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Austerità e sanità: il circolo vizioso ai tempi del coronavirus


Di Andrea Muratore

Nell’apertura di martedì Repubblica cita dati allarmanti sulla sanità e su cui è ora di riflettere nel pieno dell’emergenza coronavirus: “In 10 anni sono stati cancellati 70 mila posti letto, mancano 8 mila medici e 35 mila infermieri. A furia di tagli, abbiamo debilitato le nostre difese immunitarie, fino a renderle assolutamente inadeguate”.
Il problema principale del coronavirus, ci sembra di capire da queste settimane, è la massa d’urto dei nuovi contagi che intasa reparti e ospedali. Mettendo alle corde un sistema sanitario nazionale che negli ultimi anni ha subito il più odioso degli assalti, quello dell’austerità economica: nel decennio che si è appena concluso, sono stati tagliati al Sistema Sanitario Nazionale 37 miliardi di euro di finanziamenti, solo leggermente risanati dalla boccata d’ossigeno dei 2 miliardi messi nella manovra 2020.
L’Ocse segnala che l’Italia per la salute spende tra pubblico e privato l’8,81% del Pil, esattamente come la media dei Paesi Ocse. Ma se si analizza il procapite a parità di potere di acquisto, siamo sui 3.428 dollari, contro i 3.992 della media, come riportato da Quotidiano Sanità. In generale, dal 2010 a oggi la spesa sanitaria pubblica pro capite è diminuita dell’8,8%, in linea con le nazioni che hanno sofferto di più la crisi, ovvero Grecia (-38%), Portogallo (-11%) e Spagna (- 3,8%).
A questo quadro economico sconfortante si aggiungono le annose disparità territoriali (i posti letto complessivi per 100.000 abitanti, sono 791 nel Centro-Nord e 363 nel Mezzogiorno) e il grave problema dei posti letto in terapia intensiva, che prima dell’inizio dell’emergenza ammontavano a poco più di 5mila in tutto il Paese. Ed emergono così tutti i fattori di criticità dell’attuale gestione politica del sistema sanitario.
Abbiamo, come professionalità, organizzazione e competenze, un sistema sanitario nazionale che dalla fine degli Anni Settanta rappresenta il nostro fiore all’occhiello in materia di Stato sociale. 

Scuola, gli studenti italiani non sanno più leggere: male al Sud e negli istituti tecnici


Di Ida Artiaco

Gli studenti italiani non sanno più leggere e presentano grosse difficoltà di comprensione dei testi. Una tendenza, questa, che diventa ancora più marcata, nelle regioni del Sud, dove molti non raggiungono neppure il livello minimo di conoscenza, e negli istituti tecnici. Non è per nulla confortante la fotografia scattata dell’ultima indagine Ocse-Pisa (acronimo per Programme for International Student Assessment) sulle competenze in lettura, matematica e scienze di 600mila quindicenni di tutto il mondo. Per il nostro Paese hanno partecipato 11.785 studenti, provenienti da 550 istituti da un angolo all'altro della Penisola: qui un quindicenne su 20 non sa distinguere fatti e opinioni in testi non familiari. La media Ocse è di uno su dieci, giusto per avere un metro di comparazione. Mentre gli studenti che hanno difficoltà con gli aspetti di base della lettura sono uno su quattro: non riescono ad identificare, per esempio, l'idea principale di un testo di media lunghezza.

Studenti italiani tra i peggiori dell'Ocse

Stando ai risultati resi noti dall'indagine Ocse-Pisa, in Europa, in generale, la parte del leone la fanno i soliti scandinavi, insieme all’Estonia e alla Polonia. Per quanto riguarda l'Italia, mentre in matematica i quindicenni nostrani sono in linea con la media Ocse (487 punti contro 489, con picchi di 514-5 punti nel Nordovest e nel Nordest: meglio della Finlandia), in lettura siamo dieci punti sotto la media degli altri Paesi (476 contro 487) e ancora peggio va nelle scienze, dove c'è stato un vero e proprio crollo verticale (468 contro 489). Proprio per quanto riguarda la lettura, i test di questa edizione sono stati concepiti per testare non solo la capacità di comprendere un testo complesso in quanto tale ma anche quella di valutarne l’attendibilità, soprattutto di quelli che circolano sul web. Della capacità di localizzare l’informazione che si cerca nel mare magnum della rete, comprensione del testo e valutazione della qualità delle fonti, che insieme formano la cosiddetta literacy in lettura, gli studenti italiani sono in difficoltà soprattutto nel primo, mentre fanno un po' meglio negli altri due. L'Italia è a livello di Svizzera, Lettonia, Ungheria, Lituania, Islanda e Israele. Le province cinesi di Beijing, Shanghai, Jiangsu, Zhejiang e Singapore ottengono un punteggio medio superiore a quello di tutti i paesi che hanno partecipato alla rilevazione.

Buone notizie per la matematica, male le scienze

Se con la lettura c'è uno scenario preoccupante, per gli studenti italiani una boccata d'ossigeno arriva dalla matematica. Tre ragazzi su quattro raggiungono la soglia della sufficienza (pari al livello due dei test Pisa), in linea con la media Ocse (76%). E uno su dieci raggiunge livelli di assoluta eccellenza. Numeri da record rispetto solo a 15 anni fa. Va invece malissimo per le scienze, che rappresentano la materia cenerentola della scuola italiana, con un crollo sensibile delle prestazioni. A determinare lo scarso punteggio degli studenti nostrani è l’estrema rarità di ragazzi davvero eccellenti (solo il 3% contro una media Ocse del 7%).

Scuola, aumenta il divario tra Nord e Sud e tra licei e tecnici

Tutto ciò si traduce in una situazione di forte disparità tra il Nord e il Sud dell'Italia. Secondo l'indagine Ocse-Pisa, gli studenti delle aree settentrionali della Penisola ottengono i risultati migliori (Nord Ovest 498 e Nord Est 501 – addirittura sopra la media Ocse), mentre i loro coetanei delle aree del Sud sono quelli che presentano le maggiori difficoltà (Sud 453 e Sud Isole 439). I quindicenni del Centro conseguono un punteggio medio di 484. Non solo. Saltano agli occhi anche le differenze tra liceali, che ottengono i risultati migliori (521) e i ragazzi degli Istituti tecnici (458) e professionali (395) e della formazione professionale (404). Nei licei troviamo la percentuale più elevata di studenti che raggiungono i livelli più alti, definiti come top performer: sono il 9% contro il 2% dei tecnici. Addirittura, negli istituti professionali e nei centri della formazione professionale invece il 50% di studenti non raggiunge il livello minimo di competenza. Ma quando si parla di disparità non si può tacere anche quella di genere. Le studentesse italiane ottengono 25 punti in più dei colleghi maschi, che però restano i più bravi in matematica. Il rendimento in lettura è diminuito soprattutto tra le ragazze ed è rimasto stabile tra i ragazzi. In scienze il rendimento è sceso soprattutto tra i ragazzi più bravi, in misura simile per i ragazzi e le ragazze. Infine, un ulteriore elemento di iniquità riguarda la proiezione che i ragazzi hanno di se stessi dopo la scuola. Chi non proviene da famiglie benestanti, anche se va bene a scuola, non sempre pensa di poter continuare gli studi con l’università: quasi la metà già a 15 anni è pronta a rinunciare a raggiungere questo obiettivo.

FONTE: https://www.fanpage.it/attualita/scuola-gli-studenti-italiani-non-sanno-piu-leggere-male-al-sud-e-negli-istituti-tecnici/

La nuova Gafa Tax di Macron e il futuro dei colossi digitali in Europa


Di Andrea Battaglia

Nel corso dell’ultimo G7 a Biarritz, il presidente francese Emmanuel Macron ha annunciato di aver raggiunto un accordo con gli altri membri delle principali economie mondiali sulla tassazione dei giganti digitali, i cosiddetti Gafa, ovvero gruppi come Google, Amazon, Facebook ed Apple.
La nuova Gafa Tax francese imporrà un prelievo fiscale del 3% sulle entrate totali annue delle più grandi aziende tecnologiche che operano in Francia, inclusi Airbnb, Instagram o altre realtà come Zalando e Alibaba.
Come riportato dal quotidiano francese Le Monde, la tassa sui colossi del mondo online, votata a Parigi l’11 luglio scorso, non è mai andata giù a Washington che ha accusato la Francia di “discriminare” i giganti digitali americani e ha minacciato di imporre nuove tariffe sui vini francesi.
Tuttavia, proprio in una conferenza stampa congiunta con il presidente americano Donald Trump a Biarritz lo scorso 26 agosto, Macron si è detto soddisfatto di aver trovato un compromesso per allentare le tensioni. “Penso che abbiamo trovato un ottimo accordo “, ha dichiarato il capo di Stato francese a fianco di Trump, ammettendo che in passato c’era stato molto nervosismo sulla nuova tassa contro i colossi della tecnologia.

L’OCSE e la Gafa Tax

La vera novità però, è che il compromesso francese proposto al G7 di Biarritz potrebbe spianare la strada a un successivo accordo più ampio a livello dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico. L’Ocse, che sovrintende alle strutture fiscali internazionali in 36 Paesi membri, da tempo propone infatti di lavorare a livello multilaterale verso la realizzazione di una nuova soluzione a lungo termine nell’affrontare le sfide fiscali derivanti dalla digitalizzazione dell’economia.
A gennaio, Pascal Saint-Amans, direttore del centro Ocse per la politica fiscale e l’amministrazione, affermava in una nota rilasciata a seguito dell’ultimo Inclusive Framework che “i Paesi membri hanno concordato di esplorare potenziali soluzioni che aggiornerebbero i principi fiscali fondamentali per l’economia del ventunesimo secolo, in cui capita che le imprese siano fortemente coinvolte nella vita economica di diverse giurisdizioni senza alcuna presenza fisica significativa”.
“Inoltre, le caratteristiche dell’economia digitalizzata aggravano i rischi, consentendo a strutture che spostano i profitti verso entità che sfuggono alla tassazione o sono tassate a livelli molto bassi. Stiamo esplorando questo problema e le possibili soluzioni “, ha affermato Saint-Amans.
Le potenze del G7 riunite a Biarritz hanno stabilito che nel gennaio 2020 l’Ocse dovrà delineare “l’architettura” del nuovo sistema fiscale, al fine di proporre una soluzione completa entro la fine del 2020 in vista del prossimo G20 a Ryadh. Tuttavia, pur concordando sulla necessità di introdurre un’imposta comune sulle società digitali, i membri del G7 non sono riusciti a concordare il livello della tassazione.
Macron, dunque, in attesa della soluzione comune che dovrà essere studiata dall’Ocse, ha imposto la propria Gafa Tax anticipando tutti gli altri Paesi membri (specialmente le potenze europee) e adottando una soluzione temporanea in vista del nuovo modello di tassazione comune che, per il momento, tarda a decollare.
Come ha spiegato al G7 il ministro delle finanze francesi, Bruno Le Maire, in base all’accordo raggiunto a Biarritz le autorità fiscali di Parigi esamineranno quanto le società hanno pagato in Francia con la Gafa Tax di Macron e quanto dovrebbero pagare secondo la nuova formula internazionale ancora da decidere, così che tutto ciò che viene pagato in eccesso rispetto alla soluzione eventualmente proposta dall’Ocse verrà riaccreditato alle aziende.

I vantaggi della mossa francese

L’aspetto fondamentale da considerare nel quadro della mossa francese è ovviamente il lungo percorso che la tassazione ideata dall’Ocse dovrà affrontare.
Lo stesso Le Maire, in una intervista rilasciata al Guardian in occasione del G7, non ha nascosto i dubbi di Parigi sulla riuscita del modello Ocse.
“Se non siamo in grado di trovare un compromesso tra sette paesi, non so come riusciremo a trovare un compromesso tra 36 paesi”.
“Abbiamo chiarito fin dall’inizio che non appena verrà adottato un compromesso a livello dell’Ocse, ritireremo la nostra tassazione nazionale ma finché non esisterà una soluzione internazionale, implementeremo la nostra soluzione a livello nazionale”.
Nel frattempo, si prevede che questa nuova imposta, che ha già suscitato le ire dei giganti americani, aggiungerà oltre 400 milioni di euro alle casse dell’Erario francese nel 2019, mentre potrebbe far salire gli incassi di Parigi addirittura fino a 650 milioni di euro nel 2020.

Il futuro dei colossi digitali in Europa

Neppure a livello dell’Unione europea sembra esserci un fronte comune nell’affrontare il tema della tassazione dei colossi digitali. Sebbene il Commissario europeo alla Concorrenza, Margrethe Vestager non abbia mai nascosto la sua volontà di tassare le grandi società che operano online in tutto il vecchio continente, l’UE ha fatto pochissimi progressi sul tema dato che la Germania non ha ancora una strategia ben precisa sulla questione, mentre ci sono Stati membri, come il Lussemburgo e l’Irlanda, che approfittano delle bassissime tasse sulle società digitali e che, ovviamente, si oppongono con fermezza alla proposta.
Tuttaviala conferma giunta pochi giorni fa di “Lady Tax” – come veniva definita da Trump la Vestager per via delle sue maxi-multe ai giganti della Silicon Valley – nella squadra della nuova Commissione Europea guidata da Ursula von der Leyen, apre nuovi scenari per il futuro delle società 2.0 nell’Ue.
La Vestager, oltre ad aggiungere la nomina come vice alla Concorrenza, ha ricevuto anche la delega all’Agenda digitale, un capitolo fondamentale per i prossimi anni della Commissione europea, che come ha sottolineato la von der Leyen nel suo discorso di insediamento, saranno focalizzati sulla nuova rivoluzione digitale.
La Gafa Tax introdotta da Macron apre così ufficialmente la strada verso la tassazione dei grandi colossi online in Europa, una mossa che oltre a portare nuovi introiti nelle casse dei Paesi membri potrebbe anche ribaltare gli equilibri nel business del digitale, dando un po’ di fiato alle imprese europee rimaste indietro nella loro incessante rincorsa dei giganti americani e cinesi.

OCSE: 'I ventenni italiani di oggi andranno in pensione a 71 anni'

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Di Salvatore Santoru

Secondo le previsioni dell'OCSE gli italiani che oggi hanno vent'anni o poco più potranno andare in pensione a 71 anni.

Come riporta il Corriere Della Sera(1) tale stima è stata riportata nel Panorama sulle Pensioni dell’Ocse pubblicato a Parigi e come l'Italia è messa l'Olanda, mentre in Danimarca i giovani di oggi dovrebbero andare in pensione a 74 anni.

NOTA:

(1) http://www.corriere.it/economia/17_dicembre_05/allarme-dell-ocse-giovani-italiani-andranno-pensione-71-anni-077605e4-d9ad-11e7-97c8-2b2709c9cc49.shtml

Ocse: Italia in fondo per laureati, spesa a istruzione e “Neet”

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In Italia gli adulti laureati sono, in proporzione, meno che negli altri paesi europei (il 18% di laureati, contro il 37% della media Ocse), con una prevalenza maggiore di laureati in discipline umanistiche: il 30% degli adulti italiani con un’istruzione superiore è laureato in queste discipline, la percentuale più alta tra i Paesi Ocse.
L’orientamento dei neolaureati italiani è quindi poco legato ai bisogni emergenti dell’economia: il 39% dei neolaureati di primo livello si è laureato in discipline artistiche/umanistiche, con conseguenze negative per il tasso di occupazione dei laureati, particolarmente tra le donne, più spesso laureate in discipline a basso tasso di occupazione. E’ quanto emerge dal rapporto “Education at a Glance 2017 – Uno sguardo sull’educazione” che l’OCSE ha presentato oggi, in tutto il mondo, offrendo risposte, e numeri per illus¡trare lo stato dell’¡educazione nei Paesi membri dell’organizzaaione.
Secondo il dossier, l’Italia resta agli ultimi posti per spesa pubblica nell’istruzione (dati 2014): ha speso per l’istruzione il 4% del suo Pil (-7% sul 2010) contro il 5,2% della media Ocse, ha destinato il 7,1% della spesa delle amministrazioni pubbliche al ciclo dell’istruzione (-9% sul 2010) e ha speso in media 9.300 dollari USA per studente contro i 10.800 della media Ocse.
In Italia il livello di istruzione della popolazione adulta è più alto nelle regioni del Centro, ma i giovani laureati si concentrano anche nelle regioni più dinamiche del Nord. La Provincia di Trento è la regione con il più alto tasso di istruzione terziaria tra i giovani. Il divario di istruzione tra Centro-Nord e Sud si accentua tra i giovani. Il tasso di istruzione terziaria dei giovani in Veneto è quasi doppio rispetto alla popolazione adulta nel suo insieme.
Nel nostro Paese, inoltre, è ancora molto elevata la percentuale di Neet 18-24enni (giovani non impegnati nello studio, nel lavoro né nella formazione: il 26% contro una media Ocse del 14%, peggio dell’Italia c’è solo la Turchia), soprattutto in Campania, Sicilia e Calabria dove più di 1 giovane su 3 è Neet (rispettivamente il 35%, 38% e 38%).
Per quanto riguarda l’istruzione tecnica e professionale, la maggior parte dei giovani italiani è iscritta a un percorso di studi a indirizzo tecnico-professionale, un comparto che garantisce buoni tassi di occupazione per i giovani. In generale la partecipazione degli adulti (25-64enni) a percorsi di formazione formale o non formale resta tra le più basse tra i Paesi OCSE: tra gli adulti solo uno su quattro partecipa a dei percorsi di formazione.
Sav MAZ

Panico tra i banchi: gli studenti italiani sono tra i più ansiosi d’Europa

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Socievoli ma ansiosi, amichevoli ma spesso in preda al panico. Sono così gli studenti italiani, secondo uno studio dell’Ocse sul benessere scolastico che evidenzia come in Italia le scuole i cui studenti si ritengono maggiormente soddisfatti della vita siano caratterizzate da un buon clima di disciplina e da una forte percezione, da parte degli studenti, che gli insegnanti delle materie scientifiche si interessano all’apprendimento di ciascuno studente e aiutano gli studenti nell’apprendimento. Gli studenti italiani, però, hanno riportato livelli di ansia scolastica più elevati che nella media Ocse: il 56% diventa nervoso/a quando si prepara per un test (media OCSE: 37%); il 70%, anche se è preparato/a, quando deve fare un test è molto in ansia (media OCSE: 56%). L’ansia scolastica è uno dei maggiori fattori associati a una scarsa soddisfazione con la vita. In Italia, l’ansia scolastica è più frequente nelle scuole i cui studenti studiano per oltre 50 ore a  settimana (a scuola e fuori scuola).
Per quanto riguarda il sentimento di appartenenza a scuola gli studenti in Italia riportano un valore vicino alla media dei paesi Ocse. Tuttavia, gli studenti con un background di immigrazione riportano in Italia un livello più basso della media degli studenti immigrati negli altri paesi Ocse: il 68 % degli studenti non immigrati (media OCSE: 83%), ma solo il 63% degli studenti immigrati di prima generazione (nati al di fuori dell’Italia; media Ocse: 79%) riportano di essere d’accordo o molto d’accordo con l’affermazione ”Mi sembra di piacere agli altri studenti”. Anche tra gli studenti
immigrati di seconda generazione (nati in Italia, da genitori non nati in Italia): il 71% di tali studenti ritiene di piacere agli altri studenti (media OCSE: 83%)

Studenti ben predisposti alle relazioni sociali

 Sul fronte della socialità i ragazzi italiani se la cavano piuttosto bene, l’83% degli studenti in Italia, contro una media Ocse del 78% sono d’accordo con l’affermazione “A scuola faccio amicizia facilmente”. Bene anche per quanto riguarda la percezione del sostegno da parte dei genitori. Il 96% degli studenti italiani riportano che i genitori sono interessati alle loro attività scolastiche (media OCSE: 93%) e l’87 % riportano che i genitori li sostengono quando affrontano delle difficoltà a scuola (media OCSE: 91%).  Per quanto riguarda infine l’uso di Internet il 23% degli studenti italiani riportano di usare Internet per oltre 6 ore al giorno, fuori dalla scuola, in un normale giorno della settimana, e sono pertanto ritenuti consumatori estremi di Internet. In media, gli studenti in Italia usano Internet per 165 minuti al giorno, durante la settimana e per 169 minuti durante il fine settimana contro una media Ocse di 146 minuti e 184 minuti. Il 47% degli studenti italiano riportano ”sentirsi proprio male se non c’è una connessione a Internet” (media Ocse 54%). I consumatori estremi di Internet, in Italia come in altri paesi, hanno tendenzialmente peggiori risultati a scuola, maggiori probabilità di saltare scuola o arrivare in ritardo, e minori probabilità di pensare di conseguire una laurea o un diploma universitario.

SCUOLA, L'OCSE: 'L'83% DELLE INSEGNANTI E' DONNA,IN ITALIA IL RECORD'

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Di Salvatore Santoru

Secondo il rapporto "Gender imbalances in the teaching profession (“Squilibri di genere nella professione docente”)" dell'OCSE nella scuola vi sarebbe un'eccessivo gender gap.
Secondo l'OCSE in tutti i paesi europei c'è un predominio femminile nella scuola, con l'Italia in testa.
Il record è raggiunto dalle scuole d'infanzia, con soli 612 maschi su 87.101 insegnanti mentre sale agli istituti superiori, dove le donne costituiscono il 66% del corpo docente.
Inoltre, come riportato dall'Agi è sempre femminile il 90% di chi consegue la laurea nel campo dell'insegnamento.

PER APPROFONDIRE:http://www.agi.it/cronaca/2017/03/22/news/ocse_rapporto_insegnamento_uomini_donne_disparit-1611141/

Il diktat dell'Ocse al governo: "Aumentare le tasse sulla casa"

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Di Sergio Rame
Ancora tasse. La ricetta per il governo italiano è sempre la stessa, sia che venga dall'Unione europea sia che a proporla sia l'Ocse.
A preoccupare sono il rapporto tra deficit e pil che, secondo l'Economic survey dell'Ocse sull'Italia, si attesterà al 2,3% quest'anno per poi scendere al 2,2% il prossimo, e il rapporto tra debito e pil che, invece, stato stimato al 132,7% nel 2017 e in calo al 132,1% nel 2018. A minacciare maggiormente i conti, però, sono le criticità del sistema bancario e i continui sbarchi di immigrati. Una cattiva gestione che ora l'istituto di Parigi vorrebbe coprire facendoci aumentare le imposte sulla casa.
L'economia italiana "è in via di ripresa dopo una lunga e profonda recessione" ma la ripresa "è debole e la produttività continua a diminuire". L'Ocse ha rivisto leggermente al rialzo la stima di crescita del pil allo 0,9% nel 2016 e all'1% nel 2017 rispetto alle previsioni contenute nel Global economic outlook di novembre che stimava una crescita dello 0,8% per lo scorso anno e dello 0,9% per quello in corso. Tuttavia, le nuove turbolenze sui mercati finanziari nell'area euro e le criticità del sistema bancario potrebbero innalzare lo spread e rendere necessaria una "stretta" di bilancio in Italia. Secondo l'Economic survey, l'antalena sui titoli di Stato potrebbe portare a un aumento del "costo di finanziamento del debito" e rendere, quindi "necessario un irrigidimento di bilancio""Un calo della crescita del commercio internazionale frenerebbe le esportazioni - spiega l'organizzazione di Parigi - e la crisi dei migranti potrebbe nuovamente inasprirsi pesando sulle finanze pubbliche e aggravando le difficoltà di gestione di un maggior afflusso di migranti". Inoltre, si legge sempre nel rapporto, "l'aumento dei prezzi del petrolio e dell'energia potrebbe far calare il potere di acquisto delle famiglie e di conseguenza i consumi privati".
Oltre a tirare le orecchie, l'Ocse sale pure in cattedra a dettare l'agenda del governo. E conferma la propria "predilezione" per la tassazione degli immobili residenziali considerata "favorevole alla crescita". Nel rapporto sull'Italia appena diffuso, l'organizzazione sottolinea come questa tassazione sia "sottoutilizzata" nel nostro paese e si definisce "un passo indietro" l'abolizione di Imu e Tasi sulle prime case. Anzi, nel rapporto si invita a "reintrodurre le tasse sulle prime case così da generare lo spazio fiscale per ridurre la tassazione sulle attività produttive". Ponendo l'accento sul rinvio della revisione delle rendite catastali, l'Ocse invita il governo a procedere "con regolarità a rivedere il valore imponibile delle proprietà immobiliari" per evitare disuguaglianze.

Tito Boeri (Inps): "I trentenni di oggi in pensione a 75 anni e con assegno basso". Allarme anche da Ocse

BOERI
Di Giuseppe Colombo
Si può, anzi si deve, fare di più: l’Italia è avvisata. Sul banco degli imputati ci sono le pensioni. L'Inps avverte sul rischio povertà per i trentenni di oggi, che andranno in pensione a 75 anni e con un assegno mediamente più basso del 25 per cento. La raccomandazione, tutt’altro che benevola, arriva anche dall’Ocse: la sostenibilità finanziaria ha bisogno di “ulteriori sforzi” se si vuole mantenere il sistema in equilibrio. Tradotto: servono ancora riforme. Il lavoro fatto fin qui è stato importante sì, ma non è bastato: la spesa è a livelli record, il peso dei contributi sul lavoro dipendente non ha eguali in Europa, mentre le tasche dei pensionati sono sempre più vuote.
Oltre alla bacchettata dell’Ocse, un’altra spallata al Governo sul fronte della previdenza è arrivata dal presidente dell’Inps, Tito Boeri: i trentenni di oggi dovranno lavorare fino a 75 anni per avere la pensione e in tasca si ritroveranno assegni molto meno pesanti rispetto a quelli attuali. Uno scenario cupo, che per la ‘generazione 1980’ potrebbe aggravarsi ancora di più: per molti di loro, infatti, secondo Boeri, si profila il rischio della povertà assoluta, ovvero di non avere alcun reddito a causa dell’impossibilità di raggiungere “un certo ammontare di prestazione prima dell’età pensionabile” con le regole del sistema contributivo.
Nel rapporto Pensions at a glance 2015, l’organizzazione con sede a Parigi non lascia spazi a dubbi: l’analisi impietosa parla di una spesa pubblica per la previdenza che nel nostro Paese ha registrato un livello quasi doppio rispetto alla media Ocse. Tra il 2010 e il 2015 ha assorbito il 15,7% del Pil. Nessuno, tranne la Grecia, ha fatto peggio e avvicinarsi alla media per ora è solo una chimera dato che si attesta all’8,4% del prodotto interno lordo. Ancora record, sempre in negativo, sul fronte dei contributi previdenziali, che pesano come un macigno sul lavoro dipendente e quindi sulle retribuzioni.
Dall’Europa arriva un segnale chiaro: per le pensioni si spende molto. Troppo. E il progressivo invecchiamento della popolazione italiana di certo non aiuterà a invertire questo trend. C'è poi un altro elemento che renderà il percorso dell’Italia ancora più impervio: il costo dei rimborsi parziali che sono già partiti dopo la sentenza della Corte Costituzionale che ha dichiarato illegittimo il blocco della perequazione delle pensioni sopra i 1.500 euro al mese nel 2012-2013.
Un tema, quello dell’applicazione della decisione della Consulta, che sembrava assopito e 'risolto' e che ora ritorna invece prepotentemente in auge dato che l’Ocse sottolinea la necessità di trovare “ulteriori risorse” nel breve periodo per ridurre l’impatto sulle casse dello Stato, già gravate da una spesa eccezionale.
Problemi da risolvere subito. E anche grandi questioni che hanno un arco temporale più lungo, ma che non per questo possono essere affrontate in ritardo: l’ostacolo del sistema contributivo per i giovani. Le analisi dell'Ocse e dell'Inps sono in perfetta sintonia. Per l'Europa è un impianto che vede i giovani a forte rischio: "In futuro - spiega il rapporto - i trattamenti pensionistici saranno più bassi per molti lavoratori e per i più sfortunati tra i pensionati di domani, ovvero quei giovani che non riescono a entrare nel mercato del lavoro, le prospettive sono ancora più fosche”. Parole molto simili a
quelle pronunciate da Boeri: “Se l’economia italiana non cresce almeno dell’1% all’anno e non c’è un processo di maggiore stabilizzazione del lavoro iniziando con prospettive di carriera più lunghe, senza tutte le interruzioni che contraddistinguono spesso i contratti temporanei o precari, ci potrebbero essere problemi molto seri in futuro”.
Tempi bui per i pensionati. I margini di azione del Governo appaiono ristretti: interventi immediati per ridurre la spesa non sono al momento possibili, la flessibilità in uscita è stata rinviata al prossimo anno e il cantiere è tutt’altro che a buon punto. In pressing ci sono poi i sindacati, che chiedono modifiche alla riforma Fornero, e la stessa Inps, che ha suggerito più di una mossa a palazzo Chigi per togliere un po’ di castagne dal fuoco. Suggerimenti rimasti, però, inascoltati. E oggi Boeri è ritornato di nuovo a punzecchiare l’esecutivo, delineando uno scenario nerissimo, segno che i rapporti con palazzo Chigi sono tutt'altro che distesi.

La tendenza al protezionismo nei paesi di sviluppo rallenta gli investimenti, l'allarme degli esperti del G20 e dell'Ocse

Lavoratori impegnati  in un mercato  nel centro di Dhaka in Bangladesh (Ap)



Una crescente tendenza al protezionismo sta frenando gli investimenti nei Paesi in via di sviluppo, bloccando così interi settori dell’economia reale. Questo l’allarme lanciato dagli esperti del G20 e dell’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) in un vertice a Istanbul. 






La debolezza degli investimenti nei Paesi in via di sviluppo è causata non solo dall’assenza di regole, ma soprattutto dalle crescenti strategie protezionistiche, fattori che contribuiscono ad aumentare sentimenti di diffidenza da parte degli investitori. Il tentativo di creazione di un quadro normativo di carattere internazionale sugli investimenti si sta scontrando con una serie di ostacoli a livello di legislazione nazionale. Questa tendenza al protezionismo nel tempo di un’economia sempre più globale, secondo Robert Koopman, economista della Wto, si sta ripercuotendo soprattutto sugli investimenti in campo tecnologico. Secondo Koopman «i Paesi utilizzano la tecnologia sviluppata localmente per massimizzare la produzione interna, specie manifatturiera, ottenendo però il risultato opposto. I prodotti perdono di qualità e competitività sul mercato internazionale e a quel punto torna a crescere la domanda di tecnologia».
Un altro fattore frenante è il numero crescente di accordi commerciali di carattere bilaterale, un ostacolo, secondo Matthias Machnig, sottosegretario tedesco all’Economia, per la crescita degli investimenti su base globale.

Occupazione giovanile, Ocse: "Solo Grecia peggio dell'Italia"



Di Sergio Rame

L'Ocse affonda l'Italia. Dall’ultimo Rapporto su giovani e occupazione, pubblicato oggi dall'istituto di Parigi, emerge che in Italia il tasso di occupazione dei giovani tra 15 e 29 anni è sceso di quasi 12 punti percentuali tra il 2007 e il 2013, passando dal 64,33% al 52,79%, il secondo peggior dato tra i Paesi Ocse, dietro alla sola Grecia (48,49%).

Fonte e articolo completo:http://www.ilgiornale.it/news/economia/occupazione-giovanile-ocse-solo-grecia-peggio-dellitalia-1133570.html

Ucraina mette al bando i simboli del comunismo, l'Ocse denuncia: “Libertà di parola a rischio”

Di Alfonso Bianchi
L’Ucraina procede nel suo processo di ‘decomunistizzazione’. Il presidente Petro Poroshenko ha firmato venerdì scorso la legge approvata dal Parlamento “Sulla condanna dei regimi totalitari del comunismo e del nazionalsocialismo e il divieto dei simboli di propaganda”, la cui violazione comporta una pena potenziale di detenzione o di cessazione delle attività di un media dai cinque ai dieci anni. Tutti i simboli del passato regime comunista saranno banditi, e tutte le statue di Lenin e altri leader della rivoluzione Bolscevica verranno distrutte. Sarà vietato poi “smentire pubblicamente la natura criminale del regime totalitario comunista del 1917-1991”. A rischio anche l’attività legale del Partito comunista ucraino, che già lo scorso luglio era stato espulso dal vecchio Parlamento con l’accusa di sostenere i ribelli pro russi.
L’entrata in vigore del provvedimento è stata criticata dall’Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, che l’ha definita una “potenziale minaccia alla libertà di parola e di espressione”. Secondo la responsabile per la Libertà dei Media dell’organizzazione, Dunja Mijatović, “la definizione vaga e non ben definita” del testo “limita la possibilità degli individui di esprimere opinioni sugli eventi passati e su persone”, e per questo “potrebbe facilmente portare alla soppressione di un discorso politico, provocatorio e critico, in particolare nei mezzi di informazione”. “Restrizioni sproporzionate alla libertà dei media non possono mai essere giustificati in uno Stato democratico e i significativi progressi dell’Ucraina in questo settore dovrebbero essere preservati, non minati”, ha affermato ancora Mijatović.
La rappresentante dell’Ocse ha criticato anche un’altra legge, pure firmata dal presidente Poroshenko, quella “Sulla status giuridico e sull’onorare i combattenti per l’indipendenza ucraina nel ventesimo secolo”, un testo che introduce la responsabilità penale per chi manca di rispetto pubblicamente verso alcuni gruppi di combattenti per l’indipendenza ucraina e che criminalizza la negazione pubblica della legittimità della loro lotta per l’indipendenza del Paese. Tra questo gruppi c’è anche la controversa formazione politica guidata da Stepan Bandera, l’Organizzazione dei nazionalisti ucraini (Oun) e il suo braccio armato, l’Esercito insurrezionale ucraino, ai cui veterani verrà garantita anche una pensione speciale. Bandera durante la guerra si alleò con l’esercito nazista per combattere i sovietici nel periodo 1943-1944. Le sue milizie, che dirigeva dalla Germania, furono implicate nel massacro etnico di circa 70mila forse 100mila polacchi in Volhyn e Galizia nonché in diversi episodi di atrocità contro la popolazione ebraica. Dopo la guerra, le milizie hanno continuato una lotta partigiana contro l’Unione e sovietica fino al 1950.
Fortemente critico contro il provvedimento anti-comunista approvato in Ucraina anche il gruppo della Sinistra unita Gue al Parlamento europeo. “È un altro duro colpo da parte del governo apparentemente democratico del Paese, che ha lo scopo di mettere a tacere le forze che si battono per la pace in Ucraina”, ha attaccato il cipriota Neoklis Sylikiotis secondo cui l’Unione europea “ha la responsabilità di intervenire e condannare questa azione penale illecita che è la prova che si tratta di un governo guidato da forze di estrema destra che si comportano in modo autoritario e antidemocratico”.
Per Inês Zuber la legge “traccia un parallelo inaccettabile tra il comunismo e il nazismo che il nostro gruppo non può che condannare nei termini più forti possibili”, in quanto “non solo equivale a un attacco a tutto campo delle libertà fondamentali, in quanto limiterà severamente la libertà di parola, di stampa e metterà fuorilegge il partito comunista ucraino e le sue attività”, ma rischia anche “di aggravare le tensioni nel Paese lacerato dalla guerra e contribuire così a una escalation del conflitto”.

La metà dello stipendio lordo se ne va in tasse

Tasse
Il rapporto Tax Wage 2014 dell’OCSE misura l’importo delle tasse in circa la metà dello stipendio lordo.
Secondo il rapporto, il cosiddetto cuneo fiscale per un lavoratore dipendente single (esempio di base) ha raggiunto il 48,2% nel 2014, in aumento di 0,4 punti rispetto al 2013.  Il dato supera ampiamente la media OCSE che è pari al 36% e si conferma anche fra i più alti in Europa.
L’Italia è solo sesta per quanto concerne la tipologia di base, superata dal Belgio (55,6%), dall’Austria (49,4%), dalla Germania (49,3%), dall’Ungheria (49%) e dalla Francia (48,4%), ma considerando il prelievo sulle famiglie monoreddito con 2 figli, il peso è pari al 39% e fa scalare qualche posto in classifica al Bel Paese, dopo Grecia (43,4%), Belgio (40,6%) e Francia (40,5%).
La maggiore incidenza è quella dell’imposta sul reddito (Irpef) che pesa per il 16,7%. Salato anche il costo sostenuto dai datori di lavoro, con contributi che incidono per il 24,3% del costo totale, mentre il contributo a carico del lavoratore in busta si ferma al 7,2%.

Salute globale: l'Europa non rispetta gli impegni


Di Dario Lo Scalzo
Le principali economie dei paesi europei membri dell’OCSE non rispettano gli impegni assunti per la salute globale. Nel 1970 con una risoluzione delle Nazioni Unite tali paesi s’impegnarono a devolvere lo 0,7% del Prodotto Interno Lordo (PIL) in aiuto pubblico allo sviluppo per la salute. Nel 2001, la Commissione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) raccomandò di finanziare la salute globale con lo 0,1% del PIL.

Il Rapporto di Azione per la salute globale (Action for Global Heath - AfGH) presentato a Roma il 27 Novembre evidenzia le gravi inadempienze da parte dei maggiori paesi europei.

Il Report dal titolo “Risultati o retorica? Tutto quello che non sapevate sull’Aiuto pubblico allo sviluppo europeo per la salute” divulga le analisi e i dati più recenti relativi all’Aiuto Pubblico allo Sviluppo (APS) per la salute delle principali economie europee, come Germania, Francia, Paesi Bassi, Regno Unito, Italia, Spagna. La ricerca mostra che, eccezion fatta per il Regno Unito e i Paesi Bassi, gli altri paesi non hanno ancora raggiunto l’obiettivo dello 0,1% del PIL di aiuti per la salute globale con inevitabili conseguenze per milioni di persone del pianeta.

Il Rapporto di Azione per la salute globale è stato presentato il 27 novembre a Roma
Per comprendere la portata delle argomentazioni è bene enfatizzare alcuni numeri: la spesa media pro-capite per la salute nei paesi a basso reddito è stimata in 20 dollari annui (per alcuni paesi l’ammontare è anche inferiore) mentre quella dei paesi occidentali si stima in 947 dollari. Il target da raggiungere per dare una mano non indifferente ai paesi più svantaggiati è quello di 44-60$ pro-capite, ciò che garantirebbe alle popolazioni dei paesi più poveri l’accesso ai servizi sanitari essenziali. Indirizzare agli aiuti per la salute globale lo 0,1% del PIL dei paesi sviluppati occidentali equivarrebbe a colmare il gap raggiungendo il target base dei 44-60$ che, per intenderci, salverebbe 8 milioni di vite all’anno.

Nonostante le buone intenzioni, tuttora esiste una forte disparità tra i livelli di spesa attuali per l’APS e gli impegni sottoscritti dai paesi sviluppati in un contesto in cui, tra l’altro, la percentuale di aiuti per la salute globale è in diminuzione per quasi tutti i paesi donatori. Ma non è tutto, approfondendo l’analisi, emerge che esiste un divario ancora più netto in merito alle risorse reale concesse ai paesi più poveri se dal conteggio si escludono le spese che non contribuiscono direttamente alla salute globale. Alcuni paesi, come Francia e Germania, ad esempio, fanno ricorso a prestiti ai paesi a basso e medio reddito piuttosto che alle sovvenzioni.



Per quanto riguarda l’Italia, il contributo si è notevolmente ridotto passando da 647 milioni di dollari nell’epoca dorata del 2008 a 338 nel 2010 mentre, secondo una stima di AfGH, nel 2011 gli aiuti si attesterebbero intorno ai 345 milioni di dollari. Si tratta di un contributo pari a circa lo 0,017% del PIL, ben lungi dall’obiettivo dello 0,1%.

Francia, Germania, Italia e Spagna insieme contribuiscono a creare un divario di oltre 6,2 miliardi di dollari. In altre parole, per il raggiungimento della quota dello 0,1% del PIL e per fornire un serio aiuto alla salute globale occorrerebbe che i paesi citati trasferissero ancora risorse reali pari a quell’importo.


Dal rapporto emerge che Le principali economie dei paesi europei membri dell’OCSE non rispettano gli impegni assunti per la salute globale
Chi viene promosso? Il Regno Unito ed i Paesi Bassi ma anche alcuni paesi nordici come Svezia, Norvegia, e poi il Lussemburgo e l’Irlanda.

Interessante il modello del Regno Unito che, in piena crisi economica, ha preferito blindare il budget destinato all’APS. Il governo britannico ha costruito la sua strategia su quattro assi: lo slogan “value for money” con l’idea veicolata alla popolazione che gli aiuti sono realmente benefici nelle realtà più povere e quindi sono soldi pubblici spesi per una giusta causa, il forte coinvolgimento di partner della società civile e delle ONG, una divulgazione ed un’informazione sistematica sullo sviluppo internazionale attraverso i canali mediatici ed infine, aspetto più utilitaristico, il considerare l’APS come un ulteriore leva per le relazioni e gli affari con l’estero.

Numeri, cifre, statistiche sulla base delle quali è giusto ragionare e pianificare per agire e ridurre il gap tra il nord e il sud del mondo, quanto meno in merito alla salute e alla mortalità. Ma spesso gli aiuti sono anche affari ed affarismo, interessi dei finanziatori privati e degli Stati.

È bene ricordare qualcosa che in molti sembrano avere dimenticato nei lustri trasformando anche la salute in merce: il diritto alla salute. C’è una bella sfida politico-culturale da raccogliere!

Fonte:http://www.ilcambiamento.it/diritti_umani/rapporto_salute_globale_2012.html

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