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L’Isis distrugge l’arte per provocare l’Occidente

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Risultati immagini per mosul before and after isis

Di Francesca Paci

C’e sempre una nota amara nel portare alla ribalta il patrimonio culturale di quella Siria dove da sette anni si muore al buio. È come se preoccuparsi delle statue creasse di per sé una distanza asettica dalla sorte degli uomini. Eppure, nota l’archeologo Paolo Brusasco, la sofferenza dell’arte è complementare a quella della popolazione, tanto che spesso, insegna la Storia, «il genocidio si coniuga con il mnemocidio», lo sterminio della memoria collettiva. 




Nel suo libro Dentro la devastazione. L’Isis contro l’arte di Siria e Iraq (La Nave di Teseo) Brusasco ricostruisce la distruzione della millenaria civiltà mesopotamica che, contrariamente ai bollettini giornalistici, non è iniziata il 29 giugno 2014 a Mosul con la proclamazione del Califfato e non si è interrotta tre anni dopo, con la liberazione della città dal giogo islamista. 

Molti ricorderanno i filmati YouTube in cui, in diretta mondiale, gli sgherri di Al Baghdadi picconavano le meraviglie del Mosul Cultural Museum, uno dei più importanti del mondo. Era il 26 febbraio 2015, quattordici anni dopo la polverizzazione dei Buddha di Bamiyan nell’Afghanistan del mullah Omar. In mezzo c’è una stagione di sangue e macerie che solo in Iraq annovera la seconda guerra del Golfo, la controffensiva saddamista, l’ascesa e il declino di Zarqawi, l’espansione dell’Isis su un territorio dove il Dipartimento delle Antichità di Baghdad cataloga 4 mila siti archeologici, dalla preistoria all’età ottomana. Poi, la Siria: la rivolta inizialmente pacifica del 2011, la repressione, il terrorismo, la frantumazione di un popolo e di un Paese punteggiato di moschee, chiese bizantine e castelli crociati che frana pezzo a pezzo sotto i colpi di governativi, ribelli, jihadisti, e seppellisce con i cadaveri la memoria. 

Il libro, dedicato agli eroi sconosciuti come il prete Yousif Sakat, che mentre l’Isis avanzava sotterrò, salvandoli, 400 manoscritti in siriaco e aramaico, non fa sconti allo scempio culturale che ha preceduto il Califfato, nell’Iraq invaso dalle truppe Usa e nella Siria post 2011. Riviviamo così il devastante saccheggio del museo di Baghdad nel 2003. E i raid dell’esercito di Damasco sui ribelli della prima ora e sulle loro roccaforti, la celebre moschea al-Omari a Daraa, il minareto ommayade di Aleppo, il maniero medievale del Krak dei Cavalieri, il sito di Palmira, trasformato in base militare a ridosso del feroce carcere anti-oppositori di Tadmor prima che i jihadisti mettessero mano alle ruspe. Né si fanno sconti al «surreale concerto» organizzato nel 2016 per la liberazione della Regina del deserto alla presenza di russi e alti papaveri di Damasco (niente abitanti della zona però, fuggiti in Turchia), una liberazione seguita da saccheggi e di breve durata. Ma il giudizio è netto: il Califfato, con la sua distruzione intenzionale del patrimonio culturale e delle identità etnico-confessionali e con i video che la documentano scientificamente, marca una differenza radicale rispetto ai danni collaterali, ancorché gravissimi, delle guerre precedenti. L’annichilimento dell’arte diventa un’arma e come tale viene utilizzata (anche contro i nemici «interni», giacché oltre il 60% dei bersagli riguarda capolavori di arte islamica).  

È un viaggio duro quello in cui, pagina dopo pagina, siamo portati a visitare quanto la furia dei fondamentalisti d’ispirazione wahabita ha lasciato dell’eredità yazida, islamica, cristiana, sufi, delle necropoli romane di al-Qatora e Shash Hamdan vicino ad Aleppo, delle vestigia ellenistiche di Hatra o delle bibliche capitali d’Assiria nella piana di Ninive, Khorsabad, Nimrud, dove Agatha Christie scrisse alcuni dei suoi gialli. Un deserto analogo a quello che gli archeologi stanno scoprendo in Iraq, l’antica culla del sincretismo delle fedi svuotatasi prima dei suoi abitanti, a partire dai musulmani, e poi dei suoi simboli, in un crescendo culminato nella piana di Ninive con il silenzio delle campane la notte del 25 dicembre 2014. 

Resta da rimboccarsi le maniche con la consapevolezza che si tratta di una guerra di simboli, ma non solo. Brusasco non è convinto del messaggio iconoclasta dell’Islam primitivo, perché non rileva nel Corano una vera stigmatizzazione delle immagini. Crede piuttosto che decapitare le statue di Nimrud sia un guanto di sfida lanciato dal Califfato all’Occidente, ai suoi valori, all’idea di museo che nel mondo laico e materialista ha sostituito, con feticismo artistico, le chiese. Ben venga allora la replica semantica che associa diritti umani a patrimonio culturale, a partire dalla risoluzione Onu 33/20 in cui si chiede agli Stati di rispettare il diritto alla fruizione della cultura. Per l’Iraq, per la Siria, per tutti. 

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