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Covid-19, per l'Oms non ci sarà un immediato ritorno alla normalità


Di Salvatore Santoru

Per l'OMS non ci sarà un ritorno un vero e proprio immediato ritorno alla normalità.
Comunque sia, riporta il Fatto Quotidiano, dall'agenzia delle Nazioni Unite fanno sapere che esiste una roadmap funzionale al controllo del Covid-19(1)
Il direttore generale dell'Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha sostenuto che attualmente l’epicentro della diffusione del virus rimane l'America.
NOTA :

Giornata internazionale dei donatori di sangue 2020- COMUNICATO CNDDU


In occasione della Giornata internazionale dei donatori di sangue (14 giugno), proclamata
dall’Organizzazione mondiale della Sanità nel 2004, il Coordinamento nazionale docenti della
disciplina dei diritti umani rammenta l’importanza di un atto spontaneo, generoso, determinante per
la salvaguardia della vita altrui, come appunto è il donare il sangue.

La sensibilizzazione verso un simile gesto di altruismo può e deve partire proprio dalla scuola:
rimuovere la diffidenza e l’indifferenza , i due ostacoli principali verso il compimento di un tale
intento, necessita di un percorso formativo fin dalla più tenera età.
Il tema di quest’anno è “Give blood and make the world a healthier place”, tradotto in italiano con:
“Dona sangue e rendi il mondo un posto più sano”.

Gli obiettivi della campagna dall’Organizzazione mondiale della Sanità di quest’anno sono:
“celebrare e ringraziare le persone che donano il sangue e incoraggiare coloro che non hanno ancora
donato il sangue a iniziare a donare;
evidenziare la necessità di donazioni di sangue impegnate tutto l'anno, per mantenere forniture
adeguate e ottenere un accesso universale e tempestivo a trasfusioni di sangue sicure;
focalizzare l'attenzione sul contributo dei donatori all'intera comunità come fattore critico nel
miglioramento della salute;
dimostrare la necessità di un accesso universale a trasfusioni di sangue sicure e fornire sostegno al
suo ruolo nella fornitura di un'assistenza sanitaria efficace e nel raggiungimento dell'obiettivo della
copertura sanitaria universale;
mobilitare il sostegno a livello nazionale, regionale e globale tra governi e partner di sviluppo per
investire, rafforzare e sostenere i programmi nazionali sul sangue.”
Sarebbe costruttivo spiegare ai bambini e agli adolescenti che tutti possiamo avere bisogno di
globuli bianchi, rossi, piastrine e plasma in qualunque momento della nostra vita e per i più svariati
motivi, fattore che rende l’eventualità di necessitarne poco remota. Nella disperazione di un
momento cruciale che decide la nostra sorte, cioè vivere o morire, tutti speremmo di trovare
supporto concreto; proprio per questo dovrebbe partire da ciascun singolo l’iniziativa di donare
gratuitamente al prossimo la possibilità di sopravvivere.
Inoltre se la donazione del sangue divenisse una condotta capillarmente diffusa nella società
verrebbero automaticamente azzerate alcune pratiche illegali connesse alla commercializzazione del
sengue e alla relativa speculazione.

IL CNDDU invita i docenti di ogni ordine e grado a sviluppare percorsi innovativi insieme alle
associazioni di settore nel corso dell’anno scolastico coinvolgendo l’intera comunità educativa, al
fine di comprendere il valore civico – umano di una scelta solidale.
“Donare il sangue rappresenta il più grande atto di vita che chiunque può compiere” (Margaret
Chan, direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità)

Covid 19,falla nella consegna delle mascherine a 50 centesimi


Coronavirus, la falla nella consegna delle mascherine a 50 centesimi: «9 milioni non erano certificate»

Di Felice Florio
https://www.open.online/

Rinnovato l’accordo tra il commissario per l’emergenza Domenico Arcuri e le due società incaricate per la distribuzione alle farmacie. C’era stato qualche intoppo, culminato in una videoriunione, il 6 maggio, che ha visto il commissario Arcuri «molto arrabbiato», dicono fonti interne alla task force. Il risultato di queste incomprensioni è che le mascherine chirurgiche da 61 centesimi (50 più Iva) sono ancora introvabili.


Partita la fase 2 e con l’obbligo per milioni di italiani di indossare i dispositivi di protezione individuale nei luoghi pubblici, la carenza di mascherine resta uno dei problemi principali nella gestione dell’emergenza. Con il rischio di trovarsi impreparati per la seconda ondata di riaperture, prevista per il 18 maggio. A giugno, inoltre, il fabbisogno giornaliero di mascherine è stimato intorno ai 25 milioni: cifra distante dai 10 milioni che riescono a produrre le aziende italiane riconvertitesi.

Questione conformità

Per essere immesse nel circuito, le mascherine devono ottenere la certificazione dell’Istituto superiore di sanità e dell’Inail, ente chiamato a rispondere a un sovraccarico di domande: sono in molti a voler entrare nel business dei dispositivi di protezione, senza però possedere i requisiti necessari. Il marchio europeo di garanzia CE è imprescindibile per l’immissione nel mercato. L’Inail, delle 2.458 pratiche di conformità richieste ad oggi, ha ritenuto idonee solo il 4%, più l’1% dei prodotti che aveva già ottenuto il marchio CE.

La polemica tra i distributori e Arcuri

«Guardi, al momento i due distributori sono sotto osservazione – scrive il Corriere della Sera, citando una fonte interna alla commissione per l’emergenza Coronavirus -. Un nostro fornitore gli farà avere un po’ alla volta i primi 15 milioni di mascherine da dare alle farmacie e vediamo come si comportano. Se staranno nei tempi e nei modi dovuti andiamo avanti, altrimenti vedremo il da farsi». I due distributori del caso sono Federfarma Servizi e l’Associazione distributori farmaceutici, Adf.
Era compito loro far arrivare nelle farmacie le mascherine chirurgiche al prezzo calmiera di 50 centesimi più Iva. A parte gli stock di magazzino, le farmacie italiane dall’inizio della fase 2 non avrebbero ancora ricevuto nessun carico. In questo clima di incertezza si è arrivati alla video-riunione dello scorso mercoledì, «interrotta più volte dell’ira dello stesso commissario Arcuri», scrive sempre il quotidiano.

Il motivo delle mancate consegne

Si è scoperto, durante quell’incontro, che le mascherine non sarebbero state recapitate alle farmacie perché prive del marchio CE. La commissione per l’emergenza credeva di poter contare su una scorta di 12 milioni di dispositivi, in realtà ben 9 milioni sul totale non sono ancora vendibili perché privi di certificazioni. Per il momento, dunque, si tratta di forniture irregolari: spetterà all’Istituto superiore di sanità dire se lo sono solo formalmente o se si tratta di prodotti non idonei.

Le spiegazioni dei distributori

Antonello Mirone, presidente di Federfarma Servizi, non comprende l’atteggiamento stizzito di Arcuri e chiarisce che i pezzi per il momento invedibili «sono 6 milioni e mezzo» e non 9 milioni. «Forse abbiamo fatto un errore a dare quel dato mettendoci dentro tutte le mascherine che avevamo, ma era solo una stima approssimativa e questo loro lo sapevano». Ma come sono arrivate ai distributori queste mascherine senza le dovute certificazioni?
«Tramite i nostri soliti fornitori – spiega Mirone sempre al quotidiano milanese -. Anche noi abbiamo imparato nel tempo di quali soggetti fidarci, qualcuno era effettivamente improvvisato. E poi sulle carte c’è scritto mascherine chirurgiche “e assimilabili”: credevamo che parte delle nostre mascherine fosse fra le assimilabili, e invece non è stato così». Nonostante la diatriba, i due distributori hanno ribadito la buona volontà di risolvere «l’incomprensione».

Il dottor Shibo Jiang su 'Nature'- Non autorizzare vaccini e farmaci per il COVID senza sufficienti garanzie di sicurezza


                                             VOCI DALL'ESTERO

Sulle pagine dell’autorevolissima rivista Nature, lo scienziato Shibo Jiang mette in guardia da una frettolosa approvazione di trattamenti e vaccini contro il Covid-19. Benché ci sia davvero una grande urgenza di controllare l’epidemia che sta mettendo a rischio la salute e le condizioni economiche dei popoli in tutto il mondo, autorizzare un vaccino o una cura saltando le rigorose procedure previste per l’approvazione dei farmaci potrebbe portare a rischi ed effetti molto controproducenti per il futuro.

Di Shibo Jiang, 16 marzo 2020

Dobbiamo sviluppare urgentemente misure per affrontare il nuovo coronavirus, ma la sicurezza viene sempre prima di tutto, afferma Shibo Jiang.

In tutto il mondo, vedo gli sforzi per sostenere programmi di “intervento rapido” volti a sviluppare vaccini e terapie contro il COVID-19. Diversi gruppi negli Stati Uniti e in Cina hanno già in programma di testare i vaccini in volontari umani sani. Non fraintendiamoci: è essenziale che lavoriamo nel modo più intenso e veloce possibile per sviluppare farmaci e vaccini che siano resi ampiamente disponibili in tutto il mondo. Ma è importante non prendere scorciatoie.

I vaccini per il morbillo, la parotite, la rosolia, la poliomielite, il vaiolo e l’influenza hanno una lunga storia di uso sicuro e sono stati sviluppati attraverso procedure in linea con i requisiti delle agenzie di regolamentazione.

Io stesso ho lavorato per sviluppare vaccini e trattamenti contro i coronavirus fin dal 2003, quando si è verificata la prima epidemia di sindrome respiratoria acuta grave (SARS). E la mia opinione è che i protocolli standard sono essenziali per la salvaguardia della salute. Prima di consentire l’uso di un vaccino per il COVID-19 nell’uomo, le autorità di regolazione dovrebbero valutarne la sicurezza nei confronti di una ampia serie di differenti ceppi virali e in più di un modello animale. Dovrebbero anche richiedere solide prove precliniche che i vaccini sperimentali prevengano l’infezione, anche se ciò probabilmente significherà aspettare settimane o addirittura mesi per rendere disponibili i modelli.

Si tratta di tempo ben speso. Il lavoro per il virus contro la SARS ha mostrato che si sono osservate risposte immunitarie preoccupanti nei furetti e nelle scimmie, ma non nei topi. Inoltre, alcuni frammenti di proteine ​​virali possono suscitare risposte immunitarie più potenti o meno rischiose rispetto ad altri, ed è sensato verificarlo negli studi su animali prima di sperimentarli sulle persone.

I governi sono comprensibilmente alla disperata ricerca di qualsiasi cosa possa prevenire le morti, le chiusure e le quarantene dovute al COVID-19. Ma per combattere questa malattia ci vuole un vaccino sicuro ed efficace. Il tasso di letalità della malattia è basso (3,4% secondo le ultime stime dell’Organizzazione mondiale della sanità, sebbene si tratti di numeri molto incerti), tuttavia i tassi di trasmissione sono elevati e il contagio è difficile da tracciare. Questo significa che molte persone – forse la maggior parte nelle zone ad alta diffusione – dovrebbero essere vaccinate per fermare il contagio e prevenire le morti. Al contrario, il virus Ebola ha un tasso di letalità molto elevato (in media intorno al 50%, ma che varia tra il 25% e il ​​90%), ma è meno contagioso, quindi la vaccinazione può essere più mirata.

Decenni fa, i vaccini sviluppati contro un altro coronavirus, un virus della peritonite infettiva felina, provocò un aumento del rischio dei gatti di sviluppare la malattia causata dal virus (T. Takano et al. J. Vet. Med. Sci. 81 , 911–915; 2019). Fenomeni simili sono stati osservati negli studi su animali condotti per altri virus, incluso il coronavirus che causa la SARS (YW Kam et al. Vaccine 25 , 729-740; 2007).

Le autorità regolatorie devono continuare a richiedere che gli sviluppatori dei vaccini verifichino le reazioni potenzialmente dannose negli studi su animali. Devono anche stare molto attenti a verificare la presenza di anticorpi contro qualsiasi coronavirus prima di arruolare volontari umani sani nei test sulla sicurezza del vaccino. I finanziatori devono fare molta attenzione a non incappare in novità pompate ad arte e sovvenzionare test davvero appropriati per lo sviluppo di farmaci e vaccini contro il coronavirus.

La Cina sta promuovendo diversi vaccini contro il COVID-19, di diversi tipi, e ha annunciato programmi per avere entro aprile prodotti pronti per i test sull’uomo in persone sane o per l’uso in emergenza. La mia preoccupazione è che ciò potrebbe significare che un vaccino venga somministrato prima che la sua efficacia e sicurezza siano state valutate a fondo in modelli animali o studi clinici. E negli Stati Uniti, la società di biotecnologia Moderna di Norwood, nel Massachusetts, ha inviato un vaccino sperimentale a RNA messaggero al National Institute of Allergy and Infectiouse Disease (NIAID) di Bethesda, per testarlo in un trial clinico. La piattaforma per la realizzazione di vaccini a base di mRNA ha dimostrato di essere sicura nell’uomo, ma questo vaccino contro il COVID-19 no. Il NIAID sostiene che il rischio di ritardare l’avanzamento dei vaccini è molto più elevato del rischio di causare malattie in volontari sani, ma il mio timore è che gli sviluppatori di vaccini procederanno troppo in fretta se si abbassano gli standard.

Più di 100 trattamenti per il COVID-19 sono elencati nel registro pubblico degli studi clinici in Cina. La maggior parte di questi riguarda un farmaco che è già stato approvato per un’altra malattia. Questo significa che non agiscono specificatamente contro i coronavirus umani e che non sono stati testati su modelli animali per il COVID-19, anche se questo normalmente sarebbe richiesto dalle autorità di regolazione cinesi. Ma c’è di più: gli studi realizzati per ottenere l’approvazione del trattamento per altre malattie spesso non tengono conto delle interazioni con altri farmaci. Il potenziale di tossicità sinergica deve essere valutato prima che “vecchi” farmaci di questo tipo entrino nei regimi di trattamento per il COVID-19.

C’è poi un altro fattore da considerare: la possibilità che i coronavirus emergenti e riemergenti provochino epidemie future. Il virus che provoca il COVID-19 potrebbe benissimo mutare in modi che renderebbero inutili vaccini e antivirali che precedentemente si erano dimostrati efficaci. Pertanto, qualsiasi agenzia di regolamentazione che consideri i modi per accelerare i test sulle cure dovrebbe anche soppesare la probabilità che questi farmaci lavorino anche più ampiamente che contro questo particolare coronavirus.


TRADUZIONE DI RODODAK PER VOCI DALL'ESTERO.

Coronavirus, a Milano c’erano 1200 contagiati già a gennaio


Coronavirus, a Milano c’erano contagiati già a gennaio: 1.200 lombardi positivi prima del “Paziente 1”

Di Niccolò Di Francesco

Il Coronavirus circolava a Milano già da fine gennaio con più di mille persone che si sarebbero ammalate prima del paziente 1, il 38enne di Codogno, la cui positività, scoperta il 21 febbraio scorso, ha dato il via in maniera ufficiale all’epidemia di Covid-19 in Italia. La storia dell’arrivo del virus nel nostro Paese, come era ampiamente prevedibile, è ovviamente diversa da quella a noi conosciuta ed è stata parzialmente ricostruita dalla task force sanitaria della regione Lombardia. Secondo gli esperti, tutto ruota intorno alla data del 26 gennaio. Potrebbe essere questo il cosiddetto “giorno 0”. Secondo la ricostruzione della task force, solo a Milano in questa giornata potrebbero esserci stati 46 pazienti positivi su un totale di 543 in tutta la Lombardia. Come si è arrivati a questa data? Attraverso l’indagine epidemiologica effettuata sui pazienti che mano a mano venivano trovati positivi dal 21 febbraio, dopo la scoperta quindi che il Covid-19 era arrivato in Italia. Molte delle persone infette hanno fornito un’indicazione precisa su quando avessero accusato i primi sintomi, permettendo agli esperti di ricostruire la storia dell’epidemia.
46 persone, dunque, iniziano a manifestare i primi sintomi a fine gennaio, 9 persone collocano i primi sintomi il 12 febbraio, 13 il 15 febbraio, 10 il 18 febbraio, 35 il 20 febbraio, il giorno prima della scoperta del “paziente 1”. Prima del 38enne di Codogno, quindi, già 160 persone tra Milano e provincia e circa 1200 in tutta la Lombardia avevano contratto il Covid-19. C’è da sottolineare che le date elaborate dai tecnici della Regione sono ovviamente approssimative e che possono sbagliare comunque di qualche giorno, ma servono ovviamente a fornire un’indicazione di quella che è stata l’evoluzione dell’epidemia in Lombardia e, di conseguenza, anche nel nostro Paese. I primi casi accertati di Coronavirus in Italia, infatti, vengono accertati il 29 gennaio con due turisti cinesi provenienti da Wuhan, epicentro dell’epidemia, che vengono isolati e ricoverati all’ospedale Spallanzani di Roma. Una scoperta che convince il governo italiano a bloccare i voli da e per la Cina. Ma 3 giorni prima, il 26 gennaio, 46 milanesi e 543 lombardi, accusano i primi sintomi di quella che all’epoca era stata scambiata per un’influenza.

Giornata mondiale della sicurezza e della salute 2020- COMUNICATO CNDDU



Il Coordinamento dei Docenti della Disciplina dei Diritti Umani, in occasione della Giornata mondiale della
sicurezza e salute sul lavoro guidata ogni 28 aprile dall'Organizzazione internazionale del lavoro (ILO), pone
alcune riflessioni sul tema.
Tale giornata è l’occasione per la promozione della cultura della sicurezza sul lavoro; per aumentare la
consapevolezza sull’esigenza di lavorare in condizioni di sicurezza; per ricordare l’importanza della
prevenzione degli infortuni e malattie legate al lavoro e per sollecitare il dialogo sociale tra lavoratori, datori
di lavoro e governi per agire concretamente in tal senso.

L’Articolo 23 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo riconosce ad ogni individuo il diritto
a giuste e soddisfacenti condizioni di lavoro. Annoverata tra i diritti umani, la sicurezza sul lavoro è un
diritto di imprescindibile tutela anche nel contesto attuale, di emergenza, in cui il numero dei lavoratori,
pubblici e privati, che operano da casa è aumentato drasticamente.
Il tema della ricorrenza per il 2020 è: “Fermare la pandemia: sicurezza e salute sul lavoro possono salvare
vite umane”.
In occasione della pandemia, dall’oggi al domani, tantissimi lavoratori hanno dovuto adattarsi, senza
formazione né dotazioni, al lavoro agile.

L’articolo 14 della legge 124/2015 prevede che le amministrazioni pubbliche adottino misure organizzative
volte a fissare obiettivi annuali per l'attuazione del telelavoro e per la sperimentazione, anche al fine di
tutelare le cure parentali, di nuove modalità spazio-temporali di svolgimento della prestazione lavorativa per
le quali il datore di lavoro deve garantire l’attuazione delle misure generali di tutela previste dal d.lgs.
81/2008 e il loro monitoraggio con informative periodiche e verifiche.
Con la circolare n.1 del 4 marzo 2020, il Ministro per la pubblica amministrazione ha introdotto “Misure
incentivanti per il ricorso a modalità flessibili di svolgimento della prestazione lavorativa” e con l’art. 2,
comma 1, lett. m) del d.P.C.M. 8/3/2020 è stata avviata la didattica a distanza per tutto il periodo della
sospensione delle attività didattiche nelle scuole, in sostanza consentendo l’attivazione del lavoro agile di
natura emergenziale, anche in assenza dell’accordo scritto tra datore di lavoro e lavoratore e anche laddove
non previsto dai contratti, come nel caso degli insegnanti.
Tra le figure professionali maggiormente associate al cambiamento delle condizioni di lavoro vi è quella del
docente impegnato nella DAD. Gli educatori di ogni ordine e grado, non solo sono passati da una
prestazione eseguita in presenza senza l’uso dei terminali ad una prestazione integralmente eseguita al
videoterminale, ma hanno continuato a prestare il loro servizio senza l’installazione di apposite workstation,
senza la garanzia di un ambiente di lavoro sicuro, senza alcuna programmazione di azioni di protezione per
la loro salute fisica e il benessere psicologico, con aumento del rischio di infortuni o malattie e senza ricevere
alcuna specifica formazione sulla sicurezza della nuova modalità.
Il primo allarme proviene dal “Centro superficie oculare e occhio secco” dell’ospedale Sacco di Milano: in
caso di esposizione prolungata a schermi digitali, è stato rilevato il rischio di rapida evaporazione del film
lacrimale a causa della diminuzione del rateo di ammiccamento del 40% (intervallo della chiusura delle
palpebre), con conseguente affaticamento, bruciore, irritazione e dolore fino all’infiammazione cronica. 

Per
ovviare a questo rischio, gli esperti suggeriscono la ginnastica antistress oculare denominata “regola del 20-
20-20” secondo cui: ogni 20 minuti di visione da vicino bisogna fissare un punto lontano 20 piedi (poco più
di 6 metri) per almeno 20 secondi.
Altro aspetto di grande rilevanza è la gestione dell’orario di lavoro in relazione al “diritto alla
disconnessione” contenuto nell’art. 19, c. 1 della L. n. 81/2017 che dispone: “l'accordo individua altresì i
tempi di riposo del lavoratore nonché le misure tecniche e organizzative necessarie per assicurare la
disconnessione del lavoratore dalle strumentazioni tecnologiche di lavoro” e ripreso dall’articolo 22 lettera
c, punto c8 comma 4 del CCNL scuola del 2018 in cui si legge che “sono oggetto di contrattazione
integrativa i criteri generali per l’utilizzo di strumentazioni tecnologiche di lavoro in orario diverso da
quello di servizio, al fine di una maggiore conciliazione tra vita lavorativa e vita familiare (diritto alla
disconnessione)”, rimettendone la disciplina alla contrattazione integrativa di istituto.
Per escludere i rischi alla salute dell'individuo connessi alla durata della prestazione lavorativa, sia
giornaliera che settimanale, e per scongiurare l’eccessivo carico di lavoro, la normativa prevede, dunque, un limite giuridico all’organizzazione del lavoro per tutelare i tempi di riposo nelle sue doppie vesti di diritto
alla disconnessione e dovere datoriale alla disconnessione.
Il benessere del lavoratore comporta l’armonia non solo delle funzioni fisiche, ma ancor di più dello stato
emotivo / psicologico. L’emergenza che il Paese attraversa da due mesi ha determinato una serie di
contraccolpi su tutte le persone, specie sulle madri, logorate e consumate dal tentativo di bilanciare lavoro e
responsabilità familiari. In linea con i corsi e ricorsi storici, ancora una volta sono le donne a pagare il più
caro prezzo della crisi.
Secondo i dati dell’ILO durante la pandemia, a causa della chiusura associata di scuole, dell’assistenza
all'infanzia e delle altre strutture di assistenza, il tempo quotidiano impiegato dalle donne nel lavoro di
assistenza ai familiari non retribuito è notevolmente aumentato.
Senza il sostegno alle famiglie nella cura dei figli, sarà impossibile per entrambi i genitori poter lavorare e
uno dei due, quasi sempre la madre, sarà costretta a lasciare / trascurare il lavoro.
Nella fase 2 che ci accingiamo ad affrontare, la cura della salute e della sicurezza dei lavoratori vedrà come
sfida primaria la gestione del rischio di esposizione a COVID-19 e l’attuazione delle azioni che possano
prevenire futuri decessi, infortuni e malattie legati al lavoro: garantire una buona igiene e pulizia sul posto di
lavoro; attuazione del distanziamento fisico; utilizzo di idonei dispositivi di protezione individuale;
cambiamenti nell'organizzazione del lavoro e potenziamento della tecnologia a sostegno della sicurezza sul
lavoro.
Bisognerà trovare il modo di gestire un rientro nelle aule scolastiche con la migliore garanzia di protezione
dal contagio del personale e degli alunni; trovare un protocollo sostenibile di controllo e protezione che non
gravi esclusivamente sulla figura del dirigente e del docente che non hanno e non possono avere le
competenze sanitarie per assicurare la salute degli alunni in aula e garantire l’eliminazione del rischio di
contagio, anche alla luce della riscontrata diffusione del virus in soggetti asintomatici.
In occasione della giornata, il CNDDU rivolge a tutti i colleghi docenti l’invito alla maggiore
consapevolezza dei rischi legati alla didattica a distanza, suggerisce la lettura dell’ “Informativa sulla salute
e sicurezza nel lavoro agile ai sensi dell’art. 22, comma 1, L. 81/2017”, redatta dall’INAIL, sollecita il Miur
e i dirigenti a sviluppare, quanto prima, le azioni più opportune a tutela della sicurezza dei docenti nella
didattica a distanza e invita il Governo a programmare un protocollo per garantire la gestione del rischio
contagio, eventualmente con il supporto di personale specializzato.

Prof.ssa Veronica Radici
CNDDU 

prof. Romano Pesavento
CNDDU presidente CNDDU

Coronavirus, Remdesivir non funzionerebbe. Aveva fatto 'boom' in Borsa e anche Bill Gates ne sosteneva l'efficacia


Di Salvatore Santoru

Il remdesivir non funzionerebbe.
Come riportato dall'AGI(1), l'antivirale prodotto da Gilead Sciences aveva entusiasmato le Borse mondiali. 

Stando a quanto ha riportato il Financial Times, il medicinale non ha superato i test cruciali stando ad uno sperimentazione cinese.

Lo studio cinese è stato considerato incompleto da parte della Gilead Sciences, che ha segnalato i potenziali effetti positivi del medicinale sui pazienti affetti da Covid-19.

Il Financial Times ha citato la bozza di un documento dell'Oms, bozza che sarebbe stata pubblicata in modo accidentale(2).
Il farmaco era sostenuto anche da Bill Gates, che in un recentissimo post sul suo blog aveva ribadito la sua convinzione che fosse, almeno potenzialmente, il medicinale 'maggiormente efficace' nella lotta al Covid-19(3).

NOTE :


(1) https://www.agi.it/estero/news/2020-04-23/remdesivir-antivirale-usa-non-funziona-8422895/


(2) https://www.ft.com/content/0a4872d1-4cac-4040-846f-ce32daa09d99


(3) https://www.gatesnotes.com/Health/Pandemic-Innovation

Coronavirus in India: un rischio di portata globale?


Di Aldo Giannuli

Per una ragione misteriosa, l’India in Italia non fa mai notizia, pur essendo il secondo paese del mondo per popolazione ed uno dei più importante del continente asiatico. La pandemia è arrivata, ovviamente, anche lì innestandosi su un contesto molto complesso, caratterizzato da contraddizioni e disuguaglianze fortissime: qualcosa di terribile, una minaccia sanitaria che rischia di diventare emergenza economica globale per il peso rilevante del Paese in settori come la farmaceutica e la componentistica. Senza una valutazione seria dei danni del coronavirus in India qualsiasi studio sui costi del virus a livello globale sarà incompleto. Nel seguente video-editoriale il nostro direttore Aldo Giannuli spiega perchè.




FONTE: 
http://osservatorioglobalizzazione.it/osservatorio/coronavirus-in-india-un-rischio-di-portata-globale/
http://www.aldogiannuli.it/lindia-e-il-coronavirus-il-paese-dove-la-catastrofe-puo-essere-piu-grave/

Giornata mondiale della salute 2020- COMUNICATO CNDDU



Il Coordinamento Nazionale dei Docenti della disciplina dei Diritti Umani intende sollecitare tutto
il mondo della scuola sulla tematica del diritto alla salute, in occasione della
Giornata mondiale della salute del 7 aprile 2020.
Istituita nel 1950 dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’Agenzia dell’ONU specializzata
nella difesa e tutela della salute, per commemorarne la fondazione nel 1948 è tesa alla
sensibilizzazione tutti i popoli sull’importanza del diritto alla salute.

La salute è un diritto fondamentale dell’uomo che si caratterizza per l’universalità, l’uguaglianza e
l’equità del suo riconoscimento ai sensi dell’art. 25 della Dichiarazione Universale dei Diritti
Umani, dell’art. 32 della Costituzione e della legge 833 del 1978. È una risorsa per l’intera
comunità, garantita attraverso la promozione, il mantenimento e il recupero della salute fisica e
psichica di tutta la popolazione, senza distinzione per condizioni individuali, sociali ed economiche.

Nell’attuale emergenza, il Servizio Sanitario Nazionale si trova costretto a far fronte ad un
incessante bisogno di assistenza sanitaria da parte dei pazienti affetti dal covid-19. Eppure, se per
un verso le condizioni restrittive in cui viviamo tutelano dal contagio, dall’altro rappresentano un
rischio concreto per la salute psichica delle famiglie e, in particolar modo, dei bambini e degli
adolescenti.
In questo difficile panorama, il ruolo dei docenti impegnati come volontari nella DAD funge da
garante dell’equilibrio psicofisico degli alunni. La vicinanza dei docenti assicura la continuità della
principale routine degli alunni: l’impegno scolastico. Il rapporto che si instaura tra docenti ed
alunni, inoltre, va oltre la didattica: esso è frutto di un legame emotivo e formativo che lascerà il
segno in ognuno, contribuendo alla salvaguardia della serenità psicologica dei giovani.

Nella ricorrenza del bicentenario della nascita di Florence Nightingale, fondatrice
dell’infermieristica moderna, l’OMS ha dichiarato il 2020 “anno internazionale dell’infermiere e
dell’ostetrica”, chiedendoci di far luce sul loro ruolo vitale svolto per l’assistenza sanitaria in tutto il
mondo.
Entrambi ci assistono nei momenti di massima fragilità: gli infermieri rappresentano il primo e più
diretto contatto del paziente, le ostetriche un caposaldo che accompagna ogni mamma in uno dei
momenti più difficili ed emozionanti della vita.
Il loro lavoro è sempre stato “prezioso”, come definito da Papa Francesco, e lo è tantopiù in questo
momento di emergenza in cui il loro contributo è vitale per la sopravvivenza di tantissimi ammalati.

Non meno valore, però, ha la vita degli infermieri impegnati in prima linea nella lotta al virus.
Secondo i dati divulgati dalla Federazione nazionale degli ordini delle professioni infermieristiche
lo scorso 2 aprile, sono 23 i decessi registrati fra gli infermieri positivi a Covid-19, tra cui due
suicidi.  Al giorno d’oggi è inaccettabile che lavoratori così esposti in una battaglia essenziale e
comune vengano privati delle più avanzate dotazioni di sicurezza; retribuiti secondo tabelle
inadeguate all’effettivo valore del loro servizio; sovracaricati, fino allo sfinimento ed alla morte, a
causa della irrisolta carenza di organico.

Questa emergenza illumina le coscienze su quali siano le figure professionali essenziali attraverso
cui lo Stato agisce per il bene dei suoi cittadini. Tra questi vi è tutto il personale medico e
paramedico; le forse di pubblica sicurezza e gli insegnanti di ruolo e precari che, come gli altri,
senza ricevere alcun riconoscimento eccezionale portano avanti una missione eccezionale.
Cogliamo l’occasione per segnalare la pericolosità dei messaggi contraddittori lanciati in questi
giorni dai media circa la correttezza delle misure di protezione. Veicolare messaggi contraddittori a
cittadini che si trovano totalmente inermi, costretti alla compressione di alcuni dei loro diritti
fondamentali, genera un pericoloso stato di confusione e rischia di alimentare disordini
comportamentali. In questo momento i docenti sono gli unici intermediari tra lo Stato e i cittadini che, quotidianamente, entrano nelle case delle famiglie italiane e ne percepiscono le paure, le
perplessità e i disagi attraverso i più giovani. In questo ruolo esclusivo, i docenti hanno bisogno di
avere ragioni univoche da veicolare ai propri studenti allorquando questi rivolgono domande e
chiarimenti circa la situazione attuale, specie durante le lezioni di diritto.

Chiediamo, quindi, a tutte le forze politiche e istituzionali impegnate nell’emergenza di agire in
sinergia, risolvendo ogni contrasto con il supporto di fondate evidenze scientifiche e, solo
successivamente, di inviare messaggi coerenti alla popolazione.
In occasione della giornata, il CNDDU propone ai docenti di infondere nei giovani fiducia e
apprezzamento per il lavoro di infermieri ed ostetriche presentando la loro professione attraverso il
suggerimento di film, libri, documentari, approfondimenti della stampa o semplicemente
raccontando esperienze vissute: non solo al fine di diffondere la consapevolezza del loro ruolo
nell’assistenza sanitaria, ma anche per ispirare coloro che si sentano portati ad intraprendere queste
professioni.

Utilizzando le dotazioni digitali, gli alunni possono creare dei file multimediali (lettere, video,
presentazioni, ecc.) per esprimere la loro gratitudine e riconoscenza per il lavoro di infermieri ed
ostetriche e indirizzarli alle strutture sanitarie delle proprie città.
Il CNDDU mette a disposizione uno spazio sul proprio sito per ospitare tutte le produzioni
multimediali che invita le scuole a pubblicare con l’hashtag #iosupportoinfermierieostetriche.

Prof.ssa Veronica Radici
CNDDU

L’Islanda consente a tutti i cittadini di sottoporsi al test per il Coronavirus: ecco cosa è stato scoperto


Di Anna Ditta

Mentre nel resto del mondo i test per il Coronavirus sono quasi esclusivamente dedicati ai pazienti sintomatici, in Islanda chiunque voglia essere sottoposto al test per il Covid-19 può farlo gratuitamente, senza necessariamente avere sintomi, essere stato all’estero di recente o essere entrato in contatto con persone positive. Il paese, che conta solo 364mila abitantiè infatti in grado di effettuare i test sulla sua intera popolazione: una mossa che potrebbe aiutare il resto dei paesi a sciogliere importanti dubbi sulla percentuale di asintomatici e sui relativi rischi di contagio.
Finora in Islanda sono state sottoposte al test 19,500 persone, oltre il 5 per cento degli abitanti del paese. I dati hanno evidenziato 1.220 contagi, 2 vittime, e 236 guariti. Oltre 7,800 persone si trovano in quarantena e la metà delle persone diagnosticate col Covid-19 erano già isolate quando è arrivata la diagnosi di Coronavirus, secondo i dati del governo.
Ad approfondire la questione dei test per il Covid-19 in Islanda è un articolo di Siobhán O’Grady pubblicato sul Washington PostIl risultato più importante emerso finora grazie a questi test, come ha spiegato Kari Stefansson, direttore esecutivo di deCODE Genetics, al Washington Post, è che circa la metà dei positivi era asintomatica al momento del test, anche se avrebbe potuto sviluppare sintomi in seguito. I test hanno rivelato inoltre informazioni genetiche che i ricercatori possono utilizzare per tracciare la diffusione geografica del virus.

L’epidemia in Islanda

Il primo caso di Coronavirus confermato in Islanda era stato registrato alla fine di febbraio. Si trattava di un paziente rientrato da poco tempo da un viaggio in Italia. Nelle settimane successive sono emersi altri casi sparsi sull’isola. Il contenimento dei contagi è avvenuto grazie a un’attenta tracciatura dei contatti delle persone risultate positive, ma nel frattempo è stata potenziata la capacità del paese di eseguire i test.
Nel paese, solo alcune aziende hanno chiuso, mentre le scuole sono state chiuse solo parzialmente in risposta alla pandemia. Il distanziamento sociale è stato incoraggiato, ma i piccoli gruppi di persone possono ancora incontrarsi. Secondo l’ultimo modello di previsione, il paese arriverà a 1,700 casi, ma il numero potrebbe raggiungere i 2,800 in uno scenario molto peggiore, con gli ospedali saranno probabilmente maggiormente sotto pressione a metà aprile.

"Il coronavirus durerà un anno, contagerà l'80% della popolazione britannica". Lo studio del Servizio sanitario inglese



L’epidemia di coronavirus è destinata nelle previsioni a durare per un anno, fino alla primavera del 2021. Lo si legge in un documento segreto redatto dal Public Health England per i responsabili del servizio sanitario nazionale britannico (Nhs) svelato dal Guardian. In questo arco di tempo, per quel che riguarda il Regno Unito, gli esperti che hanno firmato il rapporto affermano di aspettarsi un 80% della popolazione contagiata e un totale di 7,9 milioni persone costrette man mano al ricovero negli ospedali.

Le epidemie: antiche misure di prevenzione


Di Alessandro Livi

La storia dell’uomo è sempre stata costellata dalla presenza di epidemie più o meno gravi. Malattie come la peste, la tubercolosi, la sifilide, l’influenza hanno cambiato la storia dell’uomo per gli effetti demografici, economici e sociali. Solo alla fine dell’800 la medicina è stata in grado di scoprire gli agenti eziologici delle principali malattie a carattere epidemico: virus, batteri e protozoi. Insieme a scoprirne le cause, la comunità scientifica è riuscita a scoprire metodologie di prevenzione e cura di molte malattie infettive.

Alle tradizionali malattie di carattere epidemico si sono affiancate negli ultimi 30 anni nuove malattie infettive chiamate “emergenti”. Tra queste l’AIDS, l’infezione da virus Ebola, la SARS, l’influenza aviaria da virus A/H5N1 e l’influenza suina da virus A/N1N1. Anche se ancora per numerose malattie non esistono vaccini, né terapie, la comunità internazionale può contare oggi su un elevato numero di farmaci e di vaccini, su una solida esperienza nella collaborazione internazionale, su una incrementata capacità di sorveglianza epidemiologica, su un numero maggiore di laboratori in grado di identificare le caratteristiche genetiche dei virus e di fare diagnosi negli esseri umani, su conoscenze scientifiche in continuo divenire e su un’organizzazione sanitaria in grado di coprire il territorio. 

Occorre, però, conoscere l’esperienza del passato, remoto e recente, e farne tesoro per saper affrontare le emergenze sanitarie di oggi. 

Quando le popolazioni hanno iniziato a raggiungere una certa densità ed hanno incrementato la mobilità hanno creato i presupposti per la diffusione di malattie epidemiche, capaci di colpire in breve tempo molti individui ...

Alle tradizionali malattie di carattere epidemico si sono affiancate negli ultimi 30 anni nuove malattie infettive chiamate “emergenti”. Tra queste l’AIDS, l’infezione da virus Ebola, la SARS, l’influenza aviaria da virus A/H5N1 e l’influenza suina da virus A/N1N1. Anche se ancora per numerose malattie non esistono vaccini, né terapie, la comunità internazionale può contare oggi su un elevato numero di farmaci e di vaccini sicuri ed efficaci, su una solida esperienza nella collaborazione internazionale, su una incrementata capacità di sorveglianza epidemiologica, su un numero maggiore di laboratori in grado di identificare le caratteristiche genetiche dei virus e di fare diagnosi negli esseri umani, su conoscenze scientifiche in continuo divenire e su un’organizzazione sanitaria in grado di coprire il territorio. Occorre, però, conoscere l’esperienza del passato, remoto e recente, e farne tesoro per saper affrontare le emergenze sanitarie di oggi. Quando le popolazioni hanno iniziato a raggiungere una certa densità ed hanno incrementato la mobilità hanno creato i presupposti per la diffusione di malattie epidemiche, capaci di colpire in breve tempo molti individui.
Non è sempre facile poter identificare la malattia responsabile di ogni singola epidemia. Con il termine “peste” oggi riferito ad una specifica malattia, si indicavano tutte le malattie a grande diffusione ed elevata mortalità. Le parole peste e contagio incutevano terrore perché collegabili immediatamente alla morte.

Oltre ad essere interpretate come castigo divino le pestilenze vennero interpretate facendo ricorso all’astrologia (congiunzioni ed opposizioni di pianeti) o alla teoria dell’avvelenamento (ad ebrei e lebbrosi venne attribuita la responsabilità della peste nera del 1300, agli “untori” – come scrive Manzoni nei Promessi Sposi – quella del 1630. Tutte queste interpretazioni esprimevano chiaramente una radicata sensazione di impotenza e ineluttabilità.
La spaventosa mortalità delle epidemie era ben nota e tristemente e fatalmente attesa.
Ma come avveniva nel passato la lotta alle epidemie?
Una delle misure più impegnative messe in atto da tutti gli Stati per proteggersi dalle pestilenze era la messa al bando di una cittàdi un paese dove si sospettava l’esistenza di un focolaio di contagio. La messa al bando era strettamente correlata ad un’altra misura di protezione: l’istituzione di cordoni sanitari in terra o in mare per evitare il contagio. La messa al bando va considerata come il mezzo più frequentemente usato per cercare di realizzare una prevenzione delle malattie epidemiche. Essa comportava l’interruzione di ogni rapporto commerciale e di comunicazione con la località o il paese considerato potenzialmente fonte di contagio. I paesi dell’Impero Ottomano e dell’Africa venivano spesso banditi perché ritenuti pericolosi.

Lazzaretto vecchio istituito dalla Repubblica di Venezia nel 1423
Per diffondere il messaggio del rischio e della necessità di interrompere viaggi verso località o paesi, le autorità civili o sanitarie usavano persone chiamate “banditori” che avevano il compito di diffondere questo messaggio tra la popolazione sparsa sul territorio e per lo più analfabeta. L’ordine trasmesso attraverso il banditore veniva chiamato Bando, Editto, Ordinanza o Decreto.
Altra misura preventiva  era quella di disinfettare la posta. Infatti la posta è stata considerata per secoli un pericoloso veicolo di contagio. La carta era di per sé ritenuta suscettibile di ricevere, conservare e trasmettere il contagio. La disinfezione della posta (lettere, manoscritti, dispacci, giornali) è stata una delle più comuni misure messe in atto nell’intento di prevenire la diffusione del contagio. Le lettere potevano essere disinfettate esternamente o anche esternamente ed internamente. Lungo le strade consolari o comunque lungo i percorsi dei flussi postali si trovavano le stazioni di disinfezione dove un certo numero di addetti, forniti di guanti e grembiuli di tela cerata, prendevano con lunghe pinze le lettere, le ponevano su un tavolo, le aprivano, le disinfettavano per poi raccogliere e bruciare ogni frammento di carta rimasto. Le modalità di disinfezione sono state diverse a seconda delle zone e delle epoche.

Per permettere l’ingresso dei fumi venivano praticati dei fori sulla carta per non aprire la lettera. Il rastrello, nella foto, serviva a questo
Per secoli, le virtù purificatrici attribuite al fuoco hanno tranquillizzato gli incaricati alla disinfezione delle lettere. Si usavano legni odorosi, sostanze aromatiche oppure sterpaglie. Purtroppo la carta si bruciava facilmente per cui era necessaria una grande attenzione nei passaggi delle lettere sulla fiamma. Si spaccava nel senso della lunghezza l’estremità di una canna e nello spacco si infilava il foglio da passare sulla fiamma. L’immersione nell’aceto era anch’essa ritenuta un sistema molto sicuro di disinfezione. Le lettere erano aperte, spruzzate con l’aceto, quindi asciugate. Anche questo sistema aveva degli inconvenienti poiché non tutti gli inchiostri resistevano all’aceto ed alcuni manoscritti diventavano illeggibili: danno irreparabile quando si trattava di lettere commerciali o di documenti bancari. Nel tentativo di evitare una parte almeno dei suddetti inconvenienti, gli operatori cercavano di abbreviare al massimo il tempo dell’immersione. Entrambe le modalità di disinfezione esigevano l’apertura delle lettere, quindi davano la possibilità di violare il segreto epistolare. In certe stazioni di disinfezione, l’operazione avveniva in presenza di un funzionario degli Affari Esteri o di un funzionario di Polizia.
Solo nel 1886, a seguito della scoperta dell’agente eziologico del colera e dopo la Conferenza Sanitaria di Parigi (1855) le lettere furono considerate estranee alla possibilità di diffondere malattie e qualche tempo dopo fu sospesa la loro disinfezione.
Una delle misure di prevenzione più antiche, la più diffusa e meglio documentata, fu l’istituzione della “Fede di sanità“, attestato di cui si doveva munire chi iniziava un viaggio di terra e che “faceva fede”, certificava lo stato di salute di cui godeva il paese di partenza del viaggiatore e di conseguenza, presumibilmente, del viaggiatore stesso. La Fede di sanità, vero e proprio Passaporto Sanitario, era considerata un documento particolarmente importante che le autorità, nel timore di frodi, seguivano attentamente dal momento della stampa fino a quello della consegna a chi lo doveva compilare.

Fede di sanità rilasciata nel 1750 dal Vicariato ad un viaggiatore
Mentre l’analogo documento che accompagnava una imbarcazione – la Patente di sanità – era necessariamente rilasciato dall’autorità di un porto (da una Deputazione Sanitaria investita di grandi poteri), la Fede di sanità era rilasciata anche in piccoli agglomerati urbani. Mentre le Patenti di sanità sono il più delle volte belle stampe munite dei noti bolli di sanità, le Fedi sono il più delle volte piccoli e semplici foglietti manoscritti compilati da un impiegato del comune. Le Fedi dovevano riportare le caratteristiche somatiche della persona cui erano rilasciate, insieme ad ogni altro elemento utile per una sicura identificazione.
Con il  termine  di “Lazzaretto“venivano indicati quegli ospedali dove un tempo si curavano i lebbrosi. Essi indicavano poi quei luoghi recintati presso i porti marittimi dove le navi, i naviganti e le loro merci venivano sottoposti a periodi di quarantena in tempi sospetti di pestilenza. A seconda delle epoche e delle località il lazzaretto ha assolto il compito di luogo di ricovero di malati molto gravi oppure di luogo nel quale uomini, animali e merci restavano isolati per tutto il periodo della quarantena. La Città-Stato di Venezia, la Repubblica della Serenissima, introdusse, come riportato sopra, nella metà del 1400 il primo lazzaretto e le prime misure quarantenarie.

Antica veduta del Lazzaretto di Milano
Alcuni lazzaretti di grandi dimensioni furono realizzati da architetti famosi e si possono ammirare ancor oggi, come quello di Ancona nelle Marche e quello di San Gregorio a Milano, noto per il ruolo svolto durante l’epidemia di peste del 1576. I lazzaretti erano dotati di un Regolamento che prevedeva, come ad esempio quello di Nitida (Napoli), la distinzione in tre classi a seconda del prezzo pagato. L’organico del lazzaretto prevedeva la figura del medico, del cappellano, del custode, del curato, del capitano e delle guardie. Tutte queste figure dovevano render conto ad un Direttore. Il periodo di contumacia (sinonimo di quarantena) aveva una durata di quaranta giorni, perché secondo la dottrina ippocratica dei giorni critici il quarantesimo è l’ultimo giorno nel quale può manifestarsi una malattia acuta, come appunto la peste. Il termine quarantena fu usato dapprima per indicare che l’isolamento durava quaranta giorni e tale fu conservato quando la contumacia era limitata a tre quarti di luna (22 giorni) o a due settimane. Le infinite disquisizioni sulla durata della contumacia fanno capire le difficoltà in cui si trovava chi doveva prendersi la responsabilità, da un lato, di garantire la tranquillità e la salute della popolazione, dall’altro, di non penalizzare il commercio.
Insieme alle merci anche gli animali dovevano restare in quarantena. Alcuni lazzaretti avevano stalle molto ampie. Le spese della quarantena di quanti si spostavano via terra erano a carico dei viaggiatori, quelle per via mare erano a carico del padrone delle imbarcazioni. Oltre alla quarantena nei lazzaretti, nei periodi di epidemie le persone potevano essere sottoposte a sequestro domiciliare [obbligo di non lasciare la propria abitazione], specie se la famiglia che vi abitava aveva avuto un decesso dovuto alla malattia epidemica che infieriva in quel momento.
Nel 1619 il medico francese Charles de L’Orme approntò un costume concepito per proteggersi dal contagio mentre visitava i pazienti colpiti dalla peste. Costituito da una lunga veste e da pantaloni di pelle, entrambi coperti di cera, da guanti, stivali e cappello, il costume era addirittura spaventoso dal collo in su. Una cappa di pelle scura e una maschera assicurate con lacci di cuoio coprivano il capo e il viso, impedendo qualsiasi contatto della pelle con l’aria esterna, satura dei nocivi miasmi provenienti dai corpi infetti. La maschera di cuoio era caratterizzata da un lungo becco ricurvo, imbottito con cotone idrofilo ed erbe aromatiche, che fungeva da filtro. I profumi più utilizzati erano la canfora, intrugli floreali, menta, chiodi di garofano e mirra. In alcune versioni del costume, i composti odorosi erano fatti bruciare all’interno del becco, nella speranza che il fumo potesse assicurare un ulteriore livello di protezione. Per la protezione degli occhi la maschera era dotata di lenti in vetro. Completava la dotazione un bastone di legno, utilizzato per sollevare le lenzuola e l’abbigliamento dei pazienti infetti, evitando così ogni contatto diretto. Il costume ideato da de L’Orme ebbe immediato successo e venne adottato dai medici della peste in tutta Europa.

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