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Birmania, il genocidio dei Kachin

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Di Fabio Polese
Nello Stato Kachin, a nord-est della Birmania, sono ripresi gli scontri tra il Tatmadaw – il potente esercito birmano – e il Kachin Independence Army (Kia), la milizia etnica che per decenni ha salvaguardato armi in pugno l’identità, la terra e le tradizioni della popolazione a maggioranza cristiana, davanti alle offensive delle forze governative interessare ad annientare ogni specificità e ad arricchirsi con le risorse naturali che la regione offre.

Civili usati come scudi umani

All’inizio di aprile le truppe birmane hanno lanciato una potente operazione contro il quartier generale del gruppo etnico a Laiza, la capitale dello Stato Kachin. L’esercito bombarda via terra, ma anche con l’appoggio di elicotteri e aerei militari. A causa dei colpi di mortaio e degli scontri a fuoco, fino ad ora, più di 5mila persone sono state costrette a lasciare le proprie abitazioni. Tra queste, secondo quanto riferisce Vatican News, oltre mille sarebbero in ostaggio dell’esercito e verrebbero usate come scudi umani. Impossibile, invece, un conteggio delle vittime.

La marcia dei cattolici

Per chiedere la fine degli attacchi in atto, il 28 maggio migliaia di cattolici Kachin hanno sfilato per le strade di Myitkyina. A guidare la marcia è stato il vescovo della città Francis Daw Tang. Asia News precisa  che “alla dimostrazione hanno partecipato anche molti protestanti e non cristiani”. Altre manifestazioni, nelle ultime settimane, si sono svolte in tutto il Paese. E a Washington, negli Stati Uniti, sempre secondo quanto riporta l’agenzia di stampa, “molti esuli birmani hanno attuato uno sciopero della fame per gli sfollati intrappolati, chiedendo la fine delle violenze e riferendo al governo Usa che in Myanmar sta avvenendo un vero e proprio genocidio dei cristiani”.

Torino, la ragazzina insultata per motivi razziali invitata in procura. Spataro: “Faremo di tutto per trovare il colpevole”

Torino, la ragazzina insultata per motivi razziali invitata in procura. Spataro: “Faremo di tutto per trovare il colpevole”
Di Andrea Giambartolomei
Le hanno promesso l’impegno a trovare l’uomo che venerdì mattina l’ha aggredita per il colore della sua pelle. “Noi magistrati della Procura, insieme ai Carabinieri e alle forze di polizia, faremo di tutto per trovare il colpevole dell’atto volgare e violento che hai patito”. Così il procuratore di Torino Armando Spataro ha scritto nel messaggio consegnato a Giulia (nome di fantasia), la giovane giocatrice di basket protagonista di questa vicenda. “Non so se ci riusciremo e se non sarà possibile ti prego di scusarci: ce la metteremo comunque tutta”.
Dopo l’apertura di un’inchiesta – finora contro ignoti – per il reato di violenza per motivi razziali, in mattinata la ragazza, accompagnata dalla madre e dal padre, è stata invitata nell’ufficio al settimo piano del Palazzo di giustizia. Spataro, a nome dell’intera procura, ha assicurato loro ogni possibile impegno investigativo e manifestato solidarietà.
Lo ha fatto regalando a Giulia la foto da cui Norman Rockwell ha tratto l’illustrazione The Problem We All Live With, opera molto amata dal procuratore al punto che una copia è affissa vicino alla sua scrivania. “Si tratta dell’esecuzione della sentenza della Corte Suprema che pose fine all’apartheid in Louisiana, obbligando la scuola elementare di New Orleans (William Frantz Elementary) che ne aveva rifiutato l’iscrizione ad accogliere tra i suoi allievi una bambina di colore di sei anni, Ruby Bridges – ha scritto Spataro in un messaggio alla giovane – e furono proprio gli agenti federali del Marshalls Service a scortare la bambina a scuola, per l’intero anno scolastico, aspettandola ogni giorno fuori dalla classe per riportarla a casa alla fine delle lezioni”.
Nel dipinto la bambina cammina circondata dagli agenti, mentre sul muro in secondo piano si vede la scritta Nigger e dei pomodori lanciati da qualcuno che protesta. L’illustrazione è molto significativa, ma Spataro le fa notare anche “l’orgoglio e il coraggio di chi si affida solo alla legge”: “Cara Giulia, capirai la ragione di questo regalo – scrive – siamo in tanti con te, e camminiamo al tuo fianco”. Il procuratore si spinge anche un po’ oltre: “Ti chiedo scusa anche a nome della città di Torino, pur se certo non la rappresento, per la viltà di chi non è intervenuto in tuo aiuto pur potendolo fare”. Per questo anche la procura di Torino auspica che “i testimoni di questi fatti non rimangano vilmente inerti”.

Emarginata dai compagni perché italiana, il razzismo 'inverso' in una classe elementare frequentata da soli stranieri

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Di Roberto Zonca
La storia raccontata da una mamma di Modena, esausta di assistere all’emarginazione che la figlia di pochi anni ha dovuto subire dall’inizio dell’anno scolastico, tocca profondamente. “Con mia figlia - ha raccontato - non ci giocava e non ci stava nessuno, le ho fatto cambiare scuola”.

Era l’unica bambina italiana in una classe di bimbi stranieri

L’unica strada praticabile, per il benessere psicologico della bimba, era portarla via da quell’ambiente ostile, iscrivendola in un altro istituto. La donna, sulle pagine de La Stampa, spiega di aver fatto tutto ciò che era in suo potere fare per farla crescere in un ambiente multirazziale, ma di fatto la tanto pretesa integrazione viene vista da molti in modo deforme. “Mia figlia li ha sempre invitati a casa a fare i compiti - racconta la donna - ma loro non sono mai venuti, e alle feste che facevano gli altri non veniva mai chiamata. Durante la ricreazione gli altri gruppi etnici della classe si mettevano insieme senza considerarla, perché era diversa da loro”.

BERLINO, RAGAZZINO EBREO VITTIMA DI BULLISMO E ANTISEMITISMO ISLAMISTA IN UNA SCUOLA CHE FA PARTE DI UN 'NETWORK ANTIRAZZISTA'


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Di Salvatore Santoru

In Germania e in altri paesi dell'Europa centrale e nordica l'antisemitismo ormai è un fenomeno sempre più diffuso, anche se non è molto 'politicamente corretto' parlane.
L'ultimo caso riguarda un ragazzino ebreo che è stato vittima di bullismo e violenza in quanto ebreo in un'istituto del quartiere di Friedenau, un'istituto che fa parte del network «Scuola contro il razzismo», un network per la cui adesione è necessario che almeno il 70% degli insegnanti e degli studenti si impegnino a combattere ogni forma di discriminazione.
Inizialmente,come riportano le cronache e "la Stampa" citando il "Jewish Chronicle"(1), andava tutto bene ma poi il ragazzino, tra l'altro discendente da sopravvissuti alla Shoah, ha confessato di essere ebreo e allora la situazione si è capovolta.
Questa confessione non è andata giù agli ormai ex amici, tanto che uno dei ragazzini gli ha detto che è un ragazzino cool ma essendo ebreo non può essere suo amico, perché "tutti gli ebrei sono assassini".
Così sono iniziate le denigrazioni e gli atti di bullismo per il ragazzino e la famiglia ha sostenuto che in 4 mesi di bullismo e discriminazione antisemita la scuola non ha fatto nulla, ma la direzione scolastica si è difesa sostenendo di aver contrastato gli atti di bullismo invitando gli stessi nonni del ragazzino,sopravvissuti all'Olocausto, a parlare di antisemitismo.

A quanto risulta l'invito dei nonni del ragazzino è servito molto poco nel contrastare gli episodi di bullismo e antisemitismo discriminatorio e circa due settimane fa il ragazzino è stato anche aggredito nei pressi di una fermata di un'autobus, venendo preso al collo da due compagni di scuola e minacciato con una pistola giocattolo molto simile a una vera, tra le risata degli altri compagni.

Secondo quanto riportato dalla "Stampa"(2), la maggior parte degli iscritti all'istituto sono di origine araba e turca e gli episodi di antisemitismo nel quartiere sono frequenti, così come sono sempre più frequenti in Germania...  anche se si preferisce non parlarne più di tanto.

NOTE:

(1)https://www.thejc.com/news/world/jewish-leader-lobbies-school-over-antisemitic-bullying-1.435792

(2)http://www.lastampa.it/2017/04/04/esteri/botte-e-insulti-al-ragazzino-ebreo-incubo-antisemitismo-a-berlino-41YD77vazxESu4ltpeA1HO/premium.html, visto anche su http://www.italiaisraeletoday.it/bullismo-e-razzismo-a-berlino-ragazzo-ebreo-emarginato-e-picchiato/

YAHOO!, NUOVA BUFERA: 'DIRIGENTI MASCHI DISCRIMINATI E CACCIATI'



Non c’è pace per Yahoo: dopo le accuse di avere spiato sistematicamente le mail dei suoi iscritti , l’attacco hacker che avrebbe violato circa 500 milioni di suoi account e alle prese con una crisi economica che pare irreversibile , l’azienda che è stata fra i pionieri di Internet è ora accusata anche di discriminazione. 

Scott Ard, ex dirigente dell’ex colosso di Sunnyvale, ha presentato una causa in California accusando la top manager Marissa Mayer, una delle donne più potenti della Silicon Valley, arrivata a Yahoo col compito (evidentemente fallito) di rilanciarne le sorti, di aver adottato un sistema di valutazione dei dipendenti pensato per mettere in difficoltà i maschi. Favorendone il licenziamento. 

Quella di Ard, arrivato in Yahoo nel 2011, è la seconda causa in pochi mesi fatta all’azienda per il medesimo motivo: l’ex dirigente ha raccontato di avere sempre ricevuto valutazioni positive dai superiori, appunto sino all’introduzione del Qpr (Quarterly performance review), voluto fortemente dalla Mayer, i cui risultati sarebbero però «facilmente manipolabili». Non è finita: secondo Ard, dal 2012 in avanti più di 50 uomini sarebbero stati “allontanati” da Yahoo, molti dei quali dopo aver avuto basse valutazioni al Qpr. 

Nella causa, inoltre, viene tirata in ballo anche un’altra dirigente di Yahoo, Kathy Savitt, che avrebbe «assunto e promosso le donne solo perché donne»: secondo Ard, 14 su 16 dirigenti editoriali di Yahoo sono di genere femminile. 

17enne cancellata dalla foto di classe perché avente difficoltà motorie e cognitive, la lettera di indignazione della madre

LARA
Cancellata dalla foto di classe. L'Alto Adige ha raccontato oggi la storia di Laraattraverso le parole della madre Daniela Plezzer, che ha inviato al giornale una lettera per raccontare come sua figlia 17enne, con problemi e difficoltà motorie e cognitive, sia stata tolta dalla foto di classe.
"Sono rimasta indignata e mortificata, perché nella foto della terza classe, Lara non c’era. Ho chiesto spiegazioni al preside che con molta superficialità mi ha risposto che probabilmente quel giorno mia figlia non era presente in classe. Solo l’insegnante di sostegno si è scusato. La verità è che nel percorso scolastico, fatto finora da mia figlia, la famosa integrazione non c’è mai stata. E il fatto che Lara non fosse su quella foto, assieme agli altri, ne è la conferma. Troppi ragazzi come mia figlia sono messi in disparte e ciò non è né giusto né corretto.
Mia figlia - spiega - ha difficoltà motorie e cognitive: fin da piccola abbiamo cercato di farle capire che lei può fare tutto, ma con tempi più lenti rispetto ai suoi compagni. Nonostante ciò è autonoma, tranquilla e affettuosa. Dopo le medie, abbiamo deciso di iscriverla in un istituto ad indirizzo professionale, scegliendo una scuola di piccole dimensioni nell’illusione che fosse più accogliente. Durante il consiglio di classe integrato del primo anno, ci siamo accordati con la scuola su quali cose fare con Lara, tra queste c’erano appunto l’integrazione e l’autonomia".
"Quando non c’era l’insegnante di sostegno, la sua giornata scolastica finiva. Non poteva stare in classe con i compagni, perché a detta dei professori c’erano troppi ragazzi non adatti a lei. Quindi l’anno è scivolato via, così in solitaria"
"Il secondo anno stessa musica: i genitori combattono per farla stare qualche ora assieme ai coetanei, visto che la classe nel frattempo era stata dimezzata. «Risposta: nostra figlia non poteva fermarsi in classe, perché gli insegnanti non se la sentivano e comunque si sarebbe annoiata. Ma la migliore scusa è stata che i compagni erano in un’età difficile e non sarebbero riusciti a comportarsi in modo tale da stare assieme a lei. Forse, mi dico, gli insegnanti avrebbero potuto insegnare a questi ragazzi un po’ di umanità e senso civico"
.
Il terzo e ultimo anno, scrive l'Alto Adige, la famiglia riesce ad ottenere qualche ora in classe con i compagni, ormai però è troppo tardi.
"Lara esclusa da sempre dal gruppo è in difficoltà e va in crisi. Finalmente comincia lo stage, ma il gruppo rimane invariato: disabili da una parte, ragazzi (normali) dall’altra. A fine scuola mia figlia è stata male e per più giorni mi ha chiesto sempre la stessa cosa: “Mamma, non devo più tornare lì, vero?”.

L'AGEISMO: GLI STEREOTIPI E LE DISCRIMINAZIONI BASATE SULL'ETA'


age discrimination is illegal. graphic courtesy of www.theladdres.com
L'etimologia inglese è ageism (age-ism: "età" + suffisso greco "ismo") coniato nel 1969 da un gerontologo statunitense, Robert N. Butler, per indicare appunto la discrimination against seniors (it. discriminazione verso i più anziani).
L'ageismo è vietato. In Italia, la costituzione, all'articolo 3 (principio di uguaglianza), vieta qualsiasi forma di "discriminazione basata sulle condizioni personali", genus nel quale la dottrina costituzionale ha fatto rientrare la specie della "discriminazione basata sull'età", di cui l'ageismo rappresenta una subspecie.
Anche la Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea del dicembre 2000 vieta espressamente qualsiasi forma di "discriminazione basata sull'età".
FONTE E ARTICOLO COMPLETO:https://it.wikipedia.org/wiki/Ageismo

Non ingrassa a causa di una malattia, sconfigge il bullismo col sorriso



http://www.notizie.it/non-ingrassa-a-causa-di-una-malattia-sconfigge-il-bullismo-col-sorriso-477556/

Lizzie Velasquez, probabilmente la ragazza più magra del mondo senza essere anoressica. E’ affetta da una rarissima malattia congenita che le impedisce di accumulare grasso, così il suo peso non supera mai i 29 chili.




Uno dei problemi della sua “disabilità” è stato fin dall’infanzia il bullismo, cosa che inizialmente la feriva molto, ora invece i commenti dei bulli non hanno presa su di lei, anzi la stimolano a continuare. Pochi giorni fa è uscito “A Brave Heart: The Lizzie Velasquez Story”, un documentario nel quale Lizzie racconta la sua esperienza e la sua lotta contro il bullismo, una persecuzione che l’ha tormentata sempre, prima a scuola poi sul web dove è stata definita la donna più brutta del mondo.
Questo fastidio si è poi trasformato in forza e l’ha motivata al punto di cercare di capire le cause comportamentali dei bulli, identificandole in problemi non risolti dell’infanzia e nella necessità di essere considerati e si è dichiarata disponibile ad ascoltarli ed aiutarli ad affrontare le loro difficoltà.

FOTO:http://ve.emedemujer.com

Mobbing:le caratteristiche del mobber e della sua vittima

mobbing_caratteristiche
Di Igor Vitale
I tre grandi protagonisti della condizione di mobbing sono:
  • la vittima
  • il mobber
  • gli spettatori
In questo articolo vedremo le caratteristiche di queste tre figure e come riconoscerle
IL MOBBIZZATO = vittima della situazione mobbizzante
  • non esiste una vera e propria tipologia del soggetto mobbizzato, anche se possono intravedersi alcune caratteristiche peculiari: l’età (maggiore incidenza tra la fascia di età oltre i 50 anni) ed il tipo di professione (amministrativi)
  • mostra sintomi di malattie, si ammala, si assenta dal lavoro, si licenzia;
  • è affetto da segni e sintomi psicosomatici con fasi di depressione e manie suicide;
  • si definisce passivo;
  • è convinto di non avere colpe;
  • crede però di sbagliare tutto;
  • mostra mancanza di fiducia in sé, indecisione e disorientamento;
  • rifiuta ogni responsabilità per la situazione o accusa se stesso;
  • tra i tratti tipici del mobbizzato vi è l’isolamento progressivo, l’essere “diverso”, avere successo professionale o essere l’elemento nuovo in una situazione di lavoro ormai cristallizzata nei suoi paradigmi.








IL MOBBER = l’aggressore

  • sceglie il comportamento più aggressivo in condizioni di alternativa;
  • immedesimato in una situazione di mobbing si impegna affinché questo si intensifichi;
  • accentua le caratteristiche negative del mobbing sulla vittima (“è colpa sua”);
  • accentua le conseguenze del loro agire (“qualcuno deve pur perdere”); non realizza le conseguenze del suo agire verso la vittima;
  • non ha sensi di colpa;
  • è convinto di aver reagito a delle provocazioni,.
GLI SPETTATORI
  • il side mobber, ovvero colui che, pur non essendo protagonista del mobbing, fiancheggia il mobber con una partecipazione comunque attiva;
  • l’indifferente, ovvero colui che favorisce il mobbing con il non-intervento, legittimando di fatto l’aggressione;
  • l’oppositore, ovvero colui che cerca di aiutare la vittima anche non accettando il clima di tensione e conflitto creatosi nell’ambiente di lavoro.

Oristano:15enne con deficit cognitivo perseguitato sin dalle elementari, denunciati 2 bulli



Di Elia Sanna

Per alcuni anni ha dovuto sopportare in silenzio le persecuzioni e le angherie di due coetanei, uno di Oristano, l'altro di Seneghe. La vittima dei presunti stalker è un ragazzo di 15 anni, affetto anche da un leggero deficit cognitivo. I suoi persecutori, conosciuti sin alle scuole elementari, sono stati ora denunciati dalla polizia con le accuse di atti persecutori. Le indagini non sono però terminate qui, ma stanno cercando di fare luce su altri eventuali complici dei due ragazzi “terribili” e su chi sapeva e li avrebbe “coperti” in tutti questi anni.




La svolta di questa tristissima storia di bullismo minorile è venuta alla luce quasi casualmente in seguito ad un ulteriore episodio di violenza che ha coinvolto i tre ragazzi ed è avvenuto nello scorso mese di maggio. Al termine dell'ennesimo sopruso il ragazzino è finito pesantemente a terra procurandosi una ferita alla mano sinistra che non ha potuto nascondere alla madre, al suo rientro a casa. Nei giorni successivi il ragazzo piano piano ha raccontato la sua triste e angosciante esperienza, raccontando ai genitori tutti i soprusi subiti da chi meno te lo aspetti: gli amici di scuola e di infanzia.
La donna si è quindi presentata in Questura ed ha denunciato quanto era accaduto. A quel punto gli agenti della squadra mobile, coordinati dal vice questore aggiunto, Dario Mongioviì, hanno avviato le indagini che si sono concluse solo pochi giorni fa. In questi tre mesi gli agenti della mobile hanno sentito decine di persone, anche dei testimoni importanti. Ne è venuta alla luce una vicenda incredibile, con svariati atti non solo di violenza fisica ma anche psicologica. Episodi spesso messi in atto senza apparenti ragioni. Non solo, grazie alle testimonianze, si è scoperto che le vessazioni andavano avanti da anni, da quando i tre ragazzini frequentavano le elementari. Secondo la polizia diverse sono le persone che erano a conoscenza della triste vicenda di soprusi, ma nessuno, per paura, ha mai osato denunciarli. Ora al vaglio degli inquirenti c’è anche la loro posizione.
«Terminata la prima parte dell’indagine che ci ha consentito di denunciare alla procura delle Repubblica i due presunti stalker – ha precisato il questore di Oristano, Francesco
Di Ruberto – stiamo ora vagliando la posizione di eventuali complici anche morali. Non è possibile che, in una realtà socialmente tranquilla come quella di Oristano, gesti simili non vengano denunciati per paura di essere tacciati d’infamia o peggio ancora di divenire vittime di violenze».

FONTE:http://lanuovasardegna.gelocal.it/oristano/cronaca/2015/08/28/news/bullismo-su-un-giovane-15enni-nei-guai-1.12002239

La discriminazione economica dei bianchi in Sudafrica


Anle Roux è una donna sudafricana bianca di sessant'anni. Nel 1994, quando Nelson Mandela divenne il primo presidente nero del Sudafrica, viveva in una casa a Melville, un quartiere della città di Johannesburg, con la sua famiglia.
Dopo la morte del marito, Ann fu costretta a vendere la sua casa di Melville. A causa delle politiche governative mirate a promuovere l'assunzione dei neri alla fine dell'apartheid, Ann fu licenziata in seguito a una pausa che si era presa per via del lutto familiare.



Oggi, sedici anni dopo, è costretta a vivere tra una roulotte e una tenda che divide con altre sette persone - tra cui sua figlia e i suoi quattro nipoti - nel campo abusivo di Coronation Park, a Krugersdorp.
Proprio come Ann, in seguito alla fine delle politiche discriminatorie verso i neri, molti sudafricani bianchi hanno perso la casa e il lavoro, e adesso vivono in campi come questo. Il fotografo diReuters Finbarr O'Reilly lo ha documentato nella sua serie fotografica.
Il numero di sudafricani bianchi che vive al di sotto della soglia di povertà è aumentato dalla fine dell'apartheid, ovvero la politica di segregazione razziale dei neri da parte dei bianchi, rimasta in vigore fino al 1994, per la quale la popolazione non-bianca veniva considerata come inferiore.
Si stima che i sudafricani bianchi che oggi vivono nei campi abusivi sono circa 450mila. Molti parlano di questo fenomeno come di un apartheid all'inverso, per via della difficile situazione economica nella quale si sono ritrovati migliaia di bianchi. "Al momento, il nostro colore non è il colore giusto in Sudafrica", ha detto Ann La Roux. 

«Abortisci o ti licenzio» dal datore di lavoro: ecco come ha reagito una 22enne incinta

Teri Cumlin (Mirror)

http://www.ilmattino.it/primopiano/esteri/laquoabortisci_o_ti_licenzioraquo_dal_datore_di_lavoro_ecco_come_ha_reagito_una_22enne_incinta/notizie/1428459.shtml

Licenziata perché incinta. Teri Cumlin, operatrice britannica in un'associazione caritatevole, ha portato alla ribalta la sua vicenda giudiziaria.
Il manager della società di raccolta fondi per beneficenza in cui lavorava, le aveva chiesto di abortire al fine di mantenere il suo posto; in caso contrario, cosa che è poi avvenuta, sarebbe stata licenziata. "Se vuole fare carriera deve interrompere la gravidanza", le era stato detto. "Sono scoppiata a piangere e gli ho detto che avevo già subito un aborto in precedenza", racconta.

La 22enne ha rifiutato e si è vista licenziare due mesi prima del parto, ma ha portato il capo in tribunale. Teri ha vinto la causa e ha diritto a 12mila sterline di risarcimento per licenziamento ingiustificato e per discriminazione.

Cagliari, studente dislessico umiliato durante l'esame di maturità

Cagliari, studente dislessico umiliato durante l'esame di maturità 



Umiliato davanti a tutta la classe durante la terza prova dell’esame di maturità. È successo a uno studente dislessico di un istituto tecnico commerciale di Cagliari, davanti agli occhi dei compagni e dei docenti della scuola. “Lo studente dislessico si sieda qui a fianco alla cattedra”, avrebbe urlato la presidente di commissione prima di iniziare il compito, per poi contestare gli schemi e le mappe necessari al ragazzo per facilitare la sua attività didattica.
“E’ stato isolato da tutti – denuncia la madre, L. M. – E, soffrendo anche di disturbi di ansia, è entrato subito nel panico. Tanto che voleva consegnare tutto e andarsene”. Un episodio che in poco tempo ha fatto il giro della scuola, e scatenato la solidarietà e la vicinanza di molti docenti e compagni di classe. “La vicepreside – racconta la madre dello studente - ha giustificato l’isolamento dicendomi che c’era il rischio che i compagni copiassero dalle mappe di mio figlio, ma è una spiegazione che a me non convince”. Il ragazzo, ormai 18enne, soffre di una grave forma di  dislessia certificata da quando aveva 9 anni, e di una discalculia lieve che rallenta le sue abilità matematiche. “C’è voluta una vita per fargli acquistare fiducia in sé stesso – aggiunge la mamma – Un’umiliazione di questo tipo non capitava da quando frequentava le elementari. È stata commessa un’ingiustizia, e il problema è che la legge, anche se recente, non prevede sanzioni”. L’episodio ora verrà segnalato con una lettera al direttore dell’ufficio scolastico regionale, Francesco Feliziani.

Giamaica:l'isola dell'omofobia e della legge del machete




Di Flavio Bacchetta

In Gia­maica i gay che non pro­ven­gono da fami­glie ric­che tol­le­ranti, sono costretti a vivere nell’anonimato, e molti pra­ti­cano la pro­sti­tu­zione. Quelli dei ceti abbienti, si riu­ni­scono come Car­bo­nari carai­bici in cir­coli segreti, e molti pren­dono moglie per sal­vare le appa­renze. Ulti­ma­mente, in diversi stanno ritro­vando il corag­gio di uscire allo sco­perto, e la J-Flag (Jamai­can Forum for Lesbians All-Sexuals and Gays) ha con­dan­nato uffi­cial­mente l’omicidio, coin­vol­gendo gli organi di stampa, quale The Glea­ner, il primo gior­nale in Gia­maica, che ha ospi­tato vari edi­to­riali a pro­po­sito. Con­danna con­di­visa da Jamai­cans for Justice, l’Ong più impor­tante dei Caraibi, l’unica quag­giù che dia sup­porto ai diritti umani vio­lati e for­ni­sca assi­stenza legale gra­tuita alle fami­glie delle vit­time degli omi­cidi per­pe­trati dalla poli­zia gia­mai­cana, una delle più vio­lente al mondo (300 per­sone uccise la media annua).
Il loro legale, Camille D Lee, mi ha messo gen­til­mente a dispo­si­zione il testo di legge, che risale a 150 anni fa, rela­tivo all’omosessualità in Gia­maica. Un testo allu­ci­nante, con alcuni ter­mini mutuati da l’Antico Testa­mento, che per oscu­ran­ti­smo si col­loca dopo la Sha­riah del regime wah­ha­bita in Ara­bia Saudita.

L’ABOMINEVOLE ATTO

Ecco alcuni stralci dall’Offences against the per­son act. Art. 76: «Chiun­que sia sor­preso a com­met­tere abo­mi­ne­voli atti di bug­gery (rap­porti anali, ndr) con uomini o ani­mali, in pub­blico o in pri­vato, deve essere arre­stato e con­dan­nato a 10 anni di lavori for­zati». Art. 77: «Chiun­que tenti di com­met­tere l’abominevole atto di cui sopra, deve essere preso e con­dan­nato a sette anni di lavori for­zati». Art. 79: «Qual­siasi maschio, in pub­blico o in pri­vato, com­metta, o tenti di com­piere, atti osceni con un altro maschio, deve essere arre­stato e con­dan­nato a due anni, con o senza lavori forzati».
Nel codice penale gia­mai­cano, non è tenuto in alcuna con­si­de­ra­zione il diritto di pri­vacy di due indi­vi­dui adulti con­sen­zienti.
L’ex primo mini­stro Bruce Gol­ding, ex lea­der del Jlp (Jamai­can Labour Party) ha aval­lato nel 2008 que­sta «anti-sodomy law» rin­ca­rando la dose; nes­sun gay met­terà mai piede nel suo Par­la­mento. L’attuale Primo Mini­stro, Hon Por­tia Simp­son, ha invece ammor­bi­dito i toni, dichia­rando, come Pon­zio Pilato, che lei se ne lava le mani, sarà il Par­la­mento a deci­dere, con «un atto di coscienza».

CON­TRO I CRI­MINI D’ODIO

Pro­te­ste sono esplose a Lon­dra, cul­mi­nate con la dimo­stra­zione, davanti al palazzo della Jamaica’s High Com­mis­sion, del gruppo Out & Proud Afri­can Lgbti, che riven­dica la pro­te­zione di gay e lesbi­che in Gia­maica da parte dello Stato, con­tro i cri­mini d’odio. Intanto, dopo oltre due mesi dall’eccidio, nes­sun arre­sto è stato com­piuto nei con­fronti degli assas­sini, che pure sono noti a tutti. «In fondo il fro­cetto se l’era cer­cata…», mor­mora la gente. Ma il peg­gio non è mai morto… Se lo Stato si man­tiene sulle posi­zioni di 150 anni fa, la Chiesa Avven­ti­sta del VII giorno(una delle più seguite quag­giù) va ancora indie­tro, fino ad attin­gere diret­ta­mente dai versi dell’Antico Testa­mento che reci­tano: Dt22:5 — Tow ‘Ebah («abo­mi­nio» in ebraico, ndr). «La donna non si met­terà una veste da uomo, né un uomo indos­serà mai indu­menti fem­mi­nili, per­ché chi fa que­ste cose com­mette abo­mi­nio nei con­fronti del Signore». Ed ecco quello rela­tivo alqede­shah, «colui che entra da die­tro», cioè il sodo­mita: costui, «se ha rap­porti con un uomo come fosse una donna, tutti e due dovranno essere messi a morte, per­ché han com­messo abo­mi­nio; lapi­da­zione». (Levi­tico, 20:13). In fondo gli ucci­sori di Dwayne sono delle per­sone molto devote, che hanno appli­cato la Bib­bia alla let­tera, aggiun­gendo un tocco di moder­nità, con machete e pistola…
Nel 2004 furono assas­si­nati due atti­vi­sti delJ-Flag a King­ston, e il 26 gen­naio del 2011 fu ucciso in Uganda David Kato Kisule, mem­bro di spicco del movi­mento Lgbt, noto anche ai gay gia­mai­cani, che aveva coin­volto nelle sue riven­di­ca­zioni. Il delitto Jones è il terzo omi­ci­dio avve­nuto in Gia­maica dalla fine del 2012 ai danni di un omo­ses­suale maschio; sem­pre a luglio, decine di gio­vani omos­ses­suali sono stati sfrat­tati dalle loro case dalla poli­zia senza ragione.

Nel 1992 Buju Ban­ton, oggi in galera negli Stati Uniti, salì alla ribalta inter­na­zio­nale con un hit cele­ber­rimo, Boom bye bye Bat­ty­b­woy head, titolo da fumetto che si può tra­durre così: «Uno sparo, e dì ciao alla tua testa, checca». 




Il pezzo ebbe un suc­cesso tale nelle clas­si­fi­che locali, oltre che in quelle sta­tu­ni­tensi e nel Regno Unito, da supe­rare l’ancora imbat­tuto album di Bob Mar­ley,Legend.
Da allora l’omofobia quag­giù ha assunto pro­por­zioni tali che fanno dell’isola carai­bica la nazione più intol­le­rante verso i gay dell’emisfero occi­den­tale. Qua gli uomini non usano strin­gersi la mano tra loro, tan­to­meno baciarsi sulle guance. Un tocco del pugno e i con­ve­ne­voli sono finiti; anche le sman­ce­rie tra inna­mo­rati ete­ro­ses­suali sono ridotte al minimo; è con­si­de­rato di pes­simo gusto baciarsi per strada, e cono­sco cop­pie spo­sate da anni che non si sono mai baciate in bocca.
Le liri­che omo­fobe hanno cau­sato il bando di molti arti­sti della dan­ce­hall gia­mai­cana dal mer­cato disco­gra­fico degli Stati Uniti, e il divieto di tenere con­certi dal vivo in vari paesi. Essendo par­ti­co­lar­mente sen­si­bili dal lato del por­ta­fo­gli, alcuni di loro, Bee­nie Man, Caple­ton e Sizzla, si sono ras­se­gnati di recente a fir­mare il Com­pas­sio­nate Act, dove si impe­gnano a con­trol­lare tutti i testi delle loro can­zoni, attuali e pas­sate. Un impe­gno che viene siste­ma­ti­ca­mente igno­rato in Gia­maica; il 4 ago­sto del 2013, durante il lungo ponte festivo per l’Emancipazione dalla schia­vitù e l’anniversario dell’Indipendenza, Sizzla Kalo­nji, pro­prio lui, il Com­pas­sio­ne­vole, a Negril ha dato il peg­gio di sé arrin­gando la folla con l’invocazione: «Bon fire all dem bat­ty­b­woys dem!» (Fac­ciamo un grande falò di tutte le chec­che). Erano pas­sate meno di due set­ti­mane dal mas­sa­cro del povero Dwayne. Il pro­feta rasta, altri­menti con­si­de­rato un can­tante social­mente impe­gnato, ha appli­cato per­fet­ta­mente i dogmi dell’ipocrisia bianca; fare i bravi all’estero, per poi sfo­garsi senza rite­gno a casa.
In que­sto set­tore, una volta tanto, alle donne va meglio; nel Codice Rocco gia­mai­cano, non c’è trac­cia di atti «abo­mi­ne­voli» che riguar­dino loro. Nel caso delle lesbi­che, non esi­ste bug­gery… E l’omosessualità fem­mi­nile è con­sen­tita anche dal Tal­mud. (Shab­bat 65a). La per­cen­tuale di ragazze omo­ses­suali e bises­suali in Gia­maica è in asso­luto una delle più alte del Con­ti­nente Ame­ri­cano, in pro­por­zione al numero di abi­tanti.
Mal­grado i poli­ziotti cri­mi­nali, il codice penale obso­leto, e la visione fon­da­men­ta­li­sta di alcune delle sue chiese, la Gia­maica non è una teo­cra­zia sciita o una monar­chia feu­dale wah­ha­bita, bensì una demo­cra­zia par­la­men­tare con una libera stampa, seb­bene nel con­te­sto di una società che va curata dalle tare del colo­nia­li­smo inglese, tra le quali que­sta omo­fo­bia folle, retag­gio di stu­pri e soprusi risa­lenti alla schiavitù.

Il dramma degli omosessuali e delle lesbiche in Africa raccontato in un libro di Sabrina Avakian
















Ade è nigeriana ed è lesbica. Una colpa gravissima, per la quale la sua famiglia ha deciso di venderla a un’organizzazione criminale. Con la falsa promessa di un lavoro, Ade è finita sul marciapiede a Torino. Una punizione crudele: il suo corpo, che desiderava le donne, è ora violato in continuazione da uomini.
La vicenda di Ade è una delle tante storie drammatiche raccolte da Sabrina Avakian nel saggio “Storie nascoste – Inchiesta sull’omosessualità in Africa”(Edizioni Libreria Croce, € 15).
Avakian, esperta in diritti umani nata in Etiopia, ha lavorato per anni in Africa con le Nazioni Unite. La sua familiarità con la gente del Continente Nero l’ha portata a realizzare coraggiose ricerche (altri suoi libri, affrontano il tema dei bambini accusati di stregoneria e delle mutilazioni genitali femminili). Il saggio Storie nascoste è frutto di numerosi viaggi in vari Paesi dell’Africa, dove Avakian ha avuto modo di raccogliere testimonianze dirette di uomini e donne che hanno subito violenze, sono finiti in carcere e hanno rischiato la vita per il loro orientamento sessuale. 38 degli 85 Paesi che puniscono l‘omosessualità come un reato sono africani. Ma ciò che colpisce è che la violenza della repressione è infinitamente più forte, in queste società tradizionaliste, nei confronti delle donne.
Sabrina Avakian l’ha sperimentato di persona. Nel 2001 è stata ferita alla testa da una pietra lanciata da un gruppo di giovani contro una donna che era con lei. Portata d’urgenza all’ospedale, la sua ferita è chiusa con 70 punti di sutura.
- Sabrina, partiamo da questo episodio. Dove eri e perché sei stata colpita?
Mi trovavo a Luanda, in Angola, Paese dove ho vissuto e che conosco bene. Avevo appuntamento all’Ilha, una zona con bar e discoteche, con Euridice, un’amica giornalista angolana, che è molto nota per aver osato fare outing sulla sua omosessualità e per il suo impegno per i diritti delle donne lesbiche. Un gruppo di ragazzi l’ha riconosciuta e insultata, lanciando il sasso che ha poi colpito me...
-Questo episodio ti ha segnata ed è in qualche modo all’origine di questo saggio...
Sì, attraverso questa esperienza personale e poi dopo l’incontro con Kemal, il ragazzo sudanese di Khartoum di cui parlo nel libro, sono giunta alla decisione di scrivere questo libro. Il loro dolore mi ha spinta ad approfondire questo tema, ad ascoltare altre testimonianze.
- Perché la situazione delle lesbiche è persino peggiore rispetto a quella dei gay maschi in Africa?
In molte culture, il valore della donna è legato al suo ruolo riproduttivo. È una trasgressione inaccettabile che una donna scelga di amare un’altra donna e dunque non faccia figli. In Sierra Leone, la punizione è l’ergastolo. Eppure, in molte regioni la tradizione accetta l’omosessualità femminile: in Congo, per esempio, presso alcune etnie una donna sterile può avere una relazione stabile con un’altra donna, per non essere privata delle gioia della maternità, da vivere attraverso i figli della sua compagna.
-Che cos’è il corrective rape inflitto alle lesbiche?
È uno stupro di gruppo, che ha l’obiettivo di “educare” una donna lesbica, riportandola sulla retta via, quella etero. È una punizione fisica e psicologica. Questa pratica è nata in Sudafrica, che è il Paese africano con la legislazione più avanzata sui diritti degli omosessuali, formulata nel 2006, ma dove la situazione è ancora ambigua. Nel 2008, il capitano della nazionale femminile di calcio Eudy Simelane è stata stuprata e uccisa perché era lesbica e si batteva per i diritti degli omosessuali.
-Quale, fra le tante storie che hai raccolto, ti ha colpita più profondamente?
Mi ha colpita molto l’atteggiamento di Hamida, un’infermiera dell’Unicef che ho conosciuto in Tanzania, che diceva che l’omosessualità è una malattia. Giustificando così lo stupro subito da Ann, operatrice umanitaria tanzaniana, sposata con una norvegese, e violentata per aver difeso gli omosessuali. Quando Ann ha denunciato l’episodio al suo ufficio di New York delle Nazioni Unite, le è stato suggerito il silenzio sulla vicenda.

Ariana Miyamoto: dalla discriminazione razziale a Miss Giappone 2015

Ai giapponesi non è andato giù che a rappresentare la loro nazione al concorso di Miss Universo sarà Ariana Miyamoto, una “hafu”, una “mezzo sangue”.
Ariana Miyamoto è Miss Giappone 2015. Ha 21 anni, è figlia di madre giapponese e padre afroamericano. È cresciuta nella città portuale di Sasebo, vicino a Nagasaki. È giapponesissima nell’educazione e nella cultura. Ci è nata e cresciuta in Giappone. Ma il colore della sua pelle le ha sempre causato dei problemi. Non è abbastanza giapponese.
Intanto il bullismo a scuola, dove i compagni non la toccavano per paura di cambiare colore anch’essi, o uscivano dalla piscina in cui lei entrava, rifiutandosi di tornarvi quando ne usciva. I pregiudizi razziali l’hanno seguita per tutti i suoi 21 anni, e sono ciò che l’hanno spinta a trasferirsi negli Usa a studiare.
article-doc-293it-6YSlw50lB-HSK1-879_634x901Ma la goccia che ha fatto traboccare il vaso, al suo rientro, è stato il suicidio di un suo caro amico che per motivi razziali ha scelto di togliersi la vita: era anch’egli un “hafu”.
In un paese in cui i prodotti sbiancanti vanno alla grande, in cui i nati da matrimoni misti non sono che il 2% all’anno, nella omogenea patria del Sol Levante l’omogeneità la fa da padrone, e a essere differente significa essere fuori dalla società, un “diverso” appunto, anche se t’inchini a ogni piè sospinto, e sei abile nell’arte calligrafica meglio di tanti con gli occhi a mandorla.
Non era nei suoi programmi concorrere per Miss Giappone, ma proprio la morte di quel ragazzo ha portato Ariana Miyamoto a sfidare la discriminazione. L’ha fatto con la sua pelle bronzea, alta 1,73, con un corpo scolpito, perfetto nella forma e nella bellezza, nella eleganza. L’ha fatto proprio con l’oggetto della discriminazione di cui è stata vittima, con l’intenzione dichiarata di fare di questa sua conquistata posizione un privilegio con cui lottare contro la discriminazione razziale in Giappone. La sua terra.
Neanche a dirlo, i giapponesi hanno risposto alla sua insospettata elezione a Miss Giappone con un seguito di critiche e improperi su media e social media. “Non è abbastanza giapponese”. “È negra”. “È troppo straniera”. La Miss Giappone doveva essere adeguata al gusto nipponico secondo molti. Perché è rappresentante dell’intero paese, del senso del gusto dell’intero paese, del senso del bello commisurato alla cultura giapponese, e Ariana Miyamoto, per tanti non lo è.
Ma è bella da togliere il fiato. È giapponese. È intelligente. È coraggiosa. Ed è intenzionata a lottare per cambiare le cose, in un paese in cui già la paura del nuovo, del diverso vacilla di fronte a una modella bengalese come Rola, o a una cantante metà giapponese e metà inglese come Becky. “In Giappone molte celebrità sono come loro – dice Ariana. – Spero di poter contribuire a creare un Giappone in cui chiunque possa fare cose, possa fare ciò che vuole”.
1Lo psicologo Yoko Haruka dice “È possibile che alcune persone conservatrici vedano in Ariana Miyamoto un’immagine non adatta a rappresentare il paese e la sua tradizione. Ma è solo lo shock del nuovo. Lei certamente ha la possibilità di essere un pioniere, di essere un’ottima occasione per il Giappone di rendersi più consapevole di vivere in una realtà globale”.
Intanto, Ariana Miyamoto, 21 anni, Miss Giappone 2015 e in concorso per Miss Universo, le idee chiare le ha: lottare contro la discriminazione razziale, approfondire tematiche come i disturbi creati dall’identità di genere. Non ha ancora intenzione di mettersi in politica, ha detto, ma “Mi piacerebbe sfruttare la mia posizione per diventare una leader”.
Non quello che si può chiamare una “velina”, una “reginetta” qualsiasi a quanto pare.
M.B.
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