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Osama Bin Laden iniziò ad odiare l'Occidente dopo aver visitato Stratford-upon-Avon, la città natale di Shakespeare

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L'odio di Osama Bin Laden per l'Occidente è maturato in giovane età nel corso di un suo viaggio-studio in Inghilterra quando era teenager e visitò la città natale di William Shakespeare, Stratford-upon-Avon.
E' quanto emerge dal diario che il capo di Al Qaeda teneva, parte dei 470 mila documenti recuperati nel raid delle forze speciali Usa compiuto nel 2011 per eliminare la primula rossa del terrorismo internazionale nel suo 'fortino' di Abbottabad, in Pakistan, e pubblicati dalla Cia.
Come si legge sul Guardian, nonostante circolassero diverse voci sui viaggi in Occidente di Bin Laden, questa è la prima conferma. Il defunto capo di Al Qaeda aveva 14 anni quando trascorse 10 settimane in Gran Bretagna per "studiare" e ha lasciato il suo ricordo di quei giorni. Si diceva "non impressionato" dalla visita alla casa di Shakespeare e definiva "decadente" la società britannica nonché molto diversa dalla sua, figlio di un miliardario costruttore saudita.
Today we released nearly 470,000 files recovered in 2011 raid on Usama Bin Ladin’s compound in Abbottabad, Pakistan.http://bit.ly/2z4XD6e 
"Il rilascio offre l'opportunità al popolo americano di conoscere più approfonditamente i piani e le attività di questa organizzazione terroristica", ha detto il direttore della Cia, Mike Pompeo.

BIN LADEN, la CIA rende pubblici più di 470mila documenti 'top secret'

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Di Salvatore Santoru

La CIA ha reso pubblici più di 470mila file sino ad ora segreti su Osama Bin Laden.

Più precisamente,come si legge sul Post(1), si tratta di documenti trovati nel computer dello stesso Bin Laden nel suo rifugio in Pakistan.

NOTA:

(1) http://www.ilpost.it/2017/11/02/documenti-bin-laden-computer/

La rinascita di Al Qaeda con Hamza bin Laden

Hamza Bin Laden

Di Lorenzo Vita

Il rapporto fra Stato Islamico e Al Qaeda è un rapporto controverso. Da un lato, i due movimenti hanno una matrice comune terroristica e di odio nei confronti dell’Occidente, ma dall’altra, vivono ed operano in settori e metodi completamente differenti. Anzi, si potrebbe dire che la nascita dello Stato Islamico in Iraq, poi allargato al Levante, la Siria, sia proprio originata da una separazione ideologica fra il terrorismo islamico iracheno e Al Qaeda. Daesh rappresenta la declinazione moderna, della nuova generazione, del jihad globale. I suoi metodi di propaganda, il suo sistema d’indottrinamento e la sua capacità di penetrare in vasti settori della società, sono completamente diversi da quelli perpetrati da Al Qaeda. Ed anche gli obiettivi, alla fine, sono divergenti. Lo Stato Islamico si è strutturato come Stato, ha una casa madre, un esercito, una gerarchia specifica ovunque. Al Qaeda è e resta una sigla terroristica che ha altrettante sigle terroristiche affilate ad essa, ma proviene da insegnamento diversi, da un jihad fato anche di capacità camaleontiche, di occultamento, anche di una certa dose di opportunismo politico.
L’incapacità di Al Qaeda di comprendere i grandi avvenimenti delle primavere arabe e di inserirsi nel contesto siriano, così come la decapitazione del gruppo con la morte di Bin Laden, hanno reso il Califfato, appena nascente, un approdo per tutti coloro che si univano o volevano unirsi al jihad in questi tempi. Nell’assenza di leadership e nell’incapacità di essere attraente per il pubblico dei giovani e dei lupi solitari, il Califfato ha preso nel tempo la leadership del jihadismo globale. Eppure, in questo frangente, qualcosa si sta muovendo, ed è proprio da questi due elementi, cioè assenza di appeal e guida carismatica, che si può inserire l’avvento di un nuovo personaggio, un nuovo Bin Laden: Hamza Bin Laden.
Dieci giorni prima dell’attentato di Manchester, il figlio di Osama Bin Laden è tornato a farsi vivo, inviando un suo messaggio a tutto il mondo del terrorismo islamico. Il messaggio audio, di pochi minuti, chiedeva di vendicare l’uccisione del padre e di colpire l’Occidente, in una guerra santa che attaccasse sia “crociati” sia “ebrei”. Dieci minuiti di video audio che hanno fatto tremare le intelligence di molti Paesi e che hanno riportato il terrore di Al Qaeda in tutto l’Occidente. Dieci giorni dopo, Manchester veniva colpita da un terrificante attentato durante il concerto di Ariana Grande. Un attacco che non ha legami con Al Qaeda, poiché l’Isis stesso ha rivendicato l’attacco erigendo l’attentatore a proprio martire, ma che non va comunque considerato in un contesto del tutto estraneo a quello qaedista.
Non è detto che Hamza Bin Laden possa diventare, nel breve termine, il leader di Al Qaeda. I suoi venticinque ani di età e la presenza di altre figure importanti all’interno del gruppo terroristico, potrebbero essere elementi di ostacolo all’ascesa del figlio di Osama. Ma dalla sua parte c’è un cognome pesante tanto quanto potente. Un nome che quindi potrebbe essere usato dalla stessa organizzazione per dimostrare al mondo di poter tornare a essere alla guida del movimento jihadista globale, utilizzando la sua giovane età e la sua origine.

Quando Bin Laden era considerato "colomba di pace"



Come cambia il mondo, è il caso di dire leggendo questa intervista che Palazzo di Vetro ripropone dopo averla ritrovata vagando su Internet. Robert Fisk, cronista «The Independent», intervista nel 1993 Osama bin Laden alcuni anni dopo la fine della guerra in Afghanistan contro i sovietici e il suo trasferimento in Sudan. Da lì recluta gli uomini del suo esercito impiegandoli nei lavori di ricostruzione del Paese di Omar al-Bashir, o sempre come mujahideen in vista di nuove guerre. Ne risulta un'immagine di semi-eroe per l'ex «dipendente» della Cia a cui va il merito di aver contribuito alla vittoria contro l'impero CCCP, e di mecenate per la «giustizia» e il «riscatto» delle popolazioni del Sud del Mondo. Solo tre anni dopo arriva la fatwa contro l'occidente, cinque gli attacchi in Kenya e Tanzania, quindi la Uss Cole e l'11 settembre 2001.  

Di seguito il testo integrale dell'intervista  


Anti-Soviet warrior puts his army on the road to peace  

The Saudi businessman who recruited mujahedin now uses them for large-scale building projects in Sudan. Robert Fisk met him in Almatig  

ROBERT FISK Monday 06 December 1993  


OSAMA Bin Laden sat in his gold- fringed robe, guarded by the loyal Arab mujahedin who fought alongside him in Afghanistan. Bearded, taciturn figures - unarmed, but never more than a few yards from the man who recruited them, trained them and then dispatched them to destroy the Soviet army - they watched unsmiling as the Sudanese villagers of Almatig lined up to thank the Saudi businessman who is about to complete the highway linking their homes to Khartoum for the first time in history.  

With his high cheekbones, narrow eyes and long brown robe, Mr Bin Laden looks every inch the mountain warrior of mujahedin legend. Chadored children danced in front of him, preachers acknowledged his wisdom. 'We have been waiting for this road through all the revolutions in Sudan,' a sheikh said. 'We waited until we had given up on everybody - and then Osama Bin Laden came along.'  

Outside Sudan, Mr Bin Laden is not regarded with quite such high esteem. The Egyptian press claims he brought hundreds of former Arab fighters back to Sudan from Afghanistan, while the Western embassy circuit in Khartoum has suggested that some of the 'Afghans' whom this Saudi entrepreneur flew to Sudan are now busy training for further jihad wars in Algeria, Tunisia and Egypt. Mr Bin Laden is well aware of this. 'The rubbish of the media and the embassies,' he calls it. 'I am a construction engineer and an agriculturalist. If I had training camps here in Sudan, I couldn't possibly do this job.'  

And 'this job' is certainly an ambitious one: a brand-new highway stretching all the way from Khartoum to Port Sudan, a distance of 1,200km (745 miles) on the old road, now shortened to 800km by the new Bin Laden route that will turn the coastal run from the capital into a mere day's journey. Into a country that is despised by Saudi Arabia for its support of Saddam Hussein in the Gulf war almost as much as it is condemned by the United States, Mr Bin Laden has brought the very construction equipment that he used only five years ago to build the guerrilla trails of Afghanistan.  

He is a shy man. Maintaining a home in Khartoum and only a small apartment in his home city of Jeddah, he is married - with four wives - but wary of the press. His interview with the Independent was the first he has ever given to a Western journalist, and he initially refused to talk about Afghanistan, sitting silently on a chair at the back of a makeshift tent, brushing his teeth in the Arab fashion with a stick of miswak wood. But talk he eventually did about a war which he helped to win for the Afghan mujahedin: 'What I lived in two years there, I could not have lived in a hundred years elsewhere,' he said.  

When the history of the Afghan resistance movement is written, Mr Bin Laden's own contribution to the mujahedin - and the indirect result of his training and assistance - may turn out to be a turning- point in the recent history of militant fundamentalism; even if, today, he tries to minimise his role. 'When the invasion of Afghanistan started, I was enraged and went there at once - I arrived within days, before the end of 1979,' he said. 'Yes, I fought there, but my fellow Muslims did much more than I. Many of them died and I am still alive.'  

Within months, however, Mr Bin Laden was sending Arab fighters - Egyptians, Algerians, Lebanese, Kuwaitis, Turks and Tunisians - into Afghanistan; 'not hundreds but thousands,' he said. He supported them with weapons and his own construction equipment. Along with his Iraqi engineer, Mohamed Saad - who is now building the Port Sudan road - Mr Bin Laden blasted massive tunnels into the Zazi mountains of Bakhtiar province for guerrilla hospitals and arms dumps, then cut a mujahedin trail across the country to within 15 miles of Kabul.  

'No, I was never afraid of death. As Muslims, we believe that when we die, we go to heaven. Before a battle, God sends us seqina, tranquillity.  

'Once I was only 30 metres from the Russians and they were trying to capture me. I was under bombardment but I was so peaceful in my heart that I fell asleep. This experience has been written about in our earliest books. I saw a 120mm mortar shell land in front of me, but it did not blow up. Four more bombs were dropped from a Russian plane on our headquarters but they did not explode. We beat the Soviet Union. The Russians fled.'  

But what of the Arab mujahedin whom he took to Afghanistan - members of a guerrilla army who were also encouraged and armed by the United States - and who were forgotten when that war was over? 'Personally neither I nor my brothers saw evidence of American help. When my mujahedin were victorious and the Russians were driven out, differences started (between the guerrilla movements) so I returned to road construction in Taif and Abha. I brought back the equipment I had used to build tunnels and roads for the mujahedin in Afghanistan. Yes, I helped some of my comrades to come here to Sudan after the war.'  

How many? Osama Bin Laden shakes his head. 'I don't want to say. But they are here now with me, they are working right here, building this road to Port Sudan.' I told him that Bosnian Muslim fighters in the Bosnian town of Travnik had mentioned his name to me. 'I feel the same about Bosnia,' he said. 'But the situation there does not provide the same opportunities as Afghanistan. A small number of mujahedin have gone to fight in Bosnia-Herzegovina but the Croats won't allow the mujahedin in through Croatia as the Pakistanis did with Afghanistan.'  

Thus did Mr Bin Laden reflect upon jihad while his former fellow combatants looked on. Was it not a little bit anti-climactic for them, I asked, to fight the Russians and end up road-building in Sudan? 'They like this work and so do I. This is a great plan which we are achieving for the people here, it helps the Muslims and improves their lives.'  

His Bin Laden company - not to be confused with the larger construction business run by his cousins - is paid in Sudanese currency which is then used to purchase sesame and other products for export; profits are clearly not Mr Bin Laden's top priority.  

How did he feel about Algeria, I asked? But a man in a green suit calling himself Mohamed Moussa - he claimed to be Nigerian although he was a Sudanese security officer - tapped me on the arm. 'You have asked more than enough questions,' he said. At which Mr Bin Laden went off to inspect his new road. 

Terrorismo islamista: tutte le responsabilità dell’imperialismo occidentale

Di Jeffrey D. Sachs
Gli attacchi terroristici sui civili – che si tratti dell’aereo russo precipitato nel Sinai che ha causato la morte di 224 passeggeri civili, o l’orribile massacro di Parigi che ha colpito 129 innocenti, o il tragico bombardamento ad Ankara che ha ucciso 102 attivisti per la pace – sono crimini contro l’umanità. Gli aggressori – in questo caso, lo Stato Islamico (ISIS) – devono essere fermati. Ma questo sarà possibile solo se si comprendono appieno le radici in cui affonda questa spietata rete di jihadisti.
Per quanto sia doloroso ammetterlo, sull’Occidente e soprattutto sugli Stati Uniti grava una parte significativa di responsabilità per aver creato le condizioni in cui si è sviluppato l’ISIS. Solo con un cambiamento della politica estera americana ed europea rispetto al Medio Oriente si può ridurre il rischio di ulteriori attacchi terroristici.
I recenti attacchi terroristici dovrebbero essere intesi come una forma di “blowback”(letteralmente ‘contraccolpo’ in inglese), ossia come la conseguenza indesiderata e spiacevole delle ripetute azioni militari americane ed europee, segrete e non, adottate in Medio Oriente, Nord Africa, nel Corno d’Africa e in Asia centrale con l’obiettivo di sovvertire governi ed installare regimi conformi agli interessi occidentali. Tali operazioni non hanno solo destabilizzato le regioni interessate, causando grandi sofferenze; hanno anche esposto al rischio di terrorismo le popolazioni degli USA, dell’Unione europea, della Russia e Medio Oriente.
Non è mai stata realmente raccontata alla gente la vera storia di Osama bin Laden, di al-Qaeda o dell’ascesa dell’ISIS in Iraq e Syria. A partire dal 1979, la CIA ha mobilitato, reclutato, addestrato e armato giovani uomini sunniti per combattere l’Unione Sovietica in Afghanistan. La CIA ha reclutato soldati soprattutto tra la popolazione musulmana (inclusa quella in Europa) per formare i mujahideen, una forza combattente sunnita multinazionale mobilitata per cacciare l’Unione Sovietica infedele dall’Afghanistan.
Bin Laden, appartenente ad una ricca famiglia saudita, fu chiamato per aiutare a guidare e a cofinanziare l’operazione. Questo era tipico delle operazioni della CIA: ricorrere a finanziamenti estemporanei di una ricca famiglia saudita e ai proventi derivanti dal contrabbando locale e dal traffico di stupefacenti.
Promuovendo l’idea di una jihad per difendere i territori dell’Islam (Dar al-Islam) dagli outsider, la CIA ha prodotto una massiccia forza combattente composta da migliaia di giovani uomini allontanatisi dalle proprie famiglie ed entusiasti della guerra. È questa iniziale forza combattente – e l’ideologia che la motivava – a formare ancora oggi la base dei gruppi di ribelli jihadisti sunniti, incluso l’ISIS. Se l’obiettivo originario dei jihadisti era l’Unione Sovietica, oggi gli “infedeli” sono gli USA, l’Europa (soprattutto la Francia ed il Regno Unito) e la Russia.
Alla fine degli anni ‘80, con la ritirata sovietica dall’Afghanistan, alcuni elementi dei mujahideen si sono trasformati in al-Qaeda (‘la base’ in arabo), che ricorreva alle basi militari e ai campi di addestramento in Afghanistan costruiti per i mujahideen da bin Laden e dalla CIA. Dopo il ritiro delle truppe sovietiche, il termine al-Qaeda, che prima indicava una specifica base militare, ha poi assunto il significato di base organizzativa delle attività jihadiste.
Il blowback contro gli USA iniziò nel 1990 con la prima guerra del Golfo, quando gli USA crearono ed espansero le proprie basi militari nel Dar al-Islamsoprattutto in Arabia Saudita, patria della fondazione dell’Islam e dei siti più sacri. Questa ampliata presenza militare americana divenne una minaccia per l’ideologia jihadista che tanto era stata favorita dalla CIA.
La guerra immotivata dell’America contro l’Iraq nel 2003 ha scatenato i demoni. Non solo la guerra era stata lanciata sulla base delle menzogne della CIA, ma era anche finalizzata a creare un regime a guida sciita asservito agli USA – un anatema per i jihadisti sunniti e per tutti i sunniti iracheni. Più recentemente, gli USA, la Francia ed il Regno Unito hanno rovesciato Muammar Gheddafi in Libia, e gli USA hanno lavorato con i generali egiziani che hanno cacciato il governo eletto della Fratellanza musulmana. In Siria, a seguito della violenta soppressione da parte del presidente Bashar al-Assad delle pacifiche proteste pubbliche nel 2011, USA, Arabia Saudita, Turchia e altri alleati regionali hanno dato il proprio aiuto per fomentare la ribellione militare che ha spinto il paese in una spirale di caos e violenza.
Queste operazioni non sono riuscite – ripetutamente e spesso in modo disastroso – a produrre né governi legittimati né tantomeno una qualche stabilità rudimentale. Anzi, ribaltando i governi stabili, per quanto autoritari, dell’Iraq, della Libia e della Siria, e destabilizzando il Sudan e altre parti dell’Africa ritenute ostili all’Occidente, non hanno fatto altro che alimentare caos, massacri e guerre civili. Sono state queste turbolenze a permettere all’ISIS di catturare e difendere il territorio in Siria, Iraq e in alcune zone del Nord Africa.
Servirebbero tre azioni per sconfiggere l’ISIS e gli altri gruppi jihadisti violenti. Primo, il presidente Barack Obama dovrebbero interrompere le operazioni segrete della CIA. L’uso della CIA come esercito segreto di destabilizzazione detiene una lunga e tragica storia di fallimenti, tenuti nascosti dall’alone di segretezza dell’agenzia. Porre fine al caos provocato dalla CIA permetterebbe di arrestare il flusso di instabilità, violenza e odio anti-occidentale che alimenta il terrorismo di oggi.
Secondo, gli USA, la Russia e gli altri membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite dovrebbero immediatamente fermare le loro lotte interne e creare le condizioni per favorire il processo di pace in Siria. Tutti i paesi sono tutti vittime del terrorismo e hanno interesse a fronteggiare l’ISIS. L’azione militare contro l’ISIS può funzionare solo con la legittimità ed il supporto del Consiglio di sicurezza dell’ONU.
Il piano ONU dovrebbe includere l’immediata cessazione della rivolta contro Assad perseguita dagli USA, dall’Arabia Saudita e dalla Turchia, il cessate il fuoco in Siria, una forza militare ONU per affrontare l’ISIS ed una transizione politica in Siria dettata non dagli USA, ma da un accordo ONU finalizzato a sostenere una ricostruzione politica non violenta.
Terzo, la soluzione a lungo termine per l’instabilità regionale risiede nello sviluppo sostenibile. Tutto il Medio Oriente è attanagliato non solo dalle guerre ma anche dal sottosviluppo: forte stress idrico, desertificazione, elevata disoccupazione giovanile, sistemi d’istruzione scarsi e altri problemi gravi.
Più guerre – e in particolare guerre guidate dall’Occidente e sostenute dalla CIA – non risolveranno nulla. Al contrario, maggiori investimenti a livello di istruzione, sanità, energia rinnovabile, agricoltura e infrastrutture, finanziati sia dalla regione che su scala mondiale, rappresentano la vera chiave per costruire un futuro più stabile per il Medio Oriente e il mondo.
Pubblicato su Project Syndicate il 19 novembre 2015. 

Quando Reagan accoglieva i Mujahideen afghani alla Casa Bianca (VIDEO)


Di Salvatore Santoru

Storicamente tra l'islamismo radicale e l'imperialismo statunitense ci sono state diverse "paradossali" relazioni, a partire dalla guerra civile in Afghanistan.
In essa, gli States decisero di sostenere(1) i guerriglieri islamisti (mujāhidīn) in funzione antisovietica, e tra i più grandi sostenitori e finanziatori di essi vi fu il famigerato Osama Bin Laden(2).
In seguito, dopo la sconfitta della dittatura filo-comunista che regnava in Afghanistan, diversi mujahideen confluirono nella nascente Al Qaeda(3).
Nel video "viene fatto vedere l'incontro(4) che avvenne nel 1985 alla Casa Bianca tra il presidente Ronald Reagan e gli  stessi mujahideen.



NOTE:
(1)http://www.theguardian.com/world/1999/jan/17/yemen.islam
(2)https://it.wikipedia.org/wiki/Mujaheddin#Storia_2
(3)https://it.wikipedia.org/wiki/Al-Qaida#Storia
(4)https://en.wikipedia.org/wiki/Reagan_Doctrine#Carter_administration_and_Afghanistanhttp://informazioneconsapevole.blogspot.it/2015/11/allorigine-delle-paradossali-relazioni.html

FOTO:https://en.wikipedia.org

All'origine delle "paradossali" relazioni tra islamismo radicale e imperialismo USA: quando Reagan accoglieva i Mujahideen afghani alla Casa Bianca

All'origine delle relazioni Isis-Usa: quando Reagan accoglieva i Mujahideen alla Casa Bianca


Nel video potete apprezzare il presidente nord-americano R. Reagan ricevere alla Casa Bianca i Mujadeen e definirli “combattenti per la libertà”. Era il 1985.

Dall'Afghanistan alla Siria, l'ideologia wahabita è stata sempre uno strumento al servizio degli Stati Uniti per destabilizzare i governi progressisti e indipendenti della regione. Gli Usa, del resto, si sono sempre serviti degli elementi reazionari per imporre le loro scelte. Il fascismo e la strategia della tensione in Europa e America Latina, il wahabitismo in Afganistan, Iraq, Somalia, Libia e Siria. L'ISIS è l'ultima evoluzione del wahabitismo nella regione.
P.s. Da wikipedia un passaggio storico che si tende a dimenticare troppo spesso: "Un saudita molto facoltoso di nome Osama bin Laden fu un importante organizzatore e finanziatore dei mujaheddin; il suo Maktab al-Khidamat (MAK) (Ufficio dei Servizi) convogliò soldi, armi, e combattenti musulmani provenienti da tutto il mondo in Afghanistan, con l'assistenza e il supporto dei governi statunitense, pakistano e saudita. Nel 1988, bin Laden lasciò il MAK assieme ad alcuni dei suoi membri più militanti per formare al-Qa'ida, allo scopo di espandere la resistenza anti-sovietica in un movimento fondamentalista islamico.
I mujaheddin "vinsero" quando l'Unione Sovietica ritirò le truppe dall'Afghanistan nel 1989, seguite dalla caduta del regime di Mohammad Najibullah nel 1992. Comunque, i mujaheddin non fondarono un governo unito, e, dopo la ritirata sovietica, si divisero in due fazioni, l'Alleanza del Nord e i Talebani, che vennero a scontrarsi per il controllo del paese afghano e iniziarono una terribile guerra civile. I mujaheddin vennero a loro volta estromessi dal potere dai Talebani nel 1996".

Imposimato: a 11 anni da quell'11 settembre: era Strategia della Tensione

Di Ferdinando Imposimato - Journal of 9/11 Studies
Gli attentati dell'11/9 sono stati un'operazione globale di terrorismo di Stato consentita dall'amministrazione degli USA, che sapeva già dell’azione ma è rimasta intenzionalmente non reattiva al fine di fare la guerra contro l'Afghanistan e l'Iraq. Per dirla in breve, gli eventi dell'11/9 erano un caso di Strategia della Tensione messa in atto dai poteri politici ed economici negli Stati Uniti per perseguire vantaggi in capo all'industria petrolifera e delle armi.
Anche l'Italia è stata una vittima della "Strategia della Tensione" della CIA, attuata in Italia dai tempi della strage di Portella della Ginestra, in Sicilia, nel 1947, fino al 1993.
Ci sono molte prove di una tale strategia, sia circostanziali che scientifiche. Le relazioni del National Institute of Standards and Technology (NIST), del 20 novembre 2005, hanno sancito le conclusioni di seguito esposte.
Gli aerei che hanno colpito ciascuna delle torri gemelle hanno causato tanto una breccia quanto un'esplosione evidenziata da una gigantesca palla di fuoco. Il carburante rimanente fluiva verso i piani inferiori, alimentando gli incendi. Il calore degli incendi deformava le strutture degli edifici così che entrambe le torri sono crollate completamente da cima a fondo. Molto poco è rimasto di quanto era di qualsiasi dimensione dopo questi eventi, a parte i frammenti in acciaio e in alluminio e i detriti polverizzati provenienti dai pavimenti in cemento. Anche l’edificio 7 del World Trade Center crollò: lo fece in un modo che risultava in contrasto con l'esperienza comune degli ingegneri.
Il rapporto finale del NIST ha affermato che gli attacchi aerei contro le torri gemelle erano la causa dei crolli per tutti e tre gli edifici: WTC1, WTC2 e WTC7.
Tutti e tre gli edifici sono crollati completamente, ma l'edificio 7 non fu colpito da un aereo. Il crollo totale del WTC7 ha violato l'esperienza comune ed era senza precedenti.
Il rapporto del NIST non analizza la reale natura dei crolli. Secondo gli esperti intervenuti nel corso delle Udienze di Toronto (“Toronto Hearings”, 8-11 settembre 2011), i crolli avevano caratteristiche che indicano esplosioni controllate. Sono d'accordo con l’architetto Richard Gage e l’ingegnere Jon Cole, entrambi professionisti di grande esperienza, che sono arrivati alle loro conclusioni attraverso test affidabili, prove scientifiche, e la testimonianza visiva di persone insospettabili, tra cui i vigili del fuoco e le vittime.
L'autorevole teologo David Ray Griffin ha descritto con grande precisione perché l'ipotesi di demolizione controllata dovrebbe essere presa in considerazione. Vari testimoni hanno sentito raffiche di esplosioni.
Secondo il NIST il crollo dell'edificio 7 è stato causato da incendi provocati dal crollo delle torri gemelle. Il chimico e ricercatore indipendente Kevin Ryan, tuttavia, ha dimostrato che il NIST ha dato versioni contraddittorie del crollo dell'edificio 7. In un rapporto preliminare del NIST dichiarava che il WTC7 fu distrutto a causa di incendi provocati da gasolio conservato nel palazzo, mentre in una seconda relazione questo combustibile non era più considerato come la causa del crollo dell'edificio. Ulteriori commenti sulla versione degli eventi data dal NIST sono stati formulati da David Chandler, un altro testimone esperto intervenuto nel corso delle Udienze di Toronto. Nonostante la presunzione del NIST in merito a tre distinte fasi di crollo, Chandler ha sottolineato che molti video disponibili dimostrano che per circa due secondi e mezzo l'accelerazione dell’edificio non può essere distinta da una caduta libera. Il NIST è stato costretto a concordare con con questo fatto empirico come sottolineato da Chandler, e ora comprensibile per chiunque.
Peter Dale Scott, un altro testimone alle Udienze di Toronto, ha dimostrato l'esistenza di un modello d’azione sistematico della CIA volto a bloccare importanti informazioni nei confronti dell'FBI, anche quando l'FBI avrebbe normalmente diritto di ottenerle. Inoltre, ci sono ulteriori elementi di prova contro George Tenet e Tom Wilshire. Secondo l'ex capo dell’antiterrorismo della Casa Bianca,Richard Clarke (intervista rilasciata alla televisione francese e tedesca come parte di un documentario di Fabrizio Calvi e Christopf Klotz ,31 agosto 2011, nonché l'intervista con Calvi e Leo Sisti, "Il Fatto Quotidiano ", 30 agosto 2011) la CIA era a conoscenza dell’imminente attacco dell’11/9.
Inoltre, dal 1999 la CIA aveva indagato Khalid al-Mihdhar e Nawaf al-Hamzi, entrambi sauditi, che sono stati associati con l'aereo della American Airlines che ha colpito il Pentagono. La CIA era stata informata che Khalid al-Mihdhar e Nawaf al-Hamzi erano arrivati negli Stati Uniti all'inizio del 2000. È legittimo dedurre che Tenet, capo della CIA, e Wilshire, secondo Peter Dale Scott una "figura chiave" nella Alec Station, bloccarono gli sforzi di due agenti dell'FBI, Doug Miller e Mark Rossini, intesi a notificare al centro FBI che uno dei partecipanti alla riunione di Kuala Lumpur, al-Mihdhar, aveva ottenuto un visto USA attraverso il consolato degli Stati Uniti a Jeddah. Il professor Scott, basandosi sulla ricerca di Kevin Fenton, cita 35 occasioni in cui i dirottatori sono stati protetti in questo modo, a partire dal gennaio del 2000 al 5 settembre 2001. Con riferimento al precedente di questi incidenti, il motivo di questa protezione era evidentemente, secondo Fenton, «per coprire un'operazione della CIA che era già in corso.»
Ulteriore prova indiziaria contro Tenet e Wilshire è la seguente. Il 12 luglio 2001 Osama bin Laden si trovava nell’ospedale americano di Dubai. Fu visitato da un agente della CIA. Questa informazione è stata data a Le Figaro, che ha anche riferito che bin Laden era stato operato in questo ospedale, essendo arrivato da Quetta (Pakistan). Questa informazione è stata confermata da Radio France International, che ha rivelato il nome dell'agente che ha incontrato bin Laden: Larry Mitchell. Tenet e Wilshire, consapevoli della presenza di bin Laden negli Emirati Arabi Uniti, non sono riusciti a farlo arrestare né estradare, anche se i documenti dell'FBI e della CIA lo ritenevano responsabile di massacri in Kenya e Tanzania.
L'insider trading è una forte ulteriore prova contro la CIA, l’FBI e il governo degli Stati Uniti.
Gli articoli del professor Paul Zarembka, così come da Kevin Ryan e altri, dimostrano che tali casi diinsider trading hanno avuto luogo nei giorni immediatamente precedenti rispetto agli attentati. Eppure questi casi di insider trading sono stati negati dall'FBI e dalla Commissione d’inchiesta sull’11/9.
Ulteriore prova contro la CIA e l'amministrazione degli Stati Uniti è la seguente. Mohammed Atta, almeno a partire dal maggio 2000, era sotto sorveglianza della CIA in Germania, secondo la Commissione sull’11/9, sia perché era accusato sin dal 1986 di attentati contro Israele, sia perché era stato sorpreso mentre acquistava grandi quantità di prodotti chimici per l'uso in esplosivi a Francoforte (The Observer, 30 settembre 2001). È stato indagato dal servizio segreto egiziano e il suo telefono cellulare era sotto controllo. Nel novembre del 1999 Mohammed Atta lasciò Amburgo, andò a Karachi, in Pakistan, e poi a Kandahar. Qui ha incontrato bin Laden e lo sceicco Omar Saeed (secondo la rivista specializzata in questioni di sicurezza interna GlobalSecurity.org, alla voce "Movements of Mohammed Atta"). Dopo giugno 2000 gli USA hanno continuato a monitorare Atta, intercettando le sue conversazioni con Khalid Sheikh Mohammed, considerato il regista del 9/11, che ha vissuto in Pakistan.
Una forte prova del fatto che la CIA era a conoscenza dei movimenti irregolari di Atta dagli Stati Uniti verso l'Europa e all’interno degli Stati Uniti è il documento declassificato della CIA inviato dall'Agenzia a G.W Bush (President’s Daily Brief – Ndt: “relazione breve giornaliera per il presidente”). Questo documento, del 6 agosto 2001, dice: «Bin Laden determinato a colpire in USA.» E continua: "relazioni di provenienza clandestina, di governi stranieri, e dei media indicano che bin Laden sin dal 1997 ha voluto condurre attacchi terroristici negli Stati Uniti. Bin Laden ha inteso in interviste a televisioni statunitensi nel 1997 e nel 1998 che i suoi seguaci avrebbero seguito l'esempio dell’attentatore del World Trade Center Ramzi Yousef, e avrebbero “portato i combattimenti in America”.»
Dopo gli attacchi missilistici degli Stati Uniti sulla sua base in Afghanistan nel 1998, bin Laden disse ai seguaci che voleva infliggere una rappresaglia a danno di Washington, secondo un servizio di intelligence straniero. Un membro operativo egiziano della Jihad islamica ha rivelato a un agente di un servizio segreto straniero, nel frattempo, che bin Laden aveva intenzione di sfruttare l'accesso operativo agli Stati Uniti per organizzare un attacco terroristico ...
Una fonte clandestina ha affermato nel 1998, che una cellula di bin Laden a New York stava reclutando giovani musulmani americani per gli attentati.
Questo documento dimostra che la CIA, l’FBI, così come il presidente Bush, conoscevano già dal 6 agosto 2001 chi aveva un accesso operativo: Atta. Nessuno ha goduto di un tale accesso negli Stati Uniti quanto Atta. Ma la CIA, l’FBI e Bush non hanno fatto nulla per fermarlo.
In Italia ho raccolto prove che la guerra in Iraq è stata decisa dal governo degli Stati Uniti prima degli attacchi dell'11/9 con l'aiuto dei servizi segreti italiani. Secondo Michel Chossudovsky, gli attacchi dell'11/9 sono stati usati come pretesto per la guerra, avendo avuto come sfondo i molti anni in cui si è avuta la creazione e il sostegno da parte della CIA della rete terroristica ora conosciuta comeal-Qa’ida. Oggi c'è il pericolo di una nuova "guerra preventiva" contro l'Iran da parte degli Stati Uniti. Questo potrebbe essere terribile per la gente di tutto il mondo e potrebbe anche distruggere una gran parte dell'umanità.
L'unica possibilità per avere giustizia è quello di presentare le migliori prove relative alcoinvolgimento di singoli individui nei fatti dell’11/9 al Procuratore della Corte penale internazionale chiedendogli di indagare in base agli articoli 12, 13, 15 e 17, lettere a e b, dello Statuto della Corte penale internazionale, ricordando anche il preambolo della Statuto:

  • Riconoscere che tali gravi reati minacciano la pace, la sicurezza e il benessere del mondo,
  • Affermare che i reati più gravi che sono motivo di allarme per la comunità internazionale nel suo insieme non debbano rimanere impuniti e che la loro repressione debba essere efficacemente garantita mediante provvedimenti adottati a livello nazionale ed attraverso il rafforzamento della cooperazione internazionale,
  • Essere determinati a porre fine all'impunità degli autori di tali crimini e quindi di contribuire al perseguimento di tali reati,
  • Ricordare il dovere di ogni Stato di esercitare la propria giurisdizione nei confronti dei responsabili di reati internazionali ...

Ferdinando Imposimato, settembre 2012.

Il testo in inglese è stato trascritto anche QUI.

Traduzione per Megachip a cura di Pino Cabras.

ferdinando imposimato megachFerdinando Imposimato è presidente onorario aggiunto della Suprema Corte di Cassazione ed ex senatore e deputato. A lungo ha fatto parte della Commissione bicamerale Antimafia.
Da magistrato ha istruito alcuni tra i più importanti processi sul terrorismo (il caso Aldo Moro, l'attentato al papa Giovanni Paolo II, il caso Bachelet). Ha scoperto la “pista bulgara” e altre connessioni terroristiche internazionali. Innumerevoli i processi contro mafia e camorra. Tra gli altri, ha istruito il caso Michele Sindona e il processo alla Banda della Magliana.
È autore o co-autore di sette libri sul terrorismo internazionale, la corruzione statale, e di questioni connesse, nonché Grand'Ufficiale dell'Ordine al merito della Repubblica Italiana.

Fonte: http://www.megachip.info/finestre/zero-11-settembre/8851-imposimato-a-11-anni-da-quell11-settembre-era-strategia-della-tensione.html

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