio di Remo da parte di Romolo, che divenne così il primo re di Roma.
Questa, la storia affascinante e leggendaria della fondazione della città eterna, sulla base della qualeancora oggi si celebra il famoso Natale di Roma.

IL MITO DEGLI UFO NAZISTI

Premessa

Sulla tematica degli UFO nazisti in questo blog sono già stati pubblicati degli articoli(tra cui http://informazioneconsapevole.blogspot.it/2015/08/il-mistero-degli-ufo-nazisti1-parte.html) in cui si parla del mistero di tae tematica.Nell'articolo qua riportato e ripreso dal sito "ufo.it" si sostiene che quello degli UFO nazisti sia un mito artificalmente creato dopo la Seconda Guerra Mondiale.
Qualunque sia la verità, per correttezza di informazione in questo blog viene dato risalto alle diverse opinioni in merito, auspicando che possano essere uno spunto in più per farsi un'idea personale sul tema.

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Cosa sono

Per "UFO nazisti" si intendono i presunti velivoli a forma discoidale che sarebbero stati progettati e/o realizzati dai tedeschi sul finire della Seconda Guerra Mondiale e, stando ad ulteriori, più recenti versioni della leggenda, sviluppati al punto da diventare vere e proprie astronavi interplanetarie ed addirittura interstellari.
Le storie si possono dividere in due filoni principali abbastanza diversi tra di loro: uno nato nel 1947, contemporaneamente all'apparire dei dischi volanti, e sviluppatosi a partire dal 1950, l'altro, intorno ai primi anni ottanta del secolo ventesimo. In ogni caso non esiste alcun documentato riscontro storico, ma soltanto dichiarazioni di pretesi inventori per il primo filone e ancora più bizzarre elucubrazioni, spesso fantascientifiche, per il secondo.

  Le Origini del Mito

Negli ultimi anni della seconda guerra mondiale i servizi segreti alleati ricevettero una grande quantità di segnalazioni frammentarie, per lo più delle voci, relative a nuove e fantastiche armi in corso di sviluppo da parte dei tedeschi. Una parte di esse si riferiva al vero sviluppo delle V-1 e V-2 o di altri sistemi d'arma, ma molte altre parlavano di fantastici armamenti che spesso sconfinavano nell'immaginazione (missili giganteschi, bombe distruttrici di vario tipo, raggi della morte, ecc ...) e di cui non si trovò poi alcuna traccia storica nei documenti conosciuti catturati alla fine delle ostilità.
A partire dai giorni successivi all'armistizio sul fronte europeo e fin quasi alla fine degli anni '40 la stampa riportò assai spesso notizie relative alla scoperta di progetti tedeschi di nuove armi segrete, soprattutto circa missili ed aerei a reazione, di concezione avanzatissima. Furono pubblicate anche notizie, sempre presentate con una certa aura di mistero, su armi che sembravano uscire dai fumetti di fantascienza: bombe congelanti, gas paralizzanti, raggi della morte, aerei in grado di volare a 10.000 miglia all'ora, enormi satelliti artificiali dotati di specchi per bruciare il nemico e così via. Tra gli altri, nel 1947 il giornalista italiano Lugi Romersa sul settimanale "Oggi" riferì di essere stato testimone dell'esperimento, condotto nell'ottobre 1944 sull'isola baltica di Ruegen, dell'esplosione di una fantomatica "bomba disgregatrice" assai simile negli effetti ad una bomba atomica[1]. Nel 1947 il divulgatore scientifico francese Albert Ducrocq pubblicò un libro dedicato all'argomento delle armi segrete tedesche[2] (in seguito usato come fonte primaria da altri autori e giornalisti, anche italiani) dove accanto ad armamenti e progetti realmente esistenti erano presentati altri che erano del tutto sopravvalutati ed altri ancora che appartenevano con ogni probabilità al regno della fantasia. Lo stesso anno un giornalista argentino pubblicò un libro[3] in cui si affermava che Hitler era scappato da Berlino e, per mezzo di un convoglio di sottomarini di ultima generazione, si era rifugiato in Patagonia o in Antartide, portando con se il meglio dei progetti più avanzati della tecnologia nazista.
Fin dall'immediato dopoguerra una serie di articoli giornalistici, di racconti[4] e di fumetti propagarono l'idea che Hitler fosse ancora vivo o che almeno i suoi scienziati fossero scappati in qualche località remota da dove stavano mettendo a punto delle armi rivoluzionarie per conquistare il mondo. Un curioso libro che toccava questo argomento fu pubblicato in Italia nel 1948[5], mentre lo stesso anno il settimanale "La Domenica del Corriere" pubblicò una serie di quattro articoli[6] in cui si suggeriva che i dischi volanti (ma anche i misteriosi sottomarini osservati nelle acque di diverse nazioni, soprattutto in SUdamerica) fossero delle armi di gruppi di nazisti fuggiti al crollo del Terzo Reich. La letteratura prodotta da allora sul mito della sopravvivenza di Hitler, spesso legata ad una scienza mirabolante, è stata copiosa sia da parte di gruppi neo-nazisti o a loro vicini, sia da altre fonti. [7] Già in occasione delle osservazioni di "razzi fantasma" sulla Scandinavia (e sulla stessa Italia) circolarono delle voci che vedevano in quei misteriosi ordigni dei "razzi postali" per la comunicazione tra cellule naziste. [8]
Nel suo com  plesso l'idea espressa era forte ed affascinante: la malvagia scienza nazista aveva prodotto delle meraviglie tecnologiche quasi incredibili e forse ancora dell'altro. Ora questa tecnologia era stata catturata dagli Alleati (sopratutto dagli americani), ma anche dal nemico russo: il pericolo poteva giungere da armi segrete sovietiche sviluppate proprio sulla base di tecnologia nazista[9]. Nel corso degli anni della guerra fredda, soprattutto sino alla fine degli anni '50, nei paesi occidentali girarono molte voci relative appunto ad improbabili quanto fantastiche armi russe, dischi volanti compresi, di cui poi non si rinvenne alcuna traccia[10]. L'idea del disco volante come invenzione terrestre fu anche alla base del primo lungometraggio dedicato ai dischi, "The Flying Saucer", girato nel 1949 ed uscito negli Stati Uniti il 1° gennaio 1950, anche se il 15 febbraio 1949 era uscito il serial in quindici puntate "Bruce Gentry, Daredevil of the Skies", in cui, per la prima volta sullo schermo, appariva un disco volante terrestre (con tanto di cupola, il tutto realizzato sotto forma di cartone animato) inventato dal cattivo di turno.
Durante l'ondata americana di avvistamenti di dischi volanti del 1947 una delle prime ipotesi fu proprio quella dell'arma segreta, amica o nemica. Fin dai primi di luglio apparvero sulla stampa le affermazioni di chi pretendeva di essere l'inventore dei dischi. Per esempio, un orologiaio di 34 anni di Chattanooga (Tennessee) disse di avere inviato fotografie e disegni di un modello di disco al Dipartimento della Guerra nel 1943, ma gli fu risposto che l'idea non era fattibile, consigliandogli di prendere contatto con l'industria aeronautica privata. Era però convinto che il governo avesse usato il suo progetto per produrre i dischi, che lui riteneva essere propulsi da "energia atomica" (mentre nel suo progetto era azionati da una cinghia di gomma).[11] Un tale ingegnere inglese di nome Ashlin, residente a Valparaiso (Cile) affermò che i dischi volanti erano delle armi segrete. Lui stesso aveva proposto nel 1940 un progetto simile al governo britannico, che, però, lo rifiutò. I dischi erano fatti di un metallo speciale e ruotavano su se stessi a velocità enormi. [12] Un idraulico di Vancouver (Canada) riferì di un proprio progetto per un aeromobile circolare a forma di doppio piatto, che, sebbene giudicato possibile, fu rifiutato dalla Boeing nel 1942[13].
Alcuni militari americani temevano che i dischi potessero essere velivoli sovietici sviluppati sulla base di progetti nazisti. Costoro facevano notare che la forma degli oggetti visti da Arnold era molto simile a quella del prototipo di caccia a reazione tedesco Horten Ho 229. Anche Fred Crisman, uno dei protagonisti del dibattuto falso di Maury Island del 1947, dichiarò di "avere letto su una rivista" che i dischi potevano derivare da una tecnologia catturata ai tedeschi. [14]
L'11 luglio 1947 un tale dottor T.Kelterborn (forse un dentista) scrisse al governatore americano di Francoforte una lettera in cui citava l'articolo di un quotidiano di Dortmund dedicato agli avvistamenti di dischi volanti negli Stati Uniti. Si presentava come l'inventore dei dischi: nel 1944 avrebbe mandato la richiesta di brevetto all'apposito ufficio di Berlino, senza pero' ricevere alcuna risposta. La sua invenzione era probabilmente caduta nelle mani dei Russi, che stavano facendo volare i dischi nei cieli americani. Ovviamente si metteva a disposizione delle autorità americane per rivelare i dettagli della sua invenzione.
Un altro cittadino tedesco, Hans-Adalbert Ahuis, residente a Asnabruck, scrisse una lettera all'ambasciata USA in Germania il 16 Luglio. Si riferiva agli avvistamenti di dischi volanti in America, citando in particolare il ritrovamento di Roswell, ritenendoli seri e non frutto di visioni, e definendosi un esperto. L'uomo affermava di avere sviluppato, nel 1936, un modello di "disco volante". Le sue prestazioni sarebbero state eccellenti e si offriva di proseguire la ricerca e lo sviluppo di questo aereo circolare in un qualche luogo degli Stati Uniti.
Sempre nel 1947, il 5 agosto, un tale Guido Bernhardy di Francoforte scrisse una bizzarra lettera al generale americano Clay per rivelargli il "segreto dei dischi volanti". L'uomo affermava che durante la guerra aveva lavorato in una fabbrica sotterranea tedesca dove venivano sviluppati progetti avanzati di aerei a reazione e di avere saputo che un tale professor Maurer era coinvolto in alcuni progetti atomici destinati ad aumentare la gittata di missili. Inoltre due sensitivi si sarebbero rivolti a lui da poco, affermando di sapere che due professori tedeschi, il già citato Maurer e Kleistow, avevano creato per conto di Hitler (che era ancora vivo, essendo scappato a bordo di un sottomarino appositamente costruito dalla marina tedesca) i dischi volanti che erano stati visti nelle settimane precedenti. Si trattava di armi micidiali: Europa e Stati Uniti sarebbero stati in pericolo di distruzione, se gli Americani non fossero intervenuti per tempo. Tali dischi avevano una dimensione di 7,50 x 3,45 metri, volavano a "1.900 Km" (la stessa velocità riportata da alcuni quotidiani in relazione ai dischi visti in America) ed avevano un'autonomia "da 50 a 60.000 chilometri". I dischi non sarebbero più apparsi fino al 27 agosto, data in cui ci sarebbero stati avvistamenti sul Texas e sul Kansas. Il 24 settembre di quello stesso anno si sarebbe dovuto tenere, alla presenza dello stesso Hitler, il test di lancio sottomarino di quelli che venivano indicati come "proiettili-disco". [15] Sembra che l'uomo fu interrogato dagli stessi militari americani, che lo definirono come "sincero".
Il Denver Post del 9 novembre 1947 pubblicava un articolo in cui si affermava che tre scienziati tedeschi avevano sviluppato in Spagna, sotto la protezione del generalissimo Franco, un "razzo elettromagnetico" che sarebbe stato responsabile degli avvistamenti di dischi volanti sopra il Nord America, nonchè di uno o due incidenti aerei.
Una curiosa notizia fu pubblicata da alcuni quotidiani il 14 maggio 1949: secondo alcuni ufficiali dell'aeronautica militare americana i dischi volanti erano macchine volanti che sfruttavano il principio del giroscopio e provenivano dalla Spagna, dove si erano rifugiati degli scienziati nazisti e forse lo stesso Hitler.
In questo modo l'apparizione di velivoli misteriosi caratterizzati da forme e da prestazioni fuori dal comune veniva subito messa in relazione con un immaginario altrettanto fuori dal comune: quello della misteriosa tecnologia nazista su cui tanto si favoleggiava. Ad essa si attribuivano possibilità prima impensabili e la paradossale fascinazione del male nazista aumentava la credenza che eventi così strani potessero essere ricondotti all'uso di tale tecnologia.
Curiosamente, il 24 marzo 1950 un tale Heinz Hausman dichiarò di avere scattato una fotografia ad un disco volante mentre si trovava sull'isola di Maiorca, L'oggetto era rotondo e mostrava cinque getti luminosi che uscivano dalla sua circonferenza, come prodotti da altrettanti motori. Il concetto dei dischi dotati di motori (a reazione!) collocati lungo il loro bordo era già stato abbozzato da alcuni illustratori, ma venne ripreso negli anni successivi da molti inventori di dischi volanti tedeschi e da un numero ancora maggiore di illustratori. A seguito di quella fotografia, stando ad una rivista italiana[16], un gruppo di ex-appartenenti ad uno speciale reparto della Luftwaffe inviarono una relazione al cancelliere tedesco Adenauer per manifestare il timore che i progetti del "razzo teleguidato V-7" fossero caduti nelle mani di una potenza straniera.


 1950: arrivano gli inventori dei dischi volanti

A partire dalla metà del marzo 1950 in Italia ed in altre nazioni dei continenti europeo ed americano si verificò una grande ondata di avvistamenti UFO, la prima di tale portata a livello planetario. In questo clima di rinnovato interesse per i dischi volanti (che erano ancora in buona parte considerati come possibili armi segrete, visto che solo tra il dicembre 1949 ed il gennaio 1950 negli Stati Uniti un articolo di Donald Keyhoe sulla rivista "True" aveva popolarizzato, come credibile, la possibilità che si trattasse di veicoli spaziali extraterrestri[17]) nacquero altre storie di inventori ed invenzioni tedesche per i dischi volanti.
Parecchi quotidiani americani tra il 10 ed il 12 marzo 1950 (per esempio "The Post Register" e "Oakland Tribune" del 10 marzo) riportarono che il principe Otto d'Asburgo aveva affermato, in una conferenza tenuta a Salem il giorno 9, che i dischi volanti erano dei velivoli russi in missione di rilevamento geografico. Secondo le sue affermazioni. alla fine della guerra i Russi avrebbero acquisito dai Tedeschi nove diverse armi della serie "V", due delle quali erano state poi completamente sviluppate. Una di esse, grazie all'aiuto di scienziati tedesche, avrebbe poi dato origine ai dischi volanti osservati sopra gli Stati Uniti.
Il Giornale d'Italia 25 marzo 1950
Il Giornale d'Italia 25 marzo 1950
In Brasile, il quotidiano "Folha da Manhã" del 16 marzo pubblicò le dichiarazioni del tedesco Niels Cristiansen (una ex-spia nazista, il cui vero nome era Starzicny: vedasi il capitolo successivo), rilasciate in precedenza ad un quotdiano serale: i dischi volanti erano reali e lui, un ingegnere meccanico che si era formato all'università di Breslau con all'attivo un centinaio di brevetti di invenzioni, aveva partecipato allo sviluppo di uno di quei velivoli quando si trovava a Stettino. Sembrerebbe che tali dichiarazioni (che furono poi riprese nuovamente nel 1952) emersero per la prima volta nel 1948, quando il 5 novembre di quell'anno un altro quotidiano brasiliano "Diario do Tarde" ne parlò in un suo articolo.  Nell'edizione del 24-25 marzo 1950 il quotidiano "Il Giornale d'Italia" pubblicò in prima pagina (in almeno due versioni leggermente diverse) un articolo che probabilmente innescò in modo definitivo la leggenda dei cosiddetti "dischi nazisti". In realtà la notizia fu pubblicata lo stesso giorno su numerosi quotidiani americani, proseguendo poi nei giorni 25 e 26, anche con articoli in prima pagina, grazie ai dispacci diffusi dalle agenzie Associated Press e INS (International News Service). L'ingegner Giuseppe Belluzzo (1876-1952), un esperto di fama mondiale nel settore delle turbine e detentore di numerosi brevetti nonché ex-parlamentare e ministro durante il periodo
Giuseppe Belluzzo fotografato nel 1950 mentre legge la prima pagina de "Il Giornale d'Italia"
Giuseppe Belluzzo fotografato nel 1950 mentre legge la prima pagina de "Il Giornale d'Italia"
fascista, affermava che i dischi volanti erano lo sviluppo di un progetto originale italiano del 1942, successivamente passato ai tedeschi, i quali lo perfezionarono. Alla fine della guerra i progetti sarebbero stati catturati, probabilmente dai russi che avrebbero poi costruito quelli che i testimoni occasionali chiamavano "dischi volanti". L'articolo, firmato dallo stesso Belluzzo, era accompagnato da un disegno tecnico e altri ne vennero pubblicati due giorni dopo su un altro quotidiano [18], mentre la notizia venne ripresa da numerosi giornali italiani[19] e, in seguito, anche su una rivista di divulgazione scientifica. [20] Le argomentazioni di Belluzzo sarebbero state smentite qualche giorno dopo dall'ex generale Ranza dell'aviazione italiana. Fu così che la storia dei dischi volanti come armi segrete italo-tedesche fu ripresa da molti quotidiani in diverse nazioni, Germania compresa [21]: dopotutto appariva una spiegazione accettabile, visto il contesto in cui nasceva, e sicuramente meno fantastica della possibile origine extraterrestre. Il 1 aprile "Il Giornale d'Italia" pubblicava un commento di Belluzzo in risposta ad una lettera di un lettore sul suo articolo di una settimana prima.
Il quotidiano "Pomeriggio" del 29 marzo 1950 riferì la storia di un fisico tedesco di nome Walter Hesse che avrebbe progettato, durante la guerra, un "disco volante" dotato di turboreattori capaci di imprimere un forte movimento rotatorio. Alla fine della guerra scappò dal laboratorio segreto, controllato da un gruppo di SS, in cui lavorava, portando con sè tutta la documentazione sul progetto. Successivamente si consegnò ai Russi, i quali lo portarono in una base a collaborare con altri connazionali per continuare lo sviluppo dei dischi che Hesse, all'epoca riparato in Svezia, definiva come velivoli realizzati dai sovietici. La notizia fu riportata anche il giorno 30 dal quotidiano "Il Giornale dell'Emilia".
Der Spiegel 30 marzo 1950
Der Spiegel 30 marzo 1950
Rudolf Schriever nel 1950 mentre sta disegnando uno schizzo della sua "invenzione"
Rudolf Schriever nel 1950 mentre sta disegnando uno schizzo della sua "invenzione"
Fu proprio in Germania che il 30 marzo 1950 il popolare settimanale "Der Spiegel"[22]pubblicò un articolo che sarebbe diventato un cardine principale dell'intera leggenda. In esso si citavano le dichiarazioni di Belluzzo, ma, soprattutto, vi era intervistato Rudolf Schriever. Secondo l'uomo (nato l'8 dicembre 1909 e presentato come un ingegnere aeronautico, che a quel tempo lavorava come autista per l'esercito americano. In realtà aveva iniziato la sua attività come marinaio, per poi diventare pilota civile e quindi pilota collaudatore presso la società Eger, peraltro senza alcun background tecnico-scientifico specifico), lui aveva progettato una sorta di "elicottero a reazione" di forma circolare e di 14,4 metri di diametro, con tre motori a reazione collocati sotto le pale di un'enorme turbina al cui centro c'era la cabina di pilotaggio (3,6 metri di diametro e 3,2 metri di altezza), capace di alzarsi in volo verticalmente e di prestazioni eccezionali (6.000 chilometri di autonomia e 4.200 Km/h di velocità). Il 15 aprile 1945, a Praga, il progetto era quasi pronto, ma egli dovette fuggire per l'avanzata dei russi portando con se sia una copia dei documenti sia un modello del velivolo. Il 4 agosto 1948, però, progetti e modello gli furono rubati. Schriever riteneva che i progettisti che avevano lavorato con lui avessero realizzato la sua creatura per una potenza straniera (l'Unione Sovietica), dichiarandosi in grado di poterla riprodurre e di farla volare. Per lui i "dischi volanti" erano reali e sapeva bene cosa erano.
Il tema di fondo delle affermazioni di Schriever è simile a quello che altri pretesi inventori dei dischi volanti che apparvero in Germania a partire dal 1947: l'essere in grado di produrre dei velivoli con prestazioni avanzate (ma assolutamente improbabili dal punto di vista aeronautico, come alcuni esperti di aviazione hanno fatto notare[23], al di là della completa mancanza di riferimenti storici oggettivi presenti negli archivi ufficiali tedeschi), mettendosi a disposizione degli americani e conseguendo dei vantaggi economici in una situazione di vita difficile. Una situazione piuttosto simile riguardò, fino ai primissimi anni cinquanta, anche altri settori, per esempio quello dell'ancora misteriosa energia atomica. Tecnici e scienziati più o meno improvvisati e di diverse nazionalità si offrirono a vari governi per disporre di armi o tecnologie atomiche attraverso vie non convenzionali. [24]
La notizia della supposta invenzione di Schriever fu ripresa parecchie volte dalla stampa tedesca nei giorni successivi, ma anche da numerosi giornali internazionali (tra cui molti americani, con articoli in prima pagina, talvolta completi della ricostruzione grafica del velivolo). Il 2 aprile il settimanale "Heim und Welt"[25] p  resentò ancora l'intervista all'uomo, aggiungendo tre illustrazioni che mostravano la "trottola volante" a terra ed in volo, illustrazioni che sarebbero state riprese nel novembre 1954 dalla rivista francese "Tout Savoir".

Die Strasse 9 aprile 1950 - Ricostruzione dell'elicottero a reazione di Schnittke
Die Strasse 9 aprile 1950 - Ricostruzione dell'elicottero a reazione di Schnittke
Il settimanale "Die Strasse" di Amburgo del 9 aprile 1950 pubblicò un ampio articolo corredato da un'ampia illustrazione di una sorta di elicottero a reazione. In esso si accennava alle dichiarazioni di Belluzzo sulla stampa italiana e al fatto che l'ingegnere avesse affermato che con lui avevano collaborato due ingegneri tedeschi, Kurt Schnittke di Regensburg e un certo Rentel, che nel 1945 sarebbe passato con i sovietici, aiutandoli, con altri tecnici tedeschi, a costruire i loro "dischi". Un giornalista del settimanale rintracciò Schnittke, ma non è chiaro se fu veramente Belluzzo a parlare dei due tedeschi o se invece fu lo stesso Schnittke e/o "Die Strasse" a creare un tale collegamento per creare un sostegno indiretto alle proprie dichiarazioni (un atteggiamento questo piuttosto frequente nelle storie degli "UFO nazisti"). Al momento, non si è a conoscenza di altre fonti (eccetto la tedesca "Volkszeitung" del 22 aprile 1950, che molto probabilmente riprese quanto pubblicato dal settimanale di Amburgo) che riportano affermazioni di Belluzzo di questo tipo. L'atteggiamento di fondo dell'articolo (come della maggior parte degli altri sullo stesso argomento pubblicati dalla stampa tedesca) può definirsi "patriottico". Schnittke affermava che il contributo dei tedeschi al progetto di Belluzzo era stato fondamentale: lui aveva cominciato a lavorare sul progetto di un velivolo ad ala rotante, il cui compito era quello di esplodere in mezzo alle formazioni di bombarideri, fin dal marzo 1943. Si trattava di un corpo centrale vagamente sferoidale (contenente i serbatoi del carburante, gli apparati di radiocontrollo ed un carrello di atterraggio) a cui erano fissate due ali di 26 metri di lunghezza e 3 di larghezza (un progetto successivo avrebbe raddoppiato queste misure), che ruotavano vorticosamente attorno ad esso. Alle loro estremità, infatti, era collocato un motore razzo (dello stesso tipo usato per il caccia-razzo Me163). Il velivolo raggiungeva in un minuto la sua quota massima di 10.000 metri, assumendo di notte l'aspetto di un disco luminoso in virtù degli scarichi fiammeggianti lasciati dai motori che ruotavano.
Wochenend 13 aprile 1950 - Ricostruzione grafica di un progetto del 1938
Wochenend 13 aprile 1950 - Ricostruzione grafica di un progetto del 1938
Il 13 aprile "Wochenend" uscì con un articolo in cui un tale ingegnere Carl Wagner riferiva in una lettera di avere visto i progetti di un "disco volante" (in realtà un velivolo rivoluzionario a metà tra un elicottero ed un aereo tutt'ala) nel 1938 e di averne sentito poi parlare nel 1943. Le sue dichiarazioni, molto simili a quelle di Belluzzo, sarebbero state scritte e spedite prima della comparsa dell'articolo de "Il Giornale d'Italia". La descrizione di questo disco era accompagnata da uno schema e da una rappresentazione artistica di grandi dimensioni, che mostrava il progetto: una cabina ovoidale attorno a cui ruotava un anello esterno su cui erano poste delle alette da ognuna delle quali usciva l'ugello di motore a reazione per fornire il movimento rotatorio all'anello stesso. Un altro jet era posto nella parte posteriore della cabina, un particolare questo che sarà ripreso da disegni successivi, soprattutto quelli presentati dal tedesco Klass intorno alla metà degli anni sessanta. C'era anche una piccola fotografia di Belluzzo intento a leggere la prima pagina del "Giornale d'Italia" con il suo primo articolo. Secondo l'esperto di aviazione tedesco Horst-Dieter Lux, intervistato dalla rivista, il progetto aveva senso e poteva essere definito come un nuovo tipo di elicottero, tecnicamente in grado di volare.
Nel primo numero del settimanale tedesco "Kristall", uscito in una data imprecisata del 1950 fu pubblicato l'articolo "Wir konstruierten Fliegende Teller" ("Abbiamo progettato i piatti volanti") in cui venivano presentati due distinti progetti. Il primo, di un tale ing. Georg Sautier (che secondo una fonte sarebbe uno pseudonimo usato da George Klein, di cui si parla nel capitolo successivo), era relativo ad un disco rotante attorno ad una cabina centrale, da cui emergevano quattro ugelli di scarico. Due illustrazioni ed alcuni disegni  mostravano graficamente l'idea del disco, che sarebbe stata negli anni successivi ripresa da altre fonti, tra cui un famoso articolo pubblicato sul numero 9 del 1975 della rivista aeronautica "Luftart International". Uun paio di quelle illustrazioni erano le stesse pubblicate anche su "Wochenend" del 13 aprile, dove però il progetto era attribuito a Carl Wagner.
Pochi giorni dopo la pubblicazione delle dichiarazioni di Giuseppe Belluzzo il quotidiano "Il Giornale dell'Emilia"[26] pubblicò alcune notizie riferite da un ex-capostazione, tale Lino Saglioni (che sembra inviò una lettera al giornale proprio per confermare le dichiarazioni di Belluzzo). L'uomo affermava, sia per esperienza diretta che sulla base di informazioni ricevute da "persone degne di fede" negli ultimi anni della guerra, che degli scienziati italiani nel 1942 avevano osservato delle "manifestazioni casuali di fenomeni fisici" durante la sperimentazioni di turbine, concependo la possibilità di sviluppo di un nuovo velivolo denominato "sfera volante" (il riferimento indiretto a Belluzzo è palese). I tedeschi avevano poi ricevuto dagli italiani i progetti per lo sviluppo della nuova arma (una "sfera molto schiacciata ai poli") ed avevano creato un apposito di centro di ricerca nel nord-est della Norvegia, non lontano dallo stabilimento dove veniva prodotta l'acqua pesante per le applicazioni atomiche. Saglioni sarebbe stato reclutato in un reparto speciale di commandos britannici destinato a sabotare quelle installazioni segrete, ma non partecipò all'operazione, che fallì con la morte di tutti soldati (stranamente ad opera della Gestapo, come riferì una fonte successiva[27]). Il rivoluzionario velivolo sarebbe stato radiocomandato mediante un sistema che gli scienziati tedeschi chiamavano "radiocomando acustico". Dopo la guerra i progetti sarebbero stati perfezionati dagli anglo-americani prima e dai russi poi, diventando i "dischi volanti" osservati nei cieli. Sebbene le dichiarazioni dell'uomo mostrano ambiguità, sembrano essere riprese dalle vicende già romanzate dell'azione dei commandos britannici contro gli stabilimenti norvegesi dell'acqua pesante, e non hanno alcun riscontro storico, Renato Vesco fece sua questa storia e la usò per sviluppare le sue tesi in merito all'esistenza dei rivoluzionari caccia rotondi tedeschi "Kugelblitz" e "Feurball", progenitori dei dischi volanti. Un altro "inventore", Giovanni Dalla Bona, fu presentato dal quotidiano "Alto Adige"[28]: dichiarò che i dischi volanti erano stati inventati da lui, ma che i progetti furono poi inviati in Germania dalle autorità italiane nel 1939. Grazie alla diffusione delle affermazioni di Belluzzo prima e di Schriever poi, apparvero tutta una serie di personaggi che, anche negli anni successivi, si presentarono come i "veri" inventori dei dischi. Dopotutto, se i giornali avevano dato spazio ad altri, potevano darlo anche a loro e consegnarli qualche sprazzo di notorietà.
Wochen Echo, 21 maggio 1950
Wochen Echo, 21 maggio 1950
Alcuni quotidiani italiani[29] pubblicarono, intorno alla meta' di aprile del 1950, le dichiarazioni di un certo Hans Kosinski, dichiaratosi ex-capitano della Luftwaffe, che si trovava a Perugia. Secondo l'uomo i servizi tecnici della Wermacht durante la guerra avevano sviluppato un potentissimo e rivoluzionario carburante che sarebbe stato poi utilizzato per la propulsione di un velivolo circolare. Nel 1944 questo effettuò il suo primo volo, dimostrando un'autonomia eccezionale ed una velocità ascensionale supersonica. Solo cinque esemplari vennero costruiti, successivamente nascosti per ordine di Hitler durante l'invasione della Germania. I conque dischi sarebbero stati quindi smontati e trasferiti nell'isola della Regina Maud, in Antartide. Questa notizia aveva al suo interno alcuni concetti (es.: il volo di prova nel 1944) che saranno ripresi due anni dopo ed oltre da altri pretesi inventori e testimoni, nonchè la curiosa saldatura tra le voci ricorrenti di fuga di scienziati nazisti (e dello stesso Hitler) in Antartide, all'interno di basi segrete, e la novità delle possibili fantastiche armi rappresentate dai dischi volanti.
Più in generale, comunque, molti commentatori affermarono a più riprese che i dischi volanti non erano nient'altro che velivoli terrestri particolarmente avanzati. Il 26 marzo il giornalista americano Walter Winchell affermò che i dischi erano di provenienza sovietica, ma il giorno dopo il radio giornalista Henry Taylor riassicurò la popolazione annunciando che i dischi erano armi segrete americane. L'articolo venne ripreso dalla stampa internazionale, dando poi origine ad altri interventi basati sul concetto che i dischi volanti erano comunque frutto della tecnologia di qualche potenza. Per esempio, nel numero del 22 aprile del quotidiano di Amburgo "Freie Presse" si affermava che questi velivoli erano mossi da turbine a reazione e che decollavano come un elicottero (probabilmente riprendendo le notizie degli inventori dei giorni precedenti). Il "Neue Presse" del 25 aprile riferiva che i dischi erano probabilmente deigli aerei "tutt'ala", il cui studio era iniziato nel 1910 da parte del pioniere tedesco Hugo Junkers e che altri tecnici tedeschi avevano dato un contributo decisivo al loro sviluppo. Questa situazione tendeva a confermare reciprocamente e indirettamente le dichiarazioni degli inventori da una parte e quella dei commentatori che, dall'altra parte, stavano cercando di trovare un'alternativa più accettabile all'idea, che si stava sviluppando prepotentemente in quel periodo, per cui i dischi erano astronavi extraterrestri. Il risultato fu che le storie degli inventori ebbero sufficientemente credito e, grazie anche alle sopravvalutate possibilità attribuite alla scienza nazista, furono considerate quantomeno possibili, tanto da essere riprese regolarmente in considerazione negli anni successivi (anche per "invenzioni" successive alla fine della seconda guerra mondiale, come, per esempio, il disco di 1,5 metri di diametro del tedesco Curt Piltz[30]).
Amazing Stories luglio 1943 - Illustrazione interna
Amazing Stories luglio 1943 - Illustrazione interna

Dedalo e il Labirinto:un'interpretazione esoterica



"Il mondo è un labirinto dove l’anima deve errare fino alla sua liberazione."
(lppolito, 3' secolo dopo Cristo)


Dedalo e labirinto: enigmatici simboli che, nel corso dei secoli, furono impiegati in diversi modi ed evocano delle immagini molto differenti. Questi due termini sono spesso usati con lo stesso significato.
Il labirinto, sino al momento in cui viene riconosciuto l'unico cammino che conduce al centro, somiglia molto a un dedalo; esso presenta una rete di tortuosità sorprendenti, apparentemente senza scopo, se non si capisce chiaramente che tutto ciò porta a un determinato fine. Nel labirinto, contrariamente al dedalo, il cammino termina al centro. In un dedalo vi sono molti itinerari praticabili: i bivi insidiosi e le vie senza uscita non consentono una chiara visione del percorso, ci si smarrisce facilmente.





Il labirinto ermetico simboleggia la via che porta al principio centrale, interiore, dei microcosmo. Chi trova l'entrata può raggiungere il centro, purché non torni indietro. In un labirinto non c'è scelta tra sinistra e destra, ma solo fra l'avanzare o il tornare indietro. Chi non persevera muore. Chi riesce a vincere diventa un altro uomo.
Il termine labirinto evoca le parole latine labor intus, che significano "lavoro interiore". Da questo punto di vista, il labirinto è la via interiore che bisogna trovare e percorrere fino alla fine. Chi l'ha trovata non può più sbagliare, purché non ritorni nel dedalo delle sue percezioni sensoriali.
Il dedalo è, infatti, lo spazio chiuso in cui erra l'uomo che si lascia guidare da una coscienza orientata sulle impressioni dei propri sensi. Il dedalo, allora, mostra innumerevoli possibilità e indica scelte apparenti, spesso contraddittorie.
E’, dunque, un simbolo appropriato della vita esteriore dove regnano solo lotta e confusione. Il poeta Virgilio (70- 19 a. C.) descrive differenti dedali. Dice che sono costituiti da migliaia di percorsi e presentano molteplici direzioni contrarie. Errare in un dedalo, secondo lui, equivale a fare dei nodi inestricabili, poiché il cammino inverso non è visibile.
Gli autori che hanno collaborato a questo scritto tentano qui di sottolineare, il più chiaramente possibile, le differenze dei significato di questi due simboli - dedalo e labirinto -, dimostrando che non possono confondersi. Hanno constatato che il cercatore di verità è sensibile all'immagine degli uomini erranti in questi nostri tempi incerti. Il dedalo e il labirinto si trovano nell'uomo! Egli è costretto a esplorarli per ritrovare se stesso, risolvere i suoi problemi e raggiungere il vero scopo della sua vita.
Il numero dei cercatori cresce, con una velocità sempre maggiore, in tutto il mondo. Di solito, però, il velo dell'ignoranza è talmente spesso che pochi cercano la verità iniziando da un'immagine pura e concreta.
Attualmente, come nel lontano passato, il labirinto affascina perché fa un chiaro riferimento al cammino di ritorno. L’inizio del viaggio di ritorno in patria è nascosto al centro del microcosmo.
Cercheremo di mostrare questo aspetto. Speriamo che i lettori possano trovare in queste considerazioni delle indicazioni per avvicinarsi sempre di più alla sorgente centrale che è in loro; speriamo, inoltre, che possano cambiare il dedalo della coscienza terrestre con un cammino chiaro, visibile e sicuro verso il tesoro nascosto al centro del loro labirinto.
Se il dedalo evoca l’andirivieni tra i valori estremi della vita, il labirinto si presenta a chi intraprende un altro cammino. L’errare precede sempre il ritorno in patria.


IL LABIRINTO: ORIGINE E SIGNIFICATO


Chi sente la parola "labirinto" pensa forse a un complicato dedalo, abilmente elaborato, a una sorta di attrazione esotica in cui ci si perde facilmente: trovare l'uscita fra tutti i possibili percorsi è un gioco, una scommessa e un'arte. La parola labirinto viene anche utilizzata per indicare circostanze intricate, confuse; o per indicare - ad esempio - che qualcuno si è perso o è bloccato in una situazione inestricabile.
Se si cerca l'origine e il significato del labirinto, ci si scontra con il paradosso della somiglianza e della differenza tra "labirinto" e "dedalo". Il labirinto può anche essere un dedalo, ma un dedalo non è un labirinto.
Quasi ovunque, nel mondo, esistono delle costruzioni che rappresentano un labirinto: esse sono composte da insiemi di corridoi e di spirali edificati con pietre più o meno grandi. Il labirinto è anche riprodotto su manoscritti, su rocce, su monete, e cosi via. A volte tali costruzioni hanno migliaia di anni; se ne parlava già nell'antichità classica, e si visitavano con curiosità le rovine. Lo storico greco Erodoto (484-425 a.C.) descrive nelle sue Storie ciò che vide visitando, in Egitto, le rovine del "labirinto" situato vicino al lago Moeris (attualmente lago Karoum) presso Arsinoé. Questo sito è chiamato "Il Tempio dell'ingresso del lago", o "Amenemhet vive". Nella seconda parte della Dottrina segreta, H.P. Blavatsky dice che tale tempio è ancora più antico della piramide di Cheope, e che si tratta di una descrizione simbolica delle razze umane e delle tre dinastie (gli Dei, i Manas - semidei della terza e quarta razza - e gli eroi della quinta razza) antecedenti le dinastie regali puramente umane. Tali dati sono, in parte, rappresentati nelle gallerie e nei corridoi di questo labirinto egiziano. Poiché le tre inversioni dei poli modificarono naturalmente l'aspetto dello zodiaco, ogni volta fu necessario costruirne uno nuovo.
E’ possibile che Erodoto abbia chiamato labirinto questo insieme di edifici, di camere, di colonnati e di tombe regali. Tale parola, infatti, veniva spesso usata per indicare un insieme di costruzioni in cui era facile perdersi.
Non è certo che il nome originale di questo complesso iniziatico corrisponda alla nozione di labirinto. Gli storici suppongono che il gigantesco complesso egiziano possa essere stato il modello a cui si ispirò il famoso labirinto di Creta, costruito molto più tardi e collegato al celebre mito di Teseo, del Minotauro e del filo di Arianna.

UN SOLO INGRESSO, UN SOLO CAMMINO
Nell'Antichità, la parola labirinto indicava una costruzione con un solo ingresso e con una pianta così complessa che, all'interno di essa, i profani potevano soltanto perdersi. All'epoca dei Rinascimento si aggiunse la nozione di "dedalo".
Secondo Erodoto, fu il faraone Amenemhet (1842-1797 a.C.) che costruì, come tomba, il labirinto egiziano ai piedi della piramide di Hawara. I custodi raccontarono allo storico greco, durante la sua visita, che nella tomba si trovavano dodici faraoni e un gran numero di coccodrilli sacri; gli fu, però, vietato l'accesso. Più tardi, altri visitatori considerarono questo insieme - di circa trecento metri per duecentocinquanta - come una delle sette meraviglie del mondo. Attualmente ne restano soltanto poche colonne. L’archeologo inglese Flinders Petrie cercò, nel 1888, di liberare dalla sabbia queste costruzioni per scoprire come i saccheggiatori della tomba avessero potuto, qualche migliaio di anni prima, raggiungere il loro scopo attraverso la rete di corridoi e di passaggi. Secondo lui dovevano possedere una mappa. La sua ricostruzione del labirinto non riproduce, però, la forma conosciuta del labirinto dei Misteri. Lo storico tedesco Athanasius Kircher (1602-1680) fece un magnifico disegno seguendo la ben nota leggenda. Ma tutti questi tentativi non fanno altro che trasporre sulla carta la fantasia personale di ognuno. Stando alle descrizioni stilate dai diversi storici, dopo l'avvento dell'era cristiana, si tratta di un enorme complesso che suscita molte domande e dà poche risposte.
La descrizione di Erodoto (484-425 a.C.) è interessante: una costruzione inimmaginabile comprendente dodici grandi strade coperte e tremila vani, di cui la metà sotto terra. Seguendo un altro autore greco, Diodoro di Sicilia (primo secolo a.C.), il labirinto egiziano era la tomba di dodici re che regnarono sulle dodici province, o nomi, d'Egitto.
Nelle descrizioni di questi due autori greci, non si trovano complesse reti di corridoi. La regolarità armoniosa degli edifici non permetteva di errare come in un labirinto. Senza dubbio, le loro dimensioni e la loro complessità hanno giustificato l'impiego della parola labirinto, termine che - molto più tardi - fu legato alla nozione di "lavoro interiore".
Un vero labirinto dei Misteri evoca i temi della morte fisica e spirituale, della nascita e della resurrezione; questi temi avevano un ruolo centrale nei Misteri egizi e nel culto che ne derivava. Le camere sotterranee fanno certamente pensare a un tempio funerario, ma era anche un luogo d'iniziazione in cui il faraone veniva preparato per il suo compito di sacerdote-re. In numerosi labirinti troviamo tematiche simili. In Malesia, su una delle isole delle nuove Ebridi, Malekula, esiste un rito in seguito al quale l'anima del defunto si avvicina al labirinto tracciato da un guardiano che ne cancella, poi, la metà. Un anima, per guadagnare l'immortalità, deve ripristinarlo nella sua totalità prima di poter raggiungere il centro.
Quasi ovunque, nel mondo, si trovano dei disegni incisi sulle rocce e delle rappresentazioni di labirinti. I più antichi risalgono a migliaia di anni fa. Mostrano tutti una struttura omogenea comprendente un cammino in spirale che porta fino al centro. La forma di base è una croce circoscritta in un cerchio, generata - per così dire - dal movimento intorno al centro. La croce simboleggia la terra o la personalità, composte tutte e due da quattro elementi o forze eteriche che si manifestano anche nei quattro corpi, o veicoli, della personalità. Il cerchio può essere il simbolo dei sole, del macrocosmo o dei microcosmo. Il labirinto con i suoi sette, nove, dieci o dodici giri o circonvoluzioni può essere considerato come un luogo di orientamento. Colui che vi entra è in cammino per la destinazione finale: il centro, il nucleo del suo essere.
All'interno dello spazio chiuso del labirinto, cioè in se stesso, si sforza di conciliare due principi: la croce dell'uomo terrestre e il cerchio dell'eternità.
Nel labirinto, il cammino non conduce dunque direttamente al centro, ma segue una "deviazione massima".

IL DEDALO E’ LA DEGRADAZIONE DEL LABIRINTO?
La più antica rappresentazione di un dedalo risale al Rinascimento italiano, all'inizio del XV secolo. Più tardi, all'epoca barocca (che si manifestò in Italia nel XVI secolo) e rococò (che seguì il barocco), la concezione del labirinto si trasforma in un percorso nel quale ci si inoltra fra siepi potate, in un giardino, senza altro scopo che divertire o sviare i visitatori. Si dice che il Papa Clemente X amasse inviare i suoi servitori nel dedalo e che, quando si erano perduti, li richiamasse in fretta ai loro doveri.
Il cammino è la differenza essenziale fra il dedalo e il labirinto. Il labirinto, nella sua forma più antica, comporta una via, un percorso, un accesso. Il dedalo offre numerose vie e possibilità. Nel dedalo, i muri - o pareti - sono così alti che è impossibile guardare al disopra. In un labirinto non ci sono incroci o biforcazioni. La via unica conduce sempre verso il centro, nonostante ogni tipo di giro e di percorso. Chi vi entra non può dunque sbagliarsi. E’ un meraviglioso simbolo del cammino che deve percorrere chi cerca la verità.

IL FILO D'ARIANNA
Il labirinto dei Misteri è una figura geometrica con forma rotonda o rettangolare. La sua pianta, vista dall’alto, è bella, armoniosa e mostra le seguenti caratteristiche:
-          presenta una sola apertura;
-          il percorso è sconcertante e si dispiega, serpeggiando fino al centro, in una maniera imprevedibile;
-          le circonvoluzioni occupano l'intero spazio interno;
-          il cammino passa, periodicamente, molto vicino al centro.
Seguendo il percorso, il raggio d'azione diviene più piccolo. Questo può significare, dal punto di vista filosofico, che si perde la zavorra, i propri beni terrestri, ma in compenso si acquista concentrazione, interiorizzazione e orientamento sul principio stesso del cammino verso l'interno.
Si resta colpiti dal fatto che il movimento presenti - a fasi alterne - espansione e riduzione, inspirazione ed espirazione. Questo movimento alternato, la cui direzione cambia senza sosta, si svolge su tre piani.
La parola labirinto fu "latinizzata" nel Medio Evo in “labor intus”, lavoro interiore. Sebbene questa etimologia sia inesatta e non corrisponda al significato originale, la traduzione designa comunque il processo che vi si svolge, corrispondente al labirinto. Chi entra per la porta stretta non ha più riferimenti esterni, ma deve seguire il cammino interiore. Sul suo tragitto passa molte volte vicino al centro, ma senza poterlo osservare. Non si tratta di una perdita di tempo poiché - avvicinandosi al centro per esserne poi allontanato - subisce un processo di maturazione nel corso dei quale viene provata la sua volontà e la sua perseveranza. Un cammino in linea retta non potrebbe offrire lo stesso auspicabile risultato.
Questo centro viene rappresentato in diversi modi: può esserci un albero della vita, una torre o un tempio, la morte, il Minotauro, un pellegrino, una montagna.
Qui, nel centro, avviene finalmente il confronto. Nel racconto simbolico che si svolge nel labirinto di Creta, l'eroe Teseo arriva davanti al Minotauro (un toro metà uomo, metà animale). E’ necessario sacrificargli sette giovinetti e sette fanciulle: i sette poteri dell'anima. Ma Teseo, grazie ad Arianna, trionfa sul mostro e pone fine al suo insaziabile appetito.
Così il cercatore, arrivando al centro del proprio labirinto, può incontrarvi un aspetto del suo io egocentrico, forma che emana da se stesso e si manifesta come un insaziabile mostro. Con l'aiuto dell'anima pura, simboleggiata da Arianna, ha la possibilità di neutralizzare questo aspetto dell'ego e vincerlo. Solo Arianna conosce l'entrata e l'uscita del labirinto. Chiunque osi intraprendere la lotta col suo personale Minotauro, riceve dall'anima tre poteri che si manifestano nel cuore, nella testa e nelle mani.
Quando questi tre poteri collaborano in armonia, costituiscono una. forza di opposizione capace di addormentare l’io animale, il Minotauro. Solo allora, la spada dello Spirito può decapitare il mostro. Il tenero legame dell'amore divino, il filo di Arianna che lega Arianna a Teseo, permette all'eroe di ritrovare l'uscita.
Per liberarsi dall'ego, che è molto complesso, l'uomo deve effettuare numerosi giri attorno al principio centrale del suo essere. Nel corso di questo periplo, abbandona i suoi poteri personali: in altri termini getta via il suo intero fardello. Deve prima osservare e comprendere per poi abbandonare tutto ciò che possiede, tutto ciò che è. Attraverso i tratti del suo carattere, contraddittori e laceranti, perviene allora alla comprensione; raggiunge finalmente quel punto, all'interno di se stesso, in cui può abbandonarsi all'unità. Ma sino a quel momento, questo luogo è sempre occupato dal Minotauro. L’Ego rivendica tutto per se stesso. Ma se l'io accetta l'aiuto indispensabile dell'anima pura - l'atomo originale la scintilla divina - riprende il suo vero posto al centro del microcosmo.
Questo stato d'essere è rappresentato in numerosi labirinti in cattedra del Medio Evo, labirinti in cui figura il Cristo come forza divina centrale.

MORTE, NASCITA E RESURREZIONE
Per l'uomo che viveva prima dell'era cristiana, lo scopo del labirinto era diverso da quello dell'uomo del Medio Evo. Quest'ultimo si volgeva verso la Nuova Gerusalemme per divenire cosciente dei mondo decaduto. Il percorso del labirinto era una sorta di pellegrinaggio che il credente doveva compiere camminando sulle ginocchia. Non era una cosa da poco! Il labirinto della cattedrale di Chartres ha un diametro di dodici metri con un percorso interno di duecento metri. Il paradosso del labirinto risiede nel fatto che, se da una parte rende accessibile il centro, dall'altra lo protegge dagli intrusi. Questo doppio significato mostra che ci si riferisce a un cammino d'iniziazione. I labirinti più antichi servivano soprattutto a rappresentare il ciclo che va dalla nascita alla morte e dalla morte alla nascita, e così via. Spesso era il simbolo di un percorso nel seno della terra, verso una "regina sotterranea”. In India, il labirinto è raffigurato su degli amuleti che servono ad alleviare le doglie del parto. Anche presso gli Hopi, i Kivas, il labirinto simboleggia la (ri)nascita. Il simbolo della Santa Terra Madre è rappresentato nei loro santuari sotterranei con queste parole: "Tutte le linee e i corridoi del dedalo-abirinto formano il piano universale del Creatore, che l'uomo deve seguire nel cammino della sua! vita".

LIBERAZIONE FUORI DAL DEDALO
Il labirinto, nel XX secolo, non ha perso nulla della sua attualità. Nella confusione e nella frammentarietà della vita moderna, mostra a molti la via del ritorno che può, in una certa misura, neutralizzare la ragnatela tessuta dalle impressioni sensoriali. Il pensiero materialista, con le sue specializzazioni, il suo determiniamo senza fine, il suo ridurre tutto a concetti, le sue analisi e la sua ricerca di referenze, incatena la natura su un letto di torture. Perciò qui è meglio parlare di dedalo, il dedalo delle chimere che tengono l'uomo prigioniero delle abitudini dei suoi pensieri, sentimenti e azioni. Ciò significa che mente e cuore seguono una falsa pista all'interno del dedalo e che gli atti che ne sono la conseguenza, dunque, generano il caos. La testa, il cuore e le mani, tuttavia, - cioè la parte intellettuale, emozionale e motoria dell’uomo - sono stati concepiti per essere dei santuari attraverso i quali la saggezza divina possa manifestarsi.
Quando, con l'aiuto dei poteri dell'anima pura che emana principio fondamentale del proprio essere - il principio spirituale - si è in grado di percepire chiaramente le illusioni del proprio ego, si può anche fare l'esperienza dell'unità con la vita originale. Guidata dalla forza spirituale chiamata "Gnosi" - il nuovo sapere interiore che deve occupare il posto centrale in ciascuno - la mente ha la possibilità di compiere la missione per cui era stata creata: essere lo specchio della saggezza divina.
Anche il cervello è composto da un gran numero di circonvoluzioni, simili a quelle di un labirinto. Lo spazio occupato dal cervello è, così, ugualmente sfruttato al massimo. Tuttavia, per poter utilizzare al meglio le sue immense possibilità spirituali, ognuno deve prima trovare l'uscita dal dedalo delle sue percezioni sensoriali.

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