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Giovanni Falcone, i misteri della strage di Capaci 27 anni dopo


Di Giuseppe Pipitone

Sulla carta è la”più ovvia“delle stragi. Il nemico numero uno di Cosa nostra ucciso da Cosa nostra. E invece di ovvio nella strage di Capaci c’è poco, molto poco. In 27 anni si sono celebrati quattro processi, con più di venti mafiosi condannati all’ergastolo. Un quarto di secolo d’indagini ha ricostruito passo passo la fase esecutiva dell’Attentatuni, il più grande attentato della storia di Cosa nostra. Eppure su quel botto spaventoso che uccise Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvilloe gli agenti di scorta Rocco Dicillo, Antonio Montinaro Vito Schifani, restano ancora molte ombre. Buchi neri, dettagli mai chiariti, piste mai battute. E poi fantasmi che compaiono e scompaiono sullo sfondo del cratere aperto dall’esplosivo sull’autostrata tra Palermo e Capaci. Già, l’esplosivo: che tipo di esplosivo? “La verità che è stata accertata, mi sento di dirlo con cognizione di causa, è ancora una verità parziale“, ha dichiarato di recente il pm Nino Di Matteo ad Andrea Purgatori. In che senso una verità parziale? Cosa c’è che non sappiamo ancora del botto di Capaci? “La lettura analitica delle sentenze che sono state emesse ci porta a ritenere che è stato possibile – ma mi sento di dire altamente probabile – che insieme agli uomini di Cosa nostra abbiano partecipato alla strage, nel momento del mandato stragista, organizzazione ed esecuzione, anche altri uomini estranei alla mafia“, ha spiegato sempre il sostituto procuratore della Dna. Il riferimento è alle motivazioni del cosiddetto processo Capaci bis. È l’ultimo procedimento sulla strage del 23 maggio 1992, nato dopo la confessione di Gaspare Spatuzza che ha riscritto la fase esecutiva della strage. “Nel presente procedimento viene a formarsi un quadro, sia pure non ancora compiutamente delineato, che conferisce maggiore forza alla tesi secondo cui ambienti esterni a Cosa nostra si possano essere trovati, in un determinato periodo storico, in una situazione di convergenza di interessi con l’organizzazione mafiosa, condividendone i progetti e incoraggiandone le azioni”, hanno scritto i giudici della corte d’assise di Caltanissetta. Più di millecinquecento pagine di sentenza in cui i magistrati elencano anche i temi “suscettibili di ulteriori approfondimenti”. Sono i pezzi mancanti della strage di Capaci: i quesiti rimasti ancora senza risposta dopo 27 anni. 

FONTE E ARTICOLO COMPLETO: https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/05/23/giovanni-falcone-i-misteri-della-strage-di-capaci-27-anni-dopo-lesplosivo-i-mandanti-una-donna-nel-commando/5196555/

Mafia, sette fermi a Palermo. In manette anche il nipote del “Papa” di Cosa Nostra


Di Davide Falcioni

Stavano tentando di ricostituire i vertici della Commissione di Cosa Nostra: per questo la direzione distrettuale antimafia di Palermo ha emesso un decreto di fermo nei confronti di sette persone. In manette, tra gli altri, anche Leandro Greco, nipote di Michele Greco, il "Papa" di Cosa Nostra, e Calogero Lo Piccolo, figlio del boss condannato all'ergastolo Salvatore Lo Piccolo. Il progetto di ridare vita alla Cupola era stato scoperto un mese fa e aveva già portato al fermo di 47 tra boss e gregari.

Le indagini, coordinate da Francesco Lo Voi, capo della DDA di Palermo con il supporto di Salvatore De Luca e dei pm Roberto Tartaglia e Amelia Luise, hanno permesso di confermare la ricostituzione della Cupola e di scovare, oltre a quelle già scoperte nell'inchiesta di dicembre, altre due figure apicali, per l'appunto Greco e Lo Piccolo, entrambi assidui frequentatori delle riunioni provinciali della cupola mafiosa. Posto in stato di fermo anche Giovanni Sirchia, affiliato alla famiglia mafiosa di Passo di Rigano, e accusato di aver avuto un ruolo di rilievo nella ricostituzione dell'organo direttivo di Cosa Nostra. In carcere sono finiti anche Giuseppe Serio, Erasmo Lo Bello, Pietro Lo Sicco e Carmelo Cacocciola, tutti accusati di associazione mafiosa e alcuni episodi di estorsioni commesse nel territorio del mandamento mafioso di San Lorenzo.

Fondamentale per il successo dell'operazione è stato il ruolo del collaboratore di giustizia Filippo Colletti, capomafia di Villabate fermato il 4 dicembre scorso dai carabinieri e anch'egli accusato di far parte della nuova commissione di Cosa Nostra. Grazie alle sue rivelazioni, e a quelle di un altro pentito, Filippo Bisconti, finito in manette nella stessa indagine, i pm della Dda di Palermo hanno avuto la possibilità di aggiungere un ulteriore tassello all'inchiesta sulla rinata Cupola.

FONTE: https://www.fanpage.it/mafia-sette-fermi-a-palermo-in-manette-anche-il-nipote-del-papa-di-cosa-nostra/

Palermo, traffico di migranti e armi dai Balcani: fermate 17 persone. Contatti con Cosa Nostra e paramilitari albanesi

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Fatto Quotidiano

Trasportavano i migranti dai Balcani fino in Svizzera in auto o li facevano arrivare in Sicilia grazie a finti contratti di lavoro. In cambio ogni profugo pagava tremila euro. È in questo modo che avveniva il traffico di essere umani l’Italia e la Germania, il Kosovo e la Macedonia. Sullo sfondo c’erano i contatti con Cosa nostra e il gruppo paramilitare albanese ‘Nuovo Uck‘, legato ad ambienti jihadisti. Una rete criminale che gestiva il passaggio dei migranti sulla rotta balcanica, ma anche la vendita di armi, è stata scoperta dalle indagini coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia di Palermo. I carabinieri hanno fermato  17 persone accusate, a vario titolo, di associazione per delinquere transnazionale finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, al traffico di armi da guerra e al riciclaggio di diamanti, oro e denaro contante. In un caso il valore dei preziosi che cercavano di riciclare superava gli 11 milioni di euro.

Attraverso l’Italia, decine di persone hanno cercato di raggiungere la Svizzera e il nord Europa. La struttura criminale, che faceva capo ad indagati residenti a Palermo, ha sviluppato la sua operatività anche nelle provincie di Sondrio, Como, Pordenone e Siena, oltre che in Svizzera, Germania, Macedonia e Kosovo. I contatti tra esponenti di Cosa nostra e i trafficanti di esseri umani fermati all’alba di oggi sono stati documentati dai carabinieri del Comando provinciale di Palermo, guidati dal colonnello Antonio Di Stasio. L’inchiesta è stata coordinata dal procuratore di Palermo, Francesco Lo Voi e dai pm Gery Ferrara e Giorgia Spiri

Kosovari e siciliani – Due le organizzazioni criminali scoperte dagli investigatori: uno aveva a capo alcuni kosovari, residenti sia in Italia sia in Svizzera, l’altro era composta da italiani e macedoni.  A capo dell’associazione di kosovari c’era Arben Rexhepi che reclutava i migranti da mandare, attraverso la rotta balcanica, verso l’Italia. Rexhepi durante la guerra nei Balcani, faceva parte di un gruppo paramilitare dell’Uck albanese. I complici – Driton Rexhepi, Xhemshit Vershevci, Franco e Tiziano Moreno Mapelli, Ibraim Latifi e la sua compagna Jlenia Fele Arena – portavano in auto i profughi in Svizzera. La seconda organizzazione criminale, gestita a Palermo da Fatmir Ljatifi e Giuseppe Giangrosso, reclutava cittadini slavi da far entrare in Italia con falsi contratti di lavoro. Il pregiudicato Dario Vitellaro aveva trovato una società compiacente in grado di assumere fittiziamente gli stranieri per fare avere loro un permesso di soggiorno per motivi di lavoro.


Il traffico di diamanti – Ed è proprio la costola palermitana della banda che si occupava anche di traffico di diamanti e di riciclaggio di dieci chili di oro e denaro incassato con le rapine. Il capo, Fatmir Ljatifi e uno dei suoi complici, Giuseppe Giangrosso, avevano messo su una fitta rete di affari, finalizzati a riciclare ingenti capitali illeciti. Ljatifi sarebbe in contatto con rapinatori che vivono nell’area balcanica, specializzati nella “ripulitura” di banconote macchiate di inchiostro indelebile, perché frutto di rapine o furti a sportelli bancomat. Grazie all’utilizzo di reagenti chimici, sarebbe possibile smacchiare le banconote. L’azione dei prodotti chimici utilizzati, avrebbe però come conseguenza il danneggiamento degli ologrammi impressi sulle banconote, rendendone, quindi, necessaria la sostituzione. Ljatifi li avrebbe acquistati per mesi a Napoli. Al momento il canale di fornitura si sarebbe interrotto.
Il riciclaggio di capitali – Il gruppo riciclava anche anche ingenti capitali provenienti da Hong Kong attraverso il sistema Electronic Banking Internet Communication Standard, che viene utilizzato principalmente per il trasferimento remoto dei dati, ad esempio per le transazioni di pagamento capitali, tra organizzazioni e banche. La struttura criminale poteva contare sulla complicità di aziende del nord-est d’Italia. La banda ha messo su una complessa e articolata trattativa finalizzata a riciclare una partita di diamanti di sicura provenienza illecita per un valore di circa 11 milioni di euro. La vicenda è emersa a settembre del 2017, quando è stata intercettata una conversazione all’interno dell’auto di Ljatifi. Dalla discussione è venuto fuori che alcuni kosovari lo avevano invitato nel loro Paese per acquistare diamanti rubati. Il compito dell’indagato era reperire dei compratori, già individuati in alcuni facoltosi cittadini di Bruxelles, grazie all’aiuto di complici turchi e svizzeri.
Le armi al Nuovo Uck e l’incontro col mafioso catanese – Ljatifi gestiva poi un fiorente traffico di armi. Per gli inquirenti aveva la disponibilità di kalashnikov e bombe che avrebbe venduto anche a una cellula di combattenti del gruppo paramilitare Nuovo Uck, protagonista nel 2015 di un attentato commesso nella cittadina macedone di Kumanovo.  Sette mesi fa Ljatifi è stato fermato dai carabinieri a Villabate di ritorno da un viaggio nel Kosovo. Il materiale che gli venne sequestrato – cellulari e pc – ha portato gli inquirenti a scoprire un traffico di armi e al riciclaggio di diamanti e di soldi bottino di furti e rapine. All’indagato sono stati sequestrati video dei diamanti commerciati, del denaro macchiato di inchiostro e delle armi commerciate all’estero.  Il 16 novembre 2016, il 27 settembre e il 20 ottobre 2017, inoltre, sono stati documentati tre incontri (due dei quali avvenuti all’outlet di Dittaino e uno a Palermo) fra Ljatifi, un altro fermato, Giuseppe Giangrosso, e unmafioso catanese indagato anche per rapina, traffico di stupefacenti e di armi. Il 16 novembre ai summit avrebbe partecipato anche il nipote del capomafia di Belpasso, Giuseppe Pulvirenti, detto “u malpassotu”.
I carabinieri: “Avevano contatti con Cosa nostra” – “Un importante risultato operativo, in primis, i vertici della struttura criminale oggi sgominata, hanno dimostrato di possedere concrete e pericolosissime capacità di relazione con Cosa nostra e con pericolosi elementi legati al gruppo paramilitare denominato Nuovo UCK, operante in area balcanica”, ha commentato il colonnello Di Stasio. “Proprio tale circostanza, accertata nel corso delle indagini, ha costituito l’elemento più allarmante e degno di approfondimento – ha aggiunto – Inoltre, mi preme evidenziare come, ancora una volta, da un input informativo proveniente da una stazione carabinieri si sia poi sviluppata, in sinergia con i reparti infoinvestigativi dell’Arma, un’indagine transnazionale che ha permesso di portare alla luce un’associazione per delinquere dai molteplici interessi criminali: dal traffico di clandestini al riciclaggio di danaro, dai diamanti alle armi da guerra”. E ancora: “La stazione carabinieri – quale secolare caposaldo della struttura territoriale dell’Arma ed efficace presidio di legalità e controllo del territorio – costituisce punto di riferimento per recepire e sostenere le istanze del cittadino. Ancora, altro dato che vorrei rimarcare, è il perfetto coordinamento tra l’Arma e le forze di Polizia e le Magistrature straniere (cui rinnovo la mia gratitudine) che hanno collaborato lungo tutto lo sviluppo dell’indagine al fianco dei carabinieri di Palermo, costituendo fattore determinante per il risultato operativo conseguito”.

Smantellata rete di Messina Denaro, rese note intercettazioni shock dei suoi uomini: ecco cosa si sono detti

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Di Salvatore Santoru

Recentemente è stata smantellata la rete del noto boss mafioso Matteo Messina Denaro(1).
L'operazione ha portato all'arresto di più di venti individui, tra parenti e fiancheggiatori del superlatitante.

Inoltre, sono state rese pubbliche anche alcune intercettazioni alquanto inquietanti che riguardano la discussione tra due uomini considerati vicini al boss di Cosa Nostra.
I due hanno sostenuto che lo stesso Matteo Messina Denaro e il suo defunto padre Francesco dovrebbero essere considerati dei 'santi'  e hanno affermato che sciogliere nell'acido il figlio del collaboratore di giustizia Santino Di Matteo è stato giusto(2).

PER APPROFONDIRE:

NOTE:


Quando Cosa nostra uccise Beppe Montana, il poliziotto che catturava i latitanti

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Di Angela Marino

Estate 1985. Mentre i giudici del pool antimafia, Paolo Borsellino e Giovanni Falcone sono in ritiro nella sperduta isola dell'Asinara per preparare l’istruttoria al maxi processo che vedrà a giudizio tutti i pezzi da 90 di Cosa nostra, a Palermo, anche la mafia sta pianificando le sue strategie.

Le rivelazioni del superpentito Tommaso Buscetta a Falcone avevano portato all'arresto di oltre 600 mafiosi nel famoso "maxiblitz di San Michele". Nell'operazione che prelude al più grande processo di mafia che si stia per celebrare nel carcere dell'Ucciardone di Palermo, si distingue un giovane poliziotto, Giuseppe Montana, nativo di Agrigento, arrivato a Palermo nel ’82, all’indomani dell'omicidio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Beppe era un uomo della sezione ‘Catturandi‘, la squadra che lavorava per arrestare i mafiosi ancora latitanti. Insieme al giudice Antonino Cassarà, braccio destro di Falcone, diventò a soli 34 anni uno degli investigatori più abili. I colleghi avevano cominciato a chiamarlo Serpico come  l'indimenticabile Al Pacino nel film di Sidney Lumet sulla mala di New York.

Fonte e articolo completo: http://www.fanpage.it/quando-cosa-nostra-uccise-beppe-montana-il-poliziotto-che-catturava-i-latitanti/

Chi era Mauro De Mauro, fratello di Tullio, rapito dalla Mafia e mai più ritrovato

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Di Filippo Bovo
http://www.opinione-pubblica.com/

La recente scomparsa di Tullio De Mauro ha risvegliato un sia pur tenue interesse anche per il suo altrettanto famoso fratello, Mauro De Mauro, cronista de “L’Ora” di Palermo scomparso nel nulla dopo essere stato rapito dalla Mafia il 16 settembre 1970 mentre stava raccogliendo importanti scoperte sulla misteriosa morte del Presidente dell’ENI Enrico Mattei.
Mauro De Mauro, nato a Foggia il 6 settembre 1921, fu un grande giornalista italiano, oggi purtroppo mai sufficientemente ricordatoMolto controverse furono le sue iniziali scelte politiche: in gioventù fu sostenitore del Fascismo e durante la Seconda Guerra Mondiale militò nella X Flottiglia MAS di Junio Valerio Borghese, per poi aderire alle RSI dopo l’8 settembre 1943. Il suo legame col Principe Borghese non s’interruppe neanche dopo la guerra, al punto che decise di chiamare la sua seconda figlia col nome Junia. Operò a Roma nel 1943 e nel 1944, sotto l’occupazione tedesca, e con la famigerata Banda Koch, corpo speciale del Ministero dell’Interno della RSI.
Aveva il naso ricucito ed era claudicante a causa, ufficialmente, di un incidente in motocicletta: ma secondo altre versioni era stato vittima di un pestaggio partigiano, o addirittura da parte di suoi commilitoni fascisti, che l’accusavano di tradimento. Nell’estate del 1945 fu catturato dagli Alleati a Milano e trasferito dapprima a Ghedi e quindi a Coltano, in provincia di Pisa, dove si trovava il celebre e famigerato campo di concentramento americano in cui erano rinchiusi i repubblichini. Evaso fortuitamente da Coltano, visse sotto clandestinità per due anni a Napoli, dapprima condannato in contumacia per una presunta partecipazione alla Strage delle Fosse Ardeatine, quindi assolto (dapprima, nel 1948, dalla Corte d’Assise di Bologna, quindi, nel 1949, dalla Cassazione) «per non aver commesso i fatti».
Trasferitosi a Palermo, lavorò insieme al fratello Tullio presso i giornali “Il Tempo di Sicilia”, “Il Mattino di Sicilia” e “L’Ora”, dimostrando grandi doti di cronista. Iniziò da quel momento il suo riscatto umano e civile: smessi i panni del combattente fascista, divenne in breve uno dei migliori “segugi” che il giornalismo meridionale avrebbe conosciuto. Vinse nel 1960 il “Premiolino” proprio per la sua inchiesta sul fenomeno, allora ancora in massima parte sconosciuto o perlomeno sottaciuto, del crimine organizzato in Sicilia.
Nel 1962 seguì la morte del Presidente dell’ENI, Enrico Mattei, e nel settembre del 1970 tornò ad occuparsi nuovamente del caso, anche per aiutare il regista Francesco Rosi che nel 1972 avrebbe presentato il suo celebre film Il Caso Mattei. Sempre nel 1962, De Mauro aveva pubblicato, sulle pagine de “L’Ora”, il verbale di polizia del 1937 in cui il medico militare Melchiorre Allegra, tenente colonnello del Regio Esercito durante la Prima Guerra Mondiale, affiliato alla Mafia dal 1916 e pentito dal 1933, elencava tutta la struttura del vertice mafioso, gli aderenti, le regole, l’affiliazione e l’organigramma di tutta l’organizzazione malavitosa. Tommaso Buscetta, davanti ai giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, affermò che «De Mauro era un cadavere che camminava. Costa Nostra era stata costretta a “perdonare” il giornalista perché la sua morte avrebbe destato troppi sospetti, ma alla prima occasione utile avrebbe pagato anche per quello scoop. La sentenza di morte era stata solo temporaneamente sospesa».
Forse per questa ragione, o forse per il fatto che si stesse occupando della morte di Mattei, o ancor meglio per entrambe, nella sera del 16 settembre del 1970 Mauro De Mauro venne rapito mentre stava ritornando a casa. Il rapimento avvenne due giorni prima del matrimonio della figlia Franca, l’ultima persona che vide il padre prima della sua scomparsa. Secondo la sua testimonianza, questi, riaccompagnandola in casa a bordo della sua BMW, era stato attorniato da due o tre uomini, che gli dissero qualcosa che lei non riuscì a capire. De Mauro risalì sull’auto ripartendo subito senza salutarla. Franca riuscì solo a sentire un «amunì» da parte di uno dei presenti, diretto al padre che stava partendo di gran carriera.
La sera successiva la BMW venne ritrovata a qualche chilometro di distanza da Via delle Magnolie, dove abitava la famiglia, in Via Pietro d’Asaro. L’auto fu subito accuratamente ispezionata dagli inquirenti: addirittura il cofano venne aperto dagli artificieri. Non furono però reperiti indizi utili. Vennero allestiti posti di blocco e si disposero ricerche minuziose, ma di De Mauro non si seppe più nulla. Anche il suo corpo non venne mai più ritrovato.
De Mauro è uno degli oltre duemila giornalisti nel mondo uccisi per il loro lavoro, ricordati nel Journalist Memorial del Newseum di Washington. Il 14 maggio 2013 nel Giardino della Memoria di Ciaculli, parco dedicato a tutti i caduti nella lotta contro la Mafia, gli è stato dedicato un albero alla presenza del Sindaco di Palermo Leoluca Orlando, della figlia Franca De Mauro, del Procuratore della Repubblica Francesco Messineo, del Presidente della Corte d’Appello e del Presidente Regionale dell’Ordine dei Giornalisti Riccardo Arena. Il 16 settembre del 2014 in Viale delle Magnolie a Palermo, ultimo luogo dove Mauro De Mauro venne visto vivo, è stata deposta una corona di fiori su iniziativa dell’UNCI (Unione Cronisti Italiani), alla presenza della famiglia De Mauro, del Prefetto Dr.ssa Francesco Cannizzo, del Questore Dr.ssa M aria Rosaria Maiorino e del Presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Sicilia, Riccardo Arena. Il successivo 20 dicembre l’UNCI e l’Amministrazione Comunale hanno collocato in sua memoria una lapide in Viale delle Magnolie.
[Questo articolo trae le proprie fonti dal mio libro Enrico Mattei, L’Uomo della Rinascita, Anteo Edizioni, 2016]

BLACK AXE, LA POTENTE MAFIA NIGERIANA CHE INSIEME A COSA NOSTRA TERRORIZZA LA SICILIA

Di Giulia Saudelli
Per la prima volta un tribunale siciliano ha riconosciuto l'esistenza sull'isola di una mafia straniera.
La scorsa settimana, infatti, il Tribunale di Palermo ha emesso condanne per tentato omicidio, rapina, lesioni, spaccio di droga ed estorsione con l'aggravante della modalità mafiosa nei confronti di tre cittadini nigeriani, accusati di far parte del culto nigeriano noto come Black Axe (o Ascia Nera).
Austine Ewosa, detto Johnbull, che sarebbe il capo del gruppo criminale, Vitanus Emetuwa e Nosa Inofogha sono stati condannati a pene tra i 10 e i 12 e sono stati ricollegati al raccapricciante fatto di cronaca che ha dato il via all'inchiesta degli investigatori palermitani.
Il 27 gennaio del 2014, in una via del centro di Palermo, nel cuore del quartiere Ballarò, la polizia trovò due uomini nigeriani feriti gravemente a colpi d'ascia, con la parte superiore del volto marchiata da uno squarcio profondo.
In un'intervista rilasciata in una puntata dell'ultima stagione di VICE on SkyTG24, Emeka Don, una delle due vittime dell'aggressione del gennaio 2014 costituitosi parte civile nel processo, ha mostrato le vistose cicatrici sulle braccia e sul volto e ha raccontato la dinamica dell'attacco.
"[Queste persone] mi hanno detto che mi avrebbero dato 2.000 o 3.000 euro se dimenticavo la vicenda," ha raccontato Emeka. "Gli ho detto di no, che non potevo, perché avrebbero potuto fare lo stesso ad altri."
La Black Axe, nata negli anni Settanta come confraternita nelle università nigeriane, si è trasformata in un gruppo violento e criminale con ramificazioni in tutto il mondo, e in particolare dove è presente una consistente comunità nigeriana.
In Nigeria il culto è noto perché recluta con la forza nuovi membri, per poi scontrarsi con gruppi rivali, sequestrando, stuprando e uccidendo persone legate alle confraternite nemiche — e spesso anche persone innocenti.
Secondo un rapporto del 2007 di Human Rights Watch, tra il 1996 e il 2005 circa 200 tra studenti e insegnanti delle università nigeriane sono stati uccisi dalla violenza dei culti nigeriani, del gruppo Black Axe e di altri.
Con l'espansione all'estero, la Black Axe ha ampliato le sue operazioni e si occupa oggi di traffico di droga e di armi, estorsioni, e omicidi legati ai propri affari.
E in Italia in particolare le loro azioni hanno assunto i connotati delle modalità mafiose.
"Le definiamo mafiose perché sono fondate sull'intimidazione e sulla violenza, su una posizione addirittura di schiavitù," ha detto in un'intervista per il documentario di VICE on SkyTG24 il Procuratore Nazionale Antimafia Franco Roberti.
"Convivono in una sorta di equilibrio precario, ma comunque equilibrio, con le organizzazioni mafiose italiane, che tollerano la presenza dei nigeriani e in qualche modo li sfruttano pure, perché prendono spesso delle percentuali sui loro traffici illeciti e quindi ne ammettono la presenza."
Equilibrio che sarebbe stato attestato anche dalle intercettazioni delle conversazioni tra i fratelli Di Giacomo, importanti personaggi di Cosa Nostra a Palermo.
"[I nigeriani] sono rispettosi," dice uno dei due, Giuseppe Di Giacomo. "Mi vengono ad aspettare sotto casa per parlare, chiedere... e poi questi immagazzinano."
Ma il potere di quella che è ormai nota come Mafia nigeriana non è limitato solo alla Sicilia.
Nel 2010 il Tribunale di Torino ha condannato 36 imputati nigeriani - appartenenti alla Black Axe e al gruppo rivale degli Eiye - a pene tra i 4 e i 14 anni di carcere, con il riconoscimento dell'associazione a delinquere di stampo mafioso.
Anche a Brescia nel 2007 diversi affiliati dei gruppi criminali nigeriani sono stati condannatiper associazione di stampo mafioso, secondo quanto previsto dall'articolo 416 bis.
Il centro nevralgico del loro potere in Italia è però a Castel Volturno, in Campania, centro di smistamento per il traffico di droga in tutto il mondo, dove i Black Axe operano a volte insieme, a volte in competizione con la Camorra.

Secondo la procura generale di Palermo l'ex sottosegretario del ministero dell’Interno Antonio D’Alì “ha rafforzato Cosa Nostra”

antonio d'alì

“Ha rafforzato Cosa nostra, sostenendo l’organizzazione con le proprie risorse economiche e mettendo a disposizione dei clan anche il suo ruolo politico”. 
È l’atto d’accusa della procura generale di Palermo contro Antonio D’Alì, senatore di Forza Italia ed ex sottosegretario del ministero dell’Interno, sotto processo per concorso esterno in associazione mafiosa davanti alla corte d’appello di Palermo.






Secondo il pg Nico Gozzo, il politico trapanese “ha contribuito fattivamente al sostegno e al rafforzamento di Cosa nostra, mettendo a disposizione dell’associazione mafiosa le proprie risorse economiche e, successivamente, il proprio ruolo istituzionale di senatore della Repubblica e di sottosegretario di Stato, nonché intrattenendo, sin dai primi anni Novanta, anche ai fini della ricerca e dell’acquisizione di sostegno elettorale e a fronte del richiesto appoggio, rapporti diretti o mediati con numerosi esponenti di spicco dell’organizzazione”.
Il 30 settembre del 2013 il gup di Palermo aveva dichiarato il non luogo a procedere per D’Alì “fino a epoca successiva e prossima al 10 gennaio 1994 perché estinto per prescrizione” mentre lo aveva assolto per le imputazioni successive a quella data.
Adesso il pg Gozzo ha depositato una memoria di 29 pagine alla corte d’appello in cui ripercorre la vicenda giudiziaria del senatore berlusconiano: l’accusa ha chiesto la riapertura dell’istruttoria dibattimentale presentando una serie di richieste di acquisizione atti, documenti, intercettazioni, note di Pg, audizioni di numerose persone.
In particolare, secondo l’accusa, D’Alì, avrebbe “messo a disposizione di Cosa nostra il suo ruolo istituzionale” per “favorire le aziende mafiose operanti nella provincia di Trapani nel settore del calcestruzzo, a detrimento dell’azienda confiscata Calcestruzzi ericinà”.
Non solo. D’Alì avrebbe voluto il trasferimento dell’ex prefetto Fulvio Sodano e dell’allora capo della Squadra mobile Giuseppe Linares, oggi a capo della Dia di Napoli “e in generale di funzionari dello Stato che mettevano in difficoltà Cosa nostra nel trapanese, su richiesta della stessa associazione criminale”.
Il tema del trasferimento degli investigatori sgraditi è stato affrontato anche dall’ex capo della Polizia Gianni De Gennaro, che interrogato da Gozzo, ha sottolineato diavere parlato con il senatore d’Alì del trasferimento di Linares.
 “Focalizzo questo mio ricordo – ha detto De Gennaro nell’interrogatorio – sicuramente dopo la conclusione della procedura per l’eventuale trasferimento del dottor Linares. D’Alì mi chiese di sapere quale fosse lo stato della pratica relativa al possibile trasferimento di Linares, in relazione alla sua condizione di esposizione a rischio. Io risposi che il procedimento si era concluso sulla base delle valutazioni pervenute dalla prefettura di Trapani che aveva concluso per la non necessità di provvedimenti di trasferimento. D’Alì prese atto di questa mia risposta e non mi disse null’altro”.

Lo sbarco di Sicilia del 43 e l'accordo tra CIA e mafia



Estratto dell'intervista di http://www.beppegrillo.it a Nicola Biondo

Sono Nicola Biondo, sono un giornalista freelance, con Sigfrido Ranucci per Chiare Lettere abbiamo scritto un libro che si intitola “Il patto” abbiamo indagato la trattativa tra Stato e mafia e analizzato i documenti che ci raccontano, come, questa trattativa partita nel 1992/1993 abbia le radici ben piantate nel passato, in quel passato che ha visto gli americani rivolgersi a Cosa Nostra per lo sbarco in Sicilia nel 1943 e che ha consentito a Cosa Nostra di farsi Stato..

Tutto ciò è avvenuto sotto la diretta responsabilità dei servizi segretari americani, dell’Oss, della Cia e ha consentito a Cosa Nostra di diventare quell’esercito della violenza che fino ai giorni nostri può imporre trattative o può scatenare una guerra.
Uno degli argomenti principali per capire com’è stato mai possibile che la banda criminale Cosa Nostra sia diventata così potente nel nostro Paese, abbia conquistato uomini e cose in una porzione molto grande del territorio a sud e abbia iniziato a investire già dalla fine anni 50, primi anni 60 al nord, è capire come mai e com’è stato possibile che Cosa Nostra si sia fatta Stato. E’ una storia che dobbiamo riprendere dal 1941, quando nella cella di uno dei più grandi boss di mafia, Lucky Luciano, a poche decine di chilometri da New York, il boss riceve alcuni ufficiali della marina statunitense. Cosa volevano quegli ufficiali? Volevano che il boss li aiutasse a fare piazza pulita delle spie naziste nel porto di New York. Lucky Luciano riesce non soltanto a prometterlo, ma lo mette in pratica, fa scoprire attraverso i suoi uomini le spie di Hitler nel porto, da lì parte questa storia innominabile anche se ormai conosciuta, la storia incredibile dei rapporti tra i servizi segreti americani e Cosa Nostra. A partire da lì si stringe questo rapporto e attraverso Lucky Luciano e i suoi agganci in Sicilia gli Stati Uniti ottengono le informazioni per operare nel 1943 lo sbarco in Sicilia.
E' subito dopo lo sbarco in Sicilia che Cosa Nostra si fa Stato, con lo sbarco americano i boss mafiosi diventano amministratori dell’ordine pubblico, alcuni addirittura sindaci, è il vecchio sogno di Cosa Nostra di avere non solo un proprio esercito, ma di dettare legge, lo sbarco americano, l’amministrazione americana lo garantisce. A capo della sezione Italia dell’Oss che poi diventerà la Cia c’è un ragazzo di 27 anni, si chiama James Angleton, quest’ultimo mette in piedi all’interno della sezione Italia, un ristretto nucleo di persone, una dozzina al massimo. Nei documenti ufficiali questo nucleo di persone, che si occuperà solo e esclusivamente della Sicilia, verrà chiamato il cerchio della mafia.
A questo gruppo di 007 che si occupano della Sicilia, si aggiungono anche dei giovani in gamba siciliani, tra questi c’è un nome che ricorrerà poi per altri 40 anni, quello di Michele Sindona.
In cosa consiste davvero la presenza degli americani in Sicilia? C’è un’informativa, un report dal titolo emblematico: “La mafia combatte il crimine”. Cosa Nostra diventa l’esercito di occupazione, insieme con gli americani, che gestisce l’ordine pubblico, che deve evitare che le masse contadine potessero invadere e fare a pezzi il latifondo, ma la Sicilia non è soltanto una colonna portante nella politica estera, agli sgoccioli della seconda guerra mondiale, è un avamposto dal quale si controlla l’intero Mediterraneo L’Intelligence americana capisce che c’è già un’altra guerra da combattere e è quella contro il comunismo sovietico.

FONTE E ARTICOLO COMPLETO:http://www.beppegrillo.it/2010/03/1943_cosa_nostr.html#p1_tit

Inchiesta:ecco la mappa delle bande che governano Roma (Cosa Nostra, 'Ndrangheta e Casamonica)



Di Micaela Del Monte

Il loro rapporto con la politica, il giro di affari, le complicità, i settori commerciali occupati, i nuovi accordi: torna il “modello-Magliana”. Parlano Otello Lupacchini, magistrato e esperto di criminalità organizzata politica e mafiosa, e Salvatore Calleri, presidente della Fondazione Antonino Caponnetto.

Calabresi, napoletani, romeni, albanesi, cinesi e russihanno scelto la Capitale e i suoi dintorni per costruire le basi di un'articolata rete. Obiettivo: il riciclaggio di denaro e non solo. Sono in totale 46 i clan che hanno messo le mani su Roma. Mafie italiane e straniere che sembrano convivere senza troppi conflitti. Anzi, collaborano, fanno affari insieme, soprattutto nel campo della droga, delle armi, della prostituzione, gioco d'azzardo e dei falsi. Gestiscono la vendita del cemento, la catena della distribuzione dei prodotti ortofrutticoli, il settore della ristorazione, lo smaltimento di rifiuti, i supermercati, il settore turistico e le agenzie portuali.

«Sicuramente si sono formati dei “cartelli” - argomenta Lupacchini magistrato e esperto di criminalità organizzata - perché questa è l'unica condizione di sopravvivenza senza che scoppino “guerre”. D'altra parte, ogni tanto, qualcuno cade sul campo e gli episodi per niente sporadici di così detti “regolamenti di conti” sono il sintomo in equivoco della tendenza delle organizzazioni criminali, ad acquisire, se necessario anche manu militari, e a mantenere il controllo del territorio».

«A volte convivono e a volte no. A Roma – aggiunge Salvatore Calleri, presidente della Fondazione Antonino Caponnetto - sono presenti tutti i più importanti clan italiani e come se non bastasse anche ciò che rimane della Banda della Magliana. Senza contare la presenza di gruppi stranieri».

Ormai nel Lazio infatti, dati alla mano, è provato l'insediamento stabile di famiglie criminali della Camorra, della 'Ndrangheta, dei Casamonica e della mafia. Roma sembra tornata ai tempi della “Banda della Magliana”. Ed è dalla banda signora incontrastata di Roma tra la fine degli anni '70 e l'inizio degli anni '90 che la camorra sembra prendere spunto anche oggi per il suo operato  (il “modello-Magliana”). I rapporti tra la mafia e quella che può essere un'evoluzione della famosa Banda è ancora vivo e vegeto: «Certe “professionalità” - ci dice Lupacchininon vanno mai disperse. Anzi, con il tempo, si affinano. Per cui personaggi che in qualche modo siano riusciti a rimettersi in circolazione e in gioco già appartenenti alla Banda della Magliana, personaggi, magari di secondo piano all’epoca, che nel frattempo sono cresciuti indubbiamente, li ritroviamo oggi».

Banda della Magliana ombelico del mondo (criminale).

«Negli ultimi mesi e anni sono stati scoperti ex membri della Banda ancora in attività, ma - chiarisce Calleri - è poca cosa. Il problema è che potrebbe esserci qualche nuovo gruppo che si trova ad emulare i vecchi. A Roma si sta sparando con troppa facilità, per regolamenti di conti, per contenere piccoli gruppi in ascesa. C'è da dire che comunque Roma non è Napoli, la situazione è grave ma non è certamente quella che si ha nelle città ad alta densità mafiosa».

Così, come abbiamo detto, la Capitale dunque è al primo posto per infiltrazioni mafiose (seguita da Milano e Bologna). Il territorio laziale appare come una regione ideale per il reinvestimento dei capitali illeciti. Il punto di raccordo tra Nord e Sud, un vero e proprio laboratorio economico e politico delle cosche, rappresentate da pericolosi esponenti della 'Ndrangheta, di CosaNostra e della Camorra.

«La situazione è semplicemente esplosiva – denuncia Lupacchini-, ormai il territorio di Roma e del Lazio è diventato sede di ’ndrine calabresi, cosche mafiose siciliane, clan camorristici, consorterie mafiose russe, cinesi, slave, nigeriane, brasiliane, e di tutto un variopinto mondo di bande gangsteristiche aggregatesi attorno a personaggi già operativi, magari con mansioni all’epoca ancillari, in vecchi sodalizi, che prosperano e fanno affari di ogni tipo e di ogni genere, anche con uso di violenza esemplare».
Calleri condivide: «La situazione a Roma e provincia non è buona. Roma può essere definita anche come“capitale delle mafie” e questo perché convivono mafie italiane e straniere. Tra l'altro gli omicidi di questi ultimi due anni dimostrano che quella della Capitale non è una situazione da sottovalutare, e per fortuna non viene sottovalutata. Sono particolarmente preoccupato anche per il basso Lazio, una zona che desta parecchio allarme. Ma non è da meno anche quella dell'alto Lazio, come la zona del viterbese. A questo proposito la Fondazione Caponnetto sta organizzando un Osservatorio nel medio-Tirreno ossia nella zona che va da Massa Carrara a Roma che verrà poi collegato con l'Omcom (“Osservatorio mediterraneo criminalità organizzata e mafia”)».

Ma perché Roma ha tutto questo appeal?

«Perché – secondo Lupacchini - anni e anni di sottovalutazione del fenomeno d’infiltrazione ha consentito stanziamenti che, se contrastati già 30/40 anni fa, probabilmente non si sarebbero verificati. A ciò si aggiunga che Roma è pur sempre la capitale d'Italia ed è qui che si trova il motore degli affari, in cui le mafie affondano i loro artigli. Senza contare che ci si trova al confine con la Campania, il che consente la risalita dei Casalesi nel Lazio, da sotto il Garigliano. In più i grossi mercati criminali, come quello della droga, sono favoriti dall'alta concentrazione di popolazione a Roma. Se mettiamo insieme tutti questi fattori è normale che ne venga fuori una miscela esplosiva».

Per Calleri il motivo è strategico, geografico e geopolitico: «Ovviamente perché è la capitale d'Italia. Roma è il centro del potere ed è normale che si concentrino qui i vari clan».

ROMA CAPITALE DELLA DROGA. Da sottolineare è anche l'aumento dello spaccio di droga. Anche in questo caso il Lazio figura come la prima regione italiana per sequestro di stupefacenti (6.000 chili) e la seconda per operazioni antidroga (2.862). Non è un caso che dieci giorni fa è stata sgominata (con 23 arresti) una delle tante organizzazioni calabresi che gestivano lo spaccio di cocaina per conto della famiglia Romagnoli a sua volta collegata alla cosca ‘ndranghetista dei Gallace di Guardavalle, della provincia di Catanzaro. Un maxisequestro di 150 chili di cocaina nell'aeroporto di Fiumicino e poi di altri 35 chili provenienti dalla capitale del Venezuela.

L'organizzazione aveva il monopolio dello spaccio nelle zone di Casilino-TorreMaura, SanBasilio, Prenestino, Magliana-Portuense, Acilia e Velletri, ma l'attività degli spacciatori si estendeva sempre di più, e arrivava anche al litorale laziale, dove il gruppo aveva ramificazioni e basi logistiche.

Ecco come i clan si sono suddivisi il territorio e soprattutto quali sono le attività svolte:

I CASALESILe famiglie camorristiche dei Casalesi si sono insediate in vaste aree della provincia di Latina e nelle aree più ricche della provincia di Frosinone. E anche Morlupo, CampagnanodiRoma, CastelnuovodiPorto, RignanoFlaminio. Un vero e proprio controllo di segmenti del territorio che assegna al Lazio il titolo poco regale di regione con la maggiore concentrazione di infiltrazioni mafiose con 50comuni su 378. Dati che sottolineano come il territorio laziale sia un terreno particolarmente interessante ed alquanto coltivabile dal punto di vista mafioso.

I CASAMONICA. Ai Casamonica vanno i Castelli romani, Ostia e soprattutto i litorali laziali con insediamenti anche nella periferia sud-est della Capitale (Romanina, Anagnina, PortaFurba e Tuscolano). Alleati con la 'Ndrangheta e prima con la BandadellaMagliana, i Casamonica prendono origine da famiglie di sinti e rom stanziali prima in Abruzzo, poi Pescara e ed in fine a Roma, dove sono giunti negli anni Settanta.

Nel corso degli anni le famiglie “fondatrici” dell'organizzazione criminale, Casamonica appunto e Di Silvio, si sono imparentate con famiglie romane creando dinastie italo-rom come i Cena, i De Rosa, i Di Guglielmo, i De Rocca, i Laudicino e gli Spinelli. Ma di cosa si occupano i Casamonica? Gestiscono settori commerciali ed economici, aziende edilizie e immobiliari, ristoranti e stabilimenti balneari, senza tralasciare il traffico di stupefacenti in tutta Europa. I Casamonica hanno anche grande influenza sulle elezioni comunali nel Lazio e sulla politica regionale, non a caso recentemente si è parlato di politici indagati per questo motivo.

LA 'NDRANGHETA A ROMA. Forte è anche l'influenza della malavita calabrese che a Roma gestisce sopratutto gli investimenti immobiliari, alberghieri, la ristorazione e il commercio di autoveicoli e di preziosi. Anche qui è importantissimo il traffico di sostanze stupefacenti con l'aggiunta del gioco d'azzardo.

Come detto Roma rappresenta il collegamento perfetto tra Nord e Sud, ed è per questo motivo che la 'Ndrangheta ha scelto la Capitale come nuova colonia. Per le 'ndrine sono infatti molto importanti i collegamenti con il nord Italia e soprattutto il nord Europa, dove il mercato è in aumento. L'influenza della 'Ndrangheta riguarda soprattutto i comuni collegati a livello portuale come Nettuno e Anzio per facilitare il traffico.

MALAVITA SICILIANA A ROMA. CosaNostra è “famosa” per i vari tipi di traffico che controlla: traffico di droga, armi, rifiuti. E poi usura, estorsione, riciclaggio di denaro, gestione del gioco d'azzardo, infiltrazioni negli appalti e anche traffico di opere d'arte. A Roma CosaNostra è un'altra “potenza” che gestisce importanti affari. Le famiglie degli Accardo insieme al gruppo Triassi e con l'aiuto della cosca agrigentina dei Picarella gestiscono numerosi esercizi di ristorazione, di spiagge di Ostia e soprattutto il narcotraffico.

L'alleanza tra CosaNostra e la 'Ndrangheta (a loro volta alleata con i Casamonica) dà alle cosche un potere immane, difficile da controllare e contrastare, sopratutto perché questo tipo di organizzazioni hanno forti collegamenti con la malavita americana e sudamericana allargando così gli orizzonti di un traffico che non ha quasi più confini. Se pensiamo poi che queste sono solo tre delle organizzazioni criminali che tengono in pugno la Capitale è facile capire quando la situazione tenda ad essere critica.

MAFIE STRANIERE. La situazione in realtà è molto più grave di come sembra, perché molte di queste mafie (come quella russa e quella cinese) sono in continua crescita e si trovano ad acquistare sempre più potere “grazie” anche alla collaborazioni delle già affermate mafie italiane.

«Ritengo che le varie mafie, e poco importa da dove siano arrivate, abbiano trovato il modo di coesistere senza danneggiarsi, sia ad alto livello che ai livelli bassi. È – continua Lupacchiniuna realtà che le mafie tradizionali e quelle più importanti appaltano i lavori sporchi e, comunque, più pericolosi, a quelle in cerca di affermazione».

«Bisogna tener conto la situazione dei cinesi che al momento -spiega Calleri- sono i più potenti tra le mafie estere. E tutto questo emerge dalle varie relazioni della Dia e della commissione parlamentare antimafia».

MAFIE E POLITICA. Le infiltrazioni mafiose non sono solo sul territorio, attualmente in Senato ci sono 39 indagati, alla Camera 82. Ventuno parlamentari sono già stati condannati in maniera definitiva, chi per corruzione, chi per truffa, chi per concussione. Non solo: falso in bilancio, abuso di ufficio, finanziamenti illeciti e associazione a delinquere.

Un controsenso se pensiamo che sono proprio i politici a dover essere i primi a cercare di combattere questi reati. Come da precise indiscrezioni degli inquirenti i Casamonica hanno grande influenza sulla politica capitolina e corrompono una buona parte dei candidati regionali, molti dei quali negli anni passati sono stati prima eletti e poi condannati.

Il problema comunque ha uno sviluppo più a livello nazionale che prettamente regionale e soprattutto del Lazio.

Comunque il rapporto tra politica e criminalità organizzata non è nuovo (per i nomi consultare l'articolo sul blog di Beppe Grillo http://www.beppegrillo.it/immagini/immagini/Se_li_conosci_li_eviti.pdf).

«Non dispongo di dati inconfutabili sul rapporto odierno mafie-politica. Certo, però, – ammette Lupacchini- che i segnali sono allarmanti: il Parlamento attuale non mi sembra abbia istituito ancora una commissione antimafia, né so se l’istituzione di questa sia una “priorità”. In ogni caso, il dato non è insignificante. Ampia è, peraltro, la letteratura in materia d’interazione mafia-politica-economia: i mafiosi attuali sono businessman di un livello tale che potrebbero tranquillamente in modo mascherato e occulto entrare in qualsiasi contesto economico e politico».

«La mafia quando è raffinata ha sempre bisogno della politica, - è l'idea di Callerila mafia raffinata si relaziona e si relazionerà sempre con la politica. Perché come diceva il presidente del Senato Pietro Grasso: “C’è un rapporto come quello che esiste tra i pesci e l’acqua, l’uno non può fare a meno dell’altro”».

SOLDI E CRIMINALITÀ. Per quanto riguarda Roma è enorme il “contributo” dalle mafie (in particolare dalla 'Ndrangheta) negli investimenti per migliorare la Capitale. Si è visto soprattutto con costruzione della metro C e che ha coinvolto anche l'ex presidente di Eurspa Mancini, il fedelissimo di Alemanno, plenipotenziario per i Trasporti. Non a caso negli ultimi anni la Prefettura di Roma ha risposto a 5.265 richieste di informative antimafia sulla metro C; 12 sono stati gli interventi per bloccare gli appalti e 11 le informative atipiche su aziende vicine ad ambienti criminali. Un’attività intensa che non è bastata a fermare le infiltrazioni.

Dunque, le mafie a Roma e dintorni hanno sempre più potere. Le lotte sembrano deboli e poco convincenti, questo permette alle mafie di prendere sempre più piede nella città eterna e ai suoi artefici di sentirsi sempre più invincibili. Le alleanze tra clan rendono tutto ancora più complicato perché ognuno prende forza dall'altro senza lasciare a chi di dovere la possibilità di trovare i punti deboli utili per la loro eliminazione. Per di più l'afflusso di mafie internazionali complica ulteriormente la situazione. Sono mafie nuove, in via di sviluppo e di cui si conosce poco. Arma in più per chi vuole muoversi all'interno delle mura cittadine senza essere scoperti. Arma in più che bisogna imparare a contrastare.

Ma la repressione non è così debole come sembra, anzi. «Non bisogna lasciarsi trarre in inganno dal fatto che la repressione appaia piuttosto tiepida, – assicura Lupacchini - non va commesso l'errore di misurare il livello di rischio, con riguardo al livello deficitario del contrasto giudiziario e poliziesco spiegato in concreto».

Bisogna trovare la criptonite di questo male che ammorba il nostro paese (e ampiamente la Capitale) da troppo tempo e ad oggi governa il nostro paese più di quanto non sembrano fare la politica e l'economia. Sarà che sono proprio le mafie a gestirle.

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