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Che migrazioni sono queste?

Di Francesco Lamendola La questione  migranti   è all’ordine del giorno; lo è da venticinque anni, ma da altrettanti ci viene presentat...

Di Francesco Lamendola
La questione migranti è all’ordine del giorno; lo è da venticinque anni, ma da altrettanti ci viene presentata come un fenomeno emergenziale. Inoltre, ci viene presentata come il l’effetto di un fenomeno spontaneo, naturale, addirittura tipico di certe epoche storiche, evidentemente come la nostra, sia come qualcosa che, pur essendo imponente, talmente imponente che è irrealistico, per non dire folle, pensare di fermarlo, è nondimeno pacifico, utile, quasi amichevole, e infatti immette forze fresche nella nostra stanca società e ci consente perfino, parola di Tito Boeri, di pagare le pensioni ai nostri pensionati, cosa che senza i cosiddetti flussi migratori, a suo parere, lo Stato italiano non sarebbe in grado di fare. È tutto, quindi, come dire?, molto strano: un fenomeno che ci viene presentato come naturale, ma anche come legato alle condizioni di povertà e desertificazione del continente africano e di quello asiatico, anche se sappiamo che la povertà non è il caso della Cina, da cui pure provengono molti immigrati, e la desertificazione non lo è del Marocco, l’altro grande bacino di partenza. La guerra, allora? Ma non ci sono guerre nel Bangla Desh, e neppure nella Costa d’Avorio, che si sappia. Inoltre, un fenomeno che ci viene presentato come grandioso e umanamente inarrestabile, ma di cui non c’è motivo di aver paura (è quasi un ossimoro), anzi, che bisogna considerare come un’opportunità, e quasi, quasi come una benedizione. Un’opportunità di che cosa, per fare che cosa, e soprattutto per chi?Queste domande non trovano spiegazioni chiarissime; il ritornello che viene somministrato agli italiani dai loro stessi media (ma sono veramente loro? forse no, visto quel che dicono e considerato chi li finanzia) è che gli immigrati ringiovaniscono la società, che portano forze fresche, che contribuiscono a pagare stipendi e pensioni. Inoltre, viene detto e ripetuto che il loro arrivo serve ad allargare gli orizzonti, ad arricchire la nostra cultura, a introdurre il nostro Paese nelle meraviglie della società multietnica e multiculturale, cominciando dalle squadre sportive e dai complessi musicali e arrivando fino al livello della vita quotidiana delle persone comuni. Ai cattolici, infine, in modo particolare, viene detto dal clero e dal papa in persona che accogliere gli stranieri consente loro l’esercizio della carità cristiana: come dire che, se non ci fossero, bisognerebbe inventarseli (strano, perché i poveri ce li abbiamo in casa  nostra, eccome, sono almeno cinque milioni e hanno il solo torto di avere la pelle chiara e di non reclamare diritti, di non pretendere assistenza e di vivere con dignità e pudore la loro condizione di difficoltà). 

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La parola stessa che viene adoperata dai media, migranti, è un po’ sospetta: in passato li si chiamava semplicemente emigranti, quando partivano, e immigrati, quando arrivavano. Lo sappiamo bene, perché i nostri nonni appartenevano a queste due categorie: emigravano dall’Italia, per guadagnare qualcosa da mandare alle famiglie; e quando entravano in Svizzera, o in Belgio, o negli Stati Uniti, divenivano immigrati in quelle nazioni. Era tutto piuttosto semplice, sia giuridicamente, sia geograficamente: anche perché erano chiari i due aspetti principali del fenomeno: perché emigravano e qual era il loro status giuridico. Emigravano a causa della mancanza di lavoro, quindi cercavano un lavoro che consentisse loro di guadagnare; e lo facevano con tutti i documenti in regola, altrimenti, venivano rimandati indietro o, se già accolti, venivano espulsi. Ma questa marea umana che si riversa dai confini dell’Europa e dalle coste del Mediterraneo, da che cosa è spinta? Si tratta di persone che chiedono di entrare nel nostro Paese in due maniere: regolare e irregolare.

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