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Microcredito e migrazioni di massa: la finanziarizzazione della disperazione


Di Ilaria Bifarini

È una domanda che tutti, almeno una volta, ci siamo posti: chi finanzia i costosi viaggi della morte che spingono migliaia di disperati su imbarcazioni di fortuna, tra mille peripezie e l’incognita dell’approdo?
Molti giornalisti si sono impegnati nella ricostruzione dei calvari degli emigranti per arrivare al porto di partenza, delle condizioni schiavistiche cui sono sottoposti dalla criminalità locale. Ma rimane irrisolto il tassello iniziale di queste tragiche diaspore, ossia la disponibilità di somme di denaro ragguardevoli, esorbitanti se rapportate al tenore di vita locale, per intraprendere il viaggio. Le inchieste in merito sono limitate e le nostre domande cadono nel vuoto.

Nel cercare di comprendere questo enigmatico fenomeno ci viene in aiuto uno studio condotto dalla sociologa Maryann Bylander in Cambogia tra il 2008 il 2010. Analizzando la frequenza e le modalità di emigrazione della popolazione  si scopre una correlazione diretta tra espansione del microcredito e aumento dei flussi migratori verso l’estero. Stesso nesso si riscontra in un altro Stato del Terzo Mondo, il Bangladesh, paese di origine di circa un decimo dei migranti che ogni anno arrivano in Italia (oltre 10 mila nel solo 2017). E’ qui che, grazie all’appoggio di illustri sostenitori come i Clinton e Bill Gates e con il sostegno della stessa Banca mondiale, venne creata nei primi anni ’80 la Grameen Bank, istituto finanziario che concedeva denaro alle persone più indigenti, impossibilitate ad avere accesso al credito, con il fine “filantropico” di offrirgli un futuro migliore. I prestiti concessi si tramutarono in un incentivo all’emigrazione per la popolazione locale, priva degli strumenti e delle possibilità di investire le somme ricevute in modo proficuo e di poterle restituire con i dovuti interessi. In men che non si dica si è venuto a creare il business dei cosiddetti “migration loans”, un affare d’oro per organizzazioni non governative come BRAC (Bangladesh Rural Advancement Commitee), leader nel settore.


Il sito istituzionale dell’organizzazione  bengalese – attualmente la più grande al mondo e prima nella classifica delle cento migliori ONG secondo il Global Journal – nella specifica sezione “Migration loans” dichiara : “In Bangladesh, le scarse opportunità di lavoro per una popolazione in età lavorativa in crescita comportano che molti giovani, uomini e donne si trasferiscano all’estero per lavorare. Sebbene sia spesso un investimento che vale la pena fare, i costi iniziali per andare all’estero sono considerevoli (…) BRAC offre alle persone in cerca di lavoro all’estero prestiti per emigrare, progettati per soddisfare le esigenze di finanziamento dei lavoratori migranti in modo gestibile e conveniente. Il programma di microfinanza controlla anche la validità dei contratti e dei documenti di viaggio per garantire che i clienti non siano vittime di frodi da parte di agenti non autorizzati. (…) A giugno 2016, BRAC ha contribuito a finanziare 194.000 lavoratori migranti che cercano lavoro all’estero.

Ma non solo, oltre a fornire i finanziamenti e l’assistenza per emigrare, l’organizzazione non governativa più grande al mondo si occupa anche di come ottenere il rimborso e il pagamento del prestito. Nella stessa sezione del sito, infatti, sotto la dicitura “Prestiti di rimessa” si legge: “BRAC fornisce ulteriore supporto alle famiglie dei migranti sotto forma di prestiti di rimesse. Questi prestiti sono progettati per offrire maggiore flessibilità alle famiglie che fanno affidamento sulle rimesse mensili inviate da un familiare che guadagna all’estero.” Tali prestiti, spiega l’ONG, consentono alle famiglie di accedere a somme di denaro forfettarie per fare investimenti o spese mentre aspettano di ricevere le rimesse inviate dall’estero. Si tratta “di scommesse sicure per la famiglia e per BRAC perché i clienti hanno un flusso di guadagno assicurato con cui pagare costantemente le rate ogni mese.” Tra giugno 2014 e giugno 2016 BRAC ha offerto questo servizio a oltre 40.000 famiglie.

Un business sul business quello di BRAC, che opera non solo in Asia ma anche in America Latina e in molti paesi dell’Africa. Vengono concessi finanziamenti non per lo sviluppo dell’economia locale, bensì per incentivare l’emigrazione, secondo un infondato modello di sviluppo economico che vede nelle rimesse da parte dei migranti una fonte di crescita per il paese d’origine. In realtà è provato che tali rimesse, laddove riescano a ripagare il debito contratto dalla famiglia per il viaggio all’estero, vengono destinate per lo più al fabbisogno e ai consumi primari e non agli investimenti e alla attività produttive locali. Non sono rari i casi drammatici di vite immolate per ripagare il prestito, dall’aumento dei suicidi riscontrato in alcune zone dell’India alla vendita di organi da parte di cittadini bengalesi.
Un affare d’oro quello delle rimesse – a latere del quale prolifera il settore delle agenzie di recupero del credito – che ha visto un incremento in termini globali di oltre il 50% in soli 10 anni, per una cifra complessiva di 445 miliardi di rimesse nel solo 2016, il 13% delle quali è stato inviato in Africa (dati Ifad). E proprio verso questo continente inviare denaro sotto forma di rimesse è particolarmente oneroso, con commissioni che vanno dal 10 fino al 15%.
Un sistema perverso e ben oleato di finanziamenti, tassi di interesse e commissioni che fa della disperazione il proprio fulcro.
È la finanziarizzazione della povertà e delle vite umane, una delle tappe più sciagurate di un modello economico globale antisociale e regressivo.


Giorgia Meloni: 'Dietro l'immigrazione di massa c'è un piano di distruzione della società, sostenuto anche da George Soros'


Di Salvatore Santoru

Secondo la segretaria di Fratelli D'Italia Giorgia Meloni dietro l'attuale immigrazione di massa vi sarebbe un piano volto a destrutturare la società. Più specificatamente, secondo la politica di centrodestra tale piano sarebbe portato avanti da poteri forti e personalità influenti come George Soros.

PER APPROFONDIRE- https://it.blastingnews.com/politica/2019/06/la-meloni-ce-un-disegno-di-destrutturazione-della-societa-finanziato-anche-da-soros-002934895.html

Quello scontro all’interno della Chiesa sull’immigrazione


Di Francesco Boezi

In Vaticano esistono almeno due sensibilità sul tema dell’immigrazione: una è quella di papa Francesco e della maggior parte delle alte gerarchie. Quella “aperturista”, per cui “accogliere” è sempre un diritto assoluto; l’altra è quella del cardinal Robert Sarah, del cardinale Raymond Leo Burke, del cardinale Gherard Ludwig Muller e di pochi altri. Quella “restrittiva”, per cui “accogliere” è sì corretto, ma solo salvaguardando l’identità. 
Bisogna stare attenti a non semplificare troppo. Incasellare questo o quel porporato dentro a una determinata area politica può far comodo a qualche partito, ma non aderisce alla realtà. Certo, le frasi sulla gestione dei fenomeni migratori del prefetto della Congregazione per il culto divino e per la disciplina dei sacramenti hanno fatto discutere e sono rimbalzate sulla maggior parte dei media. Il cardinale, tra le varie affermazioni che ha fatto, ha attaccato quelle “strane associazioni umanitarie” che imperversano per l’Africa, svuotando di fatto un continente che potrebbe ritrovarsi privato di buona parte della forza lavoro.
Ma Robert Sarah – va sottolineato – non voleva segnare un solco tra la sua visione e quella del Santo Padre. Chi lo conosce sa che il porporato guineiano non metterebbe mai in discussione l’autorità del pontefice della Chiesa cattolica. Certo, allo stesso modo è difficile immaginare che il prefetto possa finanziare una Organizzazione non governativa, come ha invece fatto il progressista Reinhard Marxquando ha donato 50mila euro a Lifeline. Sarah, semmai, è da tempo iscritto a quel filone di pensatori, con a capo Benedetto XVI, che segnalano da tempo come l’Occidente stia rischiando di sparire. Tanto come entità culturale quanto come entità geopolitica. Lo aveva già scritto in Dio o niente, il primo dei tre libri con i quali l’ex arcivescovo di Conakry ha diffuso il suo manifesto spirituale. 

IMMIGRAZIONE DI MASSA, il cardinale Sarah: 'L'Occidente rischia di sparire, l'Europa sembra l'Impero Romano degli ultimi tempi'


Di Salvatore Santoru

Dure prese di posizione del cardinale Robert Sarah nei confronti dell'attuale immigrazione di massa. Come sostenuto sul Giornale e riportato sul sito web 'CiSiamo.info', Salah ha sostenuto che con gli attuali flussi migratori l'Occidente starebbe rischiando di scomparire.

Andando maggiormente nei dettagli, in un'intervista rilasciata al magazine francese ' Valeurs Actuelles', il cardinale di origine guineana ha anche affermato che l'Europa di oggi ricorda gli ultimi periodi dell'Impero Romano. 
Più precisamente, Sarah ha dichiarato di riferirsi al tempo delle 'invasioni barbariche' e ha sostenuto che la Chiesa non dovrebbe collaborare con il 'nuovo schiavismo' che starebbe dietro l'attuale immigrazione di massa.

EMMA BONINO SULLA CRISI DEMOGRAFICA: 'La soluzione potrebbe venire da un 'travaso di persone', nel 2050 la Nigeria avrà più abitanti di tutta l'Eurozona'


Di Salvatore Santoru

Recentemente Emma Bonino ha fatto sapere la sua sulla crisi demografica che sta interessando l'Italia. Come riporta il Sole 24Ore, la politica di Più Europa ha sostenuto che una possibile soluzione potrebbe arrivare dal 'travaso di persone'. 
Andando maggiormente nello specifico, a margine del convegno "Le Contemporanee", la Bonino ha criticato le politiche contro di contenimento dell'attuale immigrazione affermando che che solo la Nigeria nel 2050 avrà più abitanti di tutta l'Eurozona.
Inoltre, la politica ha dichiarato che le politiche di natalità servono ma anche che bisogna ricordare che siamo in un mondo sovrappopolato.
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Cambiano i porti di partenza. Ecco le nuove rotte degli scafisti


Di Mauro Indelicato
È la Castelverde fondata dagli italiani nel 1938 come piccolo borgo ad est di Tripoli ed affacciato sul Mediterraneo. Una zona, come gran parte delle coste tripoline, caratterizzata da zone agricole e di campagna che sembrano fare da confine tra il mare ed il deserto. Oggi Castelverde è nota con il suo nome arabo, ossia Gasr Garabulli. Poco meno di quarantamila abitanti ed una posizione strategica essendo sia vicina a Tripoli ma anche, allo stesso tempo, ben assiepata lungo il tratto della litoranea via Balbea che collega la capitale con Misurata. Ed il suo nome purtroppo, in questi giorni torna ad essere accostato alle tragedie sul Mediterraneo

Si torna a partire da Garabulli

Gli ultimi naufragi occorsi a largo della Libia, vedono coinvolte imbarcazioni partite proprio da Garabulli. Una circostanza che sorprende e che rappresenta una novità, almeno in parte. Anche nelle recenti operazioni svolte in Italia e che vedono coinvolti scafisti operanti lungo la rotta libica, ad emergere maggiormente come porto di partenza è quello di Sabrata e delle zone limitrofe. Si tratta di territori molto difficili, dove il potere di alcuni clan che organizzano e gestiscono il traffico di esseri umani è molto forte. Questo territorio si trova ad ovest di Tripoli, non lontano dal confine tunisino. Quasi una terra di nessuno, dove non a caso nel 2015 emergono i primi focolai dell’Isis in Libia. A fare il resto sono gli scontri, le faide tra i vari gruppi che si arricchiscono con il fenomeno migratorio, le vere e proprie battaglie tra milizie legate alla cabina di regia anti Isis ed il clan degli Anas al Dabbashiquello che prima dell’estate 2017 appare più legato agli affari derivanti dal traffico di esseri umani. Quest’ultimo clan avrebbe anche ricevuto, come testimonierebbero i reportage della Reuters e dell’Associated Press, una parte dei soldi che Roma storna verso Tripoli per bloccare i barconi nel piano elaborato nell’estate 2017. All’epoca a Palazzo Chigi siede Paolo Gentiloni, il suo governo si rende conto di dover ridimensionare i numeri degli approdi dalla Libia ed il ministro Marco Minniti elabora il piano sopra citato.
Gli occhi dunque, come si vede, sono da sempre puntati verso questa parte della Tripolitania quando si parla di contrasto all’immigrazione. Ma per la verità, anche Garabulli risulta avere un’economia sommersa molto fiorente legata al traffico di esseri umani provenienti dall’Africa sub sahariana. Nel febbraio 2018 la giornalista italiana Francesca Mannocchi è tra le prime a descrivere la situazione che si vive a Garabulli, grazie ad un reportage scritto per il sito The New Araby. “Metà della popolazione è impegnata nelle attività del traffico di migranti”, dichiara in quel reportage Ibrahim, scafista di 32 anni. Emerge una realtà dove la mancanza di lavoro e prospettive determinata dalla situazione di guerra latente e dall’assenza di vere e proprie istituzionali statali, determina un sempre più costante impegno della cittadinanza nell’unica vera attuale fonte di reddito, ossia per l’appunto le partenze di migranti verso l’Italia. Un fenomeno passato a volte inosservato per via della maggiore importanza, come detto, riservata in tal senso a quanto avviene a Sabrata. Ma che adesso, alle luce dei nuovi naufragi, sembra esserci accentuato. 

Perché si parte da Garabulli

Come detto, Garabulli si trova ad est di Tripoli. Mentre Sabrata non è lontana dal confine tunisino, questo centro coloniale fondato dagli italiani non è esente dall’influenza esercitata su questo territorio dalla città Stato di Misurata. Ed in questa città al momento è epicentro dell’ultimo stallo che coinvolge il fragile governo Al Sarraj. Sono legati a Misurata infatti i tre membri del consiglio presidenziale che vorrebbero sfiduciare l’attuale premier, misuratine sono alcune delle milizie che gestiscono la sicurezza a Tripoli e che da giorni però annunciano di non eseguire più gli ordini del ministro dell’interno, Fathi Bisghaga (anch’esso misuratini). Scontri interni quindi alla città di Misurata, per il timore di alcuni gruppi, specie quelli legati ai Fratelli Musulmani, di vedere ridimensionato il proprio ruolo in vista delle prossime tappe del processo di stabilizzazione della Libia. 
Dunque, la partenza da Gasr Garabulli può essere vista sotto questa precisa ottica. Le milizie legate ad Al Sarraj ma di chiara influenza misuratina potrebbero aver allentato i controlli sui clan che ad est di Tripoli gestiscono il traffico di esseri umani. E così adesso si torna a partire anche da qui e quel business diventato unica fonte di sostentamento per Garabulli, documentato già nel 2018 da Francesca Mannocchi, oggi potrebbe riprendere in modo sempre più accentuato. Un altro tassello che si va aggiungere ai tanti che compongono il frastagliato quadro libico. 

Migranti, Di Maio: “Basta ipocrisie, persone partono perché Francia continua ad avere colonie e a impoverire l’Africa”


FATTO QUOTIDIANO

Sui morti in mare vedo “basta ipocrisie, dobbiamo parlare della cause e non degli effetti”. Lo ha detto il vicepremier Luigi Di Maio intervenendo a una manifestazione del M5s ad Avezzano. Di Maio ha espresso il suo “cordoglio alle vittime” dell’ultima strage nel mare Mediterraneo, ma “ci sono paesi, come la Francia che in Africa continua ad avere delle colonie di fatto, con la moneta, che è il franco, che continua a imporre nelle sue ex colonie” soldi “che usa per finanziare il suo debito pubblico e che indeboliscono le economie di quei paesi da dove, poi, partono i migranti”. “Il posto degli africani è l’Africa, non il fondo del mare”, conclude il capo politico del M5s.

Traffico di migranti, il tesoro degli scafisti: sequestrati beni per 3 milioni, 14 arresti



Maxi-blitz contro il traffico di migranti. Quattordici persone, tra italiani e stranieri, sono state arrestate con l’accusa di far parte di un sodalizio criminale che avrebbe gestito il traffico di migranti tra la Tunisia e le coste siciliane con gommoni veloci: viaggi della speranza da 3mila euro a tratta. 
I componenti del presunto clan, capeggiato da un tunisino, sono accusati a vario titolo di sfruttamento dell’immigrazione clandestina, contrabbando di tabacchi lavorati e fittizia intestazione di beni e attività economiche. Contestualmente è in corso il sequestro di tre aziende del trapanese riconducibili al capo dell’organizzazione (un ristorante, un cantiere nautico e una azienda agricola), nonché di diversi immobili, automezzi, due pescherecci, denaro contante e disponibilità finanziarie per un valore complessivo di oltre 3 milioni di euro
Alcuni indagati sono stati bloccati nel porto di Palermo mentre erano in partenza per la Tunisia con denaro contante per oltre 30mila euro. L’organizzazione criminale che gestiva i viaggi di migranti tra la Tunisia e la Sicilia era composta da cittadini tunisini e italiani che operavano tra il Paese nordafricano e le province di Trapani, Agrigento e Palermo. La banda, secondo l’ipotesi dell’accusa, reclutava i profughi e raccoglieva grosse somme di denaro per la traversata: fino a 3mila euro.
L’organizzazione rubava natanti e motori, già usati per i viaggi verso l’Italia e sequestrati dalla Finanza, e acquistava tabacchi di contrabbando che poi portava in Sicilia e rivendeva grazie alla rete di distribuzione che aveva nei mercati rionali palermitani. La banda usava gommoni carenati, dotati di potenti motori fuoribordo, con i quali era in grado di coprire il tratto di mare che separa le due sponde del Mediterraneo in poche ore, trasportando, per ciascuna traversata, dai 10 ai 15 persone.
Il business aveva portato enormi guadagni reinvestiti, tra l’altro, in una azienda agricola di Marsala, in un cantiere nautico di Mazara del Vallo e in un ristorante. Secondo gli inquirenti, l’organizzazione era in grado di cambiare rotte e modalità dei viaggi sfruttando la vicinanza dell’isola di Lampedusa alle coste tunisine, la disponibilità di due pescherecci italiani – particolarmente attivi sul tratto di mare che separa l’isola italiana dalla costa africana – e grazie alla complicità di italiani in grado di eludere i controlli delle forze dell’ordine e far allontanare dalla costa i profughi una volta sbarcati.
A capo dell’organizzazione criminale, secondo l’accusa, ci sarebbe stato Fadhel Moncer,tunisino. La sua caratura criminale emerge da alcune conversazioni telefoniche intercettate in cui il tunisino ammetteva di aver sollecitato la falsificazione di verbali di arresto e di aver pagato una tangente ai funzionari locali della polizia tunisina della città di Kelibia in occasione del fermo di uno dei suoi complici.
Ai migranti fatti entrare in Italia l’organizzazione garantiva la possibilità di un contratto di lavoro fittizio, anche di tipo “stagionale”. Almeno in sette occasioni, oltre ai profughi, sono stati introdotti in Italia tabacchi di contrabbando per centinaia di migliaia di euro.
Ma Moncer è anche ritenuto responsabile di aver progettato un attentato dinamitardo a una caserma dei carabinieri nel 2012. 
Durante le indagini è stato arrestato per traffico di sostanze stupefacenti uno dei complici di Moncer, preso con 30 chili di hashish al casello autostradale di Buonfornello e due “contrabbandieri” di sigarette e sono stati sequestrati 360 kg. di tabacchi lavorati. Solo la settimana scorsa la Procura di Palermo aveva scoperto un’altra organizzazione criminale che gestiva i viaggi tra il nord-Africa e l’Italia con le stesse modalità.

LA DIFFERENZA TRA MIGRAZIONI DI MASSA E D'INFILTRAZIONE E L'ATTUALE EMERGENZA IMMIGRAZIONE

Di Fancesco Lamendola
Le migrazioni, dunque. Ecco come le definiva l’insigne geografo Antonio Renato Toniolo (Pisa, 1881-Bologna, 1955), allievo di Olinto Marinelli e Luigi De Marchi, una vera autorità in materia (da: A. R. Toniolo, La moderna geografia, Milano, Principato, 1951, pp. 225-226):

Le migrazioni possono essere di massa e d’infiltrazione.
LE MIGRAZIONI DI MASSA sono quelle che sradicano più o meno rapidamente, ma definitivamente,  notevoli gruppi di popolazione dai loro territori di origine per fissarli altrove. Queste grandi migrazioni, pacifiche per lo più, danno spesso origine a nuovi popoli o nazioni, diffondono nel mondo lingue e civiltà, e sono ormai difficili, perché mentre accrescono le possibilità di sfruttamento dei territori del paese di arrivo (America meridionale), costituiscono un serio pericolo per l’unità del popolo che le riceve, e sono quindi più o meno apertamente ostacolate dagli Stati ormai costituiti (es. Stati Uniti d’America). (…)
2) LE MIGRAZIONI D’INFILTRAZIONE sono quelle che avvengono in piccolo numero, rispetto alla popolazione che le assorbe, e sono o militari, quale l’infiltrazione di elementi barbarici nell’Impero Romano (sec. III-V d. C.), o pacifiche, quale l’attuale emigrazione per motivi di lavoro. Esse non portano un cambiamento nel carattere della popolazione, anzi per lo più l’emigrazione viene assorbita dal popolo che la ospita.

Questo è lo schema storico delle migrazioni; non ce ne sono altri. O meglio, non ce n’erano fino a quelle attuali. Confrontando i due fenomeni, ci si accorge facilmente che le cosiddette migrazioni odierne sono una via di mezzo fra le migrazioni d’infiltrazione e quelle di massa. Per stabilire un precedente storico: somigliano in parte alle migrazioni d’infiltrazione nell’Impero Romano, fra il III e il V secolo, e in parte a quelle di massa, che vi si soprapposero fra il IV e il VI. Con le prime, un numero consistente, ma comunque limitato, di gruppi barbarici ottenne di stabilirsi al di qua del limes, col compito di difenderlo a loro volta, fornire truppe ausiliarie e ripopolare zone periferiche semi-abbandonate; non causarono una sensibile alterazione della composizione etnica dell’Impero, già molto variegata, e non vennero percepite dai romani come potenzialmente pericolose, anzi come un elemento di stabilità e di rafforzamento. Con le seconde, invece, si verificò un trasferimento di interi popoli e non più di singoli gruppi, i quali, nel corso di alcune generazioni, passarono dalla condizione giuridica di hospites e di foederati a quella di nazioni pressoché indipendenti, molte delle quali sopravvissero alla fine dell’Impero d’Occidente, cui avevano comunque contribuito. Si direbbe, pertanto, che vi sia una regia la quale sta facendo in modo che il fenomeno attuale, ancora nella fase di migrazione d’infiltrazione, non susciti particolare allarme, anzi venga percepito come positivo, e provochi semmai aspre critiche verso quanti vorrebbero opporsi. Ma poiché vi sono tutte le condizioni perché si trasformi in migrazione di massa, che diverrà incontenibile e che del resto, le forze politiche e finanziarie favorevoli non hanno alcuna intenzione di limitare (quando mai esse parlano di un tetto massimo all’accoglienza?), dobbiamo aspettarci che assumano questa ulteriore evoluzione, trasformando l‘Europa in un continente post-europeo, la cui civiltà è destinata a sparire, insieme alla sua popolazione originaria. Fanno riflettere queste parole del Toniolo: Le migrazioni di massa costituiscono un serio pericolo per l’unità del popolo che le riceve, talché proprio per questo sono più o meno apertamente ostacolate dagli Stati ormai costituiti. E se venivano ostacolate dagli Stati Uniti della prima metà del 1900, che erano, sì, uno Stato ormai costituito, ma pur sempre uno Stato assai giovane, con immense superfici quasi spopolate e immense ricchezze naturali ancora da valorizzare adeguatamente, a maggior ragione dovrebbe suonare un campanello d’allarme nella mente dei governanti europei, visto che i loro Stati sono tutt’altro che giovani, sono in pieno declino demografico, non hanno vasti spazi a disposizione, né ricchezze naturali ancora da valorizzare, semmai sono essi bisognosi di acquisire spazi e materie prime per i bisogni delle loro economie. Invece i governanti politici (e religiosi!) dell’Europa sono impegnatissimi a spiegare ai loro popoli che questo flusso illimitato di migranti è utile, benefico, necessario, indispensabile. È strano, vero?

Che migrazioni sono queste?

Di Francesco Lamendola
La questione migranti è all’ordine del giorno; lo è da venticinque anni, ma da altrettanti ci viene presentata come un fenomeno emergenziale. Inoltre, ci viene presentata come il l’effetto di un fenomeno spontaneo, naturale, addirittura tipico di certe epoche storiche, evidentemente come la nostra, sia come qualcosa che, pur essendo imponente, talmente imponente che è irrealistico, per non dire folle, pensare di fermarlo, è nondimeno pacifico, utile, quasi amichevole, e infatti immette forze fresche nella nostra stanca società e ci consente perfino, parola di Tito Boeri, di pagare le pensioni ai nostri pensionati, cosa che senza i cosiddetti flussi migratori, a suo parere, lo Stato italiano non sarebbe in grado di fare. È tutto, quindi, come dire?, molto strano: un fenomeno che ci viene presentato come naturale, ma anche come legato alle condizioni di povertà e desertificazione del continente africano e di quello asiatico, anche se sappiamo che la povertà non è il caso della Cina, da cui pure provengono molti immigrati, e la desertificazione non lo è del Marocco, l’altro grande bacino di partenza. La guerra, allora? Ma non ci sono guerre nel Bangla Desh, e neppure nella Costa d’Avorio, che si sappia. Inoltre, un fenomeno che ci viene presentato come grandioso e umanamente inarrestabile, ma di cui non c’è motivo di aver paura (è quasi un ossimoro), anzi, che bisogna considerare come un’opportunità, e quasi, quasi come una benedizione. Un’opportunità di che cosa, per fare che cosa, e soprattutto per chi?Queste domande non trovano spiegazioni chiarissime; il ritornello che viene somministrato agli italiani dai loro stessi media (ma sono veramente loro? forse no, visto quel che dicono e considerato chi li finanzia) è che gli immigrati ringiovaniscono la società, che portano forze fresche, che contribuiscono a pagare stipendi e pensioni. Inoltre, viene detto e ripetuto che il loro arrivo serve ad allargare gli orizzonti, ad arricchire la nostra cultura, a introdurre il nostro Paese nelle meraviglie della società multietnica e multiculturale, cominciando dalle squadre sportive e dai complessi musicali e arrivando fino al livello della vita quotidiana delle persone comuni. Ai cattolici, infine, in modo particolare, viene detto dal clero e dal papa in persona che accogliere gli stranieri consente loro l’esercizio della carità cristiana: come dire che, se non ci fossero, bisognerebbe inventarseli (strano, perché i poveri ce li abbiamo in casa  nostra, eccome, sono almeno cinque milioni e hanno il solo torto di avere la pelle chiara e di non reclamare diritti, di non pretendere assistenza e di vivere con dignità e pudore la loro condizione di difficoltà). 

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La parola stessa che viene adoperata dai media, migranti, è un po’ sospetta: in passato li si chiamava semplicemente emigranti, quando partivano, e immigrati, quando arrivavano. Lo sappiamo bene, perché i nostri nonni appartenevano a queste due categorie: emigravano dall’Italia, per guadagnare qualcosa da mandare alle famiglie; e quando entravano in Svizzera, o in Belgio, o negli Stati Uniti, divenivano immigrati in quelle nazioni. Era tutto piuttosto semplice, sia giuridicamente, sia geograficamente: anche perché erano chiari i due aspetti principali del fenomeno: perché emigravano e qual era il loro status giuridico. Emigravano a causa della mancanza di lavoro, quindi cercavano un lavoro che consentisse loro di guadagnare; e lo facevano con tutti i documenti in regola, altrimenti, venivano rimandati indietro o, se già accolti, venivano espulsi. Ma questa marea umana che si riversa dai confini dell’Europa e dalle coste del Mediterraneo, da che cosa è spinta? Si tratta di persone che chiedono di entrare nel nostro Paese in due maniere: regolare e irregolare.

Immigrazione: la fiera dell’ipocrisia


Di Paolo De Gregorio

So bene che la politica riesce a complicare e rendere incomprensibili le cose semplici, con lo scopo di portare le persone allo sfinimento e all’allontanamento dalla vita politica. Traducendo questa affermazione nella attualità di questi giorni, che vede due navi sballottate dal mare cattivo con poche decine di africani a bordo, non c’è una sola istituzione politica europea, deliberante, in grado di dare una risposta a questa emergenza.
Eppure la questione è semplice, quasi elementare: la migrazione verso l’Europa è una questione europea, non solo dei paesi mediterranei, e quindi le eventuali quote di immigrati devono essere ripartite in tutti i paesi europei, in proporzione al numero di abitanti. Le navi delle ONG devono essere ritirate nei porti nazionali di appartenenza, quasi tutti europei, perché i trafficanti contano su questo aiuto per rendere possibile la traversata senza perdere barconi e scafisti.
L’Unione Europea, il suo Parlamento, devono dichiarare ufficialmente che la propria economia non è in grado di assorbire manodopera, se non nella forma schiavistica e in nero in mano a mafie e caporali.
Un'altra affermazione che ci aspetteremmo dal Parlamento europeo è quella di evidenziare il profondo disagio dei popoli europei di fronte ad una invasione straniera, che ormai ha raggiunto il 10%, disagio che riguarda soprattutto le periferie delle grandi città, e si è tradotto in intolleranza, frustrazione, razzismo, spostamento a destra del voto popolare, paura per l’estremismo islamico che si annida all’interno degli immigrati.

Quella nuova strategia degli scafisti per fare sbarcare i migranti


Di Mauro Indelicato

Un nuovo blitz che testimonia quanto pericolosa sia, per la nostra sicurezza nazionale, la rotta di barconi e gommoni tra Tunisia e Sicilia. Questa volta, grazie ai risultati acquisiti con l’operazione “Abiad”, la minaccia jihadista nei confronti dell’Italia appare esplicita. Se prima quei viaggi “di lusso”, con gommoni comodi ed effettuati in poche ore di viaggio, sembrano celare il sospetto dell’arrivo dei terroristi nel nostro paese, adesso si parla chiaramente di simpatie verso l’Isis e di esaltazione della jihad tra chi gestisce il business del contrabbando lungo il canale di Sicilia. Ed il cerchio, verrebbe da dire, si chiude. Gli allarmi per possibili infiltrazioni jihadiste vengono lanciati già nell’estate del 2017, quella che in Sicilia viene ricordata come la stagione per eccellenza degli “sbarchi fantasma“. Approdi cioè non segnalati, dove chi lascia le imbarcazioni sulla spiaggia fa poi perdere traccia tra le campagne siciliane circostanti. In quella stagione si conta, soprattutto ad Agrigento, una media di almeno due sbarchi al giorno.
Gommoni provenienti in gran parte dalla Tunisia, paese che ha il triste primato del numero di foreign fighters affiliati all’Isis. Elementi dunque troppo evidenti per non pensare al rischio di infiltrazioni terroristiche. 

La peculiarità delle rotte degli sbarchi fantasma 

La “stagione di fuoco” degli sbarchi fantasma inizia nella seconda metà di giugno del 2017. Due barchini vengono notati lungo la spiaggia di Zingarello, una contrada ricadente all’interno del comune di Agrigento e non lontana da Palma di Montechiaro. Quell’avvistamento appare subito anomalo: non c’è traccia di persone all’interno delle imbarcazioni, ma nemmeno nelle zone circostanti. Tutto sembra essere avvenuto di notte ed in fretta: sulla spiaggia, alcuni vestiti ed alcuni oggetti personali, segno che chi è approdato lì subito si è messo in cammino verso altre mete senza essere intercettato. Quell’episodio, già pochi giorni dopo, non appare più come episodio isolato. Si contano numerosi sbarchi, tra luglio ed agosto del 2017 gli approdi sono quasi quotidiani. Da Zingarello alla riserva di Tosse Salsa, nel territorio di Siculiana, dalla suggestiva ed isolata spiaggia delle Pergole di Realmonte, fino ai lidi compresi tra Ribera e Sciacca. Tutta la costa dell’agrigentino appare sotto assedio. Ed al Tribunale di Agrigento, dagli stessi uffici del quinto piano da cui esattamente un anno dopo partirà l’indagini contro Salvini per il caso Diciotti, si lancia il primo allarme: “Non si possono escludere rischi sul fronte terrorismo”, tuona infatti il procuratore Luigi Patronaggio. 
Del resto nel mese di settembre del 2017, desta scalpore il ritrovamento di una felpa a Torre Salsaabbandonata da uno dei tanti migranti sbarcati e subito dispersi tra le campagne. In quell’indumento di colore nero, spicca la scritta “Haters Paris”, un riferimento alla capitale francese colpita dal terrorismo negli anni precedenti. Finita l’estate, gli sbarchi iniziano a diminuire. Scattano le indagini: nell’agrigentino vengono arrestati cinque scafisti, gli unici ad essere braccati dopo uno sbarco avvenuto a Porto Empedocle. Ma nei mesi successivi a quella calda estate, le inchieste puntano anche sul trapanese. Ed è lì che emergono i dettagli più inquietanti. Si evidenziano, in particolare, alcune differenze tra il fenomeno degli sbarchi fantasma ad Agrigento e quelli invece che avvengono in provincia di Trapani. I primi sono quasi sempre effettuati con barchini: la traversata parte dalle coste di Biserta o di Sfax e termina nell’agrigentino, sia lungo le coste siciliane che dell’isola di Lampedusa. 
Gli sbarchi nel trapanese sono invece quelli considerati “di lusso”: si arriva tra Marsala e Mazara del Vallo e non con piccole imbarcazioni di legno, bensì come mezzi molto più veloci e sicuri. Attraversare il canale di Sicilia con queste imbarcazioni costa molto di più. Lo si intuisce per la prima volta con il blitz del giugno 2017 disposto proprio dalla procura di Trapani, così come con il recente blitz Caronte del 23 marzo scorso. Gli unici elementi in comune tra gli sbarchi ad Agrigento e quelli nel trapanese, sono dati dal fatto che tutte le imbarcazioni sfuggono al controllo delle navi militari presenti nel canale di Sicilia. Ma il fenomeno riguarda due canali di immigrazione differenti: ad Agrigento approda chi parte con piccole imbarcazioni, tra Marsala e Mazara invece coloro che possono permettersi molti più soldi da spendere.

Il concreto pericolo per l’Italia: “Un esercito di kamikaze pronto ad entrare”

Il sospetto degli inquirenti sta proprio in quest’ultimo elemento: chi può permettersi di avere maggiore disponibilità economica per una traversata verso la Sicilia, potrebbe avere l’appoggio di un’associazione criminale. O, peggio ancora, anche di una terroristica. Ed il blitz Abiad conferma i sospetti. A capo dell’organizzazione che organizza i viaggi tra la costa tunisina e quella trapanese, vi è un soggetto che sui social posta inequivocabili segni di simpatie per l’Isis.Bandiere del califfato, esecuzioni, attentati, frasi che non lasciano spazio a dubbi: “È solo una la morte e per questo deve essere in nome di Dio”. Legami dunque conclamati quanto meno con le ideologie islamiste da parte del leader di questa banda, un tunisino che vivrebbe in Sicilia. Tra le accuse ipotizzate dagli inquirenti, c’è anche quella della possibile attività terroristica. Questo perchè nell’inchiesta emergono elementi che portano a pensare all’approdo in Sicilia di aspiranti kamikaze. Tutto nasce dalle rivelazioni di un pentito che, come si legge sull’AdnKronos, nell’agosto 2016 inizia a collaborare con la magistratura. Il pentito, un tunisino in carcere per reati legati allo spaccio di droga, racconta come è arrivato ed in che modo entra in contatto con la banda sgominata oggi. 
In particolare, il tunisino racconta di un suo incontro con un connazionale nel centro di Marsala dopo essere approdato in Italia con un barcone nel febbraio 2016: “Ho incontrato Monji Ltaief – si legge nei verbali – Parlando con lui ho appreso che era al servizio di un soggetto di nome Fadhel conosciuto anche come Boulaya per via della sua barba molto folta. E’ ricercato in Tunisia per aver sparato a personale della guardia costiera tunisina”. Monji è tra gli arrestati del blitz Abiad. Viene riconosciuto come uno dei leader dell’associazione, ma il vero capo, colui che posta immagini dell’Isis, è ancora ricercato. Ma il pentito, nel suo racconto, va avanti. “Nel giugno del 2016 – si legge ancora – ho incontrato un tunisino di nome Ahmed e so per certo che è ricercato in Tunisia per terrorismo ed è arrivato in Italia da qualche mese. Attualmente dovrebbe vivere a Palermo”. Nel suo racconto, il pentito tunisino specifica di voler parlare perchè teme “un esercito di kamikaze” pronto ad entrare in Italia grazie al sistema degli sbarchi da lui stessi fatto emergere. Secondo il tunisino dunque, almeno un terrorista è attivo nel nostro paese e vivrebbe nel capoluogo siciliano, ma potrebbe certamente non essere l’unico. 
Il quadro che emerge è dunque tanto chiaro quanto allarmante: gli sbarchi nel trapanese, avvenuti più in sordina a livello mediatico in quanto minori di numero rispetto a quelli che coinvolgono l’agrigentino, trasportano gente che ha un alto livello di pericolosità criminale. Persone ricercate in Tunisia, che riescono ad entrare nel nostro paese. E l’attenzione, sotto il fronte del rischio terrorismo, rimane dunque molto alta. 

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