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Quel mancato incontro tra Gramsci e D’Annunzio

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Di Antonio Vitale

Sebbene il Partito Comunista d’Italia fu uno dei più strenui avversari dell’impresa Fiumana, è innegabile che questa riuscì ad influenzare anche alcuni suoi membri: Nicola Bombacci, che sostenne sin da subito l’avventura; Ezio Riboldi, condannato al confino per poi a guerra conclusa rientrare nelle file del PCI (grazie a lui si sa dell’esistenza di alcuni telegrammi inviati da D’Annunzio a Lenin in cui auspicava un’alleanza tra Mosca e Fiume); Renato Cigarini, tesoriere del PCI coinvolto negli eventi che riguardarono l’oro di Dongo, mandato a Fiume probabilmente da Gramsci così da informarlo sugli eventi quotidiani. È proprio giungendo alla figura simbolo del marxismo italiano che si può tracciare un percorso storico molto più veritiero rispetto alle sporadiche, e talvolta anche falsate, notizie che si hanno riguardo il rapporto tra il filosofo comunista e il poeta simbolo dell’Italia del primo 900.
Per Gramsci Gabriele D’Annunzio fu uno di quei letterati italiani che data l’apoliticità del popolo italiano si voleva assurgere a “Vate” e rappresentante di tutto il popolo italiano, indistintamente dalla posizione politica per temprarlo alla coscienza nazionale. Citando testualmente i quaderni:
Si potrebbe studiare la politica di D’Annunzio come uno dei tanti ripetuti tentativi di letterati per promuovere un nazionalsocialismo in Italia (cioè per condurre le grandi masse all’«idea» nazionale o nazionalista-imperialista).
Agli esordi dell’avventura fiumana, nell’articolo del 4 ottobre 1919 Gramsci commentando a caldo l’evento si adeguò all’opinione presente in gran parte del PSI definendo D’Annunzio servo della massoneria anglo-francese, che avendo abbandonato i suoi burattinai, si è messo a capo di un’insurrezione reazionaria atta ad impedire alla borghesia di pagare le ingenti tasse che sarebbero state imposte dallo stato centrale alla fine della guerra. I governi locali in cui erano scoppiati tumulti, sulla questione di Fiume inasprirono il conflitto con lo stato centrale cercando di creare stati permanenti così che i proprietari di Sardegna, di Sicilia, di Valdaosta, del Friuli ecc. dimostreranno che i popoli sardo, siciliano, valdaostano, friulano ecc. non sono italiani fabbricando prove a sostegno di un’italianità imposta e di un atavico sentimento di indipendenza dei rispettivi popoli.
Stessa sarà l’opinione della redazione di Umanità Nova. Non risultano altri articoli scritti da Gramsci durante l’impresa, sebbene pochi giorni dopo il Natale di sangue, durante il quale il governo italiano inviò vari battaglioni del regio esercito e la regia marina per costringere alla resa gli uomini di D’Annunzio, il filosofo sardo si espresse in difesa dei legionari contro la propaganda del governo liberale di Giolitti, che aveva rappresentato i legionari
come un’orda di briganti, gente senza arte né parte, assetata solo di soddisfare le passioni elementari della bestialità umana: la prepotenza, i quattrini, il possesso di molte donne. D’Annunzio, il capo dei legionari, è stato presentato come un pazzo, come un istrione, come un nemico della patria, come un seminatore di guerra civile, come un nemico di ogni legge umana e civile
riuscendo a modellare a suo favore parte dell’opinione pubblica.
Dopo che i legionari abbandonarono Fiume, Nino Daniele, amico personale di D’Annunzio già da prima della guerra, si recò a Roma dove incontrò Nicola Bombacci per discutere su un possibile appoggio dei comunisti italiani ad un colpo di stato che avrebbe portato D’Annunzio ad assumere la presidenza di uno stato repubblicano. Bombacci, affermando che altri “comunisti puri”, tra cui Luigi Repossi e Guglielmo Camurali, dividevano la stessa sua simpatia per il comandante, consigliò di cercare di contattare il direttore di Ordine Nuovo, dato che a suo dire ne condivideva le idee. Il 9 gennaio Nino Daniele ebbe un colloquio per due ore con Gramsci a Torino. Qui viene riportato per intero il memorandum:
Sono convinto da un pezzo che il partito avrebbe dovuto tentare di avvicinare D’Annunzio. C’è una prevenzione nostra contro di voi come ce n’è una vostra contro di noi. Entrambe sono assurde. Nel nostro partito le persone, le opinioni individuali non contano. Purtroppo però contano gli imbecilli, in quanto sono la maggioranza, come in tutti i partiti. L’ideologia comunista in questo momento è la più nazionale. Noi non siamo contro la patria, ma contro la patria borghese. La rivolta dannunziana contro il vassallaggio imposto dall’Inghilterra e dalla Francia all’Italia è anche una nostra rivolta. Noi riconosciamo di non potere, attualmente, far astrazione dalle altre classi. Noi conosciamo – io sono sardo – e ci preoccupiamo dei problemi del Mezzogiorno. In questo senso noi continuiamo il movimento di un secolo e di mezzo secolo fa per l’unità d’Italia. La cultura non è da noi temuta, ma propugnata. Noi sentiamo che la divisione dei veri rivoluzionari rafforza solo Giolitti e il regime. I fascisti sono per me i difensori dei piccoli borghesi, analoghi alle guardie nazionali, contro il brigantaggio meridionale ch’ebbe la sua parte nel Risorgimento. D’Annunzio, prima di fare qualunque atto a favore nostro, dovrebbe rompere con loro, che del resto han dimostrato di averlo abbandonato nel pericolo e di voler tuttora sfruttarlo soltanto. A noi non importa tanto l’abolizione della proprietà privata, quanto l’organizzazione.
Fascicolo di Nicola Bombacci presente all’interno del casellario politico di pubblica sicurezza
Fascicolo di Nicola Bombacci presente all’interno del casellario politico di pubblica sicurezza
Nella primavera del 1921 quando il fascismo, dopo il congresso del 24 maggio 1920, abbandonò definitivamente la linea del “socialismo nazionale” sansepolcrista e si accinse gradualmente a prendere il potere in Italia, D’Annunzio quasi si autoescluse dalla vita politica italiana esiliandosi nella sua villa a Gardone: proprio in questo periodo avvenne il tentato incontro tra D’Annunzio e Gramsci raccontato nel 1933 da Nino Daniele, esule antifascista in Brasile, in uno dei suoi “quaderni della libertà” dal titolo “Fiume Bifronte la storia del mancato incontro”. A convincere Gramsci fu Mario Giordano, tenente dell’esercito e combattente durante il Natale di sangue, il quale venne descritto da Togliatti come
tipo simpatico, ma molto strano. Doveva aver riportato in guerra, una ferita alla testa e gli capitava di addormentarsi, in piedi, mentre parlava. Si definiva comunista, ma le sue idee erano assai confuse.
Questo aveva convinto Gramsci ad avere un colloquio con D’Annunzio, sperando in un’intesa tra i due e in una rivoluzione “socialdannunziana” appoggiata dal PCI, mentre Gramsci sperava probabilmente, stando alle parole di Togliatti, nella formazione di un fronte unico antifascista per abbattere il pericolo nero. Daniele quindi inviò una lettera al Comandante in cui annunciava la visita di Gramsci: caso volle che nello stesso giorno dell’incontro, tenuto in gran segreto per paura di attacchi fascisti, a Gardone era presente anche Mario Maria Martini, uno degli elementi dell’estrema destra fiumana, che venuto a sapere della presenza di Gramsci si recò da D’Annunzio prima. D’Annunzio invitò Daniele a colazione insieme a Martini, ma di ciò che si dissero i convitati non si sa nulla eccetto qualche considerazione di Daniele stesso, secondo cui senza Martini l’incontro sarebbe sicuramente avvenuto. Una lettera di D’Annunzio senza destinatario, ma quasi sicuramente indirizzata a Daniele corrispondendo le date, dovrebbe indicare come si concluse l’incontro:
Caro amico, Io non posso lasciarmi imporre i colloqui. Io Voglio sempre scegliere il momento che credo opportuno. Non riceverò il signor Gramsci. E non posso essere accusato di scortesia perché Ella ebbe l’incarico di avvertirlo. Buona Pasqua! 
 In seguito al mancato incontro, Gramsci si trattenne insieme a Nino Daniele e Mario Giordano per tre giorni al Grand Hotel Fasano vicino Gardone. Durante la loro permanenza discussero su vari argomenti: mentre Daniele esponeva l’ideologia fiumana a Gramsci, questo spiegava le sue interpretazioni della dottrina marxista e illustrava la sua visione del Mezzogiorno e l’interpretazione del Risorgimento in senso classista. Gramsci riconfermò la sua esaltazione della patria proletaria contro la patria borghese e criticando il suo partito risultò molto avverso nei confronti di Francesco Misiano (quello di Misiano è un topos che ricorre spesso negli scritti degli ex legionari) non condividendone la condotta durante i moti spartachisti in Germania. Il filosofo sardo inoltre affermò che la rivoluzione comunista in Italia sarebbe avvenuta a breve e che i marxisti si sarebbero impadroniti gradualmente di ogni città fino ad arrivare a Roma, progetto che Daniele giudicò troppo periferico. Daniele riferì tutto ciò a D’Annunzio sperando di fargli cambiare idea: questo risulterà irremovibile affermando che pur avendo creduto nella possibilità di una rivoluzione durante il periodo fiumano, ormai disilluso si tirava fuori da qualsiasi velleità rivoluzionaria sia dei fascisti che di qualunque altro movimento politico.

Fonte: http://www.lintellettualedissidente.it/storia/antonio-gramsci-gabriele-dannunzio/

Gramsci e i movimenti populisti: un contributo alla discussione

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Di Militant

Nel 1949, nell’ambito della prima edizione completa dei Quaderni del carcere, Einaudi pubblica uno dei testi più famosi e importanti di Antonio Gramsci: Note sul Machiavelli, sulla politica e sullo Stato moderno. Come noto, i Quaderni determineranno il pensiero e la politica del Pci nel secondo dopoguerra. Molte delle riflessioni contenute sono preziose tutt’oggi: ad esempio, l’atteggiamento comunista nei confronti del populismo. Per tale ragione, riproponiamo qui un breve passo contenuto nel Machiavelli, che quasi novant’anni dopo (i Quaderni furono scritti tra il 1929 e il 1935) ancora chiarisce il rapporto dialettico tra movimento comunista e quei soggetti politici populisti che di volta in volta acquisiscono consensi popolari più delle loro reali capacità di rappresentarli:  “Si potrebbe fare una ricerca sui giudizi emessi a mano a mano che si sviluppavano certi movimenti politici, prendendo come tipo il movimento boulangista (dal 1886 al 1890 circa)[…] Di fronte a questi eventi, l’economismo si pone la domanda: a chi giova immediatamente l’iniziativa in quistione? E risponde con un ragionamento tanto semplicistico quanto paralogistico. Giova immediatamente a una certa frazione del gruppo dominante e per non sbagliare questa scelta cade su quella frazione che evidentemente ha una funzione progressiva e di controllo sull’insieme delle forze economiche. Si può essere sicuri di non sbagliare, perché necessariamente, se il movimento preso in esame andrà al potere, prima o poi la frazione progressiva del gruppo dominante finirà col controllare il nuovo governo e col farsene uno strumento per rivolgere a proprio benefizio l’apparato statale”.  Gramsci prende ad esempio il movimento boulangista sviluppatosi in Francia alla fine del XIX secolo, un movimento populista ante litteram e sui generis, ma che nelle sue caratteristiche salienti può servire adeguatamente come sintesi di un ragionamento volto a sviscerare il come va analizzato un movimento del genere. L’”economismo”, che dovremmo intendere qui come economicismo, si pone, dal punto di vista di Gramsci, la domanda sbagliata: a chi giova quel movimento? Una domanda sbagliata perché contiene in sé una risposta ovvia e consolante: giova immediatamente ai gruppi dominanti. “Si può essere sicuri di non sbagliare” dando questa risposta, dice Gramsci, perché è nell’essenza stessa dei movimenti populisti quello di non avere soluzioni praticabili una volta giunti al potere. L’assenza di soluzioni riconduce la politica dei movimenti populisti sotto l’alveo dei gruppi economici dominanti, come ovvio che sia. Ma l’atteggiamento comunista, inteso come rapporto dialettico tra organizzazione comunista e movimenti populisti, non può limitarsi a questa domanda falsata dal presupposto economicista di partenza, riportando tutta la contraddizione dialettica entro la sfera di un determinismo economico oggettivo ma incapace di cogliere il nodo decisivo che porta al sorgere di tali movimenti:  “Si tratta dunque di un’infallibilità a buon mercato e che non solo non ha significato teorico, ma ha scarsissima portata politica ed efficacia pratica: in generale non produce altro che prediche moralistiche e quistioni personali interminabili. Quando un movimento di tipo boulangista si produce, l’analisi dovrebbe realisticamente essere condotta secondo questa linea: 1) contenuto sociale della massa che aderisce al movimento; 2) questa massa che funzione aveva nell’equilibrio di forze, che va trasformandosi come il nuovo movimento dimostra col suo stesso nascere? 3) le rivendicazioni che i dirigenti presentano e che trovano consenso quale significato hanno politicamente e socialmente? A quali esigenze effettive corrispondono? 4) esame della conformità del mezzi al fine proposto; 5) solo in ultima analisi, e presentata in forma politica e non moralistica, si prospetta l’ipotesi che tale movimento necessariamente verrà snaturato e servirà a ben altri fini da quelli che le moltitudini seguaci se ne attendono. Invece questa ipotesi viene affermata preventivamente quando nessun elemento concreto (che cioè appaia tale con l’evidenza del senso comune e non per una analisi “scientifica” esoterica) esiste ancora per suffragarla, così che essa appare come una accusa moralistica di doppiezza e di malafede o di poca furberia, di stupidaggine (per i seguaci)”.  L’approccio materialistico promosso da Gramsci ribalta i termini della questione: non “a chi giova immediatamente” questo o quel movimento populista, ma quali contraddizioni sociali sono alla radice del suo rafforzamento, quali “masse” esso aggrega, che tipo di rapporto queste hanno con lo sviluppo economico dominante, quali esigenze sociali stanno alla base del rafforzamento populista? E’ solo rispondendo a queste domande che potrà darsi una lettura adeguata del fenomeno populista. E solamente costringendo alla completa coerenza del suo messaggio dal punto di vista di quelle stesse masse, che successivamente (successivamente alla sua presa del potere) potranno indagarsi le ragioni del suo fallimento. Non prima. Non a prescindere.  La riflessione gramsciana prosegue analizzando le tare di un pensiero economicista incapace di cogliere il senso degli eventi politici nella sua contraddittoria complessità. Ci bastano però questi due rapidi passaggi per ricollegarci all’oggi e alle interpretazioni possibili della forza dei populismi. Chi ne critica a prescindere le posizioni riducendo tutta la complessità a questa o quella istanza ambigua o reazionaria, in base a moralismi o facili determinismi economici, si sta ponendo la domanda sbagliata: “a chi giova immediatamente”; e, di conseguenza, trova la risposta sbagliata: “alla borghesia”, tout court; cancellando le contraddizioni reali e il movimento reale che hanno determinato la forza del populismo nei nostri tempi.  Non si comprenderà adeguatamente la forza dei movimenti populisti se non si coglie la natura dell’attuale modello produttivo liberista; se non si lega l’attuale composizione sociale alla crisi economica; se non si individuano le ragioni alla base del processo di impoverimento di massa che stanno subendo le società occidentali. Aggirando tali questioni, si cadrà sempre nel tranello moralistico per cui chi aderisce ai movimenti populisti è “razzista”, “reazionario”, “sovranista”, ignorando la realtà dei fatti e procedendo per “analisi esoteriche” di una surrealtà virtuale. Non si comprenderanno mai adeguatamente i movimenti populisti se non nell’ambito di un’analisi critica dello spogliamento della sovranità economica degli Stati nazionali, frutto del processo di globalizzazione che ha dileguato il controllo della politica sui processi economici generali.

FONTE E ARTICOLO COMPLETO:http://www.militant-blog.org/?p=13949

L'attualità del pensiero di Antonio Gramsci nel mondo arabo

Antonio Gramsci e gli arabi

Di Shawqi Ben Hassan 

Antonio Gramsci (1891-1937) faceva parte dell’ambiente culturale italiano degli inizi del ‘900, ma aveva preso le distanze dal solito approccio della letteratura marxista che attaccava gli intellettuali borghesi e ambiva che i pensatori di sinistra emergessero come leader.




Le idee di Gramsci possono essere estrapolate dal loro contesto e aiutarci a capire l’attuale situazione araba, dove la spinta verso il cambiamento è stata frustrata e le controrivoluzioni hanno avuto la meglio. Se una rivoluzione può generare una controrivoluzione, ogni struttura di potere può generare una struttura di potere alternativa e il pensiero di Gramsci descrive l’apparato di quest’ alternativa.
In Sardegna, dove Gramsci nacque, le classi dirigenti e gli intellettuali tradizionalisti controllavano l’educazione e Gramsci mirava a togliere loro questo controllo. Studiò la dimensione culturale di questo dominio e formò il concetto di “egemonia culturale”, che consisteva nel descrivere i mezzi con cui lo stato subordina l’economia e la società.
Gramsci sosteneva che lo Stato governa la società con la repressione quando non può farlo con il consenso. Partendo da quest’idea, provò che le attività delle istituzioni come le scuole, la Chiesa e la stampa erano fondate sulla repressione proprio come la polizia, l’esercito e il potere giudiziario, repressione che era alla base anche di altre attività quali l’urbanistica e la divisione del lavoro. Tuttavia, ciò non significa che non ci fosse un modo per eludere quest’egemonia.
Gramsci immaginava il conflitto tra élite come un conflitto per “una posizione egemonica” e sviluppò il concetto di “strategia politica con una dimensione invisibile”, che chiamava “filosofia della prassi” che era la base degli “Intellettuali organici” per vincere la “guerra di posizione”.
La discussione sull’egemonia era un incentivo per liberarsi dal dominio repressivo dello Stato e un’opportunità per esplorare modi diversi di rifiutare l’autorità.
Il mondo arabo oggi vive soggiogato da una complessa egemonia culturale, l’egemonia dello Stato sulla società da una parte e quella del sistema internazionale sugli Stati dall’altra. Le strategie di entrambe le egemonie si sono evolute anche perché si sono potute avvalere della tecnologia.
Il pensiero di Gramsci secondo il quale “lo Stato ha come obiettivo di creare nuovi capitalisti e promuove le vecchie forme di accumulazione parassitaria del risparmio” si applica perfettamente a qualsiasi Paese arabo, dove i nuovi capitalisti formano un’élite economica parassitaria al servizio del sistema globale. Ma come fa lo Stato a imporre la sua egemonia?
Prima di tutto, sviluppa e complica l’egemonia culturale tramite la conoscenza, le idee, l’arte, ecc. In secondo luogo, congela i conflitti e impedisce che scoppino. Se applichiamo questa questione al mondo arabo, dobbiamo alterarla un poco: come può lo Stato imporre la sua egemonia senza sviluppare i mezzi per imporla? In altre parole, com’è possibile che l’egemonia possa essere imposta tramite strumenti tradizionali di cui ormai la gente è consapevole?
La situazione creata dalle rivoluzioni arabe rientra nel quadro di questa domanda.
In Egitto l’uso della forza bruta indica che c’è stata una falla nello sviluppo dei mezzi dell’egemonia culturale. In Tunisia la democrazia è stata usata come una copertura per ristabilire il vecchio sistema di egemonia culturale com’era prima della rivoluzione, malgrado la bancarotta, perché non c’erano alternative. In altre parole, i residui dei meccanismi dell’egemonia sono stati usati per convincere la gente che non esiste un’alternativa alla vecchia egemonia culturale.
Sia in Tunisia che in Egitto è impossibile spiegare il successo apparente dello Stato nell’imporre la sua egemonia senza prendere in considerazione l’approvazione del sistema internazionale e l’importazione delle competenze occidentali nell’egemonia culturale.
L’élite al governo nel mondo arabo sta trovando delle difficoltà nell’imporre la sua egemonia culturale ma ha ancora la capacità di congelare i conflitti. L’unico modo per uscirne è la guerra di posizione teorizzata da Gramsci.
Tuttavia un cambiamento non può aver luogo fino a quando non si identificano gli ostacoli al progresso e non si sviluppano metodi di pensiero, di visione e di azione. Per sviluppare una comune volontà popolare, bisogna identificare le condizioni necessarie perché questa emerga. Gramsci ci rassicura: “La volontà trova sempre i giusti strumenti per portare il cambiamento”.
Prima che ci sia un cambiamento, la società deve accettare i concetti appropriati ed è questo che manca nel mondo arabo. Perché questi concetti si sviluppino, ci dovrebbe essere un conflitto interno tra i guardiani dello status quo. Sfortunatamente non è ancora successo. Gramsci soleva dire: “Pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della volontà”.
Shawqi Ben Hassan è corrispondente da Tunisi per Al-Araby al-Jadeed.
Traduzione e sintesi di Chiara Cartia

TITOLO ORIGINALE ARTICOLO:"Antonio Gramsci e gli arabi"

Il cesarismo secondo Gramsci



http://www.filosofico.net/Antologia_file/AntologiaG/gramsci3.htm

Si può dire che il cesarismo esprime una situazione in cui le forze in lotta si equilibrano in modo catastrofico, cioè si equilibrano in modo che la continuazione della lotta non può concludersi che con la distruzione reciproca.







Quando la forza progressiva A lotta con la forza regressiva B, può avvenire non solo che A vinca B o B vinca A, può avvenire anche che non vinca né A né B, ma si svenino reciprocamente e una terza forza C intervenga dall'esterno assoggettando ciò che resta di A e di B. Nell'Italia dopo la morte del Magnifico è appunto successo questo, com'era successo nel mondo antico con le invasioni barbariche. Ma il cesarismo, se esprime sempre la soluzione "arbitrale", affidata a una grande personalità, di una situazione storico-politica caratterizzata da un equilibrio di forze a prospettiva catastrofica, non ha sempre lo stesso significato storico. Ci può essere un cesarismo progressivo e uno regressivo e il significato esatto di ogni forma di cesarismo, in ultima analisi, può essere ricostruito dalla storia concreta e non da uno schema sociologico. È progressivo il cesarismo, quando il suo intervento aiuta la forza progressiva a trionfare sia pure con certi compromessi e temperamenti limitativi della vittoria; è regressivo quando il suo intervento aiuta a trionfare la forza regressiva, anche in questo caso con certi compromessi e limitazioni, che però hanno un valore, una portata e un significato diversi che non nel caso precedente. Cesare e Napoleone I sono esempi di cesarismo progressivo. Napoleone III e Bismarck di cesarismo regressivo. Si tratta di vedere se nella dialettica rivoluzione-restaurazione è l'elemento rivoluzione o quello restaurazione che prevale, poiché è certo che nel movimento storico non si torna mai indietro e non esistono restaurazioni in toto. Del resto il cesarismo è una formula polemico-ideologica e non un canone di interpretazione storica. Si può avere soluzione cesarista anche senza un Cesare, senza una grande personalità "eroica e rappresentativa". Il sistema parlamentare ha dato anch'esso un meccanismo per tali soluzioni di compromesso.

(A. Gramsci, Quaderni del carcere)

L'influenza del pensiero di Gramsci su Podemos

Di Andrea Ortu
Gli studi che provano a decifrare le ragioni del successo di Podemos ormai si sprecano, e non sto qui ad elencarli. Quello che però vorrei rimarcare – per esserne stato testimone oculare a partire dal maggio del 2011 qui a Madrid – , è chePodemos non è nato dal nulla, semmai è stato il naturale sbocco a quello straordinario episodio di partecipazione democratica conosciuto in Spagna come 15-M (in riferimento alla data della sua costituzione), o movimento degliIndignados. Il quale, non essendosi evoluto allora in azione politica concreta, si è andato negli anni affievolendo (pur mantenendo sino ad oggi una presenza attiva in iniziative assembleari di quartiere), per rinvigorirsi e convergere ora su Podemos, abile nel riproporre quelle stesse rivendicazioni politiche e sociali emerse nel 2011.
L’altro aspetto saliente di Podemos, a differenza di altri movimenti o partiti di recente formazione (come, ad esempio, il Movimento 5 Stelle in Italia), è che questo si appoggia su solidissime basi teoriche e consolidate dottrine politiche. E se dalle cattedre della facoltà di scienze politiche dell’Università Complutense di Madrid provengono alcuni dei principali leader e teorici del partito (Pablo Iglesias, per l’appunto, ma anche Juan Carlos Monedero o Íñigo Errejón), è a un sardo di umili origini che si deve il merito di aver concepito la struttura ideologica portante di tale artificio politico.
Un sardo poco conosciuto in Spagna, e ahimè ormai abbastanza ignorato anche in Italia, ma che in America Latina è attualmente tra i politologi più studiati e apprezzati di sempre: Antonio Gramsci. Proprio lui, filtrato da ricercatori postmarxisti del calibro di Ernesto Laclau (e, prima ancora, materia di approfondimento per gli intellettuali argentini Héctor Agosti e José Aricó, o elemento ispiratore del Simposio Internazionale tenutosi a Santiago del Cile nel 1987), è entrato a pieno titolo nel programma di Podemos, e per questo motivo viene citato in continuazione dal suo nucleo dirigente.
In particolare, tra gli elementi del gramscismo che piacciono maggiormente a Iglesias e compagni, c’è l’idea che la rivoluzione sia un obiettivo dinamico, in continua transformazione, e che tale rivoluzione si debba adattare alla società contemporanea in modo trasversale, implicando tutte le classi sociali, senza cadere nella trappola della contrapposizione tra queste.
Altro punto di contatto, sta nella necessità di formare una cultura popolare (opposta a quella borghese ufficiale), per far nascere nel popolo l’esigenza della rivoluzione e di cambiamenti sociali, come logiche conseguenze. A favorire il processo di creazione dei nuovi valori culturali, etici e morali sono chiamati gli intellettuali che, nel caso specifico di Podemos, agiscono coinvolgendo ed educando la base elettorale tramite metodi assembleari e partecipativi innovativi, in gran parte spinti attraverso le reti sociali.
La rivalutazione di Gramsci in terra di Spagna è già di per sé un fatto di notevole importanza, che ci dovrebbe far riflettere. In primo luogo perché conferma quanto imprescindibile sia l’eredità che l’intellettuale ci ha lasciato, e quanto poco ne siamo coscienti. E poi perché ci dimostra che le periferie possono apportare idee nuove e concetti stimolanti nello stagnante panorama politico tradizionale. Antonio Gramsci, infatti, se è riuscito a penetrare nell’immaginario di una certa classe politica e culturale latinoamericana, è perché ha affrontato la questione meridionale come un problema specifico di una realtà periferica, vittima degli strascichi del colonialismo centralizzante (militare, culturale o economico).
O quando parla di un occidente centrale contrapposto ad un occidente periferico. La Sardegna, sua terra d’origine, era – ed è – periferia dell’Italia, così come i Paesi latinoamericani sono stati – e in parte sono – ai margini di un occidente dominato dalle grandi potenze coloniali. In questo sta il riconoscersi dgli analisti Argentini, Brasiliani, Messicani o Cileni nelle teorie gramsciane, e su questo fanno leva gli ideologi di Podemos (o quelli di Syriza in Grecia), quando denunciano il sordo centralismo dell’Unione Europea nei riguardi della periferica Spagna, rivendicando un maggiore protagonismo e una partecipazione più determinante nelle decisioni politiche ed economiche comunitarie.
Se una cosa positiva ha portato la globalizzazione, è che ogni punto del mondo, persino il più piccolo e isolato, può essere per una volta anche il suo centro. Così, non deve stupire che un Antonio Gramsci da Ghilarza sia portato alla ribalta internazionale da intellettuali d’oltre oceano o da uno dei partiti di maggior successo della Spagna. Sperando che, quando di questo in Sardegna ci accorgeremo, riusciremo noi rassegnati isolani periferici a saperci meno isolati, se non anche al centro del mondo, per un momento.

Cyberutenti di tutto il mondo unitevi!

Di Giuseppe Casarrubea
 C’è una nuova categoria di persone che Antonio Gramsci avrebbe incluso tra gli intellettuali di massa. Ed è quella del vasto popolo degli utenti di internet. Essi, oltre ad essere produttori, sono anche fruitori più o meno inconsapevoli, del cyberspazio grazie al quale i cieli del mondo sono diventati  autostrade del pensiero.
Ma si dà il fatto che tutti ci corrono in maniera più o meno solitaria, mentre le persone reali, in carne e ossa, se ne rimangono relegate alle loro poltrone, e ai sogni di tutti i giorni. Quelli che non possono circolare nello spazio impunemente, perchè qualcuno, ancora più in alto, li sovrasta. O meglio li controlla. Come aveva previsto Orwel. Chi è visibile ed ha diritto di parola ha un potere, quello latino del possum, chi non ha questa possibilità è marginale o non incide di fatto. Tuttavia qualcuno ci segue tutti.
Non stiamo parlando degli elenchi in mano ai generali golpisti. Sulla loro compilazione ormai certi settori deviati dello Stato hanno acquisito un’ampia competenza. E pure noi. O dei mafiosi latitanti. Su di loro, pur se si hanno gli indirizzi personali e degli “amici degli amici”, si applica sempre il beneficio dell’inventario. Si prendono quando è ora. Di fatto, nonostante i successi ottenuti per un gran numero di lazzaroni, essi sono destinati a restare praticamente liberi a tempo indeterminato. Non si tratta neppure di delinquenti alle prese con il malaffare e con il crimine organizzato, con “Cosa Nostra” o con l’intrallazzo.
George Orwell
Stiamo parlando di gente perbene, di intellettuali che un tempo Gramsci (scusate il riferimento obsoleto), avrebbe definito intellettuali di massa. E’ il popolo che gravita attorno ai blog, ai siti web, alla comunicazione ‘orizzontale’: il futuro che sommergerà, da qui a qualche anno – dicono le previsioni – il mondo della carta stampata, i monopolisti dell’informazione mass-mediale di tipo tradizionale. I proprietari della carta stampata hanno da sempre costituito un potere speciale, una sorta di “stay behind” della pubblica opinione. Il soccorso del potere. Chi è stato democratico si è comportato di conseguenza, chi non lo è stato si è comportato da pescecane.
Il popolo dei blogger è una massa libera, necessaria, opposta ai criminali.  Ai governi (si veda la primavera islamica), e a qualche altro che ci sta dietro, piacerebbe intrappolarlo. O sottoporlo a una lista di proscrizione. Chi merita e chi non merita.
Ora arrivano le prime avvisaglie di ciò che succederà sul piano della comunicazione virtuale e informatica. Cioè con la trasformazione orizzontale della comunicazione. Se non vuoi proprio dipendere da nessuno, a cominciare da quei mostri dell’informazione che sono l’Ansa e via dicendo, in mano per lo più a gente che fa il bello e il cattivo tempo, compri uno spazio e lo gestisci secondo la tua cultura e intelligenza. Se pensi di potere dipendere da qualcuno che ti concede di essere ospitato perché la tua parola possa manifestarsi, lo fai dentro i limiti dello spazio che ti viene concesso. Basta pagare. Le parole infatti non si misurano più con la giustezza dei righi, col corpo delle lettere, col lessico dei pesanti vocabolari che devi tenere sulla scrivania. Pagine e volumi si chiameranno in altro modo. Le parole si misurano in chilobyte (KB), in megabyte (MB) e in Gigabyte (GB). Come se fossero unità di misura celesti, che derivano dall’etere sempre più misterioso, come l’universo. E fin qui nulla di male. Anzi, tutto sembra grazia di Dio.
Il fatto è, però, che le avvisaglie dei fantasmi suscitati da tanta grazia, sono pesanti e colpiscono a fondo in modo mortale e barbarico. Peggio che ai tempi in cui ancora la stampa non era stata inventata. Quando i baroni nei loro territori facevano sentire il loro potere, la loro pericolosa autorità, capace di decidere della vita e della morte di ogni singola persona. Ciascuno provava il senso dello schiacciamento e alla fine si sentiva ben poca cosa rispetto a quel potere che aveva la forza di farlo scomparire. Coniavano moneta, stabilivano il jus primae noctis, imponevano tasse e taglieggiamenti vari, tenevano la popolazione sotto un dominio ferreo. La summa di tutti questi lacci e balzelli, imposti dalla cultura della violenza, fu (nessuno se la prenda a male) il nazismo e, prima ancora, il nostrano fascismo che fece dell’informazione il supremo comandamento del divieto.
1984-Big-Brother
Tutto era vietato e persino che la comunicazione potesse avvenire attraverso un dialogo di piazza tra due persone che magari parlavano di cosa stavano preparando a pranzo le loro mogli. Il ministro Severino oggi si limita ad ammonire il popolo dei blogger, lo invita ad essere responsabile. Qualche tribunale ne ha già messo sotto processo qualcuno, tra quelli che non sanno starsene tranquilli, come Carlo Ruta. E siccome la misura della responsabilità la detengono sempre lor signori, non è da escludere che prima o poi arrivi un capocentù, con il giummo e gli stivaloni, e ci venga a dire: Ora basta. Cosa che è successa molte volte a gente come noi. Con i costi relativi che solo noi paghiamo.
Tutto questo ha a che fare con la Costituzione che avremmo dovuto imparare a scuola materna e prima ancora quando eravamo lattanti al seno delle nostre madri.
Con la carta stampata andranno al macero anche i diritti irrinunciabili, e quegli altri che costituirono il fondamento della nostra società civile, del nostro Stato e della nostra esistenza.
Ma noi, popolo del web che parliamo alla gente per ricordare cose che hanno a che face col buon senso, dobbiamo spiegarle queste cose. Altrimenti succederà quello che è già successo: che le verità si capovolgono e chi ha potere lo usa per distorcerlo, per abusarne.  A meno che tutto non sia già completamente cambiato senza che nessuno di noi se ne sia accorto.
Perché è difficile che ciascuno possa accedere ai mezzi di comunicazione di massa, se non passa dal vaglio delle nuove plutocrazie mediatiche, televisive e non, che lo controllano. Vi è dunque una violenza sistemica e strutturata dentro lo stesso Stato che non tende a rimuovere gli ostacoli che impediscono l’esercizio di un diritto fondamentale, quello di espressione. E non ne è esente la Rai dove Reporter è un’eccezione.
L’art. 21 della Costituzione recita: “La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure”. Pare che non sia così. Chiunque, infatti, corre il rischio di vedersi messa la mordacchia per cose che si possono dire o no, a seconda delle convenienze altrui.
L’unico prerequisito del blogger è la serietà e il senso della responsabilità. Succede invece che in Italia non sono ormai pochi i casi di giornalisti che proprio per dare informazioni sulle cose che sanno, non solo hanno messa la mordacchia, ma vengono trascinati in tribunale e persino condannati. Quando non sono uccisi. Ma non si può nascondere il sole col colabrodo!
Dunque, curatori di blog, siti web, pafine di Facebook, commensali dei banchetti delle chat e delle newsletter e via dicendo, il nemico ci osserva. Dice di farlo in nome della sicurezza e per la difesa della democrazia. Ma in giro ci sono lupi rapaci che non vediamo, violentatori, terroristi del pensiero, gente che ci potrebbe fare saltare in aria, senza bombe. Inventiamo un santo protettore, un arcangelo che ci sia custode per terra e per i cieli. Che abbia la discrezione di non arrivare dentro le nostre scrivanie e dirci se stiamo sbagliando. Per questo delicato compito abbiamo la nostra coscienza. Superman o Batman non sono mai con noi.

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