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Cosa fu la strage di piazza Fontana


Di Davide Maria De Luca

Nel pomeriggio del 12 dicembre del 1969 quattro bombe piazzate da un gruppo neofascista esplosero tra Milano e Roma. Quella che causò i danni maggiori scoppiò in mezzo alla sala principale della Banca dell’Agricoltura di piazza Fontana, nel centro di Milano. Diciassette persone morirono, più di 80 furono ferite: le indagini conseguenti furono sviate e ostacolate da interventi di esponenti delle istituzioni, che divennero un lungo strascico delle responsabilità dell’attentato stesso. E la strage rimase, tra le altre cose, come una svolta storica e una “fine dell’innocenza” per i movimenti giovanili di cambiamento sociale del ’68 e del ’69 che si trovarono da allora di fronte a una risposta violenta e sanguinaria che determinò parte degli sviluppi violenti e sanguinari nella vita italiana degli anni successivi.
Il processo sulla strage di piazza Fontana è divenuto famoso per il ruolo dei servizi segreti nel depistare le indagini e nel proteggere i responsabili, che contribuì a far crescere un’intera generazione di militanti e simpatizzanti della sinistra con la convinzione che lo Stato approfittasse e fosse addirittura complice della violenza stragista (la cosiddetta “strategia della tensione”). Le falsificazioni compiute inizialmente dalle indagini, l’indicazione di colpevoli che non lo erano, la ricerca di capri espiatori nei movimenti anarchici e di sinistra, e il tempo impiegato e le difficoltà nel giungere a una sentenza di condanna nei confronti del gruppo neofascista responsabile dell’attentato costruirono un diffuso disincanto sulla capacità della giustizia di fornire risposte soddisfacenti e sulle complicità nelle istituzioni. Ma a cinque decenni dalla strage esiste un quadro quasi completo di quel che accadde.
L’attentato
Il 1969 era stato un anno di grandi tensioni in tutto il paese. Piccoli attentati che non avevano causato morti si erano succeduti per tutta la primavera e l’estate, a Milano e in altre città. Le contestazioni degli studenti iniziate in varie università negli anni precedenti si erano fatte sempre più forti, e più dura si era fatta anche la reazione della polizia. Nell’autunno di quell’anno, quello che venne chiamato “l’autunno caldo”, alla protesta degli studenti si affiancò quella degli operai di molte fabbriche e aziende, che iniziarono un periodo di proteste e scioperi per ottenere aumenti contrattuali. Quando esplosero le bombe del 12 dicembre, anche la situazione politica era molto precaria.
Le esplosioni quel giorno furono quattro: una a Milano e tre a Roma (una quinta bomba fu trovata inesplosa a Milano in piazza della Scala). L’unica a uccidere delle persone fu quella avvenuta intorno alle 16.30 nella sala principale della Banca dell’Agricoltura di piazza Fontana, dove decine di agricoltori si erano trattenuti oltre l’orario di chiusura per depositare i loro guadagni di giornata (era venerdì, giorno di mercato). La bomba era costituita da sette chili di tritolo chiusi in una scatola di metallo all’interno di una valigia in pelle. La sala della banca, dall’alto soffitto a cupola, fu devastata dall’esplosione. Diciassette persone furono uccise, di cui tredici sul colpo. Altre 88 rimasero ferite dalle schegge e dalla potente onda d’urto. Poco dopo un’altra bomba esplose in un sottopassaggio della Banca del Lavoro a Roma, ferendo 14 persone. Seguirono altre due esplosioni, all’Altare della Patria e di fronte all’ingresso del museo del Risorgimento. Era l’attacco armato più esteso e violento dalla fine della guerra.
Fin da subito i commenti sulla strage di Piazza Fontana si divisero in base allo schieramento politico. La sinistra, in particolare quella più radicale extraparlamentare, vide nell’attacco un’azione degli estremisti neofascisti, forse in combutta con settori più o meno deviati delle istituzioni che con le bombe puntavano a spaventare gli elettori e spingerli a votare per la Democrazia Cristiana e i partiti di centro e destra che promettevano sicurezza (è questa, in sostanza, la base della famosa “strategia della tensione”). Moltissimi militanti e attivisti di sinistra hanno raccontato come furono profondamente segnati dalla strage, e molti di coloro che poi sarebbero entrati nei gruppi armati di sinistra la indicarono come il momento più importante della loro radicalizzazione.
I partiti di centro e i grandi giornali furono dapprima prudenti nell’attribuire responsabilità, ma le indagini si orientarono invece fin da subito verso una ipotesi opposta a quella denunciata dai militanti di sinistra: la pista anarchica, cosiddetta. Gli anarchici non solo erano già ritenuti responsabili di una serie di esplosioni avvenute il 25 aprile nella fiera nella Stazione Centrale di Milano (successivamente attribuite ai neofascisti), ma erano considerati anche gli autori della maggior parte degli attacchi dinamitardi di tutto il biennio precedente (di piccoli attacchi dimostrativi con bombe a bassissimo potenziale).
Le indagini sugli anarchici
La sera stessa dell’attacco circa 150 persone furono fermate e interrogate in questura dalla polizia. Erano quasi tutti “soliti sospetti”, giovani con simpatie politiche radicali, in buona parte anarchici, fermati per controlli generici e senza che ci fossero particolari prove nei loro confronti. Tra loro c’era anche Giuseppe Pinelli, un ferroviere anarchico di 41 anni, ex partigiano. Pinelli, in circostanze mai del tutto chiarite, fu trattenuto in questura e sottoposto a un duro e aggressivo interrogatorio per tre giorni, più delle 48 ore in cui la legge permette di prolungare un fermo senza l’autorizzazione di un magistrato. Il terzo giorno Pinelli morì dopo essere precipitato dalla finestra al quarto piano dell’edificio. Molti suoi compagni sostennero, e sostengono ancora oggi, che Pinelli sia stato gettato dalla finestra: o per coprire le ragioni della sua morte nella violenza dell’interrogatorio, o per errore mentre lo si minacciava di gettarlo. Della morte di Pinelli fu accusato il commissario Luigi Calabresi (che sarà ucciso in strada a Milano due anni dopo: per il suo omicidio sarà condannato 25 anni dopo un gruppo di militanti del gruppo di estrema sinistra Lotta Continua, al termine di un processo lunghissimo, con sentenze alterne e tuttora molto contestato). Il processò sulla morte di Pinelli stabilì la sua totale estraneità alle accuse e risolse le molte contraddizioni nelle testimonianze e misteri sulla sua morte assolvendo i responsabili dell’interrogatorio con la formula del “malore attivo” che avrebbe portato Pinelli a perdere coscienza e cadere dalla finestra. Ma questo sarebbe successo comunque molto dopo: nei giorni immediatamente successivi le autorità di polizia – il questore per primo, che parlò persino di “un balzo felino” – annunciarono che Pinelli si fosse suicidato perché scoperto come responsabile della strage, e che il suicidio fosse una conferma della fondatezza della pista anarchica.
Il giorno dopo la morte di Pinelli, il 16 dicembre, un altro anarchico venne arrestato: Pietro Valpreda, un ex ballerino 37enne. Valpreda era stato riconosciuto da un tassista che sostenne di averlo portato di fronte alla Banca dell’Agricoltura, dove avrebbe depositato una misteriosa valigia prima di tornare sul taxi. Valpreda fu immediatamente indicato come il sicuro colpevole da tutta la grande stampa italiana. Il quotidiano comunista L’Unità, per esempio, lo chiamò «il mostro di piazza Fontana»; il giornalista del TG1 Bruno Vespa lo definì il «sicuro colpevole». Ma oltre alla testimonianza del tassista non c’era nient’altro, e man mano che la pista neofascista appariva più plausibile in molti iniziarono a dubitare del suo coinvolgimento. Nel 1972, dopo aver trascorso oltre 1.100 giorni di carcere, Valpreda fu liberato grazie a una legge ad personam che introduceva i limiti alla custodia cautelare anche per gli accusati di reati gravissimi, come la strage. L’assoluzione definitiva per lui sarebbe arrivata soltanto nel 1987.
La pista neofascista 
La pista neofascista iniziò a svilupparsi già nei giorni immediatamente successivi all’attacco, ma impiegò un paio d’anni a concretizzarsi. Al centro di questa pista c’era Giovanni Ventura, all’epoca un giovane libraio ed editore padovano e membro del gruppo neofascista “Ordine Nuovo”. Il giorno dopo la strage, Ventura, parlando con un suo amico, si sarebbe fatto sfuggire un paio di frasi in cui ammetteva di aver avuto qualcosa a che fare con gli attacchi del 12 dicembre. Se dopo l’attentato le forze politiche non si muoveranno, avrebbe detto Ventura al suo amico, «bisognerà fare qualcos’altro». L’amico di Ventura ne parlò con il suo avvocato e poi andò a raccontare ai magistrati non solo le frasi ambigue di Ventura, ma che Ventura si vantasse di essere capo di un gruppo paramilitare di estremisti di destra, parte di un movimento più ampio che aveva lo scopo di utilizzare stragi e attentati per rovesciare l’ordine sociale e politico. Nelle settimane e nei mesi successivi, Ventura e il suo amico Franco Freda, un altro neofascista di Ordine Nuovo, furono sottoposti a diversi controlli, perquisizioni e persino intercettazioni, ma i magistrati che si occupavano del caso, alcuni a Treviso, altri a Padova e altri ancora a Roma, ritennero che non ci fossero abbastanza elementi per procedere contro di loro.
La svolta arrivò due anni dopo la strage, nel novembre del 1971, quando in seguito ad alcuni lavori di ristrutturazione in una casa nella campagna trevigiana furono ritrovate in un’intercapedine armi, munizioni e simboli fascisti. Il proprietario dell’edificio disse che era stato Ventura a chiedergli di nascondere lì l’arsenale. Sembrava la conferma dell’esistenza di un movimento eversivo di estrema destra basato tra Padova e Treviso. Proseguendo le indagini, i magistrati e trovarono esplosivi dello stesso tipo usati per le bombe del 12 dicembre, e, in una cassetta di sicurezza di cui disponevano la madre e la sorella di Ventura scoprirono documenti interni e segreti del SID, uno dei servizi segreti italiani del tempo. Grazie a tutti questi elementi, il 3 marzo del 1972 Freda e Ventura furono arrestati.
I depistaggi
La fase istruttoria del processo e il procedimento vero e proprio furono lunghissimi e tormentati. Fin dall’inizio c’era parecchio disordine tra gli investigatori. Sul caso indagavano procure, corpi di polizia e servizi segreti, divisi da reciproche rivalità e impegnati a consultarsi soltanto saltuariamente, senza una chiara gerarchia che ne ordinasse le ricerche. Per esempio soltanto nel 1972 i magistrati furono informati che già nei primi giorni dopo l’attacco un negoziante di Padova aveva detto alla polizia di aver venduto quattro valigie dello stesso modello usato negli attentati a un uomo che gli sembrava Franco Freda.
Ma le sentenze nel corso degli anni hanno dimostrato che alcuni degli ostacoli alle indagini non erano frutto di errori e incomprensioni. Il SID, e in particolare la sua sezione “D” che si occupava di controspionaggio, ostacolò le indagini, per esempio aiutando a fuggire dall’Italia due testimoni importanti: Marco Pozzan, un neofascista amico di Freda che aveva riferito ai magistrati il contenuto di alcuni incontri riservati tra gli ordinovisti e che, secondo gli investigatori, conosceva altri aspetti della vicenda che non aveva ancora rivelato; l’altro sospettato aiutato a fuggire, salvo poi tornare in Italia ed essere arrestato, fu Guido Giannettini, un giornalista finanziato dal SID che da anni frequentava Ventura al quale passava informazioni e documenti riservati (come le informative del SID trovate nella cassetta di sicurezza di Ventura). In un altro episodio, una comunicazione del SID datata pochi giorni dopo l’attentato, ma scoperta dai magistrati soltanto mesi dopo, ipotizzava l’esistenza di una pista neofascista con mesi di anticipo rispetto alla scoperta di Ventura e Freda, ma indicava come sospetto un altro militante neofascista, poi rivelatosi estraneo alla vicenda e appartenente a un diverso gruppo da quello dei “veneti”. Quando i magistrati chiesero spiegazioni sull’accaduto, il SID oppose il segreto militare. Anni dopo l’allora ministro della Difesa Giulio Andreotti ammise che opporre il segreto era stato un errore, che Giannettini era un informatore del SID e che la vicenda era stata gestita in maniera oscura dai servizi (i quali saranno sottoposti negli anni successivi a una profonda opera di riforma).
Il processo infinito
Il primo processo su piazza Fontana si concluse soltanto nel 1979, a dieci anni dalla strage. Dopo aver girovagato per tutta Italia, alla fine il processo era arrivato a Catanzaro, per ragioni di legittimo sospetto e di ordine pubblico (Milano era ritenuto un luogo troppo pericoloso dove tenerlo). Soltanto nel 1974 la Cassazione aveva poi ordinato di riunire i due procedimenti fino a quel momento separati, quello contro gli anarchici e quello contro i neofascisti. Tutti i filoni furono riuniti a Catanzaro, dove proseguirono anche le indagini sui depistaggi di stato.
La sentenza della Corte d’Assise di Catanzaro del 1979 condannò Freda e Ventura per strage e gli agenti e collaboratori del SID per i depistaggi; gli anarchici furono assolti per la strage ma condannati per altri reati. A questa prima sentenza seguì un complicato scambio tra tribunali. Nel 1981 la Corte d’Appello di Catanzaro ribaltò la sentenza e assolse tutti dai reati principali, ma poi la Cassazione ordinò di rifare tutto. Il processo d’appello ricominciò per una seconda volta nella Corte d’Appello di Bari. Nel 1985 la Corte confermò in gran parte la seconda sentenza di Catanzaro: Freda e Ventura, ma anche Valpreda, furono giudicati non colpevoli per insufficienza di prove. Infine, nel 1987 la Corte di Cassazione confermò l’assoluzione dei neofascisti.
Per i giudici, insomma, le prove raccolte non erano sufficienti a condannare gli imputati. In particolare, non considerarono sufficienti le testimonianze contro Freda e Ventura (quasi tutte provenienti da testimoni considerati non molto affidabili e che avevano cambiato più volte versione), né fu considerato sufficiente il fatto che Freda avesse acquistato diverse decine di timer dello stesso tipo di quello ritrovato sul luogo delle esplosioni e che fosse fortemente sospettato di aver acquistato quattro valigie identiche a quelle usate negli attacchi. Per i numerosi giudici che si occuparono del caso, Freda e Ventura facevano sì parte di un’organizzazione eversiva di estrema destra e avevano partecipato ad azioni e attacchi terroristici, ma non c’era modo di collegarli con certezza alla strage di piazza Fontana. Due importanti ufficiali del SID furono condannati per i depistaggi, ma quanto i loro superiori e i responsabili politici fossero a conoscenza delle loro azioni non è mai stato chiarito. In un famoso interrogatorio sulla vicenda, Andreotti rispose per 33 volte “non ricordo” alle domande dei magistrati.
Insomma, la strage di piazza Fontana sembrava destinata a rimanere senza un responsabile. Subito dopo la fine del processo, però, altre due inchieste portarono nuovi elementi. Nel primo processo, che si svolse di nuovo a Catanzaro, erano imputati Stefano Dalle Chiaie e Massimiliano Fachini, due neofascisti accusati da un ex membro del loro gruppo – divenuto collaboratore di giustizia – di essere gli autori materiali dell’attentato (confermò anche il ruolo di Freda, che invece era appena stato assolto). Nel 1991 i due furono assolti definitivamente (ma saranno coinvolti in numerosi altri processi e Fachini sarà poi condannato per associazione sovversiva e banda armata).
Nel 1994, poi, un giudice milanese riprese nuovamente a indagare sugli autori della strage in seguito alle informazioni fornitegli da un altro collaboratore di giustizia ex membro di Ordine Nuovo, Carlo Digilio. Il collaboratore confermò ancora una volta il ruolo di Freda e Ventura emerso nel corso del primo processo, e indicò i nomi di altri partecipanti all’attacco o alla sua organizzazione (tutti e tre già implicati in vicende di violenza politica e terrorismo). Il processo si concluse in Cassazione nel 2005 con un’assoluzione per insufficienza di prove di tutti e tre i neofascisti indicati. Il collaboratore, Digilio, divenne invece l’unico condannato in relazione alla strage, anche se grazie alle attenuanti generiche dovute alla collaborazione il suo reato era caduto in prescrizione.
Nella sentenza definitiva su quest’ultimo stralcio di processo su piazza Fontana, la Cassazione tornò a esprimersi anche sul ruolo di Ventura e Freda. Grazie ai nuovi elementi emersi negli ultimi anni, in particolare le parole dei collaboratori di giustizia, la corte scrisse che Ventura e Freda parteciparono all’organizzazione della strage di piazza Fontana al di là di ogni dubbio, ma non avrebbero potuto essere processati perché per quel reato erano già stati assolti in via definitiva nel 1987.
A oggi la storia dei processi racconta con estesa completezza come andarono le cose, come non andarono, e come diversi esponenti di istituzioni e polizia cercarono di raccontarle.

Influenze libertarie nel movimento studentesco italiano

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Di Giorgio Sacchetti
Nella ricorrenza cinquantenaria del Maggio francese si è tenuto a (Sciences Po / Sorbonne), il convegno internazionale «Empreintes étudiantes des années 19 dans le monde», promosso da GERME (Groupe d’études et de recherche sur les mouvements étudiants). All’iniziativa – conclusasi fra l’altro con una fruttuosa tavola rotonda con le rappresentanze del  parigino attualmente in agitazione – hanno contribuito una quarantina di relatori prevenienti da varie università e istituti di ricerca europei ed extraeuropei. Di seguito la sintesi dell’intervento di G. Sacchetti sulle influenze libertarie nel  italiano.
C’è un Sessantotto libertario (e di forte impronta transnazionale) che, al pari di quello marxista rivoluzionario, ha influenzato il movimento degli studenti in Italia. Le controculture giovanili (musicali e non solo), a partire dai prodromi degli anni ’60 e ben oltre l’epopea del Maggio francese, hanno marcato ovunque le modalità e gli stili di pensiero della rivolta studentesca. Le fonti consultate – collezioni private di volantini e ciclostilati prodotti in ambiente studentesco; documenti della  (Federazione Anarchica Giovanile Italiana) presso l’Archivio storico della Federazione Anarchica Italiana; carte di polizia presso l’Archivio Centrale dello Stato; quotidiani a larga diffusione come «Il Giorno» e «La Nazione»; periodici come «Volontà», «Umanità Nova», «Mondo Beat»… – ci aiutano a delineare i contesti del caso italiano, azioni, scenari, circolazione delle idee, transferts militanti. Il nostro focus, riferito a tutta la fase sessantottesca, riguarda i “lasciti”, sia teorici che di prassi, di movimenti coevi a matrice libertaria. Nel caso: i  olandesi, i Beatnik del mondo anglofono, i Situazionisti e i neo-anarchici che fanno riferimento all’anarchismo storico hanno di sicuro suggestionato e contaminato il milieu della scuola e delle università. Di tutto questo tracciamo qui, in sintesi, una prima mappa orientativa.
Gli anni Sessanta, epoca del boom e del “miracolo economico”, costituiscono una cesura fondamentale rispetto al lungo dopoguerra ormai giunto a conclusione. I giovani – con le loro idee libertarie – stanno diventando, sempre di più, i protagonisti. E le scuole, le università italiane sono le incubatrici di queste inquietudini, banco di prova di una ribellione generazionalein atto. È una rivolta dai connotati globali che attinge al pensiero “terzomondista”, vera genesi del Sessantotto: contro la fame in India, il razzismo in America, il colonialismo in Africa, contro il totalitarismo comunista, il fascismo, il capitalismo e l’ipocrisia democratica. Sulle lotte per i diritti civili i riferimenti spaziano da Martin Luther King a Betrand Russel. Dall’America, la New Left (Noam Chomsky, Paul Avrich, Murray Bookchin…), insieme ai movimenti pacifisti e antiautoritari degli studenti, agli hippies, tutti impegnati nella mobilitazione contro la guerra in Vietnam, “contagia” le giovani generazioni europee ed italiane. Dall’Olanda, il movimento di contestazione libertaria Provos, che si richiama all’anarchismo di Domela Nieuwenhuis, trova i suoi sostenitori anche in Italia. C’è sintonia fra i movimenti della contestazione. Ed anche la beat generation diffonde pratiche libertarie anticonformiste contro patria, chiesa, famiglia e partito. Per il pacifismo, la nonviolenza, la fratellanza universale, la libertà di pensiero e l’amore libero.
Già nel 1966, si erano tenuti incontri europei tra giovani anarchici, per lo più studenti. Il primo si era tenuto nella primavera di quell’anno a Parigi, con la partecipazione di inglesi, belgi, spagnoli, francesi, olandesi, svedesi e italiani. All’ordine del giorno della discussione: questione giovanile, Provos, mobilitazione contro la bomba atomica, antifranchismo, anti-elettoralismo, sindacalismo, organizzazione interna, programmazione di un campeggio internazionale a Marsiglia. Dopo Parigi il successivo appuntamento è in Italia, a Milano, dove – nel dicembre 1966 – si tiene la Conferenza Europea della Gioventù Anarchica. La “tre giorni” (a cui partecipano anche ragazze e ragazzi provenienti da Francia, Germania occidentale, Spagna, Svezia, Danimarca, Olanda, Belgio e Inghilterra) si conclude davanti al consolato spagnolo dove si espone una garrota in legno e si reclama libertà per gli antifascisti iberici. Un corteo è sciolto dalla polizia mentre effettua un girotondo intorno all’albero di Natale in piazza Duomo. Milano e Roma si confermano in questo periodo come importanti laboratori culturali giovanili, luoghi d’intrecci fra militanti della FAGI, i cosiddetti “capelloni”, e il movimento della contestazione studentesca. Nel capoluogo lombardo (peraltro già epicentro del famoso caso «La Zanzara» al liceo Parini e di imponenti manifestazioni contro i bombardamenti americani in Vietnam) escono i primi numeri tirati a ciclostile di «Mondo Beat» e di «Provo», ambedue stampati presso sedi anarchiche. Nella capitale i gruppi “Provos Roma 1” e FAGI “Alba Nuova” promuovono azioni solidali con l’antifranchismo spagnolo.
La FAGI rappresenta una sigla di riferimento assai conosciuta negli ambienti studenteschi e universitari delle grandi città. Essa è particolarmente attiva in questa fase con numerose iniziative pubbliche e convegni organizzativi – marce della pace, manifestazioni di sostegno agli obiettori di coscienza, scioperi della fame antifranchisti, cortei di protesta (a Roma quando viene ucciso lo studente socialista Paolo Rossi) – nei contatti, davvero assidui, con l’associazione universitaria UGI (Unione Goliardica Italiana), con il PSIUP (Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria) e con il Partito Radicale. In un volantino firmato “Universitari aderenti alla FAGI” e distribuito all’università di Pisa si proclama lo sciopero a oltranza e si fissano cinque punti della piattaforma rivendicativa:
  1. Per una cultura vera, cioè aperta alla critica, in sostituzione di quella ufficiale e nozionistica;
  2. Per una scuola aperta a tutti;
  3. Per un maggiore potere decisionale degli studenti nella formulazione dei programmi scolastici;
  4. Per la sostituzione delle lezioni accademiche con dei seminari di studi, in collaborazione e non sotto la direzione dei professori;
  5. Per una scuola libera dalla tutela del manganello.
A Genova, nel febbraio 1967, si realizza un meeting nazionale fra Provos e anarchici. Il discorso prosegue a Carrara con il “Primo convegno italiano della gioventù protestataria”. Beatnik, Provos, “cavalieri del nulla”, aderenti alla FAGI discutono di pacifismo e di comuni percorsi libertari, socializzano esperienze on the road. È questa una tappa fondamentale per future azioni comuni e reciproche “contaminazioni”. Nell’estate del medesimo anno il Circolo Sacco e Vanzetti di Milano organizza un “Campeggio internazionale della gioventù libertaria” sulle rive del lago di Como, occasione di confronto e di incontri che mette in serio allarme le autorità. La FAGI tiene, prima a Firenze e quindi a Bologna, due importanti convegni nazionali a cui partecipano delegati provenienti da Toscana, Emilia, Liguria, Umbria, Lazio, Campania e Calabria (“giovani, nella maggior parte capelloni” annotano le carte di polizia). All’ordine del giorno: preparazione dell’imminente incontro giovanile europeo di Dordrecht (Olanda); analisi e critica dello statuto della Union des Groupes Anarchistes Communistes di Francia; pratiche anarcosindacaliste in Italia. Antimilitarismo e pacifismo rimangono i terreni principali di intervento, e gli studenti si trovano spesso a fianco dei radicali e degli anarchici nelle varie iniziative di protesta contro le basi Nato, e di obiettori di coscienza come Andrea Valcarenghi, “provo di Onda Verde”. Contestualmente si sviluppa una formidabile rete di solidarietà con la lotta dei popoli oppressi dal fascismo in Europa.
A novembre del 1967, a Firenze nel giorno delle celebrazioni per la festa delle Forze Armate, si verificano fatti incresciosi che suscitano molto clamore mediatico. La polizia mette in stato d’assedio il centro del capoluogo toscano; si effettuano settecento fermi, decine di perquisizioni, sequestri di materiale a stampa, irruzioni notturne all’Ostello della Gioventù e all’Albergo Popolare; la sede del Circolo Berneri è devastata. Si apre la “caccia al capellone” invocata a gran voce dalla così detta opinione pubblica benpensante. L’operazione è suggerita dalla concomitanza in città, certo non del tutto casuale, tra un raduno degli “Angeli del fango” (i giovani studenti che avevano aiutato i fiorentini nell’alluvione del 1966), un congresso nazionale del Partito Radicale, una marcia e una veglia della pace – poi vietati dalla questura – promossi da gruppo giovanile anarchico, movimento studentesco “Avanguardia 67” e gruppo Provo fiorentino.
Le tematiche giovanili vengono sempre più approfondite nella pubblicistica libertaria. Corrispondenze, cronache di lotte studentesche e occupazioni pervengono quasi ogni settimana alla redazione di «Umanità Nova» dalle università. A Pisa, Firenze, Milano, Roma, Torino, Padova, Trento, Perugia e Napoli gli anarchici sono dunque a vario titolo – come estemporanei gruppi giovanili, individualità isolate o come FAGI – parte attiva nel movimento. La  intanto si dichiara apertamente “solidale con gli studenti”.

Cosa significa essere proudhoniani

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Di Lorenzo Vitelli
 In seguito alla pubblicazione di “Che cos’è la proprietà?”, nel 1840 Marx rimase particolarmente affascinato da Proudhon e riprese molti spunti dell’anarchico per elaborare le sue teorie sull’estorsione del plus-valore. I due intrattennero una relazione amichevole che si interruppe quando Proudhon pubblicò la “Filosofia della miseria” dove metteva in guardia il proletariatodalle nuove favole e utopie dialettiche che i critici del capitalismo stavano mettendo in piedi. Marx trattò Proudhon da piccolo borghese, la cui cattiva coscienza (il dualismo tipico della borghesia, una mano al portafogli, l’altra a scrivere trattati morali) lo costringeva a rimanere attaccato ai suoi interessi materiali. Proudhon, però, era figlio di un birraio e di una contadina, era nato con la zappa in mano, e affrontò in prima persona le barricate di Parigi del ’48 e la prigionia per aver criticato sulle colonne di “Le représentant du Peuple” Napoleone III. Era tutto meno che un piccolo-borghese. Il dissidio tra Marx e Proudhon nasce quindi nel diverso e primordiale approccio che i due pensatori hanno nei confronti della realtà. Essere proudhoniani significa credere nella spontaneità dell’azione umana, e non nel suo determinismo meccanico, credere nell’individuo e nella libera disposizione dei mezzi di sussistenza. Essere proudhoniani vuol dire pensare il mondo senza le astrazioni hegeliane o i processi dialettici ma guardando la realtà in tutte le sue sfumature, con la convinzione che nel pluralismo, nella diversità, e nell’ordine senza potererisiedano i principi per restituire alla società la sua autonomia. La libertà in Proudhon vuol dire autogestione, auto-emancipazione, auto-realizzazione. Nessun sistema politico, né il comunismo, né la democrazia, possono regalare ed elargire diritti e libertà. «Chi parla di umanità vuol trarvi in inganno»diceva, sulla scia di un altro anarchico, Henry David Thoreau, che affermava:
«Se sapessi per certo che qualcuno sta venendo a casa mia col deliberato proposito di farmi del bene, scapperei a gambe levate».
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«Il lavoro è il primo attributo, il carattere essenziale dell’uomo. L’uomo è lavoratore, vale a dire creatore e poeta: emette delle idee e dei segni; rifacendo la natura, egli produce dal suo intimo, vive nella sua sostanza»
In Proudhon all’esclamazione vilipesa dalla critica – «la proprietà è un furto» – fa seguito un’altra e meno nota appendice: «la proprietà è la libertà». Questa ambiguità ha dato ai suoi detrattori la possibilità di bollarlo quale pensatore contraddittorio. Ma in questa apparente contraddizione sopravvive tutta la sua ricchezza d’analisi. La proprietà in Proudhon viene difesa quando è piccola e motivata dal lavoro e non dall’abuso o dalla speculazione, quando è fonte di uguaglianza e non di soprusi. Da qui nasce anche il progetto della Banca del Popolo. Invece di richiamarsi ad una rivoluzione determinata dall’evolvere dei rapporti di produzione, Proudhon vuole ribaltare l’ordine costituito partendo dall’economia reale, concreta e quotidiana, di un Banca di credito gratuito che possa fare del popolo il proprio finanziatore, eliminando l’intermediario della moneta e del prestito ad interesse per riequilibrare la simmetria tra capitale e lavoro. Quale pensiero, oggi, si rivela più utile e fecondo per un’Italia che ha fondato la sua prosperità sulle sue piccole e medie imprese, sull’iniziativa individuale, sull’artigianato e il settore manifatturiero in generale? Proudhon ha avuto una fortuna oggi dimenticata. Ha influenzato Sorel e Maurras, Bakunin e Kropotkin, Tolstoj e Dostoevskij, nonché la frangia anti-marxista dei repubblicani durante la guerra civile spagnola, i socialisti liberali di Rosselli, l’anarchismo di Berneri. Insomma ha influenzato, insieme alla destra maurrassiana, tutta una porzione della sinistra che voleva risolvere l’annosa “questione sociale” senza approdare al dirigismo, l’autoritarismo, il collettivismo comunista e le utopie marxiste. Alla morte di Proudhon, Marx, pur con qualche riserva iniziale, scrisse in una lettera all’amico J.-B. Schweitzer, dirigente del movimento operaio tedesco:
«L’audacia provocante con la quale affronta il “santuario” economico, i paradossi spirituali con i quali si prende gioco del monotono senso comune borghese, la sua critica corrosiva, la sua amara ironia, il sentimento profondo e vero di rivolta contro le infamie dell’ordine costituito, il suo sobrio spirito rivoluzionario, ecco quello che spiega l’effetto “elettrico” e sconvolgente che provocò»
 FONTE:http://www.lintellettualedissidente.it/inattuali/cosa-significa-essere-proudhoniani/

Max Nettlau- Panarchia, una idea dimenticata del 1860


Di Max Nettlau *


Quando appare una nuova intuizione scientifica, coloro che la condividono vanno avanti sulla nuova strada, senza cercare di persuadere i vecchi professori che non vogliono o possono seguire, né tentare di forzarli ad accettare le nuove idee, o eliminarli. Costoro, se il nuovo metodo è valido, rimangono indietro, si atrofizzano e rinsecchiscono. Purtroppo, in molti casi, la cattiveria e la stupidità possono generare molti ostacoli alla nuova idea. Perciò, per giungere alla tolleranza reciproca bisogna combattere dure lotte, fino a farla diventare una realtà. Solo allora ogni cosa può procedere in maniera automatica, la scienza fiorisce e prospera, in quanto la condizione necessaria per qualsiasi progresso, vale a dire la libertà di sperimentare e fare ricerca, è stata realizzata.
In nessun caso si dovrebbe tentare di “porre ogni cosa sotto un unico controllo.” Persino lo stato non è riuscito in questo intento. I socialisti e gli anarchici si sono svincolati dal suo potere. E anche noi, anti-statalisti, non avremo alcuna possibilità di successo in un tentativo simile, perché le persone che sono a favore dello stato esisteranno sempre. Dovremmo peraltro essere soddisfatti di non dover trascinar,e nella nostra società libera, un sostenitore dello stato, incallito nella sua idea.
Il problema che ci si pone di frequente, e cioè quale comportamento si dovrebbe tenere nei confronti dei reazionari che sono refrattari alla libertà, sarebbe quindi risolto in maniera molto semplice: si tengano pure il loro Stato per tutto il tempo che vogliono, per noi non ha più alcuna importanza. Lo Stato avrebbe per noi lo stesso significato e potere che avrebbero le idee strambe di una setta religiosa a cui nessuno presta attenzione. Questo si verificherà prima o poi: la libertà si fa strada dappertutto.
Una volta, mentre ero in battello sul lago di Como, un’insegnante di Milano salì con una scolaresca numerosa. Ella voleva che tutti gli alunni stessero seduti, per cui passava da un gruppo all’altro ordinando loro di sedersi. Ma, non appena si voltava da un’altra parte, quasi tutti si alzavano di nuovo, e ogniqualvolta ella riteneva di averli tutti sotto controllo e di avere esaurito il suo compito, li trovava di nuovo in piedi e in movimento, in maniera disordinata come all’inizio. Invece di arrabbiarsi, spazientita, la giovane donna rise della situazione e lasciò i ragazzi in pace. A quel punto la maggior parte di essi si sedette di propria iniziativa.
Questo è solo un esempio banale di come le cose, lasciate a sé stesse, spesso si risolvono nel migliore dei modi.
Per cui, ancor prima che l’idea della tolleranza reciproca si faccia strada nelle vicende politiche e in quelle sociali, noi non potremmo far di meglio che prepararci ad applicarla nella nostra vita quotidiana e nel nostro modo di pensare. Invece, quante volte agiamo in maniera opposta alla tolleranza?
Queste parole intendono mostrare quanto io sia attratto da questa idea e voglio comunicare ad altri il mio entusiasmo nell’aver scoperto lo scritto dimenticato di un precursore di questa idea della tolleranza, un' idea di cui non si parla tanto nella nostra letteratura anarchica, e che molti avversano.
Mi riferisco all’articolo Panarchia di P.E. de Puydt apparso nella Revue Trimestrielle (Bruxelles), Luglio 1860, pagine 222-245. L’autore, che mi era del tutto ignoto e di cui non mi sono curato di saperne di più per non guastare la stima che ho delle sue idee, è estraneo ai movimenti sociali. Nonostante ciò, egli ha una visione chiara e lucida di quanto l’attuale sistema politico, in base al quale tutti devono sottomettersi ad un governo costituito sulle decisioni di una maggioranza, cozzi contro le esigenze di base della libertà. Pur senza identificarmi con le sue proposte immediate, o pretendendo di presentarle in maniera esauriente, desidero riassumere le sue idee e citare alcuni passaggi.
Il lettore si sentirà più prossimo a queste idee se sostituirà, nella sua mente, alla parola “governo” che il nostro autore usa di continuo, l’espressione “organizzazione sociale,” soprattutto tenendo conto del fatto che egli invoca la coesistenza di tutte le forme di governo fino ad includere anche “l’An-archiadel Signor Proudhon.” Ogni forma di governo applicata solo ai suoi effettivi sostenitori.
L’autore dichiara di essere a favore degli insegnamenti di politica economica che sostengono il laissez-faire, laissez passer (la Scuola di Manchester della libera concorrenza, senza intromissione dello Stato). Per lui non esistono mezze verità. Da ciò egli giunge alla conclusione che la regola della libera concorrenza, laissez-faire, laissez passer, non si applica solo alle relazioni industriali e commerciali, ma dovrebbe essere introdotta anche nella sfera politica.
Alcuni affermano che vi è troppa libertà, altri che non ve ne è abbastanza. In realtà, quella che manca è la libertà fondamentale, proprio quella  di cui ognuno ha bisogno: la libertà di voler essere o non essere liberi. Ognuno decide, al riguardo, in maniera personale e, dal momento che vi sono tante opinioni quanti sono gli esseri umani, quello che ne risulta è la confusione nota sotto il nome di politica. La libertà degli uni è la negazione della libertà degli altri. Anche il migliore governo possibile non rispecchia mai la volontà di tutti. Esistono vincitori e vinti, oppressori in nome delle leggi vigenti e ribelli in nome della libertà.
Intendo io proporre il mio personale sistema? Niente affatto! Io sono a favore di tutti i sistemi, vale a dire di tutte le forme di governo che trovano sostenitori. Ogni sistema è come un blocco di appartamenti in cui il proprietario e i maggiori locatari godono dei locali migliori e si sentono a loro agio. Gli altri, per i quali non vi è spazio sufficiente, sono scontenti. Io odio i violenti che vogliono distruggere tutto, così come odio i tiranni che vogliono imporre la loro volontà a tutti. Coloro che sono insoddisfatti dovrebbero andare per la loro strada, ma senza distruggere l’edificio; quello che a loro non piace, potrebbe andar bene ai loro vicini.
Dovrebbero allora emigrare? Cercare, in qualche parte del vasto mondo, un altro governo? Niente affatto. Le persone non devono essere catapultate da un luogo all'altro in base alle loro opinioni. “Io desidero che si continui a vivere assieme, lì dove si è o anche altrove, se così si vuole, senza lotte, fraternamente, rimanendo ognuno libero di esprimere le proprie idee e soggetto solo a quei poteri che ciascuno ha direttamente eletto o accettato.”
Ritorniamo in argomento. “Nulla si sviluppa e dura se non è basato sulla libertà. Nulla di ciò che esiste perdura e funziona con successo tranne che attraverso il libero gioco di tutte le sue parti. Altrimenti c’è perdita di energia attraverso continue frizioni, rapida usura degli ingranaggi, ripetute rotture e incidenti. Perciò io chiedo che, singolarmente, tutti i componenti della società umana dispongano della libertà di associarsi con altri secondo la loro scelta e affinità, agendo in sintonia con le loro capacità. In altre parole, godendo dell’assoluto diritto di scegliere la società politica nella quale essi vogliono vivere e dipendendo solo da essa.”
Oggi un repubblicano cerca di abbattere lo Stato esistente per istituire il suo Stato ideale ed è combattuto, in quanto nemico, da tutti i monarchici e da coloro che non condividono quell’idea. Secondo la concezione del nostro autore, invece, si dovrebbe procedere in una maniera simile a come si fa per la separazione legale o per il divorzio nelle relazioni familiari. Egli avanza una tale possibilità di dissociazione anche nel campo politico, una scelta che non danneggerebbe alcuno. Ci si vuole separare politicamente? Nulla di più semplice che andare per la propria strada, ma senza calpestare i diritti e le opinioni di altri che, dal canto loro, dovrebbero solo fare un po’ di spazio lasciando a costoro la piena libertà di realizzare il proprio sistema.
In pratica sarebbe sufficiente disporre di un ufficio del registro. In ogni municipalità si aprirebbe un ufficio per l’appartenenza al governo politico degli individui. Le persone adulte si registrerebbero secondo le loro preferenze, nella lista della monarchia, della repubblica o di qualsiasi altro orientamento. Da questo momento in poi non si sarebbe più toccati dal sistema governativo degli altri.
Ogni sistema si organizza autonomamente, ha i suoi propri rappresentanti, leggi, giudici, tasse, senza preoccuparsi se vi sono due o dieci altre organizzazioni simili, una accanto all’altra. Per quanto riguarda le dispute che dovessero sorgere tra questi organismi, sarà sufficiente ricorrere a tribunali arbitrali come si fa tra persone amiche. Probabilmente vi saranno molte materie in comune tra tutti gli organismi, che potrebbero essere regolate tramite accordi reciproci, come avviene, ad esempio, nelle relazioni tra i Cantoni Svizzeri o tra gli Stati Americani nell’ambito della loro federazione.
Potrebbero esserci individui che non vogliono far parte di alcun organismo. Essi possono diffondere le loro idee e cercare di aumentare il numero dei loro sostenitori fino a quando non abbiano raggiunto un livello necessario per gestire un bilancio, vale a dire per pagarsi una propria amministrazione che istituisca i servizi che essi richiedono. Fino a quel momento essi dovrebbero aggregarsi ad uno degli organismi di governo già esistenti. Questo per motivi essenzialmente finanziari.
La libertà deve essere così estesa che deve includere anche il diritto a non essere liberi. Quindi clericalismo e assolutismo per coloro che desiderino ciò. Vi sarà pertanto libera competizione tra sistemi governativi. I governi dovranno funzionare bene per assicurarsi simpatizzanti e utenti. Ognuno resta a casa sua, senza dover rinunciare a qualcosa che gli è caro. L’unico sforzo richiesto è una semplice dichiarazione presso l’ufficio politico del Comune e, senza nemmeno cambiarsi di vestaglia e pantofole, si potrà passare dalla repubblica alla monarchia, dal parlamentarismo all’autocrazia, dall’oligarchia alla democrazia o persino all’an-archia del signor Proudhon, a discrezione personale.
“Sei insoddisfatto del tuo governo? Prendine un altro che ti vada bene” - senza rivolta o rivoluzione e senza alcun disordine - semplicemente recandoti all’ufficio del registro politico. I vecchi governi possono continuare ad esistere fino a quando la libertà di sperimentare, qui proposta, porterà al loro declino e caduta. Una sola cosa si richiede: la libertà di scegliere.
Libera scelta, concorrenza - questo sarà, un giorno, anche il motto del mondo politico.
Non c’è il rischio che tutto ciò porti ad un caos indescrivibile?
Ognuno dovrebbe solo richiamare alla memoria i tempi quando ci si scannava l’un l’altro nelle guerre di religione. Che cosa è avvenuto di quegli odi mortali? Il progresso dello spirito umano li ha spazzati via come fa il vento con le ultime foglie d’autunno. Le diverse religioni, nel cui nome si bruciavano e si torturavano le persone, ora coesistono pacificamente, l’una accanto all’altra. E soprattutto là dove parecchie fedi religiose convivono, ognuna di esse è più che mai interessata alla propria dignità e alla propria purezza. Ciò che è stato possibile in quella sfera, nonostante tutti gli ostacoli, non sarebbe ugualmente possibile nell’ambito politico? Al giorno d’oggi i governi esistono solo escludendo qualsiasi altro potere, ogni partito domina dopo aver sconfitto i suoi oppositori e la maggioranza opprime la minoranza; è quindi inevitabile che le minoranze e gli oppressi rumoreggino e intrighino e aspettino solo il momento adatto per la vendetta e per conquistare finalmente il potere. Ma quando ogni coercizione è abolita, quando ogni persona adulta ha, in ogni momento, una assoluta libertà di scelta per tutto ciò che lo concerne, allora qualsiasi sterile lotta diventerebbe impossibile.
Se i governi fossero sottomessi al principio della libera sperimentazione e alla libera concorrenza, essi si darebbero da fare per diventare migliori e più efficienti. Niente più distacco e altezzosità che nascondono solo il vuoto. Il loro successo consisterebbe esclusivamente nel fare meglio e a costo minore degli altri. Le energie attualmente perse in maneggi infruttuosi, in dissidi e resistenze, saranno tutte indirizzate verso il fine di promuovere il progresso e la felicità degli esseri umani, in modi straordinari e non ancora esplorati.
Alcuni potrebbero avanzare l'obiezione che, dopo tutti questi esperimenti con governi di ogni tipo, si ritornerà alla fine ad un unico governo, quello migliore. Riguardo a ciò, l’autore fa notare che, anche se questo fosse il caso, tale accordo generale sarebbe stato raggiunto attraverso il libero gioco di tutte le energie. Ma questo potrebbe avvenire solo in un futuro lontano, “quando la funzione di governo sarà ricondotta, per comune accordo, alla sua più semplice espressione.” Attualmente le persone hanno idee differenti e costumi così vari che si rende necessaria una molteplicità di governi.
Una persona vuole una vita piena di esperienze eccitanti e di lotte, un’altra desidera la tranquillità, un’altra ancora ha bisogno di incoraggiamento e aiuto, una quarta, un tipo geniale, non tollera alcuna guida. Uno vorrebbe una repubblica fatta di sottomissione e rinunce, un altro desidera la monarchia assoluta con la sua pompa e il suo splendore. L’oratore vuole un parlamento, la persona silenziosa invece è contro tutto questo blaterare. Vi sono cervelli forti e menti deboli, persone ambiziose e gente semplice che si contenta di poco. Vi sono altrettanti caratteri quante sono le persone, altrettanti bisogni quante sono le differenti nature. Come si potrebbero soddisfare tutti con un’unica forma di governo? Le persone appagate saranno sempre una minoranza. Persino un governo perfetto troverebbe chi vi si oppone. Nel sistema proposto, invece, tutte le divergenze non sarebbero altro che bisticci domestici, con il divorzio quale rimedio estremo.
I governi sarebbero in concorrenza tra di loro e coloro che si associano ai governi sarebbero del tutto leali in quanto esisterebbe piena concordanza tra il governo scelto e le proprie idee.
Come si potrebbero ripartire tutte queste persone? Io credo nel “potere sovrano della libertà di far sorgere la pace tra le persone.” Non posso certo prevedere il giorno e l’ora in cui questa armonia sorgerà. La mia idea è come un seme gettato al vento. Chi in passato avrebbe pensato all’avvento della libertà di coscienza e chi la metterebbe in discussione al giorno d’oggi? Per la realizzazione pratica dell’idea si potrebbe, ad esempio, fissare in un anno il periodo minimo di appartenenza ad una forma di governo. Ogni gruppo convoca i suoi membri ogni qualvolta ne senta la necessità, come fa una chiesa rispetto ai propri fedeli o una società per azioni nei confronti dei suoi azionisti.
La coesistenza di vari governi porterà forse ad un flusso enorme di burocrati e ad un corrispondente spreco di energie? Questa obiezione è importante. In ogni caso, quando un tale eccesso fosse avvertito, si troverebbe una soluzione. Solo gli organismi davvero efficienti sopravviverebbero, e gli altri deperirebbero progressivamente per mancanza di sostenitori.
Le classi dirigenti e i partiti attualmente dominanti saranno favorevoli a tale proposta?
Sarebbe nel loro interesse che lo fossero. Essi sarebbero meno forti, potendo fare affidamento su un numero minore di aderenti, ma tutti i sostenitori volontari si adeguerebbero in maniera totale alla volontà dei governi. Non ci sarebbe bisogno di alcuna coercizione nei confronti dei soggetti, di nessun soldato, di nessun gendarme, di nessun poliziotto. Non ci sarebbero né congiure né usurpazioni. Ognuno e nessuno sarebbero legittimi. Potrebbe accadere che un governo andasse in liquidazione e, in una fase successiva, qualora riuscisse a trovare altri sostenitori, ritornerebbe sulla scena attraverso un semplice atto costitutivo, come avviene per una società per azioni. La piccola quota versata per la registrazione dovrebbe essere sufficiente per finanziare gli uffici di registro. Sarebbe un meccanismo così semplice che anche un bambino riuscirebbe a gestirlo, e, nonostante la sua semplicità, risponderebbe ai bisogni di tutti. È così semplice ed efficace che sono certo che nessuno vorrà saperne; l’essere umano essendo così com’è …
Lo stile e il modo di ragionare dell’autore, de Puydt, mi ricordano in parte Anselme Bellegarrigue, come ci è apparso nei suoi numerosi articoli sul quotidiano di Toulouse del 1849, Civilisation. Idee simili in materia di tasse sono state formulate in epoca successiva e nel corso di alcuni anni soprattutto daAuberon Herbert (voluntary taxation). Il fatto che tutte queste elaborazioni ci sembrino oggi più plausibili che ai lettori del 1860, dimostra che almeno qualche progresso è stato compiuto. L’aspetto importante è di dare a queste idee il tipo di espressione che corrisponde ai sentimenti e alle esigenze attuali e di porre le basi per la sua realizzazione. Ciò che mancava, nel ragionamento freddo e pacato di questo autore isolato del 1860, è la riflessione su quali iniziative intraprendere per l'attuazione dell'idea. Non potrebbe essere questo l’aspetto che renderebbe oggi la discussione di questi temi molto più promettente e ricca di sviluppi futuri?

Nota
Questo articolo, datato 22-2-1909, firmato con le iniziali dell’autore M.N. apparve il 15-3-1909 nel giornale “Der Sozialist” di Gustav Landauer. Fu ristampato per iniziativa di Leo Kasarnowski (successivamente editore di Mackay) che identificò nelle lettere M.N. lo storico dell'anarchia Max Nettlau, nel giornale “L’anarchico individualista” (edito da Benedikt Lachmann), Berlino 1920, pagg. 410-417.

*Max Nettlau-Paanarchia
Una idea dimenticata del 1860
(1909)


Schwarze Scharen: la poco conosciuta resistenza anarchica al nazismo

schwarze
La Resistenza anarchica in Germania è poco nota. Da qualche anno grazie ai lavori di alcuni studiosi anche italiani ne sappiamo di più.
Anarres ne ha parlato con David Bernardini, autore di un libro su Rocker e di un altro libro sulle Schiere Nere.
Ascolta l’intervista con David:



Di seguito un articolo che ha scritto per Anarres
La storia della resistenza anarchica tedesca non è molto conosciuta. Cercherò quindi di fornire molto schematicamente un minimo di orientamento all’interno di un argomento così poco trattato.
Per iniziare è necessario forse dire due parole sulla storia del movimento anarchico in Germania. Max Nettlau ha identificato le sue origini in quel Circolo dei Liberi di Berlino che si formò intorno al 1848, di cui faceva parte anche Max Stirner, i fratelli Bauer e altri. Nel corso della seconda metà dell’Ottocento si delinea progressivamente un movimento anarchico che deve però fare i conti con il più forte partito socialdemocratico d’Europa, la SPD. Il piccolo movimento anarchico tedesco vive un eclatante ma effimero boom negli anni immediatamente successivi alla prima guerra mondiale, andando probabilmente incontro ad un diffuso antimilitarismo presente nella popolazione, stremata dal conflitto e dalle sue pesanti conseguenze sociali. L’anarcosindacalista FAUD (Freie Arbeiter Union Deutschlands – Libera Unione dei Lavoratori tedeschi), sorta nel 1919 sulle ceneri di un’organizzazione sindacalista rivoluzionaria del preguerra, arriva a toccare tra il 1921 e il 1922 la notevole cifra di 200.000 attivisti, affermandosi come la principale organizzazione anarchica (ma non l’unica) in Germania. Dal 1923 inizia però una grave fase di decadenza che porta la FAUD nel 1929 a poter contare ancora su solo poche migliaia di attivisti. È in queste condizioni che gli anarchici tedeschi iniziano ad affrontare la sempre più brutale e preoccupante ascesa del Partito nazista di Adolf Hitler.
Similmente a quella italiana, anche la resistenza anarchica al nazismo è “lunga”. Inizia infatti diversi anni prima dell’ascesa al potere di Hitler, come contrapposizione ad un partito (quello nazista) in lotta per il potere, per proseguire successivamente, allargandosi ben al di fuori dai confini tedeschi.
Prima del regime nazista
Gli anarchici si preoccupano presto dell’ascesa del nazismo, tanto che sulla stampa anarchica già sul finire degli anni Venti si possono leggere articoli che avvertono del pericolo nazista. Ma l’antinazismo degli anarchici non si esaurisce nell’attività pubblicistica. Dalle file della FAUD emerge sul finire del 1929 l’esperienza delle Schwarze Scharen (Schiere nere) una delle espressioni più eclatanti e dirompenti dell’antifascismo anarchico degli anni precedenti all’inizio del regime nazista. Le Schiere nere sono una rete di gruppi diffusi in alcune parti della Germania (Alta Slesia, Berlino, Assia, Turingia, Renania Settentrionale-Vestfalia) che praticano l’autodifesa militante in chiave antifascista, riconoscendosi come organizzazione integrativa ma indipendente della FAUD e presentandosi pubblicamente vestiti completamente di nero. Questi gruppi praticano l’antifascismo con la propaganda, anche attraverso giornali come Die proletarische Front di Kassel o Die Schwarze Horde (L’orda nera), e con l’azione militante. Le Schiere nere infatti ingaggiano dove presenti violenti scontri con i nazisti, e in particolare con le SA, anche con armi in pugno (revolver, fucili). La polizia nel maggio 1932 scopre addirittura un deposito clandestino di esplosivi e di armi allestito dalla Schiera nera di Beuthen (oggi in Polonia) in previsione della presa del potere da parte di Hitler. I militanti che animano le Schiere nere, in maggior parte giovani proletari disoccupati, sono pochi, si parla infatti di qualche centinaio di attivisti sparsi in tutta la Germania, ma nelle zone dove sono presenti fanno decisamente sentire il loro peso e cercano di stimolare la costruzione di una sorta di fronte unitario dal basso di tutti gli sfruttati, al di là e al di sopra dei partiti di appartenenza, basato sull’azione diretta antifascista.
Dopo il regime nazista dentro e fuori la Germania
La repressione che si abbatte già a partire dal 1932 sulle Schiere nere e sul movimento anarchico tedesco si intensifica ulteriormente nel 1933, quando Hitler assume il potere. Già nel corso del 1932 infatti la FAUD, riunita in congresso a Erfurt, aveva deciso di prepararsi alla clandestinità.
Da questo momento, schematizzando al massimo si potrebbero identificare grossomodo tre filoni all’interno delle vicende della resistenza anarchica al nazismo.
Dentro la Germania (1933-1937/38): poche ore dopo l’incendio del Reichstag (27 febbraio 1933), il poeta anarchico Erich Mühsam viene arrestato (verrà assassinato nel campo di concentramento di Sachsenhausen l’anno successivo), mentre Rudolf Rocker insieme alla sua compagna Milly riesce a rifugiarsi in Svizzera: due importanti esponenti del movimento anarchico tedesco sono così fuori gioco. Dopo un primo momento di sbandamento gli anarchici riescono comunque a organizzare una rete clandestina che può contare anche su alcuni appoggi all’estero (Amsterdam, Spagna). Già nel maggio 1933 vengono diffuse in Germania le prime pubblicazioni anarchiche clandestine. Tra queste è da ricordare Die Soziale Revolution di Lipsia, giornale promosso da Ferdinand Götze che verrà stampato tra il 1933 e il 1935 (otto numeri documentabili), con una diffusione di circa duecento copie a numero. Le attività di resistenza cessano tra il 1937/38 a causa della dura repressione che si abbatte sulle file degli anarchici, repressione che riduce la resistenza ad una dimensione “individuale”, anche se non cessano, per esempio, i sabotaggi nei grandi porti del nord come Amburgo. Tra queste attività di resistenza, certamente di dimensioni veramente ridotte ma comunque importanti e interessanti, mi piace ricordare la figura di Fritz Scherer, già custode del Rifugio Bakunin nel corso degli anni Venti (un rifugio in montagna autocostruito e autogestito dagli anarchici di Meiningen, piccola cittadina della Turingia). Durante il regime nazista Scherer, che in quanto pompiere nella capitale tedesca viene lasciato (più o meno) in pace dalla Gestapo, aiuta come può i suoi compagni in difficoltà e diffonde materiale antifascista e libertario. Inoltre riusce a salvare dalla furia del Terzo Reich e dalle distruzioni della seconda guerra mondiale molti libri e opuscoli anarchici, ricopertinandoli con titoli insospettabili politicamente. Saranno proprio i libri e gli opuscoli custoditi da Scherer ad essere letti e ristampati dalla nuova generazione di attivisti anarchici uscita dall’esperienza del Sessantotto tedesco… .
Fuori dalla Germania (1933-1945) in Spagna, Francia, Polonia ecc…: La FAUD sin dai primissimi anni Trenta segue con grande interesse lo sviluppo del movimento operaio spagnolo e della CNT. Nel 1932 alcuni militanti delle Schiere nere braccati dalla polizia si rifugiano non a caso in Spagna. Le file dell’anarchismo tedesco in esilio si ingrossano dall’inizio del 1933, tanto che nel 1934 viene fondato a Barcellona un Gruppe DAS (Gruppo Anarcosindacalisti tedeschi) che si dota anche di un proprio giornale. Il gruppo partecipa ai combattimenti di Barcellona nel luglio 1936, prendendo d’assalto il Club tedesco, un importante punto di riferimento del regime nazista in Catalogna. Attiviste e attivisti anarchici si ritrovano poi in varie esperienze della rivoluzione spagnola. Un Gruppo Erich Mühsam combatte a Huesca, militanti tedeschi prendono parte alla Colonna Durruti e attiviste come Etta Federn partecipano alle Mujeres Libres e alle scuole libertarie. Con la vittoria franchista, gli anarchici tedeschi si disperdono: chi inizia un lungo e doloroso viaggio per i campi di concentramento di mezza Europa (sia quelli allestiti dal governo francese per gli ex combattenti in Spagna, sia ovviamente quelli nazisti), chi prenderà successivamente parte alla resistenza francese, come l’ex membro delle Schiere nere Paul Czakon, o alla resistenza polacca, come Alfons Pilarski, fondatore della prima Schiera nera tedesca (quella di Ratibor), che viene ferito gravemente negli scontri della rivolta di Varsavia nel 1944.
Dentro la Germania (fine anni Trenta-1944 circa): quest’ultimo gruppo si tratta del caso di più difficile definizione. Semplificando, si può affermare che ci sono pezzi della gioventù che, pur essendo indottrinata e irregimentata dalle istituzioni del regime nazista come la Gioventù Hitleriana, sul finire degli anni Trenta si ribella al regime stesso, approdando in alcuni casi all’aperta resistenza. Faccio riferimento in particolar modo a quei gruppi usciti da un ambiente tendenzialmente operaio come gli Edelweisspiraten (Pirati della stella alpina) della Germania occidentale (specialmente, in città come Colonia, Wuppertal, Essen, Francoforte ecc) e i Meuten (Orde) di Lipsia. All’interno di questi gruppi giovanili c’era una presenza anarchica: il gruppo degli Edelweisspiraten di Wuppertal per esempio contava tra i propri membri un ex membro delle Schiere nere come Hans Schmitz (il quale narrerà le sue esperienze nel libriccino “Umsonst is dat nie”) così come anche nelle Meuten è stata recentemente rilevata una presenza libertaria (prima il gruppo era descritto come di tendenza comunista), tra cui Irma Götze, sorella di Ferdinand, che poi andrà in Spagna.
Per approfondire
In italiano ci sono a mia conoscenza due libri sulla resistenza anarchica tedesca:
  • AA.VV., Piegarsi vuol dire mentire. Germania: la resistenza libertaria al nazismo nella Ruhr e in Renania 1933-1945), Zero in Condotta, Milano, 2005.
  • Leonhard Schäfer, Contro Hitler. Gli anarchici e la resistenza tedesca dimenticata, Zero in Condotta, Milano, 2015.
A questi mi permetto di aggiungere il mio Il barometro segna tempesta. Le Schiere nere contro il nazismo, La Fiaccola, Ragusa, 2014 (in un certo senso anticipato da un articolo uscito sulle pagine di “A” rivista un anno prima, nel n. 382). Sugli Edelweisspiraten ho scritto su “A” rivista anarchica (n. 385) un breve articolo in cui si può trovare una piccola bibliografia in merito. Esistono inoltre alcuni contributi su alcune figure della resistenza anarchica al nazismo pubblicati sul Bollettino dell’Archivio Pinelli (consultabile anche online sul sito centrostudilibertari.it) come Kurt Wafner (n. 32), Heinrich Friedetzky (n. 16), Alfons Pilarski (n. 44) e Fritz Scherer (n. 45). Altri profili biografici sull’argomento si possono trovare narrati nel numero di aprile di “A” rivista di quest’anno.
Per chi masticasse il tedesco la letteratura è più vasta. Mi sembrano importanti per una prima introduzione il saggio di Andreas Graf e Dieter Nelles contenuto nel libro di Rudolf Benner Die unsichtbare Front. Bericht über die illegale Arbeit in Deutschland (1937) della Libertad Verlag cosi come il libro Anarchisten gegen Hitler. Anarchisten, Anarcho-Syndikalisten, Rätekommunisten in Widerstand und Exil della Lukas Verlag. Si tratta di contributi che presentano anche le questioni aperte, le problematiche della storiografia sull’argomento ecc. Ricchi di numerose informazioni (pur con qualche disattenzione) sono i due libri di Helge Döhring sulle Schwarze Scharen e sulla resistenza anarcosindacalista al regime nazista. Döhring è tra l’altro tra i promotori dell’Institut für Syndikalismusforschung, dove si possono reperire molte informazioni anche sull’argomento qui trattato e diverse bibliografie ragionate. Diverso materiale online (purtroppo sempre in lingua tedesca) si trova anche sul portale anarchismus.at, qualcosa in inglese è invece reperibile (se non ricordo male) sul sito libcom.org. Tra le pubblicazioni più recenti segnalo un libro che tratta dell’impegno degli anarchici tedeschi durante la guerra civile spagnola che mi pare decisamente ben fatto. Si tratta di Deutsche AnarchistInnen in Barcellona 1933-1939. Die Gruppe «Deutsche Anarchosyndikalisten» (DAS) di Dieter Nelles, Ulrich Linse, Harald Piotrowki e Carlos Garcia pubblicato nel 2013 per la casa editrice Graswurzelrevolution (si tratta di una rivista su cui sono apparsi contributi anche sull’argomento qui trattato). Di questo libro so che esiste una versione in spagnolo, anche se non ho mai avuto l’occasione di averla in mano.

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