Breaking News

6/breakingnews/random
Visualizzazione post con etichetta mitologia nordica. Mostra tutti i post

Amazzoni e Valchirie: le donne guerriere della mitologia greca e nordica


AMAZZONI


In nome in greco significa "coloro che non hanno seno", ma nel regno d’Abomey, sono esiste realmente.

Le donne guerriere venivano tradizionalmente governate da due regine, una della pace (politica interna) e una della guerra (politica "estera"). Tra le regine più conosciute si ricordano Mirina e Pentesilea.
In Geografia XI.5.4-5, Strabonedescrive il costume delle Amazzoni di compiere, ogni primavera, un visita nel territorio del popolo vicino deiGargareni i quali si offrono ritualmente per accoppiarsi con le donne guerriere affinché possano generare dei figli. L'incontro avviene in segreto, nell'oscurità, perché nessuno dei due amanti possa conoscere l'identità dell'altro.
La sorte della prole muta a seconda del sesso del nascituro. I maschi, secondo Strabone, vengono rimandati nel luogo d'origine e ogni gargareno adulto adotta un bambino senza sapere se sia o meno suo figlio; le femmine, invece, rimangono con le madri e vengono allevate ed educate secondo i loro costumi e istruite, in particolare, nell'arte della caccia e della guerra.
Le armi principali delle Amazzoni sono l'arco, l'ascia bipenne ed uno scudo particolare, piccolo ed a forma di mezzaluna, chiamato pelta.
Prima di ogni battaglia suonano il sistro, uno strumento che producendo un suono limpido e cristallino, non può avere lo scopo di intimorire il nemico, ma solo quello di ingraziarsi gli dèi.
Il combattimento a cavallo è la loro specialità. Selezionano i loro animali e mantengono con loro un rapporto di affiatamento totale che le rende delle perfette centaure; cavalcano stalloni, nel periodo in cui i Greci si accontentano di pony.
Sono famosi i loro giochi Targarèi, dei quali narra Eumolpo: cinquanta imbarcazioni, chiamate titalnès, si affrontano sulTermodonte: scagliate una verso l'altra a velocità folle, vincono quelle i cui campioni - detti targaira, amazzoni in piedi sulle barche che impugnano delle aste - riuscono a sostenere l'impatto senza cadere in acqua. Si procede così a eliminazione finché non c'è un'unica vincitrice, che viene proclamata la prediletta di Afrodite(anche questo è insolito: normalmente le Amazzoni veneravano la Dea Madre, che può essere identificata con Cerere, ed Artemide.

Sulla base delle fonti classiche, le Amazzoni vivono nella Scizia, presso la palude Meote[5] o in un'area imprecisata delle montagne del Caucaso da cui sarebbero migrate, successivamente, sulla costa centro-settentrionale dell'Anatolia (o viceversa da questa in Scizia).
Eschilo, nella sua tragedia Prometeo incatenato[6], sposa l'origine caucasica e accenna alla migrazione quando fa profetizzare, da Prometeo, la sorte di Io. Alla fanciulla - trasformata in giovenca, secondo il mito, e che sta disperatamente fuggendo dal castigo diEra - viene rivelato il lungo viaggio che ancora l'attende e alla fine del quale raggiungerà l'Egitto, dove sarà liberata, non prima, però, di aver visitato vari luoghi dell'Asia occidentale tra cui i monti del Caucaso e la palude Meote dove vivono le Amazzoni.
Le donne guerriere, secondo il titano, migreranno successivamente nell'Anatolia fondando la città di Temiscira presso il fiumeTermodonte[7] nella regione del Ponto.
Erodoto le colloca[8], invece, in Scizia presso il fiume Tanai[9]cercando di coniugare, così come già accennava Esiodo, i vari racconti mitologici degli scontri fra gli eroi greci e le Amazzoni di Temiscira[10] con i resoconti etnografici dell'epoca sui Sarmati, una popolazione nomade di etnia iranica, le cui donne combattevano con gli uomini a cavallo[11], vestivano come loro e non si sposavano prima di aver ucciso un nemico in battaglia[12].
Erodoto, contrariamente a Eschilo, fornisce un elaborato racconto della migrazione delle Amazzoni, sconfitte dai Greci, dall'originale sede di Temiscira fino alla palude Meote ove si sarebbero unite ad un gruppo di giovani maschi Sciti migrando, successivamente, assieme a costoro in una zona imprecisata lungo il corso del fiume Tanai. In quel luogo, i loro figli avrebbero dato origine ad un unico popolo: i Sauromati (Sarmati).
La fusione fra le due popolazioni avrebbe originato, tra i Sarmati[13], una ginecocrazia ovvero una società matriarcale secondo alcuni autori classici fra cui Plinio il Vecchio [14].
Strabone, qualche secolo dopo, nella sua Geografia[15], colloca ancora il popolo delle Amazzoni in quell'oriente favoloso per l'uomo greco che comprende SciziaPersia e India, parimenti abitato da popoli reali e fantastici, specificando, però, che le sue fonti sono in disaccordo indicando due regioni distinte.
Secondo Teofane di Mitilene che avrebbe compiuto, come riferisce Strabone, una spedizione in quei luoghi, le Amazzoni vivrebbero ai confini settentrionali dell'Albania caucasica[16] in quanto separate dal fiume Mermadalis[17] dalle terre degli Sciti e di altre popolazioni nomadi del Caucaso[18].
Secondo altre due fonti di Strabone, gli storici Ipsicrate e Metrodoro di Scepsi, le Amazzoni abiterebbero una valle fra i Monti Cerauni, nell'Armenia, e confinerebbero con i Gargareni, un popolo costituito esclusivamente da individui maschi con cui le Amazzoni si accoppierebbero per assicurarsi la sopravvivenza.















Le Amazzoni sono citate frequentemente nella letteratura classica greca. Oltre alle descrizioni etnografiche di autori come Erodoto, Strabone, Diodoro Siculo che cercano di coniugare mito e storiografia, ma senza operare una netta distinzione l'uno dall'altra, vi sono naturalmente quelle più nettamente poetiche e mitologiche. Uno dei riferimenti epici più antichi è sicuramente quello nell'Iliade in cui sono menzionate due volte.
In Iliade III.188-190, Priamo ricorda di aver combattuto le Amazzoni come alleato di Otreo e Migdone, due sovrani della Frigia(Turchia nord-occidentale). Le Amazzoni, ricorda Priamo, erano «ὰντιάνεραι» (eguali ai maschi, forti come i maschi), ma non erano numerose come gli Achei.
Priamo cita anche il luogo della battaglia che appare concorde con i riferimenti mitografici alle Amazzoni del Ponto: le rive del fiume Sangario (Σαγγάριος in greco, Sangarius in latino) che è il nome antico del fiume Sakarya nella regione storica della Frigia.
In Iliade IV.186[19], la lotta contro le Amazzoni è una delle imprese compiute da Bellerofonte che fa da perfetto contraltare, essendo le Amazzoni le più forti fra le donne, ad un'altra impresa dell'eroe, menzionata nel verso precedente: lo scontro con i Solimi[20] contro i quali Bellerofonte avrebbe combattuto la più dura battaglia con uomini[21].
Nell'Etiopide, un poema epico di Arctino di Mileto risalente alVII secolo a.C. e molto noto nell'età classica, ma di cui ci è pervenuto solo un breve frammento originale e un riassunto del V secolo a.C., veniva narrata la partecipazione delle Amazzoni, guidate dalla loro regina Pentesilea, alla guerra di Troia come alleate, questa volta, di Priamo. Il fulcro del poema era lo scontro fra Achille e Pentesilea che si concludeva con la morte di quest'ultima per mano dell'eroe greco e la restituzione del suo corpo ai Troiani da parte di un Achille commosso e pieno di ammirazione verso l'amazzone tanto da venir accusato di tradimento da un suo compagno d'arme.
I sentimenti di Achille nell'Etiopide, così prossimi all'amore verso la fiera nemica, e la tragicità intrinseca della vicenda, erano ideali per essere trasformati, durante il Romanticismo, in un intenso dramma psicologico d'amore e morte. E così, proprio, lo svilupperà ildrammaturgo tedesco Heinrich von Kleist nella sua tragediaPenthesilea (1808) in cui una regina delle Amazzoni resa folle dal contrasto insanabile fra l'amore e l'orgoglio sbrana, assieme ai suoi cani, il corpo di Achille.











Tralasciando la mitologia e passando alla storia, troviamo un corpo militare delle Amazzoni veramente esistito.Il re Houégbadja aveva gia organizzato un distaccamento di “cacciatrici di elefanti” facente funzione anche di guardia del corpo.Il figlio del re Agadia, ne fece delle vere e proprie guerriere.E. Chaudoin, in "Tre mesi in cattività nel Dahomey", nel 1891 le descrisse nel modo seguente:”Vecchie o giovani, brutte o belle, sono meravigliose da contemplare. Solidamente muscolose come i guerrieri neri, la loro attitudine è disciplinata e corretta allo stesso tempo, allineate come alla corda”.Alcune donne si arruolavano volontariamente, altre, insofferenti della vita matrimoniale e di cui mariti si lamentavano col re, erano arruolate d'ufficio. Il servizio militare le disciplinava e quella forza di carattere che mostravano nella vita matrimoniale e poteva così esprimersi nell'azione militare.Sul campo di battaglia, le Amazzoni proteggevano il re e prendevano parte attivamente ai combattimenti, sacrificando la loro stessa vita, non potevano sposarsi e avere figli, finchè rimanevano nell’esercito.Forgiate per la guerra per principio a questa dovevano consacrare lo loro vita."Noi siano degli uomini, non delle donne. Chi ritorna dalla guerra senza aver conquistato deve morire. Qualora ci ritirassimo in battaglia, la nostra vita sarebbe alla mercé del re. Quale che sia la città da attaccare, noi dobbiamo conquistarla o sotterrarci nelle sue rovine. Guézo è il re dei re. Finché sarà in vita noi non temeremo nulla". "Guézo ci ha donato nuova vita. Noi siamo le sue donne, le sue figlie, i suoi guerrieri. La guerra è il nostro passatempo, essa ci veste, essa ci nutre" Spesso ubriache di gin, abituate alle sofferenze e pronte ad uccidere senza preoccuparsi della propria vita, combattevano valorosamente e precedevano sempre le truppe incitandole al combattimento. Nel 1894, all'inizio della guerra fra le truppe del generale Dodds e quelle del regno di Abomey, l'armata contava circa 4000 amazzoni, suddivise in tre brigate. "Esse sono armate di daga a doppio taglio e di carabine Winchester. Queste amazzoni operano prodigi di valore; vengono a farsi uccidere a trenta metri dai nostri schieramenti..." (Capitano Jouvelet, 1894). Il corpo delle amazzoni fu dissolto dopo la sconfitta del regno d'Abomey, dal successore di Gbêhanzin, Agoli Agbo.
















VALCHIRIE

Nella mitologia nordica erano donne guerriere che avevano il compito di percorrere i campi di battaglia per raccogliere gli eroi caduti e condurli al cospetto di Odino. Dalla pelle bianchissima, indossavano armature lucenti e maneggiavano la spada con maestrìa. Si credeva che potessero determinare gli esiti delle battaglie.Molto abili nel cavalcare, dopo aver attraversato i campi di battaglia ed aver raccolto gli eroi caduti, li conducevano nel Valhalla dove li ricevevano offrendo loro dell'idromele. Gli eroi caduti venivano accolti nel Valhalla, un luogo mitico adornato da scudi ed armi, e quivi impegnavano il tempo nella pratica delle armi ed in interminabili banchetti in compagnia delle Valchirie.Il loro capo è Brunilde.
Brunilde (il cui nome significa “guerriera con la corazza”) è la figlia di Budli, alla quale Odino affida il compito di dirimere una contesa tra due sovrani, Hjalgunnar e Agnar; contro la volontà del dio, Budli decide a favore del secondo e viene pertanto condannata a cadere in un sonno eterno, dal quale viene liberata da Sigurdh (Sigfrido, nella mitologia germanica). Brunilde e Sigfrido si innamorano, ma questi beve una pozione magica che lo induce a sposare Gudrun; Brunilde si vendica uccidendolo, ma, presa da disperazione, si uccide a sua volta.

Nel Nibelungenlied Brunilde è la bellicosa regina d’Islanda che sottopone i suoi pretendenti a una serie terribile di prove di forza, decisa a sposare chi saprà combattere meglio di lei. Il re dei burgundi, Gunther, è innamorato di lei e, per riuscire a conquistarla, chiede aiuto a Sigfrido; questi, resosi invisibile grazie al cappuccio dell’invisibilità sottratto ai nibelunghi, si sostituisce a lui nell’ultima prova e sconfigge Brunilde. Scoperto l’inganno di cui è stata vittima, Brunilde, ormai sposa di Gunther, si vendica di Sigfrido, che farà uccidere da Hagen.

IL SOLSTIZIO D’INVERNO: ORIGINI E TRADIZIONI

Sin dai tempi antichi, dalla Siberia alle Isole Britanniche passando per l’Europa Centrale e il Mediterraneo, era tutto un fiorire di riti e cosmogonie che celebravano l’incontro della notte più lunga col giorno più breve, il Solstizio d’Inverno.
Nel neopaganesimo rappresenta uno degli otto giorni solari, o Sabbat; viene celebrata intorno al 21 dicembre nell’emisfero settentrionale e intorno al 21 giugno in quello meridionale.
Yule è un periodo carico di valenze simboliche e magiche, dominato da miti provenienti da un passato lontanissimo.
È anche un termine arcaico per il Natale (con questo significato viene riportato nei dizionari della lingua inglese; il termine appare ancora in alcuni canti natalizi ed è tuttora usato in alcuni dialetti scozzesi). L’etimologia della parola “Yule” (Jól) non è chiara. È diffusa l’idea che derivi dal norreno Hjól (“ruota”), con riferimento al fatto che, nel solstizio d’inverno, la Ruota dell’Anno si trova al suo estremo inferiore e inizia a risalire”. I linguisti suggeriscono invece che Jól sia stata ereditata dalle lingue germaniche da un substrato linguistico pre-indoeuropeo. Nei linguaggi scandinavi, il termine Jul ha entrambi i significati di Yule e di Natale, e viene talvolta usato anche per indicare altre festività di dicembre. Il termine si è diffuso anche nelle lingue finniche e indica il Natale, sebbene tali lingue non siano di ceppo germanico.È certo che la celebrazione avveniva durante il solstizio invernale in epoca precristiana. Yule, o Farlas, è insieme festa di morte, trasformazione e rinascita. Due temi principali si intrecciavano e si sovrapponevano, come i temi musicali di una grande sinfonia: uno era la morte del Vecchio Sole e la nascita del Sole Bambino, l’altra era il tema vegetale che narrava la sconfitta del Dio Agrifoglio, Re dell’Anno Calante, ad opera del Dio Quercia, Re dell’Anno Crescente.
Un terzo tema, forse meno antico e nato con le prime civiltà agrarie, celebrava sullo sfondo la nascita-germinazione di un Dio del Grano: se il sole è un Dio, il diminuire del suo calore e della sua luce è visto come segno di vecchiaia e declino.
Le genti dell’antichità, che si consideravano parte del grande cerchio della vita, celebravano riti per assicurare la rigenerazione del Sole e accendevano falò per sostenerne la forza e per incoraggiarne, tramite la cosiddetta “magia simpatica” la rinascita e la ripresa della sua marcia trionfale.
Presso i celti era in uso un rito in cui le donne attendevano immerse nell’oscurità, l’arrivo della luce-candela portata dagli uomini con cui veniva acceso il Fuoco, per poi festeggiare tutti insieme.
Quando i missionari iniziarono la conversione dei popoli germanici, adattarono alla tradizione cristiana molti simboli e feste locali (fu lo stesso Gregorio Magno, tra gli altri, a suggerire apertamente questo approccio alle gerarchie ecclesiastiche). Il Natale è la versione cristiana della rinascita del Sole, fissato secondo la tradizione al 25 dicembre dal papa Giulio I (337 -352), per il duplice scopo di celebrare Gesù Cristo come “Sole di Giustizia” e creare una celebrazione alternativa alla più popolare festa pagana.
La festa di Yule venne quindi trasformata, mantenendo però alcune delle sue tradizioni originarie: fra i simboli moderni del Natale che parrebbero derivare da Yule compiono, fra l’altro, l’uso decorativo del vischio e dell’agrifoglio. Così come gli alberi da frutta, anche i sempreverdi, come la quercia, sono un elemento fondamentale delle celebrazioni del solstizio invernale. L’albero sempreverde, che mantiene le sue foglie tutto l’anno, è un ovvio simbolo della persistenza della vita anche attraverso il freddo e l’oscurità dell’inverno. Agli alberi sempreverdi venivano fatte offerte; l’albero di Yule, origine dell’albero di Natale con i suoi doni, rappresentava la fortuna per una famiglia così come un simbolo della fertilità delle prossime stagioni.
Un’altra pianta sacra del solstizio d’inverno è il vischio, che i druidi consideravano discesa dal cielo, figlia del fulmine, e quindi emanazione divina.
Essi tagliavano ritualmente i rami di vischio con un falcetto d’oro, strumento che univa in sè il simbolo del Sole e quello della Luna. La pianta era chiamata il “tutto-sana”, medicina universale, dono del risanante momento dell’eternità. Ancora oggi baciarsi sotto il vischio è un gesto propiziatorio di fortuna.
A Yule le popolazioni nordiche nella notte più lunga dell’anno, accendevano vari fuochi nei campi, a significare incoraggiamento per il Sole nel suo momento di maggiore difficoltà. Un fuoco veniva acceso anche nelle case: secondo la tradizione, un ceppo
L’ accensione del Ceppo di Yule cerimoniale era dunque il momento clou del festival. Secondo la tradizione, il ceppo deve o essere stato raccolto nelle terre del capofamiglia, o dato in dono,  non doveva mai essere acquistato. Una volta trascinato in casa e posto nel camino era decorato in verde, cosparsi di sidro o birra, e spolverato di farina prima di essere dato alle fiamme. Il ceppo avrebbe dovuto bruciare tutta la notte, poi veniva covato sotto la cenere per 12 giorni dopo la cerimonia, prima di essere messo fuori. Il frassino è il legno tradizionale della ceppo di Yule, insieme alla quercia . il primo è ‘l’albero del mondo sacro dei Nordici, noto come Yggdrasil. Una pianta del Sole, il frassino porta luce nel focolare durante il Solstizio, il secondo la quercia è sacra ai Druidi.. Un diverso tipo di ceppo natalizio, e forse quello più adatto in tempi moderni è un ceppo che viene forato per essere poi usato come base per tenere tre candele.  Viene fatto con un ramo più piccolo di quercia o di pino, e appiattito su un lato in modo da porlo  in posizione verticale. Praticati tre fori nella parte superiore possono essere poste le candele in alcune combinazioni di colore diverso: rosso, verde e bianco (stagione), verde, oro e nero (il Dio Sole), o bianco, rosso e nero (la Grande Dea). Il ceppo può essere poi ulteriormente decorato con fiocchi verdi, rossi e oro, boccioli di rosa, chiodi di garofano e polvere di farina.
Ma anche da noi in Italia questa tradizione era presente: una volta (e ancora adesso in qualche famiglia toscana o emiliana), si accendeva un ceppo che rappresentava simbolicamente l’Albero della Vita, dicendo: “Si rallegri il ceppo, domani è il giorno del pane; ogni grazia di Dio entri in questa casa, le donne facciano figlioli, le capre capretti, le pecore agnelletti, abbondino il grano e la farina e si riempia la conca di vino”.
Un altro modo per celebrare Farlas è quello del ramo dei desideri, un rituale della tradizione celtica bretone. Nove giorni prima del Solstizio occorre procurarsi un ramo secco di buone dimensioni, pitturarlo con vernice dorata e appenderlo vicino all’ingresso della propria abitazione, con una penna e alcune strisce di carta rossa da tenere lì vicino. Chiunque entri in casa potrà scrivere un proprio desiderio su una striscia di carta, che verrà ripiegata per garantirne la segretezza e legata al ramo con un nastrino. Quando nove giorni dopo si accende il Fuoco del Solstizio il ramo viene sistemato sulla legna da ardere e i desideri che sono appesi ad esso bruciando  saliranno col fumo sempre più in alto, affinché vengano accolti dalle forze dell’Universo.
Nei paesi scandinavi, ad esempio, si festeggiava la nascita di Freyr, il figlio supremo di Odino (Odhinn-Wotan). Nell’estremo Nord, si celebrava Baldur (il candido e bellissimo ‘Dio della giustizia’ e del ‘bene’; un Dio che dopo essere stato ucciso, era resuscitato 40 giorni più tardi). In Danimarca, si festeggiava Trundholm (il ‘disco solare’). In Irlanda, si commemorava la venuta al mondo di Samhein (un Dio, guarda caso, che dopo tre giorni dalla sua morte, era ugualmente risorto). I Gallo-Celti glorificavano Alban Arthuan (la ‘rinascita del Sole’). I Troiani – secondo l’Iliade di Omero – adoravano il Sole-Apollo. I Greci, celebravano Helios (il ‘carro solare’ – figlio dei Titani Hypérion e Théia) ed in seguito Apollo Phoibos (‘Apollo raggiante’); ma onoravano ugualmente Adonis o Adone (allegoria della morte e della rinascita della natura) e Dionisio (figlio di Zeus e di Semele). A Roma e nel Lazio, si festeggiavano i Saturnali (feste in onore di Saturno, ‘Dio dell’Agricoltura’ dal 19 al 25 Dicembre) e la nascita di Bacco (l’equivalente di Dionisio, in Grecia); si onorava ugualmente il Sol Indiges e, più tardi – introdotto nel  273 (MXXVI a.U.c.) dall’Imperatore Aureliano (270-275) – il Dies Natalis Solis Invicti (il ‘giorno della nascita del sole invincibile’ – celebrazione fissata ante diem octavum Kalendas Ianuarias, cioè il nostro 25 Dicembre). I Germani, nello stesso periodo, solennizzavano il giorno di Yule (la ‘ruota solare’) e gli Anglo-Sassoni, l’equivalente Geola (il ‘giogo dell’anno’). Nei Balcani, tra le popolazioni Illiriche, si ossequiava  Dupljaja (la ‘figura d’argilla’) e, tra gli Slavi, Dajbog. Il tutto, naturalmente, senza dimenticare che nello stesso periodo erano ugualmente festeggiati, Giove/Zeus/Juppiter (‘Dio Supremo’, ‘Padre dei Cieli e ‘Re degli Dei’) e Plutone/Hadès (Pluto, ‘colui che arricchisce’ in latino; Hadès, ‘colui che rende invisibile, in greco), nonché l’egiziano Osiride o Osiris (‘Dio della morte e dell’oltretomba’).
Fonti dell'articolo: www.heartpaganism.tumblr.com, www.cittadiluce.forumattivo.eu, www.ilsalottodellastrega.myblog.it, www.witchofforestgrove.com, Ricerche personali. L'arte della Strega - D. Morrison Wicca - S. Cunningham

La concezione del Sud come dimora della luce secondo la mitologia norrena

È la dimora stessa della luce che qui, insieme al calore e al secco, fu concentrata alle origini del mondo. Rispetto al Nord, in cui ebbero sede il buio, il freddo e l’umidità, è uno dei due poli dai quali fu generato il cosmo.
Al Sud appartengono dunque tutti gli esseri cui è affidato il compito di combattere le forze demoniache del buio. Tali sono soprattutto gli eroi solari, come appare con ogni evidenza per Sigurðr(noto anche come Sigurd nb). Di lui si narra che, dopo aver concluso il suo apprendistato e aver ucciso il serpe Fáfnir, si recò all’incontro con la valchiria Brunilde dirigendosi a sud. Egli è detto «uomo del Sud» e a sud sarà ucciso dai suoi nemici. Verso sud procede anche l’eroe Helgi, perché questa è l’unica direzione verso cui lo sospinge il volere delle norne.
A sud hanno dimora le valchirie mediatrici per gli eroi della luce della conoscenza: in tale luogo è immaginata infatti la luce potente dell’intelletto e della verità divina. Similmente è detto che la casa di Faðir e Móðir aveva le porte rivolte a meridione. Móðir è colei che unendosi al dio Heimdallr darà alla luce Jarl, progenitore degli uomini liberi, dei guerrieri e degli eroi.
Nel giuramento fatto per il «sole che inclina verso sud» si intende invocare la forza del sole nel suo culmine e nella sua essenza.
Dal Sud verrà nell’ultimo giorno il gigante Surtr che appiccherà il fuoco a tutto il mondo.

Il Caos nella mitologia nordica



È la minaccia perenne all’ordine e all’armonia del cosmo. Nel mondo nordico si incarna in forze demoniache quali i giganti, che costantemente cercano di impadronirsi di ciò che garantisce la fecondità e l’armonioso fluire del tempo. 



Altri nemici dell’ordine, pericolosi e oscuri, attendono la fine del mondo che li libererà dai legami che li paralizzano: il serpe di Miðgarðsormr, che giace nell’oceano stretto come un anello attorno alla terra(foto); Garmr, il cane infernale, legato davanti alla caverna Gnipahellir; il lupo Fenrir, incatenato su un’isola, e Loki, il malvagio fra gli dèi. 



Tutti costoro saranno liberi nell’ultimo giorno e combatteranno la battaglia finale contro le forze della luce, con le quali si annienteranno a vicenda. Quando tutto sarà finito, un nuovo ciclo avrà inizio e le forze del caos saranno ricacciate ai confini del cosmo, tornando a essere un’incombente minaccia.



Fonte:http://thule-italia.com/wordpress/?p=12337-it

NEWS, SITI CONSIGLIATI & BLOGROLL

VISUALIZZAZIONI TOTALI

Follow by Email

Contact Me

Nome

Email *

Messaggio *