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BONORVA, straordinaria scoperta di un sito di epoca romana: potrebbe trattarsi della città di Hafa


Di Salvatore Santoru

Straordinaria scoperta archeologica nei pressi di Bonorva. Come riporta un articolo pubblicato su Sardinia Post, gli archeologi hanno recentemente scoperto delle strutture di epoca romana nei pressi delle grotte di Sant'Andrea Priu.
Andando maggiormente nei particolari, dagli scavi è emersa la presenza di una serie di abitazioni e di una lunga strada nonché di una rete fognaria.

Tutti questi elementi farebbero pensare ai resti di una città, mentre inizialmente si pensava che il sito potesse costituire 'solamente' i resti di una villa di epoca romana.
Più specificatamente, potrebbe trattarsi dei resti della città perduta di Hafa e un elemento che farebbe pensare a ciò è il ritrovamento di alcuni bolli riconducibili ad una liberta che era stata amante di Nerone, Claudia Atte.

Degli scavi e dell'interessante scoperta si è recentemente occupato, per il Tg3, il giornalista Giorgio Galleano. Durante il servizio del 2 febbraio 2019, Galleano ha intervistato l’archeologa della Soprintendenza di Sassari-NuoroNadia Canu

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PER APPROFONDIRE- servizio su Videolina di Franco Ferrandu:
http://www.videolina.it/articolo/tg/2019/01/29/bonorva_una_citt_romana_vicino_alle_grotte_di_sant_andrea_priu-78-828612.html

Cavoli, capperi e spezie: la dieta degli antichi Romani per combattere malattie, vecchiaia e nemici

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Di Andrea Cionci

«Ecco quattro valletti accorrere danzando a suon di musica e togliere il coperchio.  
Ciò fatto, vediamo lì dentro capponi e pancette, e in mezzo, a far da Pegaso, una lepre fornita d’ali. 




Li seguiva un’alzata, dov’era deposto un cinghiale di prima grandezza e con tanto di berretto, dalle cui zanne pendevano due canestrini intrecciati di palme, uno pieno di datteri freschi, l’altro di datteri secchi. Intorno, poi, dei cinghialetti di pasta dura, come appesi alle mammelle, stavano ad indicare che si trattava di una femmina». 

E’ un passo dalla famosa Cena di Trimalcione, dal «Satyricon» di Petronio e descrive il pantagruelico banchetto del liberto romano. Tuttavia, fra gli eccessi alimentari dei ricchi e la frugalità del popolo, che consumava soprattutto pane, olive, formaggio, verdure, frutta secca, vi era un abisso e per questo motivo abbiamo chiesto ad alcuni noti dietologi ed esperti di nutrizione, di individuare buone e cattive abitudini a tavola dei nostri antichi progenitori.  

IL FRUMENTO DI OGGI E IL GRANO DELL’ANTICHITA’  
Secondo la dottoressa Debora Rasio, medico oncologo e ricercatore spesso presente nei programmi televisivi, l’alimentazione media dei Romani – non certo quella delle classi abbienti - era prevalentemente vegetariana, prediligendo il consumo di verdure, cereali, frutta ai quali si affiancavano latticini e uova e, più sporadicamente, pesce e carne.  

Era una nutrizione più sana rispetto a quella attuale, principalmente perché le materie prime non erano così trasformate. Ad esempio, il frumento che consumiamo oggi è profondamente diverso dal grano antico essendo stato modificato geneticamente nei laboratori dell’ENEA nei primi Anni 70 attraverso l’uso di radiazioni ionizzanti che hanno dato vita a un nuovo grano duro mutato, detto “Creso”.  

Esso è di taglia più piccola (misura in altezza 70-80 cm contro i 150-180 dei grani duri fino ad allora coltivati) è resistente alle malattie e all’allettamento - il piegamento della pianta fino a terra – e quindi con un’elevata produttività.  

Dal Creso sono successivamente derivate numerosissime varietà coltivate in tutto il mondo. Si ritiene non sia un caso che, parallelamente alla diffusione del consumo di varianti di grano con profilo proteico modificato, si è assistito ad un preoccupante aumento di reazioni avverse al glutine: dalla celiachia, all’allergia, alla cosiddetta «sensibilità al glutine».  

Il Creso, pur essendo modificato geneticamente, non è considerato OGM e con esso in tutta Italia vengono prodotti pasta, pane pizza e dolci. I Romani non avevano questo problema e consumavano, oltre al grano, altri cereali come farro e orzo.  

Banco di cibi romani. Natale di Roma, Gruppo Storico romano  

IL DOLCE PER IL PALATO DEGLI ANTICHI E I BENEFICI DEL DIGIUNO  
Un’altra buona abitudine era la completezza dei sapori: nel pasto dei Romani vi era sempre la presenza di qualcosa di dolce, come la frutta secca, ad esempio. Questo sapore ricorreva anche nella preparazione delle carni. In tal modo il soddisfacimento del palato, a fine pasto, era più completo.  

Il sepolcro del fornaio Eurisace a Roma  

«C’è anche da dire – spiega la dottoressa Rasio - che gli antichi mangiavano meno rispetto a noi, circa tre pasti al giorno (uno importante e due frugali) rispetto ai cinque/sei che oggi vengono spesso consumati e che comportano un aumentato apporto calorico e l’aumento di peso. Un’altra ottima abitudine era quella di cenare presto, seguendo un’alimentazione circadiana che rispetta i ritmi biologici. Anche noi dovremmo mangiare finche c’è il sole - consiglia la dottoressa Rasio - In questo modo si dorme meglio». 

Mangiare in un arco ristretto di tempo è, anch’esso, una forma di digiuno che si è rivelata benefica per la salute, non a caso i medici dell’epoca prescrivevano ai ricchi questa pratica di astinenza a correzione dei loro abusi alimentari. I benefici del digiunare sono documentati: si può farlo in vari modi, per uno o più giorni, assumendo brodi vegetali o acqua d’orzo. 

CAVOLI CONTRO RADICALI LIBERI ED EFFETTI DELL’ALCOL  
Un vero alimento toccasana era il cavolo (brassica) fortemente consumato e consigliato. «I Romani avevano capito – spiega la dottoressa Rasio - che si trattava di una verdura speciale, come tutte le crucifere. Esse sono particolarmente ricche di micronutrienti e aiutano a contrastare l’azione dannosa dei radicali liberi; possiedono un alto contenuto di sali minerali, fibre e vitamina C; hanno la capacità di attivare degli enzimi a livello epatico fondamentali per la detossificazione. Per questo, i Romani erano soliti iniziare i banchetti con insalate di cavolo crudo: avevano notato che consentiva di sopportare meglio gli effetti dell’alcool». 

LE SPEZIE: DEPURANO, SGONFIANO E COMBATTONO INFEZIONI  
L’uso delle spezie era anche molto più diffuso rispetto alle nostre abitudini, con rosmarino, alloro, prezzemolo, origano, aglio, basilico, salvia, chiodi di garofano, cumino, paprika, peperoncino, zafferano, cannella e noce moscata: contengono proprietà antiossidanti, sali minerali, vitamine e sono efficaci per la cura e la prevenzione di tante malattie diverse. Inoltre, depurano, disintossicano, sgonfiano e riducono il rischio di infezioni.  

Triclinium di Porta Marina. Museo Nazionale dell’Alto Medio Evo  

FONDAMENTALE LA CONVIVIALITÀ MA PERICOLOSI GLI ECCESS I  
Il professor Nicola Sorrentino, specialista in Scienza dell’Alimentazione e Dietetica, anche lui volto noto della tv, pone l’accento su altri particolari: «La convivialità dei Romani era un aspetto che oggi andrebbe rivalutato. Viviamo in un mondo frenetico e dedichiamo troppo poco tempo ai pasti, mentre il piacere di condividere il tempo per la nutrizione insieme agli altri, è uno degli elementi fondamentali della “dieta mediterranea”, tanto da essere stata posta alla base della “nuova piramide alimentare” proposta dall’INRAN (Istituto Nazionale per la Ricerca degli Alimenti e della Nutrizione)». 

Grazie al mangiare insieme si rafforza il fondamento culturale delle relazioni interpersonali, a garanzia dell’identità e della continuità sociale e culturale sia delle comunità, sia degli individui che le compongono. 

I BANCHETTI  
«Un’abitudine perniciosa – continua il prof. Sorrentino - era invece quella di provocare il vomito durante i banchetti più fastosi. Oggi, questa pratica rimane appannaggio soprattutto di persone affette da patologie psicologico-alimentari come anoressia e bulimia, ma continua ad essere estremamente dannosa. Molte le complicanze: deficit di vitamina B12, di folati e ferro, squilibri idroelettrolitici, squilibri del metabolismo acido-base, complicanze esofago-gastro-intestinali, erosione dei denti».  

STORIA- Costantino: Salvatore o Distruttore dell’Impero Romano?

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Costantino: Salvatore o Distruttore dell’Impero ?


Di Davide Montingelli
E’ molto difficile per me stilare un profilo di questo imperatore: le contraddizioni e le ambiguità nelle fonti, il peso della tradizione cristiana, che lo celebra come caposaldo della Fede, e l’ostilità storiografica prevalentemente illuminista (vedasi su tutti lo storico inglese Edward Gibbon), che lo marchia come infame della storia, fanno di questo compito un’ardua impresa. 
Tutti siamo abituati a vedere un imperatore romano come un qualcuno che ha un potere vasto, quasi sconsiderato.
Ben pochi però riflettono sul fatto che Costantino rimase per un tempo limitato Imperatore unico (324-337), e per gran parte della sua vita dovette continuamente mostrare e dimostrare il suo potere, per di più con la forza. Pochi sanno inoltre che Costantino fu uno dei migliori comandanti militari di cui Roma poté disporre.
Fatta questa premessa arriviamo alle fonti: per Eusebio Costantino era il santo portatore della politica cristiana nell’Impero romano, il rappresentante di Dio sulla terra; per Zosimo, Costantino era un innovatore pericoloso e il distruttore della tradizione romana. Tra gli storici di oggi alcuni lo raffigurano come un cristiano determinato, mentre altri lo vedono come un monoteista adoratore del Sole, o al massimo un sovrano tollerante sfruttato da alcuni vescovi cristiani senza scrupoli. Le valutazioni sul suo potere e sulla sua influenza dipendono non solo dalle interpretazioni divergenti delle fonti, ma anche dalle inclinazioni e dai pregiudizi dei diversi autori.
E’ indubbio che la politica di Costantino abbia favorito il cristianesimo. Tuttavia, egli era ben lontano dall’essere l’unico o il primo, a dichiarare la tolleranza per i cristiani. Galerio lo aveva fatto di recente, nel 311, e lo stesso Massenzio aveva messo in atto una politica simile molto prima, tanto da richiedere un’attività quasi furiosa da parte dei pubblicisti di Costantino quando quest’ultimo decise di condurre una campagna contro di lui.
Costantino realista
Probabilmente il progetto politico di Costantino di tollerare il Cristianesimo, non fu necessariamente frutto di una vera conversione. Senza dubbio ci fu una presa di coscienza del fallimento della persecuzione contro i cristiani scatenata da Diocleziano. La sconfitta aveva dovuto persuadere Costantino che l’Impero aveva bisogno di una nuova base morale che la religione tradizionale era incapace di offrirgli. Trasformare insomma la forza potenzialmente disgregante delle comunità cristiane, dotate di grandi capacità organizzative oltre che di grande entusiasmo, in una forza di coesione per l’Impero. Una mossa tutt’altro che buonista, ma basata su una scienza politica quasi machiavelliana. L’importante ruolo ricoperto da Costantino nell’ambito cristiano (ad esempio tramite la convocazione di concili, costruzione di nuove chiese etc.) non deve oscurare il fatto che Costantino svolse funzioni analoghe nell’ambito di altri culti. Egli infatti mantenne la carica di Pontifex Maximus della religione pagana; carica che era stata di tutti gli imperatori romani a partire da Augusto. E lo stesso fecero i suoi successori cristiani fino al 375. Lo storico Burckhardt a tal proposito afferma «Mentre egli e sua madre abbelliscono la Palestina e le grandi città dell’impero di sfarzosissime chiese, nella nuova Costantinopoli egli fa costruire anche dei templi pagani. Due di questi, quello della Madre degli dèi e quello dei Dioscuri, possono essere stati semplici edifici decorativi destinati a contenere le statue collocatevi come opere d’arte, ma il tempio e la statua di Tuché, personificazione divinizzata della città, dovevano essere oggetto di un vero e proprio culto.»
Conclusioni
Costantino fu senz’altro cruciale per l’avvenire del Cristianesimo, molto più di quanto qualsiasi suo contemporaneo avrebbe potuto pensare. Fede o no, il suo fu senza dubbio un progetto di una razionalità politica non comune. Anche se la sua figura continuerà nella storia ad essere ammantata da un alone di ambiguità, personalmente, politicamente parlando, non ritengo Costantino ne un santone, ma nemmeno una disgrazia. Un incredibile stratega e un gran faccendiere che si mosse secondo le contingenze che i tempi gli presentarono.

Le vere origini di Halloween: dall’Irlanda celtica ai Feralia di Roma

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Di Carlomanno Adinolfi
Un altro Halloween è sopravvissuto all’ormai usuale derby tra i suoi detrattori e i suoi sostenitori, i primi che rivendicano Ognissanti e la ricorrenza dei morti come uniche feste tradizionali italiane per il periodo di passaggio da ottobre a novembre, rifiutando una festa che ritengono americana e commerciale, e i secondi che invece rivendicano le radici pagane della festività accusando proprio Ognissanti e il giorno dei morti di essere delle festività posticce create appositamente per soppiantare feste più antiche. A ben vedere entrambi hanno una parte di ragione. I primi perché effettivamente la festa di Halloween come la conosciamo nasce in Irlanda e poi, in seguito alla massiccia immigrazione irlandese negli Stati Uniti, arriva in Italia filtrata da circa un secolo e mezzo di americanizzazione. Ma sicuramente è anche vero che essa ha radici molto più antiche, che affondano nell’Europa celtica pre-cristiana e che pertanto fanno di Halloween una festa più “tradizionale” e originariamente europea di quella di Ognissanti.
Halloween deriva in effetti il suo nome proprio dalla festa cristiana del 1° novembre, essendo una contrazione del termine “All Hallows’ Eve” ovvero “la vigilia di Ognissanti”. Infatti il 31 ottobre, tanto in Irlanda quanto in Francia, paesi di radicata origine celtica, è sopravvissuta per secoli una festa dalle radici pagane che la Chiesa non è mai riuscita a spegnere. Ed è quasi sicuro che l’istituzione di Ognissanti il 1° novembre e della ricorrenza dei morti il 2, siano state proprio un tentativo di soppiantare questa misteriosa festa. Infatti Ognissanti, celebrata per la prima volta il 13 maggio del 609, per molti anni non ebbe un giorno canonico fissato dalla Chiesa. Solo in Francia veniva festeggiata in concomitanza con la festa pagana celtica, proprio il 1° novembre. Fu nel IX secolo poi che la data utilizzata in Francia divenne la data ufficiale per tutta la Chiesa, che vi aggiunse il giorno dei morti il 2 novembre.

Ovviamente la festa celtica a cui ci riferiamo è quella di Samhain, una delle quattro porte del calendario rituale dei Celti che, a differenza di altri popoli Indo-Arii che festeggiavano le porte equinoziali e solstiziali, onoravano le quattro porte intermedie. Samhain infatti si collocava esattamente a metà tra l’equinozio d’autunno e il solstizio d’inverno, ponendosi esattamente nel mezzo della stagione autunnale. Questa festa resistette a lungo ai tentativi cristiani di abbatterla proprio perché era il giorno più importante dell’anno celtico. Era infatti quello che volgarmente viene chiamato “capodanno celtico”: era insomma il giorno che vedeva finire l’anno precedente e iniziare quello successivo, un giorno che apparteneva ad entrambi gli anni e che veniva infatti definito “il giorno che non esiste”. In questa apertura cardine dell’anno cadevano le barriere tra i mondi, tra questo mondo – quello degli uomini – e il Sidh, chiamato anche Tir na Nog, ovvero l’altro mondo, quello al di là dell’orizzonte a Ovest, il mondo dei morti e degli spiriti. È un giorno molto pericoloso per chi non sia spiritualmente preparato: si può essere ammaliati da una Bansidh – conosciute oggi come Banshee – ovvero una messaggera del Sidh, ed essere intrappolati per sempre nell’Altro Mondo. Oppure essere posseduti dagli spiriti che per questo giorno sono liberi di camminare in questo mondo. Per questo si accendono fuochi e falò nei villaggi, per tenere lontani spiriti e per mantenere illuminata la notte che cela pericoli invisibili. E per questo sulle porte e sulle finestre, oltre a piccole lanterne che sono il corrispettivo domestico dei grandi falò comunitari, si trovano piccole offerte di cibo utili a sfamare gli spiriti e distoglierli dagli uomini.
Riconosciamo in queste ritualità quel che ancora oggi vediamo in Halloween: le lanterne ricavate da zucche intagliate sono il ricordo delle lanterne e dei falò – ovviamente la zucca è una aggiunta americana, essendo originaria di quel continente – mentre i bimbi mascherati da morti, streghe e spiriti che vanno di casa in casa a chiedere “dolcetto o scherzetto” sono quel che resta del rito di lasciare cibo per i morti che vagano. Il costume di mascherarsi potrebbe derivare da una mascherata rituale utile a esorcizzare la possessione o l’arrivo degli spiriti ma potrebbe essere anche posteriore. Ovviamente ci sono gli irriducibili che rifiutano a prescindere anche Samhain in quanto festa non italica – i Celti a dire il vero in Italia furono presenti, ma le ritualità di Samhain come le conosciamo sono per lo più attestate nelle isole britanniche e nel nord della Francia – ma a ben guardare a Roma in questo periodo c’era qualcosa di abbastanza simile. L’8 novembre era infatti uno dei tre giorni sacri – gli altri erano il 5 ottobre e il 24 agosto, in corrispondenza dei Volcanalia del 23 – in cui mundus patet, si apre la volta sotterranea. Il mundus era il collegamento con il mondo sotterraneo, il mondo dei Mani, spiriti dei defunti, ed aveva forma semisferica. Era appunto una volta, contraltare complementare della volta sferica del mondo celeste.

'HALLOWEEN NELL'ANTICA ROMA', LE FESTE DEDICATE A POMONA E PARENTALIA

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Di Salvatore Santoru

Com'è noto, la festività di Halloween ha origini celtiche(1) ma la tipicità della sua festa è in realtà comune alla "fesitivtà dei morti" comune alle altre tradizioni pagane europee.
Tra queste ci sono da segnalare quelle presenti nell'Antica Roma, che alcuni studiosi hanno considerato essere in qualche modo "precursori" della stessa Halloween.
Tra queste festività dell'antica Roma vi erano quella dedicata alla dea dei frutti "Pomona" e alla "festa dei morti" di Parentalia.

PER APPROFONDIRE:

https://it.wikipedia.org/wiki/Halloween#Storia

https://it.wikipedia.org/wiki/Pomona

https://it.wikipedia.org/wiki/Parentalia

FOTO:http://www.novaroma.org

Natale di Roma: la leggenda della fondazione

colosseo a Roma


Di Chiara Foti

Il 21 aprile dell’anno 753 a.C. venne fondata da Romolo la città di Roma e, da allora, il Natale di Romacontinua ad essere celebrato come una data simbolo della città eterna. Ma com’è stata fondata Roma? La leggenda della fondazione ha radici antichissime ed è legata imprescindibilmente alle vicende dell’eroe greco Enea. Scopriamo cosa viene raccontato da millenni.



Enea, dopo essere fuggito da Troia con il padre Anchise e il figlioletto Ascanio e dopo varie peregrinazioni nel Mediterraneo, giunge alle coste del Lazio, dove si imbatte nel re Latino. Non è chiaro se, secondo la leggenda, Enea sia stato accolto benevolmente o sia stato costretto a battersi con il re, ma ciò che è certo è che si innamorò perdutamente della figlia di Latino, Lavinia. Il re fu costretto ad assecondare il volere dei due giovani: Enea sposò la sua amata e fondò la città di Lavinio in suo onore. Trent’anni dopo, il figlio di Enea, Ascanio, fondò la città di Alba Longa, nella quale regnarono i suoi discendenti per numerose generazioni. Quando però re legittimo di Alba Longa diventa Numitore, il fratello Amulio non ci sta: spodesta il fratello e costringe sua nipote, Rea Silvia, alla castità, in modo tale da non permetterle di generare figli che potessero usurpargli il trono.
Tuttavia, il dio Marte s’invaghisce della ragazza e la rende così madre di due gemelli, Romolo e Remo. Il re illegittimo Amulio, venuto a conoscenza della nascita, ordina l’immediato assassinio per annegamento dei due bambini. Il servo incaricato di ucciderli non riesce però a compiere un gesto così infausto, decide allora di affidare il destino dei gemelli al fiume Tevere, facendoli portare dalla corrente custoditi in una cesta. A trovarli fu una lupa che, scesa al fiume per abbeverarsi, li portò a riva e li allattò per sfamarli. A questo punto entra in scena il pastore Faustolo, che trova i bambini mentre vengono allattati dalla lupa e decide di portarli a casa con sé, per allevarli insieme alla moglie Laurenzia. Una volta adulti, Romolo e Remo vengono a conoscenza delle proprie origini e decidono di tornare ad Alba Longaper riprendersi quello che gli spetta: uccidono quindi Amulio e rimettono sul trono Numitore, ottenendo il permesso di poter fondare un’altra città da amministrare fin quando non  avessero potuto regnare su Alba Longa. 
I due però non riescono ad accordarsi: Romolo vuole chiamarla Roma e fondarla sul colle Palatino, Remo preferirebbe chiamarla Remora e fondarla sull’Aventino; decisero così che ad avere la meglio sarebbe stato colui che, osservando il cielo, avesse contato il maggior numero di uccelli. Vinse Romolo, che tracciò il solco che avrebbe delimitato la città sul colle Palatino. Era il 21 aprile del 753 a.C.data simbolo del Natale di Roma e della fondazione ufficiale. Remo però si adirò per la vittoria del fratello, sostenendo che fosse frutto dell’inganno e iniziando ad infastidirlo, nacque tra i due una disputa che si concluse tristemente con l’omicidio di Remo da parte di Romolo, che divenne così il primo re di Roma.
Questa, la storia affascinante e leggendaria della fondazione della città eterna, sulla base della qualeancora oggi si celebra il famoso Natale di Roma.

I Lupercalia all’origine della festa di San Valentino

Di Antonella Bazzoli
Nel giorno della Festa degli Innamorati del 14 febbraio, la chiesa ricorda il martirio di San Valentino. Ma alle origini di questa ricorrenza cattolica, trasformatasi in realtà in un evento dai connotati più commerciali che religiosi, vi è un’antica tradizione festiva che nel calendario religioso di Roma antica era conosciuta con il nome di Lupercalia. 
Sappiamo che a Roma i Lupercalia si celebravano il 15 di febbraio, con cerimonie di purificazione e con rituali che potremmo definire di “fecondazione simbolica”. Sembra che tali consuetudini derivassero da un arcaico culto per Faunus Lupercus, dio oracolare dal carattere disordinato e selvaggio che veniva invocato per proteggere i campi, le selve e i pastori, e che finì per essere identificato con il greco Pan (non a caso rappresentato proprio come Fauno, con corna e zoccoli di capra).
Secondo altre fonti i Lupercalia si legherebbero invece al culto di una divinità femminile: Juno Februata, ovvero “Giunone purificata”, invocata dalle donne per curare le febbri e per essere protette dutante la gravidanza e il parto. Si tratta di credenze e rituali precristiani che il popolo di Roma fece fatica ad abbandonare, tanto è vero che iLupercalia si tenevano ancora nel V secolo, nonostante le critiche e i divieti mossi contro di essi dai capi della chiesa, comprensibilmente preoccupati dal permanere di tali usanze pagane. Secondo alcune fonti, proprio allo scopo di estirpare definitivamente quegli antichi riti precristiani che si tenevano alle idi di febbraiopapa Gelasio I avrebbe pensato ad una sorta di damnatio memoriae, istituendo la ricorrenza di San Valentino martire tra il 492 e il 496.
Non fu solo la Chiesa cattolica a mostrarsi ostile ai Lupercalia. Lo stesso Cicerone giudicò “selvagge” queste “riunioni”. E Valerio Massimo scrisse in proposito che si trattava di feste “promosse dall’ilarità e dall’eccesso di vino”. Egli ne giustificava però la ricorrenza, ritenendo cha ad istituirle fossero stati gli stessi Romolo e Remo “esultanti di gioia poiché il nonno Numitore aveva loro concesso di fondare una città sul Palatino” (Val. Max 2, 2, 9). Ciò spiega, tra l’altro, perchè la festa del 15 febbraio fosse celebrata a Roma presso la grotta sacra alle pendici del Palatino: il cosiddetto Lupercale, la cavità che secondo la leggenda di fondazione avrebbe ospitato la mitica Lupa e i gemelli da lei allattati.
E’ Plutarco a descrivere nel dettaglio lo svolgimento dei Lupercalia, non esitando a definire queste celebrazioni “azioni rituali difficili da spiegare”.

La Lupa che nutrì Romolo e Remo fa parte dei rilievi dedicati alla fondazione di Roma.
Due giovani di famiglia patrizia detti Luperci, venivano condotti nella grotta consacrata al dio che si trovava ai piedi del Palatino. Dopo aver sacrificato una capra, i due venivano segnati sulla fronte con un coltello bagnato di sangue caprino, quindi venivano detersi con un panno di lana bianca intriso di latte. Concluso il rituale purificatorio del lavaggio, i due nobili adolescenti dovevano ridere. Poi, fatta a strisce la pelle di capra, dovevano correre nudi attorno al colle, schernendo gli spettatori e i passanti che incrociavano e usando come fruste le strisce di cuoio, per colpire chiunque avessero incontrato lungo la loro corsa sfrenata.
Le matrone di Roma e le giovani spose desiderose di avere figli, anziché evitare i colpi di frusta inferti dai Luperci, vi si facevano incontro, credendo che tali gesti simbolici fossero in grado di giovare alla fertilità e alla gravidanza.
Ecco perchè lo stravagante rituale ha fatto supporre che i Lupercaliasiano stati rituali di “fecondazione simbolica”, risalenti forse addirittura ad un’epoca antecedente la fondazione di Roma.
Parenti lontani di quello che sarebbe poi diventato il Carnevale, iLupercalia erano anche considerate feste di fine anno (non va dimenticato che nel calendario di Romolo era marzo e non gennaio, il primo mese dell’ anno solare). Ciò spiegherebbe anche gli aspetti più insoliti della festa del 15 febbraio, in particolare il suo carattere gioioso e sfrenato e  i suoi rituali di tipo espiatorio e propiziatorio, tipici del mese di febbraio che rappresentava un periodo di preparazione e di purificazione in vista della nuova stagione primaverile.
Da leggere:
Publio Ovidio Nasone “I Fasti” ed. BUR 2006
Dario Sabbatucci “La religione di Roma antica, dal calendario festivo all’ordine cosmico” ed. Seam 1999
Andrea Carandini “La leggenda di Roma” Vol. I “Dalla nascita dei gemelli alla fondazione della città” Fondazione L. Valla – A. Mondadori  2006
Andrea Carandini “Remo e Romolo” Vol. I “Dai rioni dei Quiriti alla città dei Romani” Einaudi 2006
FOTO IN ALTO:"La città di Roma rappresentata allegoricamente da una matrona seduta in trono"

La coppa di Licurgo e le Nanotecnologie romane



Di Silvia Lazzerini

Pensate davvero che noi civiltà del trezo millennio siamo gli unici a saper utilizzare le nanotecnologie? Sì? Beh, abbiamo sbagliato, perchè prima di noi, lo facevano i Romani e prova ne è la famosa "Coppa di Licurgo" un calice di 1600 anni fa. Si chiama così, perchè la scena che rappresenta ritrae appunto il Re Licurgo ed è un calice in vetro, bellissimo.

Il calice che dal 1950 si trova al Britisch Museum, ha però una particolaritàche ha sorpreso gli scienziati che lo hanno studiato. Esso infatti se illuminato da una fonte di luce diretta appare di color verde-giada, mentre se la fonte di luce è posta dietro il calice esso appare di color rosso sangue. Un bell'enigma. Ma già nel 1990, alcuni scienziati dopo aver esaminato alcuni frammenti del calice al microscopio, scoprirono che gli artigiani romani, erano parecchio avanti in fatto di conoscenze relative alle nanotecnologie. Infatti la tecnica usata consisteva nell’impregnare il vetro con una miscela di particelle di argento e oro, fino a farle raggiungere le dimensioni di 50 nanometri di diametro, meno di un millesimo delle dimensioni di un granello di sale. 

Non è un effetto accidentale, gli artigiani romani sapevano molto bene cosa stavano facendo, come spiega Ian Freestone, archeologo presso l’ University College di Londra:  “Si tratta di un’impresa straordinaria”. Il meccanismo di funazionamento di questa tecnica è questo: quando il calice viene colpito con la luce, gli elettroni delle particelle metalliche vibrano in maniera tale da alterarne il colore, a seconda della posizione dell’osservatore. 

Ma grazie ad una nuova ricerca coordinata da Logan Gang Liu, ingegnere presso l’Università dell’Illinois, e resa nota dallo Smithsonian Magazine, si è capito che questa antica tecnologia romana può avere utilizzi nella medicina, favorendo la diagnosi di alcune malattie e l’individuazione di rischi biologici ai controlli di sicurezza. “I romani sapevano come fare e come utilizzare le nanoparticelle per creazioni artistiche”, spiega il ricercatore. “Noi abbiamo cercato di capire se fosse possibile utilizzarla per applicazioni scientifiche”. 

Infatti, il team guidato da Liu ha fatto un esperimento: sono stati creati una serie di recipienti in plastica intrisi di nanoparticelle d’oro e d’argento, realizzando degli equivalenti della Coppa di Licurgo. Una volta riempito ciascun recipiente con i più diversi materiali, come acqua, olio, zucchero e sale, i ricercatori hanno osservato diversi cambiamenti di colore. Il prototipo è risultato 100 volte più sensibile dei sensori utilizzati per rilevare i livelli salini in soluzione attualmente in commercio. 

Grazie a questo esperimento i ricercatori sperano che un giorno questa tecnica potrà essere utilizzata per rilevare agenti patogeni in campioni di saliva o di urina, e per contrastare eventuali terroristi intenzionati a trasportare liquidi pericolosi a bordo degli aerei.

FONTE E ARTICOLO COMPLETO:http://lifarnur.blogspot.it/2015/03/lantica-coppa-di-licurgo-e-le.html

FOTO:https://www.youtube.com/watch?v=Ni5GI4l8Vkw

Scoperta dimora arcaica che rivoluziona la mappa di Roma antica (FOTO)


DIMORA ARCAICA

Una scoperta che ridisegna la mappa di Roma tra il VI e il V secolo avanti Cristo. Si tratta del ritrovamento di alcuni resti di un'antica dimora risalente, per l'appunto, al VI secolo a.C. Un rinvenimento considerato tra i più importanti degli ultimi anni, sia per il cambiamento della mappatura dell'antica Roma, che per il buono stato di conservazione. Oltretutto, fino a questo ritrovamento, si pensava che in quel punto ci fosse una necropoli.





Per l'esattezza, i reperti sono stati trovati quest'estate sul colle del Quirinale, all'interno di Palazzo Canevari, ex istituto geologico, durante gli scavi di archeologia preventiva della Soprintendenza.
Il palazzo è oggetto di interesse archeologico da diversi anni. Dopo un periodo di scavi, nel 2013 fu portato alla luce nell'area un enorme tempio del V secolo. "Questo edificio è sostanzialmente assente nelle Roma arcaica: ve ne sono tracce solo nella zona del Foro. Probabilmente l'abitazione visse circa 50-60 anni poi vi venne costruito il tempio che abbiamo rinvenuto nel 2013", ha spiegato Mirella Serlorenzi, direttrice degli scavi.
"La posizione della casa vicina al tempio lascia pensare che quella fosse un'area sacra e che chi la abitava stesse a guardia di ciò che vi accadeva - dice ancora Mirella Serlorenzi - Ma ancora più importante è che ora possiamo retrodatare l'urbanizzazione della zona del Quirinale. Le mura serviane andarono a inglobare un'area già abitata e non una necropoli".
Per questo, secondo la Serlorenzi, la dimostrazione che Roma era molto più grande di ciò che fino ad oggi si pensava.
"Ci auguriamo che ora possa proseguire un'adeguata opera di valorizzazione" dichiara Francesco Prosperetti, Soprintendente per il Colosseo, il Museo Nazionale Romano e l'Area Archeologica di Roma. Si pone infatti il problema di come garantire al pubblico la possibilità di godere di questa scoperta, dal momento che l'edificio è di proprietà privata.
"Stiamo già valutando delle proposte progettuali per una musealizzazione dell'edificio", ha detto il Soprintendente, garantendo che "sarà organizzata una fruizione compatibile con la destinazione d'uso del palazzo e che di certo questi scavi non saranno interrati".
La dimora che è stata ritrovata ha una pianta rettangolare e sembra fosse divisa in due ambienti. I suoi muri di legno erano, probabilmente, rivestiti con intonaco di argilla e coperti da un tetto fatto di tegole.

La città sommersa di Baia: la "piccola Atlantide" dell'Antica Roma

Baia è stata una delle città più importati dell’antica Roma.
Utilizzata come località balneare dai romani, la città si affacciava sul Golfi di Pozzuoli dell’allora Campania Felix.
Certamente era un luogo destinato agli imperatori e ai ricchi romani, i quali trascorrevano il loro tempo libero nelle lussuose ville e le sontuose terrazze che affacciavano sul golfo.
In alcuni periodi, Baia, costruita durante il periodo dell’imperatore Claudio, divenne più famosa di Pompei, Ercolano e Capri. E come queste, essa fu città di scandali, corruzioni e tentazioni edonistiche, secondo quanto riportano i documenti antichi.
Seneca, uno dei più importanti filosofi dell’epoca, definiva Baia il “Villaggio del Vizio”, mentre Ovidio, poeta romano, descriveva la cittadina come un “luogo appropriato per fare l’amore”. Ad ogni modo, Baia era famosa soprattutto per i suoi bagni prestigiosi e le sorgenti termali naturali.
Oggi, però, Baia non è più un parco giochi per gli imperatori romani, ma un vero tesoro per gli appassionati di esplorazioni subacquee. La cittadina, infatti, si trova sommersa sotto pochi metri d’acqua, con tutte le sue ville, statue e strade ancora visibili.

Lo sprofondamento di Baia si deve al fenomeno del bradisismo. Essendo collocata nell’aera vulcanica dei Campi Flegrei, il suolo su cui poggia Baia è andato su e giù per quasi 2 mila anni. Alla fine, il terreno si è tanto abbassato da finire sotto il livello del mare.
L’ambiente sottomarino ci riporta indietro nel passato: tra i reperti meglio conservati ci sono le statue in marmo, la strada principale Herclanea e il circostante complesso termale.
Il primo recupero delle vestigia archeologiche di Baia è avvenuto nel 1920, quando nel corso di alcuni lavori per l’ampliamento delle banchine vennero rinvenute le sculture, alcuni elementi architettonici e alcune insegne imperiali.
Nel 1940, alcune fotografie aeree scattate dal pilota Raimondo Buacher fornirono l’ulteriore prova della zona archeologica sommersa nelle acque poco profonde di fronte al Lago di Lucrino. Nonostante il notevole interesse sollevato dalla scoperta, la prima indagine sottomarina di Baia non avrà luogo fino al 1960, le quali contribuirono alla composizione della mappa della città sommersa.
Interessanti reperti sono stati individuati anche in prossimità di Punta Epitaffio, a circa 6 metri di profondità: una strada lastricata fiancheggiata da edifici e statue. Inoltre, a circa 400 metri dalla costa attuale, sono stati ritrovati numerosi pilatri di cemento, i quali confermano la posizione della costa in antichità.

Attualmente, i resti archeologici sommersi fanno parte del Parco Sommerso di Baia, un area marina protetta istituita nel 2002 con decreto congiunto del Ministro dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e di quello per i Beni e le Attività Culturali, l’area rappresenta, assieme al Parco sommerso di Gaiola, un esempio unico in ambito Mediterraneo di protezione archeologica e naturalistica subacquea.
Lo straordinario valore di tali siti è dato sia dal notevole stato di conservazione dei reperti archeologici, oltre che dal loro valore storico archeologico oggettivo. Il luogo è straordinariamente suggestivo, e fa di questo tratto dei fondali una piccola Atlantide romana.

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