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Michel Houellebecq: "Beppe Grillo ha ragione, il sistema politico non funziona più". Lo scrittore plaude alla democrazia diretta

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"Il sistema politico non funziona più, mi piacerebbe che i cittadini fossero consultati sempre". Lo scrittore francese Michel Houellebecq, celebre per il suo romanzo Sottomissione in cui immagina l'ascesa di un partito islamico in Francia, intervistato dal Corriere della Sera si esprime a favore della democrazia diretta.
Houellebecq, che ha scelto di non andare a votare alle prossime elezioni presidenziali francesi, plaude al progetto politico dei Cinque Stelle.
"Non sapevo che in Italia il tema della democrazia diretta fosse centrale. Credo che Beppe Grillo abbia ragione, la fattibilità tecnica è decisiva adesso la tecnologia rende possibile consultare le persone in modo puntuale e l'alibi classico contro la democrazia diretta tende a cadere"
All'intervistatore che gli chiede se il clima oggi sia più favorevole alla democrazia diretta Houellebecq risponde così:
"No in Francia dove restiamo fermi allo stesso schema: "Il popolo non è una cosa seria". Eppure il solo paese che pratica la democrazia diretta, la Svizzera, non mi sembra poco serio"
Houellebecq, in uscita nelle librerie italiane a luglio con il saggio "Al cospetto di Schopenhauer", non ci sta ad essere associato al progetto politico di Marine Le Pen.
"Marine Le Pen parla del referendum per uscire dall'Unione Europea, cioè un tema che è lei a sottoporre ai cittadini. La democrazia diretta è un'altra cosa...credo che in testa al primo turno arriveranno Emmanuel Macron e Marine Le Pen, e al ballottaggio vincerà Macron"

La democrazia reale



" La democrazia è la partecipazione di un popolo al proprio destino " 

Arthur Moeller van den Bruck

Per un cambio di paradigma nell'urbanistica: fare nuovamente della città un posto vivibile!



Creare un approccio diverso alla città, una progettazione alternativa che implichi un cambio di paradigma dei modelli in questo settore. Il fatto stesso di voler sostituire l'individuo al centro della città, dandogli la possibilità di vivere pienamente l'ambiente urbano, è una dichiarazione di guerra ai principi vigenti . L'individuo è condannato nel sistema attuale di isolamento della sua piccola sfera privata. Per far sì che la città diventi di nuovo una parte della vita, è necessario guidare la pianificazione di una ricerca di armonia che comprende le interazioni che si presentano all'interno di essa. Si inizia restituendo allo spazio collettivo la sua dimensione pubblica, vale a dire il suo ruolo come luogo di convivialità e di scambio per l'intera comunità. Un approccio che permette di rinnovare i legami sociali e di solidarietà. Lo spazio non sarebbe più arbitrariamente colpito da speculatori immobiliari o da scelte politiche arbitrarie. Un' urbanistica alternativa sarebbe basata sulla partecipazione attiva dei cittadini alle scelte sulle loro aree di abitazione. Come si è visto, la critica della pianificazione urbana porta ad una critica radicale della società. Solo un grande cambiamento renderà possibile reinventare la città.




Ma da dove cominciare? Negli anni '70, Michel Ragon, architetto libertario, aveva rilanciato l'idea di uno sviluppo dello spazio urbano progettato da coloro che erano destinati a viverci. Storicamente, l'architettura è stata appannaggio del principe. I principi che ci governano non fanno eccezione alla regola e, anche se diciamo di essere in democrazia, il suffragio universale non esiste per l'architettura. Si teme che gli utenti dell'architettura mostrino un gusto peggiore degli specialisti? La cosa sembra difficile quando contempliamo ciò che i nostri architetti ci hanno dato in 25 anni. Sembra impossibile che gli utenti fanno di peggio ... ".

Gli ex luoghi della vita collettiva urbana (strade, piazze, parchi) e nuovi (sportivi o spazi per il tempo libero) devono avere un ruolo unificante e di comunità. Le vecchie forme di socialità sono state abolite dalla modernità, e non possono essere artificialmente resuscitate. Pertanto, non possiamo rivivere le attività tradizionali o le feste popolari senza alcun significato per la maggioranza della popolazione.



Se si desidera consentire una riappropriazione dello spazio pubblico da parte del popolo, è anche necessario rimuovere i grandi progetti urbani ereditati dalle menti militari e totalitarie. Resta inteso che è nel groviglio che la vita è nata. Il caos apparente è lo scooter che permette di vagare ed esplorare atmosfere diverse. L'igienizzante ed eccessiva razionalizzazione degli spazi urbani non sono necessariamente sinonimi di miglioramento della qualità della vita.

Il concetto di ecologia urbana proposto da Michel de Sablet,  illumina bene il tessuto relazionale   per consentire lo sviluppo della vita urbana. Da un'osservazione accurata, porta linee di pensiero e di azioni che possono alimentare le decisioni collettive. E afferma il duplice ruolo dell'ecologia urbana:

- Rendere lo spazio pubblico urbano il luogo essenziale della socialità urbana, compensazione anziché isolamento di ciascuno in una serie di "bolle" o scatole architettoniche previste per specifici utilizzi .

- Ricerca di nuovi tipi di attrezzature e disposizioni in grado di generare comportamenti più vari e suscettibili di soddisfare le aspirazioni urbane del XXI secolo ".



Questo obiettivo sarà raggiunto da un duplice approccio nato da ciò che l'autore chiama lo "studio comportamentale applicata urbano". Si tratta di osservare il comportamento degli utenti in spazi pubblici per un po', e trarre insegnamenti abbastanza empirici per trovare nuove forme di organizzazione che generano la più grande ricchezza di possibili comportamenti. Essa conduce a studiare le tendenze, nuove aspirazioni che portano a pensare ad altri tipi di relazioni, luoghi e le operazioni tra i dispositivi e questo suggerisce la città.

Questa riappropriazione razionale del corso prevede l'inclusione di aspetti artistici e tecnici. "Una città vivibile è una città bellissima." Per lui è necessario integrare la modernità con questo approccio: "Non è ovviamente rimuovendo il computer, la televisione o l'auto per tornare a un periodo d'oro  ... che ha in realtà non è mai esistito. In alcuni casi ci può essere qualche abuso di potere al loro posto (automobile a scapito dei mezzi pubblici, in bicicletta, pedoni, ecc. Centri commerciali in scatole isolate e fuori il centro a scapito di altre forme relazionali più commerciali , ...). " Seguendo questa logica, dice che non si tratta di difendere la piccola impresa contro i terribili centri commerciali, ma per vedere in quali tipi di relazioni con lo spazio urbano o destinazioni commerciali non sono favorevoli alla vita migliore urbano.




Più in generale, dobbiamo permettere la congestione delle città. Questo semplice adattamento di decentramento nostre operazioni. Lo sviluppo delle reti di città di medie dimensioni, l'isolamento delle aree rurali e la creazione di cluster economici basati su micro-imprese sono tracce da seguire.

Si richiede anche che la volontà politica sostituirà la rappresentanza ufficiale di burocrati e tecnocrati. La crisi delle città ha evidenziato la necessità di una "nuova cittadinanza" più amichevole e viva del suo simulacro attuale, una società in frantumi. Questo gruppo di comunità fraterna e appagante è un desiderio largamente sentito. Si tratta di una responsabilità civica diretta e immediata che solo la democrazia diretta a livello locale può portare.

Traduzione di Salvatore Santoru

Fonte:http://rebellion.hautetfort.com/archive/2014/06/24/un-urbanisme-alternatif-rendre-les-villes-de-nouveau-vivable-5397362.html

In Italia la Democrazia si Costruisce Online


Riscrivere la politica partendo dal basso, dai cittadini e dalle loro voci, attraverso un mezzo che ci rende tutti un po' più uguali: internet. È questo l'obiettivo dell'ambizioso progetto Unicavox, un "social network della politica" che vuole diventare un punto di riferimento per il dibattito pubblico italiano. La piattaforma è nata soltanto pochi mesi fa dall'idea di Stefano Boggi ed è l'erede di un breve esperimento risalente al 2010, Politeia, community che permetteva la condivisione delle proprie idee politiche e il confronto con quelle altrui. «Politeia era poco più di un'idea nata dai soci di un piccolo studio di comunicazione», ricorda oggi Boggi. «Ben strutturata, interessante, originale, ma pur sempre un'idea. E tale è rimasta per un periodo fin troppo lungo».
Gli ultimi due anni di altalenanti vicissitudini economico-politiche in Italia hanno riportato in auge l'idea di far nascere un punto di incontro per la costruzione della politica. Ovviamente, partendo dai cittadini. «Il cassetto dei sogni lo ha riaperto la crisi, quella politica e quella economica. La prima ha reso ancora più evidente e preoccupante il dilagare dell'antipolitica in Italia, la seconda ci ha dato qualche cliente in meno e un po' di tempo libero in più, quanto basta per affrontare un progetto interno. Da Politeia a UnicaVox il passo non è stato breve, ma è servito a raggiungere la prima tappa importante, la creazione di una start-up e la messa online della piattaforma». Ad oggi UnicaVox è composta da diciotto soci. Tra di essi c'è un'internet company, che si occupa degli aspetti tecnici del progetto e che lavorerà sui miglioramenti da fare in base ai primi feedback ricevuti dagli utenti.
Per ora, infatti, il sito è ancora in versione beta. Anzi "in fieri", per dirla in latino - insieme al greco, la lingua madre della politica. Ma come è nata l'idea di UnicaVox? Secondo Boggi, il progetto è figlio «più di un'esigenza che di un'illuminazione. La politica è da tempo argomento rilevante nello stream dei social network più diffusi, ma con un grande limite. I canali “generalisti” centrano l'attenzione sugli esponenti politici, sui loro account e sulla capacità che hanno di catturare fan e follower. Si torna quindi a parlare di popolarità e la comunicazione tra eletti ed elettori è spesso tutt'altro che bidirezionale. Più che occasioni di confronto diretto, i social network ci sono sembrati solamente nuovi canali per una vecchia propaganda. Ecco, abbiamo pensato a UnicaVox come una piattaforma dove il ruolo centrale è occupato dalle proposte, quelli noi definiamo i "ToDo" della politica».
ToDo, nel gergo di UnicaVox, sono appunto le proposte concrete di azione che vengono avanzate direttamente dagli utenti. In questo momento, ce ne sono online già più di trecento: i cittadini discutono, valutano, propongono implementazioni e modifiche. Con l'obiettivo di realizzare una proposta attuabile in breve tempo e concretamente. «Qui un qualunque cittadino ha gli stessi strumenti di un esponente politico. Il nostro obiettivo è la vera partecipazione, cercando di raggiungere un nuovo livello rispetto a quello informativo a cui tutti siamo abituati. Il web offre queste potenzialità, speriamo di sfruttarle al meglio e sempre di più». Alla base di tutto, comunque, c'è la collaborazione politica: «È qualcosa che secondo me, in Italia, è sempre venuto a mancare», racconta Stefano. «In particolare negli ultimi anni quando, a partire dalla scomparsa dei voti di preferenza, fino all'affermarsi del concetto di casta, la maggior parte degli italiani si è allontanata dai processi democratici e addirittura dal voto».
Oggi UnicaVox vuole proporre una strada alternativa alla democrazia partecipata, ma senza la presunzione di rappresentare una soluzione definitiva. «Ci piacerebbe fare aumentare nei cittadini la voglia di partecipare alla gestione della “cosa pubblica"», spiega Boggi, secondo cui comunque internet non è pronto a diventare un luogo di "realizzazione politica" a tutti gli effetti: il passaggio da agorà reale ad agorà virtuale non si è ancora compiuto. «Ad oggi siamo ancora fermi all'aspetto informativo, c'è poco confronto con chi governa. Il futuro è raggiungere una vera democrazia partecipata e, in questo, internet offre potenzialità pressoché infinite. Ma mancano gli strumenti adeguati e, con loro, manca la capacità di sfruttarli». UnicaVox, almeno nelle idee del suo fondatore, vorrebbe contribuire a colmare un po' questo vuoto: «Per ora, speriamo che il nostro diventi un luogo dove crescere politicamente, un grande contenitore di idee innovative e perché no una palestra politica per chi un giorno potrebbe governare. Speriamo che anche UnicaVox, crescendo, possa dare un contributo sensibile a questo passaggio. E un giorno, magari, saremo davvero pronti a parlare di Electronic direct democracy». 

Fonte: 
http://www.linkiesta.it/unicavox

Almeno 1200 catalani si autogestiscono con moneta, educazione e sanità propria


Di Nuria Bonet Icart
http://www.20minutos.es

Hanno una moneta propria. Hanno un sistema sanitario, una rete educativa e delle officine autogestite. Sono una cooperativa auto-gestita e auto-organizzata, in cui gruppi di persone vivono al di fuori del sistema, prendendo decisioni nelle assemble, basando l'organizzazione sulla fiducia. In Catalogna, ci sono già 1.200 cittadini che hanno scelto questo modo di vita e l'attuazione di queste comunità si sta diffondendo. La crisi e il movimento degli Indignados, ha dato loro la giusta spinta.

Ne la calle Sardenya di Barcellona, vicino alla Sagrada Familia, tre anni fa si era stabilita la Cooperativa Integral Catalana (CIC), nel centro Aurea Social. In un edificio di tre piani, con una tettoia e con un nuovo giardino urbano, si sono coordinati e si sono svolti varie attività come doposcuola, centri sanitari e alloggi, oltre a laboratori e corsi per tutte le età.

-Apre il primo CAPS

Il CAPS, per i membri della cooperativa, non è un ambulatorio ma un Centro de Autogestiòn Primaria de Salud. Vi si possono trovare persone "facilitadores de salud" che accompagnano i pazienti nel cercare soluzioni ai problemi di salute con la medicina generale. Non vi è gerarchia e e se vi sono problemi come fratture agli arti e cose del genere, "andiamo al pronto soccorso", spiega Xavier Borrás, uno dei primi soci della Cooperativa.

In una delle camere spaziose e moderne del palazzo, si trova un asilo nido per i bambini di età compresa tra gli zero e i tre anni. I genitori si sono organizzati nel prendersi cura ed educare i figli. Oltre ai 30 € per registrarsi nella cooperativa (somma che viene ritornata qualora il partner lasciasse la cooperativa), non si dovranno pagare altri soldi. Si può pagare con le ore di lavoro o con l' "ecos", una moneta propria.

Si tratta di una "moneta libera", che non è stampata e che serve per qualsiasi commercio che si vuole fare all'interno della rete o anche a coloro che forniscono servizi esterni alla rete, come per esempio da un'oculista o dagli agricoltori. Il CIC utilizza il sistema comunitario di scambio (Community Exchange System, CES), un software online per la gestione della moneta.
L' "ecos" è la "moneta libera", adottata dalla Cooperativa, dall'Ecoxarxes, Núcleos de Autogestión Local e Proyectos Autónomos de Iniciativa Colectivizada. Essa serve per acquistare prodotti 100% ecologici, oltre a pagare il dentista, parte del canone di locazione sociale o l'asilo per i bambini. Ogni eco è equivalente ad un euro circa. Un membro attivo della Cooperativa spiega che si può vivere con circa 150 ecos-base al mese. Col termine "base" si definiscono i prodotti che si vogliono condividere quel mese. Con questo contributo, si paga il cibo e si da un contributo volontario al sistema sanitario pubblico autogestito.
Tra queste caratteristiche, vi è anche un ufficio per la casa, dove si consigliano le azioni da usare a coloro che rischiano lo sfratto. Essi vengono informati delle lacune esistenti nel sistema in modo da trarne beneficio. Si sta incoraggiando l'affitto sociale e le "masoveries urbanes", una formula che viene a recuperare la figura catalana del "Masover", una persona o una famiglia che vive e gestisce una casa di campagna che è di proprietà di un altro.

-In conclusione

"Non cerchiamo di andare contro il sistema, ma di andare fuori dal sistema", spiega Borras. Dopo anni di proteste, "ora è il momento di agire", continua a chiarire questo storico membro del CIC, che era nato con un centinaio di membri e che è aumentato di 12 volte. L'organizzazione ha ricevuto impulso dall'attivista Enric Duran, il Robin Hood delle banche.
Questo sistema è in espansione in tutta la Catalogna e nella penisola, oltre che in Italia e in Francia.

Fonte:http://www.20minutos.es/noticia/1774218/0/1200-catalanes/se-autogestionan-con/moneda-educacion-sanidad-propia/

Traduzione di NexusCo

http://ienaridensnexus.blogspot.it/2013/04/almeno-1200-catalani-si-autogestiscono.html

La Rivoluzione Politica Nascerà dal Web


Di Michele Ainis

Quella che stiamo vivendo non è una crisi passeggera dei partiti. E' un cambiamento epocale. Perché siamo entrati nell'era in cui i cittadini non possono più venire ignorati tra un turno elettorale e l'altro. Grazie alla Rete

Ci avete fatto caso? Da un giorno all'altro la politica è sparita dalla scena. La discussione è tutta sui politici: quanto siano onesti, come possiamo dimezzarne il numero, e perché poi guadagnano come Paperone, perché i più giovani restano sempre fuori dalla porta. Loro, i vecchi, reagiscono con l'istinto del camaleonte, promettendo tagli, e ovviamente primarie a tutto spiano. Sui contenuti, sui programmi, nemmeno una parola; o altrimenti parole vuote, logore come un vestito troppo usato. Ma invece è questa la novità che si staglia all'orizzonte: nei prossimi anni il programma di governo lo scriveranno i cittadini. Su un'agenda elettronica, anziché su un foglio di quaderno. E vincerà chi saprà utilizzare al meglio la potenza della Rete.

Il successo elettorale del MoVimento 5 Stelle è tutto in questi termini. Non solo facce fresche: soprattutto un link aperto sulle istanze delle comunità locali, fino ad annullare la separazione fra società politica e società civile. Si chiama democrazia digitale, definizione coniata fin dagli anni Ottanta. Ma negli ultimi tempi le esperienze si moltiplicano, insieme ai suoi protagonisti. Per esempio "Se non ora quando?", la manifestazione delle donne convocata con un tam tam su Internet, che il 13 febbraio 2011 ha riempito le piazze con un milione di persone. E all'estero, la primavera araba. Il movimento Occupy Wall Street. Gli Indignados in Spagna. La rete dei dissidenti in Russia. La campagna elettorale di Obama, che dal Web attinge a piene mani. O i Piraten in Germania: a maggio hanno toccato l'8 per cento alle elezioni, con un manifesto che propone di attivare il sistema politico in open source. I nostri leader politici si tengono alla larga dai fermenti della Rete. Pensano che basti esporre la fronte corrucciata del Gran Capo sul sito del partito. O magari credono d'essere à la page postando una fotografia su Twitter, come ha fatto Casini durante il vertice di marzo con Monti, Alfano e Bersani. Probabilmente nessuno gli ha spiegato che i primi esperimenti di democrazia digitale si consumarono a Santa Monica nel lontano 1989. Che nel '94, ad Amsterdam, è nata la prima città digitale, con una rete civica consultata 130 mila volte in occasione delle amministrative. Che da allora in poi le applicazioni sono state innumerevoli, come d'altronde le esperienze di democrazia diretta, figlia legittima di quella digitale: le consensus conference, i town meeting del New England, le assemblee pubbliche che governano l'85 per cento delle municipalità svizzere, il Dialogo con la Città di Perth (Australia), le giurie civiche a Berlino. Non sanno che il voto elettronico si va diffondendo in tutto il mondo, come ha documentato "l'Espresso" la scorsa settimana: in Estonia, per esempio, un cittadino su quattro vota su Internet. Infine non conoscono strumenti come il voto cumulativo, in uso nella municipalità di Amburgo, e rilanciato per l'appunto dai Piraten: un sistema elettorale in cui ciascuno ha una pluralità di voti che può concentrare su un unico cognome oppure distribuire fra vari candidati. Scegliendo, insieme al partito, l'alleanza di governo.

Ma l'arma totale della nuova democrazia che avanza in Rete è il referendum: rapido, continuo, senza formalità procedurali né limiti d'oggetto. Se n'è accorto perfino un governo algido come quello in carica, con la consultazione on line sul valore legale della laurea o con l'impegno a sottoporre ai cittadini i nuovi progetti d'infrastrutture nazionali, dopo gli scontri in Val di Susa sulla Tav. Il modello è la legge Barnier, vigente in Francia dal 1995. Tuttavia i modelli in circolo sono almeno tre: la teledemocrazia, caldeggiata già da Clinton; le comunità virtuali, che s'aggregano in Rete; la democrazia elettronica deliberativa, dove ogni decisione è preceduta da un'ampia discussione. Hanno in comune l'ambizione di sfatare la celebre sentenza di Rousseau: lui diceva che ogni elettore è libero durante le elezioni e per il resto della vita torna schiavo. E in conclusione negano il ruolo dei partiti, o meglio li trasformano in luoghi di raccolta delle proposte soggette a referendum. Un terremoto.

Fonte:http://espresso.repubblica.it/dettaglio/politica-e-web-e-rivoluzione/2183915

http://eccocosavedo.blogspot.it/2013/02/la-rivoluzione-politica-nascera-dal-web.html

DEMOCRAZIA DIRETTA IN PILLOLE (I) – Le alternative alla rappresentanza politica

partecipazione

Di Alberta Romano
UNA NUOVA RASSEGNA - Che cosa sono la democrazia diretta e quella deliberativa? Cosa vuol dire partecipazione? Questi concetti meritano di essere approfonditi e riletti alla luce dei mutamenti in corso all’interno della società civile e delle imminenti elezioni politiche.

Nel mondo globalizzato contemporaneo si assiste infatti ad un incessante moltiplicarsi delle reti di connessione tra singoli individui; a tale fenomeno, tuttavia, si contrappone proprio una forte spinta individuale a trovare rifugio in un gruppo di propri simili e a farne parte. Nella realtà attuale, dominata dalla finanza, dall’universo economico e dalle tecnologie scientifiche, gli individui non si sentono più padroni delle proprie vite, ma si ritrovano a subire passivamente gli eventi imposti dall’alto. Da qui la frustrazione e l’alienazione che molti di noi provano nel vivere in società in cui le singole individualità contano poco o niente. In questo contesto è urgente prendere dei provvedimenti affinché ogni uomo torni ad essere l’artefice del proprio destino.
Partendo dall’attuale crisi politica e dalla constatazione che la democrazia dei Paesi sviluppati si stia rivelando incompiuta sotto molteplici punti di vista, questa nuova rassegna di dailySTORM mira all’analisi di quei sistemi politici basati sulla partecipazione e sul coinvolgimento attivo dei cittadini nelle decisioni politiche. Solo così i cittadini potranno tornare ad essere gli arbitri delle proprie vite e sentirsi parte di una comunità dove centrali siano il dialogo e la mediazione. Aristotele insegnava che l’uomo è un animale socievole e politico e, in quanto tale, solo nella dimensione collettiva l’individuo può acquistare piena consapevolezza di sé e realizzarsi compiutamente.
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DEMOCRAZIA = RAPPRESENTANZA? - La maggior parte delle persone ritengono che partecipare alla vita politica si limiti all’elezione di quei rappresentanti politici, che si occupano di amministrare la cosa pubblica. Si tratta di uno stereotipo, figlio delle moderne democrazie occidentali, che troppo semplicisticamente è radicato nelle nostre menti. Il sistema rappresentativo dei moderni Paesi industrializzati è solo uno dei sistemi politici possibili, non di certo l’unico.
Ad amministrare i beni pubblici possono contribuire anche i cittadini, i quali non sono solo titolari della sovranità ma la esercitano anche: questo è quanto accade in una democrazia diretta. Sbaglia chi ritiene la democrazia rappresentativa così come noi la conosciamo l’unica forma democratica possibile; anzi, si tratta di un tipo di democrazia (che significa proprio “potere del popolo”) minimo, in quanto il potere dei cittadini si riduce esclusivamente al momento dell’elezione della classe politica.
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CRITICHE ALLA DEMOCRAZIA DIRETTA - I critici della democrazia diretta sostengono che, in ogni comunità, sia sempre una minoranza della popolazione a prendere le decisioni fondamentali. Secondo queste teorie, definite élitiste, la maggioranza della popolazione si rivelerebbe disinformata, apatica e disinteressata alla politica, se non quando quest’ultima venga a toccare direttamente gli interessi personali.

Altri studiosi ritengono che la democrazia diretta, la quale conferirebbe il potere direttamente in mano al popolo senza bisogno di intermediari, suscita svariati interrogativi e perplessità proprio a partire da che cosa si intenda per partecipazione attiva dei cittadini alla politica. Da un lato, infatti, la domanda che ci si pone è se un tale modello sia effettivamente applicabile in società complesse e in agglomerati urbani sempre più sovrappopolati come quelli contemporanei; dall’altro, come detto sopra, emergono dubbi sulle capacità di discernimento delle cosiddette “persone comuni“, soprattutto quando si tratta di questioni complesse.
I rischi connessi al conferimento di un potere troppo ampio a cittadini non informati ed inesperti sono di svariata natura, a cominciare dal cadere vittime della demagogia e della manipolazione di alcuni gruppi più forti. D’altra parte, i sostenitori di tale forma democratica marcano l’accento sull’effetto educativo e formativo della partecipazione attiva dei cittadini. La democrazia diretta, infatti, accrescerebbe il sentimento individuale di efficacia politica, creerebbe cittadini migliori e contribuirebbe alla legittimazione dei processi decisionali.
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LA TERZA VIA - Quale strada scegliere: quella della rappresentanza politica o quella della partecipazione attiva dei cittadini? Esiste una terza via intermedia in grado di accogliere gli aspetti positivi di ciascuna delle due alternative, lasciandone da parte le criticità. Si tratta della democrazia partecipativa, la quale prospetta un sistema rappresentativo all’interno del quale si inserisce la possibilità di una partecipazione più ampia per i cittadini. Il presupposto è che alcune caratteristiche di base delle moderne democrazie liberali vadano mantenute (come ad esempio la rappresentanza politica, le elezioni e la competizione tra i partiti), ma che allo stesso tempo vadano supportate da meccanismi di auto-governo del popolo.
Soltanto così sarebbe possibile costruire un sistema in cui partecipazione e rappresentanza coesistano, evitando gli effetti negativi venuti alla luce tanto nel caso di una democrazia liberale, quanto in quello di una democrazia diretta. La partecipazione può configurarsi in diversi modi, così che non vi è un modello partecipativo assoluto, ma se ne trovano dei più svariati. Nei prossimi articoli di questa rassegna proseguiremo raccontando e analizzando i vari sistemi partecipativi presenti ai nostri giorni, a cominciare dal sistema politico svizzero.


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