Quel mancato incontro tra Gramsci e D’Annunzio

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Di Antonio Vitale

Sebbene il Partito Comunista d’Italia fu uno dei più strenui avversari dell’impresa Fiumana, è innegabile che questa riuscì ad influenzare anche alcuni suoi membri: Nicola Bombacci, che sostenne sin da subito l’avventura; Ezio Riboldi, condannato al confino per poi a guerra conclusa rientrare nelle file del PCI (grazie a lui si sa dell’esistenza di alcuni telegrammi inviati da D’Annunzio a Lenin in cui auspicava un’alleanza tra Mosca e Fiume); Renato Cigarini, tesoriere del PCI coinvolto negli eventi che riguardarono l’oro di Dongo, mandato a Fiume probabilmente da Gramsci così da informarlo sugli eventi quotidiani. È proprio giungendo alla figura simbolo del marxismo italiano che si può tracciare un percorso storico molto più veritiero rispetto alle sporadiche, e talvolta anche falsate, notizie che si hanno riguardo il rapporto tra il filosofo comunista e il poeta simbolo dell’Italia del primo 900.
Per Gramsci Gabriele D’Annunzio fu uno di quei letterati italiani che data l’apoliticità del popolo italiano si voleva assurgere a “Vate” e rappresentante di tutto il popolo italiano, indistintamente dalla posizione politica per temprarlo alla coscienza nazionale. Citando testualmente i quaderni:
Si potrebbe studiare la politica di D’Annunzio come uno dei tanti ripetuti tentativi di letterati per promuovere un nazionalsocialismo in Italia (cioè per condurre le grandi masse all’«idea» nazionale o nazionalista-imperialista).
Agli esordi dell’avventura fiumana, nell’articolo del 4 ottobre 1919 Gramsci commentando a caldo l’evento si adeguò all’opinione presente in gran parte del PSI definendo D’Annunzio servo della massoneria anglo-francese, che avendo abbandonato i suoi burattinai, si è messo a capo di un’insurrezione reazionaria atta ad impedire alla borghesia di pagare le ingenti tasse che sarebbero state imposte dallo stato centrale alla fine della guerra. I governi locali in cui erano scoppiati tumulti, sulla questione di Fiume inasprirono il conflitto con lo stato centrale cercando di creare stati permanenti così che i proprietari di Sardegna, di Sicilia, di Valdaosta, del Friuli ecc. dimostreranno che i popoli sardo, siciliano, valdaostano, friulano ecc. non sono italiani fabbricando prove a sostegno di un’italianità imposta e di un atavico sentimento di indipendenza dei rispettivi popoli.
Stessa sarà l’opinione della redazione di Umanità Nova. Non risultano altri articoli scritti da Gramsci durante l’impresa, sebbene pochi giorni dopo il Natale di sangue, durante il quale il governo italiano inviò vari battaglioni del regio esercito e la regia marina per costringere alla resa gli uomini di D’Annunzio, il filosofo sardo si espresse in difesa dei legionari contro la propaganda del governo liberale di Giolitti, che aveva rappresentato i legionari
come un’orda di briganti, gente senza arte né parte, assetata solo di soddisfare le passioni elementari della bestialità umana: la prepotenza, i quattrini, il possesso di molte donne. D’Annunzio, il capo dei legionari, è stato presentato come un pazzo, come un istrione, come un nemico della patria, come un seminatore di guerra civile, come un nemico di ogni legge umana e civile
riuscendo a modellare a suo favore parte dell’opinione pubblica.
Dopo che i legionari abbandonarono Fiume, Nino Daniele, amico personale di D’Annunzio già da prima della guerra, si recò a Roma dove incontrò Nicola Bombacci per discutere su un possibile appoggio dei comunisti italiani ad un colpo di stato che avrebbe portato D’Annunzio ad assumere la presidenza di uno stato repubblicano. Bombacci, affermando che altri “comunisti puri”, tra cui Luigi Repossi e Guglielmo Camurali, dividevano la stessa sua simpatia per il comandante, consigliò di cercare di contattare il direttore di Ordine Nuovo, dato che a suo dire ne condivideva le idee. Il 9 gennaio Nino Daniele ebbe un colloquio per due ore con Gramsci a Torino. Qui viene riportato per intero il memorandum:
Sono convinto da un pezzo che il partito avrebbe dovuto tentare di avvicinare D’Annunzio. C’è una prevenzione nostra contro di voi come ce n’è una vostra contro di noi. Entrambe sono assurde. Nel nostro partito le persone, le opinioni individuali non contano. Purtroppo però contano gli imbecilli, in quanto sono la maggioranza, come in tutti i partiti. L’ideologia comunista in questo momento è la più nazionale. Noi non siamo contro la patria, ma contro la patria borghese. La rivolta dannunziana contro il vassallaggio imposto dall’Inghilterra e dalla Francia all’Italia è anche una nostra rivolta. Noi riconosciamo di non potere, attualmente, far astrazione dalle altre classi. Noi conosciamo – io sono sardo – e ci preoccupiamo dei problemi del Mezzogiorno. In questo senso noi continuiamo il movimento di un secolo e di mezzo secolo fa per l’unità d’Italia. La cultura non è da noi temuta, ma propugnata. Noi sentiamo che la divisione dei veri rivoluzionari rafforza solo Giolitti e il regime. I fascisti sono per me i difensori dei piccoli borghesi, analoghi alle guardie nazionali, contro il brigantaggio meridionale ch’ebbe la sua parte nel Risorgimento. D’Annunzio, prima di fare qualunque atto a favore nostro, dovrebbe rompere con loro, che del resto han dimostrato di averlo abbandonato nel pericolo e di voler tuttora sfruttarlo soltanto. A noi non importa tanto l’abolizione della proprietà privata, quanto l’organizzazione.
Fascicolo di Nicola Bombacci presente all’interno del casellario politico di pubblica sicurezza
Fascicolo di Nicola Bombacci presente all’interno del casellario politico di pubblica sicurezza
Nella primavera del 1921 quando il fascismo, dopo il congresso del 24 maggio 1920, abbandonò definitivamente la linea del “socialismo nazionale” sansepolcrista e si accinse gradualmente a prendere il potere in Italia, D’Annunzio quasi si autoescluse dalla vita politica italiana esiliandosi nella sua villa a Gardone: proprio in questo periodo avvenne il tentato incontro tra D’Annunzio e Gramsci raccontato nel 1933 da Nino Daniele, esule antifascista in Brasile, in uno dei suoi “quaderni della libertà” dal titolo “Fiume Bifronte la storia del mancato incontro”. A convincere Gramsci fu Mario Giordano, tenente dell’esercito e combattente durante il Natale di sangue, il quale venne descritto da Togliatti come
tipo simpatico, ma molto strano. Doveva aver riportato in guerra, una ferita alla testa e gli capitava di addormentarsi, in piedi, mentre parlava. Si definiva comunista, ma le sue idee erano assai confuse.
Questo aveva convinto Gramsci ad avere un colloquio con D’Annunzio, sperando in un’intesa tra i due e in una rivoluzione “socialdannunziana” appoggiata dal PCI, mentre Gramsci sperava probabilmente, stando alle parole di Togliatti, nella formazione di un fronte unico antifascista per abbattere il pericolo nero. Daniele quindi inviò una lettera al Comandante in cui annunciava la visita di Gramsci: caso volle che nello stesso giorno dell’incontro, tenuto in gran segreto per paura di attacchi fascisti, a Gardone era presente anche Mario Maria Martini, uno degli elementi dell’estrema destra fiumana, che venuto a sapere della presenza di Gramsci si recò da D’Annunzio prima. D’Annunzio invitò Daniele a colazione insieme a Martini, ma di ciò che si dissero i convitati non si sa nulla eccetto qualche considerazione di Daniele stesso, secondo cui senza Martini l’incontro sarebbe sicuramente avvenuto. Una lettera di D’Annunzio senza destinatario, ma quasi sicuramente indirizzata a Daniele corrispondendo le date, dovrebbe indicare come si concluse l’incontro:
Caro amico, Io non posso lasciarmi imporre i colloqui. Io Voglio sempre scegliere il momento che credo opportuno. Non riceverò il signor Gramsci. E non posso essere accusato di scortesia perché Ella ebbe l’incarico di avvertirlo. Buona Pasqua! 
 In seguito al mancato incontro, Gramsci si trattenne insieme a Nino Daniele e Mario Giordano per tre giorni al Grand Hotel Fasano vicino Gardone. Durante la loro permanenza discussero su vari argomenti: mentre Daniele esponeva l’ideologia fiumana a Gramsci, questo spiegava le sue interpretazioni della dottrina marxista e illustrava la sua visione del Mezzogiorno e l’interpretazione del Risorgimento in senso classista. Gramsci riconfermò la sua esaltazione della patria proletaria contro la patria borghese e criticando il suo partito risultò molto avverso nei confronti di Francesco Misiano (quello di Misiano è un topos che ricorre spesso negli scritti degli ex legionari) non condividendone la condotta durante i moti spartachisti in Germania. Il filosofo sardo inoltre affermò che la rivoluzione comunista in Italia sarebbe avvenuta a breve e che i marxisti si sarebbero impadroniti gradualmente di ogni città fino ad arrivare a Roma, progetto che Daniele giudicò troppo periferico. Daniele riferì tutto ciò a D’Annunzio sperando di fargli cambiare idea: questo risulterà irremovibile affermando che pur avendo creduto nella possibilità di una rivoluzione durante il periodo fiumano, ormai disilluso si tirava fuori da qualsiasi velleità rivoluzionaria sia dei fascisti che di qualunque altro movimento politico.

Fonte: http://www.lintellettualedissidente.it/storia/antonio-gramsci-gabriele-dannunzio/

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