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41°Anniversario dell’uccisione di Mario Francese


RICEVO E PUBBLICO *

Il Coordinamento Nazionale Docenti della Disciplina dei Diritti Umani intende riportare alla memoria di
tutti la figura di Mario Francese, straordinario giornalista siciliano che ha onorato il suo lavoro, la Sicilia e il
Nostro Paese con il suo esempio.

Il 26 gennaio del 1979 Cosa Nostra uccise Mario Francese, cronista del Giornale di Sicilia, che con il suo
impegno civile raccontò le storie indicibili di una terra divorata dalla Mafia. Mario Francese scriveva “ciò
che per i mafiosi non doveva essere scritto e portato alla coscienza di tutti”, per tale ragione pagò con la vita
quel voler andare sempre sino in fondo. 

Primo fra tutti svelò la frattura tra corleonesi e palermitani e
descrisse lucidamente le strategie interne, politiche e territoriali della Mafia. Fu l’unico, inoltre, ad
intervistare Antonietta Bagarella, futura moglie di Totò Riina, il boss delle più violente stragi terroristiche, e
sorella di quello che sarebbe stato anni dopo il suo boia, Leoluca Bagarella.
“Che male c’è ad amare Totò Riina? Lo ritengo innocente!”, solo Francese riuscì a raccogliere le
dichiarazioni di Antonietta Bagarella nei confronti del suo fidanzato. Già nel 1976 nei suoi articoli iniziò a
ipotizzare che vi fosse un padrino di una nuova Mafia. Mille facce, mille nomi, paraventi di un’unica
potentissima entità che tutto controllava, ancora una volta, ancora da Palermo.
Francese era cronista di giudiziaria, non si spaventava di fronte ai casi impossibili e ingarbugliati, lui era
abituato a scavare a fondo, e scavando senza tregua arrivò a comprendere le gerarchie di Cosa Nostra. 

E
comprese che la Mafia non operava più nel latifondo, ma contava nell’appoggio della classe politica e grazie
a questo stava conquistando sempre più nuovi spazi, stava diventando sempre più potente e pericolosa. Il suo
coraggio e il suo fiuto di cronista lo portarono ad occuparsi di casi importanti, e così nacquero gli articoli
sulla Strage di Ciaculli, sull’omicidio del colonnello Giuseppe Russo, sulla ricostruzione della valle di Belice
e della diga Garcia. Pubblicò un’inchiesta a puntate riguardante gli appalti della diga Garcia. 

Nei suoi articoli
asciutti ed essenziali raccontò di uomini del disonore che spesso erano amici e soci d’affari della Palermo
bene, di imprenditori e di prelati.
Articolo dopo articolo, inchiesta dopo inchiesta, Mario Francese iniziò a collezionare sempre più nemici, ma
soprattutto iniziò a diventare un personaggio scomodo perché era abile, perché era esperto, perché
raccontava la verità. E la Mafia preferiva la menzogna e il torbido alle verità che il nostro cronista, esempio
raro di giornalismo investigativo in Sicilia, urlava senza paura dal suo pulpito.

E l’avrebbe urlata con forza, quell’ultima verità. Ma fu messo a tacere. Per sempre. Mentre stava preparando
l’ennesimo dossier-scandalo sul rapporto Mafia-appalti, il 26 gennaio del 1979 il giornalista fu assassinato a
colpi di pistola da Leoluca Bagarella, davanti casa sua. Da lì a poco avrebbe compiuto 54 anni.
La sua morte aprì la nefasta stagione dei cosiddetti “Delitti eccellenti”, una serie di omicidi mafiosi a
ripetizione, tra i tanti quello del gennaio 1980 del presidente della Regione Piersanti Mattarella, seguito da
tantissimi altri.

Solo nel 2001 si giunse alla fase ultima del “Processo Francese”. E così furono condannati per l’omicidio del
giornalista, Totò Riina, Leoluca Bagarella, esecutore materiale del delitto, Michele Greco “u’ Papa” e
Bernardo Provenzano.

Il CNDDU invita i colleghi docenti a ricordare ai nostri studenti la levatura morale di Mario Francese,
giornalista come pochi che con dedizione assoluta, caparbietà e impegno etico civile ha svolto un lavoro
straordinario per liberare la sua Terra dai soprusi e il malaffare diventando esempio per tanti giornalisti.

Sono passati 41 anni dal suo omicidio, ma l’esempio di Francese è più che mai attuale. E a noi piace
ricordarlo come l’hanno descritto i suoi figli e chi l’ha conosciuto bene, e quindi, con le suole delle scarpe
consumate, perché ne ha fatti di passi per rincorrere le notizie, con il taccuino affamato sempre in mano e il
suo particolare saluto: “Uomini del Colorado, vi saluto e me ne vado!”.
No, Mario. Tu non vai via. Tu resti con noi! E i nostri giovani!

Prof.ssa Rosa Manco
CNDDU

* Da Coordinamento Nazionale Docenti della Disciplina dei Diritti Umani, https://sites.google.com/view/docentiperidirittiumani

‘Ndrangheta, la maxi-operazione scompare dalle prime pagine dei grandi giornali: niente su Stampa e Repubblica, un box sul Corriere



E’ stata definita la più grande operazione dopo quella che portò allo storico Maxi processo alla mafia: 334 arresti in 11 regioni d’Italia. Il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri ha deciso di anticipare l’operazione di 24 ore per il rischio di fuga delle notizie che poteva mettere in dubbio la riuscita della retata. E’ una nuova conferma, ai massimi livelli, del triangolo dall’odore eversivo tra criminalità organizzata, politica e massoneria. E poi il condizionamento, come sempre quando si tratta di mafia, di pezzi dello Stato: il funzionamento regolare dei processi, le liste d’attesa negli ospedali, la fedeltà di ufficiali dei carabinieri. Eppure i più importanti giornali italiani hanno deciso di ignorare, trascurare, ridurre al minimo e perfino nascondere dalla prima pagina la notizia delle centinaia di arresti che hanno smantellato una parte della mafia più potente, quella calabrese.

Non ha meritato neanche una riga in prima pagina, per esempio, su Repubblica e Stampa. Il giornale diretto da Carlo Verdelli ha diverse notizie in appoggio all’apertura dedicata alle Sardine, ma non ha trovato spazio per l’operazione anti-‘ndrangheta. Il quotidiano di Torino ha molti più titoli nella sua “copertina” (dallo spread greco alla “pasta dei nonni che parla tutte le lingue del mondo”), ma è una dignità che non è stata dedicata all’inchiesta sulla criminalità organizzata che ha travolto di nuovo la Calabria. Dentro il giornale l’articolo arriva a pagina 14 nonostante lo stesso titolo la definisca come “La retata più grande di sempre” in inchieste di ‘ndrangheta.
Niente visibilità in prima pagina nemmeno sull’altro giornale del gruppo editoriale, il ligure Secolo XIX, che sceglie un’apertura dedicata giustamente alle notizie più locali, ma conserva gli spazi per quelle nazionali (e non) a una polemica della segretaria della Cisl contro quello della Cgil e alla “anima persa” della Francia sulle pensioni. L’inchiesta antimafia partita dalla Calabria non è riuscita a sfondare la parete della prima pagina nemmeno sul Quotidiano Nazionale, negli spazi dedicati alle notizie nazionali.
Non c’è traccia della notizia neanche sulla prima dei giornali che più di tutti e ogni giorno costruiscono il loro racconto sul cosiddetto “allarme sicurezza”, cioè La Verità e Libero. Il quotidiano di Maurizio Belpietro dedica spazio per esempio alla “sfida di Ratzinger” alla Chiesa tedesca e a una licenza di Leonardo per degli elicotteri “congelata”. I lettori della Verità hanno finalmente scoperto dell’inchiesta con più di 400 indagati a pagina 19. Il giornale condiretto da Vittorio Feltri e Pietro Senaldi, invece, in prima pagina si dedica anima e corpo al cenone aziendale che va in crisi e omette la notizia dei 334 arresti, riportandola a pagina 15 (non il titolo principale, ma in un box in fondo alla pagina), comunque dopo aver dato conto (a pagina 8) della possibile gravidanza di Francesca Verdini, la compagna del segretario della Lega Matteo Salvini.
Il giornale più importante d’Italia, il Corriere della Sera, la notizia in prima ce l’ha: è un quadrotto di spalla, con un titolo tagliato su un virgolettato che rimanda al pezzo di uno dei cronisti di giudiziaria, Giovanni Bianconi. Dentro, i pezzi sono due, ancora una volta dopo una bell’attività di sfoglio, alle pagine 18 e 19. Scelta simile per il Sole 24 Ore, che peraltro rispetto agli altri giornali generalisti avrebbe l’attenuante di essere un quotidiano specializzato in economia (ma d’altra parte cos’è che più delle mafie mette in ginocchio l’economia?). Dei “grandi” chi fa di più e approfondisce di più è il Messaggero con più pezzi all’interno (alle pagine 12 e 13) e un titolo di taglio basso in prima pagina, comunque visibile. Diversa da Libero e Verità la scelta del Giornale di Alessandro Sallusti che dà parecchio risalto in prima pagina alla notizia sull’operazione antimafia anche se con un richiamo che parte dal commento titolato su “una terra senza buoni”.
Il quotidiano che dedica più spazio in copertina alla maxi-operazione di ‘ndrangheta è il Manifesto che inserisce la notizia subito sotto la consueta fotonotizia di apertura, questa volta sul possibile processo a Salvini per il caso della nave della guardia costiera Gregoretti. E’ la seconda notizia del giornale anche su Avvenire, il giornale della conferenza episcopale. “Un colpo alle cosche che infiltrano l’Italia” è il titolo del quotidiano di Marco Tarquinio.
C’è, comunque, un quotidiano che decide di aprire in prima pagina con l’operazione condotta dalla Procura di Catanzaro ed eseguita da circa 3mila carabinieri: il Riformista, il giornale “garantista” che piace molto ai renziani diretto da Piero Sansonetti (ex direttore per tre anni di Calabria Ora e per altri tre del Dubbio, il giornale delle Camere penali) e edito da Alfredo Romeo, coinvolto nell’inchiesta Consip e pluriprescritto (in un caso per corruzione). Il titolo del Riformista, sorvolando sul maxi-refuso di una “a” mancante, è “Gratteri arresta metà Calabria. Giustizia? No, è solo show”. Il senso del pezzo è legato ad alcune altre maxi-operazioni del passato che – racconta il giornale – sarebbero finite con molte assoluzioni.
Il premio fantasia, infine, va invece al Foglio che ha un lungo pezzo sulla ‘ndrangheta sul giornale (non in prima ma a pagina 3), ma riguarda il sequestro di due giorni fa a un imprenditore delle scommesse online: dei 334 arresti, invece, nemmeno l’ombra.

Roberto Spada condannato per testata al giornalista, Cassazione: “È mafia”


Di Alessia Rabbai

Roberto Spada è stato condannato a sei anni di carcere per aver aggredito il 7 novembre del 2017 il giornalista Daniele Piervincenzi e del suo operatore Edoardo Anselmi della trasmissione Rai Nemo, mentre stavano svolgendo un servizio ad Ostia, sul litorale di Roma. La Suprema Corte di Cassazione oggi ha riconosciuto l'accusa di lesioni, aggravate dal metodo mafioso, richiesta avanzata stamattina dal sostituto procuratore generale Pasquale Fimiani e già confermata in Appello e e ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato dalla difesa.

Raggi: "Vittoria dei cittadini onesti contro la criminalità"

Ad assistere alla lettura della sentenza anche la sindaca Virginia Raggi che ha definito il verdetto della Cassazione "una vittoria dei cittadini onesti contro la criminalità". La prima cittadina poco dopo la lettura del dispositivo ha detto: "A Roma non c'è spazio per la criminalità, non c'è spazio per la mafia. Idealmente un abbraccio a Daniele ed Edoardo".

Il processo a Roberto Spada
Nel processo Roberto Spada e Ruben Nelson Del Puerto sono stati condannati in primo grado per a sei anni di reclusione per violenza privata e lesioni aggravate con il riconoscimento dell'aggravante mafiosa. La condanna è stata poi confermata poi il 7 dicembre scorso in Appello per Spada, mentre è ancora in corso il procedimento nei confronti dell'altro imputato. Roberto Spada lo scorso 24 settembre ha ricevuto un'altra condanna da parte della Corte d'Assise, pena l'ergastolo, insieme ai familiari Carmine e Ottavio, ritenuti i mandanti degli omicidi di Giovanni Galleoni e Francesco Antonini. I giudici hanno stabilito che il clan non è solo una banda di criminali, ma una famiglia mafiosa che a Ostia gestisce il potere e controlla il territorio con intimidazioni, minacce e violenza.

La testata di Roberto Spada a un giornalista
L'aggressione di Piervincenzi e Anselmi è avvenuta proprio davanti alla palestra di Roberto Spada, mentre il giornalista stava cercando di intervistarlo sulla campagna elettorale nel X Municipio, ponendogli alcune domande sui presunti rapporti con Casapound nel municipio di Ostia, sciolto dopo l'inchiesta su Mafia Capitale, poi la violenta testata.

FONTE: https://roma.fanpage.it/roberto-spada-condannato-per-la-testata-al-giornalista-a-ostia-la-cassazione-aggravante-mafiosa/

Gli anni ruggenti della mafia negli USA


Di Nello Gradirà

Anniversari: ottobre 1931, processo e condanna di Al Capone


Il 16 gennaio 1920, dopo anni di pressione da parte delle organizzazioni religiose fondamentaliste, finanziate anche da ricchi imprenditori come Rockefeller e Ford, entrò in vigore negli Stati Uniti il proibizionismo. Il senatore Volstead, autore della proposta di legge, usò toni trionfalistici:” Le prigioni e i riformatori resteranno vuoti. Tutti gli uomini cammineranno di nuovo eretti, tutte le donne sorrideranno e tutti i bambini rideranno. Le porte dell’inferno si sono chiuse per sempre”.

A ridere invece fu la criminalità organizzata, che si trovò tra le mani l’affare del secolo: il prezzo dell’alcool, come sempre accade quando un prodotto viene messo fuorilegge, salì alle stelle. Gli alcolici venivano contrabbandati dall’estero o distillati clandestinamente negli USA, e nacquero decine di migliaia di locali detti “Speak easy” (Parlate piano) dove si poteva consumare alcool illegale, spesso di pessima qualità e “tagliato” con varie sostanze.
Gli enormi profitti del traffico di alcolici, che si aggiunsero a quelli derivanti dai “tradizionali” racket della prostituzione e del gioco d’azzardo, permisero ai boss mafiosi di corrompere poliziotti e politici, garantendosi un’impunità pressoché totale, e di controllare la vita pubblica di molte città statunitensi.

Il personaggio più emblematico dei “ruggenti anni Venti” fu senz’altro Al (Alphonse Gabriel) Capone, detto “Scarface” per una cicatrice sulla guancia sinistra lasciatagli dalla rasoiata di un gangster che non aveva apprezzato un complimento rivolto a sua sorella.

Nato a Brooklyn nel 1899 da una famiglia originaria di Angri (Salerno), sale rapidamente tutti i gradini della gerarchia malavitosa. A vent’anni si trasferisce a Chicago dove prende in gestione un locale notturno del mafioso Johnny Torrio e poi ne diventa socio.
Fonda un vero e proprio impero: arriva ad avere sul libro paga metà della polizia di Chicago, e controlla militarmente vari sobborghi della città, come Cicero, soprannominato “Caponeville”. Qui i suoi uomini girano armati per le strade come se fossero loro la polizia, e in occasione delle elezioni del 1924 decine di scagnozzi picchiano elettori e candidati per imporre un sindaco “amico”.
Le guerre tra bande per il controllo del territorio sfociano spesso in battaglie campali e i regolamenti di conti avvengono con modalità volutamente clamorose.
Nel settembre 1926 ben dieci macchine piene di killer del boss Moran crivellano di colpi il ristorante dove Capone sta pranzando e tutto l’isolato, ma “Scarface” riesce a scamparla.
Il 14 febbraio del 1929 uomini di Al Capone travestiti da poliziotti fanno irruzione in una distilleria clandestina di Moran ed uccidono sette persone.

Dopo il massacro di San Valentino Al Capone è al suo apice: viene intervistato come un divo e non tralascia la beneficenza per i poveri creati dalla Grande Depressione. Ma è diventato “il nemico pubblico numero uno”: nell’impossibilità di attribuirgli la responsabilità degli omicidi per l’assoluta omertà, le autorità pensano di incastrarlo per evasione fiscale. Buona parte dei proventi delle attività illecite, però, vengono reinvestiti in attività legali e quasi mai sono riconducibili al vero proprietario. Dopo cinque anni di ricerche, gli agenti delle tasse federali riescono ad incriminarlo.

Il processo si apre il 6 ottobre 1931. Ci sono fondati sospetti che la giuria popolare sia stata corrotta, e il giorno dopo con un clamoroso colpo di scena i giurati vengono sostituiti. Il 17 ottobre Al Capone viene condannato a undici anni.
Inviato nel penitenziario di Atlanta vive tra lussi e privilegi e continua a controllare il business. Viene allora trasferito nel famigerato carcere di Alcatraz dove i contatti con l’esterno sono praticamente impossibili. Per uscire sceglie la strada della buona condotta, che gli vale una riduzione della condanna. Viene scarcerato nel 1939, ma soffre di una forma di demenza causata da una sifilide. Si ritira in Florida, dove morirà prematuramente il 25 gennaio 1947.

 (tratto dall’archivio di Senzasoste)


FONTE E ARTICOLO COMPLETO: https://codice-rosso.net/gli-anni-ruggenti-della-mafia-negli-usa/

Clan Spada, sentenza del maxi processo per mafia: ergastolo per Carmine, Ottavio e Roberto Spada


Di Natascia Grbic

Condanna all'ergastolo per Carmine, Romolo e Roberto Spada. Per i giudici il clan Spada costituisce "un'associazione per delinquere di stampo mafioso". Così hanno deciso, dopo 10 ore di camera di consiglio, i giudici della corte d'assise di Roma. Ad attendere la decisione, nell'aula bunker di Rebibbia, c'era anche la sindaca di Roma, Virginia Raggi.

L'accusa, nella figura dei pm Ilaria Calò e Mario Palazzi, aveva chiesto tre ergastoli: uno per Carmine Spada, detto Romoletto, uno dei capi del clan, uno per Ottavio Spada e un'altro per Roberto Spada, quest'ultimo già condannato per la testata al giornalista Rai Daniele Piervincenzi in primo grado e in appello. Associazione a delinquere di stampo mafioso l'accusa: per altri poi, si aggiungono altri capi d'accusa che vanno dall'estorsione all'usura fino all'omicidio. Il maxiprocesso è iniziato dopo il blitz dello scorso 25 gennaio, l'operazione ‘Eclissi' che ha portato in carcere ventiquattro degli appartenenti al clan di Ostia. Oltre ai tre ergastoli, sono stati chiesti sedici anni per Ottavio Spada, detto Maciste, otto anni per Nando ‘Focanera' De Silvio e otto anni per Rubert Alvez del Puerto, anche lui coinvolto nell'aggressione al giornalista Rai. È la prima volta che al clan Spada viene contestato l'articolo 416bis del Codice penale. E la pena richiesta non è affatto leggera: sono 224 gli anni di carcere chiesti in totale per i ventiquattro imputati.

Sentenza maxiprocesso clan Spada, la sindaca Raggi in aula

Tra i presenti dell'aula bunker di Rebibbia anche la sindaca di Roma Virginia Raggi, che aveva annunciato la sua presenza già nei giorni scorsi. Il clan, molto attivo sul litorale laziale, soprattutto nella zona di Ostia, è stato decimato dagli arresti avvenuti negli ultimi mesi. L'operazione più grossa, quella del 25 gennaio, ha portato in carcere i capi, tagliando le gambe a quella che i pm – insieme a polizia, carabinieri, guardia costiera e Dda definiscono un'associazione di stampo mafioso. "Qualunque sia il responso continueremo la nostra lotta quotidiana contro i clan che hanno spadroneggiato su Ostia – aveva dichiarato Massimiliano Vender, presidente dell'Associazione Antimafia No – Adesso che, gli abitanti del litorale, stanno rialzando la testa e chiedono a gran voce quella legalità che gli era stata rubata. Abbiamo iniziato una guerra a un sistema mafioso, e non abbiamo intenzione di tornare indietro".

L'operazione ‘Eclissi' che ha portato agli arresti degli Spada

Era il 25 gennaio 2019 – appena qualche mese fa – quando Ostia si è svegliata con le sirene dell'Antimafia sul proprio litorale. Ventiquattro persone arrestate, il clan decimato già dai fermi dei mesi precedenti ancora una volta ridotto all'osso. Questa volta però, all'Idra è stata tagliata la testa: perché in carcere sono finiti anche i capi degli Spada, per i quali è stato chiesto le carcere. Al centro dell'ordinanza eseguita dalle forze dell'ordine, gli omicidi di due boss che comandavano il territorio da prima degli Spada: Giovanni Galleoni e Francesco Antonini. Per i pm i mandanti sono Carmine e Roberto Spada.


FONTE E ARTICOLO COMPLETO: https://roma.fanpage.it/clan-spada-sentenza-del-maxi-processo-per-mafia-ergastolo-per-carmine-ottavio-e-roberto-spada/

Giovanni Falcone, i misteri della strage di Capaci 27 anni dopo


Di Giuseppe Pipitone

Sulla carta è la”più ovvia“delle stragi. Il nemico numero uno di Cosa nostra ucciso da Cosa nostra. E invece di ovvio nella strage di Capaci c’è poco, molto poco. In 27 anni si sono celebrati quattro processi, con più di venti mafiosi condannati all’ergastolo. Un quarto di secolo d’indagini ha ricostruito passo passo la fase esecutiva dell’Attentatuni, il più grande attentato della storia di Cosa nostra. Eppure su quel botto spaventoso che uccise Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvilloe gli agenti di scorta Rocco Dicillo, Antonio Montinaro Vito Schifani, restano ancora molte ombre. Buchi neri, dettagli mai chiariti, piste mai battute. E poi fantasmi che compaiono e scompaiono sullo sfondo del cratere aperto dall’esplosivo sull’autostrata tra Palermo e Capaci. Già, l’esplosivo: che tipo di esplosivo? “La verità che è stata accertata, mi sento di dirlo con cognizione di causa, è ancora una verità parziale“, ha dichiarato di recente il pm Nino Di Matteo ad Andrea Purgatori. In che senso una verità parziale? Cosa c’è che non sappiamo ancora del botto di Capaci? “La lettura analitica delle sentenze che sono state emesse ci porta a ritenere che è stato possibile – ma mi sento di dire altamente probabile – che insieme agli uomini di Cosa nostra abbiano partecipato alla strage, nel momento del mandato stragista, organizzazione ed esecuzione, anche altri uomini estranei alla mafia“, ha spiegato sempre il sostituto procuratore della Dna. Il riferimento è alle motivazioni del cosiddetto processo Capaci bis. È l’ultimo procedimento sulla strage del 23 maggio 1992, nato dopo la confessione di Gaspare Spatuzza che ha riscritto la fase esecutiva della strage. “Nel presente procedimento viene a formarsi un quadro, sia pure non ancora compiutamente delineato, che conferisce maggiore forza alla tesi secondo cui ambienti esterni a Cosa nostra si possano essere trovati, in un determinato periodo storico, in una situazione di convergenza di interessi con l’organizzazione mafiosa, condividendone i progetti e incoraggiandone le azioni”, hanno scritto i giudici della corte d’assise di Caltanissetta. Più di millecinquecento pagine di sentenza in cui i magistrati elencano anche i temi “suscettibili di ulteriori approfondimenti”. Sono i pezzi mancanti della strage di Capaci: i quesiti rimasti ancora senza risposta dopo 27 anni. 

FONTE E ARTICOLO COMPLETO: https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/05/23/giovanni-falcone-i-misteri-della-strage-di-capaci-27-anni-dopo-lesplosivo-i-mandanti-una-donna-nel-commando/5196555/

Imane Fadil, ex consulente Mitrokhin: “O è veleno di Stato o della mafia”. Guzzanti: “Cobalto già individuato? Strano”



“Un veleno è fatto per non essere individuato e questi sono veleni di Statoo della cosiddetta State sponsored Mafia. Difficile per gli inquirenti farsi una idea in tempi brevi sui fatti di Milano, credo in Italia non ci siano le competenze tecnico-militari necessarie, solo i pochi governi che possiedono arsenali nucleari o che gestiscono questo livello di operazioni di intelligence hanno quel che serve per orientarsi, l’ideale sarebbe richiedere la collaborazione del Regno Unito in questa indagine”. Mario Scaramella, ex consulente della Commissione Mitrokhin, parla della morte di Imane Fadil, la teste del processo Ruby uccisa da sostanze radioattive dopo un mese di ricovero all’Humanitas di Rozzano(Milano)Scaramella nel novembre 2006 incontrò a pranzo l’ex agente dei servizi russi Alexandr Litvinenko successivamente morto per avvelenamento da polonio. Anche Scaramella era rimasto ricoverato tre giorni in un ospedale della capitale inglese e dimesso tre giorni dopo, quando non erano più state riscontate tracce di avvelenamento. Ad occuparsi dell’avvelenamento di Litvinenko fu la commissione Mitrokhin.

“Sono stato trattato dal Ministero della Salute e dall’Istituto Superiore di Sanità come il primo caso di avvelenamento doloso da sostanze radioattive per l’evento del 2006, oggi ancora non ho accesso completo alle mie analisi perché la metodologia è classificata a livello molto alto, dall’inchiesta inglese – spiega Scaramella – so che nel mio corpo furono trovate quantità importanti di radiazioni in rapidissimo decadimento”. Tornando al caso di Imane Fadil, per Scaramella “all’impronta direi che potrebbe trattarsi di l’utilizzo di cosiddetti BRV cioè sostanze radiologiche da combattimento, per una possibile eliminazione fisica, ma ripeto è roba da agenzie statali o di gruppi specializzati del livello di Al Qaida o di Mohylevyč (ritenuto dalle agenzie di sicurezza americane ed europee il capo della mafia russa nel mondo) per intenderci”.

Interviene sul caso anche Paolo Guzzanti, che da presidente della Commissione parlamentare Mitrokhin si occupò della vicenda dell’avvelenamento da polonio di Litvinenko. “Prima di ogni commento bisogna aspettare l’esito ufficiale degli esami tossicologici. È una vicenda inquietante, su cui non si possono esprimere giudizi definitivi. Allo stato ci si può solo chiedere ‘cui prodest’, a chi giova questa situazione, uno scenario che potrebbe influire sull’immagine di Berlusconi, anche se non ce lo vedo proprio, nella maniera più assoluta, a ordinare una cosa del genere. Non ho elementi – ha aggiunto – sulla vicenda di Imane Fadil. L’autopsia chiarirà le cause del decesso, se fossero confermate le indiscrezioni per cui si è trattato di un avvelenamento da cobalto mi sembrerebbe strano che la sostanza sia già stata individuata. In questo senso  -continua Guzzanti – è un giallo un po’ ‘sfacciato’. Nel caso di Litvinenko fu utilizzato un isotopo radioattivo mai usato nella storia del crimine, ci volle molto tempo prima di accertarne la presenza. Qui sembra un caso opposto”.

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FOTO: https://www.fanpage.it

Mafia, sette fermi a Palermo. In manette anche il nipote del “Papa” di Cosa Nostra


Di Davide Falcioni

Stavano tentando di ricostituire i vertici della Commissione di Cosa Nostra: per questo la direzione distrettuale antimafia di Palermo ha emesso un decreto di fermo nei confronti di sette persone. In manette, tra gli altri, anche Leandro Greco, nipote di Michele Greco, il "Papa" di Cosa Nostra, e Calogero Lo Piccolo, figlio del boss condannato all'ergastolo Salvatore Lo Piccolo. Il progetto di ridare vita alla Cupola era stato scoperto un mese fa e aveva già portato al fermo di 47 tra boss e gregari.

Le indagini, coordinate da Francesco Lo Voi, capo della DDA di Palermo con il supporto di Salvatore De Luca e dei pm Roberto Tartaglia e Amelia Luise, hanno permesso di confermare la ricostituzione della Cupola e di scovare, oltre a quelle già scoperte nell'inchiesta di dicembre, altre due figure apicali, per l'appunto Greco e Lo Piccolo, entrambi assidui frequentatori delle riunioni provinciali della cupola mafiosa. Posto in stato di fermo anche Giovanni Sirchia, affiliato alla famiglia mafiosa di Passo di Rigano, e accusato di aver avuto un ruolo di rilievo nella ricostituzione dell'organo direttivo di Cosa Nostra. In carcere sono finiti anche Giuseppe Serio, Erasmo Lo Bello, Pietro Lo Sicco e Carmelo Cacocciola, tutti accusati di associazione mafiosa e alcuni episodi di estorsioni commesse nel territorio del mandamento mafioso di San Lorenzo.

Fondamentale per il successo dell'operazione è stato il ruolo del collaboratore di giustizia Filippo Colletti, capomafia di Villabate fermato il 4 dicembre scorso dai carabinieri e anch'egli accusato di far parte della nuova commissione di Cosa Nostra. Grazie alle sue rivelazioni, e a quelle di un altro pentito, Filippo Bisconti, finito in manette nella stessa indagine, i pm della Dda di Palermo hanno avuto la possibilità di aggiungere un ulteriore tassello all'inchiesta sulla rinata Cupola.

FONTE: https://www.fanpage.it/mafia-sette-fermi-a-palermo-in-manette-anche-il-nipote-del-papa-di-cosa-nostra/

Gioco online, le mani delle mafie sul mercato delle scommesse: 68 arresti tra Reggio Calabria, Catania e Bari


Di Lucio Musolino
Avevano bisogno di “quelli che cliccano, che movimentano” i soldi facendoli transitare da un Paese all’altro senza lasciar traccia delle transazioni online, non di quelli che fanno “bam bam”, cioè di quelli che sparano. E così avevano puntato tutto sul gioco online, impadronendosi – secondo la Direzione nazionale antimafia – del mercato delle scommesse. Tutte insieme: clan della ‘ndrangheta, famiglie mafiose siciliane e pugliesi che poi puntavano all’estero per riciclare il denaro.
Oltre 60 arresti in Puglia, Calabria e Sicilia – Sessantotto arresti (13 a Catania, 22 a Bari: si tratta di esponenti legati alle famiglie storiche della criminalità organizzata) e un’ottantina di perquisizioni sono stati eseguiti stanotte dalla guardia di finanza, dalla Dia, dalla polizia e dai carabinieri. Tre inchieste, tre procure (Reggio CalabriaBari e Catania) e centinaia di uomini impegnati nel blitz coordinato dalla Dna e dal procuratore Federico Cafiero De Raho. In sostanza le mafie si sono spartite e controllano il mercato della raccolta illecita delle scommesse on line. 
Volume d’affari da 4,5 miliardi di euro – Oltre all’ordinanza di custodia cautelare emessa dalla procura di Bari e ai due provvedimenti di fermoeseguiti dalle Dda di Reggio Calabria e Catania, c’è stato un sequestro di beni in Italia e all’estero per oltre un miliardo di euro. Il volume delle giocate relative agli eventi sportivi, e non solo, era molto più vasto. Dalle indagini, condotte anche dallo Scico di Roma, infatti è emerso un giro d’affari superiore ai 4,5 miliardi di euro.

Imprenditori e prestanome – In carcere sono finiti importanti esponenti della criminalità organizzata pugliese, reggina e catanese. Ma anche diversi imprenditori che, stando alla ricostruzione degli inquirenti, di fatto erano i prestanome dei clan. Le tre procure contestano i reati di associazione mafiosa, trasferimento fraudolento di valori, riciclaggioautoriclaggio, illecita raccolta di scommesse on line e fraudolenta sottrazione ai prelievi fiscali dei relativi guadagni. In Calabria, in Sicilia e in Puglia il sistema è pressoché lo stesso: seguendo il percorso del denaro utilizzato per scommettere su internet, la guardia di finanza è riuscita a ricostruire come i gruppi criminali coinvolti nell’inchiesta si sono spartiti e controllavano, con modalità mafiose, il mercato delle scommesse clandestine on line.
I sequestri da Malta a Curacao – Il tutto utilizzando diverse piattaforme gestite dalle stesse organizzazioni. I soldi, accumulati illegalmente, venivano poi reinvestiti in patrimoni immobiliari e posizioni finanziarie all’estero intestati a persone, fondazioni e società, tutte ovviamente schermate grazie alla complicità di diversi prestanome. E proprio per rintracciare il patrimonio accumulato ed effettuare i sequestri è stata fondamentale la collaborazione di Eurojust e delle autorità giudiziarie di Austria, Svizzera, Regno Unito, Isola di Man, Paesi Bassi, Curacao, Serbia, Albania, Spagna e Malta.
Le giovani leve dei “teganini” – Nel corso di una conferenza stampa che si terrà stamattina a Roma, nella sede della Dna, saranno illustrati i dettagli delle tre operazioni che, per quanto riguarda la ‘ndrangheta, sono state coordinate dal procuratore Giovanni Bombardieri e dai sostituti della Dda Stefano Musolino e Sara Amerio. Il provvedimento di fermo ha riguardato anche le giovani “leve” delle cosche. In particolare, nel provvedimento di fermo sono finiti alcuni dei “teganini”, i figli dei boss Tegano che, assieme ai De Stefano e i Condello, hanno fatto la storia criminale della città dello Stretto.

Il ruolo dei “teganini” – Tra i destinatari del provvedimento di fermo c’è Domenico Tegano, detto “Mico”, figlio del boss ergastolano don Pasquale. Quest’ultimo dopo anni di latitanza era stato catturato nel 2004 e, da allora, è detenuto al 41 bis nel carcere di Spoleto perché ritenuto dagli inquirenti un “elemento verticistico della cosca”. Mico Tegano è il suo primogenito e, secondo gli investigatori, ha un carisma “fuori dal comune”. Fino a ieri erano conosciuti in città per aver terrorizzato la movida reggina con risse, estorsioni, spaccio di cocaina e controllo quasi militare dei lidi sul lungomare di Reggio. Oltre alle tradizionali attività criminali, però, il rampollo si occupava di scommesse e da anni è solito recarsi anche all’estero. Di Mico Tegano ne ha parlato anche il collaboratore Mariolino Gennaro che, prima di pentirsi, era l’uomo della cosca che, da Malta, gestiva gli affari legati alle scommesse online.

Provenzano, carcere troppo duro: Corte europea condanna l’Italia

La Corte europea dei diritti umani ha condannato l’Italia perché decise di continuare ad applicare il regime duro carcerario del 41bis a Bernardo Provenzano, dal 23 marzo 2016 alla morte avvenuta il 13 luglio 2016, all’età di 83 anni, all’ospedale San Paolo di Milano.
Secondo i giudici, il ministero della giustizia italiano ha violato il diritto del boss mafioso a non essere sottoposto a trattamenti inumani e degradanti. Allo stesso tempo la Corte di Strasburgo ha affermato che la decisione di continuare la detenzione del mafioso non ha leso i suoi diritti.

Don Pino Puglisi, Papa Francesco a Palermo per i 25 anni dall’assassinio: “Ucciso perché parlava contro la mafia”

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Arriverà anche papa Francesco per ricordare i 25 anni dall’assassinio di don Pino Puglisi. A Palermo c’è attesa per il pontefice. “Dal 1993 a oggi i parroci, le realtà parrocchiali, la chiesa di Palermo, sono stati e sono presenti con lo spirito e il metodo di don Pino Puglisi, mettendosi di traverso alla politica e alla criminalità, oppure ha finito per prevalere un cattolicesimo che non sposta una foglia?”. A porsi la domanda sulle colonne palermitane di Repubblica è Francesco Palazzo, un amico stretto del beato Giuseppe Puglisi a Brancaccio, quartiere di Palermo. “La mafia e la cultura mafiosa non sono state sconfitte”, gli fa eco Pino Martinez, un altro degli amici e collaboratori del prete palermitano, ucciso dalla mafia il 15 settembre 1993. E per ricordare i 25 anni dell’assassino di “3P” (padre Pino Puglisi, come lo chiamavano gli amici), papa Francesco domenica prossima andrà in visita a Brancaccio, il quartiere dove operò il prete e comandavano i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano, accusati come mandanti dell’omicidio eccellente. Uno dei pm che portò all’arresto dei registi e dei killer di don Puglisi è Luigi Patronaggio, oggi procuratore ad Agrigento che indaga sulla nave Diciotti.

Salvatore Grigoli, uno dei killer di don Puglisi, autore di 46 omicidi, così ha raccontato a Famiglia Cristiana le ragioni perché la mafia decise di uccidere il parroco di Brancaccio: “C’era la convinzione che il Centro Padre nostro, creato da don Puglisi, fosse un covo di infiltrati della polizia. Poi si scoprì che non era vero. Ma innanzitutto perché nelle prediche, a messa, parlava contro la mafia e la gente sentiva questo suo fascino, soprattutto i giovani“.
Nato a Palermo il 15 settembre del 1937, don Puglisi divenne parroco di san Gaetano, a Brancaccio, nel 1990 e subito si occupò delle condizioni di degrado del quartiere: non c’era una scuola, un presidio sanitario, non funzionavano le fogne. E da subito il nuovo parroco fondò il centro Padre Nostro per istruire i ragazzi e toglierli dalle “fauci” della mafia che li instradava nel mondo del crimine. “Don Puglisi è stato ammazzato perché ci toglieva i ragazzi”, hanno detto alcuni mafiosi nel corso del processo ai mandanti e agli assassini del prete.
L’attivismo sociale di don Puglisi entrò in rotta di collisione con la mafia e nell’estate delle stragi (Firenze, Roma e Milano), quasi a epilogo di una stagione di morti e paura, orditi dai fratelli Graviano dalla loro villa a Forte dei Marmi, il 15 settembre, nel giorno del suo compleanno, proprio mentre rincasava a casa, don Pino fu ucciso. E vent’anni dopo, il 25 maggio 2013, è stato beatificato dalla Chiesa, non senza dubbi e tortuosità teologiche. “Papa Francesco viene a Palermo come pellegrino a visitare i luoghi del martirio di don Pino Puglisi, un testimone che ha effuso il suo sangue in nome di Cristo in questa amata e martoriata Sicilia. Viene a confermare una Chiesa nella testimonianza, a confermare la nostra Sicilia in questo percorso, che ci vede sempre coinvolti nella costruzione della giustizia e della pace», ha spiegato monsignor Corrado Lorefice, arcivescovo di Palermo.

Mafia capitale esiste, in appello riconosciuta l’aggravante mafiosa. Ma pena scontata a Buzzi e Carminati

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Di Giuseppe Pipitone e Giovanna Trinchella
Era corruzione sì, ma era anche mafia. Mafia capitale. I giudici di appello “smentiscono” quelli di primo grado sul “mondo di mezzo” che voleva prendersi Roma con la forza e con le tangenti. All’ombra del Colosseo, quindi, c’era un’organizzazione criminale che si muoveva come un clan affiliato alla ‘ndrangheta e una famiglia di Cosa nostra. Lo sostengono i magistrati della III corte d’Assise d’appello di Roma che hanno riconosciuto l’aggravante mafiosa per 17 imputati di quell’inchiesta che squassò la capitale il 2 dicembre del 2014: 37 le persone arrestate da parte degli uomini del Ros. Un gruppo di personaggi con un passato in Romanzo criminale e un presente nei palazzi che contano, capace di infiltrarsi e fare business nella gestione dei centri accoglienza per immigrati e dei campi nomadi, di finanziare cene e campagne elettorali con una filosofia ben precisa. “È la teoria del mondo di mezzo compà.Ci stanno, come si dice, i vivi sopra e i morti sotto e noi stiamo nel mezzo. E allora vuol dire che ci sta un mondo… un mondo in mezzo in cui tutti si incontrano… come è possibile… che ne so… che un domani io posso stare a cena con Berlusconi”, teorizzava Massimo Carminati.

Ex terrorista di estrema destra con i Nar, noto per i suoi rapporti con la Banda della Magliana, il Cecato era tornato sulle prime magine di tutti i giornali alla fine del 2014, quando era finito in cima alla lista delle persone arrestate su richiesta della  procura di Roma guidata dal Giuseppe Pignatone, già al vertice degli uffici inquirenti a Palermo e Reggio Calabria. Oggi Carminati incassa una condanna per mafia ma anche uno sconto di pena: per lui la condanna è scesa da 20 anni a 14 anni e sei mesi. Per Salvatore Buzzi, l’ex ras delle cooperative rosse, la condanna passa da 19 anni a 18 e 4 mesi. Gli imputati hanno assistito alla lettura della sentenza in video conferenza dalle carceri di Opera, a Milano, e Tolmezzo, in provincia di Udine, dove sono detenuti. Dalla lettura del dispositivo si comprende che la riduzione della pena è arrivata dall’esclusione del riconoscimento della continuazione interna per gli episodi di corruzione. 
Per i giudici di primo si trattava di “due diversi gruppi criminali”
In primo grado era andata molto diversamente. “Due diversi gruppi criminali“, uno che faceva capo a Buzzi e un altro a Carminati, ma nessuna mafia, avevano sostenuto le toghe dell’Assise. Una forma di criminalità organizzata né “autonoma” né “derivata” perché di fatto, secondo i giudici, era assente quella violenza, quella intimidazione che caratterizza le organizzazioni criminali punite con l’articolo 416 bis. E né la corruzione, per quanto pervasiva, sistematica e capace di arrivare fino al cuore della politica, poteva essere considerata alla stregua della forza intimidatrice tipica delle mafie. La prima e legittima conseguenza era stata nella modifica dello status di detenuto di Carminati: all’ex Nar, infatti era stato revocato il 41 bis. Ora bisognerà capire se il carcere duro per il Cecato sarà ripristinato visto che è stato riconosciuti colpevole di associazione a delinquere di stampo mafioso, insieme a Buzzi e altri 16 imputati tra cui l’ex consigliere di Forza Italia, Luca Gramazio (8 anni e 8 mesi)Franco Panzironi (8 anni e 7 mesi), ex numero uno di AmaCarlo Pucci (7 anni e 8 mesi), ex manager di Ente Eur, Franco Fabrizio Testa (9 anni e 4 mesi) collaboratore di Buzzi.
La procura di Roma: “Era una questione di diritto”
La sentenza dei giudici di primo grado era stata appellata dalla procura di Roma , che aveva seguito il solco tracciato da alcune sentenze della Cassazione emesse per altri processi. La Suprema corte, per esempio il 10 novembre 2017, aveva annullato con rinvio un’assoluzione dal reato di 416 bis e citato nelle motivazioni proprio il processo Mafia capitale. Gli ermellini avevano proseguito la strada di annullamento di condanne che escludono l’accusa di mafia per le nuove forme di criminalità ritenute “a bassa potenzialità intimidatrice”. Il 26 ottobre 2017, invece, la VI sezione aveva riaperto il processo per mafia al clan Fasciani di Ostia. Del resto sempre la Suprema corte aveva confermato in sede di indagini preliminari le ordinanze di custodia cautelare per alcuni indagati proprio con l’aggravante mafiosa. “Abbiamo sempre detto che le sentenze vanno rispettate. Lo abbiamo fatto in primo grado e lo faremo anche adesso. La Corte d’appello ha deciso che l’associazione criminale che avevamo portato in giudizio era di stampo mafioso e utilizzava il metodo mafioso. Era una questione di diritto che   evidentemente i giudici hanno ritenuto fondata”, commenta il procuratore aggiunto Giuseppe Cascini. In aula erano presenti anche il pm Luca Tescaroli e i procuratori generali Antonio Sensale e Pietro Catalani. 
Tescaroli: "Riconosciuto il nostro lavoro e l'impianto delle accuse"
 
Le altre condanne e le assoluzioniPer Luca Odevaine, ex vicecapo di gabinetto di Valter Veltroni che ha patteggiato la pena, la pena è stata rideterminata in 5 anni e 2 mesi e l’interdizione non sarà più perpetua, ma per cinque anni. A Claudio Turellafunzionario del servizio giardini del Comune, la pena è stata fissata a sei anni. I magistrati hanno inflitto 3 anni e 8 mesi a Emanuela Bugitti, 9 anni e 4 mesi a Claudio Caldarelli, 10 anni e 4 mesi a Matteo Calvio, 3 anni a Mario Cola, 4 anni e 6 mesi a Sandro Coltellacci, 4 anni e 6 mesi a Mirko Coratti (l’ex presidente Pd dell’Assemblea capitolina), 2 anni a Giovanni De Carlo, 6 anni e 3 mesi a Paolo Di Ninno, 2 anni e 1 mese ad Antonio Esposito, 4 anni a Franco Figurelli, 4 anni e 10 mesi ad Agostino Gaglianone, 6 anni e 6 mesi ad Alessanra Garrone, 4 anni e 10 mesi a Carlo Maria Guarany, 4 anni e 8 mesi a Cristiano Guarnera, 5 anni e 4 mesi a Giovanni Lacopo, 8 anni a Roberto Lacopo, 3 anni e Guido Magrini, 3 anni e 11 mesi a Michele Nacamulli, 3 anni e 2 mesi Pierpaolo Pedetti, 4 anni a Mario Schina, 2 anni e 3 mesi ad Angelo Scozzafava, 2 anni e 6 mesi per Giordano Tredicine, 9 mesi, per Tiziano Zuccolo, recovate le statuizioni civili per Regione e Libera per Andrea Tassone. Assolti Stefano Bravo, Pierina Chiarvalle, Giuseppe Ietto, Sergio Menichelli e Pulcini Daniele per non aver commesso il fatto, Nadia Cerrito invece perché il fatto non sussiste. Quest’ultima era la segretaria di Buzzi e aveva ricostruito con gli inquirenti la distribuzione delle tangenti in quanto custode del libro mastro delle bustarelle. 
Diddi: "Buzzi condannato dalla stampa, giudici poco illuminati e condizionati"
 
I difensori all’attacco: “Atto grave, da oggi molto pericoloso vivere in Italia”
La difesa, che aveva quasi esultato per il verdetto di primo grado, oggi non incassa. Anzi rilascia commenti affilati. “Quanto accaduto è grave, è un atto assolutamente stigmatizzabile l’aver riconosciuto in questa roba la mafia. Credo che per molti cittadini da oggi sia molto pericoloso vivere in Italia: è una bruttissima pagina per la giustizia del nostro Paese“, dice Alessandro Diddi, legale di  Buzzi. “Questa sentenza rappresenta per me una sorpresa, perché già non condividevo la sentenza di primo grado che aveva riconosciuto due associazioni distinte. L’insussistenza dell’accusa mafiosa mi sembrava inattaccabile: mi sbagliavo. Questo collegio ha invece riconosciuto l’esistenza della mafia. E se persino questo collegio, che è uno dei migliori della corte d’appello, ha riconosciuto l’aggravante mafiosa di questa, o io non capisco più nulla di diritto, ci può stare, oppure è successo qualcosa di stravagante che ha influito sulla sentenza. In questo Paese la magistratura mette bocca su tutto e si arroga il compito di moralizzare la società”, dice invece Giosuè Naso, avvocato di Carminati. 
Mafia capitale, Naso contro i pm: "Mettono bocca su tutto, moralizzano la società con le sentenze"
 
Requisitoria del Pg: “Aggravante mafiosa c’è”
La Procura generale di Roma con il sostituto procuratore generale Antonio Sensale aveva chiesto non solo il riconoscimento del 416 bis, ma pene molto più alte: rispettivamente 26 anni e mezzo e 25 anni e nove mesi di carcere per Carminati e Buzzi, perché ritenuti i governanti di quel meccanismio che ha tenuto sotto scacco per anni ampi segmenti dell’imprenditoria e dell’amministrazione pubblica romanae politici di tutti gli schieramenti. Partendo da lontano, dal basso, dalla strada fino al mondo di sopra. Il gruppo criminale sarebbe cresciuto ampliando il proprio raggio d’azione dalle semplici estorsioni al controllo di attività economiche, infiltrandosi in appalti e commesse pubbliche. Dopo il 2011 e l’incontro con Salvatore Buzzi, l’associazione sarebbe ulteriormente cresciuta, arrivando a condizionare la politica e la pubblica amministrazione, senza però mai abbandonare le attività originarie della violenza, dell’estorsione e dell’usura. Proprio da quelle, sostiene l’accusa, avrebbe tratto forza la nuova mafia, proprio come quelle tradizionali. Una ricostruzione che non era stata riconosciuta dai giudici di primo grado, secondo i quali senza violenza e intimidazione non c’è mafia. E invece da oggi non è così.

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