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La proposta del think tank inglese guidato dall'ex ministro Tory: 'Diamo 11mila euro ai giovani per diminuire le diseguaglianze'

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Di Salvatore Santoru

11.400 euro a tutti i giovani al compimento dei 25 anni.
È questa l'innovativa proposta fatta dalla Commissione Intergenerazionale del think tank Resolution Foundation(1), guidato dal politico del Partito Conservatore David Willetts e composto dai rappresentanti dei sindacati e della 'Confindustria britannica'.

Stando al rapporto, come riporta 'The Guardian'(2), c’è ormai un forte baratro di diseguaglianza tra la generazione dei Baby Boomers e i millenials, ovvero siai giovani nati tra il 1981 e il 2000.
Come riporta 'La Stampa'(3) i giovani britannici, generalmente considerati "bamboccioni" come in Italia, nel 2001 avevano gli stessi livelli di consumo dei 55-64enni mentre oggi  consumano il 15% in meno dei loro padri.

Stando allo stesso articolo della Stampa, la proposta della Resolution Foundation può aprire il dibattito anche in Italia.

NOTE:

(1) https://en.wikipedia.org/wiki/Resolution_Foundation

(2) https://www.theguardian.com/money/2018/may/08/give-millennials-10000-each-to-tackle-generation-gap-says-thinktank

(3) http://www.lastampa.it/2018/05/09/economia/undicimila-euro-ai-giovani-per-ridurre-le-diseguaglianze-Jp2ewJEtzE6PPanGhmNdRI/pagina.html

SONDAGGIO IXÈ, maggioranza dei giovani under 35 critica verso l'immigrazione

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Di Salvatore Santoru

Stando a un nuovo sondaggio condotto dalla società Ixè, la maggior parte dei giovani è critica verso l'attuale immigrazione di massa.
Più specificatamente, il 40% dei giovani under 35 chiede più controlli dei flussi migratori e il 25% ritiene che bisogna bloccare la stessa immigrazione.

Invece, il 35% sostiene di essere favorevole all'attuale immigrazione.

PER APPROFONDIRE, 
http://it.blastingnews.com/cronaca/2018/02/sondaggio-ixe-la-maggioranza-dei-giovani-e-contro-lattuale-immigrazione-002343563.html.

OCSE: 'I ventenni italiani di oggi andranno in pensione a 71 anni'

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Di Salvatore Santoru

Secondo le previsioni dell'OCSE gli italiani che oggi hanno vent'anni o poco più potranno andare in pensione a 71 anni.

Come riporta il Corriere Della Sera(1) tale stima è stata riportata nel Panorama sulle Pensioni dell’Ocse pubblicato a Parigi e come l'Italia è messa l'Olanda, mentre in Danimarca i giovani di oggi dovrebbero andare in pensione a 74 anni.

NOTA:

(1) http://www.corriere.it/economia/17_dicembre_05/allarme-dell-ocse-giovani-italiani-andranno-pensione-71-anni-077605e4-d9ad-11e7-97c8-2b2709c9cc49.shtml

In Italia i lavoratori più anziani d’Europa: solo il 12% è under 30

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L’Italia ha la popolazione lavorativa più anziana d’Europa. Nel 2016, segnala l’Ufficio studi della Cgia, l’età media degli occupati in Italia era di 44 anni, contro una media di 42 registrata nei principali paesi Ue. Negli ultimi 20 anni, inoltre è salita di 5 anni, un incremento che in nessun altro paese è stato così rilevante. 

A seguito del calo demografico, dell’allungamento dell’età media e di quella lavorativa, in Italia si contano nei luoghi di lavoro pochissimi giovani e molti over 50. Se, infatti, nel nostro paese l’incidenza dei giovani (15-29 anni) sul totale degli occupati è pari al 12 per cento, in Spagna è al 13,2, in Francia al 18,6, in Germania al 19,5 e nel Regno Unito al 23,7 per cento. 

Per contro, nel nostro Paese l’incidenza degli ultra 50enni sul totale degli occupati è del 34,1 per cento. Solo la Germania registra un dato superiore al nostro e precisamente del 35,9 per cento, mentre in Spagna è del 28,8, in Francia del 30 e nel Regno Unito del 30,9 per cento.  

«Con pochi giovani e tante persone di una certa età ancora presenti nei luoghi di lavoro - segnala il coordinatore dell’Ufficio studi della CGIA Paolo Zabeo - le nostre maestranze possono contare su una grande esperienza ed un’elevata professionalità, tuttavia stanno riemergendo una serie di problemi che credevamo aver definitivamente superato. In primo luogo, sono tornati a crescere, soprattutto nei mestieri più pesanti e pericolosi, gli incidenti e la diffusione delle malattie professionali. In secondo luogo, il numero di attività caratterizzato da mansioni di routine è molto superiore al dato medio europeo. Con l’avvento dei nuovi processi di automazione e di robotica industriale rischiamo una riduzione di un’ampia fetta di lavoratori di una certa età con un livello di scolarizzazione medio-basso che, successivamente, sarà difficile reinserire nel mercato del lavoro». 

La diminuzione della presenza degli under 30 nei luoghi di lavoro è un fenomeno in atto da parecchi anni. Tra il 1996 e il 2016, sebbene lo stock complessivo dei lavoratori occupati in Italia sia aumentato, i giovani presenti negli uffici o in fabbrica sono diminuiti di quasi 1.860.000: in termini percentuali nella fascia di età 15-29 anni la variazione è stata pari al -40,5 per cento, contro una media dei principali Paesi Ue del -9,3 per cento. Sempre in questo arco temporale, tra gli over 50 gli occupati sono aumentati di oltre 3.600.000 unità, facendo incrementare questa coorte dell’89,8 per cento. Un boom che, comunque, ha interessato tutti i principali paesi dell’Ue presi in esame in questa analisi, con punte che in Spagna hanno toccato il +103,8 per cento e in Francia il +105,1 per cento.  

«Se oggi la discussione tra gli addetti ai lavori si concentra quasi esclusivamente sulle conseguenze immediate che l’avvento della tecnologia e dell’automazione ha sull’occupazione - afferma il segretario della CGIA Renato Mason - tuttavia devono essere considerati anche i cambiamenti di medio e lungo periodo indotti dalla combinazione dell’innovazione con gli andamenti demografici, segnati da una speranza di vita più lunga e dal calo delle nascite». 

A livello regionale la stima dell’età media degli occupati più alta si riscontra in Liguria (45,4), in Sardegna (45,3) e in Calabria (44,7). Le regioni che, almeno a livello nazionale, risentono meno del progressivo invecchiamento della popolazione lavorativa sono il Veneto, la Lombardia (entrambe con 43,5) e il Trentino Alto Adige (43,2). Realtà, queste ultime, che, assieme all’Emilia Romagna, registrano il più elevato numero di giovani assunti con il contratto di apprendistato. Un istituto che da sempre ha rappresentato un punto di eccellenza delle nostre maestranze e uno straordinario motore dello sviluppo. «Una volta terminata la fase di apprendimento - conclude Zabeo - questi giovani facevano qualche anno di lavoro come operai specializzati e successivamente decidevano di licenziarsi e di aprirsi la partita Iva, andando così a formare quell’esercito di artigiani e di piccoli imprenditori che hanno fatto la fortuna del nostro Paese». 

Altro che generazione Erasmus: i giovani cominciano a odiare l’UE (soprattutto in Italia e in Francia)

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Altro che generazione Erasmus: i giovani cominciano a odiare l’Europa (soprattutto in Italia e in Francia)

Di Francesco Cancellato

Due indizi forse non fanno una prova, ma perlomeno smontano il dogma del giovane cosmopolita e metropolitano che vuole vivere in un mondo senza confini. Dogma, questo, cui abbiamo dedicato i peana nei giorni della Brexit: con i vecchi campagnoli senza cuore che rubano il futuro ai loro nipoti. E ancora, la stessa solfa, con la vittoria di Trump e della retro-america, contro le coste giovani e cosmopolite che sognavano una donna presidente (perdendo tuttavia il 5% dei consensi tra il 2012 e il 2016, tra i 18-29enni)
....
Certo, i dati suggeriscono ancora che l’euroscetticismo e il nazionalismo sono molto più forti tra le persone anziane. Ma qualcosa bolle in pentola e bisognerebbe cominciare a osservarlo con attenzione. Non fosse altro per il fatto che a sostenere Matteo Renzi alle ultime primarie del Partito Democratico - il più europeista dei candidati, ed è già questo tutto dire - sono soprattutto gli over 65, mentre i giovani sono in larghissima parte elettori del Movimento Cinque Stelle, a quanto pare pure con una spiccata tendenza al complottismo. E che Emmanuel Macron in Francia, a dispetto della sua giovane età, si è classificato al terzo posto, dietro a Melenchon e Le Pen tra i giovani che votavano per la prima volta.

MA VERAMENTE L'ATTUALE UNIONE EUROPEA È AMATA DAI GIOVANI ?

Prochaine édition du Forum Européen de la Jeunesse (EYE2016)

Di Salvatore Santoru

Diversi opinionisti hanno sostenuto che il risultato del referendum sulla Brexit sia stato deciso per via del voto di "vecchi e ignoranti" contro i giovani e/o le persone colte.
Premettendo che ciò è abbastanza vero, non si può comunque non segnalare che il "mito della Giovinezza" europeista è tutt'altro che veritiero.
Per capire meglio, se si eccentua l'Erasmus, la libera circolazione comunitaria e certi indubbi progressi sociali e civili, non è che l'attuale Unione Europea piaccia così tanto o sia una "manna dal cielo" per i giovani.
Insomma, sicuramente sarà meglio l'attuale UE che il ritorno ai vecchi Stati/Nazione otto/novecenteschi ma la stessa Unione Europea non è propriamente un paradiso per la gioventù.
Si pensi al fatto che essa è guidata da "vecchi" burocrati e tecnocrati non eletti da nessuno che fanno politiche ben lontane da bisogni e desideri dei giovani, ha un certo deficit di democrazia strutturale, impone politiche "lacrime e sangue" basate su forti tagli della spesa sociale, è tanto "Unione" di nome quanto ancora disunita nella realtà e così via.

Lasciando stare il fatto di uscirne o meno, ciò che la gioventù vuole è certamente l'Unione Europea, ma non propriamente questa bensì un'Unione Europea migliore e più attenta ai bisogni dei giovani e della collettività.
Sarà per questo che la maggior parte dei giovani non ha più fiducia nei vecchi partiti politici e nelle loro obsolete ideologie e il proprio voto preferisce darlo sempre più spesso a formazioni, che a torto o a ragione, sostengono un cambiamento dell'attuale sistema dominante nell'UE.
Alla fine il problema non è tanto la diatriba europeismo/euroscetticismo, ma che questa Unione Europea ora non va e che urge cambiarla, o proseguendo con essa o creandone un'altra.

Starà al popolo e sopratutto alla gioventù scegliere il da farsi.

FOTO:http://www.europarl.europa.eu

I GIOVANI VIOLENTI HANNO UNA MALFORMAZIONE CELEBRALE: LO STUDIO DEL CNR



Il cervello degli adolescenti con gravi comportamenti antisociali è molto differente dal punto di vista anatomico rispetto a quello degli adolescenti che non mostrano tali comportamenti. A dimostrarlo, una nuova ricerca internazionale condotta in collaborazione da l'Università degli Studi di Roma 'Tor Vergata' e il Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr). Nello studio 'Mapping the structural organization of the brain in conduct disorder: replication of findings in two independent samples' delle Università di Cambridge e Southampton, pubblicato sulla rivista internazionale Journal of Child Psychology and Psychiatry, gli scienziati italiani e inglesi hanno utilizzato metodiche di risonanza magnetica per visualizzare la struttura cerebrale di adolescenti maschi con diagnosi di disturbo della condotta sociale, un grave problema neuropsichiatrico caratterizzato da estrema aggressività, uso ripetuto di armi e droghe e comportamenti menzogneri e fraudolenti. "Nello specifico, abbiamo studiato lo sviluppo coordinato di numerose regioni del cervello, prendendo in riferimento in particolare lo spessore della corteccia cerebrale", dice Luca Passamonti dell'Istituto di bioimmagini e fisiologia molecolare del Cnr (Ibfm-Cnr), attualmente in forza all'Università di Cambridge. "L'idea alla base dello studio è che le regioni cerebrali che si sviluppano in modo simile abbiano spessori corticali di livello comparabile. Studi precedenti, nostri e di altri gruppi di ricerca, avevano già dimostrato che l'amigdala degli adolescenti con gravi disturbi della condotta sociale presenta anomalie rispetto a quella di soggetti di pari età che non dimostrano tali comportamenti. Tuttavia, ritenevamo troppo semplicistico ricondurre problematiche della condotta così complesse ad anomalie in una singola regione cerebrale, ancorché importante come l'amigdala, e infatti i nostri ultimi dati hanno chiaramente mostrato che il disturbo della condotta sociale coinvolge moltissime regioni del cervello che presentano cambiamenti anatomici di natura complessa e sfaccettata". Lo studio è stato promosso e finanziato dal Wellcome Trust e Medical Research Council nel Regno Unito. I ricercatori hanno reclutato 58 adolescenti maschi con disturbo della condotta sociale (33 partecipanti nella forma che emerge nella fanciullezza, 25 nella forma che compare durante la fase adolescenziale) e 25 individui non affetti da malattie neuropsichiatriche, di età compresa tra 16 e 21 anni. I ricercatori hanno trovato che le persone con il disturbo del primo tipo, rispetto ai soggetti di controllo, mostravano un elevato numero di correlazioni nella corteccia cerebrale che potrebbe dipendere da anomalie dello sviluppo, cioè da una ridotta perdita di spessore della corteccia che normalmente si osserva con gli anni. I giovani con disturbo che emerge durante l'adolescenza presentavano un minor numero di tali correlazioni e questo potrebbe riflettere uno specifico problema di sviluppo, ad esempio l'incapacità di selezionare le connessioni simpatiche più forti e durature. 

FONTE E ARTICOLO COMPLETO:http://www.askanews.it/top-10/i-giovani-violenti-hanno-una-malformazione-cerebrale-lo-dice-il-cnr_711836744.htm

FOTO:https://sites.google.com/a/coyotes.usd.edu/awolatusd/social-issues/youthgangsviolence

Tito Boeri (Inps): "I trentenni di oggi in pensione a 75 anni e con assegno basso". Allarme anche da Ocse

BOERI
Di Giuseppe Colombo
Si può, anzi si deve, fare di più: l’Italia è avvisata. Sul banco degli imputati ci sono le pensioni. L'Inps avverte sul rischio povertà per i trentenni di oggi, che andranno in pensione a 75 anni e con un assegno mediamente più basso del 25 per cento. La raccomandazione, tutt’altro che benevola, arriva anche dall’Ocse: la sostenibilità finanziaria ha bisogno di “ulteriori sforzi” se si vuole mantenere il sistema in equilibrio. Tradotto: servono ancora riforme. Il lavoro fatto fin qui è stato importante sì, ma non è bastato: la spesa è a livelli record, il peso dei contributi sul lavoro dipendente non ha eguali in Europa, mentre le tasche dei pensionati sono sempre più vuote.
Oltre alla bacchettata dell’Ocse, un’altra spallata al Governo sul fronte della previdenza è arrivata dal presidente dell’Inps, Tito Boeri: i trentenni di oggi dovranno lavorare fino a 75 anni per avere la pensione e in tasca si ritroveranno assegni molto meno pesanti rispetto a quelli attuali. Uno scenario cupo, che per la ‘generazione 1980’ potrebbe aggravarsi ancora di più: per molti di loro, infatti, secondo Boeri, si profila il rischio della povertà assoluta, ovvero di non avere alcun reddito a causa dell’impossibilità di raggiungere “un certo ammontare di prestazione prima dell’età pensionabile” con le regole del sistema contributivo.
Nel rapporto Pensions at a glance 2015, l’organizzazione con sede a Parigi non lascia spazi a dubbi: l’analisi impietosa parla di una spesa pubblica per la previdenza che nel nostro Paese ha registrato un livello quasi doppio rispetto alla media Ocse. Tra il 2010 e il 2015 ha assorbito il 15,7% del Pil. Nessuno, tranne la Grecia, ha fatto peggio e avvicinarsi alla media per ora è solo una chimera dato che si attesta all’8,4% del prodotto interno lordo. Ancora record, sempre in negativo, sul fronte dei contributi previdenziali, che pesano come un macigno sul lavoro dipendente e quindi sulle retribuzioni.
Dall’Europa arriva un segnale chiaro: per le pensioni si spende molto. Troppo. E il progressivo invecchiamento della popolazione italiana di certo non aiuterà a invertire questo trend. C'è poi un altro elemento che renderà il percorso dell’Italia ancora più impervio: il costo dei rimborsi parziali che sono già partiti dopo la sentenza della Corte Costituzionale che ha dichiarato illegittimo il blocco della perequazione delle pensioni sopra i 1.500 euro al mese nel 2012-2013.
Un tema, quello dell’applicazione della decisione della Consulta, che sembrava assopito e 'risolto' e che ora ritorna invece prepotentemente in auge dato che l’Ocse sottolinea la necessità di trovare “ulteriori risorse” nel breve periodo per ridurre l’impatto sulle casse dello Stato, già gravate da una spesa eccezionale.
Problemi da risolvere subito. E anche grandi questioni che hanno un arco temporale più lungo, ma che non per questo possono essere affrontate in ritardo: l’ostacolo del sistema contributivo per i giovani. Le analisi dell'Ocse e dell'Inps sono in perfetta sintonia. Per l'Europa è un impianto che vede i giovani a forte rischio: "In futuro - spiega il rapporto - i trattamenti pensionistici saranno più bassi per molti lavoratori e per i più sfortunati tra i pensionati di domani, ovvero quei giovani che non riescono a entrare nel mercato del lavoro, le prospettive sono ancora più fosche”. Parole molto simili a
quelle pronunciate da Boeri: “Se l’economia italiana non cresce almeno dell’1% all’anno e non c’è un processo di maggiore stabilizzazione del lavoro iniziando con prospettive di carriera più lunghe, senza tutte le interruzioni che contraddistinguono spesso i contratti temporanei o precari, ci potrebbero essere problemi molto seri in futuro”.
Tempi bui per i pensionati. I margini di azione del Governo appaiono ristretti: interventi immediati per ridurre la spesa non sono al momento possibili, la flessibilità in uscita è stata rinviata al prossimo anno e il cantiere è tutt’altro che a buon punto. In pressing ci sono poi i sindacati, che chiedono modifiche alla riforma Fornero, e la stessa Inps, che ha suggerito più di una mossa a palazzo Chigi per togliere un po’ di castagne dal fuoco. Suggerimenti rimasti, però, inascoltati. E oggi Boeri è ritornato di nuovo a punzecchiare l’esecutivo, delineando uno scenario nerissimo, segno che i rapporti con palazzo Chigi sono tutt'altro che distesi.

Le controverse dichiarazioni del ministro Poletti sull'università:"110 e lode a 28 anni non serve a un fico,è meglio prendere 97 a 21"

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Il ministro del Lavoro torna a strigliare i giovani: «Prendere 110 e lode a 28 anni non serve a un fico, è meglio prendere 97 a 21», ha detto Giuliano Poletti, dialogando con gli studenti durante la convention di apertura a Veronafiere di «Job&Orienta», la 25esima mostra convegno nazionale dell’orientamento, scuola, formazione, lavoro.
In ritardoDopo averli spronati ad attivarsi per entrare presto nel mondo del lavoro, accorciando magari i tempi di vacanza scolastica per dedicare parte del tempo ad esperienze formative, Poletti torna alla carica: «I nostri giovani – ha detto – arrivano al mercato del lavoro in gravissimo ritardo. Quasi tutti quelli che incontro mi dicono che si trovano a competere con ragazzi di altre nazioni che hanno sei anni meno di loro e fare la gara con chi ha sei anni di tempo in più diventa durissimo».
Il votoC’è che i nostri licei durano cinque anni e nel mondo anglosassone, per dire, un anno di meno. E c’è che i nostri universitari stanno in aula cinque anni (3+2) per ottenere un titolo che ha lo stesso valore della laurea inglese (che si ottiene con tre anni di studio) o di quella americana (quattro anni). Ma c’è anche il fatto che le nostre università consentono di dilatare i tempi, a chi non si fa condizionare dalle rette e dall’inattività prolungata. Mentre in altri Paesi, chi non tiene il passo è costretto a lasciare gli studi. «Se si gira in tondo per prendere mezzo voto in più – ha continuato il ministro – si butta via del tempo che vale molto, molto di più di quel mezzo voto. Noi in Italia abbiamo in testa il voto, ma non serve a niente».
Il tempo, un problemaNei concorsi pubblici, però, il voto di laurea conta, eccome. E molti datori di lavoro, dovendo soppesare in tempi brevi un candidato, basano il loro giudizio anche sull’ateneo di provenienza e le medie scolastiche. Ma il ministro è convinto: «In Italia – ha spiegato Poletti – abbiamo un problema gigantesco: è il tempo. Il voto è importante solo perché fotografa un piccolo pezzo di quello che siamo; bisogna che rovesciamo radicalmente questo criterio, ci vuole un cambio di cultura».
AlternanzaAlternanza scuola-lavoro, competenze e ruolo del lavoro nella propria vita: tanti i temi che Poletti ha affrontato, rispondendo alle domande degli studenti. «Sono convintissimo che sia molto importante», ha detto sull’alternanza scuola-lavoro. «Abbiamo cercato di introdurla per produrre esperienza, per mettere le competenze formative e didattiche che la nostra scuola produce con competenze specifiche e con modi di essere e saper essere», ha continuato Poletti. «Oggi, un’azienda che si mette in relazione con un giovane, la prima cosa che vuol capire non è cosa sappia ma chi sia e questo non si impara solo dentro un’aula. Per questo l’alternanza è decisiva, consente di fare esperienza, conoscere, mettersi in relazione e valutare meglio le nostre attitudini. Perché il lavoro è una parte essenziale nostra esistenza».

Poletti e i giovani: mai pensato che siano bamboccioni

Poletti e i giovani: mai pensato che siano bamboccioni

http://www.askanews.it/top-10/poletti-e-i-giovani-mai-pensato-che-siano-bamboccioni_711673773.htm

La precisazione del ministro Poletti criticato per aver detto ieri che è meglio laurerarsi a 21 anni con 97 piuttosto che a 28 anni con 110 e lode. "Non ho mai pensato che i giovani italiani siano "chosy o bamboccioni"; anzi ho sempre espresso e continuo a nutrire molta fiducia in loro e i tanti incontri di ieri a Verona mi hanno confermato in questa convinzione. Penso anche che laurearsi presto e con buoni voti sia un'ottima cosa" ha detto il ministro del Lavoro. "La cronaca giornalistica del mio intervento di ieri a Job&Orienta a Verona mi suggerisce di puntualizzare il mio pensiero riguardo ai temi trattati, anche per evitare di vedermi accreditate opinioni che non mi appartengono". "Le mie valutazioni - ha proseguito Poletti - erano riferite alla esigenza generale che la società italiana tutta, non i giovani, si chieda se il nostro modo di pensare la relazione tra l'organizzazione sociale, il sistema formativo, il lavoro e l'impresa sia adeguato ai nostri tempi e se offra ai nostri giovani le migliori opportunità per costruirsi un buon futuro. In questo contesto ho riportato, probabilmente in modo troppo crudo, le osservazioni che mi fanno quotidianamente sia le persone che si occupano di ricercare e selezionare le persone per le imprese del nostro Paese, sia molti giovani che fanno esperienze internazionali, secondo cui in Italia si esce mediamente più tardi dal sistema formativo e questo rappresenta una limitazione delle opportunità per i giovani. Tutto qui. Mi piacerebbe che anziché schierarsi, come spesso accade nel nostro Paese, tra partigiani del pro e del contro, si provasse a sviluppare un confronto utile a fare insieme un passo in avanti in direzione della modernizzazione del Paese e nell'interesse dei nostri giovani". Int9

Giannini vorrebbe Erasmus per i licei, ma la Commissione blocca: “Costa troppo”

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Il progetto Erasmus “è una leva fondamentale e irreversibile per l’integrazione Europea”. Sono parole del ministro dell’Istruzione, Stefania Giannini, intervenuta all’incontro tra il commissario europeo per l’Educazione, Tibor Navracsics, e una platea di studenti. 




L’Ungherese concorda sull’importanza del programma europeo per gli scambi universitari, e stimolato dai ragazzi riconosce che sarebbe auspicabile “estenderlo anche ai licei e alle scuole secondarie”. Tuttavia, frena, l’estensione “richiederebbe molti fondi” e questo è “un problema difficile perché dovremmo parlarne con i ministri delle Finanze” dei 28, attualmente non molto propensi ad allargare i cordoni delle borse. “In futuro potremo fare di più”, è la vaga promessa del commissario.
Anche Giannini considera quello della mancanza di risorse uno scoglio difficile. “Non è immaginabile riuscire a garantire le risorse per dare a tutti l’opportunità” di fare una esperienza Erasmus, ha spiegato. Tuttavia, ha suggerito, “in Europa si potrebbe pensare di usare diversamente il budget” comunitario. Pur considerando “giusto dare molti fondi all’agricoltura”, il ministro ha rivolto una domanda al commissario: “il Piano Juncker e il budget europeo non possono puntare di più sulla mobilità degli studenti?”. Cambia l’interrogante ma non la risposta: “Dobbiamo fare di più – ha ammesso ancora Navracsics – ma dobbiamo parlarne con i ministri dell’Economia”.
Altro tema affrontato dagli studenti è il programma Garanzia giovani pensato per favorire l’ingresso nel mondo del lavoro, che nel nostro Paese procede a rilento, come denunciato da un 23enne che ha preso la parola per spiegare che il suo percorso è partito dopo oltre un anno da quando ha fatto richiesta. Il commissario ha spiegato che “le difficoltà sono comuni ai paesi del Sud Europa”, e che anzi “in Spagna, Portogallo e Grecia la situazione è anche peggiore che in Italia”. Giannini ha esonerato però Bruxelles da ogni responsabilità. “La lentezza di Garanzia giovani è una responsabilità italiana e non europea”, ha sottolineato, individuando nella “asfissia burocratica uno degli ostacoli maggiori”.

L’Italia non è un Paese per giovani



Secondo gli ultimi dati pubblicati da Istat e Ministero della Salute, 1 coppia su 5 ha difficoltà a procreare. Le cifre cominciano ad allarmare: negli ultimi 5 anni sono nati 64mila bambini in meno, un calo vistoso che ha convinto il Governo a intraprendere finalmente una buona iniziativa: vi sarà il "Fertility Day", per sensibilizzare la popolazione sul tema con la campagna di informazione "Difendi la tua fertilità, prepara una culla nel tuo futuro". Gli italiani non figliano più in giovane età, così quando si scoprono i problemi di salute ormai è tardi per intervenire. Il 40% dei problemi di infertilità riguardano le donne, un altro 40% gli uomini e il restante 20% è di natura mista. Troppi italiani ignorano che sopra i 35 anni per le donne e i 50 per gli uomini la possibilità di procreare si riduce drasticamente.
Andrea Lenzi, il nuovo presidente della Società italiana di endocrinologia, ha spiegato gli altri fattori di infertilità:
Nell'uomo nei primi 10 anni di vita le patologie maschili che più danneggiano la fertilità sono il criptorchidismo (ritenzione testicolare), le orchiti e la torsione del funicolo spermatico. Mentre nel periodo puberale (12-14 anni) la fertilità è messa a repentaglio da problemi ormonali e dal varicocele, quest'ultimo può proseguire a danneggiare la fertilità per tutta la vita. Dai 14 ai 20 anni i pericoli per la fertilità dei maschi sono le infezioni genitali e gli stili di vita alterati. Per la donna invece tra i 10 e i 15 anni le patologie peggiori sono i disturbi del comportamento alimentare e le infezioni genitali. Vi sono poi le alterazioni ormonali. Tra i 20 e i 40 anni, le malattie che mettono a rischio la fertilità sono invece principalmente i disturbi ovulatori, l'ovaio policistico, le infezioni genitali, i fibromi.
Il Governo dedicherà ogni anno una giornata alla prevenzione e all'informazione sulle cause di infertilità e sui possibili rimedi. Verranno organizzati importanti eventi formativi per aggiornare i medici sulle ultime novità in argomento. L'obiettivo è modificare la posizione spaventosa che l'Italia occupa nella classifica europea dell'invecchiamento della popolazione: siamo ultimi.


FONTE E ARTICOLO COMPLETO:http://it.sputniknews.com/opinioni/20150529/461522.html

"Eterni Peter Pan. I giovani di oggi restano fermi ai 25 anni", il risultato di un sondaggio inglese: "Credono che la loro vita sarà sempre la stessa"

Si può rimanere imprigionati nella propria giovinezza per sempre? E frequentare gli stessi posti, avere lo stesso giro di amicizie e gli stessi hobby? Secondo un sondaggio inglese, è ciò che molti venticinquenni stanno tentando di fare. Uno su sei partecipanti allo studio crede che tutto, dal cibo preferito alla destinazione prediletta per le vacanze, rimarrà lo stesso nel tempo. O meglio, non ha voglia di cambiare lo stato di cose e vive in un tempo sospeso, fermo, appunto, a 25 anni.
La ricerca è stata commissionata dalla Virgine Active, catena di centri fitness. Gli studiosi hanno preso in considerazione un campione di ragazzi di 25 anni e hanno notato che almeno un terzo di loro non ha nessun desiderio di provare qualcosa di nuovo, ma che, al contrario, prevede di rimanere nella comfort zone anche per gli anni a venire. Secondo la maggior parte degli intervistati, le cause maggiori di questa "apatia" sono da ricercarsi nella mancanza di ispirazione e nella paura di essere derisi.
Non progredire e rimanere sempre gli stessi sembrano, dunque, essere le parole d'ordine, come se tutto potesse rimanere inalterato nel tempo. L'unica eccezione è lo sport, praticato da piccoli e poi da molti sospeso una volta diventati grandi: secondo i ricercatori, le donne smetterebbero di praticare attività fisica già a trent'anni. "Purtroppo più cresciamo e meno siamo fisicamente attivi - spiega lo psicologo Samuel Nyman della Bournemouth University - e questa ricerca, che mette in relazione l'età con la voglia di sperimentare nuove cose, ne è lo specchio".

Occupazione giovanile, Ocse: "Solo Grecia peggio dell'Italia"



Di Sergio Rame

L'Ocse affonda l'Italia. Dall’ultimo Rapporto su giovani e occupazione, pubblicato oggi dall'istituto di Parigi, emerge che in Italia il tasso di occupazione dei giovani tra 15 e 29 anni è sceso di quasi 12 punti percentuali tra il 2007 e il 2013, passando dal 64,33% al 52,79%, il secondo peggior dato tra i Paesi Ocse, dietro alla sola Grecia (48,49%).

Fonte e articolo completo:http://www.ilgiornale.it/news/economia/occupazione-giovanile-ocse-solo-grecia-peggio-dellitalia-1133570.html

Contro la retorica dei choosy, elementi per riflettere su media e lavoro



La descrizione del gruppo Facebook Io non lavoro gratis per Expo è molto chiara: Rifiutare il lavoro volontario per Expo2015. Rompere la macchina della propaganda nelle scuole e nelle università. Sul blog ancora, viene spiegato cosa sta accadendo a Milano: con l'avvento di Expo la situazione dei giovani è peggiorata fino a legittimare come tipo di lavoro quello gratuito. Non solo, la situazione è ancora più critica per le nuove generazioni, perché c'è qualcuno che tramite i media tradizionali vuole farle passare tutti per choosy. E' di alcuni giorni fa la traballante notizia che molti ragazzi avrebbero rifiutato di lavorare per Expo a 1500 euro al mese. Di chi è colpa? Forse dell'informazione poco attendibile. Su questo tema ieri è apparsa una lettera che risponde alla retorica noiosa e bugiarda del "i giovani non vogliono lavorare" che pervadeva un intefvento di ad Aldo Grasso. Firmata da Alessandro Gilioli su Piovono Rane. Un caso esemplare.

Gentile Aldo Grasso,
Ho ascoltato diverse volte il suo videoeditoriale sulla «generazione che non è abituata al lavoro» e mi permetto di suggerirle l'ipotesi di approfondire un po' di più l'argomento valutando anche altri punti di vista.
D'accordo, lei ha preso spunto da un articolo poi risultato quasi del tutto falso e si sa che non è nelle abitudini degli editorialisti verificare. Tuttavia, se posso, anche verificare sarebbe un lavoro, quale che sia la generazione a cui si appartiene.
Ma pazienza. Lei del resto, con ogni probabilità, nel suo giudizio onnicomprensivo non si riferiva solo a quella mezza bufala del Corriere: dev'essere il suo panel personale che la induce a ritenere un'intera generazione "non abituata al lavoro". D'altro canto ognuno può fare la sineddoche che crede, sulla base delle proprie conoscenze personali: giusto l'altro giorno un giovane infermiere qui a Roma mi raccontava dei suoi turni di 12 ore continuative in corsia, che diventano 24 se il collega del turno dopo è malato, per fortuna però a Pasqua ha potuto riposarsi perché l'hanno licenziato per riassumerlo una settimana dopo: ah sì, è un infermiere a partita Iva. Ha presente di cosa si tratta, vero?
Ma, appunto, ciascuno ha il suo panel e ciascuno può arbitrariamente proiettarlo sull'universo.
Quello che ritengo però abbastanza certo è che né lei né io, che apparteniamo alla generazione dei salvati, abbiamo moltissimo titolo per fare filippiche a quella dei sommersi, specie se non sappiamo bene come vivono e ragionano. Vede, Grasso, ci sono diritti o 'privilegi' che per noi sono normalità, eppure solo a nominarli loro ti guardano come se fossimo alieni: la tredicesima, la quattordicesima, le ferie pagate, la pensione, le aspettative, la maternità, il sindacato, qualche volta anche il telefonino e il pc aziendale - per non dire dell'automobile, che a quanto ricordo al Corriere è in leasing quasi for free. Ce la sentiamo davvero noi, con tutte queste cose in tasca da trent'anni, di irridere chi non le ha mai viste e non le vedrà mai?
Certo, anche noi da ragazzi qualche lavoretto di merda lo si è fatto, è vero. E non ci si lamentava. Ma sapevamo che era poco più che un gioco, per pagarci le vacanze, la moto o lo stereo. Sapevamo che finita l'estate - o tuttalpiù l'anno - saremmo passati ad altro, in rapido miglioramento. E sapevamo che il nostro destino, a diploma o laurea raggiunta, era un posto garantito, con tutti i diritti di cui sopra, e volendo eterno.
Non le sorge il dubbio che chi è giovane oggi sia invece meno entusiasta di scattare al volo per un lavoretto di merda perché sa che finito quello sarà di nuovo per strada ad aspettarne o cercarne un altro probabilmente più di merda ancora, e così via per l'eternità?
Insomma, rispetto a noi quando eravamo giovani, loro hanno decisamente meno fiducia, meno speranza. E hanno fondatamente meno fiducia, meno speranza. Forse è per questo che non tutti scattano sull'attenti alle chiamate di un'agenzia interinale: perché sanno come sarà il loro futuro, anche se a quella chiamata corrono. Ad esempio, sanno che saranno comunque e per sempre molto più poveri di noi, molto più precari di noi e con un rapporto di forza molto più sfavorevole nei confronti dei committenti o capi.
Insomma, sanno che per quanto si possano sbracciare, non nuoteranno mai: al massimo, galleggeranno. Ecco: a me non sembra poi così strano se, galleggiare per galleggiare, non siano sempre entusiasticamente pronti a sbracciarsi. No?
Quindi, caro Grasso, mi chiedo davvero con che faccia noi oggi gli diamo lezioncine, dopo avergli consegnato questo presente e questo futuro. Non rischiamo di somigliare un po' all'obeso turista americano che va in Africa a spiegare agli affamati che non devono fare gli schizzinosi a cibarsi di spazzatura?
Sono certo che ci rifletterà. Con cordialità.

Crisi UE: le politiche economiche della troika hanno contribuito ad aumentare la disoccupazione giovanile, specialmente nei paesi meditteranei



Di Salvatore Santoru

"Le politiche di austerità fiscale adottate a partire dal 2009 hanno contribuito ad aggravare la disoccupazione", così si legge nel rapporto "Youth in the Crisis: What Went Wrong?" dell' European Youth Forum.
Quindi questa volta la denuncia non arriva dal solito movimento euroscettico, ma bensì da un'importante organizzazione vicina all'UE.
Stando al rapporto,descritto da Alessio Pisanò in un articolo sul Fatto Quotidiano, i paesi più colpiti risultano essere Italia, Grecia e Spagna, paesi dove i giovani se la passano più male di tutti.

Le conseguenze più pesanti di tali politiche risultano essere la disoccupazione sempre più dilagante, i tagli ai salari più bassi e quelli all'educazione, che sopratutto in Italia si sono fatti sentire tanto che stando a un rapporto Education and Training Monitor 2014 della Commissione Europea lo Stivale è il paese europeo con la più bassa percentuale di risorse pubbliche destinate all'educazione.


Il rapporto continua denunciando la situazione sempre più socialmente precaria dei giovani nell'UE e conclude auspicando che le istituzioni europee facciano il possibile "per evitare una generazione perduta di giovani senza prospettive e alcuna sicurezza", attraverso riforme strutturali e istituzionali, investimenti pubblici in settori chiave come la green economy, l'industria delle telecomunicazioni e così via.

Ma, ormai riformare questa UE serve realmente a poco, mentre ciò che ci vorrebbe è cambiare radicalmente passando a un'Europa che tuteli realmente gli individui e i popoli che rappresenta, piuttosto di questo "moloch" tecnocratico che fa comodo solo agli interessi dei burocrati e dei lobbisti che lo dirigono.

Generazione senza futuro, o forse no



Di Salvatore Santoru

Il diritto al lavoro in Italia così come nel resto d'Europa, risulta sempre di più attaccato a suon di politiche fallimentari portate avanti dalle classi dirigenti politiche ed economiche.
Regna la precarietà più radicale, e la stabilità del "posto fisso" ormai sembra poco più che un ricordo.
I giovani si ritrovano abbandonati da una politica che pure gli strumentalizza un giorno sì e l'altro pure, e sono lasciati praticamente in balia di un "mercato del lavoro" sempre più competitivo e brutale.
Viviamo l'epoca del "no future" per parafrasare i Sex Pistols, o del "nichilismo passivo" descritto da Nietzsche.
Praticamente sin dalla culla, le nuove generazioni sono state e sono continuamente manipolate da un sistema mediatico sempre più pervasivo, fornitore illimitato di illusioni e mistificazioni a buon mercato, venendo visti in tal modo come semplici consumatori e crescendo molti di loro si trovano ad affrontare una realtà sempre più esigente e per certi versi crudele nei loro confronti, non avendo tra l'altro neanche la coscienza dei propri diritti in ambito lavorativo, conquistata grazie ad anni e anni di lotte.

Eh così si accetta qualunque lavoro per andare avanti, magari sognando quello perfetto per sè, che però non arriva mai e quindi bisogna accontentarsi delle briciole che il sistema ha "gentilmente" offerto.

Si ha proprio l'impressione di avere a che fare con una generazione senza futuro, illusa e fregata da un sistema che se n'è preso gioco.

Una generazione senza valori e idee a cui appoggiarsi, visto che viviamo nell'era del disincanto totale.

Eppure questa totalizzante crisi, di cui l'aspetto economico ne costituisce solo la punta dell'iceberg, può rappresentare un'immensa opportunità di cambiamento della società, partendo proprio dai giovani.

Ciò che manca è la speranza e la forza di un'ideale, che vada oltre le obsolete e decrepite ideologie fallimentari del passato o la falsa dicotomia destra-sinistra, e che serva da guida per questo percorso.

Infatti, nonostante sembra così, non tutto è perduto e c'è ancora molto da dire e sopratutto da agire.

Le recenti proteste avvenute a Bruxelles contro la riforma del lavoro, seppur non condivisibili nel metodo e del tutto prive di orientamento, possono rappresentare il primo passo di un cammino che si spera sarà lungo, e che porti alla costruzione di un'Europa migliore e allo stesso tempo riporti i giovani ad essere attivi sul piano politico, pronti a riprendersi un mondo che sino ad ora gli ha ingannati e illusi.

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