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La macroeconomia e il voto italiano

Di Walter Paternesi Meloni e Antonella Stirati Institute for New Economic Thinking Per comprendere l’ascesa della Lega e del Mo...

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Di Walter Paternesi Meloni e Antonella Stirati


Per comprendere l’ascesa della Lega e del Movimento Cinque Stelle basta dare un’occhiata agli indicatori economici.
I risultati delle elezioni del 2018 in Italia – con il successo del Movimento Cinque Stelle, l’importanza relativa acquisita dalla Lega Nord, e il netto calo con conseguente disgregazione del Partito Democratico – hanno attirato molta attenzione all’estero e forse anche suscitato qualche sorpresa. Il carattere anti-euro e anti-austerità di gran parte della retorica pre-elettorale dei due partiti al potere è stato vicino a provocare una crisi istituzionale nel Paese e ha generato le reazioni, tra l’irritato e l’arrogante, di vari leader e commentatori europei.


In questo breve contributo non è nostra intenzione fare un’analisi sociologica né politica del voto, per la quale non abbiamo competenze, ma fornire alcuni dati sulle tendenze macroeconomiche e sulla disuguaglianza e la distribuzione del reddito nell’ultimo decennio, oltre a ulteriori informazioni sui fatti antecedenti alla crisi del 2008. In questo modo pensiamo di poter aiutare a chiarire alcuni equivoci e facilitare una migliore comprensione del perché la maggioranza degli italiani abbia votato chiaramente contro “riavere la stessa cosa”, per quanto capire a favore di cosa abbiano effettivamente votato potrebbe essere meno chiaro.


Non ci soffermeremo sulla questione scottante e complessa dell’immigrazione, che è comunque centrale nel dibattito politico interno in Italia e in altri paesi europei e allo stesso tempo rivela così apertamente la disunione europea e l’incapacità di unire gli sforzi per affrontarla. Tuttavia, riteniamo che le informazioni riportate di seguito possano indicare che, anche senza tenere conto dell’immigrazione, i problemi economici e sociali siano tali da indirizzare in buona parte la politica italiana nella stessa direzione e misura. In altre parole, riteniamo che la preoccupazione per l’immigrazione non sia necessariamente la ragione principale della svolta politica in Italia. Piuttosto, è un segnale che in Italia, come in altri paesi europei, le politiche di austerità, la deregolamentazione del mercato del lavoro e il crescente tasso di povertà non sono compatibili con un clima che consenta una gestione civile e ordinata dei flussi migratori, nonché  la loro integrazione.

Il Double Dip dell’Italia e le sue conseguenze

La crisi del 2008 ha colpito duramente l’economia italiana, come si può vedere nella figura 1; eppure il crollo iniziale non è stato maggiore di quello della Germania.


Entrambi i paesi hanno un grande settore manifatturiero, notoriamente più sensibile alle fluttuazioni dei mercati rispetto al settore dei servizi. Dopo la crisi c’è stata una ripresa iniziale, ma è stata interrotta dalla “crisi dello spread” europea (ovvero, caduta dei prezzi e aumento dei tassi di interesse sui titoli pubblici italiani e di altri paesi “periferici” nei mercati finanziari) e il successivo avvio di politiche di austerità più pesanti, che hanno causato un calo delle spese correnti e degli investimenti pubblici (come documentato dalle figure 2-5) e un aumento delle entrate fiscali complessive di 18 miliardi di euro nel periodo 2011-2013, soprattutto a causa dell’aumento della tassazione indiretta. Come conseguenza di tali misure, il PIL ha subito un forte calo (-73 miliardi di euro reali, vale a dire -4,5 punti percentuali), nonostante una discreta ripresa delle esportazioni. La produzione industriale è scesa molto più del PIL: è scesa di un quarto tra il 2007 e il 2009, ha poi recuperato 7 punti nel 2010-11, ma successivamente è diminuita nuovamente e nel 2015 era ancora leggermente inferiore al livello del 2009.
La disoccupazione complessiva, pari al 6,2% nel 2007, è cresciuta dall’8,4% toccato nel 2010 al 12,4% nel 2013, ed è attualmente appena inferiore all’11%. La disoccupazione giovanile (quella tra i 15 e i 29 anni) è aumentata di oltre 10 punti (figura 6) in due anni, tra il 2011 e il 2013, a causa della combinazione del calo del PIL e della riforma delle pensioni. Quest’ultima, rinviando il pensionamento dei lavoratori dipendenti, ha impedito il ricambio fisiologico della forza lavoro, e quindi ha ridotto drasticamente le opportunità per i lavoratori più giovani di entrare nel mondo del lavoro a sostituire gli anziani in uscita per pensione. La stessa riforma ha anche causato un aumento della disoccupazione tra i lavoratori anziani che hanno perso il lavoro durante la crisi. Ci sono circa 500.000 disoccupati di età superiore ai 50 anni (la maggior parte dei quali ha grandi difficoltà a trovare un impiego), oltre tre volte quanti ce ne fossero nel 2006.


Oltre ad aumentare la disoccupazione e ridurre il PIL e il reddito a disposizione delle famiglie, le politiche di austerità colpiscono anche i servizi pubblici e lo stato sociale. In particolare, il Servizio sanitario nazionale e l’istruzione pubblica, che si possono considerare i due pilastri principali del sistema di welfare universale italiano. Il primo ha subito una riduzione del 7% in termini reali tra il 2011 e il 2013, mentre il secondo ha visto un calo progressivo delle risorse a più lungo termine, con una perdita reale del 20% tra il 2007 e il 2015. Ciò ha anche comportato, tra le altre cose, enormi riduzioni del sostegno finanziario concesso agli studenti universitari meritevoli provenienti da famiglie a basso reddito, nonché grandi difficoltà per giovani altamente qualificati nell’ottenere posti di lavoro nell’istruzione pubblica e nei sistemi di ricerca. E questo nonostante la spesa pubblica italiana in questi settori specifici e nel suo complesso (compresi tutti i servizi e la protezione sociale), pro capite e in percentuale sul PIL, sia attualmente, e sia sempre stata, inferiore a quella di altri paesi europei di comparabili dimensioni e livello di sviluppo. Anche gli investimenti pubblici sono diminuiti drasticamente durante il periodo di austerità, con ricadute visibili sul mantenimento degli edifici pubblici e delle infrastrutture.


Ma, si potrebbe obiettare, queste misure erano necessarie per frenare l’alto rapporto debito pubblico/PIL, che si diceva fosse alla base della “crisi dello spread”, ed infatti è così che il messaggio è stato fatto passare. Al contrario, come era in effetti prevedibile, le politiche di austerità hanno causato un aumento del rapporto debito/PIL (figura 7), riducendo il reddito nazionale (il denominatore di quel rapporto) e, di conseguenza, le entrate fiscali.



Traduzione di Margherita Russo per Voci Dall'Estero

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