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Virus Cina, a Wuhan inizia la costruzione di un nuovo ospedale a tempo record: “Pronto in 6 giorni”


Di Anna Ditta

Le autorità cinesi stanno costruendo in fretta e furia a Wuhan, città epicentro del coronavirus, una struttura per il ricovero dei pazienti colpiti dal virus. L’ospedale sarà pronto in tempi record: 10 giorni secondo i media statali cinesi che indicano nel 3 febbraio la probabile data di apertura del nosocomio. Ma secondo gli ingegneri a capo del progetto, citati dal South China Morning Post, i tempi potrebbero accorciarsi fino a sei giorni. La visita di ispezione della struttura è prevista già settimana prossima.
La televisione statale Cctv mostra le immagini di decine di camion e bulldozer al lavoro sul sito dove sorgerà l’ospedale, che avrà una capacità di mille posti letto su 25mila metri quadrati, riferisce l’agenzia Xinhua. Le autorità cittadine hanno spiegato che prenderanno esempio dall’ospedale costruito a Pechino nel 2003 per fare fronte all’epidemia di Sars.
Sono 25 le vittime da coronavirus confermate in Cina dal governo, mentre il numero dei casi accertati sale a 830. Un vaccino contro il coronavirus potrebbe essere invece testato sull’uomo in tempi record, meno di tre mesi, rispetto ai 20 mesi del vaccino sperimentale per la Sars, come afferma uno dei massimi esperti nel mondo di immunologia, Anthony S. Fauci, direttore dell’Istituto nazionale per le allergie e le malattie infettive (Niaid) del National Institutes of Health (l’agenzia di controllo del governo degli Stati Uniti responsabile della ricerca e della salute pubblica). Intanto, le autorità cinesi hanno disposto la chiusura di alcune sezioni della Grande Muraglia per fronteggiare l’emergenza.

È allarme per un nuovo coronavirus dalla Cina: “Si trasmette da uomo a uomo”. Oms convoca riunione d’emergenza


Di Carmelo Leo

Nei primi anni Duemila ci fu la SARS, poi nel 2015 scoppiò l’epidemia di MERS: oggi, nei primi giorni del 2020, lo spauracchio è un nuovo coronavirus, il cui primo focolaio è stato rilevato in Cina, nella città di Wuhan, ma che già ha contagiato persone anche in altri centri. Il nome scientifico del virus è 2019-nCoV.
Secondo le prime stime, a pochi giorni dalla scoperta di questo nuovo virus ci sono già circa 1.700 casi di contagio, con addirittura 3 morti. Un team di esperti della National Health Commission cinese ha anche confermato un’altra grande paura dei cittadini, ovvero che il coronavirus si trasmette da persona a persona.
Tutto è partito a Wuhan, capoluogo della provincia di Hubei nella Cina centrale che vanta oltre 11 milioni di abitanti. Sembra inoltre che il virus si sia diffuso a partire da un mercato del pesce cittadino, anche se questa ipotesi non è ancora stata confermata. Sempre secondo la National Health Commission cinese, nel sud del Paese (nella provincia del Guangdong) ci sarebbero stati finora due casi di trasmissione uomo-uomo del coronavirus.
Ci sono però notizie anche di contagi al di fuori della Cina, seppur sempre limitati all’Asia: due casi in Tailandia, importati da cittadini cinesi transitati da Wuhan; un caso in Giappone, emerso sempre tramite un cittadino passato per la città e un caso in Corea del Sud.

I sintomi del nuovo coronavirus cinese

sintomi del coronavirus cinese, spiegano i medici, sono molto simili allapolmonite. Ci sono quindi febbre alta, difficoltà respiratoria, raffreddore e debolezza generale.
Si chiama coronavirus proprio perché ha una forma di corona. La trasmissione può avvenire sia per via aerea, sia per contatto. Secondo le prime stime, ha un periodo di incubazione che va da due a dieci giorni. Come si è visto nei tre casi di Wuhan, questa patologia può essere anche letale.

Il rischio di una trasmissione anche in Europa

Ovviamente, c’è il timore che il nuovo coronavirus possa arrivare anche in Europa. Eppure, al momento, gli esperti si dicono tranquilli su un rischio contagio nel nostro continente.
Il rischio di diffusione nei paesi europei viene considerato estremamente limitato. Tuttavia l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), nella figura del suo direttore Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha convocato il Comitato di emergenza per il 22 gennaio a Ginevra. L’obiettivo è accertare se il focolaio di casi “rappresenti un’emergenza di salute pubblica di livello internazionale e quali raccomandazioni dovrebbero essere fatte per fronteggiarla”.
La notizia del contagio da persona a persona ha imposto anche alcune misure di prevenzione. Il ministero della Salute, ad esempio, ha appeso alcune locandine nell’aeroporto di Roma Fiumicino, nelle quali consiglia di “rimandare viaggi a Wuhan non necessari”. E anche di consultare il medico e vaccinarsi contro l’influenza “almeno due settimane prima del viaggio”. Nessuna psicosi, dunque. Ma la prudenza, in questi casi, non è mai troppa.

Amianto: il killer silenzioso con il quale continuiamo a convivere


Di Marco Cedolin

A partire dall’inizio del secolo scorso l’amianto è stato utilizzato nei più svariati ambiti d’uso, in virtù delle proprie qualità ignifughe, delle proprietà isolanti e della duttilità con cui poteva essere lavorato. Nonostante già negli anni 40 fosse noto come l’esposizione alle fibre di asbesto potesse provocare il mesotelioma pleurico (un tumore maligno particolarmente aggressivo con tasso di mortalità del 100%), altre forme di carcinomi maligni e naturalmente l’asbestosi, fin quasi alla fine del secolo l’amianto venne estratto e utilizzato in maniera sempre più smodata.  Nella coibentazione degli edifici, così come delle navi e dei treni, come materiale da costruzione nell’edilizia (il tristemente noto Eternit) per fabbricare tegole, tubazioni, pavimenti, canne fumarie, ripiani dei forni per la panificazione, nella produzione delle auto, delle tute dei Vigili del fuoco, degli assi da stiro, nella fabbricazione della plastica, dei cartoni, della corda, perfino come coadiuvante nella filtrazione del vino....

Insomma fino al 1992, anno in cui la produzione, la lavorazione e la vendita dell’amianto sono state messe fuori legge in Italia, tutti noi abbiamo vissuto immersi in una sostanza killer che praticamente era presente dappertutto, nelle nostre case, nei mezzi con i quali ci spostavamo, così come nei luoghi dove lavoravamo. Per non parlare dei lavoratori che estraevano l’asbesto dalle cave, come a Balangero, o di coloro che lo lavoravano, come i migliaia di dipendenti della Eternit di Casale Monferrato. E di tutte le persone che vivevano in prossimità delle cave o delle industrie di produzione.

Bisogna inoltre tenere conto del fatto che una fibra di amianto è 1300 volte più sottile di un capello umano e può pertanto venire trasportata dai venti a grande distanza, mentre risulta estremamente difficile bloccarla con dei filtri. Inoltre se è vero che un’esposizione prolungata nel tempo ad elevate quantità di fibre d’amianto (come accadeva ai lavoratori e ai loro familiari che venivano a contatto con gli indumenti) aumenta significativamente la probabilità di contrarre il mesotelioma o l’asbestosi, lo è altrettanto il fatto che non esiste una soglia di rischio al di sotto della quale la concentrazione di fibre di amianto nell’aria non sia pericolosa. Una sola fibra d’amianto, qualora inalata, potrebbe insomma essere sufficiente per innescare le patologie di cui sopra.

Abbiamo scritto che dal 1992, in virtù della legge 257 la produzione, la lavorazione e la vendita dell’amianto sono state dichiarate fuori legge in Italia, ma questo purtroppo non significa che l’amianto sia sparito dalle nostre vite e con esso il rischio di ammalarci. Intorno a noi esistono ancora vecchie case e capannoni con i tetti in Eternit esposti alle intemperie, moltissimi edifici sono ancora coibentati con l’amianto senza essere stati bonificati, così come le vecchie carrozze ferroviarie e molto altro ancora.

Secondo le stime di Cnr-Inail e dell’Osservatorio nazionale amianto, in Italia esistono ancora circa 40 milioni di tonnellate di amianto da bonificare e sono ben 96mila i siti contaminati da amianto censiti dal ministero dell’Ambiente. Ad oggi sono state censite sul territorio nazionale 370.000 strutture che hanno circa  58.000.000 di m2 di coperture in cemento amianto, ma finora solamente 6 Regioni hanno effettuato il necessario censimento, per cui le cifre reali saranno per forza di cose molto più alte.
Tra tutti i rifiuti esistenti quelli contenenti amianto sono secondi solamente ai rifiuti solidi urbani e primi in assoluto nel novero di quelli nocivi, l’85% di essi è costituito da cemento-amianto.

Proprio per questa ragione in Italia, oltre 25 anni dopo la sua messa al bando, l’amianto provoca ancora 6000 morti ogni anno, mentre l’Organizzazione mondiale della sanità ha calcolato che nel mondo sono 125 milioni le persone esposte al rischio amianto e si calcola che l’impatto economico dell’asbesto nei Paesi della UE sia pari a 410 miliardi l’anno, lo 0,7% del suo PIL.
Questo accade poiché la legge 257 del 1992 che ha messo al bando l’amianto non impone l’obbligo di dismissione di tale sostanza o dei materiali che la contengono, operazione per effettuare la quale sarebbero necessarie enormi risorse economiche.
L’amianto una volta rimosso dal luogo dove era allocato deve essere smaltito all’interno di discariche per rifiuti speciali (la tecnica in assoluto più utilizzata ma che non rappresenta una soluzione definitiva al problema) o reso inerte attraverso una complessa serie di procedure che comportano una totale trasformazione cristallochimica delle fibre, rendendo di fatto il materiale riciclabile, e in entrambi i casi si tratta di operazioni estremamente costose di cui nessuno intende assumersi l’onere.
Inoltre le discariche adatte a ospitare i rifiuti contenenti amianto in Italia sono solamente una ventina e una cospicua parte del materiale viene “esportata” in Germania con conseguente aggravio dei costi.

Senza dimenticare che il conferimento dell’amianto in discarica non elimina il rischio del rilascio di fibre nell’ambiente in quanto l’imballaggio può lacerarsi per decadimento strutturale e rilasciare un numero notevole di fibre nei percolati, così come le discariche possono subire fessurazioni per essiccamento o cedimenti differenziali, generando contaminazioni del suolo o delle acque.
Il risultato di questa situazione determina il fatto che quasi una trentina d’anni dopo la sua messa al bando l’amianto continui ad albergare fra noi, come un killer silenzioso  che purtroppo non ha smesso di mietere le proprie vittime. Occorre assolutamente un piano nazionale serio, sostenuto dai necessari cospicui investimenti, per mappare a livello nazionale tutte le criticità esistenti e smaltire al più presto l’enorme quantità di amianto ancora presente, possibilmente privilegiando le tecniche d’inertizzazione che sono in grado di risolvere definitivamente il problema, piuttosto che non il conferimento in discarica.
Occorre farlo e farlo presto, perché 6000 morti evitabili ogni anno sono un prezzo da pagare davvero troppo alto per un Paese che ha la velleità di definirsi civile.

Fonte: https://www.dolcevitaonline.it/amianto-il-killer-silenzioso-con-il-quale-continuiamo-a-convivere/


http://ilcorrosivo.blogspot.com/2019/10/amianto-il-killer-silenzioso-con-il.html

Aumentano le cause contro Bayer: "Il diserbante causa il cancro"


Di Giorgia Baroncini

Bayer sommersa dalle cause: le richieste di danni nei confronti del colosso tedesco in relazione al Roundup, diserbante a base di glifosato con effetti cancerogeni, sono di gran lunga aumentate.

Secondo una nota dell'azienda, le citazioni in giudizio sono salite a circa 42.700 allo scorso 11 ottobre, 24.300 in più rispetto alle 18.400 dello scorso luglio.
"Questo significativo incremento è chiaramente dovuto alla spesa in pubblicità televisiva a favore delle cause", ha spiegato Bayer. Come riporta il Messaggero, da quando è scoppiato il caso, gli studi legali americani hanno infatti iniziato una campagna pubblicitaria e stanno continuando a reclutare sempre più clienti.
Fino ad oggi, il colosso chimico e farmaceutico ha perso tre cause in primo grado e il titolo è andato a picco di Borsa. Ma la Bayer "protegge" il prodotto della Monsanto. "Bayer continua a credere di avere argomenti di difesa meritori - si legge nella nota - ed intende difendersi con forza negli appelli contro i tre giudizi di primo grado e in tutti i futuri processi". Secondo gli esperti, però, il gruppo tedesco potrebbe cercare una transazione, con un esborso che si aggirerebbe sui 10 miliardi di dollari.
Intanto il colosso chiude il terzo trimestre con un utile netto di 1,04 miliardi in calo del 64% sul trimestre corrispondente ma conferma le stime sull'anno nonostante un ribasso delle previsioni di crescita dell'economia mondiale. Sulla variazione negativa impatta l'operazione straordinaria di cessione delle attività agrochimiche alla concorrente Basf dell'anno scorso.

Oppioidi, in Oklahoma la prima sentenza contro Johnson e Johnson


Di Cristina Da Rold

Lunedì scorso Thad Balkman, giudice quarantottenne dell’Oklahoma ha decretato che Johnson & Johnson aveva intenzionalmente minimizzato i pericoli dell’uso di farmaci oppioidi per la salute, ordinando all’azienda di pagare allo stato 572 milioni di dollari di risarcimento. Nella sentenza si legge che Johnson & Johnson aveva promulgato “campagne di marketing false, fuorvianti e pericolose” che avevano causato tassi di dipendenza in modo esponenziale e morti per overdose e bambini nati già esposti a oppioidi. Si tratta del primo processo a un produttore di farmaci per la distruzione provocata dagli antidolorifici prescritti.
L’importo è molto inferiore alla sentenza di 17 miliardi di dollari che l’Oklahoma aveva richiesto per il trattamento della dipendenza, e il giudice ha affermato che ci vorranno 20 anni per riparare al danno causato dall’epidemia di oppioidi. Nel frattempo – dichiara Balkman – 572 milioni di dollari dovrebbero bastare per pagare per un anno i servizi necessari per combattere l’epidemia in Oklahoma.
Si tratta in ogni caso di un momento di svolta enorme, che incoraggia le oltre 2.000 cause legali per oppiacei in corso in tutto il paese di perseguire una strategia legale simile a quella dell’Oklahoma. Nonostante tutto l’azienda produttrice non si abbatte. Come riporta il New York Times, Sabrina Strong, avvocato di Johnson & Johnson ha dichiarato: “Abbiamo molti validi motivi di appello e intendiamo perseguirli con forza”.

L’emergenza oppiodi negli Stati Uniti

I dati – per esempio quelli contenuti nel World Drug Report delle Nazioni Unite – autorizzano a parlare di una vera e propria epidemia di morti da overdose in corso negli Stati Uniti. Nel 2016 si era registrato un picco di quasi 60mila morti per overdose, quattro volte quelle del 2000. Una delle ragioni principali di questa diffusione incontrollata è la dipendenza dai molti farmaci usati per controllare il dolore che sono appunto a base di oppiacei, come fentanile, ossicodone e idrocodone.
Con il nome di analgesici oppioidi si intendono gli alcaloidi naturali dell’oppio (morfina, codeina e tebaina), o i loro derivati di sintesi, come fentanil o metadone. Usate sotto stretta prescrizione, queste sostanze sono importantissime per contenere la percezione del dolore. Pensiamo per esempio alla morfina per i malati di cancro. Qui però stiamo parlando di farmaci molto più potenti. Il fentanyl per esempio, che è in commercio come analgesico, è fino a 100 volte più potente della morfina e fino a 40 volte più forte dell’eroina.
È evidente che questi farmaci, se assunti ad alti dosaggi e con un uso continuato e fuori controllo, provocano problemi rilevanti per la salute, per esempio respiratoria, specie se vengono assunti in combinazione con gli alcolici o altri farmaci e droghe. Senza contare le conseguenze della dipendenza psichica, caratterizzata da un comportamento compulsivo del paziente che necessita di assumere il farmaco con regolarità.
Sempre il New York Times calcolava che l’epidemia di oppioidi avrebbe superato il tasso di crescita dell’epidemia di AIDS degli anni novanta. Non solo: nel 2016 – annus horribilis – i morti per overdose erano più di quelli da arma da fuoco e da incidente stradale. Secondo i dati raccolti da una studiosa del fenomeno, Shannon Monnat, nel 2016 sarebbero stati 95 milioni gli americani che avrebbero consumato antidolorifici e due milioni sarebbero i cittadini dipendenti da oppioidi da prescrizione. L’Oklahoma ha sofferto potentemente di questa epidemia. Sempre secondo quanto riporta il NYT, l’ufficio di Mike Hunter, il procuratore generale dell’Oklahoma, avrebbe registrato fra il 2015 e il 2018 ben 18 milioni di prescrizioni di oppiacei in uno stato con una popolazione di soli 3,9 milioni di abitanti. Dal 2000, sempre secondo Hunter, circa 6.000 persone sarebbero morte in Oklahoma per overdose da oppiacei, mentre altre migliaia lottano per uscire dalla dipendenza.
Un recente report del National Safety Council americano mostra che l’overdose accidentale da oppioidi è al quinto posto nella classifica delle morti prevenibili, prima della probabilità di morire per incidente d’auto.

Le accuse a J&J

Durante il processo, Johnson & Johnson ha affermato che la colpa dell’epidemia non può essere attribuita a un’azienda con vendite così modeste, i cui farmaci sono stati approvati e rigorosamente regolati dalle agenzie statali e federali. Tuttavia, il giudice Balkman ha affermato che Johnson & Johnson avrebbe avuto un impatto fuori misura sull’epidemia dello stato, sebbene la sua quota di vendite di oppioidi fosse appena l’1% del mercato. L’azienda aveva infatti stipulato un contratto con i coltivatori di papavero in Tasmania, fornendo il 60% degli ingredienti di oppiacei che le compagnie farmaceutiche usavano per produrre oppioidi come l’ossicodone, e commercializzava aggressivamente oppioidi per medici e pazienti come sicuri ed efficaci. Una sussidiaria di Johnson & Johnson, Janssen Pharmaceuticals, produceva inoltre i propri oppioidi. “Johnson & Johnson – si legge sempre sul NYT – si è impegnata in un marketing falso, ingannevole e fuorviante, ha dichiarato Abbe R. Gluck, che insegna politica sanitaria e diritto alla Yale Law School”. Dal 2000 al 2011, i membri del personale di vendita di Johnson & Johnson avrebbero effettuato circa 150.000 visite ai medici dell’Oklahoma, concentrandosi in particolare su prescrittori di alto volume.

E in Europa?

Il problema dell’abuso di oppioidi non riguarda solo gli Stati Uniti, ma anche l’Europa, anche se le dimensioni sono molto più contenute, e al momento l’Italia non sembra essere particolarmente interessata dal problema. Ma potrebbe diventarlo. Nell’ultimo rapporto disponibile dell’Osservatorio Nazionale sull’Impiego dei Medicinali (OsMed), si registra per l’Italia un incremento nelle prescrizioni degli oppioidi in termini di variazione del rapporto della defined daily dose (DDD) per gli alcaloidi oppiacei, per gli oppioidi derivati dalla fenilpiperidina, come il fentanyl), e per gli altri oppioidi. La stessa crescita si registra anche per i farmaci usati nella terapia del disordine da uso di sostanze oppioidi, come metadone e buprenorfina.
Secondo quanto riporta un position paper della Società Italiana di Farmacologia, in Europa un adulto su cinque è affetto da dolore cronico di intensità da moderata a severa, ma la maggior parte dei pazienti non sarebbe seguito da specialisti della Terapia del Dolore e il 40% di essi non ha un’adeguata gestione del dolore. L’Italia in questa triste classifica è al terzo posto in Europa, con il 26% della popolazione adulta che soffrirebbe di dolore cronico.

Pesticidi, il lato oscuro dell’Europa: così le lobby minacciano la salute dei cittadini


Di Irene Dominioni

Se voi aveste un campo di pomodori che dovete proteggere da insetti o malattie in modo da renderli sani e commerciabili, ma non sapeste se il pesticida che dovete usare potrebbe essere dannoso per la salute, lo usereste comunque? Ecco, questo è a grandi linee il dilemma che la Commissione europea si è trovata davanti nella discussione intorno alle direttive sui pesticidi agricoli all’interno dell’Ue. E la risposta che il corpo europeo ha dato è problematica.
Stando ad oltre 600 documenti interni che il Pesticide Action Network (PAN) Europe, un’unione di 38 organizzazioni in Europa e 600 a livello mondiale, è riuscito ad ottenere dopo una battaglia legale durata per ben due anni contro la Commissione, infatti, il quadro che emerge è poco confortante. All’interno dei lavori sulla definizione dei criteri scientifici per l’identificazione e il divieto di alcuni pesticidi di tipo EDC (ovvero “interferenti endocrini”, e cioè che alterano la normale funzionalità ormonale dell'apparato endocrino, ndr) un numero non meglio determinato di funzionari della Commissione europea avrebbe “spinto” per la protezione degli interessi economici del settore agricolo e industriale, a discapito della protezione della salute dei cittadini. In particolare, nel confronto sulla normativa che dovrebbe mettere al bando 32 pesticidi EDC, diversi DG (directorate-general, ndr) avrebbero cercato di piegare i criteri del cosiddetto impact assessment, equiparando criteri come la redditività agricola alle considerazioni di sicurezza medica.
«Come possono dei funzionari della salute tentare di distorcere una legge pensata per proteggere le persone in qualcosa che fa l’opposto, per conto di industrie che causano gravi malattie?», si chiede il portavoce di PAN Europe Hans Muilerman.
In particolare, infatti, sarebbe stato lo stesso DG Sante (il directorate-general dedicato alla salute all’interno della Commissione), tra gli altri, a contestare il principio della “non exposure”, quello che prevede l’esposizione nulla a determinati tipi di sostanze, premendo per distorcere la regolamentazione. Di più: PAN Europe, documenti alla mano, accusa lo stesso Segretariato generale della Commissione di aver orchestrato il cambio verso un impact assessment irregolare.
A questo punto, va detto che nella discussione all’interno della Commissione prendono parte diversi Directorate-General, come DG Growth, DG Enteprise, DG Environment (tra i pochi ad aver contestato il cambio di rotta), DG Research e DG Employment, in cui ognuno preme per difendere i propri interessi. «La gerarchia di questi DG, fortemente voluta da Juncker, ha dato ad alcuni di questi più peso che ad altri, e chiaramente DG come Growth o Enterprise hanno tutto l’interesse a rimuovere qualsiasi blocco al commercio. Lo stesso Segretariato generale ha un ruolo di peso, e si è dimostrato molto favorevole alle istanze economiche rispetto a quelle sanitarie», spiega Muilerman. Secondo la ricostruzione di PAN Europe, addirittura la Segreteria sosterrebbe la tesi che «più pesticidi rimangono in circolazione, minore è l’impatto sulla salute e sull’ambiente», e che «meno pesticidi EDC vengono identificati, meglio sarebbe», riporta il PAN.
Sull’uso delle sostanze chimiche in agricoltura, l’Unione europea ha iniziato a prendere misure a partire dal 2009. Ad oggi, in particolare malathion, diazinon, glifosato, tetrachlorvinphos e parathion sono stati indicati come pesticidi potenzialmente cancerogeni. Ma se alcuni di questi, come il tetrachlorvinphos e parathion, sono già stati banditi all’interno dell’Unione europea, altri, invece, vengono ancora utilizzati.
«Dei 500 diversi tipi di pesticidi disponibili sul mercato, la Commissione si era già pronunciata definendone 32 come tossici, ma ce n’è ancora almeno un 10% che dovrebbero essere vietati e che dovremmo togliere dalla circolazione il prima possibile», dice ancora a LinkiestaMuilerman.
Per stabilire il livello di pericolosità di una sostanza, in termini legislativi, si utilizza quello che in inglese viene chiamato hazard approach, ovvero un processo che identifica il livello accettabile di esposizione umana a determinate sostanze. Unico nel mondo, spiega Muilerman, questo principio comporta che ogni pesticida che viene classificato come EDC, cancerogeno, mutageno, tossico, persistente o bioaccumulante, anche a dosi molto basse, debba essere vietato in Europa. «Per alcune categorie speciali è prevista un’esposizione pari a zero, stabilita proprio dall’Unione europea nel 2009 con l’obiettivo ultimo della protezione dei cittadini», spiega l’esperto a Linkiesta.
Il problema fondamentale tra i pesticidi agricoli, infatti, è che diversi tipi di sostanze sono stati riconosciuti come potenziale causa di tumori, difetti alla nascita, alterate capacità riproduttive e altri disturbi dello sviluppo. Addirittura, non molto tempo fa casi di malformazioni degli arti di neonati venuti alla luce in tre diverse regioni rurali della Francia sarebbero stati attribuiti proprio ai pesticidi presenti nel cibo.
Malgrado si trovino dappertutto (i pesticidi vengono infatti usati soprattutto nelle coltivazioni di frutta e verdura, ma anche in carni e uova), però, l’effetto dei cosiddetti prodotti fitosanitari - pesticidi, insetticidi ed erbicidi - sulla salute umana è ancora poco compreso a livello scientifico, e quindi anche lì dove si sa che alcune sostanze possono causare il cancro, ad esempio, non si sa con precisione come ciò avvenga. La ragione di ciò è la mancanza di dati certi - numerosi sono i fattori esterni e le sostanze con cui si viene a contatto quotidianamente che possono incidere sullo stato di salute di una persona, il che rende difficile isolare il singolo componente.
Se possibile ancora più problematico, però, secondo quanto riportato dall’ultimo dossier di Legambiente “Stop pesticidi”, è il multiresiduo, ovvero la presenza contemporanea di più residui di prodotti fitosanitari su frutta e ortaggi. Sebbene sia più frequente rispetto al monoresiduo, osserva lo studio di Legambiente (che ha individuato la presenza di residui multipli nel 18% del totale dei campioni analizzati, contro il 15% di residui singoli), infatti, nella legislazione europea il multiresiduo «non viene considerato come non conforme se ogni singolo livello di residuo non supera il limite massimo consentito, benché sia noto da anni che le interazioni di più e diversi principi attivi tra loro possano provocare effetti additivi o addirittura sinergici a scapito dell’organismo umano».
È soprattutto per queste ragioni che il PAN si è posto l’obiettivo di limitare il più possibile l’uso di pesticidi nelle filiere agricole, per sostituirli con metodi più ecosostenibili e meno impattanti, come ad esempio l’applicazione di corrette pratiche di gestione agronomica. Anche perché le conseguenze dell’uso di pesticidi non si riscontrano soltanto in termini dell’impatto sulla salute delle persone, ma anche sull’ambiente. Secondo quanto osserva il direttore generale di Legambiente Giorgio Zampetti, infatti, «solo una modesta quantità del pesticida irrorato in campo raggiunge in genere l’organismo bersaglio. Tutto il resto si disperde nell’aria, nell’acqua e nel suolo, con conseguenze che dipendono anche dal modo e dai tempi con cui le molecole si degradano dopo l’applicazione». Le conseguenze sono facili da immaginare: «inquinamento delle falde acquifere e possibile impoverimento di biodiversità vegetale e animale».
In un tale contesto, dovremmo dare per scontata la malafede della Commissione nel tentativo di modificare la normativa attuale? Probabilmente no, ma il problema rimane: questo caso dimostra come sia stato molto facile per attori esterni inserirsi e indirizzare le regolamentazioni in una certa direzione, e come le lobby a Bruxelles giochino un ruolo di peso nell’elaborazione delle leggi. «C’è un rapporto molto sbilanciato tra l’industria e la Commissione, principalmente perché l’industria ha più risorse: così ha largo accesso al DG Growth - i loro portavoce si incontrano ogni settimana e si vantano di fronte alla Commissione di quanto sono sostenibili. D’altra parte, la Commissione non ha una conoscenza approfondita della questione, non hanno esperti interni, devono assumere dei professionisti per fare le valutazioni ma questi professionisti non possono verificare tutti gli aspetti. Allo stesso tempo la decisione non è solamente scientifica, ma anche politica, perché la votazione finale avviene all’interno della Standing committee che è composta dagli Stati membri e dai ministri dell’agricoltura, che spingono per un compromesso», puntualizza Muilerman.
Insomma, ad oggi rimane un serio rischio che pochi, se non nessuno, tra i pesticidi più dannosi ancora in circolazione venga vietato: «molti rimangono sul mercato, tra cui l’Epoxiconazolo, il Mancozeb, il Metconazolo, il Thiacloprid e il Tebuconazolo», specifica il PAN. Se ancora una volta è chiaro che l’unica direzione da prendere è quella della sostenibilità ambientale e della tutela della salute delle persone, è ancora più chiaro che, specialmente in casi come questo, la scelta da compiere è soprattutto politica: la Commissione non può permettersi di privilegiare interessi commerciali rispetto a quello per la salute delle persone. «È stato per merito di una chiara decisione politica che l’Europa ha adottato l’hazard approach, uno scudo dorato contro i pesticidi tossici che i funzionari devono applicare in pieno», conclude Muilerman. «Per questo speriamo che le prossime elezioni europee portino freschezza al comando di Bruxelles, per dare nuova vita a questa e a molte altre buone leggi Ue».

La denuncia degli scienziati: Coca-Cola potrebbe sospendere le ricerche che finanzia


Di Marta Musso

Attraverso specifici meccanismi contrattuali, il colosso della Coca-Cola potrebbe nascondere i risultati di alcune ricerche che finanzia. È questa l’accusa di un team di ricercatori internazionale, guidato dall’Università di Cambridge, che analizzando oltre 87mila pagine di documenti ottenuti grazie alla statunitense Freedom of Information Act, o Foia, (legge che tutela la libertà d’informazione e il diritto di accesso agli atti amministrativi), ha scoperto come specifiche clausole nei contratti di finanziamento darebbero al colosso delle bollicine la possibilità di visionare in anteprima eventuali risultati di studi di alcune università statunitensi e canadesi. Ma non solo: la società godrebbe anche del diritto di far sospendere uno studio “senza alcuna ragione” (o meglio, qualora fosse sfavorevole per l’azienda) e di entrare in possesso di quei dati.
Tuttavia, specifichiamo fin da subito che, come riferiscono i ricercatori nel loro studio appena pubblicato sul Journal of Public Health Policy, non sono state finora trovate le prove concrete che la Coca-Cola abbia mai sospeso alcuna ricerca che ha finanziato. “Tuttavia, il dato importante è che l’azienda ha il diritto di farlo”, raccontano i ricercatori.
Gran parte dei finanziamenti della Coca-Cola riguardano il mondo della ricerca sulla nutrizione e sull’attività fisica. Ricordiamo, infatti, che il consumo di cibi e bevande ad alto contenuto calorico e a basso contenuto di nutrienti è considerato un importante fattore nell’epidemia di obesità infantile. Tanto che l’anno scorso, come vi avevamo raccontato, il Regno Unito aveva introdotto una tassa sullo zucchero su molte bevande analcoliche, inclusa la Coca-Cola.
Come raccontano i ricercatori, queste clausole potrebbero nascondere “informazioni fondamentali sulla salute”, e ipotizzano sia già stato fatto. Infatti, gli autori dello studio, tra cui anche i ricercatori della London School of Hygiene e Tropical Medicine, dell’università Bocconi e dello statunitense Right to Know (gruppo di ricerca no profit), sostengono che le clausole appena scoperte violano gli impegni presi dalla società di sostenere lascienza in modo trasparente e senza restrizioni.
Per capirlo, tra il 2015 e il 2018 il Right to Know ha presentato 129 richieste al Foia relative alle università nordamericane che avevano ricevuto finanziamenti dalla Coca-Cola. Dalle analisi di oltre 87mila pagine di documenti, i ricercatori hanno scoperto cinque contratti di ricerca stipulati con quattro università: Louisiana State University, University of South Carolina, University of Toronto e University of Washington.
Sul suo sito web la Coca-Cola dichiara che gli scienziati mantengono il controllo totale sulle loro ricerche e che la società non ha il diritto di impedire la pubblicazione dei risultati. Un portavoce dell’azienda, in particolare, ha riferito a Inverse“Concordiamo che la trasparenza e l’integrità della ricerca siano fondamentali. Ecco perché, dal 2016, The Coca-Cola Company non ha finanziato in modo indipendente la ricerca su questioni relative alla salute e al benessere in linea con i principi guida pubblicati sul nostro sito web da quel momento”.
Dall’altra parte, tuttavia, gli accordi mostrano mostrano che Coca-Cola avrebbe potuto far valere alcuni diritti durante tutto il processo della ricerca, tra cui il diritto di ricevere aggiornamenti e commenti sui risultati prima della pubblicazione e il potere di terminare gli studi in anticipo anche “senza motivo”.
“Abbiamo scoperto che alcuni contratti consentono di annullare risultati o scoperte sfavorevoli prima della loro pubblicazione”, ha precisato l’autrice della ricerca, Sarah Steele, dell’Università di Cambridge. “La Coca-Cola si è dichiarata all’avanguardia nel sostenere con trasparenza gli studi sulla salute che finanzia, ma i nostri risultati suggeriscono che una ricerca importante potrebbe non essere stata mai pubblicata e noi non lo sapremo mai”.

Coca-Cola e l’inchiesta shock: “pagati i ricercatori per smentire legami con obesità e diabete”


Di Monia Sangermano

Un’inchiesta pubblicata sul Journal of Public Health Policy ha rivelato che Coca-Cola avrebbe speso milioni di dollari per finanziare ricerche scientifiche universitarie, bloccando o condizionando quelle che sono giunte a conclusioni sfavorevoli alla compagnia. Nell’articolo si spiega come Coca-cola usi i contratti e gli accordi per influenzare le ricerche sanitarie che finanzia. In base a quanto emerso la multinazionale utilizzerebbe contratti redatti minuziosamente per garantire che la società abbia un accesso privilegiato e anticipato ai risultati delle ricerche e possa chiudere gli studi per qualsiasi ragione. I ricercatori intervistati hanno dichiarato di aver dato alla Coca-cola la possibilità di far passare sotto silenzio i risultati sfavorevoli alla società, come ad esempio gli studi che collegano il consumo di bevande dolcificate all’obesità.

Gli autori dello studio sono collegati all‘Università di Cambridge, alla London School of Hygiene and Tropical Medicine, alla Bocconi, e alla ong americana Right to Know. Il report su Coca-cola si basa sui contratti di ricerca ottenuti attraverso diverse richieste fatte con il Freedom of Information, e sono state prese in esame 87.000 pagine di documenti. Tra questi vi sono cinque accordi di ricerca firmati da Coca-cola e dalle università della Louisiana, del South Carolina, di Toronto e di Washington. La maggior parte delle ricerche finanziate dalla compagnia sono legate alla nutrizione e all’attività fisica. I ricercatori hanno rivelato, però, che questo tipo di contratti non sono firmati soltanto dalla Coca-cola. Monsanto e PepsiCo hanno sponsorizzato studi sanitari legati ai loro prodotti.


FONTE: http://www.meteoweb.eu/2019/05/coca-cola-inchiesta-shock-pagati-ricercatori-obesita-diabete/1260086/#oGXWfgYOCSfPOtZr.99

Vaccini, il 48% degli europei teme effetti collaterali. In Italia il 46%


Di Salvatore Santoru

Recentemente è stato presentato il risultato del primo Eurobarometro sull'atteggiamento dei cittadini europei sui vaccini, presentato dalla Commissione dell'Unione Europea.
Come riporta l'ANSA, è emerso che il 48% degli europei pensa che vi siano effetti collaterali gravi e frequenti e in Italia la stima è del 46%(1).

In ben sedici paesi europei la percentuale supera il 50%.

NOTA E PER APPROFONDIRE:

(1) http://www.ansa.it/canale_saluteebenessere/notizie/medicina/2019/04/26/vaccini-per-46-italiani-effetti-collaterali-gravi_5bf30d03-332b-4469-b038-042c1fef9dd0.html

Glifosato, “effetti su sviluppo e riproduzione dei ratti anche in dosi considerate sicure negli Usa”


Di Luisiana Gaita
“L’esposizione a erbicidi a base di glifosato (GBH), incluso il Roundup, quello più usato al mondo, ha causato diversi effetti sullo sviluppo e il sistema riproduttivo in ratti sia maschi che femmine, anche con dosi attualmente considerate sicure negli Usa”. È questo l’ultimo risultato a cui è giunta la fase pilota dello studio globale sul diserbante condotto dall’Istituto Ramazzini e da una rete di partner scientifici tra cui l’Università di Bologna, l’Ospedale di Genova San Martino, l’Istituto Superiore di Sanità, la Icahn School of Medicine del Monte Sinai diNew York e la George Washington University. Della ricerca parla il quarto di una serie di articoli pubblicati dalla rivista Environmental Health sulla fase pilota dello studio. I primi risultati sulla possibilità “di alterare alcuni parametri biologici di rilievo” come quelli riproduttivi e del microbioma intestinale, infatti, erano già stati presentati il 16 maggio 2018 al Parlamento europeo insieme al Gruppo dei Verdi e poi pubblicati in altri tre articoli dalla stessa rivista. Se le precedenti pubblicazioni scientifiche hanno mostrato che l’esposizione a GBHs è associata a diversi effetti avversi, inclusa l’alterazione del microbiomadei ratti durante il periodo dello sviluppo, in particolare prima della pubertà, negli ultimi mesi le ricerche si sono concentrare proprio sullosviluppo sessuale.

Lo studio pilota – I 300mila euro per lo studio pilota sono stati raccolti grazie ai soci dell’Istituto Ramazzini. La ricerca, che costituisce la base per un successivo studio integrato a lungo termine, mirava a ottenere informazioni generali sulla tossicità degli erbicidi a base di glifosato durante diversi periodi dello sviluppo (neonatale, infanzia, adolescenza) e ad identificare precoci marker espositivi. Il glifosato e un suo formulato (il Roundup Bioflow, MON 52276) sono stati testati su ratti Sprague Dawley, a partire dalla vita embrionale fino a 13 settimane dopo lo svezzamento, esposti a una dose di glifosato in acqua da bere equivalente alla dose giornaliera accettabile nella dieta secondo l’Agenzia per la protezione dell’ambiente.
Gli effetti del glifosato sui ratti – Il glifosato e il suo formulato Roundup hanno mostrato effetti avversi per lo sviluppo e il sistema riproduttivo anche a dosi sicure, come la dose giornaliera ammissibile(Dga) attualmente consentita negli Stati Uniti (anche per i bambini), pari a 1,75 microgrammi al chilo di peso corporeo. “Bisogna però tenere conto – spiega a ilfattoquotidiano.it Daniele Mandrioli, ricercatore dell’Istituto Ramazzini – che in Europa la Dga è fissata invece a 0,5 mg/kg. Da qui la necessità di procedere con gli studi per verificare se gli effetti finora osservati, siano riscontrabili anche con dosi minori, come quella consentita in Europa”. L’esposizione al glifosato è stata associata, in particolare, ad alcuni effetti androgeno-simili, incluso un aumento statisticamente significativo della distanza tra ano e genitali (AGD) sia nei maschi sia nelle femmine, oltre a un ritardo nel primo estro e un aumento del testosterone nelle femmine. “La distanza tra ano e genitali – aggiunge Mandrioli – è un parametro significativo per valutare le sostanze che agiscono come interferenti endocrini già a livello prenatale e sono in grado di alterare il normale sviluppo del feto”. L’aumento di testosterone nelle femmine con effetto “mascolinizzante” indica che l’equilibrio ormonale normale è stato alterato verso “un aumento di quei caratteri più tipici del maschio”. Si tratta di effetti misurati su entrambi i sessi, ma che risultano più evidenti nelle femmine. “Uno studio a lungo termine sui GBHs a partire dalla vita prenatale è ora necessario per confermare e esplorare le prime evidenze sulle alterazioni endocrine e sullo sviluppo emerse nello studio pilota” dichiara Fiorella Belpoggi, direttrice dell’area ricerca del Centro per la ricerca sul cancro ‘Cesare Maltoni’ dell’Istituto Ramazzini.

Il glifosato, l’incertezza sull’erbicida più usato – Il glifosato è l’erbicida più usato della storia: 8,6 miliardi di chilogrammi di erbicidi a base di glifosato sono stati utilizzati nel mondo a partire dal 1974. L’uso di glifosato è inoltre aumentato di 15 volte a partire dall’introduzione delle coltivazioni geneticamente modificate, nel 1996. Nel 2015 l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc) lo ha classificato come “probabile cancerogeno per l’uomo”. Eppure per l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa) è improbabile che il glifosato rappresenti “un pericolo cancerogeno per l’uomo”, mentre l’Agenzia europea per la chimica (Echa) ha affermato che “le evidenze scientifiche disponibili non soddisfano i criteri necessari per classificare il glifosato come cancerogeno, mutageno o tossico per la riproduzione”. È attualmente in corso una valutazione del glifosato da parte dell’Agenzia per la protezione dell’ambiente (Epa). “L’incertezza scientifica che circonda il glifosato e i GBHs – spiega l’Istituto Ramazzini – ha inoltre determinato un’incertezza politica, come dimostrato dal rinnovo limitato a 5 anni della licenza per il glifosato che è stato concesso nel novembre 2017 dagli Stati Membri dell’Unione Europea”.
La campagna di crowdfunding – L’Istituto Ramazzini, con il supporto di altri Istituti e Università indipendenti dall’Europa agli Stati Uniti, ha ora lanciato una campagna di crowdfunding per finanziare il più grande studio integrato a lungo termine sugli effetti dei GBHs “necessario per estendere e confermare le prime evidenze emerse nello studio pilota e fornire risposte definitive ai diversi dubbi che rimangono sugli effetti cronici sulla salute dei GBHs, inclusi gli effetti cancerogeni”. Il budget totale per questo studio è di 5 milioni di euro. Secondo Alberto Mantovani, direttore del reparto di tossicologia alimentare e veterinaria dell’Istituto superiore di sanità un aspetto di questo studio rilevante per la valutazione del rischio “è il maggior riscontro di effetti endocrini e sullo sviluppo nel formulato commerciale a base di glifosato rispetto ad una dose equivalente di glifosato puro”. Per Mantovani “l’indicazione che altri componenti presenti nei formulati commerciali possano significativamente aumentare la tossicità del glifosato certamente merita ulteriori indagini”.

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