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Cos’è l’Esercito siriano libero?

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Di Mauro Indelicato
L’Esercito siriano libero nasce ufficialmente il 4 giugno 2011, ma l’annuncio in video di questa milizia avviene soltanto il 29 luglio successivo. Si tratta di una formazione militare e para militare che, allo scoppio delle proteste in Siria nel 2011, riunisce alcuni combattenti dell’opposizione al governo di Bashar al Assad. Ufficialmente la missione è quella di proteggere i civili dagli attacchi governativi. Tuttavia, ben presto le attività dell’Esercito siriano libero si trasformano in guerriglia, fino allo scontro frontale con le forze lealiste.
All’inizio delle sue attività, l’Esercito siriano libero è una struttura formata da disertori dell’esercito della Repubblica araba siriana. Ben presto però, al suo interno, emergono figure legate ai Fratelli Musulmani e soprattutto all’integralismo islamico. Oggi, il ruolo dell’Esercito siriano libero all’interno del conflitto siriano appare estremamente limitato.

La nascita dell’Esercito siriano libero

Nel marzo del 2011, la Siria assiste alle prime manifestazioni organizzate sulla scia di quelle della cosiddetta “primavera araba”, che in quelle settimane infiammano soprattutto Tunisia, Egitto, Libia e Yemen.
Inizialmente le manifestazioni non riscuotono, soprattutto a Damasco ed Aleppo, un grande consenso popolare. Ma la situazione ben presto cambia. Emergono, infatti, gruppi in grado di attuare sabotaggi ed azioni tali da far vacillare la stabilità della Siria.
Quando il 15 marzo 2011, data ufficiale dell’inizio della guerra civile siriana, alcuni manifestanti vengono uccisi a Daraa, l’esercito di Damasco non è deliberatamente attaccato da nessuna forza in particolare. Il primo caso sarà il 4 giugno del 2011, quando viene registrata la prima vera incursione armata da parte di un gruppo di manifestanti contro specifici obiettivi militari: il tutto avviene nella cittadina di  Jisr al-Shughurnella provincia di Idlib, con l’esercito costretto per una settimana a veri combattimenti per riprendere il controllo.
Ecco perché la nascita dell’Esercito siriano libero viene identificata con quella data. L’annuncio ufficiale della formazione militare contrapposta all’esercito regolare è del 29 luglio. In quell’occasione,  Riyad al-As’ad, ex ufficiale dell’esercito siriano che ha disertato poche settimane prima, proclama la nascita dell’Esercito siriano libero. L’obiettivo è quello di proteggere i civili dalla repressione delle manifestazioni, ma pare ben presto a tutti chiaro che il vero fine è quello di rovesciare Bashar Al Assad.
L’Esercito siriano libero adotta una nuova bandiera, che corrisponde a quella nero – verde – bianca dell’epoca del protettorato francese in Siria. Il 29 luglio viene inoltre annunciata ad Istanbul la nascita del “Consiglio Nazionale Siriano”, il quale adotta la bandiera sopra indicata e chiede alla comunità internazionale il riconoscimento quale unico rappresentante dello Stato siriano.
L’Esercito Siriano Libero diventa così il braccio armato del Consiglio Nazionale Siriano ed inizia a fronteggiarsi con le forze fedeli ad Assad. Ad appoggiare questo nuovo esercito sono, chi politicamente e chi con armi e munizioni, i Paesi occidentali oltre che la stessa Turchia che ne ospita il comando nella cittadina di Hatay.

Le prime avanzate del 2012 dell’Esercito siriano libero

Le bandiere dell’Esercito siriano libero appaiono per la prima volta ad Hama. Questa città, la quarta per dimensioni in Siria, ha al suo interno alcune delle filiali più attive dei Fratelli Musulmani e, dal 1982, ha sempre vissuto con il rancore per i bombardamenti di Hafez Al Assad, padre del presidente Bashar.
I rappresentanti dell’Esercito siriano libero dichiarano di voler difendere i manifestanti di Hama, appoggiandoli nella loro sfida alle autorità centrali. Contrariamente a quanto pronosticato, però, l’esercito governativo riesce a mantenere sotto controllo la situazione e, dopo un mese di scontri, Hama torna alla normalità.

SIRIA, IL FREE SYRIAN ARMY 'STRAPPA' DABIQ ALL'ISIS

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Di Salvatore Santoru

Secondo quanto riportato dall'ANSA(1) ila principale organizzazione dei ribelli "Esercito Siriano Libero"(FSA) ha conquistato la città di Dabiq, sino a questo momento in mano all'ISIS.
La notizia è stata anche confermata dall'Osservatorio siriano per i diritti umani e pare che l'ISIS abbia opposto una "resistenza minima", nonostante la propaganda del Califfato prometteva scontri.

NOTE:

(1)http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2016/10/16/lesercito-siriano-libero-fsa-conquista-dabiq_e9828a64-0e24-421d-ab38-b2ac186716bc.html

SIRIA, SECONDO IL QUOTIDIANO "AL WATAN" I CURDI VOGLIONO "SCARICARE" OBAMA E SCHIERARSI CON LA RUSSIA

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Di Roberto Vivaldelli

Terminata la tregua, la guerra in Siria prosegue su più fronti. A Nord, circa due settimane fa, laTurchia aveva lanciato la sua offensiva nella regione dalla provincia di Kilis. Come riportava l’agenzia Reuters, “supportando i ribelli turkmeni e arabi, sotto la bandiera del Free Syrian Army, la Turchia spera di scacciare l’Isis da quell’area e contenere l’avanzata dei curdi filo-americani”.
Ora è il quotidiano siriano Al-Watanripreso da Al-Masdar News, a dare notizia di una richiesta piuttosto insolita e inaspettata nel complesso quadro della guerra siriana.
“Le forze curdo-siriane dell’Ypg – scrive il quotidiano – hanno chiesto aiuto al governo siriano e alla Russia per fermare le incursioni della Turchia nel Paese. Fino ad oggi, i gruppi vicini alla Turchia, ossia il Free Syrian e altre milizie, hanno conquistato decine di villaggi ai danni dell’Ypg. Questa richiesta insolita è giunta dopo che l’Ypg e la polizia curda hanno preso di mira le Forze Nazionale di Difesa con un attacco che la provocato la fine dell’accordo di pace”.
Il quotidiano siriano spiega inoltre che “le autorità curde stavano progettando la conduzione di un censimento per poi annunciare le loro ambizioni federaliste nelle aree di loro controllo entro un mese. In modo tempestivo le autorità curde avrebbero chiesto così aiuto a Damasco nella lotta contro la Turchia, per la costituzione di una Siria federalista”. È evidente che i leader curdi cominciano a fidarsi meno di quello che era stato il loro interlocutore di riferimento fino a questo momento, ovvero gli Stati Uniti. Ed è per questo che ora si appellano a Damasco e Mosca.
Tutto questo avviene quando, lo scorso agosto, l’Asaysh (la polizia curda) e le Unità di Protezione del popolo, legate al partito curdo Pyd – Democratic Union Party – e al nucleo delle forze anti-governative delle Sdf (Forze democratiche siriane) hanno attaccato le forze governative di Damasco presso Hasakah: un’offensiva che ha precluso ogni tipo di collaborazione tra le forze curde e il governo siriano.
A inizio agosto l’Ypg aveva ripulito l’area di Hasakah dall’Isis, lasciando la città per il 75% in mano alle forze curde, e per il 25% sotto il controllo delle forze lealiste. Le truppe curde ne chiedevano il ritiro totale, e questo fu il motivo degli scontro contro le forze governative: queste ultime hanno lasciato successivamente l’area grazie alla mediazione fondamentale della diplomazia russa.
Il quadro è talmente complesso e intricato che quando si parla di curdi e di “Kurdistan” occorre tuttavia essere molto precisi. Il progetto del Kurdistan siriano avallato da Washington, dalla Francia e dalla Turchia, infatti, non ha nulla a che fare con quello legittimo riconosciuto nel 1920 alla Conferenza di Sèvres.
Tale progetto consiste consiste nel creare uno stato curdo nella parte nord della Siria – quindi fuori dalla Turchia – in una zona abitata storicamente da arabi e da moltissimi cristiani. L’idea è sostenuto da alcuni membri del Pkk e dai leader delle altre fazioni curde, che vogliono a tutti i costi un loro Stato, senza preoccuparsi di occupare illegalmente quei territori.
Ora gli stessi curdi, a fronte di questa richiesta di aiuto nei confronti di Damasco e Mosca, dovranno inevitabilmente fare chiarezza a tal proposito.

LA TURCHIA HA CACCIATO L'ISIS DAL NORD DELLA SIRIA

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http://www.ilpost.it/2016/09/07/turchia-isis-guerra-nord-siria/

Negli ultimi giorni i militari della Turchia e i miliziani dell’Esercito Libero Siriano hanno consolidato il loro controllo sui territori della Siria settentrionale, al confine con la Turchia. Lunedì, dopo quasi due settimane dall’inizio dell’operazione militare turca “Euphrates Shields”, lo Stato Islamico (o ISIS) ha abbandonato tutti i territori al confine turco-siriano che controllava. Allo stesso modo la Turchia ha raggiunto il suo obiettivo, quello che aveva spinto il governo turco a iniziare l’operazione militare contro lo Stato Islamico e contro i curdi siriani: i militari turchi e l’Esercito Libero Siriano sono riusciti a riprendere il controllo di quella striscia di territorio che va da Jarablus, la città siriana a ovest del fiume Eufrate, ad Azaz, nella Siria nord-occidentale. Le vittorie sono state annunciate anche sull’account Twitter di “Euphrates Shields”, creato dal governo turco.
L’operazione militare “Euphrates Shields” ha fatto discutere molto giornalisti ed analisti, soprattutto per l’appoggio che gli americani hanno fornito ai turchi. Nonostante l’operazione abbia colpito direttamente lo Stato Islamico, il suo obiettivo indiretto ma probabilmente più importante è stato limitare un’ulteriore avanzata dei curdi siriani nel nord della Siria, e in particolare a ovest del fiume Eufrate: il problema è che i curdi siriani – strettamente legati ai curdi turchi del PKK, acerrimi nemici del governo turco – sono anche i principali alleati degli Stati Uniti in Siria nella guerra contro lo Stato Islamico.
La Turchia aveva deciso di intervenire nel nord della Siria per anticipare eventuali mosse dei curdi siriani: dopo la conquista della città di Manbij, il 13 agosto, i curdi siriani avevano detto di voler continuare la loro campagna militare conquistando altri territori sotto il controllo dello Stato Islamico, vicino al confine con la Turchia (quelli che nelle mappe qui sotto sono segnati in nero e grigio). Se i curdi (in verde chiaro) fossero riusciti nel loro intento, avrebbero di fatto controllato una striscia di territorio senza alcuna discontinuità lungo tutto il confine tra la Siria e la Turchia: una soluzione che viene considerata dal governo turco una minaccia alla propria sicurezza nazionale.
siria3Gli schieramenti nel nord della Siria: lo Stato Islamico è in grigio scuro e nero, i curdi in verde chiaro e l’Esercito Libero Siriano in verde. La mappa a sinistra è aggiornata al 16 agosto, quella a destra all’1 settembre. Ad oggi anche gli ultimi territori dello Stato islamico al confine con la Turchia sono stati conquistati dall’Esercito Libero Siriano (quindi ci si deve immaginare un lungo corridoio verde anche tra al Rai e Jarablus). Le mappe sono state realizzate da Thomas van Linge e pubblicate sul blog di Pieter Van Ostaeyen.
L’operazione militare turca – la più importante incursione di uno stato straniero in territorio siriano dall’inizio della guerra – si è sviluppata in due fasi. Nei primi giorni dell’offensiva, militari e carri armati turchi sono entrati in Siria per riprendere il controllo di Jarablus, a est. Il 3 settembre c’è stata una seconda incursione nella città siriana di al Rai, tra Azaz e Jarablus, a cui secondo l’agenzia di news turca Dogan hanno partecipato almeno 20 carrarmati e cinque mezzi corazzati per il trasporto dei militari. I territori riconquistati dallo Stato Islamico sono ora sotto il controllo dell’Esercito Libero Siriano, una coalizione di gruppi ribelli che in passato è stata alleata degli Stati Uniti prima di cominciare a inglobare fazioni più estremiste: oggi è alleata della Turchia (nelle mappe è segnata in verde). L’operazione militare condotta dai turchi e dall’Esercito Libero Siriano ha di fatto interrotto le linee di rifornimento usate dallo Stato Islamico per trasferire farmi, munizioni e foreign fighters (i combattenti stranieri) dalla Turchia alle città siriane sotto il controllo del gruppo estremista.
Lo Stato Islamico controllava i territori tra Jarablus e Azaz da prima della proclamazione del Califfato Islamico, nel giugno 2014. Da parecchi mesi lo Stato Islamico si trova in grande difficoltà, sia dal punto di vista economico che militare. Ha perso il controllo di molti dei territori siriani e iracheni che aveva conquistato durante la grande avanzata dell’estate 2014 – come la città irachena di Fallujah – e ora è circondato ovunque da forze ostili. La Turchia ha invece raggiunto il suo obiettivo: non solo ha eliminato lo Stato Islamico dai suoi confini, prevenendo un’ulteriore espansione dei curdi, ma ha anche posto le basi per creare una specie di “zona cuscinetto” al suo confine meridionale, una cosa che cercava di realizzare da tempo. Il governo turco ha detto che i territori liberati tra Jarablus e Azaz dovrebbero essere destinati a strutture per i profughi siriani.

Russia, Turchia, Isis e ribelli: chi combatte in Siria, contro chi

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Martedì un aereo militare russo è stato abbattuto da un caccia turco in prossimità della città di Latakia. Il governo di Ankara sostiene che avesse invaso lo spazio aereo turco, mentre Mosca nega e sostiene che si trovasse sullo spazio aereo Siriano.
In ogni caso, secondo alcuni osservatori, l’episodio potrebbe essere l’inizio di uno scontro diretto di due nazioni che sono di fatto già in guerra in Siria. Mosca infatti è tra i principali sostenitori del regime di Assad, mentre la Turchia sostiene i ribelli (secondo alcuni, incluso l’Isis).
Quali sono le parti in causa in questo conflitto definito da molti una “guerra per procura”?
In Siria, si può dire, ci sono essenzialmente due conflitti separati in atto. Da un lato una guerra civile tra l’esercito di Assad e una variegata galassia di ribelli. Poi c’è la guerra contro lo Stato islamico, o Isis. Che è un conflitto (quasi) completamente separato.
Nel tentativo di fare chiarezza, il New York Times ha pubblicato recentemente una storia interattiva con molte infografiche. Ne riportiamo qualcuna.
Pariamo dalla guerra civile. Russia, Iran e Hezbollah (una milizia-partito libanese molto potente) sostengono Assad; Turchia, Usa e molti Paesi arabi sunniti (specie Arabia saudita e Qatar) sostengono invece i ribelli. Nel fronte pro-ribelli, la Turchia è la componente più attiva, con sostegno logistico, militare ed economico dichiarato.
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L’Arabia saudita infatti è anche presa dal conflitto in Yemen, che richiede molte risorse, mentre il Qatar, un tempo attivissimo in Siria, nell’ultimo anno assunto una linea più a basso profilo.
La guerra contro l’Isis vede invece schierati insieme Usa, Paesi arabi sunniti, Turchia, alcuni ribelli siriani che combattono anche Assad (come i curdi, per fare un esempio), e una coalizione internazionale che include la Francia e la stessa Russia.diagram-all-2-artboard
A volte passa l’idea che la guerra contro l’Isis sia anche la guerra a favore di Assad e viceversa. Ma in realtà la questione è più complicata: per Assad lo Stato islamico è, come lo definisce il New York Times, un «nemico  secondario» mentre i nemici principali sono i ribelli. Alcuni, specie negli Usa, sostengono che Putin non stia combattendo l’Isis, ma che i bombardamenti russi si concentrino soprattutto contro gli altri gruppi ribelli.
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Originariamente nato in Iraq in tempi antecedenti alla guerra civile siriana, per un certo periodo l’Isis è diventato uno degli elementi nella frammentaria opposizione militare ad Assad — che include turchi, i moderati della Free Syrian Army e altri gruppi radicali islamici come al-Nusra. Ma adesso pare lo Stato islamico si scontri più che altro con altri gruppi ribelli, anche se ci sono state battaglie contro Assad.

Siria: il bilancio del primo mese di bombardamenti russi

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FONTE E ARTICOLO COMPLETO:http://www.thezeppelin.org/bombardamenti-russi-in-siria-bilancio-del-primo-mese/

Dall’inizio delle operazioni russe in Siria, cioè dal 30 settembre 2015, il Ministero della Difesa russopubblica quasi quotidianamente aggiornamenti sui raid in Siria, tenendo il conto delle sortite e degli obiettivi colpiti, in gran parte nelle province di Homs, Hama, Idlib, Aleppo (dove la copertura aereaalle truppe siriane, iraniane e di Hezbollah, fornisce supporto per la riconquista dei territori persi) e in minor parte a Raqqa, roccaforte dello Stato Islamico, e a Palmyra. È dall’analisi dei dati ufficiali del Ministero russo che, infatti, emerge un bilancio interessante di questo primo mese d’intervento: l’80% dei bombardamenti russi si concentra in zone non controllate dall’ISIS, ma in aree densamente popolate rette dall’opposizione.
Interessanti a questo proposito sono le inchieste di geolocalizzazione effettuate dal sito di giornalismo investigativo Bellingcat. Il Cremlino giustifica l’incongruenza definendo tutti gli oppositori di Assad come “terroristi”, salvo poi cadere in evidente contraddizione quando il Ministero della Difesa russo, per bocca della sua portavoce Maria Zakharova, ha offerto all’opposizione moderata dell’FSA coordinazione e copertura aerea contro ISIS (trattative con i “terroristi” contro altri terroristi?). Secondo il Ministro della Difesa russo Mikhail Bogdanov, alcuni leader dell’FSA sarebbero più volte volati a Mosca per discutere  della proposta di una copertura aerea contro ISIS. Occorre rilevare che nei primissimi giorni dei raid russi, Mosca, per bocca dello stesso Lavrov, negava l’esistenza dell’FSA, salvo poi affermare che la Russia non li considera terroristi, purbombardardoli. D’altra parte, dopo le iniziali smentite, funzionari russi hanno ammesso che la priorità è salvare il governo Assad e aiutarlo a riprendersi il territorio perso ora in mano alle opposizioni. Tuttavia, sia il comando dell’FSA sia il Consiglio Nazionale Siriano hanno negato che questi colloqui siano mai avvenuti; avrebbero comunque rifiutato la proposta russa considerata disonesta e falsa, dal momento che proprio l’FSA è stato finora uno degli obiettivi più colpiti dai raid russi. La confusione rimane.
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Mappa con le localizzazioni dei bombardamenti russi dal 30.09 al 30.10 / credit to Institute for the Study of War
Spontaneamente il pensiero va alla questione dei soldati russi morti in Ucraina ma ufficialmente non esistenti, come avevamo visto in questa inchiesta. Intanto, il 30 ottobre la Russia ha esteso per la prima volta i suoi strike anche nel sud della Siria, nei pressi delle alture del Golan, sul confine israeliano, dopo aver preso contatti per coordinarsi con l’esercito Israeliano cosí da evitare incidenti.
Essendo i raid russi concentrati in zone densamente popolate da civili, le perdite umane sono ingenti: almeno 12 ospedali colpiti a ottobre e centinaia di morti civili. Secondo l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani, dal 30 settembre al 20 ottobre le vittime dei raid russi sono state 370, di cui 127 civili. La Russia ha smentito questi dati affermando che ogni notizia relativa a vittime civili è una montatura della propaganda anti-russa. Eppure, sono molte le organizzazioni internazionali, testimoni sul terreno, (a cominciare dai medici siriani e dalla Protezione Civile Siriana che operano nelle zone colpite), che con video e foto denunciano questi attacchi. In particolare, la Protezione Civile Siriana sta documentando e raccogliendo tutte le munizioni di bombe a grappolo impiegate nei raid russi e sganciate in quartieri residenziali. Secondo diverse fonti l’aviazione russa sta facendo ricorso massiccio alle bombe a grappolo, come peraltro testimoniano molti video (alcuni diffusi dallo stesso Ministero della Difesa russo), inchieste e rapporti. Bandite dalla Convenzione di Oslo, la Russia non ha rinunciato al loro utilizzo, dato che non figura tra i paesi firmatari.

Siria: il fronte frammentato dei ribelli anti-Assad

http://www.ispionline.it/articoli/articolo/mediterraneo-medio-oriente/ribelli-anti-assad-un-fronte-frammentato-14006

Se la guerra in Siria fatica a trovare una soluzione, è soprattutto per via dell’estrema frammentazione che caratterizza gli attori che si fronteggiano sul campo. La divisione tra forze pro–Assad e forze anti–Assad non basta, infatti, a rendere da sola l’idea di quanto sia frastagliato il panorama delle organizzazioni e dei gruppi che operano nel contesto del conflitto siriano.



 In realtà, il fronte pro–Assad risulta molto ben definito: al suo interno è composto dalle forze del regime rimaste fedeli al Presidente siriano, mentre dall’esterno è sostenuto da guerriglieri provenienti da Hezbollah, da gruppi di milizie sciite iraniane che combattono direttamente al fianco dei lealisti e, infine, dalla Russia di Putin, anch’essa nelle ultime settimane intervenuta con maggiore presenza sul territorio. Ma come e da chi è composto il fronte anti–regime? Prima di tutto occorre sottolineare come non esista un unico fronte anti–Assad e che, spesso, le fazioni che combattono le forze lealiste sono impegnate contemporaneamente in guerre intestine. Lo spettro delle forze ribelli va dai gruppi meno ideologizzati e più propriamente “rivoluzionari” (thawri, in arabo), ai curdi, fino a quelli salafiti–jihadisti, al cui interno si consuma un’ulteriore guerra tra lo Stato Islamico (IS) e Jabhat al–Nusra, gruppo siriano affiliato ad al–Qaida.
I “Ribelli”
Sotto la generica etichetta di “ribelli” rientrano tutti i gruppi di opposizione armata ad Assad al di fuori della galassia salafita jihadista. Il principale gruppo attorno al quale i ribelli organizzano le proprie azioni militari è l’Esercito Libero Siriano (FSA), fondato nell’estate del 2011 e composto principalmente da disertori del regime, le cui unità sono intorno alle 40.000. Questo è sostenuto soprattutto dalla Turchia e dagli Stati Uniti ed è presente in misura maggiore nell’area nord–occidentale e sud–occidentale della Siria. Nel Sud, intorno all’area di Dara‘a, l'FSA riceve degli appoggi dalla Giordania (vedi mappa ISPI). Fa parte del fronte dei ribelli anche il Fronte Islamico, raggruppamento di sette diverse milizie sorto nel novembre del 2013, il maggiore dei quali è Ahrar al–Sham, organizzazione di stampo islamista che ambisce alla costituzione di uno Stato islamico, ma con una qualche forma di legittimità popolare (Majlis Al–Shura). Il suo obiettivo rimane momentaneamente circoscritto alla Siria ed è legato alla caduta di Assad. Il Fronte Islamico può contare su circa 50.000–60.000 uomini. Accanto a queste due sigle principali, i ribelli si avvalgono, per motivi tattici, del sostegno anche delle forze curde e, saltuariamente, di Jabhat al–Nusra, anche se in questo caso gli obiettivi di lungo termine sono decisamente diversi.
Jabhat al–Nusra
È il gruppo affiliato ad al–Qaida in Siria. Può contare su una forza di circa 10.000 uomini ed è guidato da Mohammed al–Julani, jihadista siriano formatosi in Iraq durante gli anni della guerriglia di al–Qaida in Iraq dopo l’invasione statunitense del 2003. A differenza di Ahrar al–Sham, ha obiettivi più regionali e non solo legati alla caduta di Assad e non può dirsi con esattezza un alleato o un nemico di alcuna fazione sul campo, in quanto per motivi tattici opera alleanze a geometrie variabili. In funzione anti–Assad, partecipa alle operazioni dei ribelli nel Nord–Ovest del paese, dove ha la sua roccaforte intorno all’area di Idlib. Allo stesso tempo, ha tra i propri nemici gli Stati Uniti, che nel 2012 l’hanno catalogata tra le organizzazioni terroristiche. Inoltre combatte IS, nonostante il leader di al–Qaida al–Zawahiri abbia fatto un appello affinché Jabhat al–Nusra si unisca – temporaneamente – al Califfato per combattere Assad. Come i maggiori gruppi jihadisti, mette in atto anche attacchi suicidi e ciò la rende più efficace. Il suo obiettivo attuale è quello di espandersi verso l’area di Lattakia, roccaforte alawita del regime. Secondo l’Institute for the Study of War, il recente coinvolgimento diretto della Russia proprio nell’area controllata dai ribelli e da Jabhat al–Nusra, potrebbe spingere molti foreign fighters ceceni presenti in Siria a unirsi al gruppo jihadista. Jabhat al–Nusra riceverebbe inoltre il sostegno esterno da parte dei paesi del Golfo arabo, interessati a controbilanciare da un lato l’IS e dall’altro le forze islamiste più moderate e vicine alla Fratellanza Musulmana.
I curdi
Quando si parla di forze curde in Siria, ci si riferisce soprattutto alle Unità di protezione popolare (YPG), braccio armato del partito curdo siriano PYD (Partito dell’unione democratica). Le forze curde possono contare su circa 50.000 uomini e controllano gran parte del territorio lungo la fascia nord–orientale della Siria, al confine con la Turchia. I guerriglieri curdi, sia in Siria (emblematica la vicenda di Kobane), sia in Iraq sono ritenuti essere coloro che più di tutti si stanno adoperando per combattere sul campo l’IS e, per questo, hanno avuto il sostegno finanziario, logistico e militare di molti attori esterni, soprattutto occidentali, tra cui la stessa Italia. Nelle aree controllate, i curdi hanno istituito una sorta di governatorato autonomo, chiamato Rojava. La vicinanza dei curdi siriani al PKK turco ha costituito un problema nel momento in cui Ankara, intervenendo con bombardamenti diretti in Siria e Iraq ufficialmente per colpire l’IS, ha duramente colpito anche postazioni curde stesse, rischiando di indebolirne l’efficacia. Secondo un recentissimo rapporto di Amnesty International, comunque, anche i curdi siriani, nel contesto della guerra civile, si sarebbero macchiati di diversi crimini di guerra, tra cui il forzato spopolamento della popolazione araba presente nelle zone sotto il loro controllo e la distruzione di alcuni villaggi nel Nord–Est della Siria.
IS
Il gruppo guidato dal sedicente Califfo Abu Bakr al–Baghdadi è, tra i movimenti anti–Assad, quello che apparentemente ha più nemici, anche all’interno dello stesso fronte delle opposizioni. Con la presa di potere di Mosul, l’autoproclamazione del Califfato e l’espansione verso la Siria, ha di fatto costituito un momento di rottura all’interno delle dinamiche della guerra civile siriana. Nel Nord e nell’Est del paese, fatte salve le roccaforti curde di al–Hasaka, Kobane, Tel–Abyad e Qamishli, l’IS controlla gran parte del territorio abitato, tra cui l’importantissimo snodo di Raqqa, città divenuta la “capitale” del Califfato, e soprattutto, la maggior parte delle risorse petrolifere siriane, presenti nell’area di Deir el–Zor. Ciò permette all’IS in parte di autofinanziarsi e mantenere la propria struttura. Negli ultimi mesi l’avanzata dell’IS si è spinta fino alla conquista di Palmira, altro punto strategico per le vie di comunicazione interne. Nonostante sia la Russia che la Turchia siano intervenute con bombardamenti atti a colpire postazioni dell’IS, questi non sono stati del tutto efficaci, in quanto si sono concentrati rispettivamente soprattutto contro i ribelli anti–Assad nell’Ovest e, dall’altro lato, i curdi. Il rischio è che l’IS, la cui ideologia jihadista globale fa della guerra ad Assad solo un tassello di una strategia regionale ben più ampia, possa giovare delle divisioni interne al fronte anti–Assad per acquisire sempre maggiore influenza e territorio.

Siria:la brigata ribelle Al-Anfal abbandona il "Free Syrian Army" per combattere con Assad

SA
E’ la prima volta che accade dall’inizio della guerra in Siria. Un’intera brigata è passata dall’Esercito Siriano Libero alle Forze della Difesa Nazionale siriana, raggruppamento militare filo governativo. E’ accaduto nella provincia di Damasco e, secondo quanto riportano fonti locali, confermate anche dalla televisione Al Manar, i 65 combattenti della Brigata Anfal, con tutte le loro attrezzature, comprese armi leggere e medie, si soni arresi alle autorità siriane per regolarizzare il loro status.
La brigata è passata nelle fila dell’Esercito Arabo Siriano approfittando dello stato di confusione che esisteva in alcune parti del campo profughi di Yarmuk e in altre aree di Beit Sahem e Babbila. Secondo diverse fonti, la brigata era in contatto con l’esercito di Damasco da mesi e il trasferimento è avvenuto in due fasi. I primi a lasciare l’ESL sono stati 7 combattenti. La scorsa settimana, infine, il resto della brigata, insieme al suo suo leader “Abu Mazen Rifai”, ha deciso di consegnarsi alle autorità e di combattere nelle file delle Forze della Difesa Nazionale siriana.

Siria/ Abu Mahmoud ,uno dei leader ribelli,dice: "rivoluzione tradita da ladri e corrotti"

Abu Mahmoud (R), a respected rebel leader, sits on a rug placed on the grass at his home in Atme, in the northwestern Syrian province of Idlib, on February 10, 2013. "The real revolution in Syria is over, we have been betrayed," laments a bitter Abu Mahmoud, accusing fellow commanders of marring a "beautiful" revolt through corruption

Di Herve Bar
Agence France-Presse

 "La vera rivoluzione in Siria è  finita, siamo stati traditi", ha denunciato oggi Abu Mahmoud, uno dei leader dei ribelli, puntando il dito contro "ladri e corrotti". Alcuni comandanti dei ribelli "si sono arricchiti in modo vergognoso a spese dei veri rivoluzionari che sono morti sulla linea del fronte", ha detto alla France presse.  La denuncia di Abu Mahmoud conferma le notizie di saccheggi e corruzione nelle zone della Siria sotto il controllo dei ribelli. Parlando nella sua casa nella città di Atme, base di retrovia cruciale della rivolta, al confine con la Turchia, Abu Mahmoud ha confidato di aver cominciato a guardarsi le spalle, portando con sè il suo kalashnikov anche quando "taglio la legna o porto al pascolo le capre sulle montagne".  I primi ribelli a impugnare le armi contro il regime di Bashar al Assad hanno cominciato ad abbandonare la lotta, frustrati dal livello di corruzione dei loro leader, ha aggiunto. "I cosiddetti comandanti ci mandano a morire e loro rimangono indietro a intascare il denaro. Non vengono in prima linea a combattere e sono quelli che guidano la rivolta - ha proseguito - dovunque vadano, rubano, si appropriano di qualsiasi cosa possano trasportare e vendere illegalmente in Turchia, siano autovetture, apparecchiature elettriche, combustibile, oggetti antichi, qualsiasi cosa!"


Abu Mahmoud cita i nomi di una dozzina di comandanti dei ribelli dell'Esercito siriano libero (FSA) - il gruppo principale di lotta contro le forze di Assad - e dice che sono impegnati in tali pratiche nelle province di Idlib e Aleppo. Un ufficiale, la  cui unità di circa 100 combattenti è famosa per "raid" su appartamenti abbandonati in Aleppo, ha venduto "armi, auto e anche il suo ufficio nella città di frontiera di Bab al-Hawa" per la costruzione di due belle case e per sposare una terza moglie. Abu Mahmoud racconta anche di un'ex artigiano  che ora controlla una flotta di auto di lusso per assistere l' FSA nel coordinare la logistica e il trasporto di persone sfollate. "Il problema è che molti di questi ufficiali sono sempre sostenuti dall'estero . " Abu Mahmoud, un'ex  ufficiale del  regime  che ha disertato la ribellione, è ora a capo del Battaglione "309", un' unità di 35 uomini che  soggiornano in tende negli oliveti. Egli è conosciuto per la sua onestà e lodato per il suo coraggioso e modesto stile di vita -. evidente dal suo veicolo vecchio e sgangherato 4X4 con cui il suo  piccolo gruppo di combattenti ha combattuto un po 'ovunque nella regione, più di recente ad Aleppo -. nel più pesante campo di battaglia  dallo scorso luglio "Abbiamo combattuto con solo sette kalashnikov che sono stati presi dal nemico ", dice con orgoglio Abu Mahmoud. "I miei uomini si sono alternati in gruppi di sette in prima linea", dice, aggiungendo che tre di loro sono stati uccisi nel corso degli ultimi mesi. Ha detto che il suo gruppo è stato aiutato  inzialmente da Mustafa Sheikh, un ex capo della FSA, ma questo sostegno si  è fermato. "In prima linea abbiamo ottenuto un po 'di munizioni da ufficiali, ma niente armi o denaro. Siamo stati inviati come pecore da macello. E non avevamo niente da mangiare ", dice un disilluso Abu Mahmoud. "Per chi stiamo combattendo? Per il nostro paese? Oppure per chi ruba al siriani e tranquillamente sale la scala della rivoluzione?" Abu Mahmoud ha rifiutato di integrare il suo battaglione  con gli  altri battaglioni ribelli. "Non ho trovato nessun onesto nel gruppo ", dice, mettendo in discussione anche l'ideologia dei jihadisti . "Ho un problema con l'Islam che viene fornito da queste persone. Non è l'Islam che conosco, "dice, mettendo in discussione l'identità e l'agenda politica dei jihadisti. Alcuni dei suoi uomini lo hanno lasciato, mentre altri stanno "lavorando nel villaggio", dice. "Oggi siamo qui, ma il nostro cuore è nella parte anteriore", dice il capo del Battaglione 309. "Abbiamo abbandonato la rivoluzione, ma la rivoluzione non abbandonerà noi. Quel giorno può venire quando ritornerà l'ora di combattere ."


Traduzione di Salvatore Santoru

Perché il Direttore della CIA Ha Dato Improvvisamente le Dimissioni... E Perché l'Ambasciatore USA in Libia E' Stato Assassinato?

Mentre il GOP sta attaccando (e i Democratici difendendo) l'amministrazione Obama accusata di connessione con l'omicidio dell'ambasciatore degli Stati Uniti in Libia, c'è una storia più profonda.
Certo, fa impressione che il Dipartimento di Stato non abbia mai richiesto supporto o che le persone, come il Tenente Colonnello Anthony Shaffer, sostengono che il Presidente Obama abbia personalmente osservato in tempo reale gli attacchi tramite i video dei droni che sorvolavano il consolato di Bengasi.
Ma queste affermazioni possono solo essere avanzate – e tutto il casino che c'è dietro ha solo senso – se viene dapprima esposta la storia sottostante.
Molti Terroristi Siriani Vengono dalla Libia
L'opposizione sostenuta dagli Stati Uniti che ha rovesciato Gheddafi in Libia era in gran parte composta da terroristi di Al Qaeda.
Secondo un rapporto del 2007 del West Point’s Combating Terrorism Center, la città Libica di Bengasi è stata uno dei quartier generale di Al Qaeda – e di basi per l'invio di combattenti di Al Qaeda in Iraq – prima della caduta di Gheddafi:



L'Hindustan Times ha riferito lo scorso anno:
"Non c'è dubbio che la succursale Libica di al Qaeda, il Libyan Islamic Fighting Group, sia una parte dell'opposizione," ha detto all'Hindustan Times Bruce Riedel, ex-ufficiale della CIA e uno dei maggiori esperti di terrorismo.

E' sempre stato il più grande nemico di Gheddafi e la sua roccaforte è Bengasi.

Al Qaeda è oggi in gran parte in controllo della Libia. In effetti, una volta che Gheddafi è stato rovesciato sono state trasportate nel palazzo di giustizia di Bengasi bandiere di Al Qaeda.
(Tra l'altro, Gheddafi era sul punto di invadere Bengasi nel 2011, 4 anni dopo che la relazione di West Point diceva che Bengasi era un covo di terroristi di Al Qaeda. Gheddafi sosteneva – giustamente – che Bengasi era una roccaforte di Al Qaeda e una fonte principale della ribellione Libica. Ma gli aerei della NATO lo hanno fermato, e hanno protetto Bengasi.)
La CNN, il Telegraph, il Washington Times, e molte altre fonti ufficiali confermano che i terroristi di Al Qaeda provenienti dalla Libia hanno sin da allora inondato la Siria per combattere il regime di Assad.
Le fonti ufficiali confermano anche che l'opposizione Siriana è in gran parte composta da terroristi di Al Qaeda. Vederequestoquestoquestoquestoquestoquestoquestoquestoquesto questo.
Gli USA hanno armato l'opposizione Siriana sin dal 2006. Il governo Libico post-Gheddafi è anch'esso un grande finanziatore fornitore di armi dell'opposizione Siriana.
La Vera Storia a Bengasi
Questo ci porta all'omicidio dell'ambasciatore Stevens ed alle dimissioni improvvise del capo della CIA David Petraeus.
Il Wall Street Journal, il Telegraph ed altre fonti confermano che il consolato Americano a Bengasi era principalmente utilizzato per una operazione segreta della CIA.
Si dice che la presenza Dipartimento di Stato a Bengasi "forniva copertura diplomatica" per la missione precedentemente nascosta della CIA. (WND sostiene che non era un vero e proprio consolato.)
Reuters sottolinea che la missione della CIA doveva trovare e riacquistare armi pesanti saccheggiate dagli arsenali del governo Libico.
Business Insider riporta che Stevens poteva essere collegato con i terroristi Siriani:
C'è una crescente evidenza che gli agenti degli Stati Uniti — in particolare l'ambasciatore ucciso Chris Stevens — fossero come minimo a conoscenza dell'arsenale di armi pesanti che si spostava dalla Libia ai jihadisti ribelli Siriani.

Nel Marzo 2011 Stevens 
è diventato il collegamento ufficiale USA con l'opposizione Libica legata ad al-Qaeda, lavorando direttamente con Abdelhakim Belhadj del Libyan Islamic Fighting Group — un gruppo che ora si è sciolto, con alcuni combattenti che hanno partecipato all'attacco che è costato la vita a Stevens.

Nel Novembre 2011 il 
Telegraph ha riferito che Belhadj, in qualità di capo del Consiglio Militare di Tripoli, "ha incontrato i leader del Free Syrian Army [FSA] a Istanbul ed al confine con la Turchia" in uno sforzo del nuovo governo Libico per fornire armi e denaro alla crescente ribellione in Siria.

Il mese scorso il 
Times di Londra ha riferito che una nave Libica "ha portato la più grande partita di armi in Siria... ha attraccato in Turchia." La spedizione pesava 400 tonnellate e comprendeva SA-7, razzi artigianali e granate a propulsione.

***


Reuters riporta che i ribelli Siriani hanno utilizzato tali armi pesanti per abbattere elicotteri e aerei da combattimento Siriani.

Il comandante della nave era "un Libico di Bengasi e il capo di un'organizzazione chiamata Libyan National Council for Relief and Support," che è stata presumibilmente istituita dal nuovo governo.

Ciò significa che l'ambasciatore Stevens aveva solo una persona — Belhadj — tra lui e l'uomo di Bengasi che ha portato armi pesanti in Siria.


Inoltre, sappiamo che i 
jihadisti sono i migliori combattenti nell'opposizione Siriana, ma da dove vengono?

La settimana scorsa il 
Telegraph ha riferito che un comandante FSA li ha chiamati "Libici" quando ha spiegato che la FSA non "vuole qui questi estremisti."

E se il nuovo governo Libico stava inviando combattenti Islamici esperti e 400 tonnellate di armi pesanti in Siria attraverso 
un porto nel sud della Turchia — un accordo mediato dal contatto principale Libico di Stevens durante la rivoluzione Libica — allora i governi della Turchia e degli Stati Uniti sicuramente ne erano a conoscenza.

Inoltre c'era una 
sede della CIA a Bengasi, localizzata a 1.2 miglia dal consolato Americano, usata principalmente come "base per raccogliere informazioni sulla proliferazione di armi saccheggiate dagli arsenali del governo Libico, tra cui missili terra-aria"... e che le sue caratteristiche di sicurezza "erano più avanzate di quelle della villa in affitto dove Stevens è morto."

E sappiamo che la CIA ha 
consegnato armi ai ribelli in Turchia meridionale. La questione è se la CIA sia stata coinvolta nel consegnare le armi pesanti dalla Libia.

In altre parole, l'ambasciatore Stevens potrebbe essere stato un giocatore chiave nello schieramento dei terroristi Libici e delle armi per combattere il governo Siriano.
Anche altre fonti sostengono che il consolato Americano a Bengasi sia stato principalmente utilizzato per un'operazione della CIA per l'invio di combattenti e di armi in Siria.
Molti hanno ipotizzato che – se non sono state adottate le normali misure di sicurezza per proteggere il consolato di Bengasi o per salvare l'ambasciatore Stevens – è stato perché la CIA stava cercando di mantenere un profilo estremamente basso per proteggere la sua copertura come una normale operazione del Dipartimento di Stato.
Perché il Capo della CIA David Petraeus Ha Improvvisamente Dato le Dimissioni?
Il capo della CIA David Petraeus si è improvvisamente dimesso, ammettendo una relazione extra-coniugale. Questa potrebbe essere la vera spiegazione, dato che le mansioni di alto livello dei capi dell'intelligence potrebbero compromettere la sicurezza nazionale.
Ma i tempi delle dimissioni di Petraeus diventano più interessanti una volta che si viene a sapere che la prossima settimana avrebbe dovuto testimoniare sotto giuramento davanti le commissioni del Senato e della Camera per quanto riguarda il consolato di Bengasi.
Molti ipotizzano che non fosse una relazione extra-coniugale – ma il desiderio di evitare di testimoniare su Bengasi – vera ragione per improvvise dimissioni di Petraeus.
Il Quadro Generale
Qualunque fosse lo scopo dell'attività della CIA a Bengasi – e qualunque sia il motivo reale per le dimissioni del capo della CIA – la chiave è la nostra politica estera.
Per decenni, gli Stati Uniti hanno sostenuto i terroristi per fini geopolitici.
Il governo Americano ha costantemente progettando un cambio di regime in Siria e in Libia per 20 anni, e sognava un cambio di regime – con il terrore dei false flag – per 50 anni.
Obama ha semplicemente ridefinito la "guerra al terrore" di Bush e dei Neocon come una serie di guerre umanitarie.
E gli Stati Uniti ed i suoi alleati faranno di tutto per far cadere l'Iran... e stanno sistematicamente cercando di sabotare gli alleati dell'Iran per isolarlo e indebolirlo.
Gli Americani dovrebbero chiedersi se è questo quello che vogliamo...





Traduzione di Francesco Simoncelli

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