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Dopo la Siberia gli incendi devastano anche l’Amazzonia


Di Andrea Muratore

Luglio nero per l’ecosistema planetario. Dopo le foreste siberiane brucia l’altro grande “polmone verde” della Terra, la foresta amazzonica brasiliana. L’Inpe, l’ente brasiliano della ricerca spaziale, ha lanciato l’allarme sulla condizione della più grande foresta del Sudamerica: in Amazzonia si sono concentrati il 52,5 per cento degli incendi divampati tra gennaio e agosto 2019 in tutto il Brasile, cresciuti dell’82% rispetto a tutto l’arco del 2018 e passati da poco meno di 40.000 a quasi 73.000 in soli otto mesi.
Il colpo è duro per una serie di fattori. In primo luogo quello ambientale. L’Amazzonia è il più ricco polmone di biodiversità del pianeta, popolata da specie animali e vegetali in larga parte endemiche, e al tempo stesso un vero e proprio regolatore degli equilibri climatici planetari come pochi altri elementi (essenzialmente la Corrente del Golfo e El Nino). I 5,5 milioni di chilometri quadrati dell’Amazzonia, in larga parte interni al territorio brasiliano, trattengono circa il 10% dell’anidride carbonica emessa a livello globale, in una quantità stimata in circa 110 miliardi di tonnellate. Una riduzione dell’area coperta dall’Amazzonia,specie negli oltre 2,7 milioni di chilometri quadrati protetti come riserve di biodiversità o santuari indigeni, colpirebbe al cuore tale potenzialità.
Il secondo fattore è di ordine politico e sociale. L’Amazzonia è al centro di una vera e propria “guerra” di matrice economica che i roghi hanno tutta l’aria di incentivare gravemente. L’ascesa al potere di Jair Bolsonaro a inizio anno, infatti, ha scatenato appetiti e sfide sul futuro dell’Amazzonia. Da un lato, la biodiversità e i popoli indigeni, che vivono nelle aree loro assegnate dal governo centrale. Dall’altro, i fazendeiros del comparto agroalimentare brasiliano, sostenitori del Presidente e rappresentati nel governo dal ministro dell’Agricoltura Tereza Cristina, i cercatori d’oro, i finanzieri e gli industriali in cerca d’affari e un’amministrazione pubblica che si mantiene schierata sul loro medesimo versante.

Una guerra contro l’Amazzonia

Ne abbiamo avuto un assaggio alcune settimane fa, e lo abbiamo raccontato su queste pagine: “Nel Nord del Brasile è iniziata un’offensiva pericolosa, condotta contro una tribù indigena costretta a difendere con le unghie e con i denti i suoi terreni. Parliamo dell’attacco dei cacciatori d’oro abusivi, i garimpeiros, contro la piccola e isolata popolazione dei Waiapi,costituita da soli 1.200 individui sparsi su una distesa di oltre 600.000 ettari di foresta vergine che copre territori ricchi di risorse e materie prime. L’oro è il volano di un attacco che i Waiapi hanno subito dopo trent’anni di convivenza pacifica con le comunità locali e i governi brasiliani, nella giornata di sabato 20 luglio”. Assalti e incendi sono il mezzo con cui si sostanzia l’attacco all’Amazzonia: e innegabile è l’impatto del fattore umano e dei roghi dolosi nell’aumento del 15% della deforestazione della foresta pluviale tra il 31 luglio del 2018 e il 31 luglio del 2019 nei nove Stati brasiliani in cui l’Amazzonia si estende (Acre, Amapà, Amazonas, Parà, Rondonia, Roraima e aree degli stati di Mato Grosso, Tocantins e Maranhão).
La somma di agricoltori desiderosi di espandere i loro terreni, cercatori d’oro abusivi e personaggi in cerca d’autore che agiscono per favorire l’antropizzazione della foresta ha più volto prodotto gravi danni all’Amazzonia, e non sarebbe strano ipotizzare un revival di queste azioni ora che a Brasilia si è insediato un governo aggressivo con la foresta e poco desideroso di mettere la conservazione dell’Amazzonia in cima alle sue priorità politiche.
Bolsonaro ha incentivato con durezza la linea pro-business del predecessore Michel Temer, che nell’agosto 2017 ha provato senza successo a ottenere l’abolizione della riserva amazzonica di Renca, istituita nel 1984 al confine tra gli Stati federali di Amapa e Para su un’area di 46mila chilometri quadrati. E con le dichiarazioni e le sue azioni politiche ha mostrato di voler limitare gli spazi per la tutela dell’Amazzonia e dei popoli indigeni: scandalosa, in tal senso, è stata la nomina alla guida della Funai, agenzia governativa per la tutela degli indigeni, di un  paladino dell’agrobusiness, il 41enne Marcelo Xavier da Silva.

Bolsonaro dà la colpa alle Ong

Per Bolsonaro, gli studi dell’Ispe sono tutt’altro che attendibili. Come scrive Agenzia Nova, “Bolsonaro, ha criticato duramente il presidente dell’Inpe, Ricardo Galvao, per aver divulgato i dati che mostrano una preoccupante accelerazione nel processo di deforestazione dell’Amazzonia, accusando Galvao di essere un “bugiardo al servizio di qualche Ong”, e affermando che la deforestazione deve essere combattuta non facendo “campagna contro il Brasile”, dal momento che la diffusione di dati allarmanti “danneggia” il paese”. Immediata la replica di Galvao, che accusa Bolsonaro di essere “pusillanime e codardo […] Ha fatto commenti impropri, infondati e ha fatto attacchi inaccettabili”.
L’attacco di Bolsonaro, che cozza con le migliaia di segnalazioni video e fotografiche degli eventi catastrofici, è un segno del nervo scoperto rappresentato dalla questione amazzonica. Il Presidente deve accontentare l’agrobusiness per favorire la ripresa dei suoi consensi in continuo calo, ma poterlo fare senza ricevere le critiche globali per aver scatenato una corsa all’Amazzonia è per lui difficoltoso. Non è detto, data l’ondata di sdegno suscitata, che possa però essere molto meno costoso politicamente attendere l’azione individuale dei singoli avventurieri. A perderci è il polmone verde del Sudamerica. Priva di tutele, colpita dagli incendi e da una corsa selvaggia all’accaparramento delle sue risorse, l’Amazzonia soffre. E ai tropici, come nel grande nord siberiano, il fuoco impone un durissimo prezzo alla salute dell’ambiente globale.

Brasile, il piano anti-ambientalista di Bolsonaro: 'Meno controlli e multe per la coltivazione dell'Amazzonia, le riserve degli indios sono troppo ampie'


Di Salvatore Santoru

 Il candidato alla presidenza del Brasile Jair Bolsonaro ha una linea politica decisamente anti-ambientalista. Andando nei particolari, il politico brasiliano vorrebbe prima di tutto abolire il ministero dell’Ambiente e incorporarlo a quello dell’Agricoltura. Ciò, riporta il Corriere Della Sera(1), fa parte del suo «progetto Fenix». Inoltre, il progetto di Bolsonaro prevede meno controlli e multe per la coltivazione dell'Amazzonia. Oltre a ciò, un'altra proposta di Bolsonaro è quella di ridurre a tre mesi i termini per le autorizzazioni di impatto. Per quanto riguarda gli indios, secondo il candidato del Partito Social-Liberale le loro riserve sono troppo ampie e la sua linea politica prevede anche la lotta ai movimenti dei senza terra, considerati come una sorta di 'eserciti clandestini comunisti' legati al Partito dei Lavoratori di Lula. 

NOTA:

Amazzonia, tribù indigena sterminata dai cercatori d’oro

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Amazzonia, tribù indigena sterminata dai cercatori d’oro. Sono in pericolo le ultime tribù indigene amazzoniche, quelle “uncontacted” della foresta profonda brasiliana al confine con la Colombia. Il pericolo è l’estinzione per mano dell’uomo: non ci sono, date le ovvie difficoltà di accesso e controllo nelle zone più remote, prove documentali, ma testimonianze orali che se confermate sarebbero gravissime. Testimonianze dei probabili invasori, i cercatori d’oro che hanno messo gli occhi su giacimenti dal potenziale economico enorme.
In un bar al confine con la Colombia dei cercatori d’oro si vantavano di averli fatti a pezzi. In mano, un remo di legno inciso dai componenti di una delle ultime tribù incontattate al mondo: “Li abbiamo uccisi, tagliati e gettati nel fiume” si sarebbero compiaciuti i minatori mostrando il trofeo. (Giacomo Talignani, La Repubblica)
Fatti a pezzi e gettati nel fiume, ed è la seconda segnalazione di questo tipo in pochi mesi.Dalla Fondazione nazionale dell’Indio (Funai), cui il governo Temer ha tagliato drasticamente i finanziamenti, la conferma: 10 indigeni, tra cui donne e bambini, sono statti massacrati sulle sponde del fiume Jandiatuba. Per Survival International il caso potrebbe rappresentare “l’eliminazione di un gruppo etnico remoto. Se i fatti saranno confermati, questo significa che fino a un quinto dell’intera tribù è stato annientato”. E parliamo della zona in cui vive il maggior numero di tribù incontattate del pianeta.
Il premier abolisce la riserva naturale, il giudice lo blocca. Nel frattempo è stato sospeso, in Brasile, il decreto del presidente Michel Temer che prevedeva l’abolizione della riserva naturale di Renca, nella foresta amazzonica. La decisione del giudice federale di Brasilia, Rolando Valcir Spanholo, che ha accolto parzialmente una petizione popolare presentata nei giorni scorsi contro la misura governativa, rappresenta un altro schiaffo per il capo di Stato brasiliano, già travolto da seri guai giudiziari e a rischio di impeachment con l’accusa di corruzione.
Per una scelta così importante – ha sottolineato il togato – non basta un decreto, ma serve l’intervento del Congresso. Data la sua impopolarità, il provvedimento di Temer aveva sollevato un vespaio di polemiche in tutto il pianeta, coinvolgendo anche personalità del mondo della moda e dello spettacolo come la top model Gisele Bundchen e l’attore Leonardo DiCaprio. Emesso la scorsa settimana, il decreto prevedeva lo sfruttamento da parte di imprese minerarie di un’area protetta pari a 4mila ettari e grande come la Danimarca. All’interno della regione, ricca di oro e altri minerali, esistono tra l’altro due riserve indigene.

Fermo come un albero: la vita di Chico Mendes in difesa dell’Amazzonia


Di Miriam Giovanzana

L’Amazzonia brucia
Dire disboscamento non dà l’idea. È un’ecatombe.
Quando Chico muore, il Brasile ha incominciato da poco a monitorare la foresta con i satelliti. Non proprio ogni singolo albero, ma il sistema è sofisticato, consente una copertura finalmente adeguata, con una risoluzione di dettaglio di 30 metri: ci vogliono mesi per processare i dati, e almeno un paio d’anni di rilevazioni per confrontare le immagini e interpretarle in modo corretto. Così, proprio a partire da quel 1988, l’anno della morte di Chico Mendes, le rilevazioni sono scientifiche, i numeri oggettivi. Impressionanti.





Dal 1988 alla fine del 2012, nell’area dei 9 Stati che formano l’Amazzonia brasiliana, vengono distrutti 397mila chilometri quadrati di foresta. Su un territorio complessivo- città, pascoli e terreni agricoli compresi – di poco più di 5,2 milioni di chilometri quadrati. È la cosiddetta Amazzonia legale, il territorio amministrativo che comprende tutto il bacino del Rio delle Amazzoni e dei suoi affluenti: gli Stati di Acre, Amapá, Amazonas, Pará, Rondônia, Roraima e Tocantins e parte degli Stati di Mato Grosso e Maranhão.
Che cosa ha visto Chico di questo disastro? Tutto, viene da dire. È per questo che muore, per la sua ferma opposizione a questo scenario, a questo inferno. Il 9 dicembre è a Rio per partecipare a una tavola rotonda intitolata “L’Amazzonia brucia”. Rilascia la sua ultima lunga intervista per il Jornal do Brasil all’amico giornalista Edilson Martins.
Sono anni, questi, in cui gli aeroporti dell’Acre, ma anche quelli degli altri Stati amazzonici, restano chiusi per settimane per via delle decine di migliaia di incendi appiccati alla forestae per il fumo che essi provocano.“L’Amazzonia brucia” non è un modo di dire. La foresta è messa a ferro e fuoco dai grandi proprietari terrieri che la vogliono trasformare rapidamente in pascolo e il denso fumo degli incendi oscura il cielo per giorni: migliaia di fuochi di enorme estensione durante la stagione secca, da giugno a ottobre.
Gli incendi peggiori sono in Rondônia e in Mato Grosso. Ma con il prolungamento dell’autostrada BR-364 da Cuiabá, in Mato Grosso, fino a Porto Velho in Rondônia e poi a Rio Branco, l’assalto arriva anche in Acre.
L’asfaltamento delle strade è da sempre per l’Amazzonia sinonimo di sfruttamento delle risorse naturali. Nella visione di chi le promuove avrebbero dovuto essere strumento di sviluppo e integrazione: diventano, regolarmente, occasione di disboscamenti incontrollati, immigrazione di masse di lavoratori, incendi ed espulsioni dalla foresta di indios e seringueiros.Asfalto e speculazione vanno di pari passo. Un passo veloce.
Il piano per lo sviluppo dell’Amazzonia viene lanciato dalla giunta militare nel 1970: incentivi fiscali e finanziamenti per investire nell’Ovest del Paese. Questa volta a prendere in mano la situazione sono i paulisti, fazendeiros e grandi proprietari agricoli del Sud. A farne le spese sono fin dal decennio precedente il Mato Grosso e poi la Rondônia, disboscati in pochi anni per far posto all’agroindustria e all’allevamento.
Poi è la volta dell’Acre: praticamente tutto lo Stato (sottratto con una breve guerra alla Bolivia nel 1903) è coperto dalla foresta nativa. Nel 1975 le zone disboscate sono poco meno dell’1 per cento del territorio; nel 1988 sono il 12,8 per cento. Qualcosa come 19mila e 500 chilometri quadrati di foresta distrutti in 13 anni.
Sono i 13 anni di Chico, quelli che si conoscono meglio della sua storia, in un certo senso la sua vita pubblica, in cui diventa leader dei seringueiros, guida le manifestazioni della gente davanti ai bulldozer per impedire la deforestazione, inventa il primo congresso nazionale dei seringueiros, lancia l’idea che le foreste debbano restare proprietà comune in mano allo Stato, riceve riconoscimenti internazionali. E viene ucciso. Della sua vita precedente si sa poco, e alcuni particolari sono quasi leggendari.
Seringueiros
Francisco Alves Mendes Filho nasce il 15 dicembre del 1944 nel seringal Cachoeira, a pochi chilometri da Xapuri, al confine con la Bolivia. I suoi non sono originari di qui, fanno parte di una delle ondate migratorie che dal Nordest del Paese colonizzano la foresta: ironia della sorte, il futuro difensore dei popoli della foresta è nipote di invasori. Il nonno si trasferisce qui nel 1925 dallo Stato di Ceará, esattamente dal lato opposto del Brasile, insieme con la moglie e i figli, tra cui Francisco Alves Mendes, allora dodicenne, che diventerà il padre di Chico. Sono, o meglio, diventano, seringueiros, raccoglitori del lattice dell’albero della gomma, l’Hevea brasiliensis, la seringueira appunto, o seringa.
Ma sono già in ritardo: l’epoca d’oro del caucciù in Brasile è quasi al tramonto, non è durata 50 anni, ha spostato centinaia di migliaia di persone, finito di sterminare gli indios e prodotto centri come Manaus e Belémche, a cavallo tra Ottocento e Novecento, sono così ricche da permettersi fasti da città imperiali. È qui che vivono nel lusso i seringalistas, i proprietari di enormi porzioni di foresta in cui migliaia di poveretti lavorano all’estrazione del lattice in condizioni di semi-schiavitù. È la gomma che li ha condotti fin qui, gli uni e gli altri: questolattice che, portato in Europa sul finire del 1700, scatena dapprima la curiosità per le sue capacità elastiche e di impermeabilizzazione e poi, con la scoperta della vulcanizzazione da parte di Charles Goodyearreso finalmente più resistente ed elastico, diviene un elemento fondamentale per l’industria del Nord America e dell’Europa. Il nascente mercato dell’automobile e degli pneumatici fa il resto.
Per circa trent’anni l’Amazzonia ha il monopolio della produzione mondiale della gomma: la domanda continua a crescere, supera costantemente l’offerta, così i prezzi salgono senza che nessuno debba fare alcunché per sostenerli. Alla fame di gomma il Brasile cerca di rispondere moltiplicando i seringueiros, i raccoglitori del lattice della foresta, importando manodopera da tutto il Paese. Povera gente, avventurieri e commercianti arrivano letteralmente da tutto il mondo.
La ricchezza per i signori della gomma è un fiume in piena. Manaus, Belém, Porto Velho superano in disponibilità economica e bella vita le città pauliste del Sud. La gomma rappresenta, da sola, quasi il 40 per cento di tutte le esportazioni del Brasile, caffè compreso. Manau sin da quegli anni diventa uno degli snodi mondiali del commercio di diamanti. Nulla di questa ricchezza arriva però ai seringueiros: negli anni in cui abolisce la schiavitù (1888), il Brasile si avviluppa in un sistema neofeudale dove ci sono i signori, padroni di tutto, e i braccianti, resi schiavi dal loro stesso lavoro.
La famiglia di Chico ripercorre probabilmente l’esperienza di migliaia di nordestini in fuga dalla siccità e dalla povertà, spinti dal sogno di una nuova vita e dalle promesse di caporali sempre alla ricerca di manodopera a basso prezzo, l’unica cosa davvero indispensabile per ottenere quel lattice bianco che, oltre alle proprietà elastiche, ha anche quella, invidiata da tutto il mondo, di trasformarsi in dollari appena fuori dai luoghi in cui è raccolto.
Gli emigrati arrivano qui già indebitati: per il lungo viaggio, per gli attrezzi di lavoro, per le scorte di viveri necessari a sopravvivere isolati nella foresta. Ci vogliono degli anni per restituire il debito, e finché un seringueiro ha un debito non è libero di cambiare padrone, né lui né i suoi figli. Il lattice viene raccolto durante il giorno e trasformato in borrachas la sera, palle di gomma fatte coagulare a  forza di fuoco e di fumo: le  borrachas devono essere marchiate e vendute solo al proprietario del seringal, che ne trattiene una parte per sé, circa il 30 o il 40 per cento, come “affitto” delle preziose piante. La maggior parte dei seringueiros è analfabeta e quindi quasi nessuno può controllare che i conti siano corretti. Il prezzo della borracha, ovviamente, è stabilito dal seringalista, il quale poi è anche il fornitore degli alimenti e di tutto il resto che serve alle famiglie dei raccoglitori: poiché vivere isolati nella foresta, o a piccoli gruppi,vuol dire anche questo, non avere alternative di negozio e di commercio. E, ovviamente, anche quando si tratta di vendere, a fare il prezzo è il padrone del seringal.
Impossibile non avere debiti, inevitabile vivere sottomessi. È in questa realtà che a 9 anni Chico comincia ad accompagnare il padre nella foresta; a 11 sa già incidere gli alberi e così è in grado di affiancarlo nella raccolta del lattice attraverso le strade di seringa; gli alberi della gomma sono alberi nativi, distanti anche centinaia di metri tra loro, per raggiungerli si aprono sentieri, e ogni seringueiro è custode di queste piste. Non della terra, ma delle piste e degli alberi. Non sarà quindi una lotta per la terra quella che Chico condurrà nella sua vita, ma per gli alberi. Non per la proprietà, ma per l’uso. Un’intuizione che è parte della sua storia e che diventerà un pezzo della storia del Brasile.

L’Ananas è un potente farmaco naturale usato in Amazzonia


Di Riccardo Lautizi
http://www.dionidream.com/

Quando i conquistadores arrivarono in America videro che gli indigeni usavano le poltiglie di ananas per curare le infiammazioni della pelle o per favorire la digestione. Incuriositi i chimici scoprirono alla fine dell’800 che un enzima contenuto nell’ananas, chiamato bromelina, digerisce le proteine spezzandole ed è in grado di sciogliere coaguli di sangue. Ha anche molte altre proprietà benefiche per l’artrite, come antiinfiammatorio, protegge lo stomaco, cura l’asma, scioglie il muco e rilassa i muscoli.

I medici dell’Università del Connecticut hanno studiato l’efficacia della bromelina come antinfiammatori in caso di asma e altre malattie infiammatorie dei polmoni.

Questa sostanza è in grado di spezzare le molecole di fibrina, una proteina che rende il sangue denso e può impedire la circolazione. E’ quindi un diluente naturale del sangue e un agente antinfiammatorio. La bromelina sembra anche in grado di alterare la produzione di sostanze che causano dolore e gonfiore.







Quando l’infiammazione si riduce il sangue può affluire più facilmente alla zona che ha subito il trauma, riducendo il dolore e accelerando la guarigione.

L’ananas contiene un mix di antiossidanti (vitamina C, vitamina A e manganese)che aiutano a prevenire i danni causati dai radicali liberi alle cellule del nostro corpo che oltre all’invecchiamento sono legati all’insorgenza del cancro.

La Bromelina favorisce il miglioramento della circolazione, il metabolismo cellulare, il trofismo cutaneo e il riassorbimento di edemi, essudati, ematomi, sostanze necrotiche ed agenti infiammatori. Può essere utile sia nell’artrite reumatoide che nell’osteoartrite.

La bromelina, che è appunto l’enzima più importante a livello di benefici, è contenuto principalmente nel gambo dell’ananas. E’ instabile al calore, quindi se l’ananas non è conservata correttamente o processata, la bromelina non sarà attiva.

Per concludere in bellezza. L’ananas ha una potente azione digestiva ed rifornisce di enzimi il pancreas, tanto che può essere mangiata anche dopo pasti abbondanti senza rischi di gonfiore o fermentazione; la Bromelina infatti riesce a mitigare i sintomi di disordini o bruciori gastrici.

Buon Ananas a tutti gnam
Dioni


Amondawa: la tribù dell'Amazzonia che vive senza tempo



Di Elisabetta Intini

Agende, promemoria, sveglie, calendari, orologi: la nostra è una società ossessionata dal tempo e dal suo scorrere. Basta un solo secondo non previsto per mandarci potenzialmente in tilt.

Per quanto la suddivisione e l'organizzazione del tempo possano variare da una cultura all'altra - e basarsi, per esempio, su diversi calendari - la relazione tra tempo e spazio è, secondo gli antropologi, un fatto pressoché costante e trasversale.

Frasi come "si avvicina l'estate", o "non vedo l'ora che arrivi il tuo matrimonio", che legano la comparsa di un evento a un'idea di movimento e di collocazione spaziale, sono pressoché universali.

LA TRIBÙ SENZA TEMPO. Ma c'è qualcuno che fa eccezione. GliAmondawa, una popolazione che vive in una remota foresta dello stato brasiliano di Rondônia, venuta per la prima volta a contatto con l'esterno nel 1986, sembra non possedere una nozione astratta di tempo.


Rondônia
In rosa lo stato brasiliano di Rondônia.
Come molte tribù amazzoniche, gli Amondawa ricorrono, per le loro attività quotidiane (caccia, pesca e piccola agricoltura locale) a un numero molto ristretto di vocaboli che comprende appena 4 numeri. Orologi e calendari sono strumenti sconosciuti, e la giornata è scandita dalla posizione del Sole nel cielo. Non ci sono termini che indichino mesi o anni e i periodi di tempo più lunghi sono indicati come suddivisioni delle stagioni secche o piovose.

Nessuno celebra i compleanni: la transizione da un momento all'altro della vita è indicata da un cambio di nome e l'età corrisponde a un diverso status sociale all'interno della comunità. In questo contesto, il concetto di tempo come entità astratta non esiste. Invitati a tradurre la parola portoghesetempo, gli Amondawa rispondono kuara, Sole.

SOTTO ESAME. In uno studio sul sistema linguistico degli Amondawa pubblicato nel 2011, ricercatori delle Università di Portsmouth (Gran Bretagna) e Rondônia (Brasile) hanno provato a insegnare a questa popolazione espressioni come "è in arrivo la stagione secca", che applichino il concetto di moto a un evento temporale.

Non ci sono riusciti, e non per un problema cognitivo: gli Amondawa utilizzano infatti senza problemi questo tipo di costrutto in Portoghese, la loro seconda lingua. E applicano correttamente il concetto di movimento al moto apparente del Sole. Ma non riescono a mappare un evento nel tempo: il concetto che un fatto sia passato da tempo, o debba ancora arrivare, viene semplicemente rifiutato.

MA IL TEMPO ESISTE LO STESSO? L'ipotesi dei ricercatori è che la mancanza di calendari e un sistema numerico così ristretto abbiano determinato l'assenza di un concetto astratto di tempo, tale da poter abbracciare e incorniciare altri eventi. Per gli Amondawa il tempo esiste in relazione all'avvicendarsi degli eventi naturali, ma non di per se stesso: non è pertanto suddivisibile e afferrabile con un appunto sull'agenda, né immaginabile su una ipotetica linea disposta nello spazio. Il tempo si fonde con gli eventi stessi e non è, come per noi, una sovracategoria mentale, da applicare a ciò che ci succede.

Sono loro, quelli "strani"? Probabilmente no. Ripercorrendo la storia della civiltà umana, si nota che le piccole società rurali, organizzate intorno agli incontri faccia a faccia, siano sempre riuscite a funzionare senza l'ausilio di calendari e orologi. Un'invenzione culturale che la società moderna ha ereditato dagli antichi babilonesi, e a cui ha applicato una serie di regole sempre più rigide. Delle quali, ormai, non riusciamo più a fare a meno.

L'antropologo Michael Harner, i suoi studi sull'ayahuasca in Amazzonia e le misteriose visioni di draghi durante le cerimonie sciamaniche


Michael Harner è un antropologo statunitense. Ha insegnato a Yale, Berkeley ed a New York. Dopo aver incontrato le opere di Carlos Castaneda, approfondì i temi dello sciamanismo sino ad istituire nel 1985 la Fondazione di studi sciamanici. Il suo saggio più celebre è La via dello sciamano, un testo che deve la sua popolarità alla divulgazione di tecniche spirituali per conseguire stati alterati di coscienza, quali la meditazione, il ritmo ipnotico di strumenti a percussione, la danza.

Nel 1961 Harner fu uno dei primi occidentali a partecipare interamente ad una cerimonia indigena con ayahuasca, un estratto vegetale psicotropo. [1] Lo studioso si era recato in Amazzonia, per la precisione in un villaggio dei nativi Conibo nei pressi di un lago attorniato da una vegetazione pluviale lussureggiante, specchio d’acqua formato da un affluente del Rio Ucayali, in Perù. Dopo aver trangugiato un’abbondante dose dell’amaro infuso allucinogeno, Harner ricevette una visione spettacolosa e stupefacente. Scorse creature dalle sembianze di drago giunte sulla Terra in fuga da qualcosa, forse da un nemico, fuori nello spazio, dopo un viaggio durato eoni.

“Le creature mi mostrarono come avevano creato la vita sul pianeta allo scopo di nascondersi dentro le forme molteplici e mascherare così la loro presenza. Davanti a me la magnificenza della creazione e della distinzione di piante ed animali – centinaia di milioni di anni di attività – avvenne con particolari vividi e su una scala difficile da immaginare. Appresi che le creature a forma di drago si trovavano dunque all’interno di tutte le forme di vita, incluso l’uomo. Esse erano le vere padrone dell’umanità e dell’intero pianeta, mi fu detto. Noi umani non eravamo che i ricettacoli ed i servi di queste creature. Per tale ragione esse potevano parlarmi, stando dentro di me. In retrospettiva, si potrebbe affermare che erano quasi come il D.N.A., sebbene all’epoca, nel 1961, del D.N.A. non sapessi niente”. [2]

Il passo che ho riportato è di indubbio interesse: con parecchi lustri di anticipo rispetto a resoconti ed illazioni circa la supposta presenza di esseri extraterrestri che, da tempo immemorabile, dominano l’umanità, Harner accenna a creature dall’aspetto di drago relegate nel pianeta terra e divenute dominatrici incontrastate del genere umano.

La visione di Harner introdusse dunque inopinatamente, negli ormai lontani anni “60, i Draconiani, esseri insieme con altre razze come i Grigi, al centro dell’Ufologia, di questi ultimi decenni. “Tali creature, originarie forse della costellazione del Draco o provenienti da una dimensione parallela, sono esseri carnivori di indole aggressiva e sarebbero gli artefici del programma che contempla i rapimenti, le mutilazioni del bestiame e quelle umane. La loro struttura genetica è affine a quella dei rettili da cui, stando ad alcuni ricercatori, si sono evoluti. Al loro servizio opererebbero le differenti razze dei Grigi. Il cervello di questi alieni, tipicamente rettiliano, implica un assoluto predominio delle pulsioni egoistiche sulle altre componenti psichiche, quali la razionalità e le emozioni, l’assenza di ogni valore morale, il forte senso della territorialità e della gerarchia.


Nazisti in Amazzonia:la poco conosciuta spedizione tedesca in Brasile del 1935, il "Guyana Project"

 Hakenkreuz-Grab im Dschungel: Im Herbst 1935 brach der Berliner Forscher Otto...

Di Salvatore Santoru


Nel 2008 fece scalpore la scoperta della tomba di un ufficiale nazista nella foresta amazzonica.


Tale scoperta è stata utilizzata per parlare delle poco conosciute spedizioni che la Germania fece a partire dal 1935 in Brasile e nelle foreste amazzoniche, sotto la guida del Museo nazionale di Rio De Janeiro, dell'istituto di ricerca di biologia Kaiser-Wilhelm e della sezione internazionale del partito nazionalsocialista (NSDAP/AO), come riporta Wikipedia nella pagina dedicata all'esploratore e geografo Otto Schulz-Kampfhenkel, che di tale spedizione fu capo dal 1935 al 1937.



Negli ultimi anni è stato scritto che tale progetto, soprannominato "The Guyana Project" serviva per creare una possibile nuova base internazionale del Reich, e presumibilmente si dovevano utilizzare le lande amazzoniche come luogo di immigrazione per i "popoli ariani".

 Hakenkreuz über dem Amazonas: Auf ihren Expeditionsbooten hissten die...



http://niewiarygodne.pl

Al di là di questa spiegazione, ci sarebbe anche da segnalare che probabilmente un'altro motivo della missione era quello di studiare le caratteristiche antropologiche e genetiche delle popolazioni locali indios e presumibilmente le credenze spirituali, per cercare prove sull'origine ancestrale dell'umanità e del cosiddetto "popolo ariano".

 Braune Entdecker: Zwischen 1935 und 1937 erkundete ein deutsches...
Foto:Spiegel
Per approfondire:alcune foto del quotidiano tedesco "Der Spiegel"

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Oltre:



Johan Eliasch, il milionario che ha comprato 200mila ettari di Amazzonia, non per business ma per preservarla

Milionario compra 200mila ettari di Amazzonia, non per business ma preservarla

Non capita tutti i giorni che unmultimilionario spendi soldi per salvare il pianeta, anziché investire capitale per guadagnarci di più, è quello che il Signor Johan Eliaschha fatto con parte della Foresta Amazzonica.

Il Signor Eliash è una persona molto importante nel suo campo, è il Presidente del consiglio di amministrazione e CEO della compagnia Head, conosciuta per l’equipaggiamento da tennis e da sci. E’ anche un banchiere e un produttore cinematografico negli UK, membro anche della Fondazione Internazionale della Pace.


Nel 2006 dunque Johan Eliasch ha comprato 200 mila ettari della Foresta Amazzonica da una compagnia atta all’abbattimento di alberi in Brasile. Questo terreno ha un alto valore commerciale appunto per l’alta densità di alberi che si possono sfruttare per l’industria della carta. Johan Eliasch adora gli alberi e comprende quanto siano importanti per gli esseri umani.




L’imprenditore permetterà anche gli scienziati di utilizzare la sua terra per fini di esplorazione e di ricerca di specie sconosciute.

In una recente intervista concessa a Chanel 4, Eliasch ha espresso il suo amore per gli alberi e per la loro conservazione. Ha continuato dicendo:

“L’Amazzonia produce il 20% di ossigeno per il Pianeta, quindi è importante preservare la foresta pluviale“. Incoraggia poi gli altri a fare lo stesso, affermano che più gente compra la foresta e meno saranno gli alberi abbattuti.

Ha poi aggiunto:

“L’investimento è un ottimo affare: si fa qualcosa di buono per il Pianeta. I gas ad effetto serra e le attività degli uragani hanno una certa connessione con il taglio della foresta pluviale. Dobbiamo preservare la foresta per evitare disastri globali.”

Attualmente, ogni minuto, 2000 alberi della foresta amazzonica vengono tagliati. 20 miliardi di tonnellate al giorno.



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