Breaking News

3/breakingnews/random
Visualizzazione post con etichetta Ivan Giovi. Mostra tutti i post

Le Sfide, il ritorno della politica è il tema del 7º numero della rivista edita dalla Fondazione Craxi. Parte I


Di Salvatore Santoru

Recentemente è uscito il settimo numero della rivista 'Le Sfide', edita dalla Fondazione Craxi.
La tematica principale dell'interessante pubblicazione, denominata Fine di una storia: il ritorno della politica?”,  è quella della de-globalizzazione e del ritorno della centralità della politica e degli Stati.

Il numero si apre con l'introduzione ad opera di Mario Barbi, direttore della rivista ed esponente del Partito Democratico. In tale editoriale, "Verso un Mondo Nuovo", si anticipano gli argomenti che verranno affrontati nella rivista e, inoltre, si sottolinea il fallimento di quella concezione diventata egemone dagli anni 90 nota come "fine della storia".

Segue "Alle Origini del Declino", il 'colloquio' con lo storico Pietro Craveri. Nell'intervista lo storico, nonché presidente della Fondazione Benedetto Croce, opera una riflessione articolata su diverse questioni diventate centrali nell'attuale dibattito politico e geopolitico come l'ascesa del populismo, la crisi della dicotomia destra-sinistra, l'ambientalismo nonché la crisi delle ideologie novecentesche e la posizione dell'Italia e dell'Unione Europea nell'ambito delle relazioni internazionali.

La rivista prosegue con il trattamento di alcuni determinate tematiche d'attualità.
Il primo articolo 'tematico' è "Il progressismo come ideologia del tempo globale", scritto dal docente e giornalista Giancristiano Desiderio. Lo scrittore e insegnante, nonché studioso del pensiero di Croce, rimarca le differenze tra progresso e progressismo e sostiene che l'ideologia progressista vada a braccetto e accetti dalla globalizzazione alcuni aspetti come il relativismo e l'interconnessione.

Tuttavia, sempre a detta del giornalista, il progressismo non ritiene possibile coniugare tali aspetti della globalizzazione con la cultura della libertà.

L'articolo successivo, "La democrazia liberale nell'era del tecnopopulismo", è scritto dal docente Lorenzo Castellani. In esso Castellani, assegnista di ricerca in Storia delle Istituzioni Politiche presso la LUISS, riflette sull'attuale crisi della democrazia parlamentare e sulla sempre più imponente crescita di tendenze populistiche e tecnocratiche.

Nonostante l'aperta opposizione tra i movimenti populisti e le élite tecnocratiche, argomenta il docente, entrambe le due tendenze hanno comunque alcuni notevoli punti di somiglianza.

Nell'articolo che segue, "Politicamente Coretto, ideologia dell'Occidente globalizzato", il docente e scrittore Eugenio Capozzi critica il mantra della 'fine delle ideologie'.
Capozzi, professore ordinario di Storia contemporanea presso l'Università di Napoli Suor Orsola Benincasa, sostiene che l'attuale ideologia dominante sia quella del politically correct.

Il docente ripercorre la storia dell'ascesa di tale ideologia, che da "diversitarismo" filosofico anti-establishment è diventata, tra la fine del XX secolo e l'inizio del XXI, la cultura politica ed etica maggiormente ascoltata e diffusa tra le attuali classi dirigenti dell'Occidente.

Nell'articolo successivo, "La sovanità perduta", il giornalista e saggista Gennaro Malgieri riflette sul concetto filosofico e giuridico di sovranità e sulla sua messa in discussione a partire dal XIX secolo. 
Malgieri, ex direttore del Secolo D'Italia e importante pensatore della Nuova Destra negli anni 80, reputa che l'attuale Union Europea manchi di sovranità e sia la negazione dell'Europa.

L'intellettuale conservatore reputa che attualmente un'Europa unita non esiste e che se esistesse sarebbe, invece, fondata su un assetto statale. 

Nell'articolo che segue, "Le culture politiche dell'Italia repubblicana", il filosofo e saggista Corrado Ocone ripercorre la storia delle correnti ideologico-politiche che hanno interessato l'Italia dal Secondo Dopoguerra.
Ocone, ex direttore scientifico della Fondazione Einaudi e attualmente Direttore Scientifico del think tank Nazione Futura e membro della Fondazione Tatarella, si concentra sopratutto sulla "sinistra italiana ufficiale" e ricorda che essa non ha mai avuto una sua Bad Godesberg.

Oltre a ciò, l'intellettuale liberale riflette sul 'punto di non ritorno' in cui si troverebbe l'ideologia globalista e, al contempo, sulle reazioni sovraniste e populiste ad essa.

"Le Sfide" prosegue con la trattazione specifica di temi che riguardano l'Italia, l'Unione Europea e il rapporto tra Roma e Bruxelles.
Il primo articolo che affronta l'argomento è "L'Italia e l'Europa, la lezione di Guarino", scritto dal giornalista e vicedirettore del Tg1 Angelo Polimeno Bottai

In esso Polimeno Bottai, già direttore della Comunicazione della Società Dante Alighieri, ripercorre la storia e la carriera del giurista Giuseppe Guarino, dai vertici della Banca d'Italia alla partecipazione nei governi Fanfani e Amato.
In seguito, il giornalista si concentra sulla stagione delle privatizzazioni di parte dell'apparato industriale nazionale, progetto per cui inizialmente era stato incaricato lo stesso Guarino. 

Polimeno riporta che Guarino era favorevole alle privatizzazioni e che, allo stesso tempo, si oppose alle pressioni di alcuni potenti industriali e di chi intendeva utilizzare tali privatizzazioni per imporre la svendita dell'Italia.

La rivista prosegue con l'articolo "Le prospettive dello Stato-stratega", scritto dai due giovani studiosi Andrea Muratore e Ivan Giovi.
Nell'articolo Giovi e Muratore, co-fondatori del centro studi indipendente diretto dallo storico Aldo Giannuli "Osservatorio Globalizzazione", riflettono sulla tematica dell'intervento dello Stato nell'economia, tema di cui si sta tornando a parlare molto a seguito dell'emergenza Covid-19.

Muratore e Giovi analizzano i casi di Germania e Francia e, inoltre, analizzano possibili strategie per affrontare il 'caso italiano'. 
I due studiosi riflettono anche sulla possibilità della costituzione di un nuovo IRI e, oltre a ciò, ribadiscono la necessità di sviluppare competenze politiche e operative all'Italia nonché la necessità di pensare a livello sistemico.

CONTINUA

NOTA :

Il presente numero della rivista si può leggere online qua, http://www.lesfide.org/07_lesfide.html .

La Sovranità e lo scontro tra economia e politica, intervista a Carlo Galli


Intervista di Ivan Giovi a Carlo Galli per OSSERVATORIO GLOBALIZZAZIONE *

OG: Professor Galli nel suo saggio “Sovranità” appare emblematica espressione “Sovranità è democrazia? Oggi si”: quali sono le funzioni economiche, politiche e sociali che, oggigiorno, impediscono il pieno esercizio della sovranità?
CG: La sovranità dello Stato oggi è fortemente limitata da una serie di determinazioni giuridiche, economiche e politiche; quelle politiche sono i trattati derivanti dalle nostre scelte di grande politica internazionale, per esempio l’adesione alla NATO. Sotto il profilo giuridico la sovranità di un paese e anche dell’Italia è limitata da trattati che regolano alcuni comportamenti internazionali del paese: il nostro ingresso nell’Onu ci ha privato dello Ius ad Bellum che peraltro era già messo in discussione nella nostra Costituzione. Poi ci sono motivazioni di carattere economico: la nostra adesione ai trattati che istituiscono l’Euro ci ha privato della sovranità monetaria. Sono privazioni in qualche modo volontarie perché giungono a compimento con un voto del Parlamento. Tuttavia, sono limitazioni, e quelle che i cittadini sentono maggiormente oggi sono quelle economiche. Lo   Stato italiano resta sovrano come tutti gli Stati che fanno parte dell’unione europea, ma con una cessione di sovranità monetaria: è venuto meno quello gli economisti chiamano il signoraggio, il comando politico sulla moneta, cessato nel 1981 con il cosiddetto divorzio fra ministro del Tesoro e la Banca d’Italia. E ciò consegna lo Stato ai mercati. Lo stato non è più signore della propria moneta. Una volta che si sia aderito all’Euro non si può più stampare moneta; possiamo unicamenteemettere titoli di debito (entro una certa soglia) e in ogni caso quando emetti debito devi sperare che qualcuno te lo compri, i mercati. Questo incide sulla sovranità di bilancio: anche se formalmente lo Stato italiano è sovrano nel determinare il proprio bilancio, con tutte queste restrizioni di fatto non lo è; detto in altri termini non ci sono mai abbastanza soldi. Che è una cosa strana perché lo Stato i soldi li dovrebbe poterseli stampare.
OG: Perché tutto questo?
CG: Questo è il passo più avanzato che è stato fatto verso una Unione europea che è un Unione a vari livelli: giuridici, economici, culturali, ecc. sempre però tra stati Sovrani. La moneta unica è invece la proiezione del marco tedesco, fondata sulla sua medesima filosofia politico-economica: l’economia sociale di mercato detta anche “Ordoliberalismo”, andata al potere nella Germania federale nel secondo dopoguerra (alla quale Schroeder ha introdotto elementi di neoliberismo con le riforme del 2003-2004). La sua teoria di fondo è: l’economia di mercato è in equilibrio, a condizione che non intervengano fattori distorsivi della concorrenza. Tuttavia, è necessario uno Stato forte, uno Stato gendarme, che deve garantire il buon funzionamento delle dinamiche di mercato – anche se nella realtà lo Stato tedesco è tra i più interventisti. Poi ci deve essere un forte legame tra la finanza e l’economia produttiva e un decentramento politico forte: i Laender infatti hanno grande autonomia.  C’è poi una teoria di fondo che è la vecchia teoria organicistica tedesca: l’idea che la società sia un corpo unitario: su questo punto la cultura tedesca di distacca dal neoliberismo austriaco di Mises e Hayek. Il loro pensiero originario (il marginalismo) è una risposta alla teoria del valore-lavoro marxista: il prezzo delle merci non è determinato dal lavoro in esse contenuto ma dal libero gioco della domanda e dell’offerta, dalle scelte dei consumatori informati e razionali.
OG: Lei fa riferimento a Menger, Walras Marshall, ecc?
CG: Esattamente. Il neoliberismo deriva dal marginalismo e incrocia la linea austriaca con la linea monetarista di Chicago. E qui c’è un vero paradosso perché questo paradigma liberista non è mai stato applicato fino a che il paradigma concorrente, quello Keynesiano che aveva come obbiettivo la sconfitta della disoccupazione, non è andato a pezzi. Era insomma un paradigma di riserva, basato sulla sconfitta dell’inflazione. Il secondo dopoguerra si strutturò invece su paradigmi grossomodo keynesiani, per dare una risposta alla disoccupazione e poi alle necessità della ricostruzione postbellica. Questo paradigma però unicamente incentrato sul ruolo del lavoro, prevede la possibilità dell’intervento statale nell’economia e la possibilità dei bilanci a deficit. Ma soprattutto, cosa più importante, conosce il conflitto intrinseco della società. È un paradigma che oltre al lavoro e allo Stato coinvolge anche il capitale e dà così vita al compromesso socialdemocratico dei Trenta Gloriosi. Uno dei paradossi dei primi decenni della nostra repubblica fu che l’interprete del paradigma keynesiano era la DC mentre il PCI aveva un’idea avara dell’economia, e credeva che il debito fosse qualcosa di spaventoso.
OG: Concezione marxista del debito come colpa!
CG: In ciò i comunisti italiani erano liberali ortodossi. Il debito è disordine: se c’è debito c’è qualcosa che non va. Sta di fatto che il paradigma keynesiano va in crisi nei primi anni Settanta con la crisi del dollaro che ha portato alla fine degli accordi di Bretton Woods. In parallelo c’è anche una crisi politica degli stessi USA che perdono la guerra in Vietnam, per sostenere la quale hanno generato ed esportato inflazione. Arriviamo così alla stagflazione di metà anni Settanta, un tipo di crisi che nel modello keynesiano è intrattabile. È allora che viene recuperato il paradigma neoliberista di riserva. I segnali sono questi: nel 1974 il premio Nobel ad Hayek e nel 1976 a Friedman, poi la Thatcher e Reagan vincono le elezioni nei loro rispettivi paesi. Ed è così che il neoliberismo passa a diventare dominante. Il neoliberismo è sostanzialmente deflattivo, e va bene per sconfiggere l’inflazione. Ma ciò avviene colpendo i salari e la spesa pubblica. Il risultato è la grave sconfitta delle sinistre, che ci capiscono poco, solamente che vanno fatti dei sacrifici. Da qui infatti la linea Berlinguer dell’austerità e la grande sconfitta sulla scala mobile e sulla marcia dei quarantamila. Questo perché il modello sociale del neoliberismo è quello di una società amorfa, cioè fatta di individui solitari, senza corpi intermedi, partiti sindacati, ecc. Basta ricordare la famosa frase della Thatcher “There is no such a thing as a society”, la società è fatta di individui “imprenditori” che pensano solo alla massimizzazione della propria utilità individuale.
L’economia si pone come scienza regina e ogni altra scienza deve servire a consentire all’economia di funzionare. Le strutture economiche sono sottratte alla valutazione e alla critica, per usare ancora le parole della signora Thatcher “There is no alternative”. La società è l’economia e viceversa: non vi è alcuno spazio nella società che si discosti dalla dinamica economica. Chi è vicino all’università se ne è accorto: a un certo punto siamo stati investiti da un modello aziendale, da un’ondata di valutazioni senza fine. Il sistema di valutazione in cui ci troviamo ha l’obbiettivo di non farti mai sentire al sicuro. Di renderci semi-flessibili, come gli altri lavoratori. 
OG: Ci deve sempre essere concorrenza, insomma.
CG: Esatto. Come l’impresa è sempre sottoposta alla spietata legge del mercato, il professore è sottoposto alla legge della valutazione. La cui parola d’ordine è flessibilità e formazione continua. Ciò è collegato alla interpretazione della società come “capitale umano”.  Il capitale va necessariamente impiegato, attivato, mobilitato. Si prepara così uno sviluppo delle università verso il pensiero utile e non verso il pensiero critico.
OG: Questo implica la scomparsa della politica come funzione sociale?
CG: Ciò implica non la scomparsa della politica ma una ridefinizione dell’agenda della politicaL’economia teme la potenza della politica, teme che si imponga su di essa, nella forma comunista, corporativa, ecc. Il comando politico è visto come la mancanza di libertà, così come il grande nemico è anche il nemico socialdemocratico, le enormi macchine burocratiche dello Stato sociale. L’economia deve dettare l’agenda alla politica, ma questa non deve scomparire: deve prendere ordini e mettere in ordine. 
OG: Tutto questo in Italia si è configurato con il vincolo esterno?
CG: In Italia i ceti alto borghesi si sono disperati, hanno pensato che il paese fosse incontrollabile e che il ceto politico fosse incapace di governare. I processi (le elezioni) e i soggetti democratici (i partiti) sono parsi inadeguati alle sfide che il neoliberismo doveva affrontare. Così si sono indeboliti i partiti, trasformati in soggetti poco strutturati, guidati non da élite politiche ma da leader acchiappavoti. E oggi si parla apertamente di ridurre la democrazia: le elezioni sono troppo frequenti, le proposte radicali vanno eliminate, insomma bisogna proporre agli elettori partiti sostanzialmente identici.
Quindi se il ceto politico è incapace, la cosa importante – l’economia – va tenuta al sicuro con il “vincolo esterno”, attaccandoci ai tedeschi egemoni in Europa. Dalle durezze e dalle contraddizioni del neoliberismo sono poi nati i movimenti di protesta, populisti e sovranisti, che chiedono che lo Stato ritrovi la sua sovranità, cioè comandi sull’economia e protegga la società. Anche se poi questi movimenti sovranisti mettono tutta la loro energia nella caccia al migrante e sono poi più neoliberisti addirittura dei loro avversari (ma è un particolare che pare sfuggire ai più).
Ovvio che il vincolo esterno, benché molto doloroso, non è l’unico nostro male; sicuramente però non ci permette di curare tutti gli altri. Coloro che lo hanno adottato adesso dicono che chiaramente avrebbe dovuto seguire una unione politica, ma la costruzione di una unione politica implica anche la messa in comune dei debiti e questo nessuno lo vuole. Ogni Stato è sovranista. Soprattutto non esiste una sovranità che nasca a tavolino. La sovranità è una esplosione di energia politica, non è un trattato, che al massimo può suggellare una sconfitta o una vittoria. Se esistesse una sovranità europea sarebbe nata da movimenti, lotte, rivoluzioni, come tutte le sovranità, anche quelle federali.
In ogni caso, nella Ue (meglio, nell’eurozona) ci sono solo Stati sovrani che hanno in comune la moneta unica e che hanno l’obbligo di pagare i suoi costi di tasca propria in casa propria; se proprio qualcuno è in difficoltà gli vengono offerti dei prestiti a condizioni carissime, non tanto economicamente quanto politicamente.
OG: Che è quello che sta succedendo adesso con il MES? Dove una parte politica insistentemente ne richiede utilizzo?
CG: Chiaro! Ma qui il punto non che il creditore rivuole i soldi indietro, ma proprio che siano prestati a debito! Se l’Europa fosse unita non sarebbe un debito: sarebbe quello che succede negli USA, creazione di moneta e redistribuzione alle aree che ne necessitano. Se l’Europa fosse unitaria si stamperebbe la propria moneta, ovvero la sua banca centrale, prestatrice di ultima istanza, attuerebbe la “monetizzazione del debito”, comperando i titoli di debito dei vari Stati.  Certo, in un’Europa politica (federale) sarebbero ancora più evidenti le egemonie di fatto, tedesca e francese (ma contro questa circostanza non ci sono rimedi, tranne quello che anche l’Italia cresca e si rafforzi).
OG: E non è quello che accade già?
CG: No, è proprio questo il punto. I tedeschi non vogliono comandare in Europa. La Germania non si sente coinvolta da problemi italiani o francesi o greci, non ha alcuna intenzione di prendersi delle responsabilità aperte, anche se di fatto è il paese più prospero economicamente ed ha un primato politico. La Germania cerca e ottiene potere indiretto, non diretto.
Una delle conseguenze del fatto che l’Europa non è politicamente unita (se lo fosse, sarebbe una superpotenza), ma invece è frammentata (tranne che per la moneta) è che è debole (o non forte come potrebbe) davanti agli interessi di altre potenze come gli USA, la Russia e la Cina. 
OG: Un’unione politica debole, e un’unione economica forte, quindi?
CG: Sì. Ma attenzione. L’unione economica forte è strutturata attorno all’euro e al paradigma ordoliberista. E ciò rallenta lo sviluppo economico, dato che l’Europa è ossessionata dal timore dell’inflazione, e dalla coazione all’esportazione (mercantilismo): lo sviluppo non dipende dalla domanda interna. Prima della pandemia la Ue era l’area del globo che cresceva di meno. Perché il suo sistema è una macchina politica economica essenzialmente conservatrice, che cerca essenzialmente stabilità. 
L’alternativa potrebbe essere di puntare a un sistema neoliberista puro (non ordoliberista), che però è comunque insostenibile, per la quantità enorme di rischio insito nel sistema, cosa che una società non può sopportare. Una società avanzata può sopportare unicamente un sistema socialdemocratico equilibrato. 
In ogni caso, la Ue adottando l’euro ha voluto creare una sorta di “fortezza” o di isola all’interno di un oceano neoliberista mondiale. Quella fortezza ha però al proprio interno una debolezza: moneta unica ma non sovranità unica. In tal modo o tutti diventiamo come la Germania azzerando gli spread (cosa impossibile) oppure le divergenze aumentano e la Germania prevale sugli altri paesi.
Ciò è dato dal fatto che l’euro è uno strumento squilibrato (non è un’area monetaria ottimale) e dove l’unico equilibrio possibile sarebbe quello che proviene dalla politica unitaria. 
OG: Siamo di fronte ad un bivio perciò?
CG: Sì. E il dilemma si risolve con la politica, con la sovranità: o quella di ciascun singolo Stato oppure quella della Ue finalmente divenuta federale. 
Ma sia ben chiaro che nel nostro paese i problemi non sono solo quelli derivanti dall’euro. L’Euro ha reso evidenti problemi che esistevano da prima: abbiamo una giustizia e una pubblica amministrazione totalmente farraginose, e un sistema educativo e una sanità pubblica troppo disuguali sul territorio. 
OG: E forse vediamo anche adesso dopo trent’anni i problemi: prima tangentopoli e la crisi della politica, poi la crisi dei governi instabili e la crisi attuale della magistratura, scossoni che hanno mostrato come sia fragile il nostro sistema.
CG: Appunto, anche se non avessimo la moneta unica avremmo bisogno di un sistema politico di grande saggezza, sapienza e serietà, che spendesse i soldi nella maniera e nel modo giusto. Ovviamente è meglio avere i soldi che non averli; ma soprattutto bisogna saperli spendere, evitando sprechi e clientelismi.
OG: A cui si aggiungono le regioni, che sono forse fattori di squilibrio piuttosto che di stabilità, rispecchiando le fragilità del nostro Stato e del nostro Governo.
CG: Sicuramente l’Italia governata dai prefetti era più omogenea, anche le scuole erano più omogenee. Ma l’unità è stata una delle vittime del neoliberismo: flessibilità vuol dire anche diversificazione. Basti pensare alla riforma del Titolo V che fa dello Stato una parte della Repubblica, è chiaro che qui c’è un’idea di fondo di indebolimento del potere centrale, che è funzionale alle logiche neoliberistiche. Non a caso l’Europa immaginata dagli economisti (ma non dai politici) è un Europa senza Stati e fatta di macroregioni.
Le Regioni in Italia sono dei grossi centri di potere burocratico e clientelare, benché alcune siano centri di governo e programmazione reale del territorio; nel complesso, non sono certo l’esperimento istituzionale meglio riuscito della nostra storia. Secondo me il depauperamento delle funzioni delle provincie è stato un errore, motivato dal fatto che si diceva che ci sono troppi livelli di governo. Ma la Regione tende a comportarsi come un piccolo Stato, vi è un forte spirito di accentramento regionale, perfino in una regione policentrica come l’Emilia-Romagna. Vi sono poi regioni impresentabili, sia per colpa dell’istituto, sia perché in certi contesti (soprattutto in alcune zone del Sud) la società è devastata dalla malavita. Quelle sono, inoltre, società povere di relazioni, dove le persone non si fidano le une delle altre. Non c’è legame sociale: i legami sono solo clientelari e personali, e la produzione di ricchezza è scarsa e spesso finisce nelle mani sbagliate.
Questo è uno dei grandi problemi. Oggi della questione meridionale non si parla più perché si parla soltanto di quella settentrionale: ci si chiede come facciamo a stare dentro il neoliberismo, come facciamo a stare in Europa. Ma non potremo mai starci se non risolviamo le nostre questioni interne. E la soluzione non è certamente il “liberi tutti”, la libertà per ogni regione di fare quello che vuole. Oggi il paese ha bisogno di unità e non di pluralità divergente. Anche perché molte difficoltà vengono già lette in chiave di divisione: la Lega ha smesso i discorsi di divisione ma li ha fatti per decenni; e il meridione vive un eterno senso di rivincita verso il nord. La traduzione dei problemi in rivalità interna è tipica ma anche sbagliata perché non li risolve. E non si può neppure dire che i problemi di sperequazione regionale vanno risolti a livello europeo. Ci sono sì i fondi europei per lo sviluppo delle aree depresse; ma se questi non vengono inseriti in una catena del valore diventano episodi, incapaci di creare ricchezza. 
Sfiducia e debolezza della società è ciò che rende il sud ancora bisognoso di sostegno. Forse si è ragionato troppo in grande scala: la grande acciaieria, la grande industria, ecc.; forse se si cambia impostazione si possono ottenere migliori risultati. E questo è ancora compito dello Stato, perché le Regioni sono troppo forti e al tempo stesso troppo deboli: propongono politiche a volte troppo accentrate ma hanno una forza economica e amministrativa troppo ridotta, spesso insufficiente. 
* Politologo e professore di storia delle discipline politiche all’Alma Mater-Università di Bologna e già deputato nella XVII legislatura.

Dai campioni nazionali al golden power: le prospettive della tutela del sistema-Paese



Oggi l’Osservatorio ha il piacere di presentarvi il quarto capitolo del dossier “Coronavirus: sfide e scenari”, dedicato alla discussione con Alessandro Aresu della difesa degli asset strategici del sistema-Paese italiano nel pieno della crisi sanitaria ed economica del coronavirus. Aresu, nato a Cagliari nel 1983, è consigliere scientifico di Limes, direttore scientifico della Scuola di Politiche e capo della Segreteria Tecnica del Ministro del Sud e della Coesione Territoriale. Tra le sue ultime pubblicazioni si segnalano i saggi “L’interesse nazionale. La bussola dell’Italia” (con Luca Gori, Il Mulino, 2018) e “Le potenze del capitalismo politico. Stati Uniti e Cina” (La Nave di Teseo, 2020)
Intervista di Andrea Muratore e Ivan Giovi a Alessandro Aresu.
Tra “economia di guerra” e discussioni su possibili guerre economiche nelle ultime settimane la discussione politico-mediatica su cosa è da definire “asset strategico” per il sistema Paese è tornata d’attualità. Dalla Consob al Copasir, tra allarmi per rischi di scalate straniere e blocchi delle vendite allo scoperto a Piazza Affari, assistiamo a un incremento del perimetro dei settori messi sotto osservazione. Come giudica questi sviluppi?
Vivevamo già in una “corsa globale ai sistemi di controllo degli investimenti esteri”, come definita in un bel libro curato da Giulio Napolitano. Una corsa che ha coinvolto l’Italia. L’evento cruciale rimane l’intervento sulla normativa nel 2017, per il caso Vivendi – Tim. In quel caso il governo ha applicato il concetto più pervasivo dei poteri speciali a una vicenda intraeuropea.
Nei miei lavori su golden power e asset strategici (su Limes, nel saggio sulla comparazione della “geopolitica della protezione” che ho curato con Matteo Negro, nello scritto per la pubblicazione sul tema del Dis, in altri testi) ho sempre sottolineato quest’elemento, che è cruciale: il paradosso è che uno strumento normativo nato per adattarsi alle regole europee individua, dal punto di vista geopolitico, alcuni nodi conflittuali interni all’Unione Europea. Questi nodi, invece di ridursi, aumentano: quindi vanno riconosciuti e affrontati.
Secondo aspetto: l’Italia si trova nel mezzo della grande questione della nostra epoca, la competizione tra Stati Uniti e Cina. La corsa al controllo degli investimenti esteri è parte di una più ampia “corsa alla sicurezza nazionale”, che si colloca all’interno di questo conflitto. Questo ha implicazioni sulle telecomunicazioni, sul 5G, sulle forniture. Ha comportato un altro adattamento normativo.  
Terzo aspetto: l’Italia è più debole quando è colpita da una crisi, per ragioni finanziarie. Chiaramente, anche in una crisi cosiddetta “simmetrica”, conta da che posizione ci arrivi, come i mercati giudicano la tua posizione e la solidità complessiva del sistema in cui sei collocato. Altra discussione, altro adattamento. Più pressante.
Su questi temi, nel corso di questa legislatura, il Copasir ha lavorato con uno spirito di ampia condivisione, all’unanimità, con Guerini prima, con Volpi ora. Questo è un punto positivo, che rafforza il suo operato.
A tornare è sempre il tema del primato della protezione sugli affari, della proiezione geopolitica dei sistemi-Paese sull’economia. Ne parla nel suo saggio più recente, di cui in futuro discuteremo su queste colonne. I “cigni neri” delle ultime settimane accelereranno questa tendenza?
Sono processi già in corso, appunto, per cui la crisi attuale funziona come acceleratore. Una crisi che in termini di valori azionari ma soprattutto di operatività delle aziende ha un impatto enorme, che credo sarà molto più ampio della crisi di più di un decennio fa.
Inoltre, la crisi ha avuto una cronologia diversa, un calendario differente nei vari Paesi. Ha visto svilupparsi conflitti geopolitici su aiuti, contratti e doni; polemiche sui dati e sulla loro raccolta; battaglie sul tracciamento; ripercussioni sulle catene globali del valore; allargamento della sicurezza nazionale intesa come “sicurezza nazionale sanitaria”. E, oltre alla “corsa” per il vaccino e per altri aspetti del settore biomedicale, vedremo molti altri acceleratori di conflitti, negli scontri industriali. Ne parlerò anche nel prossimo numero di Limes. Quindi bisogna mantenersi lucidi per analizzarli e comprenderne le implicazioni.
Non è facile, peraltro. È un momento difficile, duro. Personalmente, nei primi giorni non riuscivo a riflettere bene su questi temi, perché sentivo la sopraffazione del peso di quello che ci sta capitando. Poi ci si ferma un secondo e si riconosce che ci sono sempre tanti temi appassionanti su cui concentrarsi, e si continua a vivere. 
In Italia da tempo studiosi come Giuseppe Berta sottolineano come il capitalismo nazionale debba cercare nuovi paradigmi. La necessità di uno “scudo” strategico in momenti di crisi segnala la debolezza dei nostri campioni nazionali? Come veniamo a patto con la nostra fragilità finanziaria in questi frangenti?
È uscito su “L’Industria” un bel saggio di Ugo Pagano che discuto anche sull’ultimo numero di “Pandora“. Pagano aiuta a vedere un paradosso della stagione di privatizzazioni. In realtà, le grandi imprese quotate con controllo pubblico hanno mantenuto e aumentato il loro rilievo, rispetto all’impresa privata. Pagano ne loda anche la governance. La grande impresa italiana pubblica quotata è forte, rispetto alle aziende private italiane. Sono invece piccole rispetto ai competitor, con parziali eccezioni. Nei momenti di crisi, questo è un tema da considerare.
Io, rispetto a Beppe Berta, che è un amico e un maestro, sono più statalista. Ho sempre sostenuto che per l’Italia il “fantasma dell’Iri” sarebbe tornato. Perché abbiamo un problema di competenze manageriali e industriali che la fine dell’Iri ha lasciato aperto. Se avessimo il management di Telecom nei primi anni ’90, sarebbe meglio. Purtroppo, non esiste più. D’altra parte, lo statalismo deve essere sempre realista, e in relazione con i capitali privati. Non è che arriva un’entità statale o parastatale che si compra tutto, in modo indiscriminato: sarebbe folle, oltre che irrealistico, considerando che dobbiamo anche attirare investimenti esteri. Il problema decisivo italiano è quello della dimensione di impresa, su cui occorre quadrare il cerchio tra risparmio e investimento. Tra la forza del risparmio italiano e gli investimenti necessari per crescere. Secondo me – ma non sono obiettivo, sono cose alle quali ho lavorato – era importante la strada di strumenti come Pir, Spac, su cui purtroppo c’è stata eccessiva incertezza normativa.
Sapete quanto fattura l’azienda italiana che fa respiratori (alla quale dobbiamo essere grati) rispetto al “campione” tedesco di quel settore? Circa un trecentesimo.
Il “golden power” sulle acquisizioni è un esempio di strumento di cui si parla per tutelare con organicità il sistema produttivo. Quali sono le prospettive di rafforzamento dei “poteri speciali”?
Fino a qualche mese fa eravamo in pochi a parlare di “golden power”, mentre ora è un tema all’ordine del giorno e coinvolge un dibattito più ampio. È un bene. Gli interventi del governo, secondo la mia personale opinione di analista, hanno la giusta ratio e vanno nella giusta direzione. Corrispondono alle prospettive delineate dalla comunità di studiosi del tema. La discussione sull’ambito finanziario e assicurativo c’è da tempo, la crisi ha aggiunto un’attenzione specifica per filiere logistiche, alimentari, sanitarie, nonché una preoccupazione per interventi a prescindere dal processo formale di notifica.  È importante l’attenzione alla catena del valore biomedicale, oltre a una migliore definizione del concetto di minaccia anche nell’ambito intraeuropeo. Si verificherà al meglio dal punto di vista giuridico che nessuno possa minacciare l’Eni, che chiaramente in questo scenario dell’energia affronta sfide enormi. Anche se non sono convinto che un’azienda francese o olandese possa veramente cercare di scalare l’Eni in modo ostile. Un’operazione ostile del genere verso l’Italia, in qualunque situazione, sarebbe una cosa enorme dal punto di vista diplomatico: una minaccia alla sovranità nazionale che nessuno nel nostro Paese dovrà mai accettare.     
Vorrei dire però che tutto questo ha senso solo se facciamo altri due ragionamenti.
Il primo è il passaggio “e dopo?”. Mi spiego.
Blocchi un investimento. E dopo? Prescrivi condizioni sull’acquisizione di una società. E dopo? Entri in quella società con un veicolo pubblico. E dopo?
Per esempio, in Tim i passi “speciali” sono stati fatti. E ora, l’azienda crea valore in modo soddisfacente, valore per gli azionisti, valore sociale, valore tecnologico? È importante porsi queste domande.  
Bisogna sempre chiedersi “e dopo?” quando si agisce su un asset. Occorre quindi avere una cultura diffusa che consenta di farlo. Fare analisi di scenario, ragionare in termini anticipatori, non solo reattivi, rafforzare la cultura industriale e la consapevolezza geopolitica, per sapere cosa bisogna fare. Il golden power è uno strumento giuridico basato sull’individuazione di minacce, poi ci sono le politiche industriali, la strategia di un Paese, c’è il capitalismo italiano come è realmente, c’è il modo con cui ci si pone rispetto ai grandi shock.
Gli shock possono cambiare il senso dei settori strategici, in alcuni casi limitati. Per esempio, in anni precedenti a me è sempre sembrato sbagliato che i veicoli di Cassa Depositi e Prestiti dovessero intervenire in Parmalat (non è avvenuto) oppure, come hanno fatto, acquistare quote “segnaletiche” delle società alimentari. I soldi del risparmio postale sono limitati, perché li devo spendere in chi fa cibo (per non parlare degli alberghi) se poi non investo con attenzione nella filiera dell’automotive, nell’aerospazio, nelle scienze della vita, in altri settori ad alta tecnologia di grande importanza? Ci sono aziende alimentari private importanti (anche in diversi distretti meridionali), non è che deve arrivare un’entità statale a prendersi la quota cosiddetta “segnaletica”. Oggi, l’importanza della filiera alimentare, l’accumulazione di riserve alimentari degli Stati, la competizione su questi temi, può indurre a ripensare questa convinzione.
In ogni caso, se tutto è strategico, nulla è strategico. Dobbiamo mantenere una consapevolezza delle differenze tra i settori. Non è che facciamo intervenire il governo o l’intelligence su tutti i mobilifici d’Italia. Anche perché le risorse sono limitate: le stesse risorse umane della sicurezza nazionale, sicurezza economica e sicurezza fisica. Sul fronte economico, bisogna pensare seriamente a rafforzare alcune capacità in materia di ristrutturazione aziendale, perché a un certo punto quel mercato diventerà molto forte e lì potrebbero esserci fenomeni predatori diffusi. Poi lo Stato secondo me deve stare sempre attentissimo alla penetrazione della ‘ndrangheta. Anche in Lombardia, dove potrebbe espandersi rispetto al suo radicamento, già molto rilevante: una delle cose più importanti per la sicurezza nazionale nell’Italia di oggi è leggere il libro di Antonio Talia “Statale 106”.     
Il secondo punto è che il rafforzamento degli “scudi” può arrivare solo fino a un certo punto. Io penso che ci voglia soprattutto il rafforzamento delle strutture amministrative.
In primo luogo, in Italia c’è un enorme problema di risorse umane. È vero a tutti i livelli, in tutte le fasi della politica degli investimenti. Se parlate con chiunque, dalla BEI ai Comuni, sentite questa necessità. Nell’autunno del 2017 avviene un dibattito – che andrebbe riletto oggi – sull’opportunità di un ampio programma di nuove assunzioni pubbliche, legate ai pensionamenti: Sabino Cassese aveva lamentato i danni che potrebbero giungere dall’allargamento della PA, dopo le dichiarazioni dell’allora sottosegretario Rughetti. Per mostrare i limiti della posizione di Cassese interviene sul tema Giuseppe Provenzano, che al tempo era vicedirettore della Svimez. Provenzano è un mio amico, con cui collaboro, quindi premetto che non sono obiettivo, ma contano le idee. Per me in quel contesto aveva torto Cassese e aveva ragione pienamente Provenzano, il quale nel suo articolo diceva molte cose di totale buon senso, soprattutto sulla “ristrutturazione alla rovescia” subita dalle generazioni più giovani negli ultimi anni, che ha lasciato le nostre strutture molto indebolite, soprattutto su nuove, essenziali competenze. Certo, ci sono i colli di bottiglia burocratici e altri temi, ma questa debolezza di risorse umane è un punto essenziale dei problemi sugli investimenti in Italia.    
Ora, dobbiamo sapere che questa debolezza si ritrova anche nelle “alte sfere”: ci sono davvero poche persone in alcune direzioni ministeriali di primissima importanza, o in compiti di rilevanza strategica. Sono troppo pochi e ci sono pochi giovani. E la sicurezza economica, come la sicurezza cibernetica, passa dalle persone. L’importanza di rafforzare le amministrazioni dell’economia in Italia mi è stata trasmessa da molte conversazioni con uno dei civil servant più capaci del nostro Paese, Roberto Garofoli. Nei “poteri speciali”, ha un ruolo importante l’istruttoria del Gruppo di Coordinamento, che però non è un organismo stabile, non è una burocrazia stabile preparata per analizzare l’evoluzione tecnologica, la sicurezza nazionale, le catene del valore industriali, le dinamiche geopolitiche. È formata soprattutto da delegati dei ministeri, che non svolgono certo quel compito tutto il giorno, perché hanno altre funzioni da svolgere. Quindi quella struttura, in primo luogo, andrebbe istituzionalizzata e resa stabile, per lavorare più velocemente e soprattutto per farne un organismo di confronto sui temi che ho indicato, con competenze plurali. La sicurezza economica necessita di competenze variegate: io di questi temi ho capito qualcosa perché ho avuto la fortuna di confrontarmi sempre, oltre che con analisti geopolitici, con giuristi, investitori, economisti, fisici, scienziati. In tanti (recentemente Castellaneta e Pelanda) propongono un Consiglio Nazionale di Sicurezza, che potrebbe avere sotto di sé questa burocrazia stabile.  
Recentemente lei ha sottolineato la crescente interoperatività delle figure della sicurezza nel sistema economico anche nel caso italiano, in un contesto di aumento dei casi di sliding doors tra istituzioni e imprese: “Emerge sempre di più l’importanza della sicurezza nelle infrastrutture critiche, ed è evidente il loro allargamento a più settori. Ciò che era già “critico” diventa “più critico”. I veterani degli apparati di sicurezza sono nominati, con maggiore frequenza, nelle società di infrastrutture, telecomunicazioni, ma anche finanziarie”. Che scenari apre questa compenetrazione?
Sì, quell’osservazione del 2018 ha descritto quello che è successo in modo più frequente in seguito. Ripeto la mia impostazione di intelligence economica: siccome il caso fondamentale è stato Tim-Vivendi del 2017, da lì si poteva prevedere l’evoluzione, anche contando la generale corsa alla sicurezza nazionale nel mondo. Dalla cantieristica, ai cavi sottomarini, fino alle società finanziarie, alle infrastrutture di rete, sono importanti certe competenze e certi percorsi di carriera. Continueranno a esserlo. 
Il punto essenziale non è solo premiare persone che hanno svolto una importante carriera nelle forze dell’ordine, nelle informazioni per la sicurezza, nella diplomazia, nella difesa. Persone che sono chiaramente capaci anche grazie all’esperienza acquisita nelle strutture che hanno gestito (basta leggere un articolo di Massolo per capirlo). Il tema è valorizzare le competenze dei giovani, di chi è impegnato ora nella carriera e di chi lo sarà in futuro. Formare più ingegneri della sicurezza, più analisti dei dati informatici e geopolitici, lavorare meglio con le università, trasmettere la fiducia di lavorare nei corpi dello Stato. Soprattutto in tempi difficili.
In conclusione, vorremmo chiederle un parere sulla comparazione delle strategie anti-crisi poste in essere da Roma con quelle degli altri Paesi europei quali Francia e Germania: come stanno evolvendo le loro discipline queste nazioni?
In Francia i confini tra pubblico e privato non sono mai esistiti. Ci sono differenti cordate, ma gli imprenditori privati devono fare gli interessi della République, altrimenti non possono operare. Non è che, per esempio, sei un’azienda logistica francese che opera in Africa e agisci da “privato”. Non diciamo barzellette. La Francia è una potenza militare, al contrario degli altri Stati europei. La Francia preferisce la morte alla rinuncia allo Stato e ai suoi “corpi”.
In Germania si usa l’espressione “economia sociale di mercato” per perseguire un fondamentale obiettivo: non dire nulla. Questa espressione, che andrebbe studiata con più attenzione – segnalo le ricerche su questo tema di un mio allievo della Scuola di Politiche, Lorenzo Mesini – è diventata una frase fatta che si può appiccicare a tutto. Appunto, per non dire niente. È però avvenuto un cambiamento in Germania nel rapporto agli investimenti della Cina: a un certo punto – nella robotica, nella sistemistica, nel biomedicale, in altri settori – i tedeschi hanno colto una minaccia per il loro cuore capitalista, il Mittelstand delle medie imprese. Ora i tedeschi dicono chiaramente (il ministro Altmaier l’ha detto spesso) che agli stranieri non faranno comprare più nulla di rilevante, se il governo non vorrà. Ma avranno pure loro tante altre questioni critiche da affrontare, a partire dall’automobile, che già agita il sonno di Angela Merkel.  
Le opinioni qui espresse da Alessandro Aresu sono strettamente personali e non impegnano in alcun modo enti di appartenenza pro tempore.
(A cura di Andrea Muratore e Ivan Giovi)
4 – Continua
  1. “Una concezione adattiva della Storia” di Pierluigi Fagan.
  2. “La Chiesa contro il coronavirus: il mondo sulle spalle di Francesco” di Emanuel Pietrobon.
  3. “Che ne sarà di noi?” di Gustavo Boni.
  4. “Dai campioni nazionali al golden power: le prospettive della tutela del sistema-Paese”, conversazione con Alessandro Aresu.

NEWS, SITI CONSIGLIATI & BLOGROLL

VISUALIZZAZIONI TOTALI

Follow by Email

Contact Me

Nome

Email *

Messaggio *