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Seria A, non solo campo: la guerra degli sponsor

                                                 
                                                            INFORMARE X RESISTERE
Esiste la lotta per lo Scudetto, per un posto in Champions League e chi sogna l’Europa. Poi ci sono le squadre di mezzo, capaci di entrare nella parte sinistra della classifica o di ottenere una tranquilla permanenza nel massimo campionato: infine, chi lotta per la salvezza con le unghie e i denti sino all’ultimo secondo dell’ultima giornata di campionato. Non c’è però solamente il campo, anzi: tutto parte da quello che accade fra i corridoi e i tavoli delle trattative, degli sponsor in primis. Parliamo in particolare di quelli tecnici, che finiscono con il loro nome sulle maglie, dietro il quale si celano interessi enormi.
Nike vs Adidas. Questa è l’eterna sfida in ogni campo tra i due colossi di riforniture sportive. Che si tratti di sport e non, calcio o tennis, basket o qualsivoglia sport sono loro due a contendersi lo scettro. E neanche a farlo apposta ma gli ultimi otto scudetti consecutivi della Juventus portano in quattro casi la firma Nike, nel primo periodo Conte e poi Allegri e negli ultimi quattro la firma Adidas. Quest’ultimo però trovò il successo anche nel 2011, con il Milan, mentre l’anno precedente l’Inter firmata Nike realizzò il Triplete. Dunque, una decade equamente distribuita tra i due marchi più noti al mondo nel campo dell’abbigliamento sportivo.
La vittoria recente del Liverpool ha portato in evidenza la New Balance, così come nel mondo del tennis hanno fatto Djokovic prima e Federer poi, col suo clamoroso passaggio da Nike a Uniqlo per un contratto faraonico e pluriennale con la casa giapponese. In Serie A la Nike perde l’Atalanta, che si accasa con la Joma, la quale già vestiva Sampdoria e Torino, facendo dunque il suo ingresso in Champions League, a seguito della storica qualificazione strappata dagli orobici lo scorso anno.
Curiosità. Una sorpresa è notare come la media gol migliore negli ultimi anni vesta Joma con 2.75 reti a match, di poco superiore a Nike con 2.74: segue Kappa con 2.73 mentre un po’ più attardata Adidas con 2.61. In merito alle curiosità della stagione in corso non si può non citare quella del Lecce: i salentini hanno deciso di avvalersi del proprio sponsor M908, con le maglie prodotte in Cina ad opera della società giallorossa.
Record poco invidiabile della Errea, lo sponsor tecnico è finito sulle maglie di ben cinque club retrocessi negli ultimi dieci anni, una più di kappa e due più di Givova e Joma. Di recente Puma è passata a vestire il Milan, nella speranza che una resurrezione dei diavoli rossoneri possa portare in alto un brand e marchio molto importante: il progetto è ambizioso, ma quest’anno la società di Elliot non potrà portare il proprio sponsor tecnico oltre i confini italici, a causa dell’esclusione dall’Europa League per mano della Uefa.

Adidas produce scarpe con la plastica recuperata dagli oceani. Già venduti un milione di paia


Sono già 4 anni che Adidas, il noto colosso tedesco dell’abbigliamento sportivo, adotta misure per ridurre l’inquinamento degli oceani riciclando i rifiuti di plastica delle spiagge e degli oceani nei panni, e poiché i consumatori hanno risposto bene nell’ acquisto di questa tipologia di prodotti,  la società ha deciso di fare un salto di qualità.



Ha prodotto e venduto circa un milione di paia di scarpe realizzate con plastica oceanica riciclando ben 11 milioni di bottiglie.
E’ infatti possibile realizzare un paio di scarpe con sole 11 bottiglie.
Nel 2017 sono state riutilizzate più di 5,5 milioni di bottiglie di plastica per produrre un milione di scarpe ecosostenibili” ha affermato il cEO di Adidas Kasper Rorsted.


I rifiuti di plastica riciclati vengono trasformati in un filato che da allora è diventato un componente chiave del materiale superiore delle calzature Adidas. Oltre alle scarpe, l’azienda lo ha anche utilizzato questo filato per realizzare le prime maglie da calcio ecosostenibili indossate da squadre famose in tutto il mondo.

Già dal 2015 il produttore di articoli sportivi ha iniziato a realizzare le scarpe in collaborazione con il gruppo ambientalista Parley for the Oceans, usando rifiuti di plastica intercettati sulle spiagge, come le Maldive, prima che potessero raggiungere gli oceani.
Parley for the Oceans è un’organizzazione che cerca di eliminare l’inquinamento plastico nei corsi d’acqua del mondo.
Siamo estremamente orgogliosi che Adidas si unisca a noi in questa missione e sta mettendo la sua forza creativa dietro questa partnership per dimostrare che è possibile trasformare la plastica oceanica in qualcosa di interessante“, ha detto Parley, fondatore dell’ organizzazione.
Per la produzione di queste scarpe inoltre, l’azienda ha ridotto anche l’impatto ambientale:
Continuiamo anche a migliorare le nostre prestazioni ambientali durante la produzione“, ha affermato Gil Steyaert, responsabile delle operazioni globali. “Questo include l’uso di materiali sostenibili, la riduzione delle emissioni di CO2 e la prevenzione dei rifiuti.
Solo nel 2018, abbiamo risparmiato più di 40 tonnellate di rifiuti di plastica nei nostri uffici, negozi al dettaglio, magazzini e centri di distribuzione in tutto il mondo, sostituendolo con soluzioni più sostenibili“.
Questa tipologia di scarpe è disponibile sia dai rivenditori Adidas sia online su Amazon, ma non possono considerarsi molto economiche. In base al modello scelto il prezzo si aggirerebbe intorno ai 100 Euro al paio, ma il prodotto è stato finora ben accolto dai consumatori sia per la qualità che lo contraddistingue, sia per la provenienza.
L’abbigliamento e le scarpe firmati Adidas Parley, realizzati con plastica oceanica sono disponibili a questo link.
(Fonte foto: Parley for the oceans)

La moda diventa green:30 aziende, tra cui Zara, Valentino e Adidas, ora producono in modo sostenibile



Di Salvatore Santoru

Secondo quanto riportato da "RaiNews", ora anche il settore della moda sta passando al "green".
Difatti, ben trenta aziende hanno deciso di eliminare dalla propria filiera le sostanze chimiche dannose per l'ambiente, aderendo alla campagna "Detox" lanciata da Green Peace.



Tra esse figurano Zara,Inditex e Adidas, e per l'Italia Valentino e Benetton.

Olimpiadi: Giochi di potere

Di Giovanni Armillotta
Dopo trentasei anni, sappiamo che Stefano Jacomuzzi ha un erede che ha per nome Nicola Sbetti. Son passati oltre sette lustri dall’uscita del capolavoro del novese, mentre per sciocchezze o fatti di basso conto in ben 36 mesi possiamo avere più titoli o edizioni su argomenti sciocchi e/o leggeri, per evitare il termine ‘inutili’.

Ciò non dipende unicamente dalla pochezza intellettiva dei clienti del mercato, ma pure perché - come afferma Sergio Giuntini nella prefazione di Giochi di potere. Olimpiadi e politica da Atene a Londra 1896-2012 di Sbetti (Le Monnier, Firenze 2012) - non si vuole ammettere per il fatto «che rivisitare un Giro d’Italia, un campionato calcistico o un’Olimpiade voglia dire, solo e pienamente, fare storia contemporanea.

Un’affermazione forte in una realtà, quale quella italiana, in cui non da tanto lo sport ha cominciato a ottenere considerazione e dignità in seno all’Accademia, e in specie nei corsi di laurea in Lettere, Filosofia, Sociologia, Scienze Politiche, Scienze della Comunicazione. Ne sapeva qualcosa Stefano Jacomuzzi, l’autore cui dobbiamo il più significativo lavoro pubblicato in Italia sulla storia olimpica. Nelle occasioni giuste Jacomuzzi raccontava quante difficoltà avesse incontrato da docente universitario di Letteratura a Torino quando cominciò a occuparsi seriamente di sport. Per numerosi suoi colleghi perdeva in autorevolezza, studiare lo sport appariva una sorta di diminutio.

Un atteggiamento tra lo snobistico e l’intellettualistico, ma anche un po’ provinciale, cui Jacomuzzi reagì, appunto, con quella Storia delle Olimpiadi (Einaudi, 1976) che resta un esempio insuperato di rigore scientifico e chiarezza espositiva. Scritta con la profondità dello storico e lo stile accattivante del letterato». È un’antica e pessima abitudine del tutto italiana, quella di credere che chi si occupi di sport, attivamente e/o bigliograficamente, sia o un fannullone alla ricerca di facili guadagni alla stessa stregua di un giocatore d’azzardo senza scrupoli o un illuso dilettante che «dovrebbe pensare a cose più importanti», oppure – nel migliore dei casi – uno svampito. Pensate che – narra Sbetti – quando l’Italia ebbe il suo esordio olimpico a Parigi nel 1900, gli atleti si recarono nella capitale transalpina nel più assoluto menefreghismo dell’esecutivo in quanto «[l]o sport in Italia fra Ottocento e Novecento non [aveva] finalità prettamente ideologiche, tant’è che v[eniva] trascurato dallo Stato liberale, perché si rit[eneva] che veni[sse] praticato da perditempo».

Anche i non addetti ai lavori sanno bene che sin dal XIX secolo i paesi democratico-borghesi curavano lo sport nei minimi particolari - Gran Bretagna, Francia, Olanda, Belgio, ecc. - affinché essi divenissero modelli esemplari e specchio non solo delle rispettive società, ma degli imperi con i quali tali Stati si dividevano il mondo. Che poi l’Italia fascista abbia usato lo sport, rafforzandolo e ponendolo all’acme internazionale, è una delle tante ragioni che spiega l’inefficienza dei governi liberali pre-1922. Sbetti ci dice che i dilettanti di Stato non furono un’invenzione lenin-staliniana, bensì un’idea della Svezia nel 1912 (2ª: 1912, 1920, 1948), che l’Italia mussoliniana perfezionò (2ª: 1932, ineguagliato; due volte campione del mondo di calcio, 1934 e 1938, una volta olimpico, 1936, ecc.) con la Germania nazista (inizialmente contraria alle partecipazioni internazionali) a ruota (1ª: 1936) e che l’Unione Sovietica prima (1ª: 1956, 1960, 1972, 1976, 1980, 1988 e... 1992) e i satelliti dopo (Germania Est: 2ª 1976, 1980 e 1988) presero a copiare e consolidare fino a quando anche la Cina popolare non ne ha tratto profitto (1ª: 2008).

Dalle pagine di Giochi di potere apprendiamo pure un tema molto a cuore ai lettori di Limes: il processo che ha condotto l’Adidas a diventare il decisore verticistico dello sport mondiale. E v’è una sincronia esatta fra ciò che riporta l’autore e gli albi d’oro-sponsor di Campionati mondiali, europei e olimpici di calcio.

L’elezione dell’allora sconosciuto (fuori Spagna) ex franchista riciclato Juan Antonio Samaranch (1920-2010) alla presidenza del Cio fu voluta da una ‘cupola affaristica’ che aveva come boss il manager dell’Adidas, Horst Dassler (1936-87); in modo, sostiene giustamente Sbetti, da "consentire alle forze economiche di penetrare all’interno del movimento olimpico". Samaranch fu scelto però anche con l’accordo di João Havelange, dal 1974 capo assoluto della più potente federazione sportiva internazionale, la Fifa. Il tedesco e il brasiliano controllavano rispettivamente i voti dei blocchi geopolitici africano e latino. L’Africa, molto più propensa nei confronti di un ex breve, e meno esteso colonialismo, quello guglielmino; mentre Havelange - autorità di spicco della potente borghesia brasiliana (a cavallo fra dittature interne e aperture verso i paesi in via di sviluppo negli affari esteri) - rappresentava la scelta terzomondista in seno al potente pallone mondiale, che prima di lui era stato sempre in mano a esponenti dello screditato imperialismo anglo-francese.

In vista delle Olimpiadi di Seoul (1988), nelle qualità di presidente anche della International Sport Leisure Agency, Dassler firmò col Cio un programma quadriennale di sponsorizzazione mondiale ("The Olympic Partners") che permise allo stesso Comitato di accumulare riserve per 5 milioni di dollari e di mettere al sicuro, per la prima volta nella sua storia, le proprie finanze. Con la stipula del ‘trattato’, Dassler fu definito l’‘eminenza grigia’ del movimento olimpico. Del resto fu proprio Dassler a premere affinché, il 30 settembre 1981, Seoul fosse preferita a Nagoya, in quanto l’Adidas intratteneva più importanti relazioni con la Corea del Sud (allora dittatura sotto il pugno di ferro del gen. Chun Doo-hwan) piuttosto che col democratico Giappone.

Dassler fece di tutto anche per evitare un possibile boicottaggio a guida Urss per solidarietà a Pyongyang contro Seoul e organizzò una serie d’incontri fra il Comitato organizzatore sudcoreano e il ministero sovietico dello Sport. Nel gennaio 1988 Mosca accettò di partecipare: quel giorno la borsa di Seoul raggiunse la quota massima della sua storia. Boicottarono solo le irricattabili Albania, Comore, Cuba, Etiopia, Madagascar, Nicaragua, São Tomé e Príncipe e Seicelle. La scomparsa di Dassler non bloccò di certo l’influenza della ditta tedesca in tali àmbiti.

Il tandem Samaranch-Adidas fu risolutivo, nel 1992, nella risoluzione dei problemi d’immagine dell’appena defunta Urss. A presentare a Barcellona l’ex colosso in veste competitiva (onde magnificare la capitale catalana col crisma dell’universalità sportiva) provvide innanzitutto Samaranch, recatosi a Mosca per intavolare colloqui con Boris El’cyn sulla questione baltica e sulle restanti dodici repubbliche sovietiche in attesa del riconoscimento dei propri comitati olimpici. Dall’altra parte, l’Adidas pagò gran parte delle spese di trasferta e soggiorno dell’ex ‘Impero del male’ in Spagna.

In definitiva il presidente e il marchio s’inventarono dal nulla la ‘squadra unificata’ della Comunità di Stati Indipendenti che, guarda caso, a Barcellona superò ancora gli Stati Uniti. L’inedita alleanza ispano-germanico-sarmatica umiliò la tradizionale intesa anglo-franco-statunitense avvalendosi degli ex comunisti che con entusiasmo accettarono un ‘Piano Marshall’ europeo. Da qui si evince l’eredità del defunto presidente del Cio, trasmessa alla sua Nazionale di fútbol, campione del mondo 2010 ed europea 2008 e 2012, già campione olimpica e proprio a Barcellona: ossia la quadratura del cerchio.

Il libro di Nicola Sbetti - di ricchissima bibliografia - è un vero e proprio esaustivo manuale di storia delle relazioni internazionali, che dovrebbe essere adottato da tutte le cattedre universitarie di storia degli sport. Le Olimpiadi rappresentano da sempre, più dei mondiali di calcio, il termometro degli equilibri del pianeta. Se sono trascorsi quasi quarant’anni dal penultimo testo in argomento, ciò è dovuto alla questione che nel nostro paese coloro che si occupano direttamente di sport non sono in grado di leggere gli scenari fra le righe di un evento. Il provincialismo antisportivo rafforzato dal Sessantotto; i preziosismi sul fatto fine a se stesso; il gossip sull’individuo; la dissipazione logorroica in merito al particolare; l’ignoranza socio-storica degli addetti ai lavori: tutto ciò ha per contraltare seri e preparati studiosi quali Sbetti e Marco Bagozzi fra i pochissimi. Questi stanno creando una scuola d’indagine sugli effetti della geopolitica nello sport.

Prospettiva che prese piede esattamente dieci anni fa sulle pagine di Limes nel tentativo di sfatare l’indipendenza del risultato tecnico da quello deciso ‘ex ante’.

Alle Olimpiadi, atleti senza bandiere

Fonte: http://temi.repubblica.it/limes/olimpiadi-giochi-di-potere/37616

Domanda retorica: chi vincerà Euro 2012?


(Carta di Laura Canali tratta da Limes 1/2006 "L'Europa è un bluff")

 http://temi.repubblica.it/limes/domanda-retorica-chi-vincera-euro-2012/35953
Com’è noto, Limes parla raramente di sport ma solo di fatti, poiché nel fatto risiede la Verità e la Verità non ha né genere e neppure sesso. Iniziamo la tradizionale (sin dal 2002) analisi degli eventi affinché la Verità Stessa non si celi fra rigori non assegnati, reti annullate o errori, sin troppo marchiani, di fronte al portiere da parte di calciatori guarda caso accidentati o fuori forma.

A costo di sembrare ripetitivi, offensivi e "dubbiosi", vi offriamo una tabella in merito ai due recenti europei 2008 e 2012.


Nella colonna Camp. Eur. 2012 in maiuscolo le assenti all'edizione del 2008, mentre nella colonna Camp. Eur. 2008 in maiuscolo le assenti all'edizione del 2012.

Dal punto di vista della valuta, notiamo anche quest’anno (come nel 2008) la perfetta parità fra “euro” e “non euro”. Austria, Svizzera, Romania e Turchia (tre “no” e un “sì"), assenti quest'anno, sono state sostituite da Inghilterra, Danimarca, Irlanda e Ucraina: ancora, tre “no” e un "sì".

Quanto agli sponsor, nell’edizione 2008 la tedesca Adidas schierava cinque nazionali, come pure la statunitense Nike e la germanica Puma, mentre l’inglese Umbro ne presentava una. La ripartizione andava però a favore della Nike che dal 3 marzo 2008 controlla la Umbro.

L'edizione 2012 vede l’Adidas con sei nazionali sponsorizzate, la Nike cinque, l’Umbro tre e la Puma due. In realtà, per le ragioni di cui sopra, abbiamo il rafforzamento del fronte statunitense con ben la metà delle nazionali (cinque Nike più tre Umbro).

Nel 2008 il sorteggio dei gironi divise gli sponsor: almeno due squadre con la stessa marca per gruppo e non tre, alla faccia dell’imponderabilità del “random”. Inoltre la Nike con cinque squadre sponsorizzate (non enumerando la controllata Umbro) era presente in tutti e quattro i gruppi, mentre Adidas e Puma (a parità di “protette”) erano presenti solo in tre.

Nel 2012, la distrazione d’allora è stata corretta: non solo la Nike (escludendo la controllata Umbro) ma pure l’Adidas è presente in tutti e quattro i gruppi. La Nike però ha il sopravvento sull’Adidas poiché in due gruppi su quattro ha due presenze (nei gironi B e C ne ha una più una Umbro) e nel girone D ben tre (una più due Umbro).

Ecco l'albo d'oro dei Campionati europei "marche".





L’Adidas perde solamente gli Europei 1992 vinti, come tutti ricordiamo, da una Danimarca vacanziera, e quelli del 1976. Erano altri tempi, allora gli sponsor non contavano nulla e le scarpette servivano solo per giocare. Ora la Nike cerca il suo primo Campionato europeo. Buona visione.

La palla non è rotonda

Rapporto Greenpeace: sostanze tossiche su abbigliamento griffato


Rinvenute tracce di un materiale dannoso per il sistema ormonale in prodotti di 14 grandi multinazionali
Un rapporto di Greenpeace denuncia la presenza di sostanze dannose sui prodotti di14 grosse aziende di abbigliamento. L'organizzazione ambientalista ha acquistato campioni di vestiario dalle imprese e ha rinvenuto tracce di etossilati di nonilfenolo (NPEs), sostanza tossica utlizzata come detergente. Il materiale può danneggiare il sistema ormonale, lo sviluppo sessuale e il sistema riproduttivo.
Tra le imprese citate nel rapporto "Dirty Laundry 2"  ci sarebbero Adidas, H&MCalvin Klein, La Coste, Converse, Ralph Lauren. I campioni acquistati da Greenpeace per effettuare i test erano stati prodotti prevalentemente in Cina, Vietnam, Malesia e Filippine.
Inoltre il rapporto denuncia che le imprese "sono responsabili per il rilascio di sostanze chimiche dannose nelle acque cinesi e nel resto del mondo, in quanto parte del loro processo manifatturiero".
Sei mesi fa era stato pubblicato "Dirty Laundry 1" che aveva costretto le compagnie Nike e Puma a impegnarsi pubblicamente a eliminare le sostanze danose dalla loro catena di produzione.

Da Peace Reporter

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