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'How Dare You', è virale la 'versione death metal' del discorso di Greta Thunberg. Il ricavato andrà a Green Peace


Di Salvatore Santoru

Su Internet è diventato virale la 'versione death metal' del discorso di Greta Thunberg alle Nazioni Unite.
Più specificatamente, il discorso della giovane attivista è stato mixato dallo youtuber John Mollusk e ora il video ha superato le 4 milioni di visualizzazioni.

Inoltre, la 'Despostz Records' ha registrato lo stesso singolo 'How Dare You'? e il ricavato andrà alla nota organizzazione ambientalista Green Peace.



Entrando nei particolari, il brano è basato su sonorità influenzate dal death e dal black metal nordeuropeo.

OGM, la lettera di 110 premi Nobel contro Greenpeace



http://www.ilpost.it/2016/07/02/premi-nobel-contro-greenpeace-ogm/

Un gruppo di 110 premi Nobel ha mandato una lettera ai capi dell’organizzazione ambientalista Greenpeace per chiedere di riconsiderare la loro posizione contraria sulla diffusione degli alimenti geneticamente modificati (OGM, in inglese GMO). Secondo i Premi Nobel – fra cui vari vincitori in campi come medicina, chimica, fisica ed economia – e altri 2212 scienziati che hanno firmato la lettera, le posizioni contro gli OGM non hanno un fondamento scientifico e costituiscono un pericolo per chi vive nelle zone del mondo meno sviluppate. La lettera, indirizzata anche all’ONU e ai governi dei paesi del mondo, è stata pubblicata sul sito supportprecisionagriculture.org che contiene anche link a video e materiali informativi sugli OGM.
Tra i firmatari della lettera ci sono anche il genetista italiano naturalizzato statunitense Mario Capecchi, Premio Nobel per la medicina nel 1997, due dei Premi Nobel per la chimica del 2015, lo svedese Tomas Lindahl e l’americano Paul L. Modrich, e quattro Premi Nobel del 2014: il chimico William E. Moerner, i neurofisiologi Edvard e May-Britt Moser e il fisico Hiroshi Amano.
Greenpeace non è l’unica organizzazione che si oppone all’uso di vegetali OGM, ma probabilmente la più influente e popolare. Oggi gli OGM vengono ritenuti sicuri e anzi preziosi dalla quasi totalità della comunità scientifica, mentre sono osteggiati da alcune ONG e singoli attivisti, fra cui la più famosa è l’indiana Vandana Shiva. 
La lettera invita Greenpeace a considerare l’esperienza con gli OGM di agricoltori e consumatori di tutto il mondo, soprattutto di quelli in difficoltà, e ad abbandonare la loro campagna contro i semi geneticamente modificati, in particolare contro il Riso dorato (in inglese “Golden rice“: Antonio Pascale ne aveva scritto nel suo blog sulPost qui), una varietà di riso prodotta attraverso una modificazione genetica che secondo gli scienziati “ha il potenziale di ridurre o eliminare gran parte delle morti e delle malattie causate da un carenza di vitamina A, che ha un grande impatto sulle popolazioni più povere dell’Africa e del sud est asiatico”. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), circa 250 milioni di persone nel mondo soffrono della carenza di vitamina A (che è anche responsabile di circa 250-500mila casi di cecità nei bambini ogni anno), tra cui il 40 per cento dei bambini minori di cinque anni che vivono nei paesi in via di sviluppo. Le statistiche dell’UNICEF mostrano che tra uno e due milioni di morti l’anno sono causate da questo problema.
La lettera sottolinea che le ricerche scientifiche condotte finora non hanno riscontrato danni alla salute provocati dagli organismi geneticamente modificati  né hanno dimostrato la presenza di rischi per l’ambiente legati alla coltivazione degli OGM. La lettera finisce con queste frasi:
« Chiediamo ai governi del mondo di rifiutare la campagna di Greenpeace contro il Riso dorato in particolare e quelle contro le colture e i cibi migliorati attraverso la biotecnologia in generale. Chiediamo che facciano tutto ciò che è in loro potere per opporsi alle azioni di Greenpeace e accelerare l’accesso degli agricoltori a tutti gli strumenti della biologia moderna, specialmente ai semi migliorati grazie alla biotecnologia. L’opposizione basata sull’emozione e sul dogma che è stata confutata dai dati deve finire.
Quante persone povere in tutto il mondo devono morire prima che questo venga considerato un “crimine contro l’umanità”?».

Ttip leaks: tutto quello che c’è da sapere sull’accordo di libero scambio USA/UE




Di Ilaria Quattrone
http://www.meteoweb.eu/

L‘accordo di libero scambio tra Usa e Ue è molto complicato a causa dell’elevata segretezza che riguarda le trattative. Le rivelazioni di Greenpeace confermavano quello che già si sapeva sulle richieste statunitensi. L’obiettivo del Ttip e’ la creazione di una vasta area di libero scambio tra Unione Europea e Stati Uniti, basata sull’istituzione di regole unitarie e un drastico abbassamento dei dazi. Secondo uno studio del 2013 finanziato dalla Commissione Europea e effettuato dal Center for Economic Policy Research, con base a Londra, l’accordo avrebbe un apporto positivo pari, entro il 2027, a 120 miliardi di euro per la Ue e a 95 miliardi di euro per gli Usa. Il vero obiettivo è quello di imporre uno standard ai brics. “I coreani, i giapponesi e i cinesi dovranno adeguarsi alle norme euroamericane”, aveva detto ancora Lamy. Coreani e giapponesi, intanto, hanno firmato con gli Usa il Tpp, un patto dagli intenti simili al Ttip. Attesa al varco, quindi, e’ soprattutto Pechino. I punti su cui si concentrano i negoziati sono: l’accesso al mercato con l’eliminazione dei dazi, la cooperazione normativa e le norme sulle denominazioni di origine controllata. L’intera trattativa viene svolta, da parte europea, a livello di istituzioni comunitarie. Palazzo Berlaymont ha pubblicato a piu’ riprese dei documenti di aggiornamento sullo stato del negoziato ma su numerosi punti rimane un riserbo strettissimo.

FONTE:http://www.meteoweb.eu/2016/05/ttip-leaks-tutto-quello-che-ce-da-sapere-sullaccordo-di-libero-scambio/680507/

La moda diventa green:30 aziende, tra cui Zara, Valentino e Adidas, ora producono in modo sostenibile



Di Salvatore Santoru

Secondo quanto riportato da "RaiNews", ora anche il settore della moda sta passando al "green".
Difatti, ben trenta aziende hanno deciso di eliminare dalla propria filiera le sostanze chimiche dannose per l'ambiente, aderendo alla campagna "Detox" lanciata da Green Peace.



Tra esse figurano Zara,Inditex e Adidas, e per l'Italia Valentino e Benetton.

La soia OGM si mangia l’ Amazzonia, l’ambiente da chi viene difeso?


Di Luca Tomberli
La soia per gli allevamenti è una delle principali cause della deforestazione dell’ Amazzonia. La foresta tropicale più estesa, il polmone  del pianeta, l’habitat naturale più grande per la biodiversità rischia di scomparire. Il WWF in occasione della giornata mondiale dell’Ambiente del 5 giugno denuncia la scomparsa di un quinto della superficie della foresta amazzonica in 50 anni ( http://www.wwf.it/news/notizie/?8380 ).  In Brasile e in Bolivia le piantagioni di soia hanno contribuito in maniera decisiva a modificare l’ecosistema naturale. Il disboscamento, l’inquinamento del terreno e dei corsi d’acqua vengono barattati per produrre del mangime per animali.

La disamina del WWF, pur essendo condivisibile, non mi sembra che colga il nocciolo del problema. Se non si ha il coraggio di analizzare in profondità le motivazioni di un tale scempio, si rimane ancorati ad una sensibilizzazione di maniera che convoglia le proteste in un vicolo cieco. Le diverse lotte ambientaliste che si alternano dagli anni ottanta non hanno modificato più di tanto l’indirizzo della società. Se si vuole capire il perché della “stagnazione della causa ambientalista” lo si può trovare nella collusione dei suoi dirigenti con il mondo economico finanziario. I membri direttivi del WWF sono stati implicati in grandi disastri ambientali. Ad esempio Luc Hoffmann, attuale vicepresidente emerito del WWF internazionale, nel 1970, era il proprietario dell’Icmesa di Seveso, quell’industria chimica che in seguito ad una esplosione rilasciò nell’ambiente una grande quantità di diossina.

Al momento  le associazioni ambientaliste che vanno per la maggiore stanno coprendo l’inquinamento ambientale più pericoloso, le scie chimiche, che sta modificando il pianeta attraverso operazioni di aerosol  che rilasciano nell’ambiente metalli pesanti e polimeri biocompatibili. Legambiente, il WWF e Green Peace  lanciano il grido di allarme sul riscaldamento globale dovuto all’ anidride carbonica e invece  preferiscono tacere sulla geoingegneria clandestina. Che sia una manovra diversiva? Bah! Visti i messaggi nascosti che lanciano nelle loro campagne, come riportato dal blog  Altrainformazione ( http://www.altrainformazione.it/wp/2010/10/06/wwf-una-storia-poco-nobile/ ), viene da  pensare che i gruppi dirigenziali, in barba ai buoni propositi degli iscritti, non lavorano per il bene comune.

Anche se è tutto collegato torniamo ad occuparci nello specifico del problema della deforestazione. La quasi totalità delle piantagioni di soia del continente americano sono ogm e gestite dalle multinazionali agrochimiche che si adoperano per non avere contrasti da parte della politica. Così, distruggendo le risorse del mondo, la Monsanto e sorelle  “creano” nuovi luoghi dove poter impiantare delle monocolture ogm.  Ciò si incastra perfettamente con gli interessi finanziari delle multinazionali del fast food, come Mc Donald’s, desiderose di trovare mangime a basso costo per alimentare quel bestiame che verrà trasformato in puzzolenti hamburger, ma soprattutto è in accordo con quell’idea di controllare l’umanità attraverso un cibo devitalizzato, che abbassa le nostre difese immunitarie e ci rende dipendenti dalle multinazionali farmaceutiche .



Così il primo livello di assoggettamento è servito. Non mi sembra che i membri direttivi delle associazioni ambientaliste più famose si adoperino per interrompere neanche il primo grado di quel circolo vizioso,  imposto  dalle multinazionali, che sta distruggendo il pianeta. Ci vogliono ben altre forze per liberare la terra da questi predatori. Le dobbiamo trovare dentro di noi.

Fukushima, a due anni dal disastro nessuna compensazione per le vittime




Fonte:Il Cambiamento

Due anni fa, l’11 marzo 2011 si verificava il disastro di Fukushima, il secondo più grave della storia dell’industria nucleare dopo Cernobyl. Sono 160 mila i cittadini che sono stati evacuati forzatamente e decine di migliaia quelli che lo hanno fatto volontariamente. Vite distrutte, senza che ancora una sola persona abbia avuto una compensazione adeguata per i danni sofferti. A loro sono dedicate le iniziative intraprese in questi giorni da Greenpeace in varie parti del mondo.
Secondo il nuovo rapporto di Greenpeace “Fukushima Fallout” non solo la responsabilità civile di chi fornisce le tecnologie nucleari è pari a zero – dunque chi ha fornito i reattori o le componenti tecnologiche non è legalmente chiamato a rispondere in caso di incidente – ma paradossalmente due delle imprese che hanno fornito le tecnologie che hanno contribuito a provocare l’incidente – Toshiba e Hitachi – sono coinvolte nelle operazioni di bonifica, dunque lucrano su un incidente di cui sono in qualche modo corresponsabili.

monitoraggio fukushima

"La quantità di rifiuti radioattivi provenienti dalle operazioni di bonifica è di circa 29 milioni di metri cubi"

A fronte di un danno stimato fino a 169 miliardi di euro, è stata nazionalizzata l’azienda proprietaria dell’impianto: a pagare il conto saranno i contribuenti giapponesi. Se guardiamo le convenzioni sulla responsabilità civile in campo nucleare, vediamo che o esistono limiti molto ridotti alle compensazioni cui è tenuta l’azienda esercente dell’impianto oppure di fatto non esistono strumenti finanziari di protezione. Nel caso di catastrofe nucleare a pagare sono i cittadini, sia in termini di salute e distruzione delle loro vite che economici.
A Fukushima la situazione è ben lungi dall’essere stata risolta: la catena alimentare contaminata, enorme la quantità di rifiuti radioattivi provenienti dalle operazioni di bonifica (29 milioni di metri cubi), lunghi i tempi e i costi dello smantellamento dei reattori, la cui situazione è tuttora precaria con grandi quantità di acqua radioattiva di raffreddamento da dover stoccare.
In Europa, il progetto del reattore nucleare francese EPR – che doveva coinvolgere anche l’Italia con quattro reattori – ha finalmente rivelato il suo costo: 8,5 miliardi di euro – non i 3,2-3,5 con cui era stato proposto in Finlandia e poi in Italia propagandato da Enel, che è di recente dovuta uscire dal progetto di Flamanville in Francia per i costi esorbitanti. L’azienda francese EDF per costruire reattori nel Regno Unito chiede un acquisto garantito dell’elettricità per 40 anni a un prezzo circa doppio di quello attuale. Un sussidio economico che dura persino più di quello concesso alle rinnovabili.
L'industria nucleare dunque non solo non paga per i danni che provoca, ma è un vicolo cieco dal punto di vista delle prospettive future. Esistono alternative più sicure e pulite su cui basare un futuro sostenibile.

I report di Greenpeace, per approfondire

fukushima

Intanto Legambiente promuove l’appello lanciato da un gruppo di donne giapponesi e invita tutti a inviare messaggi di solidarietà su Twitter, con l'hashtag #rememberFukushima e suwww.acandleforfukushima.com
"A due anni dal disastro di Fukushima - dichiara in una nota l'associazione - mentre 160 mila persone sono ancora costrette a vivere lontano da casa per le radiazioni (e molte non ci torneranno mai più), il governo giapponese vuole riaccendere le centrali atomiche, riaprire quelle spente in seguito al disastro di Fukushima e realizzarne di nuove".
Nel secondo anniversario della tragedia nucleare giapponese, Legambiente si unisce quindi all’appello delle donne di Fukushima contro le centrali perché, come recita l’appello: "Nessuna dichiarazione di cessato allarme del governo né la sua promessa dell'energia nucleare più sicura del mondo potrà mai restituirci le vite perdute, le famiglie frammentate, gli amici strappati, le abitazioni, il lavoro, la salute e la pace interiore devastati, né la nostra amata Fukushima....".
Gli italiani con il referendum del 2011 hanno espresso chiaramente la loro volontà contro l'utilizzo dell'energia nucleare. Ma l’impegno italiano non può fermarsi entro i nostri confini: è importante continuare a lottare fino a quando l’ultima centrale nel mondo sarà spenta. Per questo, nel secondo anniversario del disastro di Fukushima, Legambiente, insieme a 'Semi sotto la neve', aderisce e promuove in Italia l'appello delle donne giapponesi e invita tutti a far arrivare un messaggio di solidarietà ai bambini, alle donne e agli uomini di Fukushima che continuano a soffrire, e a tutto il popolo giapponese, con l’augurio che anche loro possano liberarsi presto delle loro pericolose centrali nucleari.

fukushima greenpeace

Le alte concentrazioni di cesio 137 rinvenute nei giorni scorsi nei cinghiali in val Sesia mostrano inequivocabilmente la durata nel tempo e la gravità dei danni del nucleare – ha dichiarato il presidente nazionale di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza-. Continuare a percorrere la strada dell’atomo oggi risulta illogico, vista la possibilità di utilizzare le nuove tecnologie rinnovabili in grado di sostituire in modo più sicuro e pulito le centrali nucleari e di condurci sulla via dell’uscita anche dalle fonti fossili”.
La tragedia nucleare di Fukushima – spiega Angelo Gentili, responsabile nazionale Legambiente solidarietà - ha molte similitudini con l'incidente avvenuto ventisei anni fa a Chernobyl. Non soltanto per la mancanza di informazioni nei confronti delle popolazioni locali e per la mancanza di un monitoraggio costante sulla presenza delle radiazioni, ma anche per la diffusa contaminazione e la dissennata e inconcepibile scelta di continuare a utilizzare l’atomo senza un forte e significativo segnale di tutela della salute dei cittadini. Questo dimostra che occorre una pressione molto forte da parte dei movimenti antinuclearisti di tutto il mondo per fare chiarezza e cercare di arrestare questa scelta inconcepibile”.

Nucleare, un mondo poco sicuro


Di Alessandro Iacuelli
Greenpeace ha pubblicato la mappa delle centrali nucleari in Europa. La mappa è interattiva e cliccando sui puntini gialli che identificano i reattori nucleari è possibile conoscere il livello di rischio per chi abita nel territorio circostante a varie distanze. Sono ben 437 i siti segnalati sulla mappa e per ciascuno si può vedere il numero delle persone che potrebbero essere coinvolte in caso di incidente nucleare a distanze di 30 km, 75 km, 150 km, 300 km. Una delle centrali più vicine ai confini italiani è la centrale svizzera di Muehleberg: la popolazione coinvolta nel raggio di 300 km è di quasi 50 milioni di persone.
A pochi giorni dal primo anniversario dell’incidente nucleare di Fukushima, Greenpeace lancia la mappa interattiva intitolata "Quanto sei a rischio?" Quel che emerge é come milioni di persone vivano nelle vicinanze di un reattore nucleare. L'associazione ambientalista vuole avvertire, con questo messaggio, che tutte queste persone sono in pericolo: vivono in un'area che, in caso di incidente nucleare, potrebbe venire altamente contaminata ed essere quindi evacuata.
La tesi di fondo è che non ci sono reattori nucleari sicuri: Greenpeace ricorda come gli ultimi sessant'anni siano stati costellati di incidenti nucleari, piccoli e grandi, di cui vengono ricordati solo Fukushima, Chernobyl, Tokaimura e Three Mile Island, mentre le altre centinaia di incidenti, in cui il disastro è stato solo sfiorato, sono caduti nel dimenticatoio.
Solo sei anni fa in Svezia uno dei reattori della centrale nucleare di Forsmark ha rischiato di arrivare pericolosamente vicino alla fusione del nocciolo a causa di un guasto ai sistemi di sicurezza, causato da un semplice black-out di corrente. Nelle ultime settimane, il direttore della centrale nucleare Fukushima Daini, sorella della centrale di Fukushima Daiichi, ha ammesso che anche il suo impianto è stato vicino alla fusione nelle ore successive al terremoto e allo tsunami dell’11 marzo.
Greenpeace è dunque convinta che solo grazie a dei semplici "colpi di fortuna" o disastri sfiorati che la lobby dell’industria nucleare continua ad affermare che quella dell’atomo è "un'energia sicura", o addirittura un'energia pulita. Ovviamente non si può essere sempre fortunati e, come Fukushima ha dimostrato al mondo intero, il nucleare sicuro non esiste. Anzi, l'unico modo per evitare un altro incidente come quello di Fukushima è chiudere gradualmente tutte le centrali nucleari e sostituire l'energia dell’atomo con l'efficienza energetica e la produzione da fonti rinnovabili".
Ovviamente tutte le centrali segnate sulla mappa sono sotto stretto controllo, tuttavia Greenpeace fa notare come sia spesso addirittura la casualità, prima ancora dell'incuria, a provocare incidenti, il che non mette nessuno al riparo in maniera completa.
In tutto il mondo, milioni di persone vivono nelle vicinanze di un reattore nucleare, quindi in una zona che, in caso di incidente nucleare, potrebbe venire contaminata. E non ci sono parametri di sicurezza che tengano, come proprio Fukushima ha dimostrato. Ad oggi non è possibile affermare che ci sia una sola centrale sicura al cento per cento, visto che, anche in caso di perfetto funzionamento della centrale, c'è sempre l'incognita meteorologica in agguato.
Poi ci sono le conseguenze: le radiazioni sono ingestibili, non conosciamo esattamente i loro effetti che non hanno confini geografici o temporali. Non ci sono barrire nazionali o internazionali contro la contaminazione dell'aria, dell'acqua e del suolo.
Argomento attuale più che mai, in tutto il mondo, Europa compresa. L'ondata di freddo che si è abbattuta sull'Europa nelle scorse settimane, ha riacceso la discussione sul nucleare in molti paesi dell'Unione, preoccupati della qualità del proprio parco energetico e dei problemi legati all'affrancamento dalle forniture di gas russo.
Ad incendiare il dibattito ci sono le recenti dichiarazioni del ministro dell'Energia francese, Eric Besson, che ai microfoni dell'emittente Europe 1, ha rivelato l'intenzione del governo Sarkozy di allungare di altri 40 anni la vita delle centrali nucleari nazionali. Una scelta in controtendenza con il diffuso sentimento anti atomo cresciuto nell'opinione pubblica internazionale dopo l'incidente di Fukushima.
Secondo il quotidiano Le Monde, il 9 febbraio la Francia ha battuto il proprio record di consumo di energia elettrica, con un picco di domanda pari a 101.700 megawatt. Besson si é rallegrato della capacità del nucleare di coprire circa il 63% di quel picco con la messa in moto di circa 55 reattori nucleari su 58.
Anche la Gran Bretagna non ha fatto mistero di voler proseguire nel suo programma nucleare. Dopo l'annuncio, lo scorso anno, di otto centrali nucleari di nuova generazione in cantiere per il 2025, David Cameron ha reso nota un'ampia intesa proprio con la Francia per un programma di cooperazione sul nucleare civile. La dichiarazione congiunta, ha fatto sapere Downing Street, "dimostra l'impegno comune sul futuro dell'energia nucleare civile e la nostra visione condivisa di un'energia sicura, sostenibile e conveniente che sostenga la crescita e contribuisca a raggiungere gli obiettivi di riduzione delle emissioni nocive".
L’Italia ha rinunciato alle centrali nucleari con il referendum ma questo non la mette al sicuro. Essa è infatti circondata da nazioni che producono e sfruttano energia nucleare e che hanno centrali anche lungo i nostri confini. Un incidente in queste centrali avrebbe effetti devastanti anche sull'Italia. Il che ovviamente non è un motivo sufficiente per dire sì al nucleare. Greenpeace, e tantissimi italiani, sono convinti di no: le centrali ai nostri confini sono semmai un motivo in più per continuare l'opera di sensibilizzazione verso il pericolo del nucleare.
A questo serve la mappa dei siti nucleari mondiali: una "panoramica" sul pericolo nucleare in cui siamo, nostro malgrado, immersi. Si trova all'indirizzo http://risksofnuclear.greenpeace.org/



I segreti del tonno in scatola? Li svela Greenpeace

tonno scatoletta
Di Daniela Sciarra  
Secondo il rapporto di Greenpeace quando un consumatore mette nel carrello della spesa una scatoletta di tonno non sa bene cosa compra. Nel 50% dei casi non viene indicata la specie di tonno e nel 90% neanche l’area di pesca, solo nel 3% dei casi si indica la modalità di pesca.
Scatolette di tonno. Se ne trovano per tutti i gusti e tutte le tasche, disposte una sopra l’altra negli scaffali dei supermercati. In Italia se ne consumano 140 mila tonnellate l’anno.
Cosa c’è in una scatoletta? L’industria del tonno non dice tutto e Greenpeace lo ha indagato e monitorato passando al setaccio gli scaffali della grande distribuzione e rendendolo noto in un nuovo rapporto i Segreti del tonno.
I volontari della ONG sono entrati in 173 punti vendita italiani, analizzando più di 2000 scatolette di tonno. Il risultato è che solo il 7% di queste fornisce indicazioni precise sull'area di pesca. Nel 97% dei casi il metodo di pesca non è indicato.
“Sono trascorsi due anni dal lancio della campagna Tonno in trappola e la situazione non è migliorata - denuncia Giorgia Monti, responsabile della campagna Mare di Greenpeace Italia -. Se alcune aziende hanno aggiunto delle informazioni in più sulle etichette, la maggior parte dei prodotti non offre garanzie né sul tipo di tonno che portiamo in tavola, né sulla sostenibilità dei metodi con cui è stato pescato. Tutto fa pensare che le aziende produttrici stiano cercando di nascondere qualcosa”. Ma cosa?
Secondo il rapporto, il consumatore mette nel carrello della spesa scatolette di tonno ma senza sapere bene cosa compra. Nel 52% dei casi non è indicata la specie di tonno e l’unica informazione fornita è molto generica, “ingredienti: tonno”. Quando la specie di tonno è riportata in etichetta è fornito un nome comune, mentre il termine scientifico viene usato solo nel 12% dei casi.
Spesso si ritrova la dicitura “tonno pinna gialla”, che viene usata più che altro come un marchio di qualità, ma raramente è ripresa negli ingredienti, come richiederebbe una vera etichettatura trasparente. Sul 93% delle confezioni non compare alcuna indicazione sull’area di pesca. Solo i marchi AsdoMar, Donzela, Coop e in parte Mareblu indicherebbero da che oceano arriva il tonno.
tonno
È eclatante la totale mancanza di indicazioni sul metodo di pesca
È eclatante la totale mancanza di indicazioni sul metodo di pesca. Questo è dichiarato solo sul 3% delle scatolette, mentre su nessuna è indicata la data di cattura. Il nome della compagnia, poi, che ha inscatolato il tonno è presente nel 39% dei casi e il Paese dove la lavorazione è avvenuta nel 59%. Molto spesso l'indicazione manca del tutto quando il prodotto viene inscatolato in altri Paesi.
Per Greenpeace, che ormai da anni si occupa di questa delicata questione, la strada è in salita. Per quanto alcune aziende abbiano fatto lo sforzo – si legge nel rapporto - di aggiungere qualche informazione sulle etichette, oltre al generico “ingredienti: tonno”, la maggior parte non offre informazioni esaustive e in alcuni casi sono proprio assenti, soprattutto quelle sui sistemi di pesca. È ancora diffuso il ricorso a metodi di pesca distruttivi come i FAD oggetti galleggianti che permettono la cattura di esemplari giovani di tonno, non consentendo neppure il confronto tra specie diverse, ma anche tartarughe, squali e altre specie in via di estinzione.
L'utilizzo dei FAD sta distruggendo l'ecosistema marino e conducendo gli stock di tonno verso il collasso (video di Greenpeace):
Una situazione che alcuni Paesi stanno cercando di migliorare. In Inghilterra tutti i più importanti marchi di tonno e delle maggiori catene di supermercati hanno deciso di utilizzare solo tonno pescato con amo e lenza e senza metodi di pesca insostenibili come i FAD.
Perché l’Italia non può fare altrettanto? Fornire i dati in etichetta è possibile anche in Italia, se vi è la volontà dell'azienda ad essere trasparente.
Greenpeace sostiene che l’industria del tonno e le grandi catene di distribuzione debbano garantire subito la piena tracciabilità e trasparenza ai propri consumatori e ripulire i prodotti da specie a rischio, impegnandosi a vendere solo tonno pescato in maniera sostenibile. Solo così si potranno realizzare cambiamenti positivi anche in mare.

Da il Cambiamento

Rapporto Greenpeace: sostanze tossiche su abbigliamento griffato


Rinvenute tracce di un materiale dannoso per il sistema ormonale in prodotti di 14 grandi multinazionali
Un rapporto di Greenpeace denuncia la presenza di sostanze dannose sui prodotti di14 grosse aziende di abbigliamento. L'organizzazione ambientalista ha acquistato campioni di vestiario dalle imprese e ha rinvenuto tracce di etossilati di nonilfenolo (NPEs), sostanza tossica utlizzata come detergente. Il materiale può danneggiare il sistema ormonale, lo sviluppo sessuale e il sistema riproduttivo.
Tra le imprese citate nel rapporto "Dirty Laundry 2"  ci sarebbero Adidas, H&MCalvin Klein, La Coste, Converse, Ralph Lauren. I campioni acquistati da Greenpeace per effettuare i test erano stati prodotti prevalentemente in Cina, Vietnam, Malesia e Filippine.
Inoltre il rapporto denuncia che le imprese "sono responsabili per il rilascio di sostanze chimiche dannose nelle acque cinesi e nel resto del mondo, in quanto parte del loro processo manifatturiero".
Sei mesi fa era stato pubblicato "Dirty Laundry 1" che aveva costretto le compagnie Nike e Puma a impegnarsi pubblicamente a eliminare le sostanze danose dalla loro catena di produzione.

Da Peace Reporter

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