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Il manifesto dell’opposizione conservatrice al nazismo nel saggio di Oswald Spengler


Di Gennaro Malgieri
È uscito per Oaks editrice la nuova edizione italiana di "Anni della decisione" di Oswald Spengler (pp. 252,€ 12). Dal saggio introduttivo di Gennaro Malgieri pubblichiamo ampi stralci

Nel 1932 Oswald Spengler non votò per Hindenburg, ma per Hitler, anche se lo giudicava volgare. Lo incontrò nel 1933 e dopo una lunga discussione con lui, concluse che la Germania non aveva bisogno di un “tenore eroico (“Heldentenor“, tenore drammatico), ma di un vero eroe (“Held“)”. Ed oltre a criticare le tesi razziste di Alfred Rosenberg, rifiutò l’invito di Joseph Goebbels, perorato anche dalla sorella di NietzscheElisabeth, di tenere discorsi alla gioventù tedesca. Tuttavia nel 1933 Spengler venne chiamato a far parte  dell’Accademia di Germania. E scrisse Jahre der Entscheidung, (Anni della decisione), accolto malissimo negli ambienti nazionalsocialisti, ma – e non è un caso – esaltato in Italia da Benito Mussolini che  rimase colpito dalla nitidezza dell’analisi e dalle prospettive che in esso il pensatore tedesco intravedeva. È il libro più politico di Spengler nel quale la critica al liberalismo si accompagna alla critica spietata al razzismo biologico e all’antisemitismo, che contribuì a consolidare la sua fama, mentre gli procurò altri nemici.
In tre mesi furono vendute centomila copie del volume, ma ciò non impedì che da alcuni ambienti nazisti si levassero contro Spengler accuse assai vili e pretestuose per alcune allusioni sulla recente presa di potere di Hitler. Al contrario, in Italia, Benito Mussolini che lo accolse con entusiasmo, nello stesso torno di tempo lo segnalò dalle colonne del “Popolo d’Italia” e ne commissionò  la traduzione al germanista Vittorio Beonio Brocchieri.
Alle infamanti menzogne propagandistiche diffuse in patria dai nazisti, Spengler non replicò. I suoi pensieri navigavano verso mondi lontani, distanti dalle contingenze, in un estuario post-politico. Erano volti alla preistoria, alla riscoperta della tradizione primordiale dell’uomo europeo per il quale ed intorno al quale avrebbe voluto elaborare una compiuta filosofia. Le Urfragen, il lascito (Nachlass) raccolto dall’amico Anton Koktanek, rivelano tale intenzione. E intanto, in Anni della decisione, ammoniva sul tempo nuovo che sarebbe venuto, sull’ “èra fatale” che si stava preparando: la rivoluzione mondiale bianca, la rivoluzione mondiale di colore, l’avvento dei “nuovi Cesari”, il tutto “nutrito” dagli “ideali deboli”, vale a dire l’ideologia e la religione delle lacrime.
Un testo di grande forza evocativa e di straordinaria analisi interpretativa che non poteva piacere a piccoli propagandisti spacciatisi per “filosofi” come Alfred Baumler, alle cui intemperanze nei confronti di Spengler (qualcuno le chiamò minacce) si deve forse una concausa che provocò la crisi cardiaca che uccise lo studioso, come venne ipotizzato  all’epoca. Ma perché in Germania si leggeva questa opera politica di Spengler con diffidenza, contrarietà o aperta ostilità da parte nei circoli nazionalisti più vicini al nuovo regime? La brutale violenza con la quale Hitler si era sbarazzato di alcune delle personalità più eminenti del fronte conservatore che non apprezzavano i suoi metodi e, tra gli altri, molti di loro erano amiche di Spengler, come Edgar Jungvon KahrWilly Schmidt, non potevano lasciare indifferente Spengler come molti altri intellettuali nazional-conservatori. Jung aveva addirittura scritto che Spengler era il massimo scrittore politico della Germania: conoscendo la corte di Hitler, c’era di che preoccuparsi. Ma lui non si diede pena per se stesso e, come Gottfried Benn, imboccò la strada della cosiddetta “migrazione interna” che gli avrebbe guadagnato l’inimicizia delle gerarchie del regime, ma anche di molta parte della gioventù tedesca.
Questa circostanza gli procurò molte amarezze. Di fronte ad un libro come Jahre der Entscheidung, che nulla concedeva all’hitlerismo, per quanto nelle prime righe avesse scritto che nessuno più di lui aveva desiderato i rivolgimenti dell’inverno del 1933, e non era un testo propagandistico, ma un tentativo di alimentare la consapevolezza rivoluzionario-conservatrice su ciò che sarebbe inevitabilmente avvenuto in Europa ed in Occidente, le giovani generazioni opposero un netto rifiuto a seguire chi prendeva così platealmente le distanze dal nazionalsocialismo, abbagliate com’erano dalle sontuose, vuote e retoriche ritualità di una  grottesca finta religiosità neopagana, fumettistica ed estranea alla tradizione più ancestrale tedesca. Per i giovani l’ “anno decisivo” si era già compiuto; non ce ne sarebbero stati altri: l’orizzonte della Germania e dell’Europa escludeva qualunque altra prospettiva. Il mito del Dritte Reich – formula coniata da Arthur Moeller van den Bruck, suicida nel 1925 e tutt’altro che tenero nei confronti dei primi miliziani della Rivoluzione che non avrebbe visto compiersi, non meno critico tuttavia sul piano filosofico verso Spengler come attestato da un piccolo saggio appena pubblicato in Italia da Oaks, Spengler contro Spengler, – assorbiva totalmente i giovani tedeschi perché potessero preoccuparsi degli orizzonti politici spengleriani. Perfino la sorella di Nietzsche, Elisabeth, gli manifestò il proprio rammarico per le posizioni “poco nazionalsocialiste” contenute in Anni della decisione, mentre Günther -Grundel, autore de La missione della nuova generazione, si disse indignato perché nel libro il nome di Hitler non era citato neppure una volta “mostrando l’autore di ritenerlo una quantité négligeable”.
Eppure Spengler aveva scritto – ma non certo per captare la benevolenza dei “nuovi arrivati” – di aver odiato “fin dal primo momento la sporca rivoluzione del 1918 come un tradimento della parte peggiore del nostro popolo contro quella combattiva e costruttiva, e non ancora logora che era sorta nel 1914 perché poteva e doveva avere un avvenire”. E nel contempo indicava la nuova strada alla Germania, la sola che un aristocratico poteva immaginare: il “prussianesimo” quale ripresa dei valori e delle antiche virtù germaniche, vale a dire “ciò che abbiamo nel sangue dai nostri padri, idee senza parole, è l’unica cosa che garantisce la solidità dell’avvenire (…). Abbiamo bisogno di una educazione di stile prussiano, quale era nel 1870 e nel 1919 e quale nel fondo delle nostre anime dorme come costante possibilità. Questa educazione è attuabile soltanto attraverso l’esempio vivo e l’autodisciplina morale di una classe dirigente; non con una gran quantità di parole o con la costrizione. Per poter servire un’idea dobbiamo dominare noi stessi, essere preparati per convinzione a sacrifici interiori”.
Parole per tutti e per nessuno. Alle menzogne spesso infamanti, Spengler non reagì in alcun modo, men che meno accampando titoli o ricorrendo a discutibili protezioni che pure gli venivano offerte. I suoi pensieri erano rivolti altrove: veleggiavano verso mondi lontani, distanti dalle contingenze, in un estuario post-politico. Erano volti alla preistoria, alla riscoperta delle origini primordiali dell’uomo europeo: una cosmologia che nelle sue intenzioni avrebbe dovuto concretizzarsi in una nuova filosofia della storia. Non ne ebbe il tempo, ma le Urfragen ci fanno capire quale fosse il suo progetto. Sarebbe stato il nucleo centrale della seconda parte progettata di Anni della decisione? Non è dato saperlo. È, comunque, ipotizzabile, anche considerando come l’opera si conclude,  che la prima parte, quella che conosciamo, ne prevedeva uno sviluppo ulteriore proprio nel senso appena indicato: il superamento della fase politica e della diagnosi delle contingenze per indicare uno scenario nuovo dopo la fine dei cesarismi e linevitabile implosione del mondo della tecnica, il più totalitario dei mondi. Un indispensabile ritorno alle origini, dunque.
Anton M. Koktanek, in Oswald Spengler in seiner Zeit (1968), definisce Jahre der Entscheidung “l’unico manifesto dell’opposizione conservatrice interna apparso durante il terzo Reich”. La violenta e circostanziata critica alla modernità, della quale il nazionalsocialismo è un aspetto o addirittura una “degenerazione”, è il rilievo più interessante contenuto nel saggio che vede la luce nel clima effervescente dei primi anni Trenta. L’occasione gli venne data da una conferenza tenuta ad Amburgo nel 1930 dal titolo significativo: “La Germania in pericolo” che venne poco compreso ed indusse Spengler a precisare meglio il suo pensiero con uno studio sistematico che, nonostante le polemiche appena ricordate, dai lettori più accorti venne ritenuto una sorta di manuale per fronteggiare l’avvenire, ed anche questo non piacque ai nazisti.

Combattere i nazisti con la controinformazione: quando le fake news piacevano a tutti

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Ci fu un tempo in cui le fake news – udite udite – erano una cosa buona e giusta. Per la precisione, avvenne tra il 1941 e il 1943, quando la Germania fu raggiunta da una serie di trasmissioni radio particolari. Erano quelle in cui si potevano ascoltare le notizie date da Der Chef, personaggio misterioso che esibiva un forte accento berlinese e un’enorme conoscenza militare. Con ogni probabilità, si supponeva, era un importante ufficiale della vecchia guardia tedesca.
E invece no. Era tutta una montatura: Der Chef passava per lealista di Hitler, patriota e super-nazista, ma in realtà era un agente segreto dell’intelligence britannica, che fabbricava notizie semi-vere per creare un clima di tensione e sfiducia tra i tedeschi. Si lamentava dell’alto grado di corruzione degli ufficiali tedeschi. Spiegava che molti soldati del Reich, quando erano feriti, ricevevano trasfusioni di sangue infetto con la sifilide, perché veniva ricavato dai prigionieri polacchi e slavi. E ancora, che molte mogli di ufficiali si rivelavano infedeli ai loro augusti mariti, preferendo, tra le lenzuola, la compagnia di un diplomatico italiano.
I tedeschi che captavano queste trasmissioni clandestine erano convinti di ascoltare le discussioni, via radio, di un organo militare segreto.
“Se avessero potuto vedere gli studi in cui veniva creata questa trasmissione”, spiega il giornalista britannico Sefton Delmer, tra gli uomini dietro questa operazione “gli ascoltatori avrebbero subito smesso di ascoltarla”. Era una vera e propria fabbrica di notizie false, una delle tante iniziative di disinformazione reciproca che prendono forma in tempo di guerra. Armi e informazioni manipolate, spionaggio e bombe. Una delle tante: gli agenti inglesi avevano creato un’altra radio, ad esempio, in cui venivano lette notizie vere mescolate a notizie false.
La vita di Der Chef, però, durò poco. Nel novembre del 1943 fu messo in scena il suo assassinio, che nella finzione risultava commesso dalle truppe naziste che, entrando nello studio, gli avrebbero sparato nel mezzo delle comunicazioni. In questo modo gli ascoltatori che avessero ancora nutrito dubbi sulla veridicità di quanto era stato detto fino a quel momento potevano trovare una tragica conferma a tutto: il governo ha deciso di silenziarlo, quindi era troppo pericoloso. Peccato che per un errore di trasmissione la scena dell’omicidio fu trasmessa due volte. Capita.
Dopo la guerra, Delmer continuerà a lavorare come giornalista, scriverà vari libri autobiografici e di storia. Poi, alla fine degli anni ’70, morirà. Dietro di sé lascerà un’eredità, quella delle fake news, che allora servivano a vincere le guerre. Oggi solo a creare falsi allarmi.

Erwin Rommel, il generale preferito di Hitler, fu sempre convinto un anti-nazista

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Di Antonio Pannullo
Erwin Rommel, di cui oggi ricorre l’anniversario della morte, era ed è certamente il generale tedesco più famoso nell’immaginario collettivo. La Volpe del Deserto, inoltre, era già popolarissima in Germania durante la guerra, soprattutto dopo le vittorie fulminanti in Africa del Nord con i suoi carri armati. Come gli appassionati di storia sanno, a Rommel fu data un’alternativa atroce: o essere degradato, espulso dall’esercito con disonore e poi probabilmente impiccato, oppure suicidarsi e mantenere la pensione per la moglie e avere un funerale con tutti gli onori dovuti. Rommel, in un atto estremo d’amore verso la famiglia, scelse quest’ultima alternativa. Tra l’altro, i due generali che andarono da lui a porgli l’alternativa, lo fecero davanti al figlio unico adolescente Manfred. Ebbe un funerale bellissimo, ma non si volle far tumulare a Berlino. Quella di Erwin Rommel è una tragedia nella tragedia del nazismo e nella tragedia della Seconda Guerra Mondiale. Nessuno seppe nulla della fine di Rommel, che ufficialmente era morto per le conseguenze delle ferite riportate in Normandia, fino alla fine della guerra, quando gli Alleati intervistarono la moglie Lucie Maria Mollin e il figlio Manfred, che poi diverrà apprezzato sindaco di Stoccarda nel partito conservatore tedesco. Ma perché Hitler decise di far fare quella fine a uno dei generali che più amava, il suo preferito, che gli aveva dato tante soddisfazioni? I motivi possono essere più di uno, e certamente non riconducibili a quella che ancora una volta è la versione ufficiale degli Alleati, ossia il fatto che Rommel fosse implicato nell’attentato al Fuherer perpetrato da von Stauffenberg. In realtà, neanche si sa con certezza se Rommel ne fosse a conoscenza, e certamente non vi ha avuto parte attiva, anche perché lui in quel periodo era un ammiratore di Hitler, anche se non aveva mai fatto parte del Partito nazista. I rapporti tra i due erano franchi, cordiali, di stima reciproca, e Rommel inoltre non avrebbe avuto alcun interesse a far fuori il Fuherer. I motivi, invece, vanno ricercati altrove: dopo le clamorose vittorie in Africa, Rommel fu mandato da Hitler in persona a difendere il Vallo Atlantico, ossia a difendere laFrancia occupata dall’atteso sbarco alleato. Ora, il Vallo Atlantico era il sogno di Hitler, una barriera insormontabile che avrebbe difeso l’Europa dall’invasione. Ma era solo nella sua testa.

Rommel si suicidò con una capsula di cianuro

In realtà il Vallo non fu quasi nemmeno mai cominciato, perché mancavano gli uomini e i mezzi. Sì, era stata fatta qualche struttura, e sembra che in quel periodo in Europa non si trovassero più cemento e acciaio, perché qualsiasi risorsa veniva destinata a queste presuntuose fortificazioni. Però non bastava, tanto è vero poi che gli alleati alla fine passarono, se pur a prezzo di gravissime perdite. Rommel questo lo sapeva bene, e qualche giorno prima di essere ferito andò a dirlo al Hitler, che però forse non lo ascoltò o non lo volle ascoltare. Probabilmente Hitler rimproverò in qualche modo a Rommel di non aver saputo fare fronte allo sbarco in Normandia, o di non averlo saputo prevedere, non lo sapremo mai. Inoltre c’era il fatto che Rommel avesse proibito al figlio 16enne di arruolarsi nelle SS, non sappiamo se per timore oppure per contrarietà ideologica. Però, come detto, i due erano molto legati: Rommel nel 1937 comandava il battaglione addetto all’incolumità di Hitler, e nel 1939, all’invasione della Polonia, prestava servizio nel quartier generale del Fuherer. In quel periodo, e fino al 1941, Rommel comandava la VII divisione corazzata tedesca che rappresentava la punta di diamante del Terzo Reich sul fronte occidentale. Tanto che nel 1941 Hitler stesso lo mandò a dare man forte a Rodolfo Graziani in Libia per contrastare gli inglesi. Rommel con la suaAfrikakorps sbarcò in Nordafrica e si accinse a guadagnarsi il suo soprannome con una serie di offensiva contro i britannici. Rommel, anche con gli italiani, sconfisse i generali di Sua Maestà uno dopo l’altro, e lo stesso Churchill ammise davanti alla Camera dei Comuni di avere di fronte in Africa un «grande generale». Finalmente Londra individua un generale alla stessa altezza di Rommel, Montgomery, chiamato Monty dalle sue truppe, che riuscirà a piegare la Volpe del Deserto nell’ottobre del 1942 a El Alamein. Ma non lo piegò con la strategia e la tattica, almeno non solo, ma soprattutto con l’immensa superiorità di uomini e mezzi, che segnarono il tramonto definitivo dell’egemonia dell’Asse in Nordafrica. Ecco, forse questa sconfitta potrebbe essere un altro dei motivi del rancore di Hitler contro il suo generale preferito. Dopo, fu mandato in Normandia dove avvennero i fatti dianzi raccontati. Rommel si uccise con una pastiglia di cianuro, stabilendo però che i suoi funerali fossero fatti a Ulm e non a Berlino, funerali ai quali Hitler non partecipò. Rommel volle essere cremato e le sue ceneri sono ora nel piccolo cimitero di Herrlingen. Il figlio Manfred in seguitò raccontò che il padre non si era mai interessato di politica, e che essendo un soldato riteneva che il suo dovere fosse solo quello servire il governo del suo Paese, la Germania.

FONTE:http://www.secoloditalia.it/2016/10/erwin-rommel-il-generale-preferito-di-hitler-fu-sempre-convinto-anti-nazista/

Schwarze Scharen: la poco conosciuta resistenza anarchica al nazismo

schwarze
La Resistenza anarchica in Germania è poco nota. Da qualche anno grazie ai lavori di alcuni studiosi anche italiani ne sappiamo di più.
Anarres ne ha parlato con David Bernardini, autore di un libro su Rocker e di un altro libro sulle Schiere Nere.
Ascolta l’intervista con David:



Di seguito un articolo che ha scritto per Anarres
La storia della resistenza anarchica tedesca non è molto conosciuta. Cercherò quindi di fornire molto schematicamente un minimo di orientamento all’interno di un argomento così poco trattato.
Per iniziare è necessario forse dire due parole sulla storia del movimento anarchico in Germania. Max Nettlau ha identificato le sue origini in quel Circolo dei Liberi di Berlino che si formò intorno al 1848, di cui faceva parte anche Max Stirner, i fratelli Bauer e altri. Nel corso della seconda metà dell’Ottocento si delinea progressivamente un movimento anarchico che deve però fare i conti con il più forte partito socialdemocratico d’Europa, la SPD. Il piccolo movimento anarchico tedesco vive un eclatante ma effimero boom negli anni immediatamente successivi alla prima guerra mondiale, andando probabilmente incontro ad un diffuso antimilitarismo presente nella popolazione, stremata dal conflitto e dalle sue pesanti conseguenze sociali. L’anarcosindacalista FAUD (Freie Arbeiter Union Deutschlands – Libera Unione dei Lavoratori tedeschi), sorta nel 1919 sulle ceneri di un’organizzazione sindacalista rivoluzionaria del preguerra, arriva a toccare tra il 1921 e il 1922 la notevole cifra di 200.000 attivisti, affermandosi come la principale organizzazione anarchica (ma non l’unica) in Germania. Dal 1923 inizia però una grave fase di decadenza che porta la FAUD nel 1929 a poter contare ancora su solo poche migliaia di attivisti. È in queste condizioni che gli anarchici tedeschi iniziano ad affrontare la sempre più brutale e preoccupante ascesa del Partito nazista di Adolf Hitler.
Similmente a quella italiana, anche la resistenza anarchica al nazismo è “lunga”. Inizia infatti diversi anni prima dell’ascesa al potere di Hitler, come contrapposizione ad un partito (quello nazista) in lotta per il potere, per proseguire successivamente, allargandosi ben al di fuori dai confini tedeschi.
Prima del regime nazista
Gli anarchici si preoccupano presto dell’ascesa del nazismo, tanto che sulla stampa anarchica già sul finire degli anni Venti si possono leggere articoli che avvertono del pericolo nazista. Ma l’antinazismo degli anarchici non si esaurisce nell’attività pubblicistica. Dalle file della FAUD emerge sul finire del 1929 l’esperienza delle Schwarze Scharen (Schiere nere) una delle espressioni più eclatanti e dirompenti dell’antifascismo anarchico degli anni precedenti all’inizio del regime nazista. Le Schiere nere sono una rete di gruppi diffusi in alcune parti della Germania (Alta Slesia, Berlino, Assia, Turingia, Renania Settentrionale-Vestfalia) che praticano l’autodifesa militante in chiave antifascista, riconoscendosi come organizzazione integrativa ma indipendente della FAUD e presentandosi pubblicamente vestiti completamente di nero. Questi gruppi praticano l’antifascismo con la propaganda, anche attraverso giornali come Die proletarische Front di Kassel o Die Schwarze Horde (L’orda nera), e con l’azione militante. Le Schiere nere infatti ingaggiano dove presenti violenti scontri con i nazisti, e in particolare con le SA, anche con armi in pugno (revolver, fucili). La polizia nel maggio 1932 scopre addirittura un deposito clandestino di esplosivi e di armi allestito dalla Schiera nera di Beuthen (oggi in Polonia) in previsione della presa del potere da parte di Hitler. I militanti che animano le Schiere nere, in maggior parte giovani proletari disoccupati, sono pochi, si parla infatti di qualche centinaio di attivisti sparsi in tutta la Germania, ma nelle zone dove sono presenti fanno decisamente sentire il loro peso e cercano di stimolare la costruzione di una sorta di fronte unitario dal basso di tutti gli sfruttati, al di là e al di sopra dei partiti di appartenenza, basato sull’azione diretta antifascista.
Dopo il regime nazista dentro e fuori la Germania
La repressione che si abbatte già a partire dal 1932 sulle Schiere nere e sul movimento anarchico tedesco si intensifica ulteriormente nel 1933, quando Hitler assume il potere. Già nel corso del 1932 infatti la FAUD, riunita in congresso a Erfurt, aveva deciso di prepararsi alla clandestinità.
Da questo momento, schematizzando al massimo si potrebbero identificare grossomodo tre filoni all’interno delle vicende della resistenza anarchica al nazismo.
Dentro la Germania (1933-1937/38): poche ore dopo l’incendio del Reichstag (27 febbraio 1933), il poeta anarchico Erich Mühsam viene arrestato (verrà assassinato nel campo di concentramento di Sachsenhausen l’anno successivo), mentre Rudolf Rocker insieme alla sua compagna Milly riesce a rifugiarsi in Svizzera: due importanti esponenti del movimento anarchico tedesco sono così fuori gioco. Dopo un primo momento di sbandamento gli anarchici riescono comunque a organizzare una rete clandestina che può contare anche su alcuni appoggi all’estero (Amsterdam, Spagna). Già nel maggio 1933 vengono diffuse in Germania le prime pubblicazioni anarchiche clandestine. Tra queste è da ricordare Die Soziale Revolution di Lipsia, giornale promosso da Ferdinand Götze che verrà stampato tra il 1933 e il 1935 (otto numeri documentabili), con una diffusione di circa duecento copie a numero. Le attività di resistenza cessano tra il 1937/38 a causa della dura repressione che si abbatte sulle file degli anarchici, repressione che riduce la resistenza ad una dimensione “individuale”, anche se non cessano, per esempio, i sabotaggi nei grandi porti del nord come Amburgo. Tra queste attività di resistenza, certamente di dimensioni veramente ridotte ma comunque importanti e interessanti, mi piace ricordare la figura di Fritz Scherer, già custode del Rifugio Bakunin nel corso degli anni Venti (un rifugio in montagna autocostruito e autogestito dagli anarchici di Meiningen, piccola cittadina della Turingia). Durante il regime nazista Scherer, che in quanto pompiere nella capitale tedesca viene lasciato (più o meno) in pace dalla Gestapo, aiuta come può i suoi compagni in difficoltà e diffonde materiale antifascista e libertario. Inoltre riusce a salvare dalla furia del Terzo Reich e dalle distruzioni della seconda guerra mondiale molti libri e opuscoli anarchici, ricopertinandoli con titoli insospettabili politicamente. Saranno proprio i libri e gli opuscoli custoditi da Scherer ad essere letti e ristampati dalla nuova generazione di attivisti anarchici uscita dall’esperienza del Sessantotto tedesco… .
Fuori dalla Germania (1933-1945) in Spagna, Francia, Polonia ecc…: La FAUD sin dai primissimi anni Trenta segue con grande interesse lo sviluppo del movimento operaio spagnolo e della CNT. Nel 1932 alcuni militanti delle Schiere nere braccati dalla polizia si rifugiano non a caso in Spagna. Le file dell’anarchismo tedesco in esilio si ingrossano dall’inizio del 1933, tanto che nel 1934 viene fondato a Barcellona un Gruppe DAS (Gruppo Anarcosindacalisti tedeschi) che si dota anche di un proprio giornale. Il gruppo partecipa ai combattimenti di Barcellona nel luglio 1936, prendendo d’assalto il Club tedesco, un importante punto di riferimento del regime nazista in Catalogna. Attiviste e attivisti anarchici si ritrovano poi in varie esperienze della rivoluzione spagnola. Un Gruppo Erich Mühsam combatte a Huesca, militanti tedeschi prendono parte alla Colonna Durruti e attiviste come Etta Federn partecipano alle Mujeres Libres e alle scuole libertarie. Con la vittoria franchista, gli anarchici tedeschi si disperdono: chi inizia un lungo e doloroso viaggio per i campi di concentramento di mezza Europa (sia quelli allestiti dal governo francese per gli ex combattenti in Spagna, sia ovviamente quelli nazisti), chi prenderà successivamente parte alla resistenza francese, come l’ex membro delle Schiere nere Paul Czakon, o alla resistenza polacca, come Alfons Pilarski, fondatore della prima Schiera nera tedesca (quella di Ratibor), che viene ferito gravemente negli scontri della rivolta di Varsavia nel 1944.
Dentro la Germania (fine anni Trenta-1944 circa): quest’ultimo gruppo si tratta del caso di più difficile definizione. Semplificando, si può affermare che ci sono pezzi della gioventù che, pur essendo indottrinata e irregimentata dalle istituzioni del regime nazista come la Gioventù Hitleriana, sul finire degli anni Trenta si ribella al regime stesso, approdando in alcuni casi all’aperta resistenza. Faccio riferimento in particolar modo a quei gruppi usciti da un ambiente tendenzialmente operaio come gli Edelweisspiraten (Pirati della stella alpina) della Germania occidentale (specialmente, in città come Colonia, Wuppertal, Essen, Francoforte ecc) e i Meuten (Orde) di Lipsia. All’interno di questi gruppi giovanili c’era una presenza anarchica: il gruppo degli Edelweisspiraten di Wuppertal per esempio contava tra i propri membri un ex membro delle Schiere nere come Hans Schmitz (il quale narrerà le sue esperienze nel libriccino “Umsonst is dat nie”) così come anche nelle Meuten è stata recentemente rilevata una presenza libertaria (prima il gruppo era descritto come di tendenza comunista), tra cui Irma Götze, sorella di Ferdinand, che poi andrà in Spagna.
Per approfondire
In italiano ci sono a mia conoscenza due libri sulla resistenza anarchica tedesca:
  • AA.VV., Piegarsi vuol dire mentire. Germania: la resistenza libertaria al nazismo nella Ruhr e in Renania 1933-1945), Zero in Condotta, Milano, 2005.
  • Leonhard Schäfer, Contro Hitler. Gli anarchici e la resistenza tedesca dimenticata, Zero in Condotta, Milano, 2015.
A questi mi permetto di aggiungere il mio Il barometro segna tempesta. Le Schiere nere contro il nazismo, La Fiaccola, Ragusa, 2014 (in un certo senso anticipato da un articolo uscito sulle pagine di “A” rivista un anno prima, nel n. 382). Sugli Edelweisspiraten ho scritto su “A” rivista anarchica (n. 385) un breve articolo in cui si può trovare una piccola bibliografia in merito. Esistono inoltre alcuni contributi su alcune figure della resistenza anarchica al nazismo pubblicati sul Bollettino dell’Archivio Pinelli (consultabile anche online sul sito centrostudilibertari.it) come Kurt Wafner (n. 32), Heinrich Friedetzky (n. 16), Alfons Pilarski (n. 44) e Fritz Scherer (n. 45). Altri profili biografici sull’argomento si possono trovare narrati nel numero di aprile di “A” rivista di quest’anno.
Per chi masticasse il tedesco la letteratura è più vasta. Mi sembrano importanti per una prima introduzione il saggio di Andreas Graf e Dieter Nelles contenuto nel libro di Rudolf Benner Die unsichtbare Front. Bericht über die illegale Arbeit in Deutschland (1937) della Libertad Verlag cosi come il libro Anarchisten gegen Hitler. Anarchisten, Anarcho-Syndikalisten, Rätekommunisten in Widerstand und Exil della Lukas Verlag. Si tratta di contributi che presentano anche le questioni aperte, le problematiche della storiografia sull’argomento ecc. Ricchi di numerose informazioni (pur con qualche disattenzione) sono i due libri di Helge Döhring sulle Schwarze Scharen e sulla resistenza anarcosindacalista al regime nazista. Döhring è tra l’altro tra i promotori dell’Institut für Syndikalismusforschung, dove si possono reperire molte informazioni anche sull’argomento qui trattato e diverse bibliografie ragionate. Diverso materiale online (purtroppo sempre in lingua tedesca) si trova anche sul portale anarchismus.at, qualcosa in inglese è invece reperibile (se non ricordo male) sul sito libcom.org. Tra le pubblicazioni più recenti segnalo un libro che tratta dell’impegno degli anarchici tedeschi durante la guerra civile spagnola che mi pare decisamente ben fatto. Si tratta di Deutsche AnarchistInnen in Barcellona 1933-1939. Die Gruppe «Deutsche Anarchosyndikalisten» (DAS) di Dieter Nelles, Ulrich Linse, Harald Piotrowki e Carlos Garcia pubblicato nel 2013 per la casa editrice Graswurzelrevolution (si tratta di una rivista su cui sono apparsi contributi anche sull’argomento qui trattato). Di questo libro so che esiste una versione in spagnolo, anche se non ho mai avuto l’occasione di averla in mano.

Il pensiero di Dietrich Bonhoeffer


Riassumere il pensiero di Bonhoeffer in poche righe è praticamente impossibile. cercheremo di dare solo alcuni spunti di riflessione da approfondire in altre pagine o su altri siti più "alti" del nostro.
Proprio a partire dalla biografia del nostro autore e non volendo in nessun modo suggerire l'idea di una serie di tappe del suo pensiero, elenchiamo  semplicemente i temi più caratteristici di ogni momento della sua vita e del suo pensiero:

Periodo della giovinezza e dell'esperienza accademica
Dalla sua tesi di Laurea Sanctorum Communio prendiamo l'espressione di Chiesa = Cristo esistente come comunità.
Solo in una dimensione relazionale (per certi versi assimilabile alla riflessione di Martin Buber, ma che Bonhoeffer esplicitamente riferisce al meno noto filosofo tedesco Grisebach) noi abbiamo un accesso alla realtà di Dio e quindi solo nella chiesa, in cui Gesù vive come comunità, possiamo attingere ad una rapporto con Dio.

Dal suo corso, pubblicato a partire dagli appunti degli studenti, Cristologia, prendiamo invece la convinzione che il vero essere di Gesù sia l'essere-per-gli-altri, non tanto una ontologia precisa, quanto la realtà del dono assoluto e infinito.

Periodo di FinkenwaldeDal suo testo Sequela,  forse il più diffuso fuori dallo stretto ambito teologico, proponiamo  la  sua riflessione sulla Grazia a caro prezzo e grazia a buon mercato. in Cristo la Grazia è proposta come "cara", necessitante di una scelta precisa che è quella di collocarsi alla sequela del Cristo. chi dice di voler fare questo, ma si accontenta di esperienze che prevedono un impegno limitato, cioè una grazia a buon mercato, non fa i suoi conti con le linee programmatiche precise dettate da Gesù nel Discorso della montagna (Mt. 5-7)

Dal periodo della resistenza e del Carcere

Resistenza e resa
In questo testo, in cui sono riunite le lettere dal Carcere troviamo alcuni temi che sono diventati caratterizzanti la recezione del pensiero di Bonhoeffer in tutto il dibattito del '900

La distinzione tra fede e religione:
il Cristianesimo non è una religione, cioè un atteggiamento, una posa, una realtà a cui avvicinarsi a tempo limitato. dice il nostro teologo: "La relgione è come il salotto buono della vita; noi non vi entriamo mai, ma vi facciamo passare gli ospiti quando vengono a trovarci"
Il Cristianesimo è una fede, totalizzante, assoluta, coinvolgente e in cui si abita durante tutta la nostra vita.

Cristianesimo e mondo
La vita cristiana non è in opposizione al mondo, l'annuncio cristiano non si fa cercando i limiti dell'uomo e le sue risposte mancate per annunciarvi Cristo come risposta vera, come Deus ex machina. Dio non è il Dio dei limiti, ma il Dio del centro della nostra vita, da annunciare non nella debolezza, ma nella forza, in una vita polifonica in cui il Cantus firmus sia l'amore terreno, ed il resto contrappunto. La fede non è quindi una realtà che si oppone alla realizzazione u,mana, ma la fonda e su questa si fonda essa stessa.

Il Dio inutileLa categoria dell'utile non ci serve per parlare di Dio; Dio non è utile, non "ci serve", come abbiamo visto a spiegare ciò che non sappiamo, o a trovare soluzione che da soli non percepiamo. dio è semplicemente quella realtà di amore e di dono che ci vive accanto e che forse non può nemmeno aiutarci nella nostra vita. Bonhoeffer dice anzi che i Cristiano sono coloro che stanno accanto a Dio nella sua debolezza (cfr Poesia Cristiani e Pagani), ma tutti ricevono da Lui il dono e il perdono.

L'etica
Dal testo scientifico rimasto incompiuto troviamo i suoi tentativi di rispondere al dilemma della ultima parte della sua vita: come può un Cristiano, un pastore, scegliere di partecipare ad un complotto che culminerà nel tentativo di uccidere una persona, e ancora di più il leader scelto dal popolo, con una ovvia inserzione indebita negli affari dello stato.
Le sue risposte, anche se non concluse sono state oggetto di innumerevoli dibattiti durante tutto lo scorso secolo e non mancano di sollecitare la riflessione dei nostri tempi.
Dice Bonhoeffer: Se io vedo un pazzo che sta guidando a tutta velocità su una strada pedonale piena di passanti, il mio compito di pastore e cristiano sarà quello di pregare per le anime di coloro che saranno inevitabilmente uccisi, oppure cercare di fermare il pazzo, anche a costo della sua vita?"Conosciamo la sua risposta: con l'esclusione di un'etica dei principi (basata su criteri assoluti e spesso inadatti alla vita quotidiana, che cerca solo la santità personale e non la salvezza cristiana), con l'esclusione del "fine che giustifica i mezzi", Dietrich Bonhoeffer propone una etica situazionale: come guardare al mondo con gli occhi del Cristo, con essi giudicarlo e cercare di vedere in quel momento che cosa Lui stesso definisca bene e male. il cristiano può solo conformarsi a questo.

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