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Nel pane (e in altri prodotti da forno) si nasconde un conservante associato al rischio di diabete e obesità


Di Salvatore Santoru

Nel pane e in altri prodotti da forno si nasconde un conservante assai poco salutare. Più specificatamente, si tratta dell’acido propionico.
Tale conservante acidificante, riporta 'il Salvagente',  è molto utilizzato nel pane e in altri prodotti in quanto risulta essere un inibitore della crescita di certi batteri e della muffa. 

Ma, come riportato nello stesso articolo del 'Salvagente', una ricerca dell’HarvardT.H. Chan School of Public Health è giunta alla conclusione che l'additivo aumenta i livelli di determinati ormoni associati al rischio di obesità e diabete.

La denuncia degli scienziati: Coca-Cola potrebbe sospendere le ricerche che finanzia


Di Marta Musso

Attraverso specifici meccanismi contrattuali, il colosso della Coca-Cola potrebbe nascondere i risultati di alcune ricerche che finanzia. È questa l’accusa di un team di ricercatori internazionale, guidato dall’Università di Cambridge, che analizzando oltre 87mila pagine di documenti ottenuti grazie alla statunitense Freedom of Information Act, o Foia, (legge che tutela la libertà d’informazione e il diritto di accesso agli atti amministrativi), ha scoperto come specifiche clausole nei contratti di finanziamento darebbero al colosso delle bollicine la possibilità di visionare in anteprima eventuali risultati di studi di alcune università statunitensi e canadesi. Ma non solo: la società godrebbe anche del diritto di far sospendere uno studio “senza alcuna ragione” (o meglio, qualora fosse sfavorevole per l’azienda) e di entrare in possesso di quei dati.
Tuttavia, specifichiamo fin da subito che, come riferiscono i ricercatori nel loro studio appena pubblicato sul Journal of Public Health Policy, non sono state finora trovate le prove concrete che la Coca-Cola abbia mai sospeso alcuna ricerca che ha finanziato. “Tuttavia, il dato importante è che l’azienda ha il diritto di farlo”, raccontano i ricercatori.
Gran parte dei finanziamenti della Coca-Cola riguardano il mondo della ricerca sulla nutrizione e sull’attività fisica. Ricordiamo, infatti, che il consumo di cibi e bevande ad alto contenuto calorico e a basso contenuto di nutrienti è considerato un importante fattore nell’epidemia di obesità infantile. Tanto che l’anno scorso, come vi avevamo raccontato, il Regno Unito aveva introdotto una tassa sullo zucchero su molte bevande analcoliche, inclusa la Coca-Cola.
Come raccontano i ricercatori, queste clausole potrebbero nascondere “informazioni fondamentali sulla salute”, e ipotizzano sia già stato fatto. Infatti, gli autori dello studio, tra cui anche i ricercatori della London School of Hygiene e Tropical Medicine, dell’università Bocconi e dello statunitense Right to Know (gruppo di ricerca no profit), sostengono che le clausole appena scoperte violano gli impegni presi dalla società di sostenere lascienza in modo trasparente e senza restrizioni.
Per capirlo, tra il 2015 e il 2018 il Right to Know ha presentato 129 richieste al Foia relative alle università nordamericane che avevano ricevuto finanziamenti dalla Coca-Cola. Dalle analisi di oltre 87mila pagine di documenti, i ricercatori hanno scoperto cinque contratti di ricerca stipulati con quattro università: Louisiana State University, University of South Carolina, University of Toronto e University of Washington.
Sul suo sito web la Coca-Cola dichiara che gli scienziati mantengono il controllo totale sulle loro ricerche e che la società non ha il diritto di impedire la pubblicazione dei risultati. Un portavoce dell’azienda, in particolare, ha riferito a Inverse“Concordiamo che la trasparenza e l’integrità della ricerca siano fondamentali. Ecco perché, dal 2016, The Coca-Cola Company non ha finanziato in modo indipendente la ricerca su questioni relative alla salute e al benessere in linea con i principi guida pubblicati sul nostro sito web da quel momento”.
Dall’altra parte, tuttavia, gli accordi mostrano mostrano che Coca-Cola avrebbe potuto far valere alcuni diritti durante tutto il processo della ricerca, tra cui il diritto di ricevere aggiornamenti e commenti sui risultati prima della pubblicazione e il potere di terminare gli studi in anticipo anche “senza motivo”.
“Abbiamo scoperto che alcuni contratti consentono di annullare risultati o scoperte sfavorevoli prima della loro pubblicazione”, ha precisato l’autrice della ricerca, Sarah Steele, dell’Università di Cambridge. “La Coca-Cola si è dichiarata all’avanguardia nel sostenere con trasparenza gli studi sulla salute che finanzia, ma i nostri risultati suggeriscono che una ricerca importante potrebbe non essere stata mai pubblicata e noi non lo sapremo mai”.

Coca-Cola e l’inchiesta shock: “pagati i ricercatori per smentire legami con obesità e diabete”


Di Monia Sangermano

Un’inchiesta pubblicata sul Journal of Public Health Policy ha rivelato che Coca-Cola avrebbe speso milioni di dollari per finanziare ricerche scientifiche universitarie, bloccando o condizionando quelle che sono giunte a conclusioni sfavorevoli alla compagnia. Nell’articolo si spiega come Coca-cola usi i contratti e gli accordi per influenzare le ricerche sanitarie che finanzia. In base a quanto emerso la multinazionale utilizzerebbe contratti redatti minuziosamente per garantire che la società abbia un accesso privilegiato e anticipato ai risultati delle ricerche e possa chiudere gli studi per qualsiasi ragione. I ricercatori intervistati hanno dichiarato di aver dato alla Coca-cola la possibilità di far passare sotto silenzio i risultati sfavorevoli alla società, come ad esempio gli studi che collegano il consumo di bevande dolcificate all’obesità.

Gli autori dello studio sono collegati all‘Università di Cambridge, alla London School of Hygiene and Tropical Medicine, alla Bocconi, e alla ong americana Right to Know. Il report su Coca-cola si basa sui contratti di ricerca ottenuti attraverso diverse richieste fatte con il Freedom of Information, e sono state prese in esame 87.000 pagine di documenti. Tra questi vi sono cinque accordi di ricerca firmati da Coca-cola e dalle università della Louisiana, del South Carolina, di Toronto e di Washington. La maggior parte delle ricerche finanziate dalla compagnia sono legate alla nutrizione e all’attività fisica. I ricercatori hanno rivelato, però, che questo tipo di contratti non sono firmati soltanto dalla Coca-cola. Monsanto e PepsiCo hanno sponsorizzato studi sanitari legati ai loro prodotti.


FONTE: http://www.meteoweb.eu/2019/05/coca-cola-inchiesta-shock-pagati-ricercatori-obesita-diabete/1260086/#oGXWfgYOCSfPOtZr.99

Obesi per colpa dei geni: una mutazione non blocca l’appetito. Speranze per una cura

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Di Andrea Centini

Le mutazioni di un gene legato al controllo dell'appetito possono provocare l'obesità; la scoperta apre le porte a trattamenti innovativi e mirati contro questa condizione. Lo ha dimostrato un team di ricerca dell'Imperial College di Londra, dopo aver sequenziato il genoma di bambini pakistani colpiti da obesità.




Nello specifico, i ricercatori coordinati dal professor Philippe Froguel, presidente del Dipartimento di Medicina Genomica presso l'ateneo britannico, hanno trovato le mutazioni responsabili nel gene ADCY3, che codifica per l'enzima adenilato ciclasi 3. Quando queste mutazioni sono presenti, la proteina prodotta non funziona correttamente e determina anomalie nel controllo dell'appetito, ma anche nell'olfatto e rischio di diabete.

Il team di Froguel è giunto a questa conclusione dopo aver studiato un gruppo di bambini pakistani, che in un'indagine precedente aveva già evidenziato uno stretto legame tra fattori genetici e obesità nel 30 percento dei casi. A causa dell'elevata consanguineità rilevata nella loro popolazione, infatti, questi bambini hanno maggiori probabilità di ereditare la stessa mutazione recessiva da entrambi i genitori, manifestando così l'anomalia genetica. È proprio attraverso il sequenziamento del loro DNA che Froguel e colleghi hanno identificato le mutazioni di ADCY3, le cui anomalie influenzano il rapporto tra una porzione del cervello (l'ipotalamo) e la produzione di ormoni che regolano varie funzioni biologiche, come appunto l'appetito.

Dopo aver trovato queste mutazioni, i ricercatori le hanno inserite nel database GeneMatcher, e così hanno potuto confrontare i loro risultati con quelli ottenuti da altri colleghi, in particolar modo danesi e olandesi, giunti alla medesima conclusione dopo aver analizzato profili di altri soggetti obesi (soprattutto della ristretta comunità Inuit). Le responsabilità delle mutazioni appena scoperte è stata determinata anche in esperimenti con gli animali: i topi privi del gene ADCY3, infatti, non solo sono obesi, ma soffrono anche di anosmia, cioè hanno perso l'olfatto, un'anomalia rilevata anche nei bambini pakistani.

La scoperta di queste mutazioni potrebbe portare alla creazione di trattamenti mirati in grado di ridurre l'impatto dell'obesità, considerata dagli scienziati alla stregua di una vera e propria epidemia, con costi sociali e sanitari elevatissimi. I dettagli dello studio sono stai pubblicati sulla prestigiosa rivista scientifica Nature Genetics.

FONTE: https://scienze.fanpage.it/obesi-per-colpa-dei-geni-una-mutazione-non-blocca-l-appetito-speranze-per-una-cura/

Salute, scoperta la molecola contro l’obesità

Nuova arma contro l'obesità, una molecola per il diabete spegne l'appetito


Di Rinaldo Cilli

Un gruppo di ricercatori della ifc-cnr di Pisa e dell’Università del Texas Health Science Center di San Antonio, hanno scoperto una nuova molecola per il diabete che potrebbe rappresentare una nuova, efficace arma per la lotta contro l’obesità. Si tratta dell’Exenatide, un tipo di farmaco che se assunto da soggetti prediabetici aumento sia il metabolismo dell’insulina, sia quello delle aree cerebrali coinvolte nei meccanismi di controllo della fame. In pratica assumere questo farmaco causarebbe una diminuzione sensibile dell’appetito, perchè agisce con una certa intensità a livello di ipotalamo.
Gli stessi ricercatori, altresì, spiegano che quei soggetti con problemi di obesità(o diabete) hanno un difetto nel rilascio dell’ormone intestinale chiamato “glucagon like peptide-1”, che agisce anche su altri organi come fegato, cervello e cuore, migliorandone il metabolismo. Dallo studio è inoltre emerso che il cervello svolge un ruolo di primo piano nell’insorgenza progressiva di obesità e diabete, regolando il senso della fame e sia il modo con cui metaboliziamo il cibo che consumiamo. Il nuovo studio aprirà quindi nuovi scenari nella lotta contro queste malattie.


Il Vino rosso contro l’obesità

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Di Eleonora Degano
Fa sempre piacere leggere ricerche dalle quali uno dei nostri alimenti o bevande preferiti esce come di ausilio alla salute. Il merito, quando ad esempio si parla di vino rosso o cioccolata, di solito è degli antiossidanti. In passato si è anche parlato dei benefici del caffè in materia di tumore al senoAlzheimer. O anche, di recente, potrebbe esservi capitato di sentire che il luppolo (da non leggersi birra) fa bene alla memoria.
Eppure questi studi vanno spesso incontro a contrordini, o meglio: a volte non è del tutto chiaro a quali particolari composti siano dovute le proprietà benefiche, come ha confermato lo scorso anno un’indagine della Johns Hopkins University condotta sugli abitanti della valle del Chianti, che non ha trovato correlazione tra la concentrazione di resveratrolo (un antiossidante presente in vino rosso e cioccolata) nell’organismo e la ridotta incidenza di tumori o malattie dell’apparato cardiovascolare.





 Il beneficio c’è, insomma, ma si trova da un’altra parte. Ed è un beneficio che si estende anche al di là di cuore e circolazione, visto che a quanto pare il vino rosso, i polifenoli e gli estratti dei semi d’uva hanno effetti positivi anche quando si parla di salute orale: combattono i batteri che proliferano nella nostra bocca e aiutano a prevenire le carie.
Nell’estate del 2014 si è ri-parlato degli effetti positivi sulla salute del vino – sia rosso sia bianco – anche al congresso della European Society of Cardiology, durante la presentazione dello studio simpaticamente chiamato In vino veritas. Da questo studio è emerso che il vino sì fa bene all’apparato cardiovascolare, ma solo nelle persone che praticano attività fisica in modo regolare. Il che non stupisce: proprio come per le diete la ricetta magica non c’è, e un migliorato regime alimentare va di pari passo con la giusta dose di movimento.
Acini, succo e vino
Mentre ci si districa tra cosa fa bene e cosa no – quando in realtà quasi ogni ragionamento dovrebbe partire dalla parola chiave, ovvero moderazione – gli scienziati continuano a indagare le proprietà di molti alimenti e bevande. Come hanno fatto i ricercatori di tre università statunitensi (University of Florida, University of Nebraska, University of Oregon), che su The Journal of Nutritional Biochemistry ci danno un’ottima notizia: mangiare uva rossa o berne il succo o il vino potrebbe migliorare la salute delle persone sovrappeso, aiutandole a bruciare meglio i grassi. Gli acini scuri hanno un ruolo da giocare nella sfida sanitaria dell’obesità. E dei disordini metabolici che si porta dietro.
Neil Shay, biochimico e biologo molecolare tra i ricercatori che firmano lo studio, ha condotto gli esperimenti in laboratorio esponendo cellule umane provenienti dal fegato e adipociti agli estratti di quattro molecole naturalmente presenti nell’uva muscadina. Una di queste sostanze chimiche, l’acido ellagico, si è dimostrata particolarmente potente: la crescita degli adipociti già presenti è rallentata molto – come anche la formazione di nuove cellule adipose – mentre in quelle del fegato è aumentato il metabolismo degli acidi grassi.
No, non stiamo parlando di miracoli per perdere peso, precisa Shay. «Non abbiamo ancora scoperto, né ci aspettiamo succeda, che questi composti aiutano a perdere peso. Ma migliorando il consumo dei grassi, specialmente a livello epatico, potrebbe migliorare la funzionalità stessa del fegato». Quest’ultima scoperta è la continuazione di un lavoro che Shay porta avanti da parecchi anni: nel 2013 per esempio provò, insieme ai suoi studenti, a implementare la dieta di un gruppo di topi obesi con estratti degli acini di Pinot Nero.
Ogni giorno i topi – che mangiavano molto e si muovevano poco, uno stile di vita simile a quello delle persone obese che non fanno attività fisica ma vita sedentaria – consumavano estratti di Pinot Nero in una quantità corrispondente a una tazza e mezza di acini d’uva per un essere umano. Dopo dieci settimane di osservazioni i topi nutriti solamente con diete ad alto contenuto di grassi avevano sviluppato  la steatosi epatica (anche nota come fegato grasso) e mostravano i primi sintomi del diabete. Quelli che avevano ricevuto gli estratti d’uva, invece, avevano accumulato molto meno grasso a livello del fegato e il livello di zuccheri nel sangue era decisamente inferiore.
Fare la spesa per la salute
Anche in questo caso il protagonista era l’acido ellagico, che ha “ridotto” gli effetti negativi dell’alimentazione poco bilanciata. Quando Shay e i colleghi hanno analizzato i tessuti dei topi obesi che avevano mangiato anche l’estratto, hanno notato una maggior attività dei livelli di PPAR-alpha e PPAR-gamma, due proteine che agiscono nelle cellule proprio per metabolizzare grassi e zuccheri. L’ipotesi di Shay è che l’acido ellagico e altre sostanze chimiche si leghino ai recettori nucleari degli ormoni, portandoli ad attivare i geni che promuovono il metabolismo di grassi e zuccheri (è in base a questo meccanismo che agisce la maggior parte dei farmaci prescritti per ridurre il livello di zucchero nel sangue e i trigliceridi).
Mentre continua le sue ricerche, Shay ribadisce che lo scopo del lavoro non è trovare sostituti ai normali provvedimenti medici, ma guidare le persone a fare scelte consapevoli di fronte a cibi che si possono reperire con facilità e che hanno importanti benefici sulla salute. Compreso migliorare le funzioni metaboliche. «Vogliamo trovare ulteriori evidenze a sostegno del contributo per la salute di certi cibi. Se stessi facendo la spesa e sapessi che un certo frutto fa bene per una patologia che ti affligge, non lo compreresti?».

La discriminazione socialmente accettata e il pregiudizio nel confronto degli "obesi"

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Di Walter La Gatta
Secondo un recente studio pubblicato sulla rivista Obesity, le persone che hanno perso peso si sentono ancora “bloccate” nei rapporti sociali, in quanto continuano a percepirsi come “obese” e non in perfetta salute.
La Dr.ssa Janet Latner, professore associato di psicologia presso l’università di Manoa e la collega Dr. Kerry O’Brien, senior lecturer presso l’Università di Manchester in Gran Bretagna e presso la Monash University, in Australia, si sono proposte di determinare, attraverso uno specifico studio, se il pregiudizio anti-obesità persiste anche dopo che una persona obesa abbia riacquistato il suo peso-forma.
Le due studiose hanno dunque intervistato un gruppo di giovani, chiedendo loro quanto “attraente” o “interessante”, trovavano una donna, dopo aver letto una breve biografia sulla persona in cui si precisava che il suo peso era rimasto sempre costante nel tempo, o si informava che la persona aveva perso 70 libbre (32 kg).
Si è potuto così appurare che il pregiudizio nei confronti delle persone obese è molto diffuso ed offensivo, tanto che molte persone in sovrappeso decidono di fare lo sforzo di dimagrire proprio per sfuggire a questa dolorosa discriminazione, che sentono nei loro confronti. Perfino le donne attualmente magre, ma che un tempo erano obese, vengono percepite come meno attraenti rispetto a coloro che sono sempre state magre, anche se questi due gruppi di persone condividono oggi  la stessa altezza e lo stesso peso.
Le autrici sono rimaste sorprese nello scoprire che il giudizio riguardo alle ex obese è ancora più negativo ed addirittura aumenta se si viene a sapere che una persona ha avuto un tempo difficoltà a gestire il proprio peso. Peraltro, va detto che il peso di una persona non riguarda semplicemente la sua incapacità nell’autoregolarsi, ma può dipendere anche da fattori biologici e genetici.
La migliore scienza nel campo dell’obesità sostiene infatti oggi che non bastano la forza di volontà, le conoscenze, la dedizione per il mantenimento del peso, ma che esso dipende in larga parte anche dalla fisiologia, dalla genetica e dall’ambiente.
Gli show televisivi sulla perdita di peso di alcune persone possono contribuire, secondo le ricercatrici, a peggiorare in modo significativo lo stigma nei confronti dell’ obesità. Ritenere che gli obesi possano facilmente dimagrire, solo che lo vogliano, può influire infatti negativamente sul giudizio che si ha nei confronti delle persone in sovrappeso.
Nei confronti dell’obesità siamo dunque in presenza di un vero e proprio pregiudizio, che addirittura persiste anche una volta superato il sovrappeso, facendo si che questi ex grassi percepiscano uno stipendio più basso di altre persone e trovino lavoro con maggiore difficoltà.

Ecco come l’industria del cibo guadagna con l’obesità


Enormi muri del gusto fatti di cibi calorici, merendine succulente che spuntano da destra e sinistra, cibi pronti superunti che fanno capolino in fondo alla corsia. Benvenuti nel supermercato sotto casa. E quelli sugli scaffali sono i piatti che ingurgitate ogni giorno. Pura scienza in tavola. Perché il cibo, scrive The Guardian, è quello che sta rendendo il pianeta obeso.
E dopo? Fila dopo fila si trovano cibi light, dietetici, zero calorie, pochi grassi, sugar free, “healthy”, indirizzati a chi è già passato dagli scaffali dei cibi ipercalorici e ora ha bisogno di perdere peso. Si pensa all’obesità e alla dieta come poli opposti, ma in realtà esiste una profonda relazione tra le due cose.  
Dal 1980, scrive l’Organizzazione mondiale della sanità, il tasso di obesità è raddoppiato. Al 2008, il 35% della popolazione dai 20 anni in su è sovrappeso, l’11% è obeso. Ma i “grassi” non sono pigri e compiacenti con le loro condizioni. Anzi: provano vergogna e fanno di tutto per perdere peso. Molti di questi, classificati come “sovrappeso”, sono quasi in dieta perpetua, e lo stesso vale per l’altra metà della popolazione, la maggior parte della quale non ha neanche bisogno di perdere un grammo. 

Quando temi come obesità e salute sono entrati nel mirino dell’opinione pubblica, l’industria del cibo ha preso nota. Ma non esattamente nel modo in cui si potrebbe immaginare. Alcuni dei grandi giganti globali del cibo hanno optato per fare qualcosa di straordinariamente ovvio: hanno deciso di fare i soldi con l’obesità. Come? Investendo nell’industria delle diete. 
Weight Watchers, creata dalla casalinga newyorkese Jean Nidetch all’inizio degli anni Sessanta, è stata comprata dalla Heinz nel 1978, che a sua volta ha venduto la compagnia nel 1999 alla società di investimento Artal per 735 milioni di dollari. Poi arrivò Slimfast, un cibo liquido sostitutivo inventato dal chimico e imprenditore Danny Abraham, acquistato dalla Unilever, proprietaria a sua volta del brand Ben&Jerry e delle salsicce Wall’s. Il marchio americano delle diete per eccellenza, Jenny Craig, è passato invece nelle mani della multinazionale Nestlé, che vende anche cioccolato e gelati. Nel 2011, non a caso, la Nestlé si trovava al primo posto nella classifica delle 500 compagnie più ricche al mondo stilata da Fortune. 
In poco tempo queste multinazionali si sono lanciate nel mercato della perdita di peso, includendo nel loro business anche palestre, home fitness, diete alla moda o diete “urto”, e tutti quei magazine e DVD che promettono di fare di voi “una nuova persona” in sole tre settimane. 
Qualcuno a questo punto penserà che ci sia un paradosso in tutto questo discorso: le multinazionali del cibo hanno l’obiettivo di venderlo, il cibo. Esatto: creando l’ossimoro del cibo dietetico - qualcosa che tu mangi per perdere peso - si entra in un circolo vizioso da cui è impossibile uscire. E il consumatore finisce per comprare. I cibi dietetici altamente trattati nascono ogni giorno come i funghi, spesso con più zucchero o grassi degli originali non light. E in questa frase c’è la chiave di tutto questo discorso: “Da intendersi come parte di una dieta calorica controllata”. Quante volte l’avrete letta sulle confezioni? Così finiamo per comprare anche un burroso gateau con uova e prosciutto se sopra c’è scritto “light”, convincendoci che ci farà mantenere la linea.
Quello che quindi potete vedere camminando in un supermercato nel 2013 è l’obesità a 360 gradi. Con una sola occhiata. L’intero panorama dell’ingrasso-dimagrimento, posseduto dai grandi conglomerati che hanno analizzato ogni angolo e opportunità del mercato dei chili di troppo. Le compagnie che prima hanno fatto i milardi facendoci ingrassare ora continuano a rimpinzarsi di dollari sfruttando l’epidemia dell’obesità, illudendoci di farci dimagrire. 
Com’è potuto accadere? Ci sono due possibili scenari. Il primo è che a fine anni Settanta le compagnie del cibo hanno cominciato a produrre nuovo cibo gustoso, ma negli anni Novanta i costi del sistema sanitario pubblico collegati all’obesità sono diventati insostenibili. Così governo, esperti di salute e, sorprendentemente, anche l’industria del cibo hanno pensato a una possibile soluzione. Gli obesi avevano bisogno di mettersi a dieta e fare attività fisica. Ma il piano non ha funzionato, visto che stiamo diventando sempre più grassi. E qui arriva il secondo scenario. Le multinazionali hanno prodotto nuovo cibo gustoso, le persone hanno cominciato a diventare grasse. Dagli anni Novanta società alimentari e l’industria dei farmaci, di fronte all’escalation nel numero di obesi, hanno capito che si potevano fare molti soldi puntando sul dimagrimento.
Il vero target non sono gli obesi da ricovero, che necessitano di trattamenti sanitari veri e propri, ma tutte quelle persone che hanno solo qualche chilo di troppo e non considerano il peso un problema di salute significativo. 
Una data fondamentale è il 3 giugno 1997. Quel giorno l’Organizzazione mondiale della sanità si riunì a Ginevra per un summit che costituirà la base di tutti i report sull’obesità non solo come catastrofe sociale ma come “epidemia” mondiale. 
Venne creata una vera e propria task force guidata dal professore Philip James, con il compito di monitrare l’andamento dei tassi di obesità nel mondo. Il diavolo, come al solito, era nei dettagli: cioè tra quelli che stanno al confine tra il “normale” e il “sovrappeso”. E l’asticella del sovrappeso in quell’occasione venne abbassata dal 27 al 25 dell’indice di massa corporea, così che molte persone prima “normali” risultassero con qualche chilo in più. Il mercato dei cibi dietetici avrebbe avuto quindi qualche milione di clienti in più. 
A puntare sulle diete ci provò anche l’industria farmaceutica. Negli anni Cinquanta, lo sporco segreto della perdita di peso erano le anfetamine, prescritte a milioni di casalinghe desiderose di dimagrire. Negli anni Settanta, vennero vietate perché si scoprì che creavano dipendenza, oltre a provocare infarti e attacchi di cuore. Oggi le medicine più usate sono le fenfluramine, che riducono il senso di fame. Dopo diversi esperimenti, il gigante americano del farmaco Wyeth ha lanciato Redux, approvato dalla Food and drug Administration nonostante fosse evidente la capacità di provocare nelle donne l’ipertensione polmonare. Dopo la morte di una donna a Oklahoma City, il farmaco è stato ritirato dal mercato. 
Anche la GlaxoSmithKline (GSK) ci ha provato, quando scoprì che l’antidepressivo Wellbutrin aveva un “piacevole” effetto collaterale: la perdita di peso. La società cercò di convincere i medici a prescriverlo come farmaco per la dieta. La Glaxo venne portata in tribunale e alla fine patteggiò pagando 3 miliardi di dollari. Insomma, Big Pharma ha provato a fare i soldi con l’obesità, ma gli effetti collaterali sono risultati più pericolosi di una perdita di peso eccessivo. 
Tra tanti sconfitti, dunque, resta un solo vincitore: l’industria del cibo. Che con le linee di cibi dietetici ha convinto milioni di persone sovrappeso, non obese, che si possa dimagrire mangiando alcune specifici cibi. Buoni, gustosi, ma dietetici. 
Ci sono ora due mercati separati. Uno è quello dei sovrappeso, molti dei quali si mettono a dieta, poi recuperano peso, poi si rimettono a dieta, fornendo un flusso di mercato continuo sia all’industria del cibo sia a quella delle diete. L’altro mercato è quello degli obesi veri e propri, tagliati fuori dalla società, fallimento di qualsiasi iniziativa salutista dei governi. 
Come ha spiegato Kelly Brownell, direttore del Rudd Centre for food policy and obesity alla Università di Yale, l’analogia deve essere quella tra fumo e cancro ai polmoni: «C’è una specifica strategia dell’industria del tabacco, e se si guarda alla luce di quello che sta facendo ora l’industria del cibo, si notano molte mosse comuni: alterare i risultati scientifici, dire che i tuoi prodotti non sono dannosi quando sai che invece lo sono». Ma la soluzione potrebbe, anche questa, seguire la traiettoria delle sigarette: una combinazione tra pesante tassazione, legislazione severa e campagne pubblicitarie, che ha portato a far sì che fumare venga considerata un’abitudine da paria da una nuova generazione di potenziali consumatori. Misure simili, dice Brownell, potrebbero essere usate per rispondere all’obesità dilagante. 
L’analogia risulta ancora più calzante se si pensa che negli archivi polverosi della San Francisco University si trova ancora una nota confidenziale scritta da un impiegato della Philip Morris alla fine degli anni Novanta che mette in guardia la Kraft sulle strategie da usare quando la società sarebbe stata attaccata di lì a poco come causa dell’obesità. Il titolo è: “Lezioni apprese dalle guerre del tabacco”. La nota dice che come ora i consumatori biasimano le sigarette per il cancro ai polmoni, così finiranno per biasimare l’industria del cibo per l’obesità, a meno che non vengano messe in atto specifiche strategie difensive. Si potrebbe dunque individuare una buona ragione sul perché l’industria del cibo abbia investito nelle diete. Niente di personale: è solo business. 
Fonte:http://www.theguardian.com/lifeandstyle/2013/aug/07/fat-profits-food-industry-obesity

http://www.linkiesta.it/industria-cibo-obesita#ixzz2c1zPUbeq

Il business dell'obesità

Il business dell'obesità
© Getty Images
Nei prossimi anni la lotta globale all'obesità sarà la manna per i fondi di investimento, e la tendenza della popolazione mondiale ad aumentare di peso sarà tenuta di gran conto nei consigli di amministrazione. Questo èciò che pensa  l'ufficio ricerche di Bank of America Merril Lynch, che nel report di questa settimana ha individuato l'azione di contrasto all'obesità come un campo di investimento privilegiato.
L'introduzione di regolamentazioni volte a porre un freno alla diffusione dell'obesità potrebbero rivelarsi problematiche per alcune società, in particolare per quelle che guadagnano producendo cibi e bevande ad alto contenuto calorico. Per altri però, ad esempio per chi vende medicinali per il dimagrimento, programmi dietetici o alimenti salutari, potrebbero invece rappresentare una svolta.
Secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità nel mondo ci sono circa 500 milioni di persone obese. Un miliardo e 400 milioni sono quelle sovrappeso. I livelli di obesità sono raddoppiati negli ultimi 30 anni, triplicando nello stesso periodo nelle economie occidentali. Se il trend dovesse venire confermato, nel 2030 negli Stati Uniti ci saranno 65 milioni di obesi. I numeri però crescono a ritmi più sostenuti nei paesi le cui economie sono in via di rapido sviluppo. Oggi in Brasile il 16% della popolazione è obeso, ma gli specialisti considerano che negli anni '20 il paese di Dilma Rousseff raggiungerà gli Usa nella poco invidiabile classifica.
In pochi mettono in dubbio il fatto che l'obesità rappresenti un crescente problema sociale, i pareri sono più discordanti quando si parla di effetti per i profitti delle società. Per rendersene conto basta dare un'occhiata ad un articolo del Telegraph, che ha interrogato a proposito una serie di analisti.
In ogni caso il consiglio della grande banca di investimento americana si concentra su quattro settori principali. Il primo è quello farmaceutico. A venire indicate come compagnie sulle quali puntare per ottenere profitti non sono solo le aziende che sviluppano pillole per dimagrire, ma anche quelle che lavorano per contrastare malattie e disturbi legati all'obesità, dal diabete all'insufficienza renale passando per il trapianto delle ginocchia fino a quelle che vendono prodotti per una popolazione dalle misure sempre più grandi, come letti di dimensioni maggiorate o ascensori a grande portata.
Il secondo settore da attenzionare è quello delle compagnie del settore alimentare, in particolare quelle che dimostrano di muoversi con più dimestichezza nel campo del mercato del benessere e della salute (un giro d'affari da oltre 660 miliardi di dollari) e che per questo sarebbero al riparo da eventuali tassazioni speciali volte a contrastare l'obesità. La lista stilata da Bank of America include poi la branca di aziende che opera nel settore delle diete (un mercato da 4 miliardi di dollari solo negli Stati Uniti) e quelle che producono abbigliamento ed equipaggiamento sportivo.
Secondo gli analisti citati dal quotidiano inglese il "consiglio" di Bank of America va preso comunque con le molle. "Si tratta di grandi campi che influenzeranno la società nei prossimi 50 anni. Ma occorre bilanciare l'analisi con visioni di breve periodo, guardando alla situazione attuale" spiega al Telegraph Darius McDermott, managing director del Chelsea Financial Service.

PROGRAMMATI PER ESSERE GRASSI


Prodotti chimici nell'uso quotidiano legati all'obesità e al diabete
DI TOM LEVITT
The Ecologist
Gli agenti chimici presenti nella plastica, nei cosmetici e nei prodotti industriali potrebbero causare l'alterazione di alcune cellule dell'organismo, rendendoci più predisposti all'aumento di peso e allo sviluppo del diabete
Noi tutti conosciamo i principali fattori che causano l'aumento del tasso di obesità: regime alimentare, sport e stile di vita.
Ma c'è un altro fattore di cui non si parla mai: l'ambiente chimico al quale siamo quotidianamente esposti mediante la plastica, gli incarti dei cibi, i pesticidi e i cosmetici.

Benché vi siano poche ricerche al riguardo, sempre più studi dimostrano che i prodotti chimici usati ogni giorno possono causare obesità.
Quando gli animali vengono esposti a questi agenti chimici anche solo nel periodo prenatale, il loro metabolismo viene riprogrammato in modo che acquisiscano peso”, afferma Bruce Blumberg dell'Università della California.
Il professor Blumberg fa parte del numero crescente di ricercatori statunitensi che osservano come i prodotti chimici della vita di ogni giorno possano causare un aumento della massa grassa.
Ha addirittura coniato il termine “obesogeno” per descrivere quegli agenti chimici che si è scoperto favoriscono un drammatico aumento di peso.
Le ricerche esistenti collegano l'obesità a uno squilibrio tra l'apporto di cibo e il dispendio di energia. Ma le ricerche sugli obesogeni suggeriscono che i prodotti chimici che alterano gli ormoni possano creare ulteriori cellule di grasso nell'organismo e permettere a quelle già esistenti di ingrandirsi.
Blumberg è particolarmente interessato all'esposizione prenatale, durante la quale gli obesogeni potrebbero comunicare al feto in sviluppo di produrre più cellule di grasso, creando così una propensione ad accumulare più peso per tutta la vita.
La rivista Ecologist aveva trattato per prima questa problematica nel 2006 ed ha continuato a parlarne durante gli ultimi mesi con il nuovo documentarioProgrammed to be fat, diffuso in Canada la scorsa settimana e che potrebbe finalmente iniziare ad ottenere l'attenzione dei mass media.
Continuiamo ad ingrassare
Tuttavia, per alcuni la domanda rimane: perché dovremmo concentrare la nostra attenzione sul possibile impatto degli obesogeni mentre continuiamo aconsumare cibo spazzatura?
La verità è che hanno luogo entrambe i fenomeni”, dichiara il professor Blumberg. “Siamo esposti agli obesogeni e in più mangiamo male. Quindi si ha un doppio impatto. Nonostante la riduzione della quantità di grassi, negli USA l'obesità si è duplicata. Facciamo quello che dobbiamo fare, ma comunque diventiamo sempre più grassi.”
Negli Stati Uniti le misure governative sul problema dell'obesità intraprese negli ultimi due anni hanno rivelato il bisogno di ulteriori ricerche sugli obesogeni e sulla sovraesposizione agli agenti chimici.
Lo scorso febbraio, un seminario sponsorizzato dal governo ha radunato 135 scienziati col fine di valutare il legame fisico tra l'obesità e l'esposizione a sei agenti chimici: arsenico ed altri metalli, bisfenolo A, stannani e ftalati, nicotina, pesticidi ed elementi organici inquinanti.
Sono state scoperte prove valide che legano il fumo in gravidanza con l'aumento del rischio di sovrappeso ed obesità per il nascituro. Ulteriori prove suggeriscono che gli altri agenti chimici “potrebbero contribuire all'attuale epidemia di obesità e diabete”.
Scarso interesse scientifico in Inghilterra
In Inghilterra, il problema deve ancora essere accettato: né il dipartimento per la salute, né il sistema sanitario nazionale lo considerano come una causa di obesità. Un portavoce del dipartimento sanitario afferma che le prove sugli obesogeni sono “limitate”. L'Agenzia per la Protezione della Salute britannica la riconosce come una problematica “emergente”, ma non prevede alcuna ricerca a riguardo.
La dottoressa Susan Jebb, del Consiglio di Ricerca Medico dell'unità Human Nutrition Research, afferma che l'idea di contaminati ed obesogeni veniva considerata nei loro rapporti solo come un'ipotesi “jolly”.
Le prove sulla contaminazione chimica sono al momento molto limitate e meramente indicative, mentre quelle su altri fattori, come ad esempio il consumo di grassi o il movimento fisico, sono molto più forti ed hanno effetti chiari e misurabili”, dichiara la dottoressa Jebb.
Non lo sto escludendo, ma stiamo appena iniziando a comprenderlo”, aggiunge, suggerendo che si potrebbe scoprire in definitiva che gli agenti chimici potrebbero essere più correlati al diabete che all'obesità.
Se attaccasse il nostro desiderio di cibo, allora sarebbe un meccanismo plausibile (per l'obesità), ma possedere più cellule di grasso rende solo potenzialmente più propensi ad accumularlo – bisogna comunque prima ingerirlo”.
Trovo più semplice pensare a meccanismi in base ai quali questi agenti potrebbero influenzare la possibilità di sviluppare diabete o malattie cardiache, dove sono coinvolti molti più processi metabolici specifici a rischio. Ad esempio, le molecole chimiche potrebbero attaccare vari recettori e intaccare l'assorbimento di glucosio delle cellule.”

12.01.2012

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di ROBERTA PAPALEO

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