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L’aspetto vibratorio dell’energia secondo lo sciamanesimo tolteco

I guerrieri arrivano a percepire il mondo come energia, una volta che siano riusciti nell’impresa di fermare il flusso dell’interpretazione. Tutto appare come un insieme di campi energetici, percepibili come fibre luminose, che sono organizzate da diversi tipi di forze.
Anticamente i veggenti avevano dato a queste differenti forze caratteristiche “personali”, non erano riusciti a giungere fino alla loro origine, ma si erano fermati sull’aspetto più immediato e concreto.
I nuovi veggenti riuscirono a svincolarsi dalle proprie influenze individuali e in questo modo giunsero alla comprensione dello stato della realtà energetica.
Si accorsero allora che ognuna di queste forze non è altro che un aspetto, una qualità, della stessa energia su cui queste forze agiscono. E’ l’energia che si rende attiva su se stessa per fare il mondo e compie questa azione in modo del tutto impersonale.
Scoprirono, col tempo, una serie di lati o aspetti dell’energia dotati di funzioni specifiche e ne notarono uno in particolare che ha un’importanza vitale per tutti gli esseri viventi.
Videro che ogni essere dotato di consapevolezza e quindi vivo, è un agglomerato, un raggruppamento di campi energetici tenuti assieme da uno di questi aspetti dell’energia, che funziona come una sorta di collante. Chiamarono questa proprietà dell’energia “aspetto vibratorio dell’energia” e iniziarono ad analizzarlo dettagliatamente.
L’aspetto vibratorio dell’energia li interessava particolarmente perchè si resero subito conto che da esso dipende la forza vitale di ogni singolo essere vivente e quindi cercarono di sviscerarne le caratteristiche e i modi per accudirlo e incrementarlo.
Videro che, quando l’aspetto vibratorio veniva meno, l’essere come insieme di campi energetici non era più in grado di contrastare la forza rotante (un’emanazione diretta del mare oscuro della consapevoleza che colpisce senza sosta gli esseri viventi) e mantenersi compatto. La rotante quindi riesce a smembrare l’unità dei campi energetici e l’essere muore perdendo la sua unità.
Si resero anche conto che tanto più l’aspetto vibratorio è attivo, tanto più l’esistenza è piena, segue una chiara direzione, risulta collegata all’infinito.
Cercarono allora i sistemi per centrarsi il più possibile su questo aspetto dell’energia e renderlo efficace e anche i modi per trasmettere tale conoscenza. Videro che esiste una corrispondenza tra gli esseri umani come insieme di campi energetici e alcune aree del corpo fisico che possono essere stimolate per attivare i diversi aspetti dell’energia.
In particolare, nel caso dell’aspetto vibratorio, scoprirono una zona nel corpo fisico in grado di generare la giusta sensazione, seguendo la quale è possibile incrementare tale lato dell’energia.
Questa zona corrisponde all’area attorno alla punta dello sterno o appena sotto o sopra, fino al corpo dello sterno.
La relazione degli aspetti dell’energia con il corpo fisico andrebbe compresa però fino in fondo per non incorrere in errori grossolani. Ciò che si origina da queste zone (che sia il centro per l’aspetto vibratorio, la volontà o altro) è la corretta sensazione che fa da guida alla totalità del proprio essere e lo conduce allo stato di consapevolezza necessario per manipolare quel determinato aspetto dell’energia. Questa guida per la consapevolezza appare alla visione energetica in forma di canali o fibre dotate di speciale forza e intensità, ma questo è sempre un nostro limite come percettori; ciò che accade veramente è un mistero che nessun essere vivente è in grado di penetrare.
In ogni caso l’attivazione dell’aspetto vibratorio ha conseguenze profondissime sulla nostra esistenza, sia come guerrieri che come persone comuni. Naturalmente il massimo beneficio viene tratto da quegli esseri che uniscono a tale attivazione l’applicazione dei principi della via del guerriero. In generale, nelle persone comuni l’accendersi dell’aspetto vibratorio provoca un cambio totale nella propria vita; può esprimersi come una improvvisa “chiamata” mistica di solito piena di amore per il mondo, ma anche in forme più materiali, con lo sviluppo di una speciale lucidità che investe ogni aspetto della propria esistenza e dà una falsa sensazione di potere, ma permette comunque di essere sempre al posto giusto al momento giusto e ottenere risultati pratici con una facilità apparentemente magica.
Ma a noi interessa il caso di quegli esseri che sono consapevoli di ciò che stanno facendo, che ricercano il cambiamento e l’evoluzione consapevolmente e puntano verso obiettivi precisi e deliberati: è il caso dei guerrieri.
Raggiungere la capacità di gestire in modo ordinato l’aspetto vibratorio dell’energia è letteralmente di vitale importanza. Prima di tutto, come dicevo, questo attributo dell’energia rappresenta la vera forza vitale, sotto tutti i punti di vista. Intendo dire che, incrementando a concentrando tale attributo, non si ottiene semplicemente o solo una maggiore resistenza e vitalità, ma anche la raffinazione della propria forza vitale; in pratica se ne migliora la qualità. E’ ciò che i guerrieri chiamano “sobrietà” e deriva dalla chiara visione della direzione della propria esistenza epurata di ogni inutile orpello e interferenza. Questa condizione speciale a sua volta origina la disciplina, così come la intendono i Toltechi e la combinazione di sobrietà e disciplina, sostenute volontariamente, provoca un risultato di portata epocale: mette in fuga la mente ordinaria, il suggeritore, l’installazione estranea.
Da questo momento in poi sostenere consapevolmente il centro per l’aspetto vibratorio dell’energia conduce direttamente alla predominanza del corpo energetico che è la condizione che ci porta infallibilmente a realizzare ogni obiettivo.
Il guerriero si afferra inflessibilmente all’aspetto vibratorio, partendo dal presupposto che non basta esistere per essere vivi. Essere vivi richiede uno sforzo personale continuativo che incrementa lo stato di consapevolezza e, il modo migliore, l’unico per farlo, è sostenere la fonte della nostra forza vitale.
Attivare il centro per l’aspetto vibratorio significa avere chiarezza riguardo la direzione della propria esistenza: è ciò che Don Juan definiva “il sentiero che ha un cuore”. Finchè l’aspetto vibratorio è attivo e lo è in modo consapevole e volontario, noi siamo una cosa sola con la nostra esistenza. Sai quando ti trovi in questa direzione perchè il centro per l’aspetto vibratorio genera il senso dell’ironia e la capacità di ridere di se stessi in totale abbandono.
Nella pratica esistono dei sistemi per accendere l’aspetto vibratorio. Sono metodi e pratiche sia fisici che riguardanti l’uso della percezione e degli stati di consapevolezza.
Questi sistemi però sono solo dei trucchi pratici per portare l’apprendista fino alla consapevolezza dell’esistenza di questo aspetto dell’energia e della possibilità di interagire volontariamente con esso. Ciò che fa la differenza a quel punto è l’intenzionalità del guerriero. Con la sua nuova intenzionalità il guerriero inizia a selezionare i propri sentimenti, scegliendo quelli connessi con l’intento, li raffina e li canalizza nel centro per l’aspetto vibratorio. A quel punto i guerrieri possono usare i sentimenti come vettori per l’infinito.
Un sentimento collegato all’aspetto vibratorio condiviso da tutti i guerrieri è l’affetto inflessibile per la terra: è un vettore infallibile per l’infinito.

L'antropologo Michael Harner, i suoi studi sull'ayahuasca in Amazzonia e le misteriose visioni di draghi durante le cerimonie sciamaniche


Michael Harner è un antropologo statunitense. Ha insegnato a Yale, Berkeley ed a New York. Dopo aver incontrato le opere di Carlos Castaneda, approfondì i temi dello sciamanismo sino ad istituire nel 1985 la Fondazione di studi sciamanici. Il suo saggio più celebre è La via dello sciamano, un testo che deve la sua popolarità alla divulgazione di tecniche spirituali per conseguire stati alterati di coscienza, quali la meditazione, il ritmo ipnotico di strumenti a percussione, la danza.

Nel 1961 Harner fu uno dei primi occidentali a partecipare interamente ad una cerimonia indigena con ayahuasca, un estratto vegetale psicotropo. [1] Lo studioso si era recato in Amazzonia, per la precisione in un villaggio dei nativi Conibo nei pressi di un lago attorniato da una vegetazione pluviale lussureggiante, specchio d’acqua formato da un affluente del Rio Ucayali, in Perù. Dopo aver trangugiato un’abbondante dose dell’amaro infuso allucinogeno, Harner ricevette una visione spettacolosa e stupefacente. Scorse creature dalle sembianze di drago giunte sulla Terra in fuga da qualcosa, forse da un nemico, fuori nello spazio, dopo un viaggio durato eoni.

“Le creature mi mostrarono come avevano creato la vita sul pianeta allo scopo di nascondersi dentro le forme molteplici e mascherare così la loro presenza. Davanti a me la magnificenza della creazione e della distinzione di piante ed animali – centinaia di milioni di anni di attività – avvenne con particolari vividi e su una scala difficile da immaginare. Appresi che le creature a forma di drago si trovavano dunque all’interno di tutte le forme di vita, incluso l’uomo. Esse erano le vere padrone dell’umanità e dell’intero pianeta, mi fu detto. Noi umani non eravamo che i ricettacoli ed i servi di queste creature. Per tale ragione esse potevano parlarmi, stando dentro di me. In retrospettiva, si potrebbe affermare che erano quasi come il D.N.A., sebbene all’epoca, nel 1961, del D.N.A. non sapessi niente”. [2]

Il passo che ho riportato è di indubbio interesse: con parecchi lustri di anticipo rispetto a resoconti ed illazioni circa la supposta presenza di esseri extraterrestri che, da tempo immemorabile, dominano l’umanità, Harner accenna a creature dall’aspetto di drago relegate nel pianeta terra e divenute dominatrici incontrastate del genere umano.

La visione di Harner introdusse dunque inopinatamente, negli ormai lontani anni “60, i Draconiani, esseri insieme con altre razze come i Grigi, al centro dell’Ufologia, di questi ultimi decenni. “Tali creature, originarie forse della costellazione del Draco o provenienti da una dimensione parallela, sono esseri carnivori di indole aggressiva e sarebbero gli artefici del programma che contempla i rapimenti, le mutilazioni del bestiame e quelle umane. La loro struttura genetica è affine a quella dei rettili da cui, stando ad alcuni ricercatori, si sono evoluti. Al loro servizio opererebbero le differenti razze dei Grigi. Il cervello di questi alieni, tipicamente rettiliano, implica un assoluto predominio delle pulsioni egoistiche sulle altre componenti psichiche, quali la razionalità e le emozioni, l’assenza di ogni valore morale, il forte senso della territorialità e della gerarchia.


I principi esoterici degli sciamani Huna

Ogni essere umano nasce in un mondo precostituito da cui riceve immediatamente le istruzioni per l’uso, ovvero insegnamenti su come è la realtà e come ci si deve muovere in essa.
Gli sciamani Huna delle Hawaii parlano di sette Principi Fondamentali capaci di risvegliare in ognuno la profonda conoscenza intorno ai misteri dell’esistere. Sette viene tradotto in hawaiano con la parola HIKU:
HI, che significa “scorrere”, rappresenta il principio femminile e KU, che significa “stare immobile”, rappresenta il principio maschile. 
Gli Sciamani Hawaiani si rivolgono alla malattia considerandola sotto il profilo puramente mentale. Ogni tipo di malattia, dall’influenza all’insufficienza cardiaca, deriva da un conflitto interiore e dal conseguente stress che si crea nel corpo per la resistenza a tale conflitto. Ecco i 7 principi.
PRIMO PRINCIPIO. IKE: IL MONDO E’ COME PENSI CHE SIA
L’idea fondamentale della filosofia Huna è che ciascuno di noi, ovvero i nostri 3 sé:
  •   il subconscio – KU,
  •   il sé cosciente – LONO
  • e il supercosciente o Sé superiore – AUMAKUA)…
crea la propria personale esperienza della realtà, attraverso le proprie convinzioni e interpretazioni, azioni abituali e reazioni, aspettative, paure, desideri, pensieri e sensazioni. Noi siamo creatori, o meglio CO-CREATORI, del mondo e Huna insegna a creare in modo consapevole.
Più in generale, questo principio dice che abbiamo una forte capacità di dare noi un senso alle cose. Se qui noi pensiamo di star perdendo tempo, questo è un sistema di credenza e magari stiamo realmente perdendo tempo, se pensiamo così. Se invece siamo convinti, che stiamo facendo qualcosa di buono a noi o agli altri, il sistema di credenze è diverso e allora noi stiamo facendo davvero qualcosa di buono ed è questo che porteremo a casa. La responsabilità è nostra. Siamo noi a decidere. Sono io che porto la mia visione del mondo nella situazione in cui mi trovo. Sono io che do il nome, il valore alle cose. 
SECONDO PRINCIPIO. KALA: TUTTO E’ POSSIBILE, NON ESISTONO LIMITI
Non ci sono veri confini tra noi e il nostro corpo, tra noi e le altre persone, noi e il mondo, noi e Dio.
Nell’Huna Dio e l’Universo (cioè tutto ciò che è, era o sarà) sono la stessa cosa. Le classificazioni, i sistemi, le etichette sono nostre invenzioni, possono cambiare, mentre in realtà dietro ad ogni sistema esiste un’unità essenziale, la fonte della vita, “il grande mistero”.
Huna significa segreto, ma noi conosciamo il segreto. Entrambe le sillabe di Huna trasmettono anche il significato di unione con tale mistero, che è quindi possibile oltre che desiderabile. Qualsiasi divisione, separazione è puramente funzionale, convenzionale, un’illusione di convenienza. Allo stesso modo non ci sono limiti, per esempio, per le connessioni che possiamo avere. Possiamo entrare in contatto con più cose, nel tempo, nello spazio. Basta essere aperti, accettarne l’esistenza, diventarne coscienti.
Un altro significato di questo principio è che esiste un potenziale illimitato alla nostra creatività. Possiamo creare qualsiasi cosa siamo in grado di concepire. Possiamo cambiare tutto e in qualsiasi momento lo vogliamo, perché il mondo è come noi lo vediamo. Huna è basato sull’uso molto creativo delle nostre facoltà, sulla manipolazione creativa dei nostri pensieri, comportamenti, credenze. I limiti sono quelli noi poniamo. Si tratta pian piano di allargare il cerchio della propria esistenza, di allontanare i limiti, i paletti di quello che accettiamo.
TERZO PRINCIPIO. MAKIA: L’ENERGIA VA DOVE SI DIRIGE L’ATTENZIONE
Cerchiamo di essere sempre consapevoli a cosa pensiamo, facciamo, in che stato d’animo siamo, come viviamo, perché quella è la direzione dell’Energia che noi diamo. Imparando ad accrescere e a direzionare il mana, il flusso dell’energia, (con parole, immagini, volontà, entusiasmo, eccitazione…) accresciamo anche il nostro potere, la nostra capacità di manifestare nella realtà quello che desideriamo e di cui abbiamo bisogno.
Creiamo un seme, focalizziamo l’energia su di esso finché non si manifesta nella realtà.Ottieni quello su cui ti concentri (nel bene e nel male)Il metodo più diretto per aumentare e migliorare il Mana è la trasformazione degli atteggiamenti negativi in positivi. Si è consapevoli e si accetta amorevolmente pensieri o sentimenti negativi quando si presentano, ma li si modifica consapevolmente nel loro opposto.
Volendo semplificare il processo di manifestazione: la mente cosciente concentra l’attemnzione su qualcosa, la mente subconscia tratta l’oggetto dell’attenzione come un fatto reale e ne registra la memoria/ lo sostiene come una credenza, la mente supercosciente usa poi questo come uno schema o modello in base a cui creare un’esperienza fisica equivalente e renderlo parte integrante della nostra vita. Se non ci sono conflitti tra convinzioni e dubbi, il semplice concentrare l’attenzione mette in atto il supercosciente (v. sincronicità). Più l’attenzione è pura, più i risultati saranno chiari. L’attenzione cosciente è questione di scelta, mentre l’attenzione subcosciente è questione di abitudini apprese. Colmando la mente di pensieri elevati/spirituali oltre che positivi, convoglia una visione diversa del mondo e della vita, un atteggiamento di fiducia amorevole nei confronti del subconscio, del Sé superiore, del corpo, dell’universo rendendo possibile trascendere più facilmente dubbi, paure senza doverli combattere, per raggiungere i propri scopi più facilmente.
QUARTO PRINCIPIO. MANAWA: ADESSO E’ IL MOMENTO DEL POTERE
Dal presente si può cambiare passato e futuro. Abbiamo nel qui e ora il potere di cambiare le convinzioni limitanti legate magari ad esperienze del passato e piantare coscientemente i semi di un futuro di nostra scelta.
L’unica cosa frenante è essere in dubbio, non agire, indugiare. L’importante è fare qualcosa, agire senza paure, stando attenti però a quello che facciamo, essendo consapevoli. Huna è efficace. Attenzione a quello che chiediamo, potremmo ottenerlo. È quando siamo concentrati nel momento presente che diventiamo più efficienti in quello che facciamo, perché il Mana esiste soltanto nel momento della consapevolezza.
QUINTO PRINCIPIO. ALOHA: AMARE E’ ESSERE FELICI INSIEME
Il più profondo significato di aloha è “la gioiosa (oha) condivisione (alo) dell’Energia Vitale (ha) nel momento presente (alo)”.
Si tratta di ascoltare il proprio sentire, andare nella direzione del cuore, fluire con le cose, lasciarsi andare, camminare in bellezza.
È importante valutare quello che stiamo facendo, se mi porta felicità o meno. Se mi dà benessere, libertà, amore, va bene, lo sviluppiamo, andiamo nella direzione del cuore… Se non me lo porta, è bene prendere un’altra direzione.
Bisogna essere fluidi, imparare a cavalcare l’onda, seguire i movimenti delle cose come l’acqua. Se mi sto muovendo con gioia, danzando, cantando, celebrando, allora la via è quella giusta, non sto sbagliando direzione. E l’Universo lo conferma manifestando eventi positivi. Come dentro così fuori…
SESTO PRINCIPIO. MANA: TUTTO IL POTERE VIENE DA DENTRO
Il nome dato in origine a Huna era ho-omana, che significa creare mana, energia, forza vitale. Quando sappiamo come creare Mana, sappiamo come accrescere i nostri potenziali nascosti.
Tutto il potere viene da dentro. Non esiste un vero potere al di fuori di noi, perché il potere dell’Universo agisce attraverso di noi nella nostra vita. Noi siamo il canale attivo di questo potere e le nostre scelte e decisioni lo dirigono.
Nessun’altra persona può avere potere su di noi o sul nostro destino, a meno che noi non glielo permettiamo. Spesso usciamo dal nostro potere, cercando appigli fuori. Crediamo al potere di un maestro per esempio. Speriamo che qualcuno versi dentro di noi quello che in realtà c’è già. In realtà dobbiamo solo renderci conto che c’è già.
SETTIMO PRINCIPIO. PONO: L’EFFICACIA E’ LA MISURA DELLA VERITA’
Non esiste una verità assoluta, ma c’è una verità effettiva a ciascun livello di coscienza individuale.
Huna è un sistema molto pratico. Qualsiasi sistema di conoscenza viene considerato conveniente piuttosto che reale. C’è sempre più di un modo di fare qualcosa. Una differente organizzazione della stessa conoscenza potrebbe risultare altrettanto valida per altri scopi. In altre parole, tutti i sistemi sono arbitrari.
Siamo liberi di usare quello che per noi funziona meglio, stando attenti ovviamente a non fare niente che sia in contraddizione con il rispetto degli altri.
“La definizione di crescita personale secondo l’Huna è ‘accrescere la consapevolezza, le capacità e la felicità’ e si applica a tutte le forme di consapevolezza, dagli atomi alle galassie, che si tratti di forme animali, vegetali o minerali. Negli esseri umani la spinta verso la crescita è localizzata nel Ku (Il subconscio).”

Serge Kahili King, Sciamano Huna


Mircea Eliade:uno sciamano contemporaneo


Di Enrico Manera

Mircea Eliade (1907-1986) è con ogni probabilità lo studioso di religioni più noto e influente del Novecento, grazie al fascino del suo pensiero e di un’indubbia capacità di scrittura. Lo studioso romeno, poi radicato negli Stati Uniti, è considerato tra i fondatori della cosiddetta “Chicago School” di storia delle religioni e ha scritto libri che sono autentici best-sellers, oltre ad avere una prolifica produzione letteraria di fiction, al punto da figurare alla fine degli anni Settanta tra i potenziali candidati al premio Nobel per letteratura.


Anche Hollywood non è rimasta estranea all’aura sapienziale dello studioso: Francis Ford Coppola ha realizzato Un’altra giovinezza (Youth Without Youth, 2007) ispirandosi al romanzo di Eliade (1981), non privo di tratti autobiografici, intitolato Giovinezza senza giovinezza. Lo ricordo come un film a tratti imbarazzante: nella Romania degli anni trenta un professore in crisi, erudito e studioso di religioni, miti e antichità viene colpito da un fulmine e ringiovanisce; reduce da una tragica vedovanza, incontra diverse reincarnazioni di una divina Sophia/eterno femminino che lo portano, attraverso ipostasi della sapienza indiana, egizia e sumera, vicino alle radici preistoriche del “linguaggio unico e originario” di tutta l’umanità; intanto i nazisti lo inseguono per scoprire il mistero della sua giovinezza e i suoi poteri. Al netto di scelte kitsch e delle semplificazioni sulla biografia intellettuale di Eliade, Coppola coglie bene il modo in cui l’insegnamento di Eliade è stato percepito e talvolta idolatrato.

Ora, la cultura in cui Eliade si forma, e di cui diventa un simbolo, è caratterizzata dalla definizione dell’autonomia del sacro, del mitico e del simbolico nel primo Novecento, tra differenti metodi e prospettive (etnologia, fenomenologia, sociologia, filosofia, psicologia). In parte riflette la storia delle religioni ottocentesca, in cui l’ossessione per le origini e la presenza di pregiudizi primitivisti portano alla sovrapposizione di fenomeni di tipo psicologico, sacrale e linguistico; e in parte radicalizza e amplifica tali idee mischiandole con le derive culturali e identitarie dei nazionalismi novecenteschi, nel loro sovrapporsi a pregiudizi razziali radicati nei saperi antichisti e orientalisti.

Fin dal celebre Trattato di storia delle religioni del 1948, Eliade è sempre stato al centro di entusiasmi e critiche, con interlocutori importanti come Georges Dumézil, Raffaele Pettazzoni, Ernesto de Martino; e la dimensione politico-ideologica del suo lavoro, temi e metodi, è risultata altrettanto problematica a molti fin dall’inizio. Del suo passato politico già discussero Cesare Pavese ed Ernesto de Martino negli anni Cinquanta (si veda a proposito il carteggio tra i due presentato ne La collana violaBollati Boringhieri 1991, e curato da Pietro Angelini). Negli anni Settanta poi, grazie alla pubblicazione di materiale proveniente dal periodo romeno, studiosi come Vittorio Lanternari, Alfonso Di Nola e Furio Jesi cominciarono a mettere in luce la giovanile militanza di Eliade nella Guardia di Ferro e le potenziali ripercussioni di tale scelta ideologica sui suoi lavori accademici. In particolare, Eliade era legato profondamente a Nae Ionescu, filosofo presso l’Università di Bucarest e tra i principali ideologi del movimento romeno di estrema destra caratterizzato da ultranazionalismo violento, ispirazione mistico-religiosa, odio antimoderno, antiborghese e antisemita. Le ragioni di questa militanza sono strettamente legate all’interesse per il “sacro” che caratterizza l’idea eliadiana di “scienza” della religione; e in tal senso in anni recenti studi sulla cultura del periodo interbellico e postbellico si sono moltiplicati (si veda il lavoro curato da Horst Junginger, The Study of Religion Under the Impact of Fascism, Brill 2008).

In Eliade e nella poetica della sua produzione scientifica vibra la nostalgia di un mondo arcaico idealizzato e precedente la decadenza giudaico-cristiana che avrebbe aperto la strada alla modernità degradata e corrotta. La sua adesione al fascismo va quindi fatta risalire a convinzioni di ordine metafisico: un’ontologia naturalistica, primitivista, eternizzante ed essenzialista eclettica per le fonti, che innerva tutta la riflessione e che non è mai stata smentita. Daniel Dubuisson ha scritto in proposito: «Affermare che il campo religioso è astorico o transitorio, che trascende il mondo umano, significa adottare un punto di vista che colloca la persona che lo sostiene al di fuori delle regole e dei principi metodologici che fondano l’approccio dello storico delle religioni; e gli schiudono le porte della grande poesia o della metafisica» (Mitologie del XX secolo, Edizioni Dedalo 1995).

La teoria dell'origine sciamanica del vampiro


Di Massimo Introvigne

Che il vampiro trovi le sue origini nell'area sciamanica è stato sostenuto in anni recenti da specialisti ungheresi come Éva Pócs e Gábor Klaniczay, e - con ampia argomentazione - dall'italiana Carla Corradi Musi, docente di filologia urofinnica presso l'Università di Bologna. Secondo questi autori la credenza nel vampiro - ed in personaggi affini ma diversi, fra cui il licantropo - nasce in un ambiente religioso preciso. L'ambiente è quello dello sciamanismo, in un'area geografica molto vasta che va dal mondo celtico alla Siberia, e dagli indiani dell'America del Nord alla Germania precristiana, alla Scandinavia, ed all'Europa Orientale. Nell'area sciamanica il collegamento tra il mondo dei vivi e quello dei morti "non ammetteva soluzioni di continuità, secondo convenzioni del tutto mancanti nelle credenze 'religiose'occidentali". L'aldilà era un mondo parallelo e rovesciato rispetto a quello dei viventi, opposto ma complementare, spesso posto oltre un fiume che poteva essere oltrepassato soltanto al termine di un percorso iniziatico. Giacchè questo percorso non era facile, si comprende la tentazione, per il morto, di rinunciarvi cercando invece di ritornare verso il mondo dei viventi. A queste credenze si collegava per esempio - in area sciamanica -  l'abitudine degli Ugri dell'Ob di seppellire i defunti lontano dai villaggi. Cospargendo anche la via del ritorno dal funerale al villaggio di oggetti appuntiti che scoraggiassero il defunto dal tentare di ritornare al suo paese. Era particolarmente facile che il defunto si rifiutasse di compiere il viaggio iniziatico verso l'aldilà - dove avrebbe, nella maggioranza dei casi, atteso una nuova reincarnazione - se il suo corpo non si era decomposto. Da qui tutta una serie di rituali per favorire una rapida putrefazione del cadavere, compresa la sua riesumazione dopo un certo numero di anni - per esempio presso diverse tribù di indiani nord-americani - per assicurarsi che la decomposizione fosse avvenuta. Diversamente, si provvedeva a complessi rituali di distruzione della salma. Se, nonostante tutte le precauzioni, il morto non si convinceva ad intraprendere il difficile cammino verso l'aldilà, poteva trasformarsi in un elemento di turbativa dell'ordine cosmico. Rischiava di attaccare i viventi cercando di succhiare il loro sangue, che anche nel mondo sciamanico era collegato alla vita. "Il vampiro (...) nell'area sciamanica (...) nella sua ancora più singolare realtà di 'non-morto' e di 'non-vivo' era già di per sè una figura trasgressiva, in quanto espressione di una condizione assolutamente innaturale (...). Nella visione sciamanica il vampiro, non potendosi (...) reincarnare, ostacolava il collegamento tra il mondo ultraterreno e quello umano". Secondo Carla Corradi Musi il vampiro non va confuso con lo sciamano, che pure rappresentava anche lui un'eccezione ai normali rapporti fra i vivi ed i morti. Lo sciamano, proprio in quanto figura eccezionale, capace di viaggiare nel mondo delle divinità ed in quello dei morti, celebra e garantisce il mantenimento dello status quo, vera personificazione dell'eccezione il cui scopo è confermare la regola. Non a caso, nel mondo sciamanico, lo sciamano "favoriva la fertilità (nell'estasi era in collegamento con l'albero, proiezione di quello archetipo della vita che si rinnovava attraverso la morte)", mentre "l'infecondo vampiro provocava la sterilità. E' significativo che per allontanare il vampiro si spruzzasse dell'acqua, in relazione costante con la vegetazione e con la fecondità, sorgente di ogni fonte di vita". Il vampiro era, da questo punto di vista, un anti-sciamano, o il contraltare dello sciamano. Peraltro, come rileva Éva Pócs, nel mondo sciamnico la distinzione fra bene e male non è così chiara come nell'area greco-romana e nel successivo cristianesimo o, più esattamente, il male è accolto come in qualche modo necessario all'ordine cosmico. Così lo sciamano è una figura-limite, che può correre diversi pericoli e trasformarsi in qualche cosa di diverso da un operatore positivo del sacro. Questo vale in special modo per gli sciamani che entrano in contatto con lo spirito - individuale o di gruppo - di un animale. La Pócs ha studiato soprattutto il táltos, una figura di sciamano o, più propriamente, di stregone che era "chiamato" da uno spirito animale che gli conferiva i suoi poteri. A questo incontro il táltos era predestinato fin dalla nascita da segni come i denti già presenti nel neonato, la "coda" o la "camicia" (tutti elementi che si ritrovano anche nel folklore ugrofinnico a proposito delle persone destinate a diventare vampiri). Dopo la morte il táltos correva il rischio di rimanere in qualche modo "intrappolato" nell'anima animale che lo aveva chiamato e di trasformarsi in una sorta di lupo mannaro od anche di vampiro. Tutto dipendeva, peraltro, da quale spirito animale avesse chiamato all'origine il táltos. Se si era trattato di un cavallo, per esempio, i pericoli erano minori e, dopo morto, il táltos si limitava ad apparire sotto le finestre della sua famiglia in forma di cavallino giallo, nitrendo e chiedendo un'offerta che finiva per esorcizzarlo.
Lo sciamano, in sostanza, viveva un'esistenza necessaria alla società ma pericolosa, e rischiava dopo la morte di trasformarsi in licantropo od in vampiro. E' interessante notare che Anne Rice - la scrittrice americana che ha creato uno dei cicli contemporanei di maggiore successo di romanzi sui vampiri -, dopo avere incontrato il termine táltos negli scritti di Carlo Ginzburg (che paragona questo personaggio ungherese ad analoghe figure di altre regioni europee), ha rappresentato il taltos (parola che scrive senza accento) non come persone umane dotate di speciali poteri, ma come esponenti di una razza pre-adamitica, simile agli uomini ma più grande e potente. I suoi ultimi rappresentati sono legati all'umanità da un complesso rapporto, i cui poli sono il malvagio Lasher (un taltos ucciso in Scozia all'epoca della Riforma che, sotto forma di spirito, cerca di ritornare nel mondo attraverso le sue relazioni con una dinastia di streghe, la famiglia Mayfair, ed infine vi riesce dopo tre secoli di sforzi) ed il benevolo Ashlar, un personaggio tuttora vivente che opera per il bene dell'umanità e che i primi cristiani celtici già consideravano un santo. I taltos di Anne Rice, accopiandosi fra loro, producono figli già adulti ed autosufficienti (da cui il pericolo che l'incontro fra un maschio ed una femmina taltos sugli esseri umani). Un taltos può anche generare un figlio - più spesso una figlia - con una donna umana con particolari caratteristiche (una strega), ma l'operazione p difficile ed è molto probabile che la strega muoia nel parto da cui nascerà un nuovo taltos. Questa mitologia ispira il "ciclo delle streghe" di Anne Rice, che alcuni critici considerano il suo capolavoro letterario. Anne Rice ammette peraltro che i suoi taltos non derivano soltanto dagli stregoni magiari che ha scoperto attraverso Ginzburg, ma includono anche elementi del folklore celtico e scozzese, e del ciclo arturiano, che hanno poco a che fare con i táltos ungheresi. Resta comunque interessante che una scrittice conosciuta principalmente per le sue storie di vampiri sia interessata ai táltos e abbia fatto rivivere, sia pure alterandolo considerevolmente, il loro mito. D'altro canto i sostenitori della teoria dell'origine sciamanica del mito del vampiro insistono a loro volta sul collegamento - in qualche modo intuito da Anne Rice con la sua trasformazione del táltos - fra miti sciamanici e celtici. I secondi deriverebbero dai primi, e sarebbero responsabili della nascita di tipi vampirici in Scozia ed in Irlanda (dove il vampiro più importante è chiamato dearg-dul).
La teoria dell'origine sciamanica riposa naturalmente a sua volta su una forma di "filosofia del vampiro". Questa filosofia lega l'emergere del relativo mito alla rottura dell'ordine cosmico fra i vivi ed i morti, così importante per lo sciamanismo, ed insieme alla previsione di una possibilità o perfino di una probabilità di questa rottura. Le opere degli autori che abbiamo citato mostrano in effetti singolari concordanze a proposito del ritorno di morti assetati di sangue in numerose regioni dell'area sciamanica. Alcuni quesiti rimangono tuttavia aperti. Non è sempre chiaro a quale data vadano fatti risalire i primi resoconti di casi di vampirismo, che sono stati trascritti raramente nel Medioevo e più spesso da folkloristi moderni. Queste difficoltà di datazione rendono difficile ai sostenitori della teoria dell'origine sciamanica spiegare in modo preciso come il mito - che dovrebbe avere origini siberiane e ugrofinniche - abbia potuto diffondersi, fino ad emergere con i connotati moderni che conosciamo in area balcanica e slava nei primi secoli dell'era moderna.
Tratto da Massimo Introvigne La stirpe di Dracula - Mondadori

Ainu, il popolo dell'orso. Antica spiritualità giapponese

Di Italo Bertolasi 



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Il genocidio. Mi hanno accolto nei loro "kotan", i villaggi fatti di baracchette coi tetti di latta e il nylon al posto delle finestre, mostrandomi le loro ferite: le terre rubate, i boschi tagliati. Ma anche la loro ricchezza: l' "Ainu Moshir", una terra ancora in gran parte selvaggia che venerano come Dio e Madre. Per cinque volte sono stato tra gli Ainu, aborigeni del Giappone, che una volta abitavano il nord del Tohoku, l'isola d'Hokkaido e l'isola di Sakhalin. Oggi di quest'antica e popolosa tribù non rimane che la minoranza discriminata di diecimila Ainu "full blooded". Purosangue.

La storia del loro genocidio ricorda quello degli Indiani d'America. Lo sterminio inizia cinque secoli fa per mano di sanguinari samurai. Dal 1822 al 1854 la popolazione Ainu si dimezza falcidiata dal colera, dalla sifilide e dalla tubercolosi importata dai "repunkun", gli odiati nemici che venivano dai mari del nord, e dai "shamo", i giapponesi. Alla fine dell'ottocento, nell'era Meji, decolla il capitalismo industriale e i sentimenti nazionalistici: la terra degli Ainu è confiscata come "terra di nessuno" e gran parte delle foreste è distrutta per il profitto dell'impero del Giappone. Nel 1899 è promulgato l' "Aborigenes Protection Act" e inizia una violenta campagna di acculturazione. Agli Ainu è proibito l'uso della lingua natale. E' stravolta la toponomastica. Si costruiscono strade militari costringendo i giovani Ainu ai lavori forzati. Una perfetta operazione di "pulizia etnica" conclusa solo pochi decenni fa. Nel 1955 solo 20 vecchi ricordano l' "Ainu itak" - l'antica lingua.

Un inatteso "rinascimento Ainu" esplode alla fine degli anni '60 quando in Giappone nasce l'arte moderna del gruppo "Gutai", la controcultura e la ribellione degli studenti di Tokyo e Osaka nel "magico 68". Finalmente una stampa libera e insolente mostra al mondo l'altra faccia del "civilissimo" Giappone. Paese del miracolo economico, dei ciliegi sempre in fiore e dello zen che nasconde però nei suoi "slum" di Kobe e Osaka tre milioni di fuoricasta. I "burakumin", eredi di una discriminazione feudale contro chi praticava mestieri "impuri", come macellai e conciatori di pelle. Invisibili e discriminati razzialmente sono anche quelle migliaia di "giapponesi" che appartengono alle minoranze degli Ainu e della popolazione d'Okinawa.

A difendere gli Ainu c'é lo scrittore Ryu Ota, "guru" del movimento dei verdi giapponesi. Nel suo libro "Ainu Kakomei Ron" incita apertamente gli Ainu alla rivolta per fondare una repubblica indipendente. Lo incontro la prima volta in una "scuola di selvaggità" che ad ogni estate si inaugura nel cuore segreto della foresta di Shizunai. Qui si ritrovano ecologi giapponesi, ambientalisti provenienti da ogni parte del mondo e giovani ainu guidati dai loro sciamani - i mitici Tusu Guru. Ryu Ota è ottimista: il messaggio degli Ainu è universale e straodinariamente moderno. Questo popolo conserva ancora la purezza e la forza dell'uomo selvaggio. "Ainu puri" - la "Via" degli Ainu - proclama quell' "egualitarismo biosferico" che è anche l'idea fissa dell'ecologia profonda, che afferma il diritto di ogni creatura a vivere secondo i propri fini. Per gli Ainu non c'é nessuna differenza tra uomini e animali e piante che diventano nostri "maestri" quando ci insegnano a vivere in modo più libero, spontaneo, estatico e armonico.

Ryu Ota è convinto che gli Ainu sono un "patrimonio dell'umanità " che il governo giapponese dovrebbe tutelare. Oggi il 70% degli Ainu è povero e l'altro 30%è indigente. Gli Ainu controllano solo lo 0,15% del territorio natale. Il reddito annuo di un capofamiglia Ainu è inferiore di duemila dollari a quello di un giapponese che lavora in Hokkaido. Per queste ingiustizie è nato negli anni '70 un "braccio armato" che si è scagliato contro i bersagli simbolici della colonizzazione giapponese. All'università di Sapporo salta in aria il dipartimento d'antropologia. Si accusano gli antropologi d'aver rapinato oggetti rituali, d'aver dissepolto nei cimiteri i crani degli avi per folli misurazioni. Gridano gli Ainu: "Siamo vivi e non finiremo imbalsamati nei vostri musei". Poi salta in aria il quartier generale della polizia e un tempio scinto. E a Asahikawa è distrutta la statua che raffigura un Ainu schiavizzato che si inginocchia ai piedi di un "eroe" giapponese.

Ryu Ota mi ricorda che proprio da Shizunai era partita una folla di ecologi e ainu per la prima "Marcia per la Sopravvivenza: Seizo E - No - Koshin". Un pellegrinaggio a piedi attraverso tutto il Giappone che riuniva simbolicamente due popoli "schiavi": gli Ainu e il popolo di Okinawa. Una svolta politica si ha solo nel 1994 con l'elezione al parlamento dell'ainu Shigeru Kayano, animatore del museo di Nibutani e autore del libro: "Our Land was a Forest". E finalmente nel 1997 viene proposto al parlamento giapponese il primo progetto legge per la tutela della "minoranza" Ainu.



 A scuola di selvaggità

Nel bosco scuola incontro anche Pon Fuchi, attivista dell' "Ainu Culture Association" di Shizunai. Mi dice: "Questa gente ci insegna a vivere in modo meno consumista e distruttivo. Il patrimonio culturale degli Ainu, come quello delle altre popolazioni aborigene ha un valore tremendo per tutta l'umanità". Le chiedo di spiegarmi l'idea di questa scuola nella natura. Mi risponde che tutto è nato quando il bosco è stato restituito alla sciamana ainu Kohana, dopo una lunga battaglia legale finita su tutti i giornali giapponesi. Una vittoria simbolica, estremamente importante perché ha indicato a tutti gli Ainu la via legale per riacquistare la propria terra. Nel bosco si è voluto ricreare un "kotan" scuola, fatto di capanne di paglia tradizionali, per rieducare gli Ainu alla selvaggità, lontano da turisti e giornalisti che li fotografano come "animali da zoo". Un ritorno alla vita com'era una volta ma anche una nuovissima idea di ecologia esperenziale. L'uomo d'oggi - Ainu compresi -è disorientato: ha perso le sue radici e per curarsi ha bisogno di selvaggità. Ridiventando "non concimato, non potato, forte, elastico e ad ogni primavera fiorente di una bellezza selvaggia" come "canta" il poeta della natura Gary Schneider che ha avuto come compagni di viaggio "Budda Maratoneti" e asceti delle Alpi giapponesi.

Prima di essere ammesso alla scuola dove si insegna il "galateo della selvaggità " vengo messo alla prova con un po' di sveglie all'alba e faticose giornate di lavoro. Finalmente vengo accettato dal "capo" Fukushima San, figlio adottivo della famosa sciamana Kohana. La mia giornata tipo inizia all'alba con un bagno ghiacciato di torrente. La colazione è servita alle sette: zuppa di erbe selvatiche condita con "miso" e un buon te' di "kumasasa" - l' "erba dell'orso" - un bambù nano che cresce in montagna. Lavoro con gli uomini che costruiscono una "ciset", la capanna tradizionale fatta di paglia e di bambù, mentre le donne gironzolano nel bosco a "caccia" di funghi e gustose radici selvatiche. A mezzogiorno ci si ritrova tutti assieme a tavola davanti a una tazza di brodo caldo in cui galleggiano dei gnocchi di farina integrale. Poi si fatica ancora fino al tramonto. Prima di cena si fa il canonico bagno caldo - l' "ofuru" - tutti nella stessa tinozza: prima le donne con i bambini. Il menù serale si arricchisce di riso, tofu e alghe. Poi davanti al fuoco inizia la "classe" di danza. Un vecchi Tusu Guru dalla barba bianca, uno sciamano, ci insegna a danzare e a "volare" come aironi, a saltare come orsi. La danza è un "viaggio", una metamorfosi sacra, un orgasmo del corpo e dell'anima; il ritmo è scandito dal canto di vecchie patriarche, le "fuchi". Qualcuna ha ancora i "baffi" tatuaggio attorno alla bocca e al collo indossa preziosi gioielli a specchio - gli antichi "tamasai". Le donne danzano scuotendo la testa e le lunghe chiome nere. Muovono le braccia come fossero ali, i loro corpi ondeggiano con eleganza e fluidità. La danza dell'orso è più energica: mima il " respiro della terra", il ritmo di vita e morte. Inspirando si espande il corpo che salta e "vola" verso il cielo, espirando invece ci si piega su sé stessi come embrioni, ritornando così nella culla accogliente della nostra "notte uterina" prenatale.

Per gli Ainu il bosco è vivo. Le betulle col loro tronco lucente sono corpi adolescenti di fate. Le rocce antropomorfe sono troni dei "Kamui" - le energie spirito che popolano l'universo. L'intera montagna è una madre: i suoi seni sono i suoi boschi gonfi di "Qi". Energia cosmica e "latte" verde, che si può "ciucciare" dai pini centenari con una "danza" di abbracci e strusciamenti che assomiglia a un "massaggio arboreo". Si avvicina il viso al tronco per ascoltarne il "respiro". Lo si accarezza con le mani e poi con il corpo. Con la sensualità di un amante.

Mi insegna Fukushima che tutte le creature del bosco sono "Kamui", sacre, perché "l'animale selvaggio è puro, intuitivo e ha una forza tremenda. L'orso non può essere che un Dio incarnato per sopportare il gelo degli inverni d'Hokkaido. E' Kimmun Kamui, il Dio della Montagna, che quando fa visita a noi mortali indossa una pelle d'orso trasformandosi nell'animale più forte della foresta". La caccia dell'orso è per gli Ainu un rito magico per conquistare carne e pelo che gli dei ci regalano in cambio di saké e dolci di riso. L'orso sacro sceglierà il suo killer tra gli uomini più generosi. Dopo l'uccisione rituale il dio dei monti può uscire dalla scomoda pelliccia per ubriacarsi e ritornare ai suoi cieli. Perciò la "festa" del sacrificio dell'orso è chiamata "Iyomande". Che vuol dire scambiarsi doni.



Monti sacri, monti "fallo" e "vagina"

Dopo due mesi di vita nei boschi sono pronto all'esame finale: la scalata del monte Horoshiridake, ombelico del "Kamui Moshir" - la terra degli Dei. Horoshiri, la Grande Montagna, svetta sola in mezzo a un oceano verde di foreste: per gli Ainu è un "paradiso" e il luogo archetipo di apprendimento e di sfida, dove si sprigionano vortici d'energia mistica. Ma prima del "Viaggio", Fukushima San ci prepara il nostro "tempio del sudore": una capanna di frasche che assomiglia a un "taipé" indiano con al centro un buco-cratere che verrà riempito con pietre roventi. E' così magicamente riprodotto l' "utero cosmico" e il fuoco al centro della terra. Il nostro bagno di vapore inizia con la svestizione rituale: nudi si entra nel "tempio" da una fessura "vulva" e quando si è dentro ci si dispone in cerchio. E' buio pesto. Si getta acqua ghiacciata sulle pietre roventi: l'aria satura di vapore bollente è irrespirabile. Osamu suona il tamburo:è un giramondo giapponese che ha vissuto con gli Apaches ed è considerato un mezzo sciamano. Nel suo zaino, che ha sempre con sé, nasconde un armamentario di pipe sacre, nastri colorati, foglie di tabacco e penne d'aquila. Il caldo diventa ben presto insopportabile: c'é chi grida dal dolore e chi invece "muore" e cade in trance. Una ad una cascano le nostre inibizioni:è il momento del coraggio e della verità. Il tamburo passa di mano in mano: ognuno si "confessa". C'é anche chi parla con voce angelica regalando le sue visioni. Poi si esce alla luce:è una vera rinascita. Puri, sensibili e più consapevoli siamo così pronti a scalare il monte sacro. Per raggiungere le falde di Horoshiridake risaliamo la valle del fiume Saru fino al villaggio di Nukibetsu e poi il corso del freddissimo rio Nukapia. Adesso non ci sono più sentieri. Si cammina nell'acqua gelida risalendo il fiume che taglia in due la foresta. E' una specie di alpinismo acquatico: anch'io calzo le "cikatabi", una pantofola a zampa d'anitra usate dai carpentieri giapponesi, con sopra un sandalo di paglia antisdrucciolo. Salgo vestito di bianco - il colore della purezza - e in digiuno. Dopo qualche ora di marcia siamo rimasti in tre: con me c'é Fukushima San e la fortissima Fusako Nogami, piccola e battagliera ecologa di Tokyo. Finalmente in cima a Horoshiri ammiro un oceano verde e infinito di foreste che ondeggia ai venti. Non si vedono case, strade: tutto è natura e silenzio. Fukushima mi dice che i laghi, i boschi che ci circondano sono occhi, peli e capelli e il corpo del Dio Madre e Terra. Poi accendiamo un fuoco e preghiamo in silenzio.

Dopo questo "bagno di foresta" voglio visitare l'Akan National Park con i suoi laghi: Akan-ko, Kusharo e Mashu-ko. Ho una lettera di presentazione per l' "Ekashi" Nukanno Akibe, capovillaggio dell'Akan Kotan. E' un omone barbuto che mi accoglie con gran sorrisi: mi invita alla festa del "Marimo Mazuri" per onorare l'alga sferica Marimo che cresce solo nelle acque limpidissime dell'Akanko. Poi mi invita a scalare i due "monti amanti" che si riflettono nel lago: uno di questi è il monte "maschio" e l'altro è il monte "femmina". Salgo allora in cima al virile e solitario "O - Akan". Un vulcano spento che si drizza in alto come un fallo. Poi scendo a valle, attraverso una bella foresta e risalgo il cratere profumato di zolfo della vulcanessa "Me - Akan". "Vagina" del mondo che sprigiona fuoco e calore fecondante. Mi spiega Nukanno che con quel mio salire, scendere e risalire ho creato un "sentiero vivente" e una magia d'amore che riunisce due monti "amanti", crea pace e armonizza l'energia del mondo.





Hokkaido: l'ultima terra degli Ainu.

Hokkaido, chiamata anticamente "Ezo" - la terra dei barbari -è l'isola più settentrionale del Giappone. E' una terra di frontiera, ricca di foreste e di wilderness montane, che occupa un quinto dell'intera superficie del Giappone, ma che ospita solo il 5% dell'intera popolazione giapponese. Qui vivono gli ultimi Ainu nei "kotan" di Asahikawa, Kamikawa, Shiraoi, Akanko e Kushiro. Dopo i disboscamenti e la trasformazione di migliaia di ettari di bosco in terreni agricoli Hokkaido e, frutta. L' "oro verde" è costituito dal legname pregiato e dai prodotti della pesca: tra questi i pregiatissimi salmoni e le alghe.

Hokkaido è la mecca del turismo "verde" giapponese che attrae ogni anno milioni di trekkisti e campeggiatori. I periodi migliori per visitare l'isola sono da giugno ad ottobre, e per gli amanti degli sports invernali da dicembre a gennaio. Per saperne di più del "Popolo dell'Orso" si può visitare l' "Ainu Materials Display Room" presso il giardino botanico di Sapporo, il "Kawamura Ainu Memorial Museum" di Asahikawa e gli "Ainu Kotan" di Shiraoi e di Akanko, dove di sera si può assistere a performance di danze tradizionali. Il turista occidentale è accolto dagli Ainu con gran simpatia e generosa ospitalità specialmente durante i festival che si celebrano nella stagione del "koyo" - delle metamorfosi - quando le foreste si tingono coi caldi colori autunnali. A fine settembre si celebra il "mazuri" per onorare Samkusayun, un capo ribelle che combattuto con gran coraggio contro le armate mercenarie di Matsumae nel 1669. E' un festival "politico" promosso dagli Ainu di Shizunai che si radunano davanti alla statua bronzea del loro eroe per danzare, ricordare i soprusi e il genocidio della loro tribù, e inviare doni e preghiere agli avi. All'inizio di ottobre all'Akan Kotan, che è anche un famoso centro termale, si celebra il "Marimo Mazuri". Questa volta tutti i clan Ainu d'Hokkaido si ritrovano per tre giorni di feste dedicati all'alga "marimo", che per loro è "Kamui" - dio - e un miracolo di Madre Natura.

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