Breaking News

3/breakingnews/random
Visualizzazione post con etichetta alchimia. Mostra tutti i post

MASSONERIA, ALCHIMIA E MESMERISMO IN “COSÌ FAN TUTTE” DI MOZART


Di Annalisa Stancanelli

Traendo spunto da scritti di Robbins Landon, Napoletano, Basso e Bramani, la musicologa Marilena Crucitti ha realizzato un’approfondita analisi dell’opera Così fan tutte, rappresentata per la prima volta a Vienna nel 1790 e considerata “la più sostanzialmente esoterica delle tre scritte su libretto di Lorenzo Da Ponte, alla cui composizione Wolfgang Amadeus Mozart attese nell’anno della Rivoluzione Francese”.
Vi si possono, infatti, riconoscere i segni del patrimonio ermetico a partire dai temi peculiari delle nozze e della doppia coppia, con l’intervento di Don Alfonso leggibile come l’esperimento di un alchimista. Le interpretazioni più attuali dell’opera insistono sul potere trasfigurativo della musica, una “nuova” perfezione sonora che accompagna la stilizzazione descrittiva con sottintesi, al posto di violente sottolineature di affetti, invitando a considerarla come un vertice della produzione mozartiana di pura poesia.
Tuttavia alla struttura e ai suoi simboli nascosti, ai suoi modelli tematici, secondo la Crucitti, deve essere mirato lo studio di chi non crede più “nell’immagine di un Mozart poco interessato alle vicende politiche e culturali del suo tempo, chiuso e distratto nel suo universo di genio, che ha alimentato la fantasia popolare fino ai più recenti studi sul musicista che ribaltano lo stereotipo”.
Mozart_2Mozart, al contrario, era un uomo coltissimo inserito nei circoli intellettuali più avanzati della sua epoca, un uomo immerso nel secolo dei Lumi. Di queste sue frequentazioni e dei suoi interessi è efficace testimonianza proprio l’opera lirica presa in esame, che è ricordata come la più discussa fra le opere del grande musicista. Così fan tutte presenta molteplici livelli di lettura e mostra influenze diverse; proprio il suo polimorfismo la rende capace di trasportare gli appassionati in un’altra realtà, di far vivere loro un sogno.
“Io non so se questo è un sogno” s’interroga Despina, e un sogno letterario-filosofico-alchemico è celato nel coltissimo libretto di Da Ponte, che risente di influenze ariostesche e shakespeariane, così come si richiama alle Mille e una notte, alla vicenda di Lucrezia tramandata da Tito Livio e alla novella El curioso impertinente di Cervantes. L’equilibrio fra la raffinatezza della musica e la situazione teatrale deve essere sempre tenuto presente per la comprensione delle opere di Mozart e ancor di più di questa, nella quale si coniugano alchimia e massoneria servendosi del tema delle nozze, come nella migliore tradizione rosacrociana.
I documenti dell’epoca testimoniano inequivocabilmente l’appartenenza di Mozart alla Loggia Massonica “La Beneficenza” dove fu iniziato il 14 dicembre 1784 a Vienna. “Non si trattò” ha ribadito Marilena Crucitti “come spesso è stato scritto, di un’adesione puramente formale, dettata solo dalla necessità di avvicinare i ricchi mecenati dell’alta società; i contatti di Mozart con affiliati alla Massoneria risalgono ben prima del suo ingresso formale che fu il punto di arrivo di un lungo processo di assimilazione delle spinte ideali del tempo”.
Poiché in campo musicale la Massoneria non aveva ancora delle regole proprie, Mozart creò un simbolismo musicale che venne poi ripreso da altri musicisti massoni come Beethoven (come le note legate a due a due a significare il legame fraterno fra gli affiliati). L’adesione di Mozart alla Massoneria fu convinta ed entusiastica; essere massone significò per lui vivere sentendosi partecipe di un percorso condiviso. Il grande compositore risentì anche dell’ondata di irrazionalismo mistico nel quale si ritrovarono l’ermetismo, i culti misterici, il rosacrocianesimo, e delle finalità e dei riti dei “Fratelli Asiatici”, movimento scismatico nato dal grembo dei Rosacroce, che manifestavano prevalenti interessi per l’alchimia.
Ma sono le opere a parlare per l’autore, che in Così fan tutte inserisce simbologie massoniche intrecciate a molti altri piani rappresentativi che si innestano nel flusso dinamico dell’opera buffa italiana. E così il momento simbolico fondante nella trattatistica alchemico-massonica, il congiungersi delle forze motrici dell’universo maschile e femminile, le nozze, giungono alla fine dell’opera, dopo l’esperimento di guarigione mesmerica attuato da Despina; non solo un esperimento affettivo condotto tra le due coppie, Fiordiligi e Guglielmo, Ferrando e Dorabella, innescato dal vecchio filosofo Don Alfonso seguendo le tappe della trasformazione alchemica (nigredo, separazione, rubedo, scambio, e albedo, ricongiunzione), ma anche occulti riferimenti ad antichi riti iniziatici come il “katapontismós”, il salto nelle acque evocato nel terzetto “Soave sia il vento” che sancisce l’inizio della trasformazione in riferimento alla mutazione degli elementi in acqua nella prima fase dell’opus alchemica.
Ultima nota meritevole di approfondimento, la riflessione sull’esperimento condotto da Despina-medico, basato sulla teoria di Anton Mesmer del “magnetismo animale”, che assegnava un ruolo importante all’erotismo e all’induzione di stati di coscienza alterati che sembrano precorrere gli sviluppi dell’ipnosi, della psicologia del profondo e della psicoterapia. I tanti temi innovativi di Così fan tutte, come anche la perdita dell’identità, la fedeltà non più principio incontestabile ma continua ricerca di un punto d’incontro, ancora una volta rivelano in Mozart non solo il raffinato “architetto” musicale ma anche l’intellettuale al passo, o forse più avanti, dei suoi tempi, un genio “illuminato” e illuminista.
FOTO: Olio su tela di autore anonimo, Historisches museum der Stadt, Vienna. Rappresenta una riunione di Loggia Massonica a Vienna agli inizi del 1790. La prima persona seduta a destra è Mozart, in conversazione forse con Emanuel Schikaneder.

FULCANELLI E IL MISTERO DELLA CROCE DI HENDAYE

Risultati immagini per Croce di Hendaye FULCANELLI


Di Vincent Bridges

Nel 1926, un misterioso volume rilegato in una lussuosa edizione di trecento copie, opera di una piccola casa editrice di Parigi, nota più che altro per le ristampe artistiche, tenne col fiato sospeso il mondo sotterraneo occulto parigino.






 Il suo titolo era 'Le Mystre des Cathedrales' (Il Mistero delle Cattedrali). L'autore, Fulcanelli, asseriva che il grande segreto dell'alchimia, la regina delle scienze occulte occidentali, era chiaramente esposto sulle pareti della stessa cattedrale di Parigi, Notre-Dame-de-Paris.
L'alchimia, che alla nostra luce post-moderna risulta una pseudo-scienza Rinascimentale ormai screditata, fu in procinto di essere rivitalizzata e ricondizionata nel 1926 da due dei più influenti movimenti del secolo. Surrealismo e psicologia piombarono sull'alchimia quasi contemporaneamente, e ciascuno inserì le nozioni del proprio significato nell'antica scienza. Carl Jung spese i suoi vent'anni modellando una teoria sull'inconscio archetipo derivante dal tessuto simbolico delle immagini alchemiche e studiando come questi simboli siano espressi nell'atto del sogno. Il poeta-filosofo Andrè Breton e i surrealisti eseguirono un intuitivo salto della fede e proclamarono che il processo alchemico potesse essere espresso artisticamente. Breton, nel suo Manifesto Surrealista del 1924, annunciò che il surrealismo non era altro che arte alchemica.
Il libro di Fulcanelli avrebbe avuto un effetto indiretto su entrambi questi movimenti intellettuali. Indiretto, perchè il libro costituiva un grande miracolo letterario – divenne influente pur rimanendo, apparentemente, completamente sconosciuto al di fuori dei circoli occulti e alchemici Francesi. Questo è probabilmente il più grande di tutti i misteri che circondano “Il Mistero delle Cattedrali”.
Nell'autunno del 1925, l'editore Jean Schmit ricevette una visita da un piccolo uomo vestito come un bohemien dell'ante-guerra, con dei lunghi baffi in stile Asterix-il-Gallo. L'uomo voleva parlare dell'architettura Gotica, dei suoi simboli scultorei, e di come il linguaggio fosse una sorta di codice, che lui chiamava 'linguaggio degli uccelli'. Qualche settimana dopo, si presentò nuovamente a Schmit come Jean-Julien Champagne, l'illustratore di un libro scritto da un misterioso alchimista chiamato Fulcanelli. Schmit ebbe la sensazione che tutti e tre, visitatore, autore e illustratore, fossero la stessa persona. Probabilmente lo erano.
Questo, così com'è, è il più credibile avvistamento di Fulcanelli di cui disponiamo. Da solo, questo evento riassume l'intero problema posto dalla domanda: Chi era Fulcanelli? Oltre questo ambiguo incontro, egli esiste solo come parole su di una pagina e, in alcuni circoli occulti, come un mitico immortale alchemico con lo status, o l'identità, di un St. Germain. C'erano due cose su cui tutti concordavano riguardo Fulcanelli – era certamente una mente fuori dal comune, ed era davvero un enigma. Siamo stati lasciati quindi con il mistero della scomparsa del maestro alchimista. E' un uomo che sembra non esistere, ma che viene continuamente rivitalizzato nell'immaginario di ciascun ricercatore. Potremmo pensare che fosse tutto uno scherzo, una sorta di bufala molto elaborata, tranne che per il materiale stesso. Quando ci si rivolte a Les Mystere, uno vi riconosce una sorta di saggia intelligenza che sembra piuttosto sicura circa la natura e l'importanza delle sue informazioni. Questo Fulcanelli sa, in qualche modo, e cerca di trasmettere la sua conoscenza; di questo non puo' esserci dubbio.
Il messaggio di Fulcanelli, cioè che c'è un segreto nelle cattedrali, e che quel segreto fu posto lì da un gruppo di iniziati di cui Fulcanelli sicuramente faceva parte, si basa su un'abbondanza di immagini e associazioni che irrobustiscono l'intelletto, portandoci in un intuitivo stato di accettazione. Fulcanelli è indubbiamente brillante, ma noi veniamo lasciati soli a chiederci se la sua sia una scintilla di rivelazione o dissimulazione. La premessa basica del libro – che le cattedrali Gotiche siano libri Ermetici scritti nella pietra – era un'idea che si era fatta strada sulla stampa nel 19esimo secolo nel lavoro di Victor Hugo. Nel Hunchback of Notre Dame, Hugo spende un intero capitolo (capitolo 2 del quinto libro) sull'idea che l'architettura sia il grande libro dell'umanità, e che l'invenzione della stampa e il proliferare di libri mondani sortì l'effetto di porre fine al sacro libro dell'architettura. Egli asserisce che l'era Gotica fu il più grande risultato raggiunto dal sacro architetto, che le cattedrali erano espressioni di libertà e l'emergere di un nuovo senso di libertà. Questa libertà raggiunge grandi distanze, ci informa Hugo. Occasionalmente un portale, una balconata, una chiesta intera viene rappresentato in un senso simbolico interamente estraneo al suo contesto, e addirittura ostile alla chiesa. Nel 13esimo secolo, Guillaume di Parigi, nel 15esimo Nicholas Flames, entrambi sono colpevoli di queste pagine sediziose.
Essenzialmente, Le Mystere è un'esame approfondito di queste 'pagine sediziose' nella pietra. Fulcanelli ragiona sul simbolismo di alcune immagini trovate sui muri e disquisisce del capolavoro dell'architetto Gullaume di Parigi, la Cattedrale di Notre Dame, e della sua vicina contemporanea, Notre Dame di Amiens. A questo egli aggiunge immagini da due case costruite in stile gotico del 15esimo secolo a Bourges. Questo tour guidato nel simbolismo Ermetico è densamente oscuro, pieno di “linguaggio verde” e numerose allusioni. Al lettore casuale, e persino allo studente dedicato, questa intricata ragnatela di tecnicismi risulta spossante. Tuttavia, per gli esperti dell'occulto della Parigi degli anni '20, il libro di Fulcanelli era quasi intossicante. Qui, finalmente, c'era la parola di un uomo che sapeva, la voce dell'ultimo vero iniziato. Il suo allievo, Eugene Canseliet, ci informa nella prefazione alla prima edizione di Les Mystere che Fulcanelli aveva completato la Grande Opera e in seguito era scomparso dal mondo. Per un lungo periodo di tempo l'autore di questo libro non è stato tra di noi, scrisse Canseliet, ed era compianto da un gruppo di fratelli che speravano di ottenere da lui la soluzione del misterioso Verbum Dimissum (parola scomparsa).
Fonte e articolo completo: www.vincentbridges.com/?page_id=92
TRADUZIONE DI AXE PER http://www.altrogiornale.org/

Il simbolismo degli animali nell'alchimia



Di Marcello Fumagalli

Nelle opere alchemiche è molto facile imbattersi nell’uso degli animali come simboli. Un gruppo importante di questi sono gli uccelli. Essi dominano l’elemento aria, anello tra la realtà terrena e il regno dei cieli. Osservando il loro volo, gli alchimisti credettero di riconoscere quindi un legame tra il volo e l’animo dell’uomo, la cui vocazione è quella di tendere alla spiritualità.
Il simbolismo degli uccelli acquisì pertanto la funzione della mediazione tra il mondo fisico e quello spirituale, riflettendo ciò che l’animo umano tende a fare per raggiungere la propria perfezione. Da qui il parallelo con i processi del lavoro alchemico, trasposizione mistica delle fasi attraverso cui l’uomo avrebbe raggiunto la perfezione, ovvero, la riuscita dell’esperimento di tramutazione in oro dei metalli vili.
Nelle riproduzioni iconografiche come nei testi, la sequenza dell’uso degli uccelli corrispondeva alla sequenza delle operazioni svolte, nelle storte del laboratorio, dagli alchimisti, e iniziava con il 
Corvo seguito dal Cigno, dal Pavone, dal Pellicano per finire con la Fenice. Nell’incisione il Pavone è sostituito dal Dragone, inizio della fase centrale che si risolve con la purificazione dell’animo dominando gli aspetti negativi dello stesso concludendo nella completa bellezza e splendore, rappresentata dalla molteplicità dei colori della coda del Pavone.
I processi fisici degli alchimisti risultavano essere un ciclo che prendeva vita da uno stato di disfacimento della materia in putrefazione o nigredo, per passare ad uno stato di albedo o calcinazione, proseguendo attraverso una rapida iridescenza, una distillazione a ricadere o «circolazione» e una finale «sublimazione». Attorno alla struttura armillare della conoscenza alchemica, un anello diviso in cinque parti riporta le rappresentazioni di diversi animali. Partendo da sinistra guardando l’incisione ritroviamo il 
Corvo, il Cigno, il Dragone mercuriale o Basilisco, il Pellicano e la Fenice. 

Il corvo
Il simbolismo del Corvo è sempre stato associato a qualcosa di negativo. Il nero del Corvo è il nero delle tenebre è il colore della morte. In Alchimia è l’inizio della Grande Opera, la prima fase attraverso la quale il cammino verso la trasmutazione iniziava. La materia prima veniva scaldata vigorosamente nell’uovo alchemico posto sull’athanor finchè la materia, mediante il processo di putrefatio, si calcinava carbonizzandosi: nigredo. Quando la nigredo avveniva seguendo un processo di riscaldamento forte e veloce, l’operazione si diceva eseguita secondo la via secca e il simbolo impiegato negli scritti era il Corvo. In alternativa alla via secca esisteva quella definita umida in cui la materia, comunque, giungeva allo stato di putrefazione, ma in un tempo estremamente più lungo con un riscaldamento lento e una continua circolazione. In questo caso l’animale utilizzato per la metafora era il rospo. Un’altra allegoria per la rappresentazione di questa fase fu il Dragone Ouroboros, un consueto abitante dell’ampolla degli alchimisti. Il significato del dragone fu quello dello spirito che esala dalla terra quando la sostanza primigenia inizia a rilasciare le parti essenziali che poi si sublimeranno nell’alto dell’ampolla. La putrefazione culminava nella calcinazione, la cui corrispondenza era il Bianco Cigno


Il Cigno
Nel candore e nella forma del Cigno gli alchimisti trovarono sia la luce solare, sinonimo della natura maschile, sia la luce lunare immagine della femminilità. Il lungo collo diventava l’accezione del simbolo fallico e il corpo rotondeggiante il senso del corpo femminile. Il simbolismo del Cigno fu anche quello dell’uovo del Mondo e del corpo androgino frutto dell’unione degli opposti. La concezione che il cigno fosse collegato alla realizzazione dei desideri, facilitò l’accostamento alla fase del processo di calcinazione che, per sua peculiare caratteristica (la materia assumeva un colore bianco latte), ingannò gli sperimentatori facendo credere di aver raggiunto la purezza assoluta. L’associazione al Cigno, dello stadio temporaneo, fu una conseguenza di quanto gli alchimisti osservarono nel compiere la loro opera seguendo la via umida. Infatti la materia, una volta calcinata per via umida, alle volte formava una crosta che si rompeva sotto riscaldamento, liberando cristalli bianchi assomiglianti a dei cigni galleggianti sopra le acque di un lago. Quando la via seguita era la secca la fase veniva contraddistinta dal simbolismo dell’aquila bianca. 

Il Basilisco
L’animale fiabesco, rappresentato con il corpo da serpente, la testa di gallo, ali e zampe d’aquila, nel medioevo era considerato l’espressione infernale la cui triplice natura si anteponeva a quella divina. Fulcanelli nelle '
Dimore Filosofali', lo definisce come il «piccolo re», il «regulus» precorritore della primavera dell’Opera. Nelle numerose riproduzioni iconografiche del XV e XVIsecolo, il Basilisco è anche il dragone che sputa fuoco vivo capace di uccidere chiunque trovi sul suo cammino. Sant’Agostino lo definisce il "re dei serpenti", cioè il demonio. L’alito del basilisco è velenoso, come pure il suo sguardo e le leggende medioevali raccontano che l’unico modo per difendersi dall’«immonda fiera» era quello di usare uno specchio nel quale il drago, rispecchiandosi, avrebbe trovato la morte per opera del proprio veleno. La raffigurazione del Basilisco simboleggia la materia prima da trasformare che dallo stato vile passa a quello paradisiaco e perfetto. C. G. Jung nei suoi studi individua, in tutto ciò che è infimo, la prima materia a buon mercato da cui partire per lo svolgimento dell’Opera. I bestiari medioevali, a conferma della visione di Jung, usavano le allegorie dei più demoniaci animali quali il serpente, il drago, il basilisco, il corvo per identificare lo stato d’infimo ordine da cui partire per il raggiungimento del «tesoro dei tesori». Il Basilisco è così il malefico guardiano che deve essere battuto per aver accesso al tesoro, il simbolo del Mercurio Filosofale emblema della germinazione del Mondo, il Leviatano che dimora nelle acque, manifestazione della pioggia accompagnata da lampi e tuoni, segnali dell’attività celeste.

Il Pellicano
Il simbolo del Pellicano che nutre i suoi piccoli con il sangue che sgorga dal suo petto è l’immagine dell’amore paterno. Per questa ragione l’iconografia cristiana ne ha fatto l’allegoria di Cristo che sulla Croce venne trafitto al petto perdendo sangue e acqua, fonte della vita per gli Uomini. Il sangue scaturente dal petto del Pellicano è, per l’Ars Symbolica, la forza spirituale che alimenta il lavoro dell’alchimista che con grande amore e sacrificio conduce la ricerca della perfezione. Nell’iconografia alchemica il Pellicano simboleggia un particolare vaso nel quale veniva riposta la materia liquida da distillare.
La simbologia del Pellicano fu impiegata in molteplici significati, fra cui quello della Pietra Filosofale, dell’interesse non egoistico all’ascesa verso la purificazione e nel rito massonico scozzese l’uccello indicava il grado di Rosacroce, anticamente definiti «Cavalieri di Rosa Croce» (1).

Nota:
1)-Alto grado del Rito Scozzese che si sviluppa nel ’700. 


La Fenice
Il simbolo della Fenice trova le proprie origini nell’antico Egitto ove assumeva il significato solare associato alla città di Heliopolis. In essa veniva onorato il dio Sole che ogni giorno sorgeva e tramontava. La Fenice rappresenta spesso la fase finale del processo alchemico e gli alchimisti, in questo uccello, riposero il significato della spiritualizzazione completa, della rinascita della personalità risultato finale della Grande Opera. Secondo un mito greco, rifacentesi ad uno più antico egizio, la Fenice risorgeva dalle ceneri della sua pira ogni cinquecento anni e tale leggendaria immagine di longevità ed immortalità costituì, durante il Medioevo, un parallelo con l’immortalità e la resurrezione di Cristo dal Santo Sepolcro.
Nell’opera l’iconografia dell’uccello viene dopo quella del Pellicano non solo nel rispetto della successione delle fasi alchemiche, ma anche nel significato rispetto a quello che lo precede. Infatti la sua capacità di ricrearsi acquisisce il significato divino nei confronti di quello umano del Pellicano. Il magnifico aspetto rosso dell’uccello (‘fenice’ deriva da una parola greca che significa ‘rosso’) evoca il fuoco creatore capace di dissolvere le tenebre della notte simboleggianti la condizione della morte, del peccato, dell’anima liberata dalla natura umana che l’opprime. Il simbolo alchimistico è molto diffuso e viene spesso impiegato per raffigurare la proprietà della Pietra Filosofale capace di moltiplicare e aumentare la quantità d’oro ottenibile dalla trattazione della vile materia prima. Nel lato sinistro della tavola la Fenice è riprodotta come simbolo maschile che protegge i due elementi fuoco e aria contenuti nelle due sfere sotto le sue ali.


Il Leone



Nell’antichità il simbolismo del Leone ebbe un ampio impiego. Ciò dipese dalla sua natura forte e dalle sue sembianze. Il colore e la fulva criniera lo portarono ad essere associato al Sole, che con la sua energia illuminava e donava la vita. L’accostamento all’astro era già presente nelle culture primitive che vedevano nell’animale la maestosità della natura e la prosperità del periodo centrale dell’anno quando le stelle di maggiore grandezza brillavano nella notte e il Sole splendeva più intenso durante il giorno. Nell’iconografia egiziana il leone era molte volte ritratto in coppia, con lo sguardo di uno rivolto all’orizzonte, opposto dell’altro. Essi disegnavano l’arco che il sole compiva nel cielo andando da Est a Ovest, dal suo sorgere al suo tramontare. Il medesimo significato fu ripreso nel complesso codice dei filosofi alchemici che affidarono all’immagine del Leone giovane quella dell’alba e al Leone vecchio e malato quella del tramonto. Questa duplicità si tradusse nella distinzione alchemica tra 
Leone verde e rosso che materializzavano l’uno l’inizio e l’altro la fine dell’opera. L’oro era quindi il Leone rosso che divorava quello verde (1) e l’inquietante visione voleva essere il geroglifico del tortuoso percorso che l'alchimista avrebbe dovuto compiere per raggiungere la perfezione passando attraverso la lavorazione della materia prima cruda (2), il fuoco iniziatore, lo zolfo filosofico e finendo con l’ottenimento del re dei metalli, la polvere di proiezione, la Pietra Filosofale. Il Leone verde fu anche l’immagine traslata del mondo vegetale e minerale, e il Leone rosso l’esempio della materia rossa dimorante al fondo del vaso alchemico prima della sublimazione. Il Leone della tavola di Mattheus Merian è riprodotto in maniera classica come siamo abituati a vederlo negli stemmi araldici medioevali. La posizione eretta sulle gambe posteriori, le fauci aperte, le gambe anteriori distese e la lingua fuori era l’espressione della potenza, dell’aggressività e dell’alto rango che si sposava perfettamente allo spirito del principio maschile. Nella tavola il posizionamento del Leone, in questo caso verde, è infatti previsto nel lato dedicato ai principi maschili come il solvente universale, il fuoco originatore che si sprigiona dalla terra (riprodotto sulla montagnola), il Sole splendente e l’Adamo alchemico che, come il Leone, ha un piede su una stella a sette punte simbologia delle sette operazioni della Grande Opera. Il richiamo alle sette fasi è anche visibile nel collare del leone ove sono incastonate sette stelle.
Note:
1)- L’undicesima chiave di Basilio Valentino rappresenta chiaramente tale simbologia e non a caso fu utilizzata da Luca Jennis per l’edizione della Basilica philosophica di Mylius.
2)- Il Mercurio filosofico considerato la materia di partenza della grande opera. 


I due Leoni



L’immagine mostruosa centrale è la metafora del matrimonio dei contrari come la luna e il sole, l’acqua e il fuoco, lo zolfo e il mercurio, il Re e la Regina che nell’amplesso creeranno il nuovo essere. L’unica testa della figura deforme vomita il «bronzo dei filosofi», un «liquido dorato e vischioso» che simbolicamente raffigura il 
duenech (1) la materia nella fase della nigredo ancor prima della putrefactio. I due leoni uniti nella singola testa sono pure la raffigurazione dell’essere androgino simbolo della perfetta integrazione.

Nota:
1)-‘Antimonio’, inteso come materia primordiale da cui l’addetto partiva per compiere l’opera. 

L'Aquila




Il simbolo dell’aquila secondo C. G. Jung è un simbolo polivalente. Infatti il re degli uccelli acquisiva un significato differente se bianca o nera. Essa incarnava l’allegoria dell’alta divinità, del fuoco celeste, del sole, della nobiltà e dell’anima come parte dell’uomo appartenente a Dio.
L’impiego del simbolismo dell’aquila fu, nelle differenti civiltà, quasi sempre indirizzato all’espressione di «altitudine» che cambiava quando, con un volo in picchiata, l’uccello si scagliava contro la preda. Le figure emblematiche dell’aquila e del serpente furono la traduzione di tale dualismo.
La duplice figura dell’aquila e del serpente acquistava il significato del Cielo e della Terra, della lotta tra l’Angelo e il Demone, metafora del contrasto tra bene e male. In alchimia l’aquila è lo spirito costretto nella materia bruta che si libera solo dopo la fase di riscaldamento prolungato nell’athanor e si concretizza nell’alto dell’alambicco. L’aquila bianca fu percepita come una proiezione maschile associabile al potere soprannaturale e il suo sangue, nelle vecchie farmacopee, veniva prescritto come un rinvigorente delle forze e unico mezzo per ridonare la fecondità delle donne sterili.
Quando invece era ritratta nera o bruna il suo significato cambiava totalmente divenendo un segno notturno, lunare, femminile come quella effigiata nella tavola. Sotto l’ombra delle ali dell’aquila, sono poste le sfere dell’acqua e della terra disegnate con le sembianze di 
Poseidone e di un bosco.
Poseidone è l’iconografia delle acque primordiali dalle quali tutti i corpi prendono vita, sia quelli che abiteranno le acque sia quelli che vivranno sulla terra. La divinità è quindi la forza elementare non ancora organizzata alla ricerca dell' elemento iniziale, padre di ogni armonico sviluppo. Il bosco e in generale il simbolismo del paesaggio, è la terra centro della vita, simbolo femminile che Jung associa all’inconscio, immensa riserva di spirito vitale e di conoscenze misteriose.


FONTE:http://www.duepassinelmistero.com/animali_e_alchimia.htm

Il simbolismo esoterico e occulto nel video "Blackstar" di David Bowie: dalla stella al Sole Nero



Di Salvatore Santoru

In questi ultimi giorni si sta parlando molto degli ultimi due video musicali,"Black Star" e "Lazarus",del grande cantante David Bowie,recentemente scomparso (1).
In queste canzoni, il tema trattato da Bowie è specificamente quello della morte e della rinascita/resurrezione, sopratutto da un punto di vista simbolico,metaforico ed esoterico.


Ciò non è un caso essendo stato Bowie un grande appassionato delle tematiche esoteriche ed occulte, dallo gnosticismo alla Cabala passando per la teosofia e il pensiero di Aleister Crowley, nonché alla fascinazione per gli aspetti occulti e più misteriosi del nazismo(2).

Spezzone di video dove compare la stella nera, https://vimeo.com(visto su http://www.federicadestasio.it/)

Dal punto di vista simbolico, risultano alquanto interessanti l'utilizzo della stella(3) e del Sole Nero nel video di "Blackstar", oltre agli altri simboli ed aspetti(ad esempio i teschi) presenti in esso.


Spezzone di video che inquadra il Sole Nero, http://www.rechargebiomedical.com/david-bowies-confessions-spiritual-beliefs-and-admonisions/

Entrambi i simboli richiamano il tema dell'alchemica "putrefazione"(4), ovvero della "morte iniziatica" che secondo l'esoterismo deve precedere alla "rinascita" e "resurrezione" interiore e/o spirituale.
Più specificamente, sia la stella che il Sole Nero sono legati alla fase primaria (nigredo) dell'alchimia, che metaforicamente si può far coincidere psicologicamente con gli stati d'animo più bassi, come la depressione e la dissociazione, ed inoltre simboleggia la "morte interiore".


Sol Niger, https://en.wikipedia.org

Ancora più precisamente, il Sole Nero fa riferimento al "Sol Niger"(5) alchemico e il suo simbolo è diventato molto noto nella cultura di massa per via del suo utilizzo,durante il 3 Reich, da parte delle SS nel castello di Wewelsburg(6).


Il simbolo dello "Schwarze Sonne" a Wewelsburg, http://www.faz.net
Com'è abbastanza ravvisabile, nei suoi due ultimi brani Bowie voleva simbolizzare e forse "esorcizzare" il tema della morte, sia dal punto vista personale che simbolico.

NOTE:
(1)http://www.panorama.it/musica/david-bowie-i-cinque-segni-premonitori-nellultimo-disco-blackstar/
(2)http://informazioneconsapevole.blogspot.it/2015/06/le-passioni-di-david-bowie-per-lo.html
(3)http://informazioneconsapevole.blogspot.it/2016/01/lalchemica-stella-nera-di-bowie.html
(4)http://www.esonet.it/News-file-article-sid-885.htmlhttp://laterzaattenzione.blogspot.it/2013/01/la-nigredo-conosciuta-anche-come-opera.html
(5)https://en.wikipedia.org/wiki/Suns_in_alchemyhttp://informazioneconsapevole.blogspot.it/2015/02/il-simbolismo-del-sole-nero.html
(6)https://it.wikipedia.org/wiki/Sole_Nero#Il_simbolo

 FOTO IN ALTO:http://www.spin.com

L’alchemica stella nera di Bowie

“Rendi spesso ciò che è sottile e sottile ciò che è spesso” (Athanasius Kircher)
How many times does an angel fall? (Quante volte cade un Angelo?)
Siamo nati a testa in giù (sono la stella di una stella)
Nati al contrario (non sono una stella bianca)
Io sono una Blackstar…
Vedo bene così tanto, la sofferenza davvero sincera (oppure “soffro così a cuore aperto”)
Nei miei sogni ad occhi aperti desidero le aquile, diamanti nei miei occhi…(Blackstar)
Nel suo ultimo lavoro Bowie ci lascia una riflessione sul valore dell’ombra, la sua stella nera richiama inevitabilmente il Sol Niger degli alchimisti o la Luce Oscura degli antichi gnostici, ci mostra che la Materia non è altro che riflesso di una luce e viatico di accesso alla stessa, una “stella capovolta”, frutto della caduta della luce e sua necessaria ma occulta manifestazione nel mondo (materiale) infero (Angelo caduto portatore di luce…).
In questo gioco di luce ed ombra c’è chi ha visto messaggi satanici o preannunci di morte, forse David lascia soltanto la riflessione di un uomo “vissuto”, che attraverso i propri sentieri di vita, tra prove e difficoltà, senza negare le stesse, trova il senso compiuto del viaggio dell’Uomo, la rinascita della Luce (Lazzaro) dal mondo delle tenebre…
“Guardate lassù, sono in paradiso
Ho cicatrici che non possono essere viste
Ho il dramma, che non può essere rubato
Mi conoscono tutti ora….Oh, sarò libero
Proprio come quegli uccellini (Lazarus)
image
L’Imaginatio è la capacità di rendere reale, materiale l’essenza (volatile) dell’anima e nello stesso tempo la capacità di astrarre l’essenza dell’anima stessa dalla sua manifestazione reale, materiale (fisso). (C.F.)
image
Immagine: frontespizio dell’opera in dieci volumi: “Ars Magna Lucis et Umbrae”, 1646, di Athanasius Kircher

Le 4 fasi della Grande Opera alchemica



http://www.bethelux.it/alchimia1.htm

Le 4 fasi dell'alchimia presero il nome dai 4 colori fondamentali della pittura greca : nero, bianco, giallo e rosso. Esse furono inoltre poste in parallelo ai 4 elementi, alle 4 stagioni, e alle 4 fasi del giorno.
Le 4 fasi dell'alchimia sono:


Opera al nero
Melanosi  o Nigredo
 o Putrefactio
TerraInvernoNotte
Opera al bianco Leucosi  o AlbedoAcquaPrimaveraAurora
Opera al giallo - Xantosi  o CitrinitasAriaEstateGiorno pieno
Opera al Rosso - Iosi  o RubedoFuocoAutunnoTramonto

Essenziale al conseguimento dell'obbiettivo, lo "opus", è la morte iniziale e la successiva "putrefactio" espressa simbolicamente dalla semina e dal seme che nella terra marcisce. Questa fase corrispondente alla "nigredo" e all'inverno. Perché il seme fruttifichi deve essere infatti sepolto nella terra. Questo è il "regime di Saturno", la fase "al nero" che copre da sola la metà del ciclo, così come la notte copre la metà del ciclo solare giornaliero. Dopo la "nigredo" alcuni inseriscono la fase detta "cauda pavonis" caratterizzata dai 7 colori dell'Iride. Altri autori fanno invece precedere la "rubedo" dalla "viriditas" (opera al verde). Il "lavaggio" o "baptisma" conduce dalla "nigredo", l' "albedo" corrisponde all'elemento acqua, alla "luna" e "rubedo" è l'unione degli opposti o le cosiddette "nozze chimiche". L'opera al bianco è la fase che non può essere posta al termine dell'opera essendo la fase fondamentale della resurrezione accomunata alla primavera. Il verde e il rosso sono i due colori del "leone", dello "zolfo", del "mercurio" che è duplice e androgino, dunque equivalente all'unione di "Rex" e "Regina", rosso e bianco). Il verde è il colore della vegetazione risorta, della Resurrezione e dello Spirito Santo. "Horus è bianco, Osiride è nero" dice Plutarco; ma Horus è appunto Osiride rinato mentre il "nero" si riferisce ad Osiride smembrato. I colori simbolici, all'infuori dei tre fondamentali (nero, bianco, rosso) sono usati con grande libertà dagli alchimisti. L'unione alchemica di bianco e rosso trova equivalenza nel pane e vino della Messa, intesi come "femmina" e "maschio", anima e spirito. Il pane, del resto, si fa col grano, la pianta protagonista del ciclo agrario che verdeggia a primavera e simboleggia lo "opus", il cui scopo primo è la rinascita.
Il pensiero alchemico non consisteva comunque solo in una serie di speculazioni più o meno cifrate. Accanto alla "filosofia naturale" erano accostate delle concrete operazioni sulla materia senza le quali l'alchimia stessa non sarebbe stata ipotizzabile.

FOTO:http://www.hawksmoorsbazaar.net

Il mistero del Mutus Liber, il più enigmatico testo alchemico



Commentario di Jean Laplace
(introduzione e traduzione dal francese di D. Ferrero)

Il Mutus Liber - "Libro Muto" in quanto sprovvisto di testo - rappresenta forse il più famoso ed enigmatico testo alchemico.
In sole 15 tavole, sono illustrate tutte le operazioni fondamentali della Grande Opera attraverso un insieme di immagini allegoriche, ricche di dettagli, il cui simbolismo il lettore è chiamato ad interpretare. Il linguaggio iconografico è considerato sufficiente di per sé a comunicare quei segreti che è vietato esprimere per mezzo della parola.
Le uniche frasi scritte si trovano nella prima, nella penultima e nell'ultima tavola.
Nella prima tavola leggiamo: "MUTUS LIBER, IN QUO TAMEN tota Philosophia hermetica, figuris hieroglyphicis depingitur, ter optimo maximo Deo misericordi consecratus, solisque filiis artis dedicatus, authore cuius nomen est Altus. 21.11.82. Neg: 93.82.72. Neg: 82.31.33. Tued."  Ovvero: "Il Libro Muto, nel quale l'intera filosofia ermetica viene rappresentata in forma di figure geroglifiche, consacrato a Dio misericordioso, tre volte massimo ottimo, e dedicato ai soli figli dell'Arte, da un autore il cui nome è Altus".
Le enigmatiche serie di numeri e di sigle che seguono vanno lette al contrario (da destra a sinistra) e si rivelano essere dei riferimenti a specifici versetti biblici: Gen. 28.12-12, Gen. 27.28-39, Deut. 33.13-28. La prima citazione descrive il sogno di Giacobbe, che è appunto illustrato sulla prima tavola; la seconda e la terza citazione fanno riferimento alla "rugiada celeste", la cui raccolta è illustrata nella tavola 4.
Nella penultima tavola, in fondo, leggiamo: "Ora Lege Lege Lege Relege labora et invenies". Cioè: "Prega, leggi, leggi, leggi, rileggi, lavora e troverai": consiglio singolare per un libro in cui non c'è praticamente nulla da "leggere" in senso stretto, eppure è un invito prezioso a ricavare dalle immagini quegli insegnamenti che la parola non potrebbe comunicare.
Nell'ultima tavola, i due filatteri che escono dalla bocca dell'uomo e della donna inginocchiati di fronte alla gloria dell'alchimista recano le parole: "Oculatus abis", ovvero: "Dotato di occhi (chiaroveggente) te ne vai".
E' quasi certo che l'autore del Mutus Liber, celato dallo pseudonimo "Altus", sia Jacob Sulat o Saulat, dato che il suo nome appare nel Privilége du Roi che accompagna l'edizione originale. Come dimostrò Canseliet, la scritta "Oculatus abis" che appare nell'ultima tavola forma appunto l'anagramma: "Jacobus Sulat".
La prima edizione del Mutus Liber fu pubblicata a La Rochelle nel 1677. Le tavole, ridisegnate e migliorate dal punto di vista grafico, furono poi incluse nella monumentale Biblioteca chemica curiosa di Manget (Genève, 1702). Seguirono quindi varie riedizioni del libro, tra le quali merita una menzione particolare una versione a colori, ritrovata in un manoscritto della fine del XVIII secolo custodito alla "Library of Congress" di Washington. Questa versione fu pubblicata nel 1979 dalle edizioni Archè con il commentario di Jean Laplace.
Abbiamo qui voluto riprodurre tutte e tre le versioni principali del libro, dato che un confronto tra i piccoli particolari che mutano nelle immagini si rivela particolarmente interessante. Per ogni tavola sono riportate quindi, da sinistra a destra:
  • 1. la versione originale del 1677,
  • 2. la versione del 1702 di Manget,
  • 3. la versione a colori di Washington.
A partire dalla celebre Ipotiposi di Magophon molti sono stati i commentari al Mutus Liber, tra i quali quello di Eugène Canseliet è senza dubbio il migliore e il più completo, nonché il più "caritatevole" per le sue preziose rivelazioni (E. Canseliet, L'Alchimie et son livre muet; trad. italiana: E. Canseliet, Mutus Liber, ed. Arkeios, Roma 1995). Col proposito di dedicarci in futuro ad una dettagliata analisi del commentario di Canseliet, vogliamo qui offrire al lettore la nostra traduzione del commentario originale di Jean Laplace che accompagnava l'edizione a colori del 1979 sopraccitata, in quanto prezioso sebbene poco noto al pubblico italiano. Si tenga conto che il testo di Laplace si riferisce in particolare alle tavole colorate.
Un ultimo avvertimento: come hanno fatto spesso rilevare tutti i migliori commentatori, le quindici tavole, nonostante l'apparenza, non seguono il corretto ordine delle operazioni: solo la prima e l'ultima si trovano realmente al loro posto. Ciò costituisce un'ulteriore prova di pazienza per il lettore che è chiamato a ricostruire, come in un puzzle, la giusta sequenza delle immagini. Per raggiungere questo scopo, il commento di Canseliet offre degli aiuti indispensabili: avremo occasione di riparlarne.
(N.B. - cliccando su ciascuna immagine in piccolo si accede alle Tavole ad alta risoluzione)

La Grande Opera alchemica


Gesù disse: «Colui che cerca non desista dal cercare fino a quando non avrà trovato
 e quando troverà sarà commosso e si stupirà,
e così commosso contemplerà e regnerà sul Tutto»
 Il Vangelo di Tommaso, verso 2

Di Claudio Carli
L’Alchimia rivela nel simbolo della Grande Opera, il processo con cui l’Uomo può arrivare a Realizzarsi, ossia a divenire cosciente della propria vera Realtà Spirituale.
In questo lavoro spiegheremo le allegorie ed i simboli presenti nei testi alchemici, illustrandone l’insegnamento che essi velano.
Nel Medio Evo l’occidente puritano considerava un’eresia il solo pensare che l’essere umano potesse assurgere alla conoscenza della propria realtà divina. Per questo gli Iniziati di allora dovettero velare in simboli e allegorie i propri insegnamenti. Oggi questa necessità non sussiste più, ovviamente, ed è particolarmente interessante comprendere i paralleli che legano l’Insegnamento Iniziatico Occidentale a quelli espressi in Oriente sotto tutt’altre forme, ma con un’identica sostanza.





La Tradizione Iniziatica dai tempi più remoti tramanda la Conoscenza della realtà divina dell’uomo e lo fa in modi e maniere che si adattano nella forma ai diversi periodi storici ed alle caratteristiche della società dell’epoca. E’ compito dell’Iniziato decodificare e “aprire” le antiche forme e gli antichi simboli, portando così alla propria coscienza, l’unità degli Insegnamenti tramite i quali sarà in grado egli stesso di raggiungere la Meta alla quale è destinato: la Reintegrazione del Sé o, in altri termini, la Realizzazione.
Dice un antico motto che l’Iniziato è in grado di parlare mille lingue. Ciò non si realizza, naturalmente, studiando semplicemente gli idiomi antichi e moderni, quanto invece comprendendo quei principi che sono l’unica realtà, al di là del velo dell’Illusione, e sapendo riconoscerli nelle “mille lingue” ossia nei mille modi in cui sono stati trasmessi dalla Tradizione. Uno di questi modi è per l’appunto l’Alchimia. Altri possono essere l’Ermetismo, la Massoneria, le dottrine orientali, le religioni (anche le religioni hanno una componente esoterica, benché di solito misconosciuta dai più) e così via.
Vogliamo allora tentare di “aprire” i significati del linguaggio alchemico, così da dare perlomeno una prima chiave per comprenderne gli Insegnamenti.




1.1 Vitriolum
… e fin quando non avrai la saggezza,
muori per divenire,
sarai soltanto un triste ospite su questa terra oscura.
 Goethe

Colui che vuole entrare nel regno divino,
deve prima entrare nel corpo di sua madre,
e morirci.
 Paracelso

Carl Gustav Jung disse: "Chi guarda in uno specchio d’acqua, inizialmente vede la propria immagine. Chi guarda se stesso, rischia di incontrare se stesso. Lo specchio non lusinga, mostra diligentemente ciò che riflette, cioè quella faccia che non mostriamo mai al mondo perché la nascondiamo dietro il personaggio, la maschera dell’attore. Questa è la prima prova di coraggio nel percorso interiore. Una prova che basta a spaventare la maggior parte delle persone, perché l’incontro con se stessi appartiene a quelle cose spiacevoli che si evitano fino a quando si può proiettare il negativo sull’ambiente."
L’acronimo V.I.T.R.I.O.L.U.M., che viene usato nella letteratura alchemica, è formato dall’espressione latina Visita Interiora Terrae Rectificando Invenies Occultum Lapidem Veram Medicinam, che significa “Visita l’interno della terra, e rettificando troverai la pietra nascosta che è la vera medicina”.
Immagine1
L’alchimista scava la terra. Scavare o penetrare la terra è il primo passo del processo alchemico. La terra è il corpo, o se stessi. Penetrare la terra corrisponde a penetrare, conoscere, il proprio sé interiore.

Siamo quindi invitati a discendere nella terra, negli inferi, nell’inconscio. La terra è il simbolo dell’uomo fisico. L’uomo deve prendere coscienza del suo mondo interiore, di chi è, cosa sta facendo, quali sono le sue motivazioni eccetera. Una volta rivolta l’attenzione verso l’interno, si scoprirà un mondo nuovo: gli inferi dell’Ade, il regno oscuro delle ombre e dei mostri.

Questa discesa viene anche chiamata regressus ad uterum, “ritorno nell’utero”, un termine che viene spesso usato nei riti d’iniziazione. È un ritorno simbolico a un particolare stato primordiale dell’essere che accomuna ogni uomo nell’inconscio collettivo.
Nel profondo dell’uomo, nell’oscurità della sua psiche, risiedono i moventi delle sue azioni. Dunque il regressus ad uterum, il prendere coscienza di questi moventi profondi, è una condizione necessaria per entrare nella zona di morte illuminata dalla luna, e successivamente sperimentare la rinascita. Terra Mater, la Madre Terra, è sempre stata collegata alla nascita, con l’unione tra uomo e donna (conscio e inconscio); unione dalla quale la nuova vita sgorgherà dopo la morte.
I popoli primitivi svolgevano le loro iniziazioni al buio o sottoterra, ad esempio nelle grotte. In Egitto, le iniziazioni si svolgevano nelle piramidi o nelle cripte interrate dei templi. In Persia si usavano principalmente nelle grotte, mentre gli indiani d’America avevano apposite capanne. I misteri di Mitra venivano eseguiti in templi costruiti sottoterra. La stessa iniziazione era simboleggiata dalla penetrazione della pancia della Grande Madre, o del corpo di un mostro marino o animale selvatico.
Nella mitologia greca, Orfeo discese nell’Ade per cercare Euridice (il simbolo della sua anima perduta). Il Dio hindù Krishna discese negli inferi per cercare i suoi sei fratelli (i sei chakra, essendo Krishna il chakra della corona). Dice una leggenda che, dopo la sua morte, anche Gesù discese nel regno di Satana per salvare l’anima di Adamo (l’uomo puro).

Immagine2
La porta della saggezza eterna (Heinrich Khunrath, Amphiteatrum Sapientiae, Hanau, 1604).

Nell’alchimia, l’entrata dell’inconscio è  spesso rappresentata dall’entrata delle grotte, da racconti di viaggi negli inferi o strani luoghi lugubri del mondo. Talvolta si trova negli scritti alchemici la rappresentazione del re che si fa il bagno. L’acqua, alchemicamente parlando, rappresenta proprio l’inconscio. Il Re, che è invece la nostra coscienza, vi si immerge proprio per venire a contatto con i suoi contenuti e così portarli alla luce, alla propria coscienza.

Un altro modo in cui questo contatto tra coscienza ed inconscio viene rappresentato è il simbolo della “coniunctio”(congiunzione) o “concepito” (concezione) tra il Re e la Regina, che avviene principalmente nell’acqua, in una sorgente o in una fontana. La Regina quindi rappresenta il femminile, l’acqua, l’inconscio.
La discesa nell’inconscio non è priva di pericoli. In senso psicologico può ad esempio sfociare nella schizofrenia. Nella mitologia, l’eroe penetra gli inferi per lottare contro mostri e demoni. La Grande Madre gli appare sotto forma di un essere terribile, spesso il Signore della Morte. Per il suo coraggio e la sua audacia, la Grande Madre, Dea della fertilità, gli offre grande conoscenza e grande saggezza.
Quando nell’alchimia si lavora con i metalli (così vengono chiamate le passioni e le emozioni dell’uomo), il piombo viene usato come materiale iniziale. Gli alchimisti dicono che nel piombo vi è un demone che può causare la pazzia. Il piombo è sotto il dominio di Saturno, il Dio della malinconia, che causa disturbi e visioni demoniache.
Il piombo, il più impuro dei metalli, deve essere trasformato nel metallo puro, l’Oro, simbolo dello Spirito. In generale, il piombo rappresenta le passioni inferiori e più terrene dell’uomo. E’ su di loro che l’alchimista opera, rettificandole (rectificando) e sublimandole sempre più. Cosa significa questo? Ce lo spiega un testo del Taoismo moderno: “Ecco perché Buddha Jou-lai (Tathagata), nella sua grande misericordia, ha rivelato il metodo, il lavoro alchemico del Fuoco, e ha insegnato al popolo a rettificare la propria vera natura e pienezza”.

FONTE E ARTICOLO COMPLETO:http://www.esonet.org/index.php/articoli/32-articoli-alchimia/1064-la-grande-opera

NEWS, SITI CONSIGLIATI & BLOGROLL

VISUALIZZAZIONI TOTALI

Follow by Email

Contact Me

Nome

Email *

Messaggio *