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La crisi della cultura umanistica (e quella della scuola)

Di  Vincenzo Cennamo Ha fatto molto discutere  un articolo  di  Marco Lodoli  pubblicato recentemente su  Repubblica e dedicato al progr...


Di Vincenzo Cennamo
Ha fatto molto discutere un articolo di Marco Lodoli pubblicato recentemente su Repubblicae dedicato al progressivo disinteresse dei giovani per la cultura umanistica. Lodoli oltre a essere un bravo scrittore è un insegnante di italiano e al mondo della scuola ha rivolto anche alcune fra le sue opere più note come Il rosso e il blu, cuori ed errori nella scuola italiana, da cui è stato tratto l’omonimo film di Giuseppe Piccioni. Il suo punto di vista su questo argomento merita il rispetto e l’attenzione di chi parla per esperienza diretta, un’esperienza lunga e meditata. Nel suo intervento ci racconta di un mondo giovanile sempre più lontano dalla cultura umanistica, di professori che neanche con le lezioni più appassionate e preparate riescono a smuovere gli studenti dal loro torpore, il più delle volte costretti a una penosa sensazione di invisibilità. L’amarezza iniziale lascia il posto al disincanto nelle parole di Lodoli, che conclude affermando che questo «dichiarato disinteresse» non è necessariamente una sciagura, e che «i nostri ragazzi leggono altri libri, ascoltano altra musica, amano e odiano in un altro modo. (…) Dobbiamo invece assolutamente capire dove stanno andando, perché ci salutano senza nemmeno voltarsi, perché non si fidano più della nostra cultura».
Fra le numerose repliche vale la pena ricordare quella sul Sole 24 Ore di Francesco Erspamer che ha mosso un appunto sensato: come si può parlare di un declino della cultura umanistica, quando prima degli anni ’60 allo studio di quelle discipline poteva accedere solo una ristrettissima élite di privilegiati?
In realtà, mi sembra che Lodoli, più che per la crisi dell’umanesimo, sia preoccupato per come questo abbia smesso di accendere gli animi degli studenti, dei suoi studenti. La mia esperienza da insegnante è davvero poca cosa, alcuni mesi di supplenza in una scuola privata, comunque sufficienti a farmi conoscere la pena delle «parole che si dissolvono nell’aria» di cui parla Lodoli, degli sguardi vuoti, assenti, di una malcelata apatia, sufficienti anche a spezzare qualunque illusione di vivere (e far rivivere) lezioni appassionanti come quelle del professor Robin Williams-John Keating dell’Attimo fuggente. Eppure, sembra di capire, che oggi anche un John Keating farebbe fatica ad aprire una breccia nel muro di incomprensione che divide l’insegnante dagli studenti e che il passare del tempo non fa altro che consolidare. Mi chiedo, però, se questo muro non possa in qualche modo dipendere anche da tutto quello che è accaduto nel mondo della scuola in questi ultimi anni. Tutto quello che è accaduto in peggio.
Fra le 10 regole della manipolazione dell’informazione del noto linguista Noam Chomsky risalta una fondamentale condizione per il controllo sociale: «La qualità dell’educazione data alle classi sociali inferiori deve essere la più povera e mediocre possibile, in modo che la distanza creata dall’ignoranza tra le classi inferiori e le classi superiori sia, e rimanga, impossibile da colmare da parte delle inferiori». È quello che sta accadendo anche in Italia?
Anche a voler escludere ogni possibile dietrologia (non sia mai), anni di tagli non rischiano comunque di creare l’effetto paventato da Chomsky? O c’è forse qualcuno che può credere che la qualità dell’educazione in questi ultimi due decenni sia migliorata? Per non parlare dei costi, soprattutto degli studi universitari, di fatto proibitivi per un numero purtroppo crescente di persone, che stanno mettendo a repentaglio un diritto fondamentale come quello allo studio. Penso che basti un dato, minimo ma significativo, per rendere l’idea di quello che è cambiato in vent’anni, il costo, senza alcun tipo di agevolazione, delle mie tasse universitarie: Pisa, anno 1990, meno di 200 mila lire, ovvero meno di 100 euro. Purtroppo non c’è inflazione che possa giustificare le attuali cifre da capogiro. Anche chi può spendere quei soldi lo farà con una prospettiva di ritorno, sperando che quello sia un buon investimento per un lavoro futuro. Ma quale investimento può rappresentare lo studio delle materie umanistiche? E i programmi? Non servirebbe qualche piccolo aggiornamento? La cultura umanistica non serve solo a studiare il passato, può essere molto utile anche per capire il presente e, magari, anche un po’ il futuro. Lodoli dice che «i nostri ragazzi leggono altri libri». Che libri sono? Non è che qualcuno sta cercando di capire da sé il tempo che sta vivendo?

O vogliamo davvero accontentarci di credere che non andremmo mai «Tre metri sopra il cielo»?

Fonte:http://blog.vanityfair.it/2012/11/la-crisi-della-cultura-umanistica-e-quella-della-scuola/

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