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Giorno del ricordo 2020- COMUNICATO STAMPA CNDDU


RICEVO E PUBBLICO:

Il Coordinamento Nazionale dei Docenti della disciplina dei Diritti Umani in occasione del “Giorno del ricordo”, 10 febbraio, istituito con la legge 30 marzo 2004 n. 92, intende promuovere azioni didattiche e/o laboratori finalizzati a «conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale» (legge 30 marzo 2004 n. 92, art. 1 c. 1).
Pulizia etnica sulla popolazione inerme,torture e violenze di ogni tipo contro donne, bambini, vecchi e adulti,  colpevoli unicamente di essere Italiani, hanno funestato e insanguinato le province dell’attuale confine orientale, costringendo molti connazionali ad abbandonare le proprie case.
Il fenomeno dell’esodo ebbe inizio dalla fine della seconda guerra mondiale e si protrasse nel decennio successivo. Si calcola che i giuliani (in particolare istriani e fiumani) e i dalmati italiani emigrati dalle loro sedi corrispondano a un numero oscillante tra le 250.000 e le 450.000 persone circa; infatti fu un’avvenimento così vistoso da determinare lo smistamento in quasi tutte le regioni italiane di migliaia di profughi in 109 centri di raccolta ricavati spesso da edifici in disuso e insediamenti al limite della tollerabilità.
Non sempre l’integrazione tra i nuovi arrivati e gli “autoctoni” fu semplice a causa di discriminazioni di carattere politico, anche quando ogni forma di ideologia avrebbe dovuto tacere di fronte al disagio di bambini, donne e anziani che, in molti casi, erano anche completamente estranei alle accuse mosse.
Il Coordinamento propone alle scuole secondarie di secondo e primo grado di consultare e leggere le testimonianze degli esuli giuliano – dalmati per problematizzarle e contestualizzarle in classe.
“Siano la carità e la nonviolenza a guidare il modo in cui ci trattiamo gli uni gli altri nei rapporti interpersonali, in quelli sociali e in quelli internazionali” (Papa Francesco, messaggio in occasione della Giornata mondiale della Pace del 2017).
Prof. Romano Pesavento
Presidente CNDDU

FOIBE, oggi è il Giorno Del Ricordo

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Di Salvatore Santoru

Oggi 10 febbraio ricorre l'anniversario dei massacri delle foibe, avvenuti tra il 1943 e il 1945 tra la Venezia Giulia e la Dalmazia(1).
I massacri delle foibe portarono alla morte e all'esodo di migliaia di cittadini italiani e sono stati per lungo tempo dimenticati.

Inoltre, spesso e volentieri tale 'dimenticanza' e la minimizzazione di esse è stata fatta nel nome di un certo antifascismo ideologico e, d'altronde, bisogna anche dire che capita che la questione venga strumentalizzata in chiave meramente anticomunista e senza tenere conto del contesto.

Sul contesto, c'è da dire che le foibe nacquero dopo anni di ostilità e odio trasversale tra alcuni settori delle minoranze italiane e degli slavi residenti nell'Istria e nella Dalmazia, odii che portarono a reciproche violenze, alla brutale occupazione nazifascista della Jugoslavia e alle orrende violenze delle foibe.

Al di là delle diatribe politiche, è indubbiamente giusto rendere omaggio alle vittime delle stesse foibe.

NOTA:

(1) https://www.informazioneconsapevole.com/2017/02/che-cosa-furono-i-massacri-delle-foibe.html

ARTICOLO PER APPROFONDIRE:
http://it.blastingnews.com/cronaca/2018/02/foibe-oggi-e-la-giornata-del-ricordo-002354443.html.

Che cosa furono i massacri delle foibe

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Di Luciano Garibaldi *

Esattamente dodici anni fa, nel 2005, gli italiani furono chiamati per la prima volta a celebrare il «Giorno del Ricordo», in memoria dei quasi ventimila nostri fratelli torturati, assassinati e gettati nelle foibe (le fenditure carsiche usate come discariche) dalle milizie della Jugoslavia di Tito alla fine della seconda guerra mondiale.

La memoria delle vittime delle foibe e degli italiani costretti all'esodo dalle ex province italiane della Venezia Giulia, dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia è un tema che ancora divide. Eppure quelle persone meritano, esigono di essere ricordate.

Per questo motivo proviamo a ricostruire quegli eventi drammatici,  e a capire come mai questa tragedia è stata confinata nel regno dell'oblio per quasi sessant'anni. Ma andiamo con ordine.

LA FINE DELLA GUERRA. Nel 1943, dopo tre anni di guerra, le cose si erano messe male per l'Italia. Il regime fascista di Mussolini aveva decretato il proprio fallimento con la storica riunione del Gran Consiglio del Fascismo del 25 luglio 1943. Ne erano seguiti lo scioglimento del Partito fascista, la resa dell’8 settembre, lo sfaldamento delle nostre Forze Armate.

Nei Balcani, e particolarmente in Croazia e Slovenia, le due regioni balcaniche confinanti con l’Italia, il crollo dell’esercito italiano aveva fatalmente coinvolto le due capitali, Zagabria (Croazia) e Lubiana (Slovenia).

Dove si trovano le principali foibe utilizzate per i massacri. Nella sola Istria si trovano più di 1.700 cavità carsiche, non tutte peraltro sono state usate per scaraventarvi, spesso ancora vivi, i prigionieri torturati e sommariamente processati da parte delle milizie facenti capo a Tito.

LA VENDETTA DI TITO. Qui avevano avuto il sopravvento le forze politiche comuniste guidate da Josip Broz, nome di battaglia «Tito», che avevano finalmente sconfitto i famigerati “ustascia” (i fascisti croati agli ordini del dittatore Ante Pavelic che si erano macchiati di crimini), e i non meno odiati “domobranzi”, che non erano fascisti, ma semplicemente ragazzi di leva sloveni, chiamati alle armi da Lubiana a partire dal 1940, allorché la Slovenia era stata incorporata nell’Italia divenendone una provincia autonoma.

La prima ondata di violenza esplose proprio dopo la firma dell’armistizio, l’8 settembre 1943: in Istria e in Dalmazia i partigiani jugoslavi di Tito si vendicarono contro i fascisti che, nell'intervallo tra le due guerre, avevano amministrato questi territori con durezza, imponendo un'italianizzazione forzata e reprimendo e osteggiando le popolazioni slave locali. 

Con il crollo del regime - siamo ancora alla fine del 1943 - i fascisti e tutti gli italiani non comunisti vennero considerati nemici del popolo, prima torturati e poi gettati nelle foibe. Morirono, si stima, circa un migliaio di persone. Le prime vittime di una lunga scia di sangue.

Dal 1918 al 1943 la Venezia Giulia e la Dalmazia furono amministrativamente italiane, ma oltre la metà della loro popolazione era composta da sloveni e croati. Durante il fascismo l'italianizzazione venne perseguita seguendo, nelle intenzioni, il modello francese (attraverso una serie di provvedimenti come l'italianizzazione della toponomastica, dei nomi propri e la chiusura di scuole bilingui); nei fatti, il modello fascista. La repressione divenne più crudele durante la guerra, quando ai pestaggi si sostituirono le deportazioni nei campi di concentramento nazisti e le fucilazioni dei partigiani jugoslavi.
Tito e i suoi uomini, fedelissimi di Mosca, infatti, iniziarono la loro battaglia di (ri)conquista di Slovenia e Croazia - di fatto annesse al Terzo Reich - senza fare mistero di volersi impadronire non solo della Dalmazia e della penisola d’Istria (dove c’erano borghi e città con comunità italiane sin dai tempi della Repubblica di Venezia), ma di tutto il Veneto, fino all’Isonzo.

IL FRENO DEI NAZISTI. Fino alla fine di aprile del 1945 i partigiani jugoslavi erano stati tenuti a freno dai tedeschi che avevano dominato Serbia, Croazia e Slovenia con il pugno di ferro dei loro ben noti sistemi (stragi, rappresaglie dieci a uno, paesi incendiati e distrutti).

Ma con il crollo del Terzo Reich nulla ormai poteva più fermare gli uomini di Tito, irreggimentati nel IX Korpus, e la loro polizia segreta, l’OZNA (Odeljenje za Zaštitu NAroda, Dipartimento per la Sicurezza del Popolo). L’obiettivo era l’occupazione dei territori italiani.

Nella primavera del 1945 l’esercito jugoslavo occupò l’Istria (fino ad allora territorio italiano, e dal '43 della Repubblica Sociale Italiana) e puntò verso Trieste, per riconquistare i territori che, alla fine della prima guerra mondiale, erano stati negati alla Jugoslavia.

LA LIBERAZIONE DEGLI ALLEATI. Non aveva fatto i conti, però, con le truppe alleate che avanzavano dal Sud della nostra penisola, dopo avere superato la Linea Gotica. La prima formazione alleata a liberare Venezia e poi Trieste fu la Divisione Neozelandese del generale Freyberg, l’eroe della battaglia di Cassino, appartenente all’Ottava Armata britannica. Fu una vera e propria gara di velocità.

Gli jugoslavi si imadronirono di Fiume e di tutta l’Istria interna, dando subito inizio a feroci esecuzioni contro gli italiani. Ma non riuscirono ad assicurarsi la preda più ambita: la città, il porto e le fabbriche di Trieste.

Schema di una foiba tratto da una pubblicazione del 1946 del CNL istriano.
Infatti, la Divisione Neozelandese del generale Freyberg entrò nei sobborghi occidentali di Trieste nel tardo pomeriggio del 1° maggio 1945, mentre la città era ancora formalmente in mano ai tedeschi che, asserragliati nella fortezza di San Giusto, si arresero il 2, impedendo in tal modo a Tito di sostenere di aver «preso» Trieste.

La rabbia degli uomini di Tito si scatenò allora contro persone inermi in una saga di sangue degna degli orrori rivoluzionari della Russia del periodo 1917-1919.

I NUMERI DELLE VITTIME. Tra il maggio e il giugno del 1945 migliaia di italiani dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia furono obbligati a lasciare la loro terra. Altri furono uccisi dai partigiani di Tito, gettati nelle foibe o deportati nei campi sloveni e croati. Secondo alcune fonti le vittime di quei pochi mesi furono tra le quattromila e le seimila, per altre diecimila.

Fin dal dicembre 1945 il premier italiano Alcide De Gasperi presentò agli Alleati «una lista di nomi di 2.500 deportati dalle truppe jugoslave nella Venezia Giulia» ed indicò «in almeno 7.500 il numero degli scomparsi».

In realtà, il numero degli infoibati e dei massacrati nei lager di Tito fu ben superiore a quello temuto da De Gasperi. Le uccisioni di italiani - nel periodo tra il 1943 e il 1947 - furono almeno 20mila; gli esuli italiani costretti a lasciare le loro case almeno 250mila.
  
COME SI MORIVA NELLE FOIBE. I primi a finire in foiba nel 1945 furono carabinieri, poliziotti e guardie di finanza, nonché i pochi militari fascisti della RSI e i collaborazionisti che non erano riusciti a scappare per tempo (in mancanza di questi, si prendevano le mogli, i figli o i genitori).

Le uccisioni avvenivano in maniera spaventosamente crudele. I condannati venivano legati l’un l’altro con un lungo fil di ferro stretto ai polsi, e schierati sugli argini delle foibe. Quindi si apriva il fuoco trapassando, a raffiche di mitra, non tutto il gruppo, ma soltanto i primi tre o quattro della catena, i quali, precipitando nell’abisso, morti o gravemente feriti, trascinavano con sé gli altri sventurati, condannati così a sopravvivere per giorni sui fondali delle voragini, sui cadaveri dei loro compagni, tra sofferenze inimmaginabili.

Soltanto nella zona triestina, tremila sventurati furono gettati nella foiba di Basovizza e nelle altre foibe del Carso.

Uno dei principali monumenti alle vittime si trova a Basovizza, alle porte di Trieste. Qui è stata trovata una foiba che in realtà era il pozzo di una miniera di carbone che, scavata nella roccia agli inizi del novecento, fu poi abbandonata. Vi sono state gettate almeno 2.500 persone nei 45 giorni dal 1 maggio al 15 giugno 1945.

IL DRAMMA DI FIUME E IL DESTINO DELL'ISTRIA. A Fiume, l’orrore fu tale che la città si spopolò. Interi nuclei familiari raggiunsero l’Italia ben prima che si concludessero le vicende della Conferenza della pace di Parigi (1947), alla quale - come dichiarò Churchill - erano legate le sorti dell’Istria e della Venezia Giulia. Fu una fuga di massa. Entro la fine del 1946, 20.000 persone avevano lasciato la città, abbandonando case, averi, terreni.

LA CONFERENZA DI PACE DI PARIGI. Alla fine del 1946 la questione italo-jugoslava era divenuta per molti un peso che intralciava la soluzione di altre e ancora più importanti questioni: gli Alleati volevano trovare una soluzione per Vienna e Berlino; l'Unione Sovietica doveva sistemare la divisione della Germania. L'Italia era alle prese con la gestione della transizione tra monarchia e repubblica. 

In sostanza bisognava determinare dove sarebbe passato il confine tra Italia e Jugoslavia. Gli Stati Uniti, favorevoli all’Italia, proposero una linea che lasciava al nostro Paese gran parte dell’Istria. I sovietici, favorevoli ai comunisti di Tito, proposero un confine che lasciava Trieste e parte di Gorizia alla Jugoslavia. La Francia propose una via di mezzo, molto vicina all’attuale confine, che sembrava anche l’opzione più realistica, non perché rispettava le divisioni linguistiche, ma perché seguiva il confine effettivamente occupato dagli eserciti nei mesi precedenti.

Il dramma delle terre italiane dell’Est si concluse con la firma del trattato di pace di Parigi il 10 febbraio 1947. Alla fine, alla conferenza di Parigi venne deciso che per il confine si sarebbe seguita la linea francese: l’Italia consegnò alla Jugoslavia numerose città e borghi a maggioranza italiana rinunciando per sempre a Zara, alla Dalmazia, alle isole del Quarnaro, a Fiume, all’Istria e a parte della provincia di Gorizia.

Giovane esule italiana in fuga trasporta, insieme ai propri effetti personali, un tricolore.

L'ESODO. Il trattato di pace di Parigi di fatto regalò alla Jugoslavia il diritto di confiscare tutti i beni dei cittadini italiani, con l'accordo che sarebbero poi stati indennizzati dal governo di Roma.

Questo causò due ingiustizie. Prima di tutto l'esodo forzato delle popolazioni italiane istriane e giuliane che fuggivano a decine di migliaia, abbandonando le loro case e ammassando sui carri trainati dai cavalli le poche masserizie che potevano portare con sé. E, in seguito, il mancato risarcimento.

La stragrande maggioranza degli esuli emigrò in varie parti del mondo cercando una nuova patria: chi in Sud America, chi in Australia, chi in Canada, chi negli Stati Uniti.

INTERESSE POLITICO IN ATTI D'UFFICIO. Tanti riuscirono a sistemarsi faticosamente in Italia, nonostante gli ostacoli dei ministri del partito comunista che - favorevoli alla Jugoslavia - minimizzarono la portata della diaspora.

Emilio Sereni, che ricopriva la determinante carica di ministro per l’Assistenza post-bellica, e sul cui tavolo finivano tutti i rapporti con le domande di esodo e di assistenza provenienti da Pola, da Fiume, dall’Istria e dalla ex Dalmazia italiana, anziché farsene carico e rappresentare all’opinione pubblica la drammaticità della situazione minimizzò la portata del problema.

Rifiutò di ammettere nuovi esuli nei campi profughi di Trieste con la scusa che non c’era più posto e, in una serie di relazioni a De Gasperi, parlò di «fratellanza italo-slovena e italo-croata», sostenne la necessità di scoraggiare le partenze e di costringere gli istriani a rimanere nelle loro terre, affermò che le notizie sulle foibe erano «propaganda reazionaria».

IL GIORNO DEL RICORDO. Come è stato possibile che una simile tragedia sia stata confinata nel regno dell’oblio per quasi sessant’anni? Tanti, infatti, ne erano passati tra quel quadriennio 1943-47 che vide realizzarsi l’orrore delle foibe, e l’auspicato 2004, quando il Parlamento approvò la «legge Menia» (dal nome del deputato triestino Roberto Menia, che l’aveva proposta) sulla istituzione del «Giorno del Ricordo».

La risposta va ricercata in una sorta di tacita complicità, durata decenni, tra le forze politiche centriste e cattoliche da una parte, e quelle di estrema sinistra dall’altra. Fu soltanto dopo il 1989 (con il crollo del muro di Berlino e l'autoestinzione del comunismo sovietico) che nell’impenetrabile diga del silenzio incominciò ad aprirsi qualche crepa.

Il 3 novembre 1991, l’allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga si recò in pellegrinaggio alla foiba di Basovizza e, in ginocchio, chiese perdono per un silenzio durato cinquant’anni. Poi arrivò la TV pubblica con la fiction Il cuore nel pozzo interpretata fra gli altri da Beppe Fiorello. Un altro presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, si era recato, in reverente omaggio ai Caduti, davanti al sacrario di Basovizza l’11 febbraio 1993.

Così, a poco a poco, la coltre di silenzio che, per troppo tempo, era calata sulla tragedia delle terre orientali italiane, divenne sempre più sottile e finalmente tutti abbiamo potuto conoscere quante sofferenze dovettero subìre gli italiani della Venezia Giulia, dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia.

* Luciano Garibaldi

Alla tragedia delle foibe, l’autore, Luciano Garibaldi, giornalista e storico, ha dedicato, assieme a Rossana Mondoni, quattro libri editi dalle edizioni Solfanelli: «Venti di bufera sul confine orientale», «Nel nome di Norma», dedicato al ricordo di Norma Cossetto, studentessa triestina tra le prime vittime della violenza rossa, «Il testamento di Licia», approfondito dialogo con la sorella di Norma Cossetto, e «Foibe, un conto aperto».

GIORNO RICORDO DELLE FOIBE: RICORDARE IL DRAMMA DI QUEGLI ANNI, SENZA STRUMENTALIZZAZIONI

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Di Salvatore Santoru

Oggi 10 febbraio ricorre l'anniversario delle foibe.
C'è da segnalare che questa giornata spesso e volentieri è contrassegnata da contrasti tra destre e sinistre e reciproche accuse di 'revisionismo storico'.
Vi sono indubbiamente molte teorie storiche interessanti sul tema ma anche diverse strumentalizzazioni politiche e ideologiche.
In linea di massima direi che bisogna ricordare i tantissimi innocenti italiani che persero la vita a causa delle repressioni jugoslave senza dimenticare il contesto storico, che vide anche moltissimi innocenti jugoslavi vittime delle repressioni italiane e tedesche negli anni precedenti.
Difatti, la questione delle foibe è da inserirsi nella tragica situazione che viveva la Jugoslavia in quegli anni,Jugoslavia occupata dai nazifascisti e sempre più divisa anche tra i partigiani, dove prevalevano quelli che volevano imporre violentemente un regime ispirato alle esperienze del 'socialismo reale' e di stampo para-totalitario.
Purtroppo vi furono una marea di innocenti che morirono per via di quelle guerre e l'auspicio è che si ricordino i tanti innocenti italiani morti nelle foibe tenendo conto anche del contesto e non dimenticando gli innocenti morti jugoslavi e così via, senza strumentalizzazioni politiche ed ideologiche.

Giorno ricordo, Salvini vs Boldrini: revisionisti Foibe a Camera

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Giorno ricordo, Salvini vs Boldrini: negazionisti Foibe a Camera


http://www.askanews.it/politica/giorno-ricordo-salvini-vs-boldrini-negazionisti-foibe-a-camera_7111003676.htm

"Scandalo: domani in conferenza stampa a Montecitorio, ospite dell'onorevole Serena Pellegrino di Sinistra Italiana, interverrà anche Alessandra Kersevan che ha sostenuto pubblicamente che 'commemorare i morti nelle foibe significa sostanzialmente commemorare rastrellatori fascisti e collaborazionisti del nazismo'. Dov'è la Boldrini sempre pronta a difendere i diritti di tutti? Se n'è accorta che ospiterà alla Camera una negazionista? Noi venerdì, Giorno del Ricordo, saremo a Trieste, in piazza con le persone per bene". Lo ha denunciato in una dichiarazione il segretario della Lega Matteo Salvini, denunciando la conferenza stampa convocata per domani a Montecitorio dalla deputata di Sinistra Italiana dal titolo: "Il giorno del ricordo, l'insufficienza storica e culturale delle parole che lo istituiscono e lo celebrano".

Foibe, Mattarella: “Mai più pulizia etnica e odio razziale”

sergio mattarella presidente
 “Oggi l’Europa è vista come il continente della democrazia, della fratellanza, della libertà, della pace tra i popoli. Per continuare ad esserlo deve superare gli egoismi che frenano il suo progetto e l’illusione che un ritorno ai nazionalismi possa proteggerci dai rischi della globalizzazione”. Lo dice il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in occasione del ‘Giorno del Ricordo’.
“Anche in questo caso- prosegue- la storia e la memoria comune possono fornire un grande aiuto per guardare al futuro e per scacciare dal destino dei nostri figli ogni pulizia etnica e ogni odio razziale”. “La nostra identità di Paese democratico ed europeo- dice ancora il capo dello stato- non poteva accettare che pagine importanti delle sua storia fossero strappate, lasciando i nostri concittadini del ‘confine orientale’ in una sorta di abbandono morale. Ristabilire la verità storica e coltivare la memoria sono frutto di un’opera tenace e preziosa, che le associazioni degli esuli e le comunità giuliano-dalmate e istriane hanno contribuito a realizzare“.
La Giornata del Ricordo, sottolinea, “nel rinnovare la memoria delle tragedie e delle sofferenze patite dagli italiani nella provincia di Trieste, in Istria, a Fiume e nelle coste dalmate, è occasione per dare vita a una storia condivisa, per rafforzare la coscienza del nostro popolo, per contribuire alla costruzione di una identità europea consapevole delle tragedie del passato”.
L’abisso della guerra mondiale e le aberrazioni dei sistemi totalitari- continua- sono ora alle nostre spalle, anche se quei segni non possono essere cancellati e deve sempre guidarci la consapevolezza che le conquiste di civiltà vanno continuamente attualizzate. Ricordare non deve favorire il rancore, ma liberare sempre più la speranza di un mondo migliore”.

"Non meritano la nostra solidarietà né hanno diritto a rubarci il pane","tornate da dove siete venuti":quando si attaccava e si rifiutava in modo xenofobo i 350mila profughi istriani e dalmati

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Di Giuseppe De Lorenzo
Il Pci non conobbe la parola “accoglienza”. Per gli italiani di Pola e Fiume solo odio. L’Unità scriveva: “Non meritano la nostra solidarietà né hanno diritto a rubarci il pane”.

Centro smistamento profughi di Udine, 1947 http://eliovarutti.blogspot.it
“Poi una mattina, mentre attraversavamo piazza Venezia per andare a mangiare alla mesa dei poveri, ci trovammo circondati da qualche centinaio di persone che manifestavano.
http://www.bassavelocita.it
Da un lato della strada un gruppo gridava: ‘Fuori i fascisti da Trieste’, ‘Viva il comunismo e la libertà’ sventolando bandiere rosse e innalzando striscioni che osannavano Stalin, Tito eTogliatti“. Racconta così Stefano Zecchi, nel suo romanzo sugli esuli istriani (Quando ci batteva forte il cuore), il benvenuto del Pci agli italiani che abbandonarono la Jugoslavia per trovare ostilità in Italia. Quella che fino a pochi attimi prima era la loro Patria.





Quando alla fine della seconda guerra mondiale, il 10 febbraio 1947 l’Italia firmò il trattato di pace che consegnava le terre dell’Istria e della Dalmazia alla Jugoslavia di Tito, la sinistra non conobbe la parola ‘accoglienza’.





 Tutt’altro. Si scagliò con rabbia e ferocia contro quei “clandestini” che avevano osato lasciare il paradiso comunista.
https://it.wikipedia.org
Trecentocinquantamila profughi istriani e dalmati. Trecentocinquantamila italiani che la sinistra ha trattato come invasori, come traditori. Ad attenderli nei porti di Bari e Venezia c’erano sì i comunisti, ma per dedicargli insulti, fischi e sputi. Nel capoluogo emiliano per evitare che il treno con gli esuli si fermasse, i ferrovieri minacciarono uno sciopero.


http://www.lavocedelnordest.eu
Giorgio Napolitano ha ragione: il Pd è davvero l’erede del Pci. La sinistra italiana, che di quella storia è figlia legittima, dimentica tutto questo. Ora si cosparge il capo di cenere e chiede a gran voce che l’Italia apra le porte a tutti i migranti del mondo. Predica l’acccoglienza verso lo straniero che considera un fratello. Quando per anni ha considerato stranieri i suoi fratelli. Gli unici profughi che la sinistra italiana ha rigettato con violenza erano italiani. Istriani e Dalmati. “Sono comunisti. Gridano ‘fascisti’ a quella povera gente che scende dalla motonave (…). Urlano di ritornare da dove sono venuti”.
http://pulcinella291.forumfree.it
Non sono le parole di Matteo Salvini. “Tornate da dove siete venuti” era lo slogan del Partito Comunista di Napolitano, Violante, D’Alema, Berlinguer e Veltroni.
L’Unità, nell’edizione del 30 novembre 1946, scriveva: “Ancora si parla di ‘profughi’: altre le persone, altri i termini del dramma. Non riusciremo mai a considerare aventi diritto ad asilo coloro che si sono riversati nelle nostre grandi città. Non sotto la spinta del nemico incalzante, ma impauriti dall’alito di libertà che precedeva o coincideva con l’avanzata degli eserciti liberatori. I gerarchi, i briganti neri, i profittatori che hanno trovato rifugio nelle città e vi sperperano le ricchezze rapinate e forniscono reclute alla delinquenza comune, non meritano davvero la nostra solidarietà né hanno diritto a rubarci pane e spazio che sono già così scarsi”.


http://ugotramballi.blog.ilsole24ore.com
Oggi invocano l’asilo per tutti. Si commuovono alla foto del bambino riverso sulla spiaggia. Lo pubblicano in prima pagina. Dedicano attenzione sempre e solo a chi viene da lontano. Agli italiani, invece, a coloro che lasciatono Pola, Fiume e le loro case per rimanere italiani, la sinistra riservò solo odio. Lo stesso che gli permise di nascondere gli orrori delle Foibe.
“Non dovevamo dimenticare che eravamo clandestini, anche se eravamo italiani in Italia“.

FONTE:http://www.ilgiornale.it/news/politica/tornate-casa-vostra-quando-sinistra-cacciava-i-profughi-perc-1169028.html

La tragedia delle foibe e il contesto storico in cui sono avvenute

 
Di Salvatore Santoru

Oggi 10 febbraio è la "Giornata del Ricordo", giornata istituita nel 2004 in onore delle vittime delle foibe e dell'esodo giuliano-dalmata.

Secondo le stime ufficiali, tra il 1943 e il 1947, vennero eliminate più di 10mila persone a causa della repressione della minoranza italiana del regime jugoslavo guidato da Tito.



Tale tragedia si va ad inserire nel tragico contesto della Seconda Guerra Mondiale e nell'odio etnico che accompagnava in quegli anni italiani e slavi.

Non bisogna dimenticare a tal proposito l'invasione da parte dell'Italia dell'Jugoslavia nel 1941 e la conseguente politica di assimilazione forzata e di repressione portata avanti verso la minoranza slava, e i continui screzi che accompagnavano le due popolazioni sin dall'Ottocento.



Nel complesso, durante i conflitti nell'area avvenuti durante la Seconda Guerra Mondiale morirono migliaia di persone, sia slave che italiane, perlopiù innocenti e vittime della logica di dominio dei due "opposti imperialismi" italiano e jugoslavo.

Purtroppo, praticamente non esiste una visione storica equilibrata e imparziale sulla vicenda, e difatti le sue ricostruzioni sono viziate dalla propaganda, da quella di "destra" che omette sempre l'invasione e i crimini commessi in Jugoslavia, e da quella di "sinistra" che ha sempre nascosto o in alternativa giustificato, negato e minimizzato la questione delle foibe e delle persecuzioni della minoranza italiana per motivi ideologici.

Giornata del Ricordo per le vittime delle foibe (e dintorni ):un pò di storia


Di Mirco Giubilei

Si celebra oggi la Giornata del Ricordo. In questa giornata, che è stata decretata solennità civile nazionale con la Legge n. 92 del 30 marzo 2004, si vuole commemorare le vittime delle foibe e l’esodo dei profughi giuliano-dalmati alla fine della Seconda Guerra Mondiale.

La storia

 Alla fine della Seconda Guerra Mondiale il fronte orientale italiano, al confine con le attuali repubbliche di Slovenia e Croazia (Istria), fu teatro di uno degli eccidi più crudeli della storia recente. L’Istria era al tempo territorio italiano. Il regime fascista si era rivelato particolarmente feroce nei confronti delle popolazioni slave che abitavano, insieme agli italiani, quelle terre. In un discorso tenuto a Pola nel 1920, quando ancora non aveva conquistato il potere a Roma, Benito Mussolini pronunciò questo discorso: “Di fronte ad una razza inferiore e barbara come la slava non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone. [...] I confini dell’Italia devono essere il Brennero, il Nevoso e le Dinariche: io credo che si possano sacrificare 500.000 slavi barbari a 50.000 italiani”.
Nel ventennio fascista venne attuata una durissima politica di “assimilazione” delle popolazioni locali, consistenti nell’italianizzazione  di tutti i nomi e i toponimi, la chiusura delle scuole slave, il divieto dell’uso in pubblico di lingue slave. Alla violenza culturale si associò, molto spesso, anche quella fisica.
Nell’aprile del 1941 Italia e Germania attaccarono la Jugoslavia. Le truppe nazifasciste conquistarono rapidamente il paese e lo smembrarono. L’Italia ottenne l’amministrazione diretta della Dalmazia e di parte della Slovenia.


La politica di italianizzazione forzata si scontrò con un movimento di resistenza locale sempre più forte e, tra il 1942 e il 1943, le truppe di occupazione fasciste si resero protagoniste di autentici massacri.
Dopo la caduta del regime fascista (25 luglio 1943) e il successivo armistizio (8 settembre 1943), i territori della Venezia Giulia, dell’Istria e della Dalmazia vennero occupati dalle forze tedesche che attuarono una repressione feroce sulla popolazione, anche italiana. Anche la Germania tuttavia capitolò e la resistenza jugoslava riconquistò le proprie terre.
Il rancore maturato negli anni dell’occupazione italiana alimentò una reazione violentissima da parte dei partigiani slavi. Migliaia di italiani, ex gerarchi fascisti, ma anche semplici cittadini di lingua italiana, vennero massacrati e, in molti casi, gettati (anche vivi) nelle foibe. Le foibe erano dei profondissimi pozzi naturali, scavati nel corso dei secoli dalle acque che erano penetrate nel terreno carsico.



Coloro che riuscirono a salvarsi da una morte crudele furono tuttavia costretti a fuggire verso l’Italia. Venne attuata dunque una violentissima operazione di “pulizia etnica”.
Le vicende dell’immediato dopoguerra al confine istriano per lunghi decenni sono state avvolte nel mistero e nel silenzio. Solo negli anni Novanta, dopo la dissoluzione della Repubblica Jugoslava e l’indipendenza di Croazia e Slovenia, è stata fatta luce su questa terribile pagina della storia europea.
In tutte le città italiane e in Istria sono previste oggi manifestazioni per celebrare la Giornata del Ricordo.

Titolo originale:Giornata del Ricordo per le vittime delle foibe | LA STORIA

Fonte:http://www.mondoinformazione.com/notizie-italia/giornata-del-ricordo-per-le-vittime-delle-foibe-la-storia/84368/

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